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sabato 2 novembre 2013



LA ZONA GRIGIA
 
reading-concerto per la Giornata della Memoria
con:
Sebastiano Guardia - chitarra acustica
Fabio Lamanna - pianoforte, cori
Francesco Logoteta - voce, letture, monologhi
 
 
VENERDI' 8 NOVEMBRE 2013, ore 21.15   
TEATRO DON MINZONI, via Don Minzoni   
BIELLA
 
serata a sfondo benefico con ingresso ad offerta libera
(per prenotazioni Francesco 349 716 02 87;francesco.logote3461@alice.it)
 
 
Testi/musiche: Primo Levi, Nedzad Maksumic, George Bernard Shaw, Mariangela Gualtieri, Etty Hillesum, Giovanni Falcone, Indro Montanelli, Edoardo Bennato, Niccolò Fabi, Cristina Donà, Carmen Consoli, Roberto Vecchioni
 

giovedì 31 ottobre 2013

Spettacolo LA ZONA GRIGIA
venerdì 8 novembre ore 21.15
Teatro Don Minzoni - Biella
Il ricavato (ingresso ad offerta libera) sarà devoluto alla diaconia della Chiesa Valdese di Biella


giovedì 3 febbraio 2011

FARE MEMORIA PER CAPIRE

Ebrei e valdesi: storia d'Italia
di Giorgio Tourn

Menorah
Il giorno della memoria è entrato ormai nel calendario ed è bene che lo sia tenendo conto delle manifestazioni di intolleranza, di xenofobia e non di rado di antisemitismo che è dato vedere nell’Europa odierna. Su questo tema però sarà bene avviare un giorno una riflessione più approfondita che superi il clima emotivo sentimentale partecipativo di questa circostanza e porsi due interrogativi. La solidarietà con la comunità ebraica nazionale è indubbiamente un dato positivo e sarebbe sciocco svalutarla nel nome di qualche altra posizione ma è il caso di andare oltre e riflettere sui problemi che stanno alla base della terribile vicenda di cui si fa memoria.

Il primo di ordine generale, e per questo associamo alla comunità ebraica anche quella valdese, si può esprimere in questi termini: le vicende drammatiche, dolorose, di cui furono oggetto non sono in primo luogo espressione della loro identità ma di quella della nazione. La storia delle persecuzioni, delle repressioni e dei massacri non è storia loro, ma dell’Italia. E l’Italia non è solo il luogo geografico in cui queste minoranze hanno vissuto e sofferto ma quella che li ha fatti soffrire. Commuoversi per le discriminazioni degli ebrei italiani sotto il regime fascista è essenziale come disciplina interiore, ma le leggi razziali non sono venute dal cielo, non sono calamità naturali, sono espressione della cultura e della coscienza (o mancanza di coscienza) degli italiani.
Lux lucet in tenebris
Giorno della memoria significa non solo fare memoria della Shoah come evento, ma in primo luogo del fatto che è stato il termine inevitabile di ciò che ha preceduto quell’evento e quello che ha preceduto non è storia degli ebrei ma degli italiani. Si sia trattato di fascisti antisemiti, di fascistizzati per interesse, di indifferenti, di timidi ecc. ecc.

Questa considerazione conduce al secondo problema. Il caso ebraico non è un unicum nella nostra cultura è piuttosto la norma; il fatto che si debba fissare un giorno della memoria non è casuale: l’italiano non elabora la memoria, serba qualche ricordo e rimuove. La memoria è il frutto di una lunga elaborazione critica dei ricordi, significa sottoporli ad analisi, verifiche e spesso giungere a pronunciare giudizi su se stessi, fare cioè quanto detto prima: riappropriarsi della vicenda in cui si è stati coinvolti e non ribaltarla sugli altri. La nostra cultura è quella dell’oblioso silenzio, di un perdonismo inteso come cancellazione assolutoria, che non conosce, o raramente conosce, il pentimento. E’ sufficiente analizzare con serietà le vicende del fascismo, delle guerre, del terrorismo per rendersi conto di quanto siamo lontani dall’elaborazione di una autentica memoria.

25 gennaio 2011


tratto dal sito:

www.chiesavaldese.org

giovedì 27 gennaio 2011

79 DISEGNI PER RICORDARE E CAPIRE






Thomas Geve
Qui non ci sono bambini
Un'infanzia ad Auschwitz

Traduzione di Margherita Botto,
(collana Frontiere Einaudi),
Einaudi
Yad Vashem Publications
2011, pp. 186.
www.einaudi.it


tratto dalla seconda e terza
di copertina:


A tredici anni il desiderio di esplorare e conoscere il mondo ti fa spalancare gli occhi, stupiti e avidi, sulla realtà che ti circonda: ma cosa succede quando il tuo unico, insuperabile orizzonte è quello dell’Olocausto, dell’umiliazione quotidiana e sistematica? Come si diventa uomini quando nulla intorno a te è degno di un uomo?

«Sono nato nel 1929 e nel 1933 i nazisti prendono il potere: l’unico mio ricordo è la persecuzione». Thomas Geve ha tredici anni quando, nel 1943, viene deportato ad Auschwitz. Solo perché ha l’aria di essere un po’ più grande della sua età, Thomas viene assegnato ai lavori forzati: nella logica folle e rovesciata del campo è una fortuna perché «i bambini al di sotto dei quindici anni vengono mandati direttamente alle camere a gas». Nonostante le quotidiane violenze, un lavoro che è solo tortura, la scientifica e continua offesa alla dignità umana, Thomas sopravvive: l’11 aprile 1945 le truppe alleate irrompono nel campo e liberano i prigionieri. Allora fa qualcosa di unico nella storia delle testimonianze dei sopravvissuti. Per conservare la memoria dell’inferno e raccontare ai genitori ciò che ha visto (non sapendo ancora che la madre, internata come lui, non è sopravvissuta), sceglie di fare quello che ogni bambino ha sempre fatto: inizia a disegnare. Si procura delle matite colorate, un bene prezioso e inarrivabile durante i giorni della prigionia, e trasforma il retro dei moduli e dei formulari delle SS nei 79 disegni che compongono questa raccolta (e solo più tardi, anni dopo, aggiungerà qualche, essenziale, parola di commento).

Ogni cosa, ogni episodio, ogni traccia, per quanto flebile, di vita, ogni manifestazione, per quanto spaventosa, dell’orrore, viene registrata dai disegni di Thomas. Con il tratto semplice e stilizzato della sua età ma con con l’attenzione per il dettaglio del futuro ingegnere, Geve dà vita a un documento di una bellezza straziante nel suo tentativo di sfidare l’abisso con lo sguardo, e le matite, di un bambino.



Thomas Geve nasce a Stettino, sulle rive del Baltico, nel 1929. A cinque anni si trasferisce con la madre a Berlino presso i nonni, mentre il padre è costretto a emigrare in Inghilterra. Nel 1943, a poco più di tredici anni, viene deportato ad Auschwitz e in seguito a Gross-Rosen e Buchenwald, dove finalmente, nell’aprile 1945, irrompe l’esercito alleato che libera gli internati. Geve chiede delle matite e dei fogli con cui fissa 79 disegni il ricodo della prigionia. Riunitosi al padre, dopo la guerra si trasferisce prima a Londra e poi in Israele, dedicandosi alla carriera di ingegnere civile. Nel 1985 dona i suoi disegni al museo Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele delle vittime ebree dell’Olocausto, dove vengono raccolti, restaurati e conservati.

Da quei giorni del 1945 Thomas Geve non ha mai più disegnato.



Preghiera composta in un campo di sterminio da un ebreo

Pace agli uomini che desiderano il male; si ponga fine ad ogni vendetta, non si parli più di castigo e correzione. I crimini commessi superano ogni misura; i limiti di ogni percezione umana, e molti sono i testimoni del sangue versato.

Per questo, o Dio, non pesare con la bilancia della giustizia gli orribili delitti dei carnefici, di cui è giusto ti rendano conto, ma fa che le cose possano andare in altro modo. A tutte le persone che hanno agito con malvagità, ai carnefici, delatori e traditori, metti piuttosto in conto tutto il coraggio e la forza d’animo degli altri, la rassegnazione, la profonda dignità, la pena silenziosa, la fatica, la speranza, mai venuta meno, il coraggioso sorriso che vinceva le lacrime, e tutto l’amore, il sacrificio, l’amore bruciante.

Tutti i cuori segnati e torturati che resistettero forti, senza perdere fiducia di fronte alla morte e nella morte, nelle ore della più acuta debolezza.

Fa’ che conti tutto questo, o Dio. Come prezzo di riscatto per il perdono della colpa, perché risorga la giustizia.

Conti tutto il bene, non il male. E ricordando i nostri nemici non parleremo più di sacrificio, non saremo l’incubo e l’orrore degli spiriti, ma verremo in loro aiuto perché possano abbandonare il razzismo.

Solo questo chiederemo loro quando tutto sarà finito, un giorno, di poter vivere come persone fra persone. Torni la pace su questa povera terra, su ogni persona di buona volontà, la pace si estenda a tutti, senza distinzione.

Ricorda, invece, i frutti che abbiamo portato proprio da queste sofferenze: E’ cresciuta in noi la disponibilità, ci si è fatta, più limpida la lealtà, più ampia la generosità E quando essi si presenteranno per il tuo giudizio, lascia che i frutti che abbiamo portato siano il loro perdono.

Preghiera composta in un campo di sterminio da un ebreo


tratto da:

«la Voce alessandrina»,

Settimanale di informazione e di opinione

della diocesi di Alessandria,

Alessandria venerdì 21 gennaio 2011,

N.2 – Anno CXXXII,

p. 13.

mercoledì 26 gennaio 2011

FARE MEMORIA

In prossimità del "Giorno della Memoria 2011" l'Amministrazione Provinciale di Alessandria (in particolare l'Assessorato alla Cultura) e l'Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria hanno proposto un’interessante conferenza su una tematica particolare, fino ad oggi poco sviluppata dalla storiografia concentrazionaria: le religioni nei campi di concentramento nazisti.

A dimostrazione di come l’argomento appaia oggi più che mai importante di fronte al sempre più diffuso clima di indifferenza verso la dolorosa esperienza della deportazione nei Lager e della Shoah, voglio citare le parole del coordinatore dell'iniziativa, il professor Gian Piero Armano: «Aver proposto la riflessione sulle diverse esperienze religiose nei Lager rende giustizia ai testimoni di Geova, ai sacerdoti cattolici, ai pastori protestanti, ai preti ortodossi, ai rabbini e agli hazanim ebrei, i quali non solo dimostrarono di non voler essere ossequienti ad Hitler e al nazifascismo, ma, accomunati dalla fame e dal freddo, dai pidocchi e dalla paura, calpestati nella loro dignità umana e religiosa, scoprirono ancora di più nell'apice della tragedia il significato profondo della vita e della fede, avvertirono in anteprima che in ogni esperienza religiosa c'è del buono e del vero, vissero forme di ecumenismo inusuale ma foriero di nuove speranze, condivisero esperienze indimenticabili che cementarono ancora di più le diversità e permisero di superare le varie forme di divisione culturale, religiosa, sociale. Nella tragedia dei campi di detenzione e dei Lager si manifestarono luminosi esempi di umanità e di santità. Se il nazismo e il fascismo crearono condizioni di disumanità che raggiunsero l'apice nella realtà concentrazionaria, dalle diverse esperienze religiose nei Lager è emersa una straordinaria pagina di storia dell'umanità»

La conferenza si è tenuta il 20 gennaio u.s. presso la sede dell’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria e ha visto la presenza di due qualificati relatori: il professor Giorgio Vecchio, docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Parma, e il dottor Gianni Genre, pastore presso la Chiesa Valdese di Pinerolo. Moderatore il professor Maurilio Guasco, docente di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo presso l’Ateneo alessandrino.

Nel corso della serata è stato fatto cenno alle diverse esperienze di vita degli internati nel variegato mondo dei lager nazisti, a partire dai primi anni della dittatura , fino al periodo bellico e alla caduta del regime. Sacerdoti e suore cattolici, pastori protestanti, preti ortodossi, nonché uomini e donne professanti altre religioni, ebbero la possibilità, in occasione di quella tragica esperienza di condivisione del dramma della prigionia, di dare inizio ad una prima forma di ecumenismo, nel confronto e anche, talvolta, nello scontro. I relatori hanno ricordato l’azione spirituale esercitata tra i detenuti da parte di questi uomini di fede, la relazione di aiuto messa in atto, la presa di posizione decisa e coerente contro il potere dominante, anche a costo della propria vita. In particolare il pastore Genre ha esaminato la posizione assunta dalla “Chiesa confessante” tedesca e ha tratteggiato tra l’altro la figura del pastore tedesco Dietrich Bonhoeffer, con numerose citazioni tratte dai suoi scritti, evidenziandone non solo la ricchezza spirituale, ma soprattutto la sua forza morale, la sua tenace esortazione all’azione concreta contro un regime che tentava di affossare la dignità dell’uomo. Non meno significativa è apparsa la vicenda di Paul Schneider, pastore evangelico in una piccola località di campagna della Renania, quasi sconosciuto in Italia, che Genre ha voluto però ricordare come esempio di coraggiosa abnegazione e di altissima spiritualità pagate con la vita.

Entrambi i relatori hanno condotto la loro disamina partendo dalle testimonianze lasciate dai sopravvissuti nei loro scritti e da riferimenti a giornali e documenti del tempo, evidenziando come per molti anni ci sia stato “silenzio” nei confronti della realtà concentrazionaria, sia da parte dei protagonisti, sia da parte istituzionale e come non si possa negare l’esistenza di zone d’ombra nei confronti della condanna dell’antisemitismo non sempre pronunciata, (quando pronunciata), in modo netto e libero da ambiguità.

Le relazioni hanno stimolato, tra il numeroso pubblico, un interessante dibattito che ha favorito ulteriori approfondimenti del tema proposto. Particolarmente gradita è stata per noi, membri delle comunità metodiste di Alessandria, Bassignana e San Marzano, la presenza e l’intervento del pastore Genre che ringraziamo insieme al nostro pastore Antonio Lesignoli.

Ida Contino