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mercoledì 9 febbraio 2011

CATTOLICI E PROTESTANTI TEDESCHI SUL TESTAMENTO BIOLOGICO

Germania: Formulario cristiano per le direttive di fine vita






Germania


Presentato il nuovo formulario 



per le direttive di fine vita 


di cattolici e evangelici



Roma (NEV), 2 febbraio 2011 - Dopo quello varato nel 1999 e nel 2003 dalla Chiesa evangelica in Germania (EKD) e dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK), è stato ora presentato il nuovo formulario congiunto per permettere ai tedeschi che lo desiderano di lasciare il proprio "testamento biologico". Il nuovo testo - adattato al mutato quadro legislativo - rispetto alla vecchia versione resa obsoleta, mette in primo piano la figura del fiduciario e la sua podestà, mentre affina ulteriormente le disposizioni sui trattamenti sanitari. Il nuovo modello è stato elaborato in collaborazione con la Comunità delle chiese cristiane in Germania (ACK). La preoccupazione dei leader cattolici ed evangelici è quella di non lasciare alcuno spazio ad interpretazioni rispetto alla scelta espressa dal paziente, mettendo al centro la sua responsabilità.
La nuova versione della "Christliche Patientenvorsorge" è stata presentata al pubblico lo scorso 26 gennaio nel Domforum di Colonia, dove sono intervenuti tra gli altri, l'arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della DBK, e il vescovo luterano Jochen Bohl, vicepresidente della EKD.
"Le chiese consigliano di esprimere le direttive di fine vita nominando sempre anche un fiduciario - ha precisato Bohl -. Solo così potranno essere evitati abusi di quanto precedentemente espresso garantendo la giusta interpretazione dei desiderata del paziente non più in grado di decidere. Da questo punto di vista è prioritaria la scelta del fiduciario rispetto alle mere direttive sul trattamento sanitario". "Una scelta sensata ed eticamente responsabile", ha detto Zollitsch, sottolineando come quella di potersi preoccupare del proprio fine vita, stando "ancora in buona salute", sia una vera opportunità. Friedrich Weber, presidente dell’ACK, si è rallegrato per la riuscita “collaborazione tra le chiese cristiane anche su questo importante tema”.


tratto da:
NEV - Notizie Evangeliche del 2 febbraio 2011 
www.fedevangelica.it


www.chiesavaldese.org























venerdì 12 febbraio 2010

Il bilancio etico è disastroso

Roma (NEV), 10 febbraio 2010 -

Riportiamo di seguito la dichiarazione rilasciata oggi dalla pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, a un anno dalla morte di Eluana Englaro. “Brutto giorno l’anniversario della morte di Eluana Englaro, e non solo per il ricordo di una storia dolorosa e lacerante ma anche - soprattutto - per l’uso che si è voluto fare di questa ricorrenza. Un uso politico ed ideologico che dimostra come la dignitosa e mille volte motivata scelta di papà Beppino non sia stata né capita né tanto meno rispettata da parte di chi avrebbe preferito prolungare all’infinito la sopravvivenza puramente tecnica di una giovane donna che aveva chiesto di morire con dignità.
Quello che ci ha colpito ieri non è stata la riapertura di un dibattito che fatalmente imporrà a breve una scelta politica da parte del Parlamento. Su temi così delicati è controversi è giusto e necessario che si apra un pubblico dibattito che attraversa le forze politiche, la società civile e le comunità di fede. Ci ha costernato, però, che piuttosto che partecipare a un dibattito pluralista nel quale si confrontano pensieri ed etiche differenti, uomini delle istituzioni e esponenti della chiesa cattolica si siano buttati, ancora una volta, sul corpo di Eluana. Lo hanno nuovamente stretto nelle loro mani e nei loro ragionamenti per affermare tesi già ampiamente espresse e ancora più ampiamente amplificate dai media. E così il corpo di una giovane donna ormai morta, paradossalmente, ha ripreso ad essere il teatro di uno scontro sui principi e sui valori assoluti della vita.
Alla fine della giornata, il bilancio etico è disastroso: nessun ragionamento, nessun rispetto, nessuna compassione. Solo, ancora una volta, giudizi dogmatici, siano essi teologici o giuridici. In questa battaglia attorno al corpo di Eluana non è mai risuonata la parola dell’amore e della speranza in Cristo. Qualcuno di noi lo ha fatto pregando e restando in silenzio ripensando a un gesto e a una storia di fronte alla quale tutti – uomini e donne di fede ma anche politici e commentatori – dovrebbero anche trovare il tempo per tacere, riflettere, interrogarsi.
Riesumare un corpo per giudicarlo e per colpire ancora una volta chi lo ha accompagnato nelle sue ultime ore è una brutta operazione, priva di amore e di compassione. Per questo io, da credente, sto con papà Englaro”.

venerdì 11 dicembre 2009

giovedì 3 dicembre 2009

Testamento Biologico - Sportello pubblico a Milano

LA CHIESA VALDESE DI MILANO SI FA PROMOTRICE DI UN REGISTRO E SPORTELLO PUBBLICO PER LE DIRETTIVE ANTICIPATE DI FINE VITA (“testamento biologico”) PER TUTTI I CITTADINI MILANESI CHE DESIDERINO AVVALERSENE

L’iniziativa è stata presentata il 2 dicembre a Milano, nel corso di una conferenza stampa che ha visto tra i relatori anche Maria Bonafede, pastora e Moderatora, ovvero capo dell’esecutivo (detto “Tavola Valdese”, composto da sette membri eletti annualmente dall’assemblea sinodale che si riunisce annualmente a Torre Pellice-TO) della Chiesa Valdese, Unione delle chiese metodiste e valdesi italiana, e Beppino Englaro.

continua qui

martedì 1 dicembre 2009

giovedì 8 ottobre 2009

Bologna: al via la raccolta firme per l'istituzione del registro dei testamenti biologici

In data odierna sono stati presentati dal Comitato promotore i testi allegati presso la Segreteria generale del Comune di Bologna .
Il nome del Comitato è del tutto coscioniano: “Testamento biologico: liberi di scegliere”.
L'inizio raccolta firme autenticate (2000) è previsto fra 10/ 15 giorni (si aspetta l'autorizzazione della segretaria generale), però è meglio già essere mobilitati per il prossimo fine settimana (17/18 ottobre).

Giovedì 8 ottobre ore 12.00
Chiesa valdese metodista - via Venenzian 2, Bologna
conferenza stampa di presentazione della delibera di iniziativa popolare
del comitato Testamento biologico: liberi di scegliere

- Maurizio Cecconi - portavoce del comitato
- Carlo Flamigni - docente e libero pensatore
- Monica Mischiatti - associazione Coscioni
- Guido Armellini - rappresentante della chiesa metodista.
Saranno presenti anche altri membri del comitato

venerdì 6 marzo 2009

TESTAMENTO BIOLOGICO E LAICITA'

                                                          Il Senatore Lucio Malan

Lucio Malan: 
"Sul testamento biologico mi sento libero da vincoli di partito"

Il 3 marzo la Commissiona Affari Costituzionali del Senato ha discusso del “testamento biologico” esprimendo un parere sul disegno di legge proposto dal senatore Raffaele Calabrò. Nel corso del dibattito è intervenuto il Senatore Lucio Malan (PdL). Ecco l'intervista che ha rilasciato all'agenzia NEV.

Senatore Malan, sul tema del "testamento biologico", in sede di Commissioni Affari Costituzionali, lei ha espresso una critica al progetto Calabrò: che cosa non la convinceva?
Il testo è stato scritto con l'intento di chiudere ogni spiraglio a eutanasia e suicidio assistito. In questo modo si è spinto all'estremo opposto, comprimendo il diritto costituzionale a rinunciare a trattamenti sanitari che non si desiderano. Questo approccio emerge in particolare all'articolo 2, comma 2, dove si dice che "l'attività medica ... non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute". Poi c'è l'articolo 1, dove si dice che il diritto alla vita è "indisponibile", un'espressione che - in un testo di legge - non ha ragione d'essere.

Alla fine lei ha votato a favore del disegno di legge. Che cosa l'ha convinta?
Nella Commissione Affari Costituzionali, di cui faccio parte, martedì 3 marzo non si è votato il disegno di legge, ma il parere che su di esso ha proposto il relatore Boscetto. In questo parere, tra l'altro, si chiede la riformulazione dell'articolo 2, comma 2 e si definisce "indefettibile" il diritto alla libera determinazione in materia di salute. Io avrei anche voluto una valutazione negativa sulla questione del diritto alla vita come "indisponibile", ma ho ritenuto importante portare la maggioranza a votare questi due elementi. I voti sul disegno di legge avvengono nella commissione Sanità, di cui non faccio parte, e poi in Aula. Qui ci sarà modo di esprimersi, non solo sugli emendamenti e sul testo che ne risulterà, ma anche sulla costituzionalità, con le modifiche che la Commissione introdurrà, anche alla luce di quanto la mia Commissione ha affermato nel suo parere. Il mio voto in tale sede sarà del tutto libero da vincoli di partito e legato solo al contenuto.

In che misura la sua appartenenza alla chiesa valdese ha orientato le sue posizioni?
Credo che affrontare tutte le questioni con spirito critico e responsabile sia un patrimonio culturale importante del nostro modo di essere evangelici, anche se, naturalmente, non ne abbiamo l'esclusiva. Nello specifico, le prese di posizione della chiesa valdese, per quanto poco riportate dai media, hanno contribuito molto positivamente al dibattito, minando lo stereotipo per cui chi crede ha certe posizioni, relegando altre posizioni ai soli atei. Infine, i messaggi di solidarietà e amicizia che mi sono arrivati da sorelle e fratelli in fede, anche molto autorevoli, mi hanno davvero confortato.

Le posizioni "cattoliche" sono molto visibili nel PD e ne soffre lo spirito laico del principale partito di opposizione. E nel PdL? 
C'è chi vorrebbe dare al PdL una posizione, oggettivamente, ma anche dichiaratamente, collaterale al Vaticano. Curiosamente sono soprattutto ex radicali ed ex socialisti a sostenere questa linea. Per mia coerenza, e anche per il bene del partito cui appartengo, spero che l'operazione non riesca e non credo che riuscirà. Lo stesso Berlusconi si è esposto solo al momento del mancato decreto. Proprio ieri mi ha chiamato per parlare di un'altra questione, e non mi ha neppure accennato al testamento biologico, sul quale stavamo per votare in commissione.

Perché nel sistema politico italiano è così difficile far valere principi di laicità?
Per le convinzioni personali di molti, certo, ma anche perché è diffusa l'opinione che la gerarchia cattolica sia in grado di orientare un numero allettante di elettori. D'altra parte, la questione della laicità in sé, termine il cui significato cambia a seconda di chi lo usa, non accende molti cittadini, mentre sulle questioni concrete nelle quali un approccio laico si manifesta c'è molta più attenzione.

All'attenzione della sua Commissione sono anche le Intese: quelle da rivedere - con i valdesi e i metodisti da una parte e gli avventisti dall'altra - e quelle da varare. A che punto siamo?
Proprio in questi giorni stiamo superando un ostacolo, dovuto alla cattiva abitudine dei governi di usare, sia pure con apposite leggi, i fondi dell'8 per mille di spettanza dello Stato come copertura per vari provvedimenti. La commissione bilancio, maggioranza e opposizione, vuole accertare che non si levi la copertura a questi provvedimenti. Ove questo fosse, il governo dovrebbe reperire altrove i fondi per quei fini. Ho parlato con il ministro Vito di questo e spero che supereremo presto lo snodo.

Alcune Intese appaiono più difficili di altre: ad esempio quella con i Testimoni di Geova, in passato bloccata da una cordata politicamente trasversale. Come andrà questa volta?
Non ho mancato occasione per chiedere che tutte le Intese firmate procedano, ricordando che questa è la posizione della chiesa valdese, che già la sua ce l'ha e che sta per avere anche la modifica richiesta. Su questo c'è una attenzione diffusa, (come pure sul problema, che ho sollevato in commissione, che le altre confessioni ricevono i fondi dell'otto per mille in ritardo rispetto alla chiesa cattolica). Confido che si arrivi presto al traguardo.


Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 4 marzo 2009
www.fedevangelica.it.

si veda anche: www.chiesavaldese.org

giovedì 12 febbraio 2009

PER IL TESTAMENTO BIOLOGICO


riflessione di:
Maria Bonafede, 
Moderatora della Tavola valdese e metodista


A poche ore dalla morte di Eluana la tentazione sarebbe quella di tacere, raccogliere le idee e - per chi come me crede nella vita eterna alla luce di Dio - pregare

Tuttavia questi non possono essere soltanto i giorni della preghiera: la lezione del caso Englaro ci dimostra quanto sia importante ed urgente definire una norma certa e condivisa sul testamento biologico, che eviti ed impedisca che attorno al letto di un malato terminale si scateni il circo politico-mediatico che abbiamo visto in questi giorni. Di fronte al dolore ed al dramma di una persona, in questo caso - così come era accaduto per Pier Giorgio Welby - la politica ha dato il peggio di sé, ricomponendo e allargando il partito degli atei devoti da una parte e allargando l'influenza politica dei vertici cattolici dall'altro. Nei giorni scorsi abbiamo sperimentato la violenza dei simboli ed il corpo sofferente di Eluana si è trasformato nell'icona della battaglia per la vita contro la cultura della morte.

In questa polarizzazione lo spazio della compassione, del rispetto e della laicità si è ridotto ai minimi termini, ed è stato garantito soltanto - lo affermo con convinzione - dall'iniziativa del Capo dello Stato che ha saputo tutelare l'autonomia della magistratura e la laicità delle istituzioni evidentemente pressato dall'iniziativa della Cei e del Vaticano.
Ci auguriamo che nei prossimi giorni il confronto sul testamento biologico abbia toni meno virulenti e ideologici; osiamo sperare che, in un clima di maggior rispetto reciproco, si evitino le deliranti accuse di "omicidio" a chi difende le ragioni di una morte nella dignità, senza accanimenti terapeutici anche mascherati e senza la sofferenza che una certa tradizione teologica intende imporre nel nome del valore assoluto della vita. Lo speriamo e, come valdesi e metodisti, lavoriamo in questo senso. Siamo una chiesa e non un partito politico: per questo non sta a noi proporre disegni di legge o interferire con il processo legislativo. Siamo però una voce della società italiana, una storica componente della sua cultura e della sua articolazione religiosa. 
E, in questo spirito, sentiamo nostro pieno diritto richiamare a beneficio dei partiti e dei legislatori, che nei prossimi giorni discuteranno la legge sul testamento biologico, tre principi fondamentali. Il primo è quello di laicità. L'Italia non è uno stato etico, non ha una "religione ufficiale" legittimata ad imporre valori e norme universali. La legge, pertanto, non potrà essere la traduzione giuridica di un magistero ecclesiale, ma dovrà necessariamente essere la risultante di un libero confronto tra diverse visioni del mondo, della vita e della morte, e pertanto - ecco il secondo principio - dovrà assumere la pluralità di visioni teologiche e non, che si esprimono nella società italiana. Tra le altre vi è anche quella dei Valdesi e dei Metodisti per i quali la vita è un dono e una grazia di Dio, che si vive nella relazione con il prossimo e con il Signore che ci ha creati. Ma la vita biologica - un cuore che pulsa in un corpo spento e mantenuto vitale solo con degli artifici - è un'altra cosa. Come per noi un ovulo fecondato è un'altra cosa rispetto ad un feto, e un feto al terzo mese è cosa diversa da un feto al quinto o da un bambino nato. 
Insomma, da credenti sentiamo il pericolo di un'idolatria biologica che finisce per essere strettamente apparentata all'accanimento terapeutico e al rifiuto di ogni legislazione sull'interruzione di gravidanza. Nei giorni scorsi questa nostra posizione ha avuto pochissimi spazi per esprimersi. Nessun conduttore di talk show, nessun direttore di tg, nessun editorialista ha pensato di richiamarla e valorizzarla. Nello schema bipolare della cultura e della politica italiana - laici e cattolici - non sembra esserci spazio per dei cristiani diversi, che oltre a confessare Gesù Cristo si dichiarano anche convintamene laici. 
Il terzo principio che voglio richiamare è quello della libertà di coscienza. Quando si legifera su quello spazio eccezionalmente sensibile che sta tra la vita e la morte, ogni norma deve ammettere una "riserva etica". Riconoscere la libertà di disporre un testamento biologico che respinge terapie invasive e ogni forma d'accanimento terapeutico non significa che si debba necessariamente agire in questa direzione. Questo vale per chi farà il testamento biologico ma anche per i familiari che, in assenza di un'esplicita volontà del malato, dovranno decidere per lui; così come per il personale sanitario che dovrà eseguire le volontà testamentarie. Come accade per l'aborto la possibilità di abortire non significa che si debba necessariamente farlo. E proprio in questo spazio ristretto - tra la disponibilità di una norma e la libera scelta individuale - il cristiano può rendere la sua testimonianza per la vita. Per affermare i suoi valori non ha bisogno dello scudo della legge, ma solo della forza disarmata della sua fede.


  



tratto da: Liberazione, 
11 febbraio 2009, pp. 1 e 5.

martedì 10 febbraio 2009

VITA: DIGNITA' E RISPETTO SEMPRE. PER TUTTI

Nascita morte o vita?
di Giorgio Tourn

Il caso sofferto e doloroso di Eluana Englaro è stato seguito con spirito partecipe e fraterno dalle persone rispettose, molto meno dai mass media.
Ha comunque posto all’attenzione del pubblico italiano un problema di grande portata non solo sul piano etico ma anche spirituale, quello della morte. Suggeriamo qui una riflessione sulla scorta di alcuni documenti fra i molti che ci è stato dato leggere in questi ultimi tempi.

Il quotidiano La Repubblica pubblicava il 4 gennaio u.s. due articoli di Eugenio Scalfari e Adriano Sofri. Il primo, sul tema dell’etica della morte e della vita, faceva il punto sul dibattito in corso. Scalfari rivendicava la legittimità dell’etica laica nei confronti della posizione della chiesa e contestava la sua pretesa di essere l’unica autorizzata a dare normativa in questo campo. Nulla da eccepire, è la posizione di tutti i paesi civili e su questo terreno gli evangelici non hanno alcuna fatica a dialogare. Ma si potrebbe però far osservar a questi amici laici che l’esistenza è troppo complessa per potersi ridurre nello schema di una scelta responsabile di tipo kantiano. Creature ragionevoli, responsabili di noi stessi, guidati dalla nostra coscienza, sappiamo cosa dobbiamo e vogliamo fare di fronte alla morte che è tutto sommato il termine logico, naturale di una esistenza. Certo, ma tutto qui? Fatto il testamento biologico abbiamo risolto gli interrogativi dell’esistenza? Siamo kantiani anche noi ma il maestro di Koenigsberg conosceva anche il male assoluto; l’esistenza non si riduce alla scelta responsabile del soggetto. Il cristianesimo non è un umanesimo spiritualizzato. Si tratta, è vero, di un tema di riflessione da valutare più avanti, per ora la battaglia è per il testamento biologico.
Un secondo spunto di riflessione ci viene invece da un singolare lavoro dello scrittore svedese Wijkmark, La morte moderna che immagina la creazione di una Commissione governativa incaricata di pianificare la morte dei cittadini riutilizzandone le spoglie per regolare la popolazione e ridurre i costi del Servizio Sanitario. Romanzo paradossale possibile solo in una cultura nordica così intrisa del tema della morte. Può lasciare interdetti e pieni di orrore solo gli sprovveduti perché il problema della organizzazione e gestione del morire esiste in concreto, e del morire non terminale, ma comune, non siamo forse tutti organizzatori del nostro morire nel curare il corpo, nell’intervenire medicalmente chirurgicamente, trapiantando organi? E’ la ragionevole e doverosa cura di sé, della salute, si dirà, certamente ma è pianificare un futuro il cui orizzonte di morte è allontanato sempre più.

Il terzo testo che ci fornisce materia di riflessione, pubblicato sul n. 1 della rivista Confronti, ci viene dal professor Daniele Garrone della Facoltà valdese di teologia che qui riproduciamo:

«Non voglio fare un discorso in generale. Voglio dire come la penso io, per me e per nessun altro. E sostenere al tempo stesso che questa mia personalissima posizione, che posso articolare razionalmente, eticamente, spiritualmente e teologicamente, è universalizzabile non nel senso che deve valere per tutti, ma nel senso che l’accoglimento della mia richiesta non esclude, anzi comprende l’analogo rispetto di quella opposta. Il viceversa, purtroppo non vale. Rispettare la volontà di Giorgio Welby ed Eluana Englaro non obbliga nessun altro, mentre accogliere in etica pubblica i dettati delle gerarchie cattolico-romane obbliga Giorgio ed Eluana a morire come altri ha deciso, per di più – dico io – in nome di una astratta ideologia della vita a cui si pretende sia conferito uno status sovraordinato rispetto ad altre ideologie o visioni del mondo altrettanto rispettabili. Trattare l’altro come un fine e non come un mezzo è un criterio fondamentale di un’etica che si voglia universalistica.

Potrebbe capitare anche a me di trovarmi nella situazione di Eluana. Voglio anch’io, in piena libertà e responsabilità, per me, che siano sospese le cure che potrebbero tenermi, anche per decenni, nello stato di Eluana. Rifiuto, per me, l’interpretazione secondo cui sarei fatto morire di fame e di sete. Quel tipo di alimentazione – come spiega con pacatezza e ragionevolezza esemplari il Dottor Marino – fa parte di una serie di sofisticatissime cure, possibili solo da pochi attimi – se misuriamo il tempo sullo sfondo dell’evoluzione dello homo sapiens sapiens – grazie ad una del tutto "innaturale" tecnologia. È uno dei risultati dello sforzo umano di contrastare il corso naturale degli eventi e di combattere malattia, morte e dolore (che per me cristiano evangelico non ha alcun valore redentivo).

Proprio dicendo questo, rifiuto espressamente di attribuire all’idea di "natura" un valore etico dirimente. Ho cinquantaquattro anni e – statisticamente – ho raggiunto questa età "contro natura". In Italia, la speranza di vita alla nascita era, nel 1910, di circa 44 anni per i maschi e 46 le femmine, per poi passare, nel 1990, rispettivamente a 73 e 80 anni. Speranza di vita alla nascita vuol dire che si doveva già aver superato una prima prova naturale, il parto. Una volta nato, statisticamente, ognuno di noi avrebbe potuto esser portato via da una delle malattie "naturali" che nel frattempo abbiamo debellato con vaccini e cure. E vogliamo e speriamo di potere andare ancora più avanti, non soltanto nel senso di scoprire altre cure, ma anche di estendere a tutti gli umani i livelli "innaturali" di sopravvivenza e la qualità "innaturale" della vita che oggi sono appannaggio di una parte soltanto dei figli e delle figlie di Adamo.

Non si può parlare di morte "naturale" (che le cure palliative affretterebbero) nel caso di un malato terminale che sia giunto fino a quel punto grazie ad interventi chirurgici, cure chimiche e radiologiche e che magari avesse in precedenza sofferto di altre malattie un tempo incurabili. La "natura" avrebbe già risolto ogni problema con largo anticipo e con metodi drastici. I seri problemi che dobbiamo affrontare non sono dunque "naturali", ma legati all’interazione dell’uomo con la "natura". Non possiamo contrastare la natura con le cure mediche, per poi invocarla quando dobbiamo affrontare i nuovi interrogativi che esattamente questo contrasto ha sollevato. Né sul fronte dei problemi, né su quello delle soluzioni – e sarebbe meglio parlare di scelte – la "natura" può essere invocata come criterio sufficiente e dirimente. Comunque, non per quel che riguarda la mia vita e la mia morte.

Per me, è fondamentale un aspetto etico di cui mi sembra non si parli punto: se si tengono occupati per me, per anni e decenni, il macchinario e il personale necessari a tenermi in quella "vita", le stesse risorse sono precluse a qualcun altro che forse potrebbe poi uscire dal coma. Io non voglio che quella eventualità si presenti in nome mio. Io voglio lasciare libero quel posto, senza peraltro negare ad un altro il diritto di tenerlo occupato sine die se lo preferisce. Rivendico però la legittimità e la drammaticità etica dell’interrogativo: che fare se c’è una macchina sola e due o più persone che ne hanno bisogno? Per quanto sta a me, scelgo l’opzione di lasciare libere le cure e i macchinari messi a mia disposizione. Questo indirizzo ha come unico presupposto il parere medico che la situazione è "a viste umane", come si dice, irreversibile. Le mie e le nostre decisioni responsabili sono sempre "a viste umane". Per me io accetto, anzi richiedo, questo margine di valutazione medica e per me lo riconosco come valido sin da ora.

Vivo e dico tutto questo a testa alta, davanti a Dio e con Dio, nella libertà che mi ha donato e nella responsabilità a cui mi ha chiamato, fidandomi di lui. Lo vivo e lo dico in preghiera, nella riconoscenza per tutto ciò che mi è stato donato; e con la volontà di non idolatrare la mia vita; e nella speranza che "ciò che è mortale sia assorbito dalla vita" (2 Cor 5,4). Ritengo che in tutto questo Dio non mi respinga come un nemico della sua legge, ma mi accolga come un peccatore perdonato, cosa che del resto fa in ogni momento della mia vita. Insomma, vivo anche questo nella prospettiva della fede, che non è adesione ad un complesso di dottrine e valori, ma relazione personale con colui al quale devo la vita e la libertà. Amen.

Se dovessi trovarmi nella situazione di Eluana, credo dovrebbe bastare leggere questi pensieri – che ora pubblico in questa forma, ma che più volte ho espresso davanti ad una platea di uditori, dunque davanti a testimoni, e dunque in situazioni in cui era di palmare evidenza a tutti che esprimevo liberamente la mia volontà e che ero in pieno possesso delle mie facoltà mentali – per dirimere ogni dubbio circa la mia volontà per me. Posso capire che ci siano obiezioni di tipo giuridico a questo tipo di esternazione, e comunque non tutti hanno la fortuna di pronunciarsi di fronte ad un pubblico. Per questo è necessario che ci sia la possibilità, per tutti, se lo vogliono, di formalizzare le proprie volontà, anche in questo ambito.

È proprio questa libertà responsabile che il papa – autoproclamatosi garante e arbitro di quei diritti umani che la sua Chiesa ha avversato fino all’altro ieri, e interprete autentico della dichiarazione di cui celebriamo il sessantenario – vuole che non passi. Lo asseconda nel nostro paese una nutrita schiera bipartisan di chierichetti atei, che a Dio non credono, ma che al papa piegano se non la schiena e le ginocchia almeno la coscienza, più spesso entrambe. Speriamo vinca la libertà.»

La dichiarazione di questo teologo evangelico si colloca perfettamente nella linea del dibattito attuale ed esprime molto bene la posizione di un cristianesimo evangelico maturo. A far riflettere non è pertanto il contenuto di questo intervento ma la forma; non si tratta di un discorso, una predica, un insegnamento ma una dichiarazione, non insegna agli altri cosa dovrebbero fare,dice semplicemente: io farò, o cercherò di fare, così. Forse su questo tema così dolorosamente personale come la morte non si disquisisce ma è quello che si è. La vita può forse essere tema di discussione e dibattito, la morte no perché di quella degli altri non sai nulla e della tua neppure.

Ma a proposito di vita, nello stesso numero de La Repubblica citato in apertura, Adriano Sofri nella riflessione sul dramma di Gaza notava che "la nostra sensibilità bioetica" si concentra sul nascere e morire dando scarsa attenzione a ciò che sta fra i due: la vita. Nel quadro del suo intervento è chiaro che il riferimento era al problema contingente delle vite distrutte ma il pensiero può essere prolungato in un contesto più ampio. Il senso che diamo all’origine e al termine della vita, al nascere e morire, è in relazione diretta con il senso che diamo alla vita o meglio all’esistenza. Non a caso i testi evangelici hanno fatto un uso accorto dei due termini greci bios (da cui biologia) e zoé, la prima vita nell’ordine naturale, fisico, la seconda con valore di esistenza. La prima è un dato, l’altra un progetto, si guarda al nascere e morire fisico partendo dall’esistenza e la fede attiene all’esistenza non alla biologia.


6 febbraio 2009


tratto dal sito: www.riforma.it

sabato 22 novembre 2008

CARA FAMIGLIA ENGLARO

La sentenza della Cassazione sul caso Englaro ha chiuso, finalmente, una delle più tristi pagine della nostra vita repubblicana. Si poteva temere che le vili pressioni mediatiche potessero intimorire i giudici: non è stato così, e con questa limpida sentenza è stato ribadito lo stato di diritto della nostra democrazia. Ne respira anche la laicità dello Stato, bene prezioso per la libertà di tutti i cittadini e in particolare per la famiglia Englaro che ha portato la propria croce per oltre 16 anni; una croce pesantissima di per sé, e resa ancora più pesante dalle inaudite e ignobili invettive pronunciate da persone irresponsabili e ciniche, del mondo politico come di quello religioso.
Quanti giudizi… e da quali pulpiti!
Cara famiglia Englaro, ora non possiamo che rivolgervi questo augurio: che l’amore che avete saputo dare alla vostra figlia continui a vivere dentro di voi e sia la forza della vostra vita, al di là delle tante parole-pietre prive di misericordia che vi sono state lanciate contro; e che possiate finalmente elaborare questo lutto difficile. Ma sentitevi anche accompagnati dall’affetto di molte persone che non si sono mai permesse di giudicarvi e che vi hanno capito.
La sentenza della Cassazione non ha chiuso il dibattito su che cosa si debba intendere per vita umana, al contrario, lo ha mantenuto aperto. È un caso che ora vi sia grande fretta di varare una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento? Al di là di questa affrettata sensibilità che sembra volersi contrapporre alla sentenza della Cassazione, come mai è cresciuta, in questi anni, l’attenzione a questa specifica questione? Certamente il caso Welby e ora il caso Englaro hanno avuto una funzione di coscientizzazione di massa.
Dal momento in cui la tecnologia medica applicata al corpo umano ha fatto esplodere definitivamente il confine tra natura e vita, questa rottura ha modificato bruscamente e brutalmente l’immaginario del morire, della medicina e del medico. Questi ultimi possono essere amici, ma possono diventare dei potenziali nemici. E se dovesse succedere a me ciò che è successo a Eluana e a tante altre persone che sopravvivono in quelle condizioni? È ancora una società umana, una società che mi impone di continuare a vivere in condizioni di totale incoscienza, senza più relazioni con chi mi sta vicino? Uno stato vegetativo permanente (di questo si tratta) è ancora vita? Che senso può mai avere insistere sul principio astratto (e ideologico) di non-disponibilità della vita quando la vita stessa non è più disponibile per chi la vive?
Che senso può avere il principio di inviolabilità della vita quando quella vita è stata violata e distrutta dal male? La posizione dello Stato Vaticano e della gerarchia cattolica costituiscono veramente uno “straniero morale” inaccettabile per una comprensione evangelica della vita quale ci è testimoniata nelle Scritture. Qui non c’è alcun “evangelo della vita” ma l’esigenza di fare spazio alla vita dell’evangelo, al suo messaggio di liberazione e di promessa. C’è ancora spazio per pronunciare dei giudizi? L’invito evangelico a “non giudicare” richiede piuttosto la nostra conversione: sapere ascoltare la sofferenza e il dolore che gridano al cielo e cercano dei volti umani capaci di condividerli.

Ermanno Genre
docente di Teologia Pratica alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma

tratto da: RIFORMA anno 144 - numero 45 - 21 novembre 2008, p. 1.
www.riforma.it

Eluana Englaro
Reazioni dei protestanti italiani


Roma (NEV), 19 novembre 2008 - "La decisione della Corte di cassazione sul caso Eluana Englaro va nella direzione della tutela della volontà personale di ciascuno: è un atto di giustizia e civiltà che finalmente risponde anche all'amore dei genitori per i propri figli", ha dichiarato il 14 novembre il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). "Si rende ora ancora più necessaria una legge sul testamento biologico. Siamo colpiti - ha aggiunto Maselli - da come per 16 anni si è potuto insistere ad ignorare la volontà chiaramente espressa da Eluana, e come alcuni credenti possano affidarsi più volentieri ad una macchina che all'azione del Signore, il quale è sempre pronto ad accogliere i suoi figli. Come cristiani siamo convinti che la lunghezza della vita non debba essere decisa da noi e, soprattutto, che dobbiamo realizzare la promessa di Gesù: avere vita in abbondanza. Pensiamo forse che il Padre celeste ci offra dopo la morte una vita peggiore di quella dataci dalla macchina? Teniamo ad esprimere la nostra vicinanza e rinnoviamo le nostre preghiere per la famiglia Englaro che affronta un altro momento eccezionalmente difficile e doloroso", ha concluso Maselli

Libertà di cura è anche libertà di rifiutare la cura

Il parere di Luca Savarino, 
coordinatore della Commissione bioetica della Tavola valdese

Roma (NEV), 19 novembre 2008 - "La sentenza che autorizza a sospendere il trattamento di alimentazione e idratazione che tiene in vita Eluana Englaro non può che essere accolta con sollievo, ma senza alcun trionfalismo. Si deve esprimere innanzitutto solidarietà umana e cristiana nei confronti della famiglia Englaro, coinvolta in una scelta tragica", sono le parole di Luca Savarino, coordinatore della "Commissione della Tavola valdese per i problemi etici posti dalla scienza" (Commissione bioetica), a seguito della decisione della Corte di Cassazione sul caso Englaro dello scorso 13 novembre. All'Agenzia stampa NEV ha rilasciato la seguente dichiarazione: 
"Si conclude una vicenda dai tratti paradossali: è paradossale che ad esprimere dubbi sulla possibilità di ricostruire adeguatamente la volontà di Eluana siano proprio coloro che si dicono contrari all’approvazione di una legge sul testamento biologico. E’ paradossale che a ricordare il fatto che Eluana andrà incontro a una morte atroce, la cui atrocità potrebbe essere alleviata, siano proprio coloro che si dicono contrari a un dibattito serio ed approfondito sull’eutanasia. Ritengo doveroso ribadire la posizione, mia personale e della Commissione bioetica della Tavola valdese, a sostegno della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura. La libertà individuale non va guardata con sospetto, non va identificata con l'arbitrio, va esercitata e rispettata. La mia speranza è che questa sentenza pungoli le coscienze e solleciti l’approvazione, da parte del Parlamento italiano, di una legge sulle direttive anticipate di fine vita".
Il Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, massimo organo decisionale della piccola minoranza cristiana italiana, nell'agosto del 2007 aveva votato all’unanimità un ordine del giorno presentato dalla Commissione bioetica a favore di una legge sulle direttive anticipate di fine vita, meglio conosciute come “testamento biologico”. I 180 delegati, pastori e laici, hanno ritenuto che sia “principio di civiltà dare voce, attraverso una legge, alle scelte del malato compiute con coscienza e volontà e in previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero”. 
(Per approfondimenti vedi http://www.chiesavaldese.org/pages/attivita/bioetica.php).

Fonti: Nev 
www.fedevangelica.it
www.chiesavaldese.org

martedì 23 settembre 2008

PER IL TESTAMENTO BIOLOGICO

SOCIALIA                                                                      SUNAS

Convegno

“il servizio sociale, la bioetica e la relazione di cura;
il ruolo della professione di aiuto per il testamento biologico"

Torino, 10 ottobre 2008, 
ore 9,30-16,30
presso l'Educatorio della Provvidenza, 
corso Trento n. 13


Programma:
MATTINO
Apertura Lavori- Intervento della Rappresentante dell’O.N. A.S.Dr.Cristina Odiard, della Presidente dell’O.R. A.S. Dr.B.Salvetti, Patrocinatori e della Presidente di Socialia A.S.Dr.M.C.Spallicci
Dr.Libero Ciuffreda- Il testamento biologico; il parere dell'oncologo
Avv.Giovanna Vernarecci - I confini giuridici dell'autodeterminazione
A.S.Dr.Nicola Martinelli - Metodologia e strumenti per attuare il testamento biologico
Dr.Riccardo Cecioni - L'etica clinica nella pianificazione anticipata dell'assistenza
Ore 12,45 – Intervallo
Ore 13,45 – Ripresa lavori
POMERIGGIO
Lavori sulla progettazione del ruolo e interventi dell'assistente sociale nell'ambito della bioetica. A.S.Dr.Patrizia Lisi- Promozione e difesa della vita; un nuovo spazio per l’Assistente Sociale. E’ prevista una parte teorica e una pratica di conduzione interattiva di gruppo, con stesura documento finale.


Per informazioni, prenotazioni, partecipazioni contattare via email: socialia@virgilio.it o cell.347.0907717, rilasciando i propri dati per le necessarie comunicazioni e iscrizioni. E’ previsto l’attestato di partecipazione.


Per chi fosse interessato, è possibile prenotarsi per un’escursione in Val Pellice per il giorno 11.10.2008, con partenza in treno FS a fine convegno o con mezzi propri. Il programma prevede pernottamento in alberghi di Torre Pellice (To), trattamento di pensione completa o mezza pensione e visite guidate da organizzazione turistica locale nei luoghi storici. Seguirà, per chi ne farà richiesta, programma dettagliato con indicazione località e costi.

venerdì 5 settembre 2008

AI CONFINI DELLA VITA


dal quotidiano: La Repubblica,
www.repubblica.it
Cronaca
(consultato: venerdì 5 settembre, ore 15.10)




Mentre la morte cerebrale continua a far discutere, 
i medici anestesisti 

raccontano il momento delicato del passaggio dall'esistenza alla morte

L'ultimo minuto

Quando la vita finisce


di MAURIZIO CROSETTI


TORINO - Un'ultima scarica di adrenalina, il cuore che smarrisce il ritmo ma ancora non si ferma, la pressione arteriosa che s'impenna. Poi più nulla. Così muore il cervello, così si consuma l'ultimo minuto della vita, prima che i medici stabiliscano la morte cerebrale: un luogo da dove è impossibile tornare. E quel momento non appartiene a filosofi, teologi, politici, opinionisti: ci sono solo un corpo già oltre l'agonia, un medico, un respiratore artificiale e una famiglia che attende l'irreparabile notizia. 

Ospedale Molinette di Torino, reparto di rianimazione. Il professor Pier Paolo Donadio, primario, racconta l'ultimo minuto della vita di un uomo. Quello che accade alle cellule cerebrali quando - come la legge stabilisce da 40 anni - vi è la "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Le inevitabili domande: la persona, quando muore il suo cervello, è morta davvero? Com'è possibile considerare già cadavere un corpo ancora caldo e che respira, anche se collegato a una macchina? Come chiedere ai parenti il consenso all'espianto degli organi? È un viaggio dentro un doppio mistero: la fine della vita, la comprensione della morte dentro un corpo con un cuore che ancora batte. 

Forse la morte abita dentro questo schermo di computer che il professore mostra con delicatezza, voltandolo un po': è un arcipelago di isole blu notte, appena cerchiate di un pallido azzurro. "L'azzurro è l'ossigeno, vede, ormai è solo all'esterno del cervello, tutto il resto non esiste più". Da quell'arcipelago non si torna: è la morte cerebrale vista da una "spect", vale a dire una scintigrafia (liquido di contrasto, immagine, verdetto). Il professor Pier Paolo Donadio, primario di anestesia e rianimazione all'ospedale Molinette di Torino, non ha dubbi: "Io non sono un filosofo e neppure un teologo, pur essendo un credente. Non so cos'è la morte, ma so quando è avvenuta. E so cosa dice la legge, per la quale la morte cerebrale è "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Una condizione dalla quale non si riemerge, mai". 


Un cervello che muore, un corpo che ancora pulsa ma solo perché lo fanno pulsare le macchine, il respiratore, i farmaci. I parenti che aspettano la risposta tremenda, un medico che è testimone infallibile, a presidio di quell'ultimo confine come una sentinella che ha combattuto, più spesso ha vinto ("La rianimazione è un luogo di vita, qui si salvano sette, otto persone su dieci") e qualche volta ha perso. Ma dove abita la morte, professore? "Nel cervello. Il quale si gonfia, per un trauma o una malattia, e la pressione non lascia più entrare sangue e ossigeno. Dopo venti minuti circa, le cellule muoiono e marciscono. L'encefalo si disfa, diventa poltiglia e siamo di fronte a un cadavere che respira artificialmente, però un cadavere senza dubbio". 

Gli ultimi istanti di una vita sono quasi sempre preceduti da quella che tecnicamente si chiama "tempesta neurovegetativa": è il momento in cui, in un certo senso, il cervello si rifiuta di morire anche se è già quasi morto. È il punto di non ritorno che il medico rianimatore segue e accompagna, avendo prima tentato tutto il possibile per evitarlo. "È l'ultima scarica di adrenalina, manifestata da un picco di segni: alterazione del ritmo cardiaco, ipertensione, una sorta di estrema codata del pesce ormai quasi senza ossigeno". Da lì in avanti si è morti anche se non lo è il cuore, non ancora. 

Nell'ufficio del professor Donadio c'è una macchinetta per l'espresso. "Porto qui i parenti, preparo il caffè e accendo il computer". Ecco l'arcipelago della morte blu. "Parlo con loro, spiego con le immagini e mi rendo conto di quanto sia difficile accettare non dico la fine, ma la fine di un corpo che è ancora caldo, che sembra solo dormire, che fa la pipì. Duemila persone sono in quello stato ogni anno in Italia, 200 mila nel mondo e mai nessuno si è svegliato, perché è impossibile". 

Cosa succede quando il medico deve scostarsi e far passare la fine? Come la certifica? Come ne prende atto, senza tema di smentita? "Ogni malattia cerebrale, così come ogni malattia, ha una storia clinica. Io la conosco e parto da lì. Poi verifico l'assenza di determinati riflessi. Illumino l'occhio, e la pupilla non si restringe. Tocco la laringe, e niente tosse. Verso dell'acqua gelata nel timpano, e l'occhio resta immobile. Oltre, naturalmente, all'assenza di respiro spontaneo. L'osservazione di questi dati dura sei ore e viene ripetuta per tre volte. Si effettuano gli elettroencefalogrammi e i riflessi del tronco, lo fanno il rianimatore, il neurologo e il medico legale. Se è il caso si procede alla scintigrafia, ma certamente il percorso è segnato. Una cosa diversissima dal coma, dove il cervello non funziona ma è ancora vivo. Qui, lo ripeto, si tratta di cadaveri". 

Torniamo per un momento davanti alla macchinetta del caffè. La luce del giorno entra filtrata, qui al terzo piano, nello studio del primario. Un pacchetto di Gauloises sulla scrivania, le foto della moglie e dei tre figli alle pareti, un crocifisso, un'icona. Sulle sedie, i parenti di quel cadavere che ancora respira. Capiranno? Perché in quei momenti si parla anche di donazione d'organi. "In tutti questi anni non ho trovato un solo individuo che non abbia capito, poi elaborare il lutto è un'altra faccenda. Mi chiedono se il loro caro è morto davvero, se è stato fatto il possibile e se c'è trasparenza nell'assegnazione degli organi, in caso di eventuale donazione. Le tre risposte sono altrettanti sì. Al massimo, il parente dice: aspettiamo il miracolo. E io pacatamente rispondo, da credente tra l'altro, che il miracolo non contempla la resurrezione". 

In quella terra di nessuno che è la vita sospesa, in realtà una vita già morta che però mantiene alcuni preziosissimi organi, si inserisce il gigantesco tema dei trapianti. Che in Italia nel 2007 sono stati 3.020, per un totale di 1.084 donatori. Il dottor Riccardo Bosco, anestesista, è il responsabile del coordinamento prelievi della regione Piemonte. "Abbiamo una rete di coordinatori locali, specialisti che si occupano di donazioni e dei rapporti con le famiglie dei defunti. Prima di tutto, però, conta la formazione: e noi la facciamo per il nostro personale, compresi i centralinisti e gli addetti alle pulizie". Le ultime polemiche sulla morte cerebrale vi complicheranno il lavoro? "È presto per dirlo. Di sicuro dovremo informare sempre meglio, usando anche quel grande strumento che è Internet". Navigando nel sito "www. donalavita. net" è possibile saperne di più. 

"Lo confermo, le persone che puliscono le nostre sale operatorie sanno perfettamente cos'è la morte cerebrale". Maurizio Berardino, camice celeste (è appena salito dal reparto) è il primario di rianimazione della neurochirurgia delle Molinette. Anche lui, ogni giorno, sentinella sul confine della morte. "La quale, non ho dubbi, abita là dove non si può tornare indietro. Il cuore è un muscolo, il cervello è la sede della nostra identità biologica. La morte cerebrale non ci coglie mai di sorpresa, è un evento atteso che si sviluppa con passaggi segnati e prevedibili, non è un arresto cardiaco. Ma questi reparti non sono l'anticamera dell'obitorio, qui si salvano migliaia di persone e si lotta per garantire la qualità della vita migliore possibile a chi sarà dimesso. Il vero problema è l'ignoranza, è non sapere di cosa stiamo parlando. In fondo, la medicina è fatta di cose semplici". Ma la morte, dottore, la morte del cervello si vede arrivare? "È quell'ultima scarica di adrenalina, è quella tempesta. Il problema diventa raccontarlo alle famiglie, dando loro il tempo di abituarsi all'idea. Spesso bastano quarantotto ore, altre volte non sarà sufficiente un'intera vita". 

Macchine che soffiano come il respiro, monitor che pulsano con gentilezza. Ma poi cosa succede, professor Donadio? Come si varca la soglia ultima, un minuto dopo le sei ore di osservazione? "In quel momento, il medico è di fronte a un preparato biologico dagli occhi in giù. Faccio sempre un esempio: quando muore una nonna in corsia, mica si tiene la flebo nella vena, dopo. Per la morte cerebrale è lo stesso: si staccano i tubi". A quel punto, l'ultimo secondo di vita del cervello è già trascorso, non quello del cuore. "Io spengo il monitor. Perché mi sembra un'inutile agonia anche visiva, quell'onda elettrica sul monitor che perde il passo". 

Siamo alla fine, adesso sì. "Il cuore, anche senza il respiro continua a battere di norma per cinque o sei minuti, che nel caso dei giovani possono diventare venti. Ma quella, da molte ore non era più una persona viva". Perché poi l'ultimo passo è sempre il penultimo. Restano ben vivi coloro che soffrono la perdita. Resta il dovere e il bisogno delle parole per dirlo, per rispondere e chiarire, per confortare. "Però le persone capiscono. Io gli voglio bene, ma bene sul serio, e loro lo sanno". 



(5 settembre 2008)

lunedì 28 luglio 2008

Diritti. Maselli: sul video testamento biologico di Ravasin

Diritti. Maselli: il video testamento biologico di Ravasin è una testimonianza e una sfida

- “Quella di Paolo Ravasin è una testimonianza importante”. Così il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha commentato la registrazione filmata con cui l'associazione Luca Coscioni ha reso noto il testamento biologico di Paolo Ravasin, malato di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e presidente della cellula di Treviso della stessa associazione. “Mentre è ancora forte la polemica sulla decisione del tribunale di Milano riguardante Eluana Englaro – ha dichiarato Maselli –, è estremamente importante la testimonianza di Ravasin, volta a provocare il legislatore affinché si provveda a dar vita al testamento biologico, e a porre di fronte alle coscienze il problema dell'accanimento terapeutico. Come cristiani siamo convinti che la lunghezza della vita non debba essere decisa da noi e, soprattutto, che dobbiamo realizzare la promessa di Gesù: avere vita in abbondanza. Pensiamo forse – ha concluso Maselli - che il Padre celeste ci offra dopo la morte una vita peggiore di quella dataci dalla macchina?”

Roma (NEV - NOTIZIE EVANGELICHE 23 luglio 2008).

venerdì 25 luglio 2008

I ritardi del Parlamento sul testamento biologico

Erika Tomassone: "più che censurare la Cassazione, il Parlamento deve arrivare ad una legge sulle questioni di fine vita"

"Le questioni in gioco non possono essere oggetto di battaglie ideologiche, ma piuttosto di un serio lavoro legislativo"

La Corte di Cassazione non ha "invaso il campo di attribuzioni che spettano al Parlamento, piuttosto è il potere legislativo ad "aver da anni disatteso il suo compito, vale a dire la emanazione di una legge atta a regolare le questioni di fine vita". E' quanto afferma la pastora Erika Tomassone, membro della Commissione bioetica delle chiese metodiste e valdesi, commissione che già ha espresso il proprio parere sul caso di Eluana Englaro.

Secondo Erika Tomassone, "quello che manca in Italia è una legge che, come in ogni Stato di diritto, regoli le azioni dei cittadini e delle cittadine davanti allo Stato, qualunque sia il loro orientamento etico particolare. Più che censurare la Cassazione, il Parlamento, nei suoi due rami, deve seriamente arrivare ad una legge non sull’onda del caso di Eluana Englaro, ma nel rispetto dei cittadini e delle cittadine che, in stato di salute e piena coscienza, possono esprimere le loro volontà come parte di un patto terapeutico in quanto soggetti consapevoli. Se esistesse una tale legge, non ci sarebbe stato alcun bisogno di rivolgersi alla Cassazione".

"In gioco - precisa Erika Tomassone - è il diritto di una persona ad esprimere la sua volontà su situazioni di fine vita, in rapporto a eventuali terapie da mettere in atto oppure no. Questo è il vero nodo nella legislazione italiana, ma anche nella pratica sanitaria. Perché si teme tanto l’assunzione di responsabilità dell’individuo? Nessuno Stato può eliminare dalla mia vita il dilemma etico, e se pretende di farlo muta natura e fa dei suoi cittadini dei sudditi e non degli individui liberi. Forse perché alla parola libertà viene associato l’arbitrio? La parola libertà si lega invece alla parola responsabilità. Farsi carico della propria vita".

"Mi auguro - ha concluso Erika Tomassone - che tutti coloro che in questi giorni utilizzano la situazione coraggiosa e sofferente della famiglia Englaro, per i propri fini ideologici o politici, sappiano fare un passo indietro, perché le questioni in gioco non possono essere oggetto di battaglie ideologiche, ma piuttosto di un serio lavoro legislativo".

Tratto dal comunicato stampa NEV - Notizie evangeliche del 17 luglio 2008

giovedì 10 luglio 2008

Comunicato stampa

La Commissione Bioetica della Chiesa Valdese intende esprimere la propria solidarietà nei confronti della famiglia Englaro e ribadire la propria posizione a favore della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura. I giudici hanno ritenuto dimostrata sia l’irreversibilità dello stato vegetativo della paziente, sia la conformità della scelta di interrompere la nutrizione e idratazione forzate alla volontà espressa a suo tempo da Eluana Englaro, e alla sua concezione della dignità e qualità della vita. “Come cristiani” – afferma una nota della Commissione Bioetica valdese -, “riteniamo sia necessario guardare alle persone viventi e alla loro sofferenza, che non può essere dimenticata in nome di principi universali e astratti, né può essere subordinata a una norma oggettiva e precostituita che venga ritenuta valida in quanto presunta ‘legge naturale’. Crediamo infatti che il cuore dell'etica cristiana debba essere la sollecitudine verso le persone nella loro irrinunciabile singolarità, spesso sofferente, talvolta – come nel caso di Eluana - addirittura tragica: di qui discende, secondo noi, un'idea della medicina come terapia rivolta a soggetti in grado di autodeterminarsi e in grado di decidere il proprio destino. “La libertà individuale non va guardata con sospetto e identificata con l'arbitrio: per questo motivo, e in conformità con le posizioni espresse dall’ultimo Sinodo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, come Commissione Bioetica della Chiesa Valdese sollecitiamo da parte del Parlamento l’approvazione di una legge sulle direttive anticipate di fine vita.”

Commissione Bioetica della Chiesa Valdese