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sabato 25 dicembre 2010

E' NATALE OGNI VOLTA CHE...

QUANDO E’ NATALE ?


E’ Natale ogni volta

che si asciuga una lacrima

negli occhi di un bambino.

E’ Natale ogni volta

che si depongono le armi

ogni volta che si firma un accordo.

E' Natale ogni volta

che si interrompe una guerra

e si schiudono i pugni.

E’ Natale ogni volta

che si obbliga la miseria

ad andarsene via.

E’ Natale sulla terra

ogni giorno.

E’ Natale, fratello,

quando c’è l’amore.


Anonimo

tratto da:

Comitato Italiano per la CEVAA,

In Attesa del Mattino,

raccolta di testi di fede,
a cura di Renato Coïsson.


Stampato ma non pubblicato,
Torre Pellice, 1991,

p. 121.

venerdì 24 dicembre 2010

NATALE ORIGINE DELLA TEOLOGIA CRISTIANA

Nessun sacerdote,

Nessun teologo,

stava alla mangiatoia di Betlemme.

Eppure la teologia cristiana

ha la sua origine

nel miracolo dei miracoli:

Dio divenne essere umano.


tratto da: Dietrich Bonhoeffer,

Meditazioni sul Natale,

a cura di Manfred Weber,

Claudiana editrice, Torino, 2004.

www.claudiana.it

sabato 26 dicembre 2009

QUANDO È NATALE?


E’ Natale ogni volta

che si asciuga una lacrima

negli occhi di un bambino.


E’ Natale ogni volta

che si depongono le armi

ogni volta che si firma un accordo.


E’ Natale ogni volta

che si interrompe una guerra

e si schiudono i pugni.


E’ Natale ogni volta

che si obbliga la miseria

ad andarsene via.


E’ Natale sulla terra

ogni giorno.


E’ Natale fratello,

quando c’è l’amore.



Anonimo

(tratto da:

In attesa del mattino, p. 121)

martedì 6 gennaio 2009

EPIFANIA: come accogliamo Gesù nel nostro cuore?


In un certo senso la chiesa orientale ha ragione a considerare questo giorno dell’apparizione del Signore come la vera festa del Natale. Perché la verità della nostra salvezza non è che il Redentore venga al mondo; la vera questione è in che modo lo accogliamo nel nostro cuore. 
Dio è presente ovunque, ma egli è vicino o lontano da noi a seconda di come ci poniamo nei suoi confronti, 
e questa è la domanda che la festa dell’Epifania ci rivolge: 
come diviene visibile Dio nella nostra vita 
e come possono i nostri occhi 
divenire capaci di cogliere la sua luce tra ciò che non appare?



tratto da: Eugen Drewermann,
Il Cielo Aperto. Prediche per l’Avvento e il Natale, 
(Spiritualità 63), traduzione dal tedesco di Claudia Murara, 
Editrice Queriniana, Brescia, p. 342.
 

l'immagine è tratta da: www.qumran2.net

sabato 27 dicembre 2008

Se c'è amore è Natale!

LA SCATOLA DI BACI

La storia ebbe inizio molto tempo fa, quando un uomo punì sua figlia di 5 anni per la perdita di un oggetto di valore ed il denaro in quel periodo era poco.

Era il periodo di Natale, la mattina successiva la bambina portò un regalo e disse: 
“Papà è per te”.

Il padre era visibilmente imbarazzato, ma si arrabbiò moltissimo quando, aprendo la scatola vide che dentro non c’era nulla.

Disse in modo brusco: 
“Non lo sai che quando si fa un regalo, si presuppone che nella scatola ci sia qualcosa?”.

La bimba lo guardò dal basso verso l’alto e con le lacrime agli occhi disse:
 “Papà…non è vuota. Ho messo dentro tanti baci per te fino a riempirla”.

Il padre si sentì annientato. S’ inginocchiò, mise le braccia al collo della sua bimba e le chiese perdono.

Per tutto il resto della sua vita, il padre tenne sempre la scatola vicino al suo letto e quando si sentiva scoraggiato o in difficoltà, apriva la scatola e tirava fuori un bacio immaginario ricordando l’amore che la bambina ci aveva messo dentro …

Ognuno di noi ha una scatola piena di baci e amore incondizionato, dei nostri figli, amici e Dio.


NON CI SONO COSE PIÙ IMPORTANTI
CHE SI POSSANO POSSEDERE


                   Anonimo


Se non c'è Amore non è Natale

I regali nello sgabuzzino


Il postino suonò due volte. Mancavano cinque giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. 

«Avanti», disse una voce dall'interno. 

Il postino entrò. 
Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d'ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c'era un vecchio. 

«Guardi che stupendo paccone di Natale!» disse allegramente il postino. 

«Grazie. Lo metta pure per terra», disse il vecchio con la voce più triste che mai. 

Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Intuiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l'aria di spassarsela bene. Allora, perché era così triste? 
«Ma, signore, non dovrebbe fare un po' di festa a questo magnifico regalo?». 

«Non posso... Non posso proprio», disse il vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: «Da tua figlia Luisa e marito». Mai un augurio personale, una visita, un invito: «Vieni a passare il Natale con noi». 
«Venga a vedere», aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. 
Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. Il vecchio aprì la porta. 

«Ma...» fece il postino. 

Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. 

«Ma non li ha neanche aperti!» esclamò il postino allibito. 

«No», disse mestamente il vecchio. «Non c'è amore dentro».


                                                                                Bruno Ferrero

venerdì 26 dicembre 2008

NATALE - PASQUA

E' Natale o è già Pasqua?



Gesù nasce a Betlemme. 

Colui che si donerà a noi ogni giorno sotto 
forma di pane, 
nasce proprio nella "Casa del Pane". 


Gesù viene rifiutato dalla città e nasce fuori dalle mura. 

Come sarà rifiutato dalla città e morirà fuori dalle mura di Gerusalemme.
  

Gesù nasce in una grotta. 
Come sarà posto, dopo la croce, in una grotta. 


Gesù viene posto in una mangiatoia, 
luogo in cui si pone il cibo. 

Come si farà per noi cibo per la nostra vita eterna. 


Gesù viene avvolto in fasce. 
Come verrà avvolto in fasce una volta deposto dalla Croce. 


Ma è Natale o è già Pasqua!


tratto da: www.qumran2.net

giovedì 25 dicembre 2008

PRESEPIO PER I PROTESTANTI ?!




l'immagine è tratta da: www.qumran2.net


Ho qui ripreso, di seguito, con alcune piccole modifiche, il mio articolo apparso nel periodico:
«Tempi di Fraternità – donne e uomini in ricerca e confronto comunitario», 
n. 10, anno trentatreesimo, dicembre 2004, pp. 14-16.

Uno sguardo cristiano-protestante sul presepio

1. Presepio per i cristiani-protestanti ?!?

corona dell’Avvento, ghirlande e pigne, albero di Natale, vanno bene, sono doc per i protestanti, ma… il presepio …?!?, il presepio no, non appartiene come sensibilità spirituale al mondo protestante, al riguardo si possono avanzare due serie obiezioni a sostegno del rifiuto del presepio da parte evangelica:
- rifiuto di tipo teologico;
- rifiuto di tipo pedagogico.

- Il rifiuto di tipo teologico si basa sul divieto biblico, la seconda delle Dieci Parole, il secondo comandamento afferma infatti:
«Non farti scultura, né immagine alcune delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE il tuo Dio, sono un Dio geloso», Esodo 20,4-5; Deuteronomio 5,8-9.


- Il rifiuto di tipo pedagogico è per evitare che il bambino crescendo accomuni la sorte di Babbo Natale e Gesù bambino, si delinea il rischio che una volta dissolta la convinzione sull’esistenza del primo, per l’effetto ‘trascinamento’, anche Gesù diventerebbe un balocco buono soltanto per il periodo dell’infanzia.


2. un nuova prospettiva sul presepio

Considerate le obiezioni di cui sopra, per una rivalutazione del presepio da parte cristiano-protestante occorre inquadrare in maniera del tutto diversa, nella forma e nel contenuto, la rappresentazione della nascita di Cristo.
Questo comporta l’interrogarsi su alcuni pregi che possono, all’inizio cautamente ma poi decisamente fatti emergere da un’utilizzo del presepio come strumento di richiamo e di divulgazione biblica, per una didattica fruttuosa a partire da uno spunto interessante per ri-meditare alcune figure bibliche.

Innanzitutto:

- Gesù: è stato un Bambino in un mondo che già all’epoca con Erode uccideva i bambini. In Matteo e Luca abbiamo i racconti dell’infanzia che ci ricordano l’importanza, la difficoltà, e la gioia di un bambino che arriva tra noi;

- Maria e Giuseppe: finalmente possono essere visti come figure terrestri, e senza sdolcinatura, si può affermare l’importanza e la solidità di questo ‘ritratto’: quello di una coppia che si ama e che si coccola il proprio bambino;

- gli Animali sembrerebbero la parte più controversa: da una parte sono una parte costitutiva del presepio tradizionale, ma, d’altra parte, non hanno riscontro nei racconti evangelici della natività. Bisogna però tener presente che all’epoca persone e animali condividevano gli stessi ambienti, e soprattutto non si può certo dire che vi sia il silenzio nella Bibbia su episodi e vicende che concernono gli animali! Basti qui citare: nel Primo Testamento l’asina di Balaam, libro biblico dei Numeri capitolo 22; e poi: Gesù «stava tra le bestie selvatiche» Marco 1,13, il riferimento è a Gesù in età adulta, all’inizio della sua attività pubblica!
Nella Bibbia e nella successiva tradizione artistico-letteraria-musicale la simbologia animale è stata richiamata per rappresentare Cristo con animali veri ma anche con animali leggendari, fra gli altri: l’unicorno, il pellicano, il leone, la tigre;

- i Pastori: sono coloro che all’epoca erano considerati ai margini della società, nel racconto della Natività c’è una grande nota di attenzione e di considerazione nei loro confronti.
Luca 2,14: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!» questo dice il testo biblico e non il fuorviante: “pace in terra agli uomini di buona volontà!”, si tratta di uno spostamento d’accento significativo: sull’iniziativa di Dio che va incontro alle persone;

- gli Angeli: la figura dell’angelo, solitamente sequestrata dal consumismo religioso e commerciale, inquadrata anch’essa correttamente (cioè secondo il dato biblico) permette di riscoprire l’importanza del messaggero di Dio, nell’angelo è Dio medesimo che ci raggiunge. L’angelo biblico è un comunicatore della Parola, non ha bisogno, solitamente, di descrizioni immaginifiche e fuori dalla norma, appartiene alla quotidianità. Come dice il teologo Claus Westermann: «Gli angeli di Dio non hanno bisogno di ali».*

* Claus Westermann, Gli Angeli di Dio non hanno bisogno di Ali. Riflessioni e letture bibliche, 
traduzione di Teresa Franzosi, (collana I Triangoli), Edizioni Piemme, 1995, Casale Monferrato (AL).


- i Magi: nella narrazione biblica si usa il plurale, quindi erano più di uno ma il loro numero non è riportato (il tre è poi sorto anche e soprattutto in riferimento ai tre doni che portano); non sono riportati i nomi (una tradizione successiva li chiamerà: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre), nella narrazione biblica non si dice che sono dei re (e questo comunque non sminuisce il loro omaggio al bambino Gesù!).
La parola biblica può illuminare il presepio di cose genuine e di altre secondarie, riscoprendo persone e vicende bibliche e della tradizione cristiana successiva che meritano di essere conosciute.


3. Didattica del presepio:

Per l’elaborazione dello schema seguente ho ripreso, con alcune varianti, lo specchietto con i temi su cui riflettere e lavorare proposto da Roberta Colonna Romano da lei elaborato con molta competenza: 

argomento ricerca biblica ricerca storico-geografica
o 
scientifica

Gesù ( Yehôsûa΄ ) 
Evangeli di Luca e Matteo 
i neonati: cure, modi di vestirli,
 a seconda dei paesi e delle culture,
in diverse epoche, nelle civiltà mediterranee.

Maria ( Miriàm ) 
Evangeli di Luca e Matteo 
condizione della donna in Israele.
Abbigliamento, modo di viaggiare.
Censimenti: nell’antichità ed ai nostri giorni.


Giuseppe ( Iosef )
Evangeli di Luca e Matteo 
vivere in un paese sotto l'occupazione dell'Impero Romano.

gli Animali 
gli animali nella Bibbia,
nella tradizione artistica,
alcuni animali sono considerati simboli di Gesù Cristo.


i Pastori 
Evangelo di Luca 
condizione dei pastori in Israele;
 la pastorizia al giorno d'oggi;

gli Angeli 
Evangeli di Luca e di Matteo
 vari modi di raffigurarli 
(sogno di Giuseppe) 
gli angeli nell’arte del Nuovo e dell'Antico Testamento.

i Magi 
Evangelo di Matteo astrologia e astronomia
profezie in Mesopotamia e, in genere, in Oriente.

la stella 
Evangelo di Matteo 
natura delle comete

la capanna 
Evangelo di Luca
 abitazioni in Israele e nel bacino del Mediterraneo.

la neve 
clima di Israele



4. Quali contatti con il presepio di francescana memoria ?

Nella memoria dei protestanti, Francesco d’Assisi è sentito in gran parte vicino alla fede evangelica. Le sue ‘somiglianze di fede’ con Valdo ( la cui vicenda di fede, precede di alcuni anni quella di Francesco. Valdo è all’origine del movimento dei ‘Poveri di Lione’ da cui sorgeranno i movimenti valdesi medievali) sono notevoli: il richiamo ad una predicazione di fede vissuta nella povertà come stile di vita che rovescia ambizioni ormai consolidate; la nonviolenza e il rifiuto della guerra.
Francesco d’Assisi storicamente è inquadrato nella tradizione cattolico-romana, il suo messaggio ha però valicato gli steccati confessionali. 
(Francescani, uomini e donne, sono presenti con un proprio ordinamento anche tra i luterani e gli anglicani). 
Il messaggio francescano è attuale nel cercare un rapporto diverso con la natura e tutto il creato e le creature; di estrema attualità è altresì il suo tentativo di dialogare.
Sono due i punti di contatto che in quanto cristiano-protestante mi sento di condividere con altri cristiani riflettendo sul presepio ideato da Francesco.

Primo punto di contatto:

- Per il Natale del 1223, nel paese di Greccio*,  

* Il paese di Greccio è nel Lazio, in provincia di Rieti, ancora oggi si svolge il presepio. La memoria di quell’evento è mantenuta viva. Il presepio proposto ha delle caratteristiche peculiari: non è quello tradizionale con i personaggi tipici della Natività: i personaggi del presepio di Greccio, infatti, non sono quelli della famiglia di Gesù, troviamo invece i personaggi e la riproposizione dell’ambiente dell’epoca per rammentare cosa accadde in quella notte del XIII secolo per cui troviamo: Francesco d’Assisi, i frati, il cavaliere Giovanni Velita (con il titolo di signore di Greccio) e sua moglie Alticama.

Francesco organizza la rappresentazione della Natività.
Francesco, che in tempo di crociate belliche per (ri)conquistare violentemente la “Terra Santa”, era riuscito invece a parlare con il “lupo” cioè con il Sultano, Francesco aveva cercato, in qualche modo, di dialogare facendo tacere le armi. 
Francesco si rende conto che non c’è bisogno di partire armati per
combattere per la fede, la terra santa è dentro ognuno di noi, riecheggiano le parole dell’apostolo Paolo:
«Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?». Là dove siamo, abitiamo, viviamo, speriamo e amiamo ecco è il luogo dove Cristo nasce: nei nostri cuori e nei luoghi dove ogni giorno ci troviamo e ci ri-troviamo.
Una scelta di fede che squarcia il buio dell’epoca e di quelle successive: la nostra più che mai ha bisogno di questo raggio di sole. Una scelta che adotta la nonviolenza: infatti, non si va a combattere per la fede, in quanto non ci sono dei luoghi “più santi di altri che richiedono che sia versato del sangue ”, si pensi alle parole che Gesù rivolge alla Samaritana nell’Evangelo di Giovanni 4,23: «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: poiché il Padre cerca tali adoratori» è Dio che s’incammina in pellegrinaggio verso di noi!
Tutto ciò comporta una precisa scelta di fede con una conseguente metodologia nonviolenta ed uno stile di vita sobrio il che non significa piatto e banale.

- Secondo punto di contatto:
 
è la possibile partecipazione attiva alla Natività, diventando parte attiva e costitutiva della rappresentazione. Si può fare un parallelo con quello che sosteneva il filosofo danese protestante Søren Aabye Kierkegaard (1813-1855) che bisogna essere ‘contemporanei di Cristo’ che significa essere lì presenti dove Gesù sta predicando il Regno di Dio, guarendo i malati, ascoltando i bisognosi, resistendo al male, pregando. Fare parte della narrazione biblica, questo vuol dire diventare protagonisti delle vicende bibliche, sentirsi coinvolti nelle vicende descritte nei due Testamenti, 
per vivere davvero la Bibbia, nella Bibbia!


                                                                              Maurizio Abbà



breve nota bibliografica:

- Tonino Conte, …e San Francesco inventò il presepio, illustrazioni di Emanuele Luzzati, Il Melangolo, Genova, 2002 - volume realizzato in collaborazione con la città di Torino - . (Tonino Conte ha fondato nel 1975, insieme ad Emanuele Luzzati, il Teatro della Tosse di cui è direttore artistico). 
- Da questo volume, - p.15 e p.42 - sono tratte le illustrazioni di Emanuele Luzzati riportate nell'articolo apparso sulla rivista: Tempi di Fraternità

- Roberta Colonna Romano, "Didattica del presepio",
 in: 
«La Scuola Domenicale – rivista del consiglio nazionale scuole domenicali del servizio istruzione ed educazione della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia», luglio 1993, anno C – n.1, pp. 107-116; lo schema sopra riportato (con alcune modifiche) è tratto da p. 111.




mercoledì 24 dicembre 2008

Non siamo soli


Dio con noi
di Agostino Garufi

«La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome ‘Emmanuele’, che interpretato vuol dire ‘Dio con noi»
(Matteo 1/23)

La nascita di Gesù, che noi celebriamo a Natale, è il compimento di una grande promessa di Dio contenuta nel libro del profeta Isaia (7/14), e riportata nell’evangelo di Matteo. A Natale Dio, facendosi creatura umana in Gesù Cristo, si è reso l’Emmanuele, che vuol dire "Dio con noi". Quale grande e meravigliosa parola è questa! Ma che significa esattamente?
Tante volte essa è stata intesa e usata in sensi diversi da quello dell’Evangelo, cerchiamo innanzitutto di escludere il significato che essa non ha.
Diverse volte nella storia la parola "Dio con noi" è stata usata in senso particolare, esclusivo, come se Dio si fosse messo con gli uni e non con gli altri, o addirittura contro gli altri. Questo credevano e dicevano i Crociati da una parte e i Musulmani dall’altra. In tempi vicini a noi i Nazisti tedeschi hanno inteso e affermato che Dio fosse dalla loro parte e che li sostenesse nella loro lotta per assoggettare il mondo al loro potere. E oggi ancora settari e fanatici di varie correnti e organizzazioni parlano più o meno in questo modo.
La verità evangelica è che Dio si è messo dalla parte di tutta l’umanità e quindi è con ogni essere umano, chiunque egli sia, ed ha operato ed opera per la sua redenzione. Quando Dio in Gesù Cristo si è fatto essere umano si è unito ad ogni creatura umana e si è reso solidale con ciascuna di esse, senz’alcuna discriminazione o esclusione. E se Dio ha fatto una scelta, questa scelta è l’essere umano, così com’è nella sua condizione: nella sua caduta, nella sua miseria, nella sua sofferenza, nella sua stessa morte, per salvarlo. (cfr. Gal. 3/27-28).
Ora, Dio ha fatto questo solo per amore, un amore del tutto misericordioso e generoso. Gesù stesso ci dice nell’Evangelo: "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Giov. 3/16).
"Emmanuele" = " Dio con noi"! Da quando Gesù è nato nessun essere umano è più senza Dio! "Senza Dio" è la traduzione italiana della parola greca "àteo". Ma da Natale in poi, evangelicamente parlando, nessuno è più "àteo". Possono esserci dei non credenti, degli uomini e delle donne che non riconoscono ancora Dio, ma non c’è più alcuna creatura umana con la quale Dio, in Cristo, non si sia reso e non rimanga del tutto solidale.

Ma come intendere questa presenza, questa vicinanza, questa solidarietà e quest’azione salvifica di Dio verso tutti noi?
Forse noi pensiamo che dovremmo vederla in modo manifesto, potente ed evidentemente trionfante, perché riteniamo che questo si addica alla stessa natura di Dio. Pensiamo che se Dio è onnipotente e misericordioso, e se come tale Egli è con noi, dovremmo riscontrarlo concretamente nella realtà della vita. Così pensiamo che la nostra vita dovrebbe essere liberata qui ed ora da tutto ciò che l’affligge e la travaglia, che dovrebbe diventare una vita facile, anzi felice, prospera, che superi ogni difficoltà e che guarisca da tutte le malattie, almeno da quelle più gravi e dolorose, una vita insomma colma di beni e che duri serenamente fino a tarda vecchiaia. E invece la nostra esperienza è ben diversa: anche dopo quel Natale e persino dopo il Venerdì Santo e la Pasqua, cioè dopo il sacrificio e la risurrezione redentrice di Cristo, anche dopo la sua vittoria su ogni male e sulla morte a nostro favore, la nostra vita si svolge ancora nella sofferenza, nelle avversità, nelle angosce, fino alla morte, e a volte nella morte più travagliata. Dov’è, allora, questo "Dio con noi"?

La risposta a questo tormentoso interrogativo si trova già nella stessa storia di Natale. Là noi non vediamo un Dio che scende gloriosamente dal cielo per affermare vistosamente la sua potenza e il suo regno, spazzando via tutti i mali che affliggono l’umanità; ma vediamo semplicemente un piccolo neonato, simile a tutti gli altri, anzi più povero e debole di altri, e - solo per fede - possiamo scorgere in lui Dio che si fa uomo, rivestendo e vivendo tutta la nostra condizione umana di povertà, di miseria, di debolezza, di sofferenza, fino alla morte, affinché - proprio qui dove noi siamo piccoli, poveri, miseri, deboli, vulnerabili, mortali, sofferenti e tribolati, perfino nella nostra stessa morte, - non fossimo più senza Dio, e affinché, proprio qui in questa nostra umana condizione, Egli operasse dal di dentro di essa per la nostra redenzione e salvezza. E qui, proprio qui, la risurrezione di Cristo rimane il pegno e la promessa certa di questa liberazione.
Così, dal momento che "Dio è con noi" e "per noi", come scrive l’apostolo Paolo nella sua epistola ai Romani, ormai non c’è più niente che può essere contro di noi da non farci realizzare la nostra salvezza, anzi Dio, che amorevolmente, sapientemente e potentemente veglia su tutta la nostra vita, fa cooperare ogni cosa, anche le più avverse e dolorose, al nostro vero ed eterno bene. Perciò l’Apostolo aggiunge: "Io sono persuaso che né morte, né vita, né cose presenti, né cose future, né forze del cielo, né forze della terra, che niente e nessuno potranno mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore" (Rom. 8/31-35).

Questo è il messaggio di Natale! E non soltanto di Natale, ma anche del Venerdì Santo e della Pasqua, cioè del sacrificio e della risurrezione di Cristo!
Questo messaggio ci mostra che Natale non è necessariamente stare bene e passare una bella e felice giornata di festa; e non è neppure guarire dalle malattie, uscire dalle situazioni più angosciose e poter risolvere i problemi che maggiormente ci travagliano. Secondo l’Evangelo, il Natale è vivere anche in queste condizioni, conoscendo nella fede la grande gioia, la vera consolazione e la forza meravigliosa che ci viene dal sapere che proprio qui non siamo più abbandonati a noi stessi, perché proprio qui Dio è realmente con noi ed opera per la nostra piena redenzione. Natale è la festa della fede e della speranza!
Questa gioia evangelica va manifestata allora nel nostro agire quotidiano, dove la fede nel "Dio con noi" diventa anche amore di "noi con gli altri e per gli altri", cioè comunione fraterna, condivisione, solidarietà umana, e aiuto a chi ne ha bisogno, vivendo ed operando tutti i giorni nello spirito del Natale, che è appunto quello del dono generoso e gratuito di sé agli altri e per gli altri.


tratto dal sito: www.chiesavaldese.org
(consultato in data: mercoledì 24 dicembre 2008 ore 12.15).

domenica 21 dicembre 2008

Il significato del Natale

DIALOGHI CON PAOLO RICCA

Natale: una mitologia?

L’avvicinarsi della festività della nascita di Gesù mi offre argomento per alcune osservazioni su questo tema, nel quale scorgo, a mio modo di vedere, importanti percentuali di mitologia. La leggenda del Natale, infatti, è riportata da due evangelisti – Matteo e Luca – ma in modi così divergenti da escludersi a vicenda.
Secondo Matteo la nascita di Gesù avvenne durante l’ultimo anno del regno di Erode il grande, da cui la strage degli innocenti (ne sarebbe stato capace), la fuga in Egitto, ecc. Sempre secondo Matteo, l’annunciazione fu data in sogno a Giuseppe, ultimo discendente della stirpe regale di Davide. Secondo Luca, invece, la nascita avvenne quando la Giudea era già dominio romano (almeno 10 anni dopo) e quindi soggetta al censimento voluto dall’imperatore Ottaviano Augusto. Inoltre, secondo Luca, Giuseppe discenderebbe da una stirpe sacerdotale nella quale compaiono tutt’altri nomi.
Una cronologia esclude l’altra. Ma non basta, perché in entrambe sono presenti elementi mitici: annunciazione angelica a Maria (non a Giuseppe e non in sogno), parto verginale, cori angelici, nascita in una stalla vuota (Luca), adorazione dei Magi guidati da una stella (Matteo) che va a fermarsi sopra la casa (non stalla) della natività. Tutte cose che fanno pensare a «miti di fondazione» come la leggenda di Romolo e Remo per la fondazione di Roma. Infatti le divergenze sopra dette sottraggono attendibilità storica ai racconti della natività e fanno pensare a una leggenda.
La cosa, di per sé, non avrebbe molta importanza (gli evangelisti Marco e Giovanni non ne parlano neppure) poiché quello che conta è il contenuto dell’insegnamento di Gesù, non le circostanze della sua nascita. Stiamo però attenti a non prendere per oro colato tutto ciò che dicono gli evangeli, nei quali, come ho detto, è presente anche una percentuale di mitologia (contraddittoria per di più).
Gradirei sapere se il prof. Ricca condivide o meno le mie osservazioni.
Sergio Bilato – Verona

Condivido senz’altro le osservazioni del nostro lettore sulle divergenze notevoli (egli non le elenca neppure tutte!) tra le due tradizioni evangeliche sulla nascita di Gesù, contenute rispettivamente nei capitoli 1 e 2 di Matteo e nei capitoli 1 e 2 di Luca. A questi ultimi bisogna aggiungere la genealogia di Gesù collocata da Luca subito dopo il racconto del battesimo (3, 23-38), mentre in Matteo si trova proprio all’inizio della sua narrazione (1, 1-15): le due genealogie sono anch’esse molto diverse. Concordo anche, almeno in parte, con i dubbi del nostro lettore sulla attendibilità storica di questi «evangeli – o racconti – dell’infanzia» (come vengono chiamati dagli studiosi), non però nel senso di un dubbio radicale su tutto ciò che vi si trova, ma nel senso che in essi «l’interesse teologico domina su quello storico», come scriveva Giovanni Miegge già nel 1951. Questo significa che quei capitoli non mirano tanto a fornire dati storici accurati sulle circostanze e il luogo della nascita di Gesù, quanto piuttosto ad affermare due verità costitutive della fede dei primi cristiani: la prima è l’ascendenza davidica di Gesù, quindi la sua messianicità espressa nell’appellativo «Figlio di Davide» con il quale egli è spesso salutato dalla folla; la seconda è la divinità originaria della sua persona fin dalla nascita, quindi la sua qualità di «Figlio di Dio» (oltre che di Maria), acquisita non dopo il battesimo, o dopo la risurrezione, ma posseduta già nel concepimento.

Il lettore dell’evangelo dovrà dunque cercare in quei capitoli il loro significato teologico piuttosto che l’esattezza storica dei fatti narrati. Condivido infine l’osservazione del nostro lettore secondo cui i «racconti dell’infanzia» contengono alcuni elementi leggendari (egli dice «mitici»), a patto però che in questo caso per «leggenda» non s’intenda semplicemente «cosa inventata, non vera, puro prodotto dell’immaginazione», ma s’intenda l’elaborazione poetica di un fatto storico – la nascita di Gesù – elaborazione che non necessariamente deforma il dato storico, ma può metterne in luce aspetti nascosti. Non condivido invece il giudizio complessivo del nostro lettore sui «racconti dell’infanzia» nei quali egli ravvisa «importanti percentuali di mitologia» – se, come immagino, egli intende con questo termine un puro prodotto della fantasia religiosa dei primi cristiani, privo di qualunque consistenza storica, un «mito di fondazione» come quello di Romolo e Remo.

No, non credo che i «racconti dell’infanzia» siano un mito di fondazione. Perché no? Perché essi contengono almeno tre dati fondamentali sicuramente storici, e niente affatto mitici o leggendari.
(1) Il primo è il fatto che Gesù è nato, cioè «Gesù» non è un nome simbolico creato dalla primissima comunità cristiana per esprimere un suo progetto o una sua speranza, ma è il nome di una persona in carne e ossa, vissuta e morta in Palestina nei primi anni Trenta della nostra era. Ma dove è nato Gesù? Qui le tradizioni evangeliche sono diverse. I «racconti dell’infanzia» lo fanno nascere a Betlemme e questa tradizione non è del tutto priva di plausibilità storica. Ma è più verosimile che Gesù sia nato a Nazareth, indicata da Marco come la sua «patria» (6, 1), cioè, presumibilmente, il suo luogo di origine: lo conferma l’aggettivo «Nazareno» con il quale viene abitualmente chiamato.

(2) Il secondo dato sicuramente storico, e niente affatto mitico o leggendario, contenuto nei «racconti dell’infanzia» è l’identità dei genitori di Gesù: Giuseppe e Maria. Su questo non ci sono dubbi, qui non c’è posto per nessuna invenzione. Non è invece chiaro, nei testi evangelici, la natura della paternità di Giuseppe nei confronti di Gesù. Secondo le due genealogie (su questo sono concordi) si giunge a Gesù attraverso Giuseppe, che quindi è suo «padre». Ma in che senso? In senso fisico? Sembra di no, dato che Maria è costantemente designata come «vergine» o come «ragazza non sposata»: il termine greco ha i due significati, che però, nel quadro della società ebraica di allora, indicano la stessa realtà e implicano entrambi l’assenza di un rapporto sessuale prima della nascita di Gesù. Giuseppe è dunque «padre» di Gesù nel senso di una paternità legale, adottiva, non in quello di una paternità fisica.

(3) Il terzo dato sicuramente storico, e per nulla mitico o leggendario, contenuto nei «racconti dell’infanzia» è l’ebraicità di Gesù. Questi racconti, pur con tutte le loro grosse differenze (hanno però anche alcuni importanti punti in comune), provengono dalle stesso ambiente giudeo-cristiano, e perciò sono pieni di reminiscenze bibliche. Matteo interpreta vari passi dell’Antico Testamento come profezie degli avvenimenti che hanno preceduto e accompagnato la nascita di Gesù (1, 23; 2, 6.15.17); in Luca 1 e 2 invece l’Antico Testamento è presente quasi in ogni riga dei cantici di Maria, di Zaccaria e di Simeone. I due racconti sono quindi fortemente impregnati di spiritualità ebraica e descrivono bene l’ambiente religioso e sociale nel quale Gesù è nato e cresciuto. La sua patria, la Galilea, era malvista dalle autorità romane perché terra politicamente irrequieta, e dalle autorità religiose di Gerusalemme perché semipagana. La famiglia di Gesù però, come il resto della popolazione ebraica della regione, partecipava alle feste e liturgie del Tempio di Gerusalemme e coltivava la pietà degli anawim, i «poveri d’Israele». L’ebraicità di Gesù, fortemente sottolineata dai «racconti dell’infanzia», è fondamentale per capire la sua missione e la sua persona.

C’è dunque molta storia in questi racconti, ma c’è anche molta teologia e molta poesia. La teologia l’ho già indicata: annunciare che Gesù è il Figlio di Davide e come tale il Messia (Matteo), e che è «concepito di Spirito santo» e come tale Figlio di Dio (Luca). In fondo, i due racconti dell’infanzia non dicono altro che quello che dirà l’intera narrazione evangelica e che diranno Paolo (Romani 1, 3: Gesù Figlio di Davide) e Giovanni (Gesù Figlio di Dio). Ma lo dicono all’inizio, quasi come preludio o ouverture dell’evangelo, raccontando il fatto storico della nascita di Gesù in forme poetiche e con finalità teologiche. Non parlerei dunque di «mitologia», ma di teologia e poesia intrecciate a un nucleo storico fondamentale.

Giustamente il nostro lettore osserva che gli evangelisti Marco e Giovanni non parlano della nascita di Gesù. Per Marco l’evangelo comincia non con la nascita, ma con il battesimo di Gesù nel Giordano (1, 9-11). Giovanni si limita a dichiarare che «la Parola è stata fatta carne», senza precisare né come né dove. Nella sua narrazione, Maria compare per la prima volta alle nozze di Cana, al capitolo 2: il fatto di aver dato alla luce Gesù viene totalmente ignorato. Perché questo doppio silenzio? La ragione principale sembra essere questa: per quanto fondamentale, la nascita di Gesù non è, di per sé, un atto salvifico. Sono la sua morte e la sua risurrezione che salvano, non la sua nascita. Anche l’apostolo Paolo non dà alcun rilievo e non attribuisce alcun significato particolare alla nascita di Gesù, che egli menziona una sola volta, en passant, nella lettera ai Galati, dove parla di Gesù «nato da donna» (4, 4). L’importanza che la festa del Natale ha acquistato nel culto e nella pietà cristiana e che continua a mantenere anche nel nostro tempo così largamente secolarizzato, è sproporzionata rispetto al posto che la nascita di Gesù occupa nel Nuovo Testamento.

Del resto, come è noto, i primi cristiani non festeggiavano il Natale, anche perché né Matteo né Luca ci permettono di stabilire la data di nascita di Gesù. L’indicazione di Luca secondo cui, nella notte in cui Gesù nacque, dei pastori «stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge», supponendo che sia attendibile, fa pensare a un periodo che va da marzo-aprile fino a novembre. Altre indicazioni non ci sono. Anche questo dimostra lo scarso interesse dei primi cristiani per la nascita di Gesù. Per loro, l’unico «giorno del Signore» era la domenica, cioè il giorno della risurrezione, non quello della nascita.

Ma allora, come mai è nato (tardivamente) il Natale? E perché è stato fissato al 25 dicembre? A queste domande risponde un volumetto del prof. Oscar Cullmann apparso nel lontano 1947, intitolato Il Natale nella chiesa antica e pubblicato in versione italiana curata dal pastore Franco Sommani già nel 1948. Eccone i dati essenziali.
[a] La prima traccia di una celebrazione del Natale di cui ci sia pervenuta notizia si trova nell’ambito di una scuola cristiana gnostica (quindi non ortodossa), quella di Basilide, fiorita dal 120 al 140 dopo Cristo. Il 6 gennaio di ogni anno Basilide e i suoi seguaci festeggiavano non già la nascita di Gesù, bensì il suo battesimo, nel quale ebbe luogo la sua «manifestazione» o «apparizione» come «Figlio di Dio», essendo così chiamato, e quindi costituito, dalla voce celeste. «Apparizione» in greco si dice epifanéia, da cui proviene il termine epifania, che cade appunto il 6 gennaio. Ma perché il 6 gennaio? Perché il quel giorno aveva luogo una festa pagana del dio Eone figlio della vergine Kore, collegata anche ai poteri speciali attribuiti alle acque del Nilo. Basilide volle sostituire la feste pagana con una festa cristiana: il vero Figlio di Dio, Cristo, manifestato come tale al battesimo, al posto del dio Eone, e le acque del giordano al posto di quelle del Nilo.

[b] La Chiesa d’Oriente, pur condannando Basilide per le sue dottrine gnostiche, adottò la sua festa, abbinando però alla memoria del battesimo di Gesù anche quella della sua nascita: questa si celebrava nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, mentre il giorno 6 si celebrava il battesimo. Possediamo una liturgia del Natale (nascita e battesimo) dell’inizio del IV secolo.

[c] Dall’Oriente la festa del Natale si spostò in Occidente, e qui la festa della nascita venne fissata il 25 dicembre, dissociandola da quella del battesimo che continuò a essere celebrata il 6 gennaio. Perché il 25 dicembre? Per la stessa ragione per la quale Basilide aveva scelto il 6 gennaio per celebrare il battesimo di Gesù, e cioè per sostituire una festa pagana. Qui la festa era quella del dio Sole, cara – sembra – tra gli altri all’imperatore Costantino, che la cristianizzò sostituendo il dio Sole con il «vero sole», Cristo. La festa del dio Sole era celebrata il 25 dicembre, ed ecco perché il nostro Natale cade in quella data.

Come si vede, la storia della festa di Natale è piuttosto complessa, per non dire complicata. Il racconto evangelico del Natale è invece limpido, lineare (nelle due diverse versioni di Matteo e di Luca), e straordinariamente bello, di una bellezza non solo poetica, ma spirituale. Per questo il Natale è diventato la festa cristiana più amata e più universalmente celebrata di tutte. È anche, ahimé, la più mondanizzata. Questo però non è un motivo sufficiente per non celebrarla, è piuttosto un motivo per celebrarla bene, cioè in semplicità d’animo e consapevolezza di fede, conservando la capacità di stupirci davanti alla grandezza di Dio diventato per amore nostro così piccolo (le sue vie non sono le nostre vie) e cercando di festeggiare non noi stessi (i nostri affetti, la gioia di rivedersi, riabbracciarsi e trascorrere insieme bei momenti conviviali), ma Gesù che è venuto a cercarci, per essere lui la via della nostra vita.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 19 dicembre 2008