domenica 8 luglio 2018

Predicazione di domenica 8 luglio 2018 su Atti 8,26-39 a cura di Marco Gisola

Atti degli Apostoli 8,26-39
26 Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va' verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». 27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia. 29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». 30 Filippo accorse, udì che quell'uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui.
32 Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo:
«
Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa,
così egli non ha aperto la bocca.
33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio.
Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra
».
34 L'eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù.
36 Strada facendo, giunsero a un luogo dove c'era dell'acqua. E l'eunuco disse: «Ecco dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» 37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L'eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco; e Filippo lo battezzò. 39 Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più. 40 Poi Filippo si ritrovò in Azot; e, proseguendo, evangelizzò tutte le città, finché giunse a Cesarea. 
 
Questo racconto degli atti ci narra la prima conversione a Cristo e quindi il primo battesimo di un africano. Chi è questo etiope? Il testo ci dice che è il “sovrintendente a tutti i tesori” della regina di Etiopia, quindi un uomo potente, una specie di ministro del tesoro del regno di Etiopia. Quest’uomo era andato a Gerusalemme “per adorare”, dunque era andato al tempio, e al suo ritorno leggeva le scritture d'Israele, in particolare il profeta Isaia. Egli non era un ebreo, ma era uno di quelli che la Bibbia chiama i “timorati di Dio”, che noi definiremmo simpatizzanti. Non era membro del popolo d'Israele, ma credeva in Dio e, pur non osservando tutta la legge, rispettava una parte dei precetti della torah.
Un credente, dunque, che oggi definiremmo un “uomo in ricerca”, nel senso che per qualche ragione non aveva fatto il passo di diventare ebreo. Una ragione potrebbe essere che egli era un eunuco; questo termine a volte significa “uomo castrato”, cosa che lo avrebbe escluso dal culto ebraico del tempio. Ma c’è anche chi dice che “eunuco” in alcuni casi era più un titolo che non una descrizione fisica. Insomma, non sappiamo con esattezza. Era certamente però un credente che voleva capire e approfondire. Dicevamo un uomo in ricerca, che però … viene lui stesso cercato: l’angelo manda Filippo – che era un diacono, ma che come mostrano questi racconti in realtà era un predicatore, un apostolo – a cercarlo.
In realtà l’angelo manda Filippo su una strada deserta a mezzogiorno. l’angelo – cioè Dio - chiede a Filippo di fare una cosa piuttosto strana e Filippo la fa, obbedisce e parte come aveva obbedito ed era partito Abramo nel racconto di domenica scorsa. Dio manda Filippo incontro all’eunuco. Non è l’etiope a cercare Filippo, ma Filippo a cercare l’etiope; È dunque Dio che gli va incontro, attraverso Filippo, sulla strada di Gaza. Tu puoi cercare Dio, puoi desiderare Dio, ma l’evangelo di oggi è che Dio cerca te. Questo ci dice questo racconto in cui è Dio il regista di ogni singolo atto di ciò che accade. Dio cerca l’etiope e Dio cerca anche noi. Dio cerca l’essere umano: già in questo fatto c’è la novità dell’evangelo. Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre cercato Dio. Lo ha cercato nel sole, nelle stelle, nel tuono, nella montagna, nel mare. L’essere umano ha sempre cercato Dio.
Anche oggi l’essere umano cerca Dio. Chi lo cerca nel denaro e nella gloria, nel potere e nel successo; chi lo cerca nella natura; chi lo cerca in una regola morale; chi lo cerca in un libro o in un maestro; molti lo cercano nell’essere umano stesso, in se stessi, nelle proprie risorse, nella propria energia. E invece la Bibbia ci dice che è Dio che cerca l’essere umano. Attraverso Filippo, Dio va a cercare l’etiope. Questa non è una prerogativa soltanto cristiana: in tutta la Bibbia, dunque anche nell’ebraismo, è Dio che cerca l’uomo. È Dio che chiama Abramo, è Dio che cerca Mosè, come è Dio che sceglie Maria o Paolo. Questo racconto è anche molto interessante perché ci dice come Dio ci cerca. Ci sono tre cose che fanno sì che l’etiope incontri Dio, l’evento dell’incontro dell'etiope con Dio ha tre ingredienti: 
 
1. Il primo ingrediente è Filippo, che viene mandato da Dio all’etiope. Potremmo dire che l’incontro con Dio inizia con l’incontro con Filippo, l’incontro con Dio avviene (anche) attraverso un incontro con l’altro essere umano. A parte casi eclatanti come la conversione di Paolo sulla via di Damasco, spesso Dio ti viene incontro attraverso un essere umano. L’incontro con Dio spesso – e dico spesso non sempre, Dio è libero di fare come vuole e di servirsi di chi e di che cosa vuole – avviene grazie all’incontro con il fratello e la sorella.
Potremmo dire che lo Spirito si serve del corpo di qualcuno – in questo caso delle gambe di Filippo che corre (ci dice il testo) verso l’etiope. Certo non basta che Filippo corra, non basta nemmeno che si sieda accanto a lui sul carro. È necessario che inizi un dialogo. E da dove inizia il dialogo?

2. Il secondo ingrediente è la Scrittura: l’etiope stava leggendo la Bibbia. Questo uomo cerca di approfondire la propria fede leggendo le Scritture. Ciò mostra quanto la fede cristiana dei primi cristiani fosse radicata nella Bibbia ebraica.
La Bibbia ebraica – cioè il nostro Antico Testamento – era il libro della fede, il libro attraverso cui Dio ti parlava e lo era per gli ebrei e per i primi cristiani, i quali solo dopo hanno aggiunto alla Bibbia ebraica gli scritti degli apostoli, cioè il Nuovo Testamento. Ma per lungo tempo il libro della fede è stato ed è rimasto soltanto l’Antico Testamento e quando si è deciso un elenco ufficiale di libri del Nuovo Testamento questo non ha sostituito l’Antico – come qualcuno avrebbe voluto - ma gli si è affiancato. L’incontro con Dio passa attraverso le Scritture. Se cerchi Dio, lo devi cercare lì e possibilmente insieme al tuo fratello e alla tua sorella, come Filippo è diventato fratello dell’uomo etiope. Dico fratello e non diacono, come era Filippo, o apostolo. È chiaro che Filippo ha un ruolo ben preciso, è vero che Filippo spiega all’uomo etiope la Scrittura che sta leggendo. Questo però non lo rende superiore, rimangono fratelli che dialogano su Dio a partire dalla Scrittura.

3. il terzo ingrediente è quello essenziale: è Cristo. l'uomo etiope leggeva Isaia e non capiva fino in fondo. Questo passaggio è molto delicato e un po’ imbarazzante: per Filippo è ovvio che quel brano di Isaia parli di Gesù. È uno dei cosiddetti canti del Servo di Dio, del servo sofferente che i primi cristiani hanno subito identificato con Gesù.
Gli ebrei non sono ovviamente d’accordo con questa interpretazione di questo brano e ovviamente questa loro posizione va da noi accolta e rispettata. Ma qui, l’uomo etiope trova Dio attraverso Gesù e, viceversa, Dio trova l’uomo etiope attraverso Gesù, che gli viene annunciato da Filippo. Senza Cristo l’etiope non capiva la Scrittura.
Dal punto di vista cristiano, senza Cristo non si ha nemmeno Dio. Cristo è il centro della fede e il centro della Scrittura; tutto nella Scrittura porta a Cristo, e tutto ciò che non porta a Cristo è contesto, è periferia e non centro.
Quello che accade qui vale anche per la nostra lettura biblica. Lasciando stare la difficile questione se l’Antico Testamento parli o meno direttamente di Gesù, il criterio che è indicato in questo testo biblico vale anche per noi e per la nostra lettura della Bibbia e del Nuovo Testamento in particolare. Nella Bibbia noi cerchiamo Cristo, e leggiamo tutta la Bibbia in funzione della testimonianza che di Cristo ci vuole dare. La Bibbia vuole testimoniare l’opera di Cristo per noi e se noi vi cerchiamo altro, andiamo fuori strada. Al centro della testimonianza biblica c’è Cristo e la sua opera di liberazione dal peccato, dall’ipocrisia, dalla morte. Se noi mettiamo qualcos’altro al centro della nostra lettura della Bibbia, rischiamo di essere ingannati.
Nella Bibbia non trovo la società perfetta, la famiglia perfetta, l’etica perfetta; nemmeno la chiesa perfetta. Nella Bibbia trovo Cristo che è molto più di tutto questo. E poi tocca a me a vivere la mia fede in Cristo e concretizzarla attraverso la mia etica, nella mia chiesa, la mia famiglia, la mia società. Anche quelli che già sono cristiani e lo sono da molto tempo hanno bisogno di qualcuno che ripeta e ricordi loro questo criterio e dica loro di cercare nella Scrittura Cristo e lui soltanto. Ciascuno di noi ha bisogno di un Filippo che ci dica questo.
Anche e soprattutto duemila anni dopo Cristo abbiamo bisogno di sentirci dire e ridire che nella Bibbia ci viene incontro Cristo e lui dobbiamo cercare quando la apriamo. Perché è sempre grosso il rischio di volerci trovare qualcos’altro di più comodo o di più consono alle proprie idee.

Questi sono i tre ingredienti, i tre mezzi attraverso cui Dio trova l’uomo etiope: Filippo, cioè il fratello, la Scrittura e Cristo, che è l’essenziale, quello verso il quale portano sia il fratello o la sorella, sia la Scrittura.

Il racconto termina con il battesimo: «che cosa impedisce che io sia battezzato?» che cosa lo impedisce? Potrebbe essere una domanda generica, che sottintende il fatto che davvero nulla impedisce il battesimo, oppure, secondo qualcuno, potrebbe esserci un riferimento al fatto che questo uomo sia un eunuco. Se egli è davvero un eunuco in senso fisico, allora gli era impedito di partecipare al culto del tempio di Gerusalemme. Potrebbe allora avere il dubbio che anche il battesimo gli sia impedito per lo stesso motivo. E invece no, nulla impedisce il suo battesimo. Se c’è la fede, se egli ora ha la fiducia che Dio lo abbia trovato, nulla impedisce il battesimo, che sia o no un eunuco, che sia ebreo, pagano o timorato di Dio, che sia bianco o nero (e lui era nero…), che sia uomo o donna, che sia etero o omosessuale nulla impedisce che sia battezzato, che riceva il segno che lega i cristiani alla morte e resurrezione di Cristo.

Questa è la conclusione del racconto: l’uomo che cercava Dio, è stato trovato da Dio. Ma c’è ancora un dettaglio che ci dice come la storia va avanti: «Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più» (8,39).
Filippo ha fatto quello che doveva fare, essere strumento dell’incontro tra l’eunuco e Dio. Ora può andarsene, e in effetti lo Spirito lo porta via. Continuerà a essere strumento di quell’incontro tra Dio e altri esseri umani, altrove. Il messaggero è, appunto, solo un messaggero. Una volta che ha portato il messaggio, può andare via, perché ciò che conta è il messaggio, non il messaggero. L’etiope rimane con la Scrittura in cui ha trovato Cristo, e questo gli basta. Un dettaglio che è un ammonimento a tutti i predicatori e pastori affinché non si ritengano indispensabili…
Ora l’etiope può andare da solo. Il racconto ci dice solo che se ne va tutto allegro, allegro di avere incontrato Cristo, allegro di essere stato trovato da Dio. La tradizione dirà che è diventato un evangelizzatore e ha convertito anche la sua regina. Ma il testo biblico si ferma prima, si ferma alla gioia: la sua vita è cambiata e lui ne è felice. È felice perché è stato trovato da Dio e grazie a Filippo e alla Scrittura ha scoperto Cristo. 
 
Anche noi un giorno siamo stati e siamo trovati e abbiamo scoperto Cristo, anzi e ogni giorno veniamo trovati e scopriamo Cristo. E come questo nostro antico padre nella fede, la gioia possa accompagnare anche il nostro cammino verso le mete che il Signore ci indicherà.

martedì 26 giugno 2018

Predicazione di domenica 24 giugno 2018 su 1 Pietro 3,8-15 a cura di Marco Gisola

1 Pietro 3,8-15

Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione.Infatti: «Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra dal dire il falso;fugga il male e faccia il bene; cerchi la pace e la persegua; perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere; ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il male». (Salmo 34,12-16) 
Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!
Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate;
ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori.
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.


La prima lettera di Pietro – che quasi certamente non è stata scritta dal Pietro dei Vangeli, perché risale alla fine del primo secolo – è scritta a cristiani che vivono in mezzo ai pagani e che vivono in situazione di difficoltà, e a volte di vera e propria persecuzione.
E si preoccupa quindi di cercare di dare loro dei consigli e di dire loro come dovrebbero comportarsi. La prima parte del brano che abbiamo letto è un insieme di indicazioni pratiche, di istruzioni per vivere da cristiani in mezzo ai pagani.
L’indicazione generale è: non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite. Ci potremmo chiedere se la ragione di questo comportamento sia paura, oppure opportunismo, oppure altro.
Quando si rischia la vita si è in genere molto prudenti, si cerca di non mettersi in situazioni pericolose; quando questa lettera viene scritta probabilmente non siamo ancora alle grandi persecuzioni della fine del primo secolo, ma il clima è già abbastanza caldo.
Può anche darsi che l’autore di questa lettera voglia davvero che i cristiani a cui sta scrivendo non abbiano dei guai, è più che legittimo.
Ma la sua preoccupazione va ben oltre la volontà di evitare loro dei pericoli. La sua preoccupazione è che cosa essi testimoniano.
Dobbiamo pensare a un cristianesimo di minoranza, non ancora molto conosciuto, che ai pagani che vivevano intorno ai cristiani degli ultimi decenni del primo secolo, poteva sembrare una religione strana, che veniva da lontano, dalla Palestina, una novità.
Che cosa testimoniano i cristiani di queste chiese ai pagani che vivono intorno a loro? E come lo fanno?
Questo brano della prima lettera di Pietro ci dice che si testimonia in due modi: con il comportamento e con le parole; con ciò che si fa e con ciò che ci dice.
La prima indicazione riguarda ciò che si fa, riguarda l’azione: anche se vivono difficoltà, o addirittura persecuzione, i cristiani sono chiamati a non rendere male per male, a non rendere oltraggio per oltraggio. Potremmo dire che l’autore invita a un comportamento nonviolento.
Che cosa è, davanti a chi è violento, che testimonia meglio di ogni altra cosa il tuo essere cristiano, il tuo essere discepolo di Gesù? Il tuo comportarti come Gesù, il tuo non rendere male per male, dunque il tuo non essere violento.
Ma non solo l’essere nonviolento. Le istruzioni dell’autore della prima lettera di Pietro si spingono ben oltre: “ma al contrario, benedite”, dice. Benedite, ovviamente non perché vi perseguitano, ma nonostante vi perseguitino. Così mostrerete a chi vi perseguita che siete discepoli di un Signore che ha rifiutato la violenza.
Al contrario”: la nostra testimonianza consiste nel “contrario” di ciò che fanno i violenti e gli oppressori. È una contro-testimonianza; una testimonianza contro la violenza e contro l’oppressione, non solo quelle che subiamo eventualmente noi, ma contro quelle che subiscono gli altri.
Una contro testimonianza nei confronti della violenza, ma una bella testimonianza, molto positiva e propositiva di che cos’è l'evangelo.
Benedire anziché maledire, anzi addirittura benedire chi ti maledice. Perché l’unica arma che può sconfiggere chi ce l’ha con noi, è non avercela con loro; per sconfiggere chi maledice, è necessario benedire. Solo così si disinnesca la spirale della vendetta e dell’odio. È un’attualizzazione della parola di Gesù: «amate i vostri nemici».
E questo modo di agire non è una tattica o una strategia, ma la vocazione dei cristiani: “... al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione”.
Se ci chiediamo quale sia la nostra vocazione, questo brano della prima lettera di Pietro risponde: la tua vocazione di cristiano, di cristiana è quella di benedire, di portare e annunciare la benedizione di Dio a chi ti circonda, persino a chi ti fa del male. Non è una bella vocazione? E soprattutto, non è una bella sfida?
Anche se la nostra situazione è molto diversa da quella dei primi lettori di questa lettera, anche se non siamo più perseguitati, come lo erano loro, la vocazione rimane valida e rimane la stessa: benedire e non maledire, cioè portare nel mondo il bene che Dio dice e fa anziché il male che noi umani spesso diciamo e facciamo. Non rendere male per male, oltraggio per oltraggio, ma benedire.
Non mi sembra una vocazione banale e non mi sembra nemmeno una vocazione a essere semplicemente buonisti. Non si tratta di far buon viso a cattivo gioco, ma si tratta di portare il bene laddove c’è il male.
Noi viviamo in un mondo molto conflittuale, a livello sociale, politico, a livello familiare e a volte anche ecclesiastico. c’è dunque veramente bisogno di mettere in atto questa vocazione alla nonviolenza e al rispondere al male con il bene.
Se fossimo capaci di far calare il tasso di conflittualità che regna intorno a noi, se fossimo cioè – per usare una parola biblica dei portatori di riconciliazione – sarebbe già una gran cosa e una bella testimonianza dell’evangelo.


Questo è, secondo questo brano, il primo modo di testimoniare l’evangelo con i fatti, con le azioni quotidiane: essere portatori di benedizione e di riconciliazione.
Ma c’è una seconda indicazione molto preziosa che questo testo ci dà.
Poco più avanti il brano dice: Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.
L’azione è accompagnata dalla parola, cioè l’azione è accompagnata dalla spiegazione: spiegare, raccontare perché agisco in un certo modo è l’altra parte della testimonianza. La parola deve accompagnare l’azione, altrimenti la testimonianza è monca, manca di qualcosa di fondamentale, manca del nome di Gesù Cristo, che siamo chiamati a seguire ma di cui siamo chiamati anche a parlare.
E quale è qui la parola che spiega la motivazione del mio agire, del mio cercare di essere portatore di riconciliazione? Potrebbero essercene tante di ragioni, l’evangelo ce ne suggerisce più di una, potrebbe essere l’imitazione di ciò che ha fatto Gesù, potrebbe essere l’obbedienza alla Parola di Dio, potrebbe essere l’amore, che sicuramente c’entra con il nostro agire.
In questo brano però si usa un’altra parola, esso dice che dobbiamo essere pronti a rendere conto della speranza che è in noi. L’autore di questa lettera poteva anche usare la parola fede o fiducia, ma preferisce la parola speranza.
Testimoniare la propria fede significa testimoniare la propria speranza, la «speranza che è in voi». Ciò significa che per chi ha scritto questa lettera, essere cristiani significa avere speranza: chi è cristiano spera. Mi sembra una bellissima definizione di chi sia una cristiano: uno che spera.
E se la speranza è in me essa esce fuori, esce nelle mie azioni e nelle mie parole, diventa testimonianza, speranza annunciata e speranza agita.
E a chi siamo debitori per primi della testimonianza della nostra speranza? La dobbiamo a tutti questa testimonianza, ma per primi la dobbiamo a chi è senza speranza, a chi l’ha persa, a chi non la trova.
Siamo dunque innanzitutto grati al Signore per la speranza che Egli ci ha donato. E chiediamo il suo aiuto per cercare di imparare a rendere conto delle speranza che è in noi, nelle nostre parole e nelle nostre azioni.

domenica 10 giugno 2018

Predicazione di domenica 10 giugno 2018 sul tema "Il regno di Dio" - Culto con Scuola Domenicale a cura di Marco Gisola

La Bibbia parla molto del Regno di Dio. Ogni testo che parla del Regno dice cose un po’ diverse, perché il regno ha tanti aspetti e un singolo brano biblico non può raccontarli tutti.
Quindi, per prepararci al culto di oggi, ne abbiamo letti diversi, per la precisione sei: sei testi che parlano del Regno di Dio e per ciascuno di essi, abbiamo cercato una parola o un'espressione che potesse riassumere quello che quel brano dice del regno.
È importante infatti che ciò che leggiamo nella Bibbia ci faccia riflettere, ci faccia pensare. Questo è il modo in cui la Bibbia – nella quale incontriamo la Parola di Dio – agisce dentro di noi, facendoci riflettere su ciò che ascoltiamo e così cambiandoci e cambiando la nostra vita.
Quindi oggi vi proponiamo sei parole, o sei espressioni, che ci aiutino a riflettere nei prossimi giorni.


Marco 1,14-15
Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo».


La prima parola che incontriamo, proprio all’inizio della predicazione di Gesù, è CAMBIAMENTO. Gesù dice “ravvedetevi”, però noi abbiamo detto che nel testo originale c’è una parola greca che significa “cambiare mente”.
La parola “ravvedetevi” oggi noi la intendiamo in senso morale: “sei stato cattivo, devi diventare bravo”. Ovvio che diventare bravi non è mai sbagliato, ma la parola che dice Gesù vuole dire molto di più: vuol dire: cambia vita, cambia modo di pensare, cambia orizzonte.
Questa è la prima parola che Gesù pronuncia pubblicamente. Gesù annuncia un tempo nuovo: “il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino”. È vicino perché è arrivato Gesù, Gesù è vicino e se Gesù è vicino cambia tutto, cambia la vita, cambiano le regole della vita, cambia il modo di vedere Dio e di vedere il prossimo.
Credete al vangelo”: ecco il primo cambiamento: credete al vangelo – dice Gesù – credete cioè alla buona notizia che Dio vi ama e credete che io (Gesù) sono venuto per dirvelo e per dimostrarvelo.
Dio vi ama, Dio vi perdona, Dio guarisce e libera, Gesù è venuto a fare e a dire tutto questo. c’è solo bisogno di crederci, cioè di fidarsi e di affidarsi.
Il primo cambiamento è fidarsi, credere al vangelo. Il secondo è che se Dio ama me, ama anche te e vuole che io – che sono amato da Dio – amo te – che sei amato da Dio come me.
Il secondo grande cambiamento è che l’altro è il mio prossimo e non il mio avversario. Dio mi chiede di guardare l’altra persona non con gli occhi dell'invidia, della gelosia, del rancore, ma con gli occhi del fratello o della sorella.
Cambiamento o cambiate mente. Ecco la prima parola che ci insegna che cosa è il Regno di Dio. Quando il regno è vicino – quando Gesù è vicino – nulla è più come prima, Dio è amore e l’altro è il mio prossimo.


Matteo 5,1-12
Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
B
eati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.


Le beatitudini ci parlano del Regno di Dio e ci dicono per chi è il Regno di Dio. Del regno si parla due volte, ma abbiamo detto che tutte le affermazioni che seguono ogni beatitudine in realtà ci parlano del Regno di Dio: quando Gesù dice «Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati» intende dire: saranno consolati da Dio, nel suo regno.
E quindi una parola che ci hanno suggerito le beatitudini è “CONTRARIO”, perché per chi soffre, per chi piange, per chi sta male, per chi è povero il Regno di Dio è il contrario della situazione che sta vivendo.
Gesù non vuole che le persone piangano, soffrano, ecc. quindi proprio a loro promette di rovesciare la loro situazione.
Chi è afflitto, sarà consolato. Ma poiché chi è afflitto sarà consolato e sa che sarà consolato, perché è Gesù che lo dice, è già beato ora, perché riceve questa promessa. Beato non vuol dire che va tutto bene, ma vuol dire che le cose smetteranno di andare male.
E poi però ci sono altre beatitudini che non parlano del contrario, per esempio: «Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta».
Qui non è il contrario, qui Gesù parla di chi vive in COERENZA con il Regno di Dio, potremmo dire che vive come Dio vuole: poiché il Regno di Dio è il regno della misericordia, del perdono, chi sa perdonare e essere misericordioso vive già ora il regno.
Così è per chi si adopera per la pace, per chi è mansueto… chi si comporta così – e noi ogni volta che riusciamo a vivere così - vive già frammenti del regno e quindi è beato.


Matteo 6,31-33
Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più.


Alla fine del suo discorso sulle preoccupazioni, Gesù pronuncia questa frase: «Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più». Questa frase, detta così, tra molte altre cose ci sorprende quasi. Gesù ci dice che cosa cercare: il Regno e la giustizia di Dio.
La parola “regno” già dice tantissimo, eppure Gesù sente il bisogno di aggiungere un’altra parola, un’altra cosa che dobbiamo cercare nella nostra vita di tutti i giorni: la giustizia, la giustizia di Dio.
La parola che più si avvicina al senso profondo del regno è giustizia.
Se nel mondo vi fosse giustizia – cioè se tutti fossero liberi, se tutti potessero vivere in pace, se tutti avessero gli stessi diritti e nessuno fosse oppresso o discriminato - allora il mondo sarebbe molto diverso e sarebbe quasi come lo vuole Dio.
Ma la giustizia di Dio è ancora di più della migliore giustizia che possiamo immaginarci. La giustizia di Dio è quel “di più” di amore e di perdono di cui ci parlano le beatitudini.
Cercare la giustizia è già molto, cercare la misericordia, la mansuetudine, la pace, ecc è cercare quel di più che è la giustizia di Dio che Gesù ci ha insegnato.


Matteo 13,24-30
Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che aveva seminato buon seme nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò le zizzanie in mezzo al grano e se ne andò. Quando l'erba germogliò ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie. E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?" Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: 'Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio'"».


Gesù per parlare del Regno di Dio ha raccontato tante parabole. Noi ne leggiamo tre, molto brevi. La parabola delle zizzanie è conosciuta e ci dice una cosa semplice.
Il Regno di Dio nella nostra vita, non è separato da tutto il resto della nostra vita, ma anzi è mescolato con tutto il resto, proprio come in quel campo le erbe buone sono mescolate con le erbacce: per questo abbiamo scelto la parola “MIX”, per dire che il Regno di Dio è mescolato al resto.
Il bene è mescolato al male – anche dentro di noi; il perdono che ogni tanto riusciamo a dare è mescolato all’incapacità di perdonare che spesso invece prevale; la generosità è mescolata all’avarizia, e così via.
Il mondo non è in bianco e nero, buoni di qui e cattivi di là, il mondo è fatto di mescolanze di tanti colori, belli e brutti.
E la parabola di Gesù ci chiede di non voler separare ciò che è mescolato, perché ci penserà Dio a separare. Perché se volessimo fare noi i giudici, sicuramente strapperemmo anche l’erba buona insieme a quella cattiva.
Dobbiamo per il momento accettare che il Regno di Dio sia mescolato a tutto il resto, sia ostacolato da ciò che gli è contrario, sia a volte anche un po’ soffocato dalle erbacce della malvagità umana.
Quel che conta è che il Regno di Dio – cioè Dio - c’è ed è all’opera. Ed è quello che ci racconta la prossima parabola


Matteo 13,31-32
Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand'è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami».

Leggendo questa parabola, ci è subito venuta in mente la parola “piccolo”. È piccolo il seme di senape che l’uomo della parabola mette nel terreno.
Ma poi diventa grande, e allora abbiamo scelto l’espressione: “DA PICCOLO A GRANDE”. Che cosa ci dice questa parabola? Ci dice che il Regno di Dio non si nota, non si vede, è come un piccolo seme, che poi viene messo nella terra e quindi scompare.
Ma poi, ciò a cui quel piccolo seme dà vita è un grande albero, una cosa molto più grande del piccolo semino di partenza. Un piccolo seme produce un frutto così grande.
E la parabola non ci dice soltanto che quell’albero è grande, e magari è anche bello. Ci dice che quell’albero è utile, perché gli uccelli possono andare a ripararsi tra i suoi rami.
Così, l’azione di Dio è invisibile, non si vede, come il seme nesso sotto terra. Ma gli effetti di questa azione sono grandi e sono utili, danno riparo e forza e speranza a tante persone.
Anche Gesù era solo un piccolo uomo, che è stato maltrattato ed è finito anche male.
Ma quante persone hanno avuto e hanno fiducia in lui e quante vite sono state trasformate dall'incontro con lui?
Ancora oggi, Dio agisce attraverso la sua Parola, attraverso queste storie che noi rileggiamo e ascoltiamo. Sono solo storie antiche, ma noi crediamo che queste storie, come un seme seminato dentro di noi, possano cambiare la nostra vita.


Matteo 13,33
Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata».

L’ultima parabola ci dice una cosa simile alla precedente, ma con una sfumatura diversa: qui Gesù mette l’accento sul fatto che il lievito è NASCOSTO.
Il Regno di Dio è come il lievito che fa lievitare la pasta. Quando è mescolato con la pasta il lievito non si vede più, però c’è, e agisce, e la pasta quando è lievitata non è più uguale a com’era prima.
Così è – lo dicevamo prima – l’azione di Dio, della sua Parola, dell’evangelo: è nascosta, non si vede mentre agisce, si vedono gli effetti, i frutti come l’albero della senape, come la pasta lievitata.
Quando dunque a volte ci viene da chiederci: “ma Dio dov’è? Che cosa fa?”, possiamo ripensare a questa parabola: Dio è nascosto, la sua azione non si vede ma c’è e – grazie a Dio! - qualche volta se ne vedono gli effetti:
quando le cose cambiano e quando noi cambiamo; quando c’è giustizia; quando c’è misericordia; quando qualcuno lavora per la pace, quando gli afflitti vengono consolati e gli affamati vengono saziati…
E agisce mescolandosi alla nostra umanità, servendosi della nostra umanità, facendosi strada attraverso e nonostante le nostre colpe e la nostra piccolezza.
Il Regno di Dio è Dio che regna già oggi su di noi attraverso la sua parola che trasforma la nostra vita e il nostro mondo.
Per questo noi lo ringraziamo e gli chiediamo: “venga il tuo regno”, come ci ha insegnato Gesù: venga il tuo regno nelle nostre vite e venga per tutta l’umanità.


martedì 5 giugno 2018

Predicazione di domenica 3 giugno 2018 su 1 Corinzi 14,1-3.20-25 a cura di Massimiliano Zegna

1 Corinzi 14,1-3.20-25

Desiderate ardentemente l’amore, non tralasciando però di ricercare i doni spirituali, principalmente il dono di profezia.
Perchè chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione.
Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti.
E’ scritto nella legge: “Parlerò a questo popolo per mezzo di persone che parlano altre lingue e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno” dice il Signore.
Quindi le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti; la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti ma per i credenti.
Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi?
Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi”.



I capitoli 13 e 14 della prima lettera di Paolo ai Corinzi contengono delle affermazioni per me molto suggestive che mi hanno sempre colpito perché hanno accresciuto sia la mia fede in Dio sia il mio amore nei confronti di Gesù Cristo e nel suo Evangelo.
La prima frase del capitolo 13 di Prima Corinzi mi era stata suggerita anni fa grazie alla lettura in occasione dell’anniversario, nel tempio di Piedicavallo, del mio matrimonio con Anna.

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi l’amore, non sarei nulla.”

Poi vi sono le prima frasi del capitolo 14 oggetto delle mia predicazione di oggi che sono altrettanto suggestive: “Desiderate ardentemente l’amore, non tralasciando però di ricercare i doni spirituali, principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione.

Dedicato all’amore è stato il discorso del pastore Michael Curry della chiesa episcopale americana in occasione dello storico matrimonio in Gran Bretagna fra il principe Harry e la sua sposa americana Meghan. Il pastore ha subito citato Martin Luther King nella sua predicazione Dobbiamo scoprire il potere dell’amore, il potere redentore dell’amore”.
Quello che più mi ha colpito di questo matrimonio non sono stati i cappellini variopinti degli invitati ma lo stupore degli organi di informazione nei confronti delle parole del pastore.
Forse ci si aspettava una predicazione più tradizionalista, più legata all’evento di matrimonio regale ma le parole semplici che derivano dall’Evangelo di Gesù Cristo sono ancora quelle che destano stupore in chi, forse, non ha conosciuto fino in fondo il messaggio d’amore che dovrebbe essere tipico di una chiesa protestante e comunque di una chiesa cristiana in generale.

Nel messaggio di Paolo ai Corinzi vi è un richiamo forte all’amore ma anche ai doni spirituali: in primo piano vi è la capacità di profetizzare.
Che cosa significa profetizzare? Chi è un profeta? Certo vi sono i profeti che si leggono nella Bibbia: Geremia od Isaia od altri, però la loro caratteristica non è tanto il prevedere il futuro ma testimoniare la presenza di Dio ieri oggi e domani. E questo lo si può fare in tempi e modi diversi e noi stessi lo possiamo fare anche nella nostra comunità con un linguaggio di esortazione, di edificazione, di consolazione.

Paolo dice che la profetizzazione è più importante del parlare in lingue. Che cosa significa questa frase che tira in ballo quella che si chiama con parola complicata di origine greca, la glossolalia (praticata nella chiesa di Corinto e ripresa anche nelle chiese pentecostali) che significa la capacità di parlare in altre lingue sotto l’influsso dello spirito.
C’è una bella risposta del teologo pastore Paolo Ricca che ho trovato recentemente in un sito della chiesa valdese.
Ecco una parte significativa del commento di Ricca:


Più interessante però della domanda se il «parlare in lingue» sia «segno divino» oppure «solo autosuggestione», mi sembra essere quest’altra domanda: Al di là della natura del fenomeno, quale può essere il suo significato? A me pare che un significato possa essere cercato principalmente in due direzioni. La prima è che questa «lingua degli angeli» (I Corinzi 13, 1), cioè non umana, parlata però occasionalmente da creature umane, segnala in maniera inequivocabile l’alterità di Dio e delle cose divine, che però si manifesta in mezzo alla comunità umana: Dio è in mezzo agli uomini, quindi presente e vicino a loro, ma come radicalmente altro; non è un pezzo di questo mondo. Come sono diversi i suoi pensieri e «più alti» dei nostri (Isaia 55, 9), così è diversa, se così si può dire, la sua lingua, quando, attraverso lo Spirito, parla direttamente, e non attraverso la mediazione di linguaggi umani.
E che cosa vuol dire che Dio è «altro» rispetto a noi? Vuol dire che non è un prodotto umano, creato dall’immaginazione, dal desiderio oppure dalle paure o dalle frustrazioni dell’uomo. Ma la sua divina alterità non significa estraneità, lontananza, e neppure incomunicabilità: Dio è Parola, che posso anche non capire, ma che può essere «interpretata», cioè tradotta nella mia lingua. Dio vuole, sì, manifestare la sua alterità, ma, come Altro, vuole comunicare con noi. Ecco perché Pietro, dopo aver parlato «in lingue», fa un discorso che tutti possono capire. Ma c’è un secondo significato possibile. Chi sono stati i primi cristiani a «parlare in lingue»? Sono stati gli apostoli, asserragliati nella «camera alta», paralizzati dalla paura, che mai avrebbero osato rivolgersi alla folla con un discorso coraggioso (e pericoloso) come quello di Pietro: lo Spirito li ha liberati dalla paura e ha sciolto la loro lingua. E chi erano i membri della chiesa di Corinto che occasionalmente parlavano «in lingue»? Erano per lo più schiavi o ex-schiavi, gente di umilissima condizione, probabilmente analfabeti, che mai e poi mai avrebbero osato parlare in pubblico e forse non sarebbero stati in grado di costruire un discorso razionale: ma ecco che lo Spirito dà loro la parola, come dice il profeta: «La lingua del muto canterà…» (Isaia 35, 6). In questo senso la glossolalia è davvero «segno divino», non per il suo aspetto miracoloso, ma perché fa parlare i «muti», cioè quelli che non osano parlare. Il miracolo è questo”

E’ molto bella questa interpretazione di Ricca di far parlare i “muti” tra virgolette ossia quelli che in genere non osano parlare. Un’altra mia interpretazione mi è stata suggerita da chi ha dimestichezza con i mezzi moderni quali il computer o internet. Ho scoperto che un giovane ha inventato, per comunicare con la propria ragazza giapponese, una app ossia un’applicazione di internet secondo cui è possibile che parlare in lingue diverse attraverso il proprio telefonino. Questo significa che fra due persone in modo simultaneo una conversazione telefonica possa essere tradotta ad esempio dal francese in italiano per essere subito compresa con l’utilizzo dei rispettivi cellulari.
Ecco quindi che le parole di Paolo possano essere meglio comprese nel mondo di oggi per dare della glossolalia ossia della capacità di parlare con lingue diverse non una interpretazione miracolosa o simbolica come ha spiegato Ricca ma una capacità che adesso si può realizzare con tecniche moderne sconosciute in passato.
Per svolgere questa predicazione mi sono avvalso anche del sermone di Luciano Zappella della chiesa valdese di Bergamo che ho trovato molto interessante. Ecco alcuni brani:


Di fronte alla scelta tra glossolalia e profezia, Paolo non ha dubbi: sceglie la profezia. Lo fa non per contrarietà nei confronti della glossolalia, ma sulla base di un criterio molto chiaro: solo ciò che edifica deve essere messo al centro di tutto. La crescita spirituale di una comunità non la si ottiene con effetti speciali o con formule più o meno misteriose, ma usando parole comprensibili, capaci di coinvolgere sia il cuore sia la mente. Paolo è pienamente convinto che una sola frase detta con parole chiare vale molto di più di mille parole pronunciate in una lingua incomprensibile. Questo per il semplice fatto che l’evangelo è un messaggio che può e deve essere trasmesso con parole umane, con parole che si rivolgono sia alla ragione sia al sentimento. Non c’è bisogno di esperienze spettacolari o soprannaturali per ricevere o per comunicare l’evangelo!”

L’amore rende impossibile la gelosia, l’odio, il disprezzo. Al tempo stesso, l’amore rende possibile una autentica vita comunitaria, indipendentemente dalla forma organizzativa di una comunità e dalle forme liturgiche del culto. Ma soprattutto, l’amore rende possibile l’edificazione della comunità.

Noi siamo figli di quella Riforma che, spezzando la separazione tra il clero e i laici, ha sottolineato, Bibbia alla mano, come tutti i credenti, dal primo all’ultimo, siano chiamati a predicare l’evangelo di Cristo, a dire la nostra fede, grande o piccola che sia. Solo così potremo essere una comunità profetica”


domenica 27 maggio 2018

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 su Esodo 34,4-8 e Giovanni 3,16-18 a cura di Daniel Attinger

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 (festa della Trinità)
DIO MILLE VOLTE MISERICORDIOSO

Esodo 34,4-8
Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il Signore gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il Signore discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a Mosè, e gridò: “Il Signore! il Signore! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!” Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò.

Giovanni 3,16-18
Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo per mezzo di lui. Chi ha fede in lui non è giudicato; chi non ha fede è già giudicato, perché non ha avuto fede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Fratelli e sorelle, carissimi,
Dopo il tempo della quaresima, dopo i giorni della passione e della risurrezione di Cristo e dopo il grande cammino di gioia che ci ha condotti alla Pentecoste che ci ricorda che siamo abitati e plasmati da quello Spirito che dimorava in Cristo e che ora ci conforma a Lui, oggi noi ringraziamo il nostro Dio che misteriosamente conduceva tutti questi eventi e continua a condurli. Celebriamo la santissima Tri­nità, sprofondiamo nel mistero.
Attenzione però: questa festa non celebra un dogma che umanamente non ha senso, perché uno non può essere nel contempo uno e tre. Oggi invece, celebriamo il nostro Dio, il Vivente, Colui che suscita vita: vita che zampilla dalla fonte stessa dell’amore che è il nostro Dio. In lui, infatti, vi è come un movimento a spirale dove il Padre, l’Amante, ama il Figlio, l’Amato, attraverso lo Spirito Santo, l’Amore, e da lì quest’amore si diffonde e abbraccia l’universo intero.
Perciò ho pensato di riflettere oggi con voi sul testo dell’AT che abbiamo appena ascoltato e che dice, in modo diverso, per noi forse meno evidente, ciò che rivela l’evangelo che abbiamo letto. La proclamazione del nome di Dio davanti a Mosè è un testo celebre nell’ebraismo, che lo considera come la sua confessione di fede, un po’ come lo è per noi il credo. Ma se gli Ebrei raccontano il loro Dio con queste parole, dobbiamo poter anche noi raccontarlo con le stesse parole giacché il loro Dio è anche il nostro.
Il testo appartiene agli episodi centrali dell’Esodo, quando Dio dona a Israele, accampato ai piedi del Sinai, la sua Legge. La risposta del popolo, non immediata, ma comunque abbastanza ravvicinata, a questo dono fu la richiesta, fatta ad Aronne, fratello di Mosè: “Fa’ per noi un dio che cammini alla no­stra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto” (Es 32,2). Aronne fece quindi preparare il vitello d’oro che provocò l’ira del Signore. Mo­sè s’interpose con veemenza e ottenne il perdono di Dio, perché, come dice il Signore poco prima del nostro testo: “A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia” (33,19). La proclamazione del nome del Signore che abbiamo ascoltato oggi è la spiegazione o l’illustra­zione di questa dichiarazione paradossale. La dico paradossale, perché Dio non mette in bilancia mise­ricordia e collera, come ci aspetteremmo, ma misericordia da un lato e pietà dall’altro. In Dio quindi c’è spazio solo per la tenerezza e per l’amore nei confronti delle sue creature. Ecco ciò che sot­tolinea anche l’affermazione di Dio come uno in tre persone: in lui non c’è altra unità se non quella dell’amore e della comunione.
Se ora ascoltiamo il Signore che proclama il suo nome davanti a Mosè, vediamo che dice sostan­zialmente la stessa cosa:
Il Signore! il Signore! (da sempre il tetragramma divino è associato alla misericordia di Dio), il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato.
Davvero, poiché Dio è amore, non c’è in lui nulla che non sia riflesso della sua bontà e della sua tenerezza.
Direte però: “Va bene, ma perché non cita la proclamazione di Dio fino alla fine? Ciò che segue, infatti, non va proprio in quella direzione!”. Anzitutto potrei rispondere che ho un precedente illustre: Gesù stesso. Quando fece la sua prima predicazione a Nazareth, ha anch’egli tagliato un pezzo del testo che leggeva. Ricordate! Gesù ha letto: “Lo Spirito del Signore è su di me perché mi ha consacrato per portare ai poveri il lieto annuncio …, per rimettere in libertà gli oppressi e per proclamare l’anno di gra­zia del Signore”, e si è fermato là, mentre il testo continuava dicendo: “e per promulgare il giorno di vendetta del Signore!” (Is 61,2).
Si vede che a Gesù non piaceva parlare della vendetta di Dio e quindi si è fermato prima. Potrei quindi fare anch’io la stessa cosa nella grande proclamazione di Dio a Mosè, e attenermi al Dio che è solo misericordia e perdono. Non lo farò, e quindi continuerò la lettura, fino alla fine della dichiarazio­ne di Dio. Ma siamo attenti a ciò che dice.
Ma [Dio] non terrà il colpevole per innocente; punisce (letteralmente: visita) l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!.
In queste condizioni, dov’è finito l’amore di Dio che sembrava illimitato? Forse il Signore si ri­mangia la sua promessa? No! Di certo! Ma allora, come capire la conclusione della proclamazione del nome di Dio?
In un primo tempo, Dio rivela l’immensità del suo amore; è l’inizio della dichiarazione: Dio è mi­sericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà, pronto a perdonare fino a mille generazioni … È anche ciò che Gesù ricorda nell’evangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unige­nito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Qui Gesù rivela che Dio ci ama tanto che se deve scegliere tra la sua e la nostra vita, preferisce che viviamo noi piuttosto che lui. Nel Figlio, infatti, è Dio che accetta di morire, perché il Figlio non è altro che Dio stesso, ma Dio “mortale” poiché in lui Dio si è fatto pienamente umano.
Questo significa forse che possiamo fare qualunque cosa? Proprio qui interviene la fine della pro­clamazione del nome di Dio: “… non tiene il colpevole per innocente, anzi punisce fino alla terza e alla quarta genera­zione”. Non per cancellare la sua misericordia, ma per precisarla. Dio è misericordia, perdono e amore, ma non è cieco. Vede il peccato, odia il peccato, e quindi punisce il peccatore, ma attenzione: se i pec­catori sono puniti fino alla terza o alla quarta generazione, essi stessi sono in realtà sommersi, nel con­tempo, dall’oceano di misericordia che si estende su mille generazioni. Dio non è farmacista per misu­rare ogni singolo grammo di peccato e dargli il contraccambio in punizione: è tre volte santo e quindi mille volte misericordioso. Paolo direbbe forse a questo punto: ciò che la legge non poteva fare, distin­guere cioè il peccato dal peccatore, Dio l’ha realizzato in Cristo: attraverso di lui, infatti, Dio ha condan­nato il peccato e salvato il peccatore.
Allora, restando attenti alle visite di Dio, cerchiamo di essere sempre testimoni del suo amore. A lui, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, ogni onore e gloria, ora e per i secoli dei secoli.
Amen.