lunedì 8 ottobre 2018

Predicazione di domenica 7 ottobre 2018 su 1 Timoteo 4,1-5 a cura di Marco Gisola


1 Timoteo 4,1-5
1 Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, 2 sviati dall'ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza. 3 Essi vieteranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati perché quelli che credono e hanno ben conosciuto la verità ne usino con rendimento di grazie. 4 Infatti tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie; 5 perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.


Ci imbarazzano sempre un po’ le parole bibliche che ci parlano degli “ultimi tempi”. Ci imbarazzano perché quando gli autori del NT parlavano degli ultimi tempi pensavano che loro gli ultimi tempi li stavano vivendo in quel momento, e invece sono passati quasi duemila anni…!
Era diffusa l’idea che con l’avvicinarsi degli ultimi tempi, appunto, cioè del ritorno di Gesù e della venuta del Regno di Dio, sarebbero successe cose particolari. Una di esse era l’apostasia di alcuni cristiani: «alcuni apostateranno dalla fede», scrive l'apostolo Paolo a Timoteo. Apostasia letteralmente significa allontanamento, andare via, e ha assunto il significato negativo di allontanarsi dalla fede per rivolgersi a false dottrine.


1. In che cosa consiste questa apostasia? Quale falsa dottrina o idea insegneranno quelli che “apostateranno”? La falsa idea che Paolo rimprovera loro potremmo riassumerla così: «le tue rinunce ti salveranno!»: «Essi vieteranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati», scrive Paolo.
«Essi vieteranno»: i propagatori di queste false dottrine metteranno delle leggi che dovranno essere rispettate se si vuole essere cristiani. Le norme stabiliscono un criterio che serve per stabilire chi è dentro e chi è fuori: se rispetti le norme che io ti do, sei cristiano, se non le rispetti sei fuori.
In realtà, le cose che dice Paolo accadono già, questi divieti sono già propinati da alcuni che Paolo considera falsi predicatori.
Chi fa queste leggi proibisce alcuni comportamenti, ma sono queste proibizioni, secondo Paolo, ad essere contrarie alla volontà di Dio. I falsi predicatori contro cui scrive Paolo proibiscono quello che Dio non proibisce, vietano quello che Dio consente.
Perché Paolo è così duro e parla di bugiardi, di spiriti seduttori, dottrine di demoni? Perché questi uomini vogliono sostituirsi a Dio. Voglio introdurre la legge, il divieto, laddove Dio lascia libertà.
I due ambiti in cui questi “seduttori” tentano di introdurre questi divieti sono quelli del matrimonio e del cibo.
Riguardo al cibo, Paolo aveva scritto nella 1 Corinzi: «Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più» (8,8).
Dio ha tolto un divieto, gli esseri umani vogliono reintrodurlo, e così facendo vogliono reintrodurre l’idea che l’essere umano possa salvarsi attraverso l’osservanza di alcune regole.
Questa tentazione è molto umana, quella di sostituire le opere alla fede, la legge alla libertà. Paradossalmente è (o sembra) più facile contare su stessi che su Dio. Sembra più facile contare sul proprio sforzo, piuttosto che affidarsi totalmente a Dio. E per qualcuno forse è effettivamente più facile limitarsi a dovere seguire alcune regole, piuttosto che assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
L’altro ambito è quello del matrimonio. Chi lo proibisce, lo fa probabilmente non tanto perché pensa che sia meglio stare soli anziché in coppia, ma perché rinunciando al matrimonio si rinuncia ad avere non solo una vita affettiva, ma anche una vita sessuale.
Era un’idea corrente in alcune filosofie greche che la castità fosse una virtù, una scelta che rendeva chi la compiva migliori degli altri. Erano filosofie che ritenevano il corpo e dunque la sessualità qualcosa di negativo, di inferiore rispetto all’anima.
Questa idea è entrata nel cristianesimo antico con una distinzione netta tra materiale e spirituale, o meglio tra fisico, corporeo e spirituale. Il corpo diventa a un certo punto nemico dell’anima, e dunque peccaminoso.
Per questo, mentre il NT ci parla del matrimonio dei vescovi (che però non erano la stessa cosa dei vescovi di oggi) poi con il tempo si sono introdotti il celibato obbligatorio per i sacerdoti e i voti di castità per monaci e monache.
Come risponde Paolo a questi tentativi di vietare ciò che Dio non vieta? Paolo come abbiamo visto prima condanna nettamente questi tentativi legalisti e li bolla come ipocrisia.
Qui non è solo questione di avere più o meno leggi, più o meno regole, la questione è da dove passa il mio rapporto con Dio, la mia obbedienza a Dio: passa da alcune regole o passa dall’ascolto della sua parola, che mi libera e mi chiama a obbedirle responsabilmente?
Dietro al tentativo di trasformare Dio in una regola, Paolo vede un’eresia, un errore, un modo sbagliato di intendere l'obbedienza a Dio, un modo sbagliato di intendere il rapporto con Dio. Tra Dio e me non c’è la regola, la legge, la norma; tra Dio e me c’è solo Gesù Cristo. È lui il criterio della mia libertà e della mia responsabilità.


2. L’obbedienza a Dio che Paolo propone è quella che troviamo nella parte positiva del suo discorso, che era in realtà il testo proposto per oggi:
Infatti tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie; perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.
Tutto quel che Dio ha creato è buono. Tutto ciò che Dio ha creato lo ha affidato alla nostra libertà e alla nostra responsabilità. E il modo di trattare i doni di Dio che Paolo suggerisce è quello del rendimento di grazie.
Vale per le cose di cui ha parlato Paolo appena prima, cioè del consumo dei cibi e del matrimonio e della sessualità, vale per ogni altro dono di Dio.
Il cibo è un dono di Dio, va quindi consumato con gioia, gratitudine e responsabilità. La stessa cosa si potrebbe dire della sessualità: è un dono di Dio, che va vissuto con gioia, gratitudine e responsabilità.
Ma i due esempi del cibo e del matrimonio possono rappresentare per noi le relazioni con la natura, con il creato di cui ciò che mangiamo fa parte, e le relazioni con le persone, dunque non solo il matrimonio, non solo la coppia, ma ogni tipo di relazione umana.
La Parola di Dio ci chiede di rapportarci con il creato e con gli altri esseri umani con rendimento di grazie, ovvero riconoscendo che tutto ciò che è creato, la natura e le persone sono un dono di Dio e tutto è in sé buono, nulla è di per sé malvagio.
Tutto è dono, dunque di tutto e di tutti dobbiamo essere grati al Signore.
I doni di Dio, si sa, non implicano possesso. Se io ti regalo qualcosa poi quella cosa è tua, perché io l’ho regalato a te. Ma non è così con i doni di Dio. I doni che Dio fa a te, li fa anche a tutti gli altri. Dunque il dono di Dio non diventa tuo, diventa un dono comune, condiviso.
Ciò che mangiamo non è nostro, è il cibo che il Signore ci dona oggi e che ci insegna a chiedergli nel Padre Nostro quando diciamo “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Tuo marito o tua moglie, non è “tuo” o “tua” anche se nella nostra lingua si dice così, ma è il compagno e la compagna che Dio ti ha data; e lo stesso vale per i genitori, per i figli, per gli amici, per le sorelle e i fratelli di chiesa.
Sono persone che Dio ci dona, con cui ci lega in rapporti più o meno stretti, più o meno duraturi, ma che sono e rimangono in ogni caso un suo dono.
Tutto ciò che Dio ha creato, dunque ogni relazione con il creato e con l’umanità, è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. Ciò non vuol dire verniciare con un po’ di religiosità tutto ciò che facciamo ma significa imparare dalla Parola di Dio come Dio vuole che ci rapportiamo al suo creato e alle persone che ci mette a fianco.
E significa dirgli, nella preghiera, che riconosciamo che tutto ciò è un suo dono, non solo per noi, ma per tutti gli esseri umani, e esprimergli tutta la nostra gratitudine.
Tutto ciò che Dio ha creato è buono, è bello, è lì per il nostro sostentamento, per il nostro bene, per la nostra gioia. E rinunciare ai doni di Dio pensando di avvicinarsi a lui è un errore madornale, perché così facendo si finisce per rifiutare i suoi doni e si trasforma Dio da donatore a regola.
Possiamo dunque godere dei doni di Dio, senza egoismi e senza ingordigie.
Tutto ciò che Dio ha creato è buono ed è dono. La Parola di Dio ci invita oggi a gioire di tutti i suoi doni e ad esserne riconoscenti al creatore che è il donatore per eccellenza, colui che ci ha donato la vita, la grazia, la fede e molte altre cose insieme.
Possa la gratitudine al donatore essere la prima e l’ultima parola di ogni nostra giornata.




lunedì 24 settembre 2018

Predicazione di domenica 23 settembre 2018 su Isaia 49,1-6 a cura di Marco Gisola

Isaia 49,1-6
1 Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti!
Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre.
2 Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell'ombra della sua mano;
ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra,
3 e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria».
4 Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza;
ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio».
5 Ora parla il SIGNORE che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del SIGNORE, il mio Dio è la mia forza.
6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».


Il brano di oggi è uno dei cosiddetti “canti del Servo del Signore”, che sono quattro brani del libro del profeta Isaia che parlano di un personaggio chiamato “il servo”, al quale – come abbiamo letto in questo brano - viene affidata una missione importante per Israele e tutta l’umanità.
Chi sia questo servo non è chiaro, gli studiosi discutono e hanno opinioni diverse. Non è nemmeno chiaro se sia una persona singola – magari lo stesso Isaia - oppure sia il popolo d’Israele.
Come avete visto, anche nel brano di oggi c’è questa ambiguità: al v. 1 dice «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre» e quindi sembra una persona precisa con un nome preciso, ma al v. 3 dice: «[il Signore] mi ha detto: “Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria”».
Quello che è chiaro è che con queste parole Dio sta dando a qualcuno – singolo o popolo che sia – un incarico, una missione. E poiché non è solo il “servo del Signore” che ha ricevuto questo incarico, non è soltanto il profeta Isaia, non è soltanto Israele che ha ricevuto da Dio una chiamata, ma siamo anche noi, è per noi istruttivo fermarci a vedere che cosa dice Dio in questo brano, perché lo dice anche a noi.
Vorrei ripercorrere questo brano con voi in quattro tappe.
1. La prima tappa è la vocazione. «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre». Conosciamo affermazioni simili fatte da altri profeti, per esempio Geremia (abbiamo letto il racconto della sua vocazione alcune domeniche fa), ma anche dall’apostolo Paolo.
La chiamata precede addirittura la nascita del chiamato. Dio non agisce come agiamo noi quando cerchiamo una persona per darle un compito, che prima cerchiamo di conoscerla, di vedere come è, come si comporta, se ci ispira fiducia, se è brava a fare quello che deve fare.
Dio non cerca la persona adatta – come si dice: la persona giusta al posto giusto – non fa una selezione tra i tanti per trovare l’uno o l’una che gli serve. Dio sceglie e chiama prima che il prescelto/a e il chiamato/a vengano al mondo.
Il Servo del Signore – chiunque egli sia – non è la persona giusta, è la persona scelta. È Dio che rende il Servo quello che sarà, non è merito suo. Perché nessuno sarebbe degno di questo compito, nessuno ne sarebbe all’altezza. È solo la scelta di Dio che rende all’altezza. Ma all’altezza di cosa?

2. Ed eccoci alla seconda tappa: la Parola: «Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente...». il Servo proclama la Parola di Dio, questo è il suo compito, per questo è stato prescelto prima della sua nascita e per questo è stato chiamato.
La Parola di Dio è paragonata a un’arma, una spada prima e una freccia poi; la spada colpisce vicino, la freccia lontano, la Parola di Dio vuole raggiungere tutti, vicini e lontani, vuole raggiungere Israele che è il suo popolo, ma anche tutti gli altri popoli.
Forse ci crea qualche problema il fatto che la Parola di Dio venga paragonata a un’arma? Proviamo a rovesciare il paragone: non la Parola di Dio è un’arma, ma: l’arma di Dio è la sua Parola.
Dio non ha altre armi, se non la sua parola, il profeta, il servo, il popolo non hanno altre armi se non la Parola. I discepoli e le discepole di Gesù non hanno altre armi se non la sua parola.
E che cosa farà il servo armato soltanto della Parola di Dio? Al v. si dice: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria». Il servo – che sia esso il popolo o una singola persona, manifesterà la gloria di Dio.
Ma manifestare la gloria di Dio non una cosa generica o un’esperienza puramente spirituale. Pochi capitoli prima il profeta aveva detto: «il SIGNORE ha riscattato Giacobbe e manifesta la sua gloria in Israele» (Isaia 44,23).
È l’annuncio della fine dell’esilio in Babilonia. Il Signore ha riscattato, cioè liberato, Giacobbe – ovvero il popolo di Israele (il nome del patriarca sta per tutto il popolo). Così Dio manifesta la sua gloria: liberando, restituendo la libertà e la dignità al suo popolo.
Il Servo manifesterà la gloria di Dio annunciando la sua volontà di liberazione per tutti i popoli.

3. Ma… c’è un ma! «Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza». Al Servo di Dio sembra tutto inutile, gli sembra che la sua predicazione sia destinata al fallimento. Quando nel nostro brano è il suo di parlare, la sua è una parola di lamento.
Evidentemente le cose non vanno come lui vorrebbe, la sua parola non è ascoltata come sarebbe giusto, la reazione alla sua predicazione non è quella che si attende.
Quante volte anche a noi tutto ciò che facciamo sembra un apparente fallimento, sembra inutile, un inutile spreco di tempo e di energia? Quante volte ci sentiamo inadeguati, insufficienti al compito che Dio ci dona? Ma Dio – come ha detto qualcuno - “ha scelto chi non è importante per realizzare cose importanti”.
Grazie a Dio, il lamento dura solo un breve momento e poi il profeta cambia tono: «ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio». Il tono del lamento fa spazio a quello della fiducia.
La fiducia è che, nonostante le apparenti – o reali – sconfitte, nonostante gli umani fallimenti, «il mio diritto è presso il Signore», cioè fare la volontà di Dio è comunque giusto ed ha comunque senso, anche quando i risultati non sono quelli che si vorrebbe.
Questa dialettica o tensione tra lamento e fiducia, è quella che viviamo anche noi. Questo ci dice che il Signore ha scelto un Servo, un profeta oppure un popolo, che ci somiglia, che si lascia scoraggiare come noi, che ha dubbi come noi, che patisce i fallimenti come noi. Che però riesce anche a guardare a Dio anziché a se stesso e ai propri fallimenti e a recuperare la fiducia.

4. Come reagisce Dio al lamento? Rinnovando l'incarico! Anzi estendendolo: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
Il suo servo non dovrà soltanto “rialzare”, ovvero annunciare la liberazione delle tribù di Giacobbe e ricondurre gli scampati di Israele, cioè i superstiti tra gli esiliati e i loro figli.
Non dovrà soltanto annunciare la liberazione. Questo è troppo poco. «voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
La salvezza rompe i confini, va oltre il popolo e si estende a tutta l'umanità. Troviamo la stessa espressione nelle parole che Gesù dirà ai suoi discepoli poco prima della sua Ascensione al cielo, quando dice loro: «mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra» (Atti 1).
Da cristiani, possiamo dire che questa promessa del profeta si realizza per noi in Cristo e nell’annuncio della sua resurrezione e quindi di una nuova speranza a tutta l'umanità.
Ma la promessa è già qui, e dobbiamo dire che questa vocazione a essere luce delle nazioni appartiene anche al popolo ebraico e che è attraverso di esso che questa vocazione arriva anche noi.
Anche a noi la Parola di Dio dice oggi: «È troppo poco ...». È troppo poco che voi cristiani annunciate l’evangelo a voi stessi. Per essere più concreti: è troppo poco che tu chiesa valdese di Biella ti occupi di annunciare la Parola a te stessa, che tu cerchi la tua consolazione, la tua speranza e la tua gioia nell’evangelo. È troppo poco! Perché la luce dell’evangelo non è solo per te, è per l’umanità.
Se il Signore ci ha chiamati e ci ha rivolto il suo evangelo, non è perché ce lo teniamo per noi, non è perché esso dia luce soltanto alla nostra vita, ma perché questa luce sia portata fuori, per illuminare le vite di molte altre persone.
Per questo ci ha chiamati, per questo siamo chiesa, non per altro.
Il Signore continui a illuminare, con il suo Spirito e la sua Parola, la vita di molti, compresa la nostra, e servendosi anche di noi, fino all'estremità della terra.

lunedì 17 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 1,1-17 a cura di Daniel Attinger

Una parola su Maria

1 Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo.
2 Abraamo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli; 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar; Fares generò Esrom; Esrom generò Aram; 4 Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon; 5 Salmon generò Boos da Raab; Boos generò Obed da Rut; Obed generò Iesse, 6 e Iesse generò Davide, il re.
Davide generò Salomone da quella che era stata moglie di Uria; 7 Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia; Abia generò Asa; 8 Asa generò Giosafat; Giosafat generò Ioram; Ioram generò Uzzia; 9 Uzzia generò Ioatam; Ioatam generò Acaz; Acaz generò Ezechia; 10 Ezechia generò Manasse; Manasse generò Amon; Amon generò Giosia; 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel; Salatiel generò Zorobabele; 13 Zorobabele generò Abiud; Abiud generò Eliachim; Eliachim generò Azor; 14 Azor generò Sadoc; Sadoc generò Achim; Achim generò Eliud; 15 Eliud generò Eleàzaro; Eleàzaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe; 16 Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.
17 Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.




Cari fratelli e sorelle,

Vi propongo di fermarci oggi su una figura alla quale noi, evan­gelici, non prestiamo molta attenzione. Quindici giorni fa, i nostri fra­telli cattolici hanno fatto memoria della morte di Ma­ria, e fra pochi giorni, ricorderanno la sua nascita. Mi sembra una buona occasione per riflettere anche noi su ciò che diciamo di Maria. Spesso infatti, ab­biamo talmente paura di parlarne che finiamo per non dirne niente, eppure quando incontrò Elisabetta, incinta anche lei, Maria aveva proclamato: “tutte le generazioni mi diranno beata” (Lc 1,48). Noi, in­vece, l’abbiamo rinchiusa in un silenzio che non esprime gratitudine nei suoi confronti, ma solo timore e imbarazzo.


Ora, tra il nostro mutismo su Maria e la sovrabbondanza di pa­role che spesso rimprove­riamo ai cattolici, e che rimprovereremmo anche agli ortodossi, se li conoscessimo meglio, c’è ampio spazio per una parola “evangelica” sulla madre di Gesù.
Certo, la Scrittura dice poche cose di Maria, cose però che sono significative e non giusti­ficano affatto il nostro totale silenzio su di lei. Certo, non sappiamo né quando è nata, né quan­do è morta, tuttavia, queste due date del 15 agosto e dell’8 settembre – che da più di 1500 anni sono celebrate dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica – non sono affatto casuali. Ricor­dano la consacrazione di due chiese di Gerusalemme costruite nei primi secoli dell’era cristiana.
Se queste memorie non sono verificabili storicamente, esse atte­stano almeno l’antichità della venerazione per Maria. Sembra difficile pensare che da più di 1500 anni, milioni di cristiani hanno sbagliato, tanto più che i riformatori non si sono opposti a una tale venerazione, pur de­nunciando le deviazioni esistenti. Erano infatti fedeli al precetto del Signore di “onorare il padre e la madre”. Parlare di Maria, è ricor­dare anzitutto che è madre, per grazia, del Signore Gesù, che confes­siamo come Dio e nel quale troviamo la nostra salvezza. Togliete Maria, e scompare anche il Signore Gesù!
Evidentemente, non posso dire ora tutto ciò che si potrebbe dire di Maria. Altri evangelici l’hanno fatto, anche valdesi, come Giorgio Tourn o Paolo Ricca, senza parlare del documento della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, intitolato “Maria, nostra sorella” (1988)! Vorrei solo dire qualcosa a partire dalla genealogia che abbia­mo appena riletto: una serie di nomi, certamente un po’ noiosa da ascoltare, ma significativa quando ci soffermiamo su alcuni particolari.


Le genealogie che incontriamo spesso nell’AT sono caratteristi­che di un popolo che colti­va la memoria, forse specialmente delle po­polazioni nomadi che, vivendo sotto le tende nei de­serti, non possono la sera divertirsi con eventi o spettacoli, come gli abitanti di città. Pen­siamo: riusciamo normalmente a ricordare i nomi dei genitori e dei nonni, ma chi ricorda quelli dei bi­snonni? Allora, come fa Matteo a ricordare tutti questi nomi? 42 generazioni! Evidentemente, non è questa la domanda da porre; forse infatti Matteo ha anche inventato alcuni no­mi, che ha aggiun­to a quelli che trovava nell’AT; l’intento è altrove.
Vuole da un lato sottolineare che l’intera storia del popolo d’I­sraele, fin da Abramo, suo primo patriarca, confluisce, quasi precipita, come fiume nel mare, nella figura di Gesù, che è la ricapitolazione di tutto il popolo di Dio, che è anch’egli “figlio di Dio” (Es 4,22).
E poi, Matteo gioca, come vedremo, sul numero 42.


Anzitutto notiamo una stranezza: i nomi sono quasi tutti nomi maschili: Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, Ozia, Zoro­babele, ecc. Ma cinque volte appare un nome femmi­nile: Tamar, Ra­cab, Rut, la moglie di Uria e Maria. Si dice spesso che questi nomi se­gnano mo­menti di peccato e servono a dire che Dio si implica nella storia di peccato che è la nostra storia umana. Questa rischia di essere ancora una di quelle interpretazioni maschiliste, che hanno pur­troppo dominato la storia della Chiesa e dell’interpretazione della Scrittura. In realtà, questa let­tura non corrisponde esattamente con la verità. Le menzioni di queste donne segnano piuttosto momenti in cui la genea­logia rischiava di fermarsi ed è riuscita a continuare solo grazie all’azione coraggiosa della donna nominata; sono momenti in cui l’uomo maschio è stato deficiente ed è stato come messo tra parentesi.
Tamar ha quasi violentato il suocero, Giuda, figlio di Giacobbe, per dargli una discenden­za; questi infatti rifiutava di darle il figlio che, secondo la legge, doveva darle come marito, per­ché suscitasse una di­scendenza al fratello morto. Racab è la prostituta di Gerico che ha da­to a Israele la possibilità di entrare in terra promessa. Rut, la moabita, divenne per la sua fedeltà a Naomi, sua suocera, un anello indispen­sabile nelle generazioni: è stata la bisnonna di Davide. Davide, infine, ha gravemente peccato contro un suo soldato, Uria, facendolo uccide­re per po­ter rapirne la moglie; Dio ha avuto pietà della donna di cui Davide si era preso gioco e l’ha fatta ma­dre di Salomone. Quanta storia, quanta manifestazione di Dio in queste donne, nonostante il peccato in cui vive l’umanità!


Tutto ciò si concentra nell’ultima donna menzionata: Maria. Ma allora incontriamo un’altra sorpresa: la genealogia infatti non è quella di Maria, ma di Giuseppe, che poi non è il padre di Gesù! È invece lo sposo – anzi il promesso sposo – di Maria che, senza di lui, partorì il figlio, Gesù, nel quale l’umanità intera trova la salvezza. 


Allora cosa significa questo? Sicuramente l’intento di Matteo non è né storico né medicale: è un’affermazione di fede, cioè non qualcosa che si deve credere senza chiedersi come funziona, ma una proclama­zione su colui che sta al cuore della nostra fede, Gesù. Il “salto” esi­stente tra la genealogia di Giuseppe e Maria sottolinea che Gesù è na­to da Dio ed è dunque figlio di Dio; inoltre giunge al termine di una successione di 42 generazioni: con lui inizia una nuova serie di genera­zioni; prima di lui vi sono 6 volte 7 generazioni, egli apre il settimo ci­clo di sette genera­zioni. Nella tradizione biblica, il numero 7 indica una pienezza: con Gesù giunge la “pienezza del tempo”, come dirà Paolo (Gal 4,4). Eppure è nato, come ogni essere umano, “da donna”, e quindi, come dirà ancora Paolo, “sotto la legge”.

Messe insieme queste affermazioni formano un riassunto sul­l’identità del Cristo: Gesù, ve­ro uomo, porta un tempo nuovo, quello della salvezza (la pienezza del tempo), perché, nono­stante sia “nato da donna”, come noi, è anche figlio di Dio che quindi ci racconta il Padre, per­ché: “tale padre, tale figlio”; ci dice pure la fondamentale caratteristica di Dio: non volere altro che amare i propri figli, come ama il Figlio unigenito, Gesù, che costituisce nostro fratello.


Torniamo a Maria: tutto ciò che diciamo di Gesù lo possiamo di­re solo perché è nato da Maria che Dio, nella sua grazia, ha scelto per darci Gesù! Allora, come essa stessa ci invita, di­ciamo almeno, insie­me a tutte le generazioni: “Beata te, Maria, che hai dato la vita a un tale fi­glio!”. Ancora un’ultima parola: proprio in questo Maria è im­magine nostra, perché anche noi siamo chiamati a “dare vita” a quel Cristo in cui crediamo, di fronte a chi ci chiede conto della speranza che è in noi. Da noi, il mondo non aspetta parole, ma una dimostra­zione, con la no­stra vita, che davvero Cristo è il Vivente che permette ai popoli di conservare la speranza. A lui, lode e gloria per sempre. Amen.

lunedì 10 settembre 2018

Predicazione di domenica 9 settembre 2018 su Galati 5,13-14 in occasione della festa di Fra' Dolcino, a cura di Stanislato Calati

Predicazione tenuta da Stanislato Calati, pastore della Chiesa metodista di Vercelli-Vintebbio, alla Bocchetta di Margosio (Trivero) in occasione della Festa di Fra' Dolcino

Galati 5,13.14

Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».


Care sorelle e cari fratelli in Cristo Gesù, cari amici e care amiche qui convenuti per commemorare fra’ Dolcino,
l’Evangelo di Gesù Cristo, ci dice l’apostolo Paolo, è chiamata a libertà, l’Evangelo è, se preferite, un’autentica vocazione alla libertà, intesa nel senso più ampio possibile.
La libertà dell’Evangelo è affrancamento da tutte le sovrastrutture attraverso le quali, in ogni tempo e luogo, si esercita, come sistema, l’oppressione di alcuni ad opera di altri.
La libertà evangelica è appartenere a Dio e impegnare la libertà stessa, che è dono di Dio, nella relazione d’amore con Dio stesso e, come necessaria, irrinunciabile e incontenibile espansione all’esterno, verso il mondo, nel fraterno, amorevole e vicendevole servizio al prossimo.
E non è esperienza che si limiti al Nuovo Testamento.
Il popolo di Israele, liberato dall’Egitto, è invitato a vivere la libertà ricevuta in dono da Dio nel servizio a Dio e nel servizio al prossimo, questo, infatti, è il senso della Legge che, tramite Mosè, viene donata a Israele; Gesù la riassume in amare Dio con tutto sé stesso e amare il prossimo come sé stesso.
Non meno che la libertà, la Legge è dono, che viene ancora ricordato e festeggiato, nell’ebraismo, nel giorno della “gioia della Legge”, in cui si conclude la lettura del Pentateuco e, immediatamente, la si ricomincia.
Se la libertà è un dono, altrettanto grande è il dono della Legge, un manuale per l’uso corretto di quel dono che, appunto, è la libertà.
Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno, un cristiano è servo volenteroso in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno.
Martin Lutero riassume in questa apparente contrapposizione quella che potremmo considerare l’essenza stessa dell’essere cristiani.
La vocazione a libertà è, nello stesso tempo, vocazione al servizio: in Cristo siamo liberati dal peso del doverci guadagnare la nostra giustizia di fronte a Dio, pronti, così, a metterci al servizio degli altri.
Nella storia bimillenaria del Cristianesimo, questa vocazione alla libertà, quando s’è assopita, s’è risvegliata ogni volta con il ritorno alla Scrittura e alla sua centralità per la fede cristiana, proprio come l’erba dei prati, appassita per il caldo e il secco dell’estate, rinverdisce al cadere delle prime piogge di settembre.
I primi martiri cristiani pagarono con la vita la scelta di testimoniare la propria fede di fronte al mondo, sfidando, in nome di Cristo, la repressione dell’autorità civile.
Purtroppo, impostosi il Cristianesimo come religione civile, ufficiale e obbligatoria, i perseguitati divennero presto persecutori.
Il movimento di Valdo, e quello degli Apostolici di Gherardo prima e Dolcino poi, unirono l’idea del ritorno alla fedeltà al Vangelo alla riscoperta della Scrittura e nella scelta della povertà espressero il rifiuto di un sistema politico e religioso, che opprimeva le persone non meno delle coscienze.
Dolcino in modo particolare incarnò la forza liberante ed eversiva dell’Evangelo, che si contrappone alla religione ufficiale, alleata del potere, e spesso potere essa stessa, che schiaccia e punisce chi si ribella in nome della libertà, della giustizia e di una pace autentica.
Secoli dopo John Wesley propose l’Evangelo come via per l’affrancamento dalle disperate condizioni di vita delle masse nell’Inghilterra del XVIII secolo: un percorso che, passando per la riconquista di una dignità personale ed individuale, si risolveva nella lotta per ottenere condizioni di vita e di lavoro più umane.
Giorgio Gaber, in una sua famosa canzone, cantava: La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione …
La libertà, per un cristiano, non può essere vuoto, ma qualcosa da riempire ed impegnare: non è né dev’essere - ammonisce l’apostolo - occasione per vivere secondo la carne, ma per servire l’uno l’altro, secondo il comandamento dell’amore.
Approfondiamo cosa significhi vivere secondo la carne e quali siano le opere della carne.
Vi inviterei subito, care sorelle e cari fratelli, ad allontanare dalla vostra mente l’idea che la carne sia da identificare con il corpo, e che, quindi, le opere della carne siano quelle che sono il prodotto degli istinti che il corpo ha per sua natura, così la sessualità in primo luogo, o i piaceri legati alla corporeità.
Il cristianesimo, e non solo il cattolicesimo, è stato troppo spesso incapace di superare un rapporto con la corporeità che non fosse di negazione o di condanna, se non di repressione.
Carne rappresenta certo la dimensione corporea, ma quando si pensi il corpo come fosse l’unica realtà umana autentica, come se tutto l’essere dell’uomo cominciasse e finisse lì; carne si contrappone a Spirito, quando carne esprime l’incapacità totale di comprendere le cose di Dio, di andare oltre il ristretto orizzonte della vita materiale.
Opere della carne sono la vita stessa dell’uomo, come se essa finisse con la morte, come se, oltre questo orizzonte terrestre e terreno, non vi fosse altro.
Esse non sono in sé male, purché non soffochino la dimensione spirituale dell’uomo e in particolare quella parte di noi che, aspirando all’eternità, cerca una relazione autentica e profonda con quell’Altro da noi che è Dio.
Tra le opere della carne vanno comprese, sorelle e fratelli, amici e amiche cari, quelle che si realizzano come dominio sugli altri, in un sistema oppressivo per il quale l’altro diviene un mezzo, una cosa da usare e gettar via quando non serva più, da eliminare, addirittura, se ci impedisca di realizzare i nostri scopi.
Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà … ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri…
Una fede fatta di sola devozione e pietà, nella quale non trovi posto, concretamente e coerentemente vissuto, il comandamento dell’amore, non è fede, forse è religione, ma è la caricatura di una fede cristiana autentica.
La libertà del cristiano è sì libertà dalla legge, ma non è una libertà senza legge, perché, se non è la giustizia delle opere, ma quella della fede che salva, non è, per questo, che le opere siano senza valore o senza importanza.
La visione protestante è spesso stata accusata, per ignoranza o colpevole malafede, di predicare, sostenendo la salvezza per grazia mediante la fede, l’inutilità delle opere.
John Wesley ribatteva con queste parole: Così sarebbe davvero, se parlassimo, come certuni fanno, d'una fede che fosse staccata dalle buone opere; ma la fede della quale parliamo noi non è tale, anzi è produttrice di tutte le buone opere e d'ogni santità.
Siamo da subito giusti, per la fede, agli occhi di Dio, ma rendere la nostra vita, il nostro modo di essere e il nostro modo di pensare coerenti con quella fede è un compito impegnativo, da svolgere lungo tutta un’esistenza, quale grata risposta all’amore di Dio per noi, un amore per il prossimo che opera per la giustizia, per la difesa dei valori d’umanità e solidarietà, sempre cercando e trovando nel dettato evangelico la bussola con cui orientarsi.
Particolarmente in questi tempi di buio, chiusura ed egoismo diffusi, la nostra presenza qui ha un significato ed un valore di memoria e testimonianza importante, che vorrei riassumere, citando l’ultima quartina delle “Rime in versetti dolciniani” di Aldo Fappani, presidente del Centro Studi fra’ Dolcino:
Per cui anche noi siamo qui per ricordare, invocare, rivendicare,
in comunione con coloro che quelle gesta hanno voluto imitare
nei precedenti secoli e ai nostri tempi al di qua e al di là del mare:
fratellanza, giustizia, solidarietà, sacri valori sempre da rinnovare.
AMEN

martedì 4 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 5,1-12 tenuta in piemontese da Massimiliano Zegna presso il Tempio di Piedicavallo


Dall’Evangelo di Matteo capitolo 5 versetti 1-12


Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.
Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.




Care amiche, Cari amici, Care sorelle, Cari fratelli

Il sermone sul monte è probabilmente uno dei testi più famosi dell’Evangelo di Matteo. E’ il brano delle beatitudini che può essere commentato in modi diversi e per molto tempo si è data una interpretazione che ha fatto anche pensare che il cristianesimo fosse un pretesto per allontanare masse di persone povere per tenerle buone in quanto la ricompensa futura sarebbe avvenuta dopo la morte terrena per chi è tribolato in questo mondo.
L’altra interpretazione in cui come evangelici valdesi ci riconosciamo davvero è che Gesù Cristo si è rivolto alla folla che lo stava ascoltando in Galilea per stimolarli a vivere in modo diverso la propria vita ed anche oggi si sta rivolgendo a tutti noi anche se sono trascorsi duemila anni dal momento in cui queste parole sono state pronunciate.
Nei confronti del Regno che viene non saranno avvantaggiati i ricchi di cose materiali, i potenti, i soddisfatti, i duri, gli audaci, ma i poveri nell’animo, i mansueti, i misericordiosi, i cuori trasparenti e sinceri, i riconciliatori cioè proprio quelle categorie di persone che sono regolarmente perdenti nella lotta per la vita e nella corsa al successo, alla ricchezza, al potere. Orbene proprio costoro si trovano in una condizione di privilegio nei confronti del Regno, il Regno dei cieli che ha il significato della definizione e della comprensione di Dio stesso. E chi crede in Gesù può essere felice perché la felicità giunge da Dio stesso e da Gesù Cristo.
Nel Sermone del monte le parole di Cristo capovolgono quelli che oggi sono considerati i valori importanti per una persona di successo: il successo individuale, la potenza, il denaro ad esempio. E per ottenere questi successi non si disdegna di passare sopra la testa e il corpo di altri uomini per raggiungerlo.
Innanzitutto dobbiamo comprendere bene il significato del termine “beato”: dire che una persona è beata non significa dire che è fortunata, che le va tutto bene. Significa piuttosto dire che ha impostato la vita nella direzione che Dio ha indicato, che vive in un corretto rapporto con Dio, come l’uomo giusto di cui parla il Salmo numero uno.
E voglio leggerlo questo primo Salmo perché mi pare molto significativo: “beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede in compagnia degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale à il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà”.
Quindi, paradossalmente, Gesù chiama beati proprio coloro che non possono essere soddisfatti della situazione che vivono e quindi aspettano con ansia il Regno, tendono verso il Regno di Dio. Gesù loda i poveri non perché siano più buoni o portatori di una missione storica nel mondo ma in quanto vivono in due mondi, il mondo presente e quello futuro. E minaccia quei ricchi che vivono in un mondo soltanto per se stessi.
Beati dunque ha anche questo significato: state sempre in piedi! non arrendetevi!
Noi siamo chiamati a vivere in due realtà, in due dimensioni: la storia e il Regno, il mondo attuale e quello promesso. E tutte e due queste dimensioni le dobbiamo vivere con intensità.
Se Cristo è risorto, come noi crediamo, la sua “politica” è la sola vera ed è la sola via per la quale il mondo può trovare liberazione non illusoria e salvezza da quella distruzione ch’esso si prepara con le proprie mani. La seconda, se Cristo è risorto è solo Lui, il Signore, che ci può condurre in comportamenti coerenti e muoverci nei suoi piani di azione.
E’ importante a questo punto credere nel momento più significativo della fede in Gesù Cristo ossia la sua Resurrezione e quindi sapere che dopo la fase drammatica del tradimento e della crocifissione vi è stata una ripresa della vita i cui effetti durano anche oggi.
E gli stessi insegnamenti sono ancora attuali e riguardano sempre il presente ed il futuro.
Del resto la prova dell’esistenza di Dio non è fornita da elementi concreti che possano sancire come in un documento anagrafico che una persona è presente nel certificato di famiglia.
Io, ad esempio, sono convinto della esistenza del Signore perché vi sono testimonianze di fede che continuano attraverso i secoli. Proprio in questo tempio non molte settimane fra è stata ricordata la figura di Martin Luther King che è stato un formidabile esempio di trasmissione della fede in Cristo e nelle sue beatitudini.
Martin Luther King ha detto una fase che ben riassume che cosa significa non violenza “Non solo devi rifiutare di uccidere un uomo, ma devi anche rifiutare di odiarlo”.
Un altro personaggio che io ho sempre amato e che bene ha trasmesso la fede in Gesù Cristo è stato un cattolico piemontese di cui ho apprezzato il suo modo di intendere il sermone del monte.
Si tratta di Pier Giorgio Frassati nato nel 1901 e morto giovanissimo nel 1925. Ebbene pur essendo di famiglia ricca Pier Giorgio ha voluto aiutare i poveri che vivevano nella sua città Torino. Ma quello che mi ha sempre colpito oltre alla sua fede cristiana molto forte, era il suo dedicarsi anche ad attività politiche nella sua epoca nobilitando il termine politico che vuol dire dedicarsi agli altri nella propria epoca e nel proprio territorio.
Anche questo aspetto dimostra che gli insegnamenti di Gesù Cristo possono essere adottati in ogni epoca. L’importante è sapere che l’insegnamento di amare il prossimo significa anche evitare ogni forma di integralismo e fanatismo anche nel professare la propria confessione religiosa.
Sarebbe veramente paradossale e purtroppo lo è stato sia in passato che in tempi attuali che il nome di Dio sia stato accomunato ad azioni violente.
Beato è una parola semplice e difficile nello stesso tempo. Anche felicità può sembrare facile e difficile. Il piemontese viene in aiuto perché la parola italiana felicità può essere tradotta in piemontese come boneur che letteralmente significa buona ora, ma che può significare una cosa buona adesso e per sempre.
Ecco il punto più stimolante: la felicità viene da Dio. Alla chiamata all’azione per la pace, per la non violenza, per la giustizia risponde una promessa, la promessa del regno dei cieli e della giustizia di Dio. La felicità è speranza in un mondo rinnovato dalla fede e dall’azione. In un certo senso, i beati sono quelli che non si affaticano in vano. Forse adesso non vedono nessun risultato per il loro impegno, o forse vengono addirittura perseguitati per la ricerca della giustizia, ma viene il tempo, anzi si è incarnato in Gesù, in cui Dio la speranza è il filo rosso di queste otto beatitudini.
Che cosa si intende con il termine non violenza? Ovviamente non una teoria della non violenza e neanche una strategia. La non violenza caratterizza la visione e soprattutto l’azione dei credenti nel mondo. I poveri in spirito, i mansueti, gli assetati di giustizia, coloro che si adoperano per la pace, tutti sono animati da un’idea non violenta della società e dei rapporti umani.
Ed è innanzitutto a loro che viene promesso il regno dei cieli, è a loro che vengono annunciate la salvezza e la liberazione.
Nel discorso di Gesù troviamo sia un riconoscimento dell’impegno e dell’azione, sia una promessa e un orizzonte. Ciò che Gesù sottolinea è l’attualità dell’azione non violenta, la sua rilevanza. Oggi, dice Gesù, il vostro impegno non è più vano, non cade nel nulla. Oggi il vostro impegno per un mondo giusto e non violento viene riconosciuto, anzi è il segno della venuta del regno dei cieli. L’azione non violenta rispecchia la giustizia di Dio, l’azione non violenta fa parte del piano di Dio per l’umanità.
Coloro che si adoperano per la pace o sono mansueti nei rapporti con gli altri non solo sono salvati ma contribuiscono a salvare altri e diventano protagonisti di dove si trova la felicità!
Non nel mio piccolo, non nella ricerca personale del mio benessere, ma nei rapporti sociali, economici, politici, familiari, rapporti pacifici e governati da un senso di rispetto e di amore per il prossimo. La felicità non dipende solo da me e non riguarda solo me. La felicità è un bene comune, un’opera a più voci, un intreccio di forze e di doni vari. La nostra società dice spesso: la tua felicità dipende da te, dal tuo lavoro, dalle tue ricchezze, dalle tue scelte. Gesù dice invece: non puoi essere felice da solo, la felicità va vissuta nella messa in pratica dell’amore per il prossimo.
Beati quelli che sono afflitti perché saranno consolati” Mi colpisce questa beatitudine, mi colpisce che proprio il secondo annuncio sulla via della felicità parli di consolazione. Gesù si rivolge a quelli che soffrono, a quelli che fanno cordoglio, come dicono le traduzioni più antiche, Gesù parla alle persone in lutto. In altre parole Gesù parla all’essere umano in quanto uomo o donna ferito, colpito dalla morte.
La felicità è quindi anche consolazione. E’ una parola molto importante in tutto il Nuovo Testamento ma soprattutto è una parola fondamentale nelle nostre vite. La via della felicità
annunciata da Gesù non è solo fatta di impegno e di azione ma anche del dono ultimo e vitale della consolazione.
La consolazione viene da Dio, è l’unica speranza, l’unico filo
al quale è appesa la nostra vita quando tutto vacilla intorno a noi. O meglio: la consolazione è questa forza misteriosa che ci accompagna in silenzio attraverso il deserto della morte, della perdita, dell’assenza.
Non la vediamo, non la sentiamo. E forse, a volte solo anche anni dopo, ci rendiamo conto che qualcosa ci ha portato in salvo nostro malgrado, a nostra insaputa.
La consolazione ridà un senso alla vita dei sopravvissuti e li spinge a diventare a loro volta consolatori.
Ho citato molte parole della pastora Janique Perrin perché mi hanno stimolato per questa parola consolazione che anche per me personalmente ha significato nuova forza. Quando ormai molti anni fa sono stato colpito, come molti di noi e di voi, dal distacco di persone care a causa della morte non mi sono rassegnato ma ho trovato in Dio nuova forza, una nuova ragione per continuare a vivere.
Prima ho elencato persone che mi hanno colpito per la loro fede e la loro battaglia quotidiana per il cambiamento.
A queste voglio aggiungere il nostro Tavo Burat a cui dobbiamo la valorizzazione del culto in piemontese. Con Tavo non ero sempre d’accordo nella sua irruenza e nelle sue esternazioni però ho sempre apprezzato la sua fede profonda e la sua insistenza nel dire che vi è differenza fra fede e religione. La fede è libertà di credere in Dio mentre la religione spesso è un legame che viene concepito per tenere unite le persone in modo conformistico.
Anche il culto in piemontese voleva esprimere in modo semplice e popolare il sentimento di fede anche ribellandosi ad una prescrizione che negava la possibilità di recitare alcune preghiere nella lingua più vicina al proprio territorio.
Oggi per fortuna i tempi sono cambiati e vi sono più momenti per pregare insieme nelle lingue e nei modi più disparati tra cattolici, valdesi e fedeli di altre confessioni religiose.
E di questo sarebbe contento anche Tavo Burat che ha insegnato a credere nel valore dell’amicizia e nel rispetto delle idee e delle proprie convinzioni politiche e religiose senza astio.
Mi fa anche piacere che oggi grazie alle amiche ed agli amici del gruppo strumentale Morzano che accompagna con strumenti musicali usati per la prima volta in questo nostro culto in piemontese.
La musica è una delle manifestazioni di fede che accompagnano le nostre cerimonie religiose ed è un modo per manifestare il nostro amore in Dio e nel prossimo. Negli anni scorsi la musica veniva eseguita dal fratello cattolico Biagio Picciau che ancora ringrazio e che esprimeva il suo ecumenismo attraverso il suono della pianola; oggi vi sono altri strumenti, sassofoni, tromboni, flauti insieme ad altre sorelle, altri fratelli, tutti per lodare il nome di Dio.
Care sorelle, cari fratelli spero di avervi trasmesso una briciola del mio amore per Gesù che per me e per tutti noi rappresenta la forza per vivere con dignità ed entusiasmo.



martedì 14 agosto 2018

Predicazione di domenica 12 agosto 2018 su Galati 2,16-21 a cura di Marco Gisola

Galati 2,16-21

(11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori,)
16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.


1. Eccoci qui al centro di quello che potremmo chiamare l’“evangelo secondo Paolo”: la giustificazione per fede. La seconda metà del capitolo 2 della lettera ai Galati è quella in cui Paolo enuncia la sua interpretazione dell’evangelo, utilizzando appunto l’espressione “giustificazione per fede”.
Paolo prende spunto da un “incidente diplomatico” che era avvenuto tra lui e Pietro e che racconta ai Galati nei versetti che abbiamo ascoltato: Pietro e Paolo erano ad Antiochia, una città fuori dalla Palestina importante per la prima generazione cristiana, perché da lì partivano le missioni in terra pagana.
Pietro era venuto ad Antiochia da Gerusalemme e si era adattato all’uso per cui tutti i cristiani mangiavano insieme, non si faceva più distinzione tra cristiani provenienti dall'ebraismo, come Pietro e Paolo appunto, e cristiani provenienti dal paganesimo.
La legge di Mosè diceva che bisognava evitare la comunione di mensa con i pagani e nei primi anni del cristianesimo a Gerusalemme questa legge valeva anche nei confronti dei pagani convertiti al cristianesimo.
Pietro invece, ad Antiochia, si sente libero di mangiare con loro. Ma quando arriva qualcuno da Gerusalemme, non sappiamo bene se in visita o con lo scopo di controllare come vanno le cose ad Antiochia, Pietro fa un passo indietro, non mangia più con i cristiani provenienti dal paganesimo. Rompe la comunione di mensa con loro.
Paolo davanti a questo atteggiamento si arrabbia moltissimo e lo rimprovera pubblicamente. Il testo indicato per oggi, è quello in cui Paolo spiega perché questo passo indietro di Pietro è stato per lui così grave.
Qui Paolo dice che è una questione di fede: c’è una ragione ben precisa per cui Pietro sbaglia a rompere la comunione di mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo: la ragione è il fatto che siamo giustificati per fede e non per opere e quindi non è più la legge che determina la nostra vita.
Pietro ha fatto il suo passo indietro per timore del giudizio di quelli di Gerusalemme, perché così facendo non aveva osservato la legge. Ma non è l’osservanza della legge che ti salva, dice Paolo, è la fede nella grazia.
Non è il tuo sforzo di essere perfetto che ti salva, ti salva l’amore di Dio che ti ama imperfetto; anzi non solo imperfetto, ma colpevole.
Tutti siamo d’accordo nel dire che non siamo perfetti, ma il discorso biblico è molto più radicale: siamo colpevoli, siamo responsabilmente colpevoli e questa colpa non può essere “espiata” dalla nostra obbedienza, ma può solo essere perdonata dalla grazia di Dio.
L’obbedienza seguirà la grazia, sarà una conseguenza, una reazione alla grazia, non una condizione alla grazia.
Questa è la cosiddetta “dottrina della giustificazione per fede”, che come vediamo per Paolo è tutt’altro che una teoria, ma ha conseguenze molto, molto pratiche: è quella che, per esempio, permette la comunione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo e i cristiani provenienti dal paganesimo. È quella che lo spingerà a dichiarare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo.
La dottrina della giustificazione per fede è stata rimessa al centro della riflessione dalla Riforma. Su questo vorrei solo leggervi una frase di un biblista cattolico, che mi sembra molto importante:
La giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. (Claudio Doglio)

2. Paolo sa che questa sua idea incontra molte obiezioni e allora se ne pone una lui stesso, anticipa una critica che probabilmente gli è stata mossa più volte: «Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato?»
Detto in altre parole: se Cristo giustifica il peccatore, vuol dire che allora peccare va bene e che anzi la dottrina della giustificazione diventa addirittura un incentivo a peccare? È un’obiezione molto comune: se in Cristo il mio peccato è giustificato, allora posso tranquillamente peccare, il peccato non è più un problema!
La risposta di Paolo è netta: «No di certo!». Chi fa questa obiezione fraintende completamente la giustificazione per fede: Dio giustifica – cioè perdona – il peccatore, non il suo peccato. Il peccato è condannato, il peccatore è salvato.
Il peccato rimane un problema, eccome! Rimane un grave problema, rimane condannato. È il peccatore che non è condannato, è giudicato – perché è peccatore e quindi è giudicato peccatore – e la sentenza è: colpevole!
Colpevole, ma graziato: questo è ciascuno e ciascuna di noi. Lo straordinario non è che siamo colpevoli: questa è la norma, quante volte feriamo il nostro prossimo, lo giudichiamo, lo ignoriamo, lo emarginiamo, lo trattiamo diversamente da come Cristo vorrebbe. Questa è l’ordinario.
Lo straordinario è che se ci riconosciamo colpevoli, se ci riconosciamo meritevoli di condanna, la condanna non c’è. C’è la sentenza: colpevole! Ma c’è la grazia: colpevole graziato, dunque libero!
Pietro era libero di mangiare con i cristiani provenienti dal paganesimo e quando ha fatto quel passo indietro per una umanissima paura ha rinunciato alla libertà che Cristo gli aveva dato. Per questo Paolo si arrabbia così tanto.
La colpa di Pietro è umanissima, non dobbiamo certo accanirci contro Pietro perché Pietro siamo noi: quante volte temiamo il giudizio altrui, quante non siamo completamente liberi?
La colpa di Pietro è, per mancanza di libertà, quella di rompere la comunione con altri cristiani. Pietro, rinunciando alla sua libertà, «riedifica» ciò che Cristo ha demolito e questa è la sua colpa.


3. La seconda parte del brano è tutta incentrata sulle parole vita – morte. Sono frasi un po’ ermetiche, su cui gli studiosi dibattono molto … «sono morto alla legge affinché io viva per Dio»: non vivo più per la legge, ovvero non è più l’osservanza della legge che mi dà la vita, la vita me la dà Dio, in Cristo.
La legge non mi dà la vita e non è nemmeno più lo scopo della mia vita. L'origine e il senso della mia vita, delle mie scelte piccole e grandi non è più nella legge, ma in Cristo, cioè nella grazia e dunque nella gratuità. Non nel tornaconto sta la ragione delle mie scelte, ma nella gratuità.
E poi prosegue in modo ancora più paradossale: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». È un’immagine, per dire che la mia vita non è più mia. Non è più mia perché è stata riscattata dalla morte di Cristo, e dunque mi è stata ri-donata, è come se fossi ri-nato, quindi è una nuova vita che non vivo più da solo, ma che vivo con Cristo che vive in me, che con il suo Spirito e la sua Parola vuole entrare in me e trasformare la mia esistenza.
E poi Paolo torna con i piedi per terra: «La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Io vivo la mia vita nella carne, cioè nella mia piena umanità, come tutti gli esseri umani (nel caso che la frase «Cristo vive in me» potesse far pensare a qualcuno che la vita dei credenti fosse diversa da tutte le altre).
Ma questa vita che vivo nella carne, esattamente come tutti gli esseri umani, la vivo nella fede. Per questo è nuova, è nuova ogni volta che riesco a vivere nella fiducia, a vivere di fiducia. È la fiducia che fa la differenza, è la speranza che fa la differenza e rende la vita del credente diversa da una vita senza fiducia e senza speranza.
E che cos’è che dà fiducia e dà speranza? In chi è riposta questa fiducia? «nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Pare sia l’unico passo del NT in cui venga detto che Cristo «ha dato se stesso per me», al singolare.
Cristo è morto e risorto per tutti/e, quindi è morto e risorto per me, e per te, personalmente. Il fatto che sia morto per tutti non sminuisce il fatto che sia morto per me e per te.
In colui che è morto per me ripongo la mia fiducia, dice Paolo. E dicendo questo vuole che anche tu riponga la tua fiducia in colui che è morto per te.

4. Nell’ultima frase Paolo ritorna al punto centrale, quello che sta discutendo con i Galati sulla base dell’esempio di ciò che è accaduto con Pietro ad Antiochia: «Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente».
Cristo è morto per me, ha appena detto Paolo. È questo sufficiente per la mia salvezza? Il fatto che Cristo è morto per te è sufficiente per la tua salvezza?
Se non fosse sufficiente, dice Paolo, se ci volessero ancora le opere della legge, se la morte di Cristo non bastasse, ciò vorrebbe dire che Cristo è morto inutilmente.
Se alla croce io devo ancora aggiungere le mie opere, allora la morte di Cristo non basta. È una delle affermazioni più sintetiche dell’apostolo Paolo riguardo alla conseguenza del rifiuto della “dottrina” della giustificazione per fede: se la croce non basta, la morte di Cristo è stata inutile.
Non ci sono vie di mezzo: o la mia salvezza dipende da me oppure dipende da Cristo. Una terza via non c’è. O Dio ha fatto tutto, oppure, se ciò che Dio ha fatto in Cristo non basta, è come se non avesse fatto nulla, perché, di fatto, non basta.
Paolo ritorna al punto centrale che era appunto la giustificazione per fede e dunque la libertà. Se Dio ha fatto tutto per la mia salvezza, sono libero. Se Dio non ha fatto tutto per la mia salvezza non sono libero, sono prigioniero della necessità di salvarmi con le mie opere.
Se invece Dio ha fatto tutto, sono libero. Libero prima di tutto di riconoscere la mia colpa, di farci i conti e di elaborarla. Se invece devo salvarmi da solo, rischio di rimuovere la mia colpa e di pensare di poterla cancellare con qualche buona opera.
Ma se è la grazia di Dio che mi salva, la mia colpa non mi schiaccia più e posso quindi innanzitutto portarla davanti a Dio senza paura, e poi posso affrontarla e cercare di elaborarla chiedendo perdono non solo a Dio ma anche a chi ho fatto del male.
Ecco qui dunque il centro dell’evangelo così come ce lo presenta l’apostolo Paolo: l’evangelo della grazia, l'evangelo della libertà, l'evangelo della fiducia nel Dio che ha fatto tutto per la nostra salvezza, ovvero per darci una vita nuova, in cui siamo ogni giorno messi davanti alla nostra colpa e al nostro perdono, alla condanna da un lato e alla grazia dall’altro.
Nella certezza che la grazia è più forte della colpa e quindi anche della condanna e che così Dio ci grazia, appunto, e ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita nella libertà e nell’obbedienza.
Il Signore ci dia di ricevere questo evangelo con riconoscenza e con gioia.