lunedì 19 giugno 2017

Predicazione di Domenica 19 Giugno 2017 su Matteo 9,35-10,7 a cura di Daniel Attinger

Matteo 9,35-10,7

Annunciate: il Regno è vicino!
9,35 Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».
10,1 Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono questi:
il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; 3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d'Alfeo e Taddeo; 4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.
5 Questi sono i dodici che Gesù mandò, dando loro queste istruzioni:
«Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei Samaritani, 6 ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d'Israele. 7 Andando, predicate e dite: "Il regno dei cieli è vicino"
  

Sorelle e fratelli carissimi,
Quindici giorni fa, abbiamo celebrato la festa della Pen­tecoste che ricorda il do­no dello Spirito santo, che è la forza che anima la Chiesa e ci conforma a Cristo stes­so. Ora il Cri­sto è per definizione colui che è stato inviato nel mondo per portarvi la salvezza, cioè la rivelazione dell’amore di Dio per tutte le sue creature. Allo stesso modo, lo Spirito santo man­da noi nel mondo per­ché diventiamo testimoni, là dove vi­viamo, di questo amore di Dio. È ciò che ci ricordano le let­ture di oggi.
Nella lettera ai Romani, Paolo ricorda che la salvezza è legata alla fede, e che la fede dipende dall’ascolto della Paro­la di Dio, e quindi da uomini e donne capaci di annunciare con le parole, certo, ma anche e soprattutto con la loro vita, la gioiosa notizia dell’amore di Dio. A niente serve parlare del­l’amo­re di Dio, se chi ne parla è scorbutico! La nostra parola sarà vera, se illustra o commenta il nostro modo di vivere.
Nell’evangelo di Matteo, che è il testo sul quale mi fer­merò oggi, ci vien detto da una parte che Gesù percorre le città e i villaggi della Galilea per an­nunciarvi l’evangelo del Regno, e poi, dopo che ha scelto i Dodici, li manda a fare, an­ch’essi la stessa cosa: devono proclamare che il Regno dei cieli è vicino.
La Chiesa dunque, noi, discepoli di Gesù, dobbiamo es­sere missionari. Non nel senso abituale di missione intesa come viaggio in terre pagane per proclamarvi l’E­vangelo Si tratta molto di più di essere, là dove siamo, dei testimoni viventi dell’E­vangelo. A questo riguardo è significativo che Gesù non dica nel nostro testo: “An­date per tutto il mondo e annunciate l’Evan­gelo”, come farà alla fine dell’Evangelo; qui sottolinea invece che i disce­poli non devono uscire da Israele: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Sa­maritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore per­dute della casa d'Israele”. Annunciare l’E­vangelo a casa nostra è anche missione!
Nel testo che abbiamo ascoltato vorrei sottolineare es­senzialmente due cose.
La prima è questa: appena dopo aver detto ai suoi disce­poli: “La messe è gran­de, ma pochi sono gli operai. Pregate dunque il Signore della messe che mandi degli operai nella sua messe”, Gesù dà dei poteri ai discepoli che ha scelto e li manda. Da ciò noi impariamo che pregare perché Dio mandi degli operai nella sua vigna, impli­ca che accettiamo di diven­tare noi stessi quegli operai. In altri termini, chiedere a Dio di suscitare delle vocazioni nella sua Chiesa, significa dire a Dio: “Eccomi, manda me!”, come fece Isaia quando Dio gli apparve nel tempio di Gerusalemme.
So bene che vi è qualcosa di praticamente impossibile se vogliamo essere reali­sti. Abbiamo tutti (o quasi) raggiunto un’età in cui non possiamo più fare missione attiva, se posso dire. Ma forse non è ciò che Gesù ci chiede qui, a Biella. La Parola di Dio è sempre Evangelo, anche per una comunità piccola in cui vi sono soprattutto persone anziane. Anche quando ci chiama ad essere portatori di Evangelo, non ci ca­rica di un peso insop­portabile: vuol suscitare in noi la gioia della salvezza. Ma come?
Permettetemi di ricordarvi che qui, a Biella, non siete gli unici cristiani. Vi sono altri evangelici, vi sono poi gli altri cristiani, cattolici o ortodossi – perché la comunità ortodos­sa di Biella non è indifferente! – con i quali possiamo im­parare a vivere la gioia dell’Evan­gelo. Non rinchiudiamoci nella no­stra iden­tità “valdese” e “evange­lica”. All’amore che sapre­mo vivere con questi altri cristiani, quelli che non cono­scono il Cristo e la miseri­cordia di Dio, scopri­ranno che possono anch’essi rientrare in quel popolo che Dio ama.
La seconda cosa che vorrei ritenere dall’Evangelo che abbiamo ascoltato è che fra i Dodici che Gesù ha scelto non vi sono, se posso dire così, dei “santi”: Pietro, al momento giusto, rinnegherà il Signore, Giacomo e Giovanni, sono quelli che in un momento di col­lera vorranno far scendere il fuoco della collera di Dio sui Samaritani, perché non li hanno accolti, Bartolomeo – probabil­mente lo stesso che l’evangelo secondo Giovanni chiama Natanaele – è un incorreggibile campanilista: è lui che dichiara, a proposito del villaggio vicino al suo: “Può forse venire qualcosa di buono da Naza­reth?” Se pensiamo ora a Tommaso, l’evangelo di Giovanni ci ricorda che era particolarmente incredulo: credeva solo a ciò che poteva toccare. Matteo poi era un esattore delle tasse, una specie di spremi­agrumi umano senza scrupoli di fronte alle sue vittime: per tutti il pubblicano era il tipo per eccel­lenza del peccatore. E non è finito! C’è anche Simone, il “Ca­naneo”; questo termi­ne non evoca forse gran che per voi, ma al tempo di Gesù era l’equivalente di “terrorista”. Infine c’è Giuda, del quale Matteo precisa fin dall’inizio che “fu colui che poi lo tradì”. Diamine! Gesù è decisa­mente mal accom­pagnato, eppure sono stati tutti scelti da Gesù stesso. Forse Gesù era privo di discernimento quando ha scelto i suoi di­scepoli? Certa­mente no! La sua scelta è esemplare!
Se Gesù ha scelto questi per essere i suoi discepoli – e il risultato, tutto somma­to, non è stato negativo: duemila anni dopo la Chiesa esiste ancora, suscita ancora delle vocazioni, converte ancora uomini e donne che, ad un tratto, trovano nel mes­saggio e nella vita di questo Gesù del quale parlano i cristiani e le Chiese, un senso nuovo alla loro vita –, se dun­que Gesù ha scelto questi uomini per essere i suoi discepoli, saprà anche cosa fare di noi, nono­stante ciò che siamo!
Non c’è dunque mai motivi per disperare. Ogni motivo invece è buono per ri­destare la forza del nostro impegno cristiano.
Allora ancora una parola: in questo contesto una cosa è particolarmente essen­ziale: la gioia! Due possono essere per la nostra vita di comunità le fonti di una gioia riscoperta: in primo luogo la condivisione della santa cena. Chia­mata in greco “euca­ri­stia”, la santa cena significa “rendimento di grazie”; se dunque è rendimento di grazie è perché suscita gioia, una gioia per la quale possiamo dire grazie a Dio. Sa­rebbe importante che la cena illumini ogni vo­stra dome­nica. In secondo luogo, la gioia nasce nelle feste – non nelle “so­lennità”, ma nelle feste giovanili, nelle feste contadine: là cioè dove ci si ritrova tra amici, dove c’è comunione. Se rimania­mo fra noi, la festa è atrofizzata e soffocata, rinchiusa nel nostro piccolo numero. Se condi­videremo le nostre feste con gli altri, allora ritroveremo la gioia di essere cristiani, amici del Si­gnore Gesù Cristo, che è benedetto ora e per i secoli dei secoli.

lunedì 17 aprile 2017

Predicazione della domenica di Pasqua di Resurrezione (16 aprile 2017) su Matteo 28,1-10 a cura di Marco Gisola

Matteo 28,1-10
1 Dopo il sabato, verso l'alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l'altra Maria andarono a vedere il sepolcro. 2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. 3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. 4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. 5 Ma l'angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. 6 Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. 7 E andate presto a dire ai suoi discepoli: "Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, ve l'ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
9 Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».


Secondo il Vangelo di Matteo, Maria Maddalena e l’altra Maria se ne stavano andando al luogo dove era sepolto Gesù “per vedere il sepolcro”. Non stavano andando a ungere il corpo di Gesù, come ci dicono invece i Vangeli di Marco e di Luca, perché, sempre secondo Matteo, il sepolcro di Gesù era sorvegliato da delle guardie.
Le guardie servivano a far sì che nessuno potesse andare a prelevare il corpo di Gesù e nasconderlo per poi poter dire che Gesù era risorto. Era quindi impensabile per Maria Maddalena e per l’altra Maria fare altro che non fosse mettersi lì davanti alla tomba e guardarla.
Accade a tutti, e sarà accaduto a tutti noi o quasi di andare al cimitero e mettersi a guardare una tomba di una persona cara e ripensare così a lei, ripensare al passato, alle cose fatte e vissute insieme. Forse lo stesso sentimento spingeva Maria Maddalena e Maria a recarsi alla tomba di Gesù.
Forse un po’ di malinconia, o tanta, le portava al sepolcro, con l’intenzione di mettersi lì davanti, ma non troppo vicino per non insospettire le guardie, e lasciare andare il ricordo indietro ai tempi in cui avevano camminato con Gesù, lo avevano ascoltato, avevano condiviso con lui il cibo, le discussioni e grandi speranze. Davanti a una tomba sembra proprio non esserci altro da fare che stare lì a guardarla, per guardare indietro.
Ma non solo davanti alle tombe; succede anche in molte altre situazioni di fermarsi e di stare lì a guardare con l’impressione di non poter fare nulla.
Erano andate a vedere una tomba Maria Maddalena e l'altra Maria. E hanno invece visto il risorto. Le donne vanno per vedere la tomba, ma poi – anche se qui non c’è il verbo vedere – vedono l’angelo; capiamo che lo vedono, perché il testo descrive il suo aspetto sfolgorante e la sua veste bianca.
Poi l’angelo le invita a vedere il luogo dove era sepolto Gesù, e infine vedono Gesù. E anche l’annuncio che le donne sono chiamate a portare ai discepoli contiene la promessa, che torna due volte, che i discepoli potranno vedere Gesù in Galilea.
In questo racconto il verbo “vedere” torna più volte e anche quando non c’è il verbo, Matteo ci fa capire che è molto importante dove si posa lo sguardo delle donne. Dalla tomba del loro amico e maestro, all’angelo, al luogo dove il corpo di Gesù giaceva, e poi ricevono la promessa che che potranno rivedere Gesù in Galilea e infine vedono, incontrano Gesù stesso.
Noi non abbiamo visto nulla di tutto ciò, né la tomba, né l’angelo, né il Risorto. Ma Maria Maddalena e l’altra Maria ci prestano i loro occhi, il loro sguardo diventa il nostro sguardo. Non lo sguardo degli occhi naturalmente, ma lo sguardo della fede.
A Pasqua risorge anche il nostro sguardo. Dal guardare una tomba, gesto carico di rassegnazione e di ricordi del passato, il nostro sguardo è portato a guardare il Risorto. Guardare una tomba è un’azione in cui si sta immobili, perché la tomba è per definizione il luogo dell’immobilità, dove la vita si è fermata. Guardare il Risorto invece mette in movimento.
Infatti dopo aver visto il Risorto, le due donne non stanno più lì a guardare – né la tomba, né altro – ma devono correre per annunciare quello che hanno visto. Così come i discepoli, che vedranno Gesù in Galilea, passeranno poi il resto del loro tempo a raccontare quello che hanno visto, ovvero che Gesù è risorto.
Ma non è tanto la visione del Risorto che mette in moto, bensì le parole del Risorto che mettono in moto. Poche persone hanno visto il Risorto (Paolo dirà più di 500, oltre i discepoli), moltissime, milioni e milioni hanno ascoltato le parole del Risorto, o meglio l’annuncio della Resurrezione.
La visione del risorto dura solo un tempo, mentre il messaggio che egli dà, la vocazione che egli rivolge, vale per tutti gli esseri umani e di tutti i tempi.
Il cuore del messaggio è ovviamente: “egli è risuscitato”. Questo annuncio fonda tutto il resto che viene detto, sia da Gesù, sia dall’angelo: le conseguenze pratiche del fatto che Gesù è risorto le troviamo nelle parole dell’angelo e di Gesù stesso.
L’annuncio, “egli è risuscitato”, è accompagnato da tre affermazioni, tre parole: l’incoraggiamento: “Non temete”. L’invio in missione, “andate a dire”, “andate ad annunziare”; e la promessa: “Gesù vi precede in Galilea”.
La prima parola, la prima conseguenza della resurrezione di Gesù è: “non temete”, è un invito a non avere paura, né della morte e nemmeno della vita, né degli altri e nemmeno di se stessi. Non avere paura significa non restare immobili, come le donne davanti alla tomba, ma fidare nell’intervento di Dio e credere che Dio stesso ci spinge ad agire per cambiare le cose.
E nel caso in cui – come capita a volte – una situazione è davvero immutabile, il “non temete” rimane un invito a non rassegnarsi comunque, perché il Signore continua a darci nuove mete, a chiamarci sempre su nuove strade dove troveremo sempre qualcosa da fare e qualcosa da cambiare.
La risurrezione di Cristo non è affatto un evento che riguarda solo la morte o solo l’aldilà, è un’azione di Dio che – come accade con le donne e poi con i discepoli – cambia la vita delle persone che ci credono, trasforma il loro sguardo, che non guarda più indietro, ma guarda avanti, senza paura.
La seconda parola e seconda conseguenza: “andate ad annunziare” è una vocazione. Chi crede e vive la risurrezione di Cristo è chiamato anche a dire, a comunicare la speranza che crede e che vive. Le donne corrono ad annunciarla, e il loro correre ci pone una domanda e ci chiede per cosa noi corriamo e cosa andiamo a dire al nostro prossimo.
Abbiamo una notizia straordinaria da dare: Gesù è risorto e con lui risorge la speranza, persino davanti alla morte. Se siamo credenti nella resurrezione di Cristo siamo portatori di buone notizie e di speranza, non di brutte notizie e di rassegnazione. Davanti alle brutte notizie, che non mancano mai, l’evangelo della resurrezione ci aiuta a non disperarci, ma a sperare e a lottare.
E ci invia a dire questa buona notizia a chi ne ha bisogno. La resurrezione di Cristo ci rende testimoni di speranza.
La terza parola, “Gesù vi precede in Galilea”, è la promessa. La Galilea è il luogo dove tutto è iniziato, dove Gesù ha chiamato i suoi discepoli, ha iniziato a predicare il regno di Dio e a fare i primi segni. Gesù riporta i suoi discepoli ai luoghi degli inizi.
Il messaggio della Pasqua è quindi che si può ricominciare, si può ricominciare in modo nuovo perché più nulla sarà come prima. Tutti noi abbiamo bisogno di questa possibilità di ricominciare, dopo i nostri fallimenti, dopo le rotture, dopo i conflitti, dopo le ferite che la vita a volte ci porta. Gesù Risorto ci dona questa possibilità.
Gesù dice anche a noi “non temete”, dice anche a noi “andate ad annunciare”, e precede anche noi verso nuove mete dove ci chiama a raggiungerlo, per ricominciare con lui.
Che il Signore mostri a ciascuno di noi, e alla nostra chiesa, dov’è che egli ci precede e dove ci prepara il nostro nuovo inizio, affinché anche noi non stiamo fermi a guardare noi stessi, ma andiamo dove lui ci chiama, senza paura, con speranza e fidando nella sua promessa di resurrezione.

sabato 15 aprile 2017

Predicazione del Venerdì Santo (14 aprile 2017) su Luca 23,33-43 a cura di Marco Gisola

Luca 23,33-43

33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
34 Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte.
35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!»
38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI.
39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».


Con questo culto siamo al centro, al cuore dell’evangelo: Gesù muore per noi, muore lui, innocente, per noi colpevoli. Gesù, innocente, condivide la sorte dei colpevoli per salvare i colpevoli. Su questo brano vorrei condividere con voi tre pensieri:

1. Le parole di Gesù «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» ci vogliono subito dire quale è, in Luca, il significato principale della sua morte: il perdono. La morte di Gesù è l’evento attraverso cui Dio perdona i colpevoli, cioè è un vero perdono di chi veramente ha sbagliato, di chi veramente ha fatto del male. Qui Gesù non sta parlando in generale, sta parlando di chi e sta perdonando chi in quel momento lo sta uccidendo…!
Nel racconto della crocifissione dn Luca il tema del perdono è centrale. Gesù perdona fino alla fine; al contrario di quel che ci dicono Marco e Matteo, secondo Luca Gesù non prega con le famose parole del salmo 22 “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, non sembra provare angoscia o rabbia o paura, Gesù è pienamente in sé e svolge il suo compito fino alla fine: anche morendo perdona.

2. Gesù resiste alla tentazione di scendere dalla croce. Questo racconto ha una analogia con quello delle tentazioni di Gesù su cui abbiamo riflettuto alcune settimane fa.
Chi sta crocifiggendo Gesù dice: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!»; «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Proprio come nel racconto delle tentazioni c’è la parolina “se” che esprime la tentazione cui Gesù è sottoposto.
Se sei Dio, fai questo e quest'altro, cioè fai quello che voglio io. Se vuoi che creda in te, fai quello che voglio io. Le tentazioni del diavolo erano di altro genere, ma anche lì c’era questa specie di ricatto: se sei il figlio di Dio, fai questo, fai quell’altro. Se non lo fai, non sei il figlio di Dio.
Salva te stesso, gli dicono qui. Ma Gesù non è venuto per salvare se stesso, è venuto per salvare altri, per salvare noi. È venuto a fare il contrario di quello che gli esseri umani (e il diavolo nel racconto delle tentazioni) gli chiedono: è venuto non a salvare se stesso, ma a dare se stesso, la sua vita, per salvare altri, non a salvare se stesso a scapito di altri, come in genere fanno gli esseri umani.
Perché lo insultano in questo modo? Perché chi crocifigge Gesù è convinto che Gesù sia un finto messia, cioè sia un bugiardo quando dice di essere il figlio di Dio. Perché pensano sa un finto messia? Perché secondo gli ebrei che hanno respinto Gesù il messia doveva essere potente, doveva essere forte e hanno creduto questo ancora fino alla domenica delle Palme, quando lo hanno accolto trionfalmente.
E per i romani, che non credevano nel messia, vale però lo stesso discorso: un re doveva essere un re forte e potente, altrimenti non era un re, era un impostore.
Gesù non cede alla tentazione della forza, rimane debole fino alla fine, per questo è (umanamente) sconfitto, crocifisso, punito per questa sua pretesa bugiarda.
Che Gesù non dicesse bugie, che Gesù era veramente il messia, ce lo dice solo la sua resurrezione il mattino di Pasqua, che però di nuovo non è per nulla evidente, non è una manifestazione di forza evidente a tutti (infatti alcuni crederanno che il corpo sia stato rubato).
Che Gesù è il figlio di Dio ce lo dice, paradossalmente, la croce. Pasqua conferma la croce, a risuscitare sarà il crocifisso, non qualcun altro.
La regalità di Cristo ci viene rivelata solo nella croce e poi nella Pasqua. Sulla croce c’è l’iscrizione che hanno fatto scrivere i romani (Giovanni ci dice Pilato stesso): “Questo è il re dei Giudei”.
Questa scritta è allo stesso tempo ironica e profetica. Ironica, perché scrivere sopra la testa di un uomo che viene crocifisso che è re è una grossa umiliazione. Ma anche profetica, perché chi crede in lui sa che Gesù è veramente re, anche se il suo regno non è di questo mondo. Pilato è involontariamente profeta e dichiara a tutto il mondo che Gesù è re…!
Gesù non cede alla tentazione, che noi gli poniamo, di usare la forza per dimostrare la sua messianicità, ma sceglie la via della debolezza, che chiede la nostra fede. Sia la croce, sia la Pasqua chiedono la nostra fede, la nostra fiducia, perché non sono evidenti. Non è la forza dell’evidenza quella che usa Gesù, è un’altra forza, quella del dono e del perdono. Una forza che vede e crede solo chi lo incontra.

3. Tra i tanti che lo insultano, c’è anche uno dei due cosiddetti ladroni. Potrebbero essere degli zeloti, cioè dei rivoluzionari che volevano ribellarsi con la forza contro i romani, oppure potrebbero essere criminali comuni, dei comuni ladri.
Dei due uno lo prende in giro come molte altre persone, anche lui lo invita a salvare se stesso. l’altro invece non solo non insulta Gesù, ma gli fa una domanda inconsueta che sembra dirci che lui ha capito chi Gesù è veramente: gli chiede: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!».
Il malfattore “buono” non chiede che Gesù scenda dalla croce, ma chiede di partecipare al suo regno e sembra capire che il regno passa attraverso la croce. “Regno” è stata la parola centrale della predicazione di Gesù e il malfattore sembra riconoscere che Gesù è portatore di un Regno nuovo e diverso da tutti i regni.
A riconoscerlo come re mentre sta per morire è un povero criminale, condannato a morte anche lui nel medesimo modo, un crocifisso come lui, riconosce nel Gesù crocifisso il re, cioè il messia, e gli chiede di far parte del suo regno.
Questo uomo, crocifisso insieme a Gesù, è l’ultimo essere umano che gli rivolge la parola, l’ultimo con cui Gesù ha un dialogo; il racconto proseguirà raccontando la morte di Gesù. Gesù pronuncerà ancora una frase, ma sarà rivolta a Dio, a cui dirà una parola piena di fiducia: “Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito”.


L’ultimo dialogo di Gesù con una persona contiene una implicita confessione di fede, perché se l’uomo chiede di poter entrare nel suo regno è perché ci crede, e allo stesso tempo una preghiera, a cui Gesù risponde con la promessa: «oggi tu sarai con me in paradiso».
Paradiso è un parola che nella Bibbia troviamo soltanto tre volte (2 Corinzi 12:4; Apoc, 2,7); viene dalla lingua persiana, e indica un giardino. Con questa parola greca, la traduzione greca dell’AT chiama il giardino di Eden di Genesi 2.
Così evidentemente si immaginavano l’aldilà gli ebrei che credevano alla resurrezione.
C’è quindi un annuncio del regno che Gesù fa un attimo prima di morire. E a chi la fa? Non a un discepolo, ma uno sconosciuto, un ladruncolo (o uno zelota, la sostanza non cambia) che glielo chiede in una specie di preghiera.
Il re del regno di Dio, il messia figlio di Dio, accoglie nel suo giardino, promette il suo regno a un malfattore, che glielo ha chiesto.

Questo ci dice che non è mai tropo tardi, per chiedere a Gesù il suo perdono. E nessun uomo, nemmeno il più colpevole, è escluso dalla possibilità di chiederglielo. Come ci dice Luca, nemmeno un delinquente crocifisso accanto a Gesù è escluso dal chiedergli grazia e dall’ottenere la grazia di Dio.
La parola di oggi ci dice che non è mai troppo tardi per chiedere il perdono di Dio e che non c’è nessuno che ne è escluso a priori: questo è l’evangelo della settimana santa e di Pasqua.
Che il Signore ci dia di cogliere tutti i giorni che “oggi” - come dice Gesù al malfattore - è il momento giusto per chiedere a Dio di accoglierci nel suo regno. La risposta sarà anche per noi: “oggi sarai con me in paradiso”.

mercoledì 29 marzo 2017

Predicazione di domenica 26 marzo su Luca 22 e 24 a cura di Marco Gisola e scuola domenicale

Culto con scuola domenicale - Biella 26 marzo 2017


Salmo 103,10-13
Egli non ci tratta secondo i nostri peccati,
e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe.
Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono.
Come è lontano l'oriente dall'occidente,
così ha egli allontanato da noi le nostre colpe.
Come un padre è pietoso verso i suoi figli,
così è pietoso il SIGNORE verso quelli che lo temono.


preghiera
Signore nostro Dio, oggi ascolteremo racconti che parlano di colpa e di resurrezione. Nel nostro culto si incontrano oggi la nostra piccolezza e la nostra infedeltà da un lato e il tuo grande amore dall’altro.
Noi sappiamo che tu non ci tratti secondo le nostre colpe, ma che ci tratti secondo la tua misericordia. Che vuoi vincere il male che facciamo noi con il bene che fai tu e che hai fatto in Cristo per noi.
Donaci di accogliere la tua parola con umiltà e con gioia.
Il tuo Spirito faccia penetrare la tua parola nel profondo della nostra vita.


Predicazione
In queste ultimi incontri abbiamo letto alcuni racconti dalla Bibbia che parlano di quello che è successo a Gesù negli ultimi giorni prima della sua morte. Questo periodo degli ultimi giorni di Gesù si chiama “Passione”, perché Gesù patisce, soffre. E poi abbiamo letto anche un racconto di quello che succede dopo la sua resurrezione, a Pasqua.


Luca 22: Pietro
Dopo che avevano mangiato insieme la loro ultima cena, Gesù aveva detto ai discepoli che uno di loro lo avrebbe tradito, ma Pietro aveva detto che lui non solo non l’avrebbe tradito ma che sarebbe stato disposto a morire insieme a lui.
Pietro vuole bene a Gesù e il suo desiderio è di seguirlo fino alla fine.
Ma Gesù conosce bene Pietro e gli dice una cosa che Pietro non avrebbe mai voluto sentire: gli dice che lui lo avrebbe rinnegato, cioè avrebbe negato di conoscerlo. Pietro ci sarà sicuramente rimasto molto male, ed è convinto che Gesù si sbagli.
E infatti quando Gesù viene arrestato e viene portato dal sommo sacerdote, Pietro è l’unico tra i discepoli che segue Gesù. Vuole vedere che cosa succede a Gesù, che cosa gli fanno.
Ma mentre è nel cortile del palazzo dove hanno portato Gesù, qualcuno lo riconosce…


lettura Luca 22,56-62
56 Una serva, vedendo Pietro seduto presso il fuoco, lo guardò fisso e disse: «Anche costui era con Gesù». 57 Ma egli negò, dicendo: «Donna, non lo conosco». 58 E poco dopo, un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di quelli». Ma Pietro rispose: «No, uomo, non lo sono». 59 Trascorsa circa un'ora, un altro insisteva, dicendo: «Certo, anche questi era con lui, poiché è Galileo». 60 Ma Pietro disse: «Uomo, io non so quello che dici». E subito, mentre parlava ancora, il gallo cantò. 61 E il Signore, voltatosi, guardò Pietro; e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detta: «Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». 62 E, andato fuori, pianse amaramente.


Quello che Gesù aveva detto succede: Pietro per tre volte nega di conoscere Gesù. Eppure aveva vissuto con lui giorno e notte per così tanto tempo…! Pietro si rende subito conto di quello che ha fatto, e piange: “pianse amaramente” dice il testo.
Pietro era molto sicuro di se stesso e dobbiamo ammettere che in effetti lui ha avuto il coraggio di seguire Gesù fino nel cortile del palazzo dove lo interrogano. Mostra coraggio e affetto per Gesù. Ma poi viene preso dalla paura: “Non lo conosco”, dice parlando di Gesù e poi altre due volte nega di essere un suo discepolo.
Gesù, da dentro il palazzo, lo vede, si volta e guarda Pietro e Pietro si sente male, perché in quel momento ricorda che Gesù glielo aveva detto che lo avrebbe rinnegato per tre volte...
Pietro è proprio come noi. Ciò che lui fa nei confronti di Gesù, ci accade ogni giorno: ci succede di essere molto sicuri di noi stessi, forse a volte anche un po’ presuntuosi, pensiamo di poter fare questo e quello, magari pensiamo di poterlo fare meglio degli altri…
E ci accade spesso anche di avere paura, tutti hanno paura di qualcosa, solo i supereroi dei cartoni animati non hanno paura di nulla.
Come Pietro, tante volte pensiamo di essere forti e invece viene fuori tutta la nostra debolezza e fragilità. Non sempre per fortuna, ma è un’esperienza che facciamo spesso.
Tutti noi vorremmo riuscire bene in quello che vogliamo fare, a volte siamo anche un po’ presuntuosi, contiamo troppo su noi stessi e sulle nostre forze e può capitare che le cose non vadano come abbiamo pensato.
Nel caso di Pietro quello che lo ha tradito è stata la paura. La paura è il sentimento più normale che ci sia, tutti hanno paura di qualcosa e la storia di Pietro ci fa vedere che pensare di non avere paura è un errore molto facile da fare.
Il racconto ci dice che Gesù sapeva che Pietro lo avrebbe rinnegato. Questo vuole dire che Gesù sapeva quello che Pietro non sapeva, o non voleva accettare. Gesù conosceva bene Pietro e conosceva la sua paura. Pietro invece si è sopravvalutato, ha negato la sua paura.
Gesù ha detto a Pietro che lo avrebbe rinnegato prima che succedesse, ma non lo ha sgridato. Perché Gesù non chiede a Pietro di fare una cosa che lui non può fare. Gesù accetta la debolezza di Pietro, anche quando Pietro non vuole accettarla.
Gesù vuole bene a Pietro così com’è, anche se Pietro non è coraggioso come pensa di essere. Ma a Gesù non interessa che Pietro sia coraggioso, gli interessa che abbia fiducia in lui. Sono due cose diverse.
Da quando è stato arrestato Gesù è solo, lì i discepoli non possono più seguirlo, nella sua Passione (la sua sofferenza) i discepoli non possono seguirlo. Pietro ci prova, ma fallisce perché era inevitabile che fallisse. Nessuno può andare con Gesù fino alla croce, e anche se Pietro vorrebbe farlo, non può.
Potremmo dire che Gesù aveva già perdonato Pietro per il suo rinnegamento, anche se non era per nulla contento, ma Gesù non voleva nemmeno che Pietro fosse arrestato anche lui e finisse anche lui ucciso come sarà lui.
Gesù non ci chiede quello che non possiamo fare; non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di essere fedeli in tutto ciò che possiamo fare.
Vogliamo raccogliere in una preghiera tutti i nostri rinnegamenti, tutte le volte che abbiamo messo Gesù da parte.


Preghiera
Signore, anche noi come Pietro a volte ti rinneghiamo.
Non diciamo di non conoscerti, ma a volte viviamo come se non ti conoscessimo.
Non amiamo come tu ci hai insegnato e non guardiamo il nostro prossimo come un fratello o una sorella, ma come un estraneo.
Come Pietro, anche noi a volte siamo presuntuosi, troppo sicuri di noi stessi e anche noi, come Pietro, siamo delusi di noi stessi.
Ma sappiamo che, come Pietro, tu non ci abbandoni e ci aiuti a superare questi momenti.
per questo ti chiediamo perdono, nel nome di Gesù. Amen


Luca 24 - Emmaus
Come sapete la Bibbia non racconta la resurrezione di Gesù. Nessuno ha visto Gesù risuscitare. Racconta però diversi incontri con il Gesù risorto. Con i bambini abbiamo letto (raccontato) una bella storia di incontro con il Gesù risorto. La storia parla di due discepoli che il pomeriggio tardi del giorno di Pasqua – cioè il giorno dopo il sabato - vanno via da Gerusalemme per andare verso un villaggio di nome Emmaus.
A un certo punto …




lettura Luca 24,15-16:
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano”


Uno sconosciuto si affianca a loro e inizia a parlare con loro. È Gesù, ma i due discepoli non lo riconoscono: i loro occhi sono impediti, dice il testo.


Lettura 24,17-24:
17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon'ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto».


Gesù ovviamente sa quello che gli è successo, ma vuole farselo raccontare dai due discepoli. I discepoli sanno che le donne e poi alcuni altri discepoli hanno visto la tomba vuota. Ma per ora sono fermi lì, alla tomba vuota.
E infatti se ne sono andati da Gerusalemme. Hanno lasciato gli altri discepoli che stavano là e sono partiti verso Emmaus. Non sappiamo se a Emmaus ci sia casa loro, o se sia solo una tappa del viaggio. Comunque sono andati via.
Con i bambini abbiamo fatto un lavoretto sulle emozioni dei discepoli. Nel loro viaggio verso Emmaus abbiamo pensato che queste fossero le loro emozioni:
tristezza: sono tristi, perché Gesù non è più con loro
frustrazione: hanno investito tantissimo, forse tutto, nel seguire Gesù e ora… tutto sembra finito, tutto sembra fallito. Gesù è morto e una tomba vuota aggiunge solo mistero alla loro delusione
pesantezza: si sentono stanchi e pesanti, non sanno più che cosa fare
amarezza: forse pensano anche che avrebbero fatto meglio a non dare retta a Gesù, se tanto doveva finire così…
con questi sentimenti incontrano questo sconosciuto, che reagisce al loro racconto rimproverandoli un po’ e spiegando loro che cosa le scritture - cioè l’AT – dice del messia che doveva venire.
Stanno ancora parlano quando arrivano vicino a casa loro (o a un posto dove possono mangiare) e invitano Gesù a fermarsi con loro. È tardi, sta facendo sera, non è saggio viaggiare quando fa buio.
Gesù accetta e si ferma a mangiare con loro. E cosa succede?


Lettura Luca 24,30-35:
30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l'uno all'altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.


Mentre spezza il pane, come ha fatto nell’ultima cena con tutti i discepoli, lo riconoscono. Cosa dice il testo: “Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero”. I loro occhi all’inizio erano impediti,, ora vengono aperti.
Abbiamo notato che il verbo usato qui è passivo: “furono aperti”. Sembra che qualcuno apra gli occhi dei due discepoli.
Nella Bibbia spesso quando c’è un verbo passivo, il soggetto è Dio. Il racconto ci vuol dire che Dio apre i loro occhi nel momento in cui Gesù fa il gesto che rappresentava il sono di se stesso.
Ma appena lo riconoscono, Gesù sparisce dalla loro vista. Non possono godere di quel momento e fargli tutte le domande che avrebbero voluto fargli. Perché?
Forse perché non è il momento di parlare ma è il momento di … andare.
I discepoli tornano a Gerusalemme. Ma non era buio? Sì era buio, ma in quel momento sono talmente felici da affrontare anche un viaggio al buio. È come se l’incontro con Gesù illumini la strada che devono fare.
E a Gerusalemme scoprono che anche gli altri discepoli hanno incontrato Gesù. Inizia una nuova storia.
Quali sentimenti provano nel viaggio di ritorno?
Gioia, serenità, pace, entusiasmo … non sono più tristi, non c’è più amarezza, non c’è più frustrazione, ma gioia, serenità, pace, entusiasmo, che sono i sentimenti della speranza.
Prima si ritiravano tristi tristi, andavano via, si allontanavano dagli altri, perché pensavano di non avere più nulla da fare, ora invece ritornano a Gerusalemme, ritornano al centro, ritornano dagli altri discepoli.
Questa è la Pasqua. È una trasformazione della vita, non solo delle nostre emozioni. Le emozioni esprimono un nuovo modo di vedere la vita e di vivere. La Pasqua dà uno scopo e un senso alla vita dei discepoli.
Ora ritroveranno gli altri discepoli e insieme a loro faranno comunità, condivideranno gioie e speranze. E tutti insieme comunicheranno agli altri questa grande novità, questa grande trasformazione.
Diranno che la tristezza può trasformasi in gioia, l’amarezza in pace, la frustrazione in serenità… la vita può cambiare, questo è l'evangelo, la buona notizia di Pasqua
ci lasciamo con due piccoli simboli:
i sandali perché Pasqua mette in cammino, fa partire, come i discepoli di Emmaus, che nonostante la loro stanchezza, ripartono per Gerusalemme
la candela perché i due discepoli partono di sera, quando è già quasi buio. La resurrezione di Gesù illumina la notte, illumina la strada che dobbiamo percorrere.
Che il Signore ci metta in cammino sulla sua strada, la strada della gioia, della pace, della speranza e la illumini quando la strada si fa buia e incerta con la luce della Pasqua


domenica 26 febbraio 2017

Predicazione di domenica 26 febbraio 2017 su Luca 10,38-42 a cura di Marco Gisola

Luca 10,38-42

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: “Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta”

 
Una strana scena quella che ci racconta Luca subito dopo la parabola del samaritano. Gesù è in cammino con i suoi discepoli e sappiamo che la meta del loro cammino è Gerusalemme e a Gerusalemme Gesù troverà ad attenderlo la passione e la croce. Questo cammino è lungo e Gesù e i discepoli fanno molte tappe e molti incontri. Una tappa è a casa di Marta e Maria; dal testo sembra però che soltanto Gesù entri in casa delle due donne, non i discepoli. E Luca non ci dice nulla su Lazzaro, che secondo il vangelo di Giovanni è fratello di Marta e Maria, come non ci dice nulla sul luogo dove abitano, che sempre secondo Giovanni è Betania.
Luca racconta la scena con molta naturalezza, ma sappiamo che non era affatto scontato che un uomo entrasse in casa di una o più donne se non ne era il marito. Gesù è accolto da Marta, ci dice il racconto. E mentre Marta si dà da fare per trattare bene l’ospite, Maria si siede ai suoi piedi e ascolta la sua parola. Il testo dice proprio “ascolta la sua parola”, dando alla frase un significato solenne e mettendo Maria nella situazione della discepola seduta ai piedi del maestro. Proprio la naturalezza di Luca nel raccontare la scena è già rivoluzionaria: pensate che uno scritto ebraico del tempo diceva che era meglio bruciare le parole della Torah piuttosto che comunicarle alle donne. Le donne non erano nemmeno tenute a osservare la legge e nemmeno ad andare in sinagoga e se ci andavano dovevano stare separate dagli uomini, nella parte riservata alle donne. Per Luca – e per Gesù e per Maria – invece è naturale che una donna sieda ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola. E il fatto che una donna possa essere discepola di Gesù esattamente come lo erano i discepoli maschi è la prima buona notizia che questo brano proclama alle donne e alla chiesa tutta, fatta di uomini e donne.
E se questo, come abbiamo detto, è normale per Gesù e per Maria, non lo è invece per Marta. Marta si sta occupando di servire Gesù come si serve un ospite, un ospite di riguardo evidentemente. Non c’è nulla di male in quello che fa Marta, anzi l’ospitalità nella Bibbia è una pratica importantissima: Abramo ospita tre uomini che si rivelano essere messaggeri di Dio e la lettera agli ebrei (13,2)commenta questo brano dicendo: “Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”. Il problema è che Marta rinchiude se stessa in questo ruolo e pensa che, come donna, non possa avere altro ruolo e non possa fare altro che preparare un buon pranzo o una buona cena per il suo ospite. Non considera l’ipotesi di diventare sua discepola. Non riesce nemmeno a immaginarsi di sedersi ai piedi di Gesù, secondo Marta non è quello il suo posto, il suo posto è in cucina.
E non solo: si arrabbia con sua sorella che l’ha lasciata sola nelle faccende di casa e quindi l’ha lasciata sola nel suo ruolo di donna che non può essere altro che quella che serve. La rabbia di Marta è quella di chi è invidioso di chi – in questo caso la sorella – riesce ad arrivare dove lei non arriva, riesce a vivere la novità e la libertà dell’evangelo che lei non ha ancora imparato. Non riesce a pensare di essere altro che quella che serve. Ho usato il verbo essere e non solo il verbo fare, perché non è solo questione di fare, è questione di essere: Marta intende preparare il pasto e servirlo perché pensa che questo sia il suo modo di essere e non ne vede altri. Ma Gesù la rimprovera, anche se molto benevolmente: “Marta, Marta...” la ripetizione del nome è segno di affetto da parte di Gesù. Gesù le sta dicendo che, come Maria ha fatto, anche lei può fare altro e soprattutto può essere altro che una donna che serve gli uomini.
Con Gesù, davanti a Gesù, c’è per le donne la possibilità di scegliere di essere discepole, esattamente come per gl uomini. Gesù sottolinea che Maria ha scelto la parte buona, perché ha scelto di ascoltare la parola di Gesù, mentre Marta ha scelto di non ascoltarla, di fare altro, per quanto buono e bello potesse essere quell’altro. Gesù non critica la scelta di Marta di servire e di occuparsi degli ospiti, ma critica la sua non scelta di ascoltare la sua parola in quel momento in cui questa possibilità le è offerta. Solo che Marta non aveva capito che le fosse offerta questa possibilità, perché non era abituata.
Quindi il primo messaggio di questo racconto, il primo evangelo, nel senso di buona notizia è che anche le donne possono essere discepole e dedicarsi all’ascolto della Parola. Purtroppo le chiese non hanno tirato le conseguenze fino in fondo di questa novità che Gesù ha portato e anche noi ci siamo arrivati da pochi decenni: quest’anno saranno 50 dalla consacrazione delle prime donne al ministero pastorale.

Ma c’è un secondo messaggio in questo brano che non riguarda soltanto le donne, ma tutti i discepoli e le discepole di Gesù. Se il primo punto era la possibilità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola, il secondo potremmo definirlo la necessità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola: “una cosa sola è necessaria” dice Gesù a Marta. Ci verrebbe da dire che nella vita ci sono tante cose necessarie, intanto per sopravvivere, come il lavoro, e poi ci sono tante incombenze quotidiane. Ma c’è una cosa necessaria, secondo Gesù, per vivere nella fede, una cosa davanti alla quale tutto il resto passa in secondo piano: ascoltare la sua Parola.
Certo, si vive anche senza ascoltare la parola, si vive anche senza andare in chiesa e non dobbiamo diventare come i farisei con cui spesso discute Gesù, che pensano di essere migliori degli altri perché osservano la legge alla perfezione. Sappiamo bene che non è affatto detto che chi non crede o non viene in chiesa sia peggiore di noi ci veniamo. Ma Gesù vuole dirci che se hai incontrato una volta la sua parola che chiama, la sua parola che libera, la sua parola che perdona, la sua parola che guarisce, hai bisogno di incontrarla di nuovo ogni giorno, e non per sopravvivere, ma per vivere, cioè per dare senso alla tua vita, per dare senso a tutto il resto della tua vita.
Marta sbaglia a pensare che per lavorare deve rinunciare ad ascoltare. Marta avrebbe dovuto fare quello che sta facendo non al posto di ascoltare la parola di Gesù, ma dopo aver ascoltato la parola di Gesù. Sarebbe infatti sbagliato contrapporre l’ascolto di Maria e il lavoro di Marta, come se fossero due scelte alternative: o ascolto la Parola o mi do da fare, come se si potesse solo fare una di queste due cose. Il racconto ci vuole dire che l’ascolto dà senso al lavoro e il lavoro trae il suo senso dall’ascolto. l’ascolto porta all'impegno e l’impegno è orientato dall’ascolto della Parola.
Questo testo biblico non vuole farci scegliere tra l’essere Maria e l’essere Marta, tra l'ascolto e l’impegno. Vuole dirci che quando c’è la possibilità di ascoltare la parola, quella è la cosa necessaria, la cosa da fare in quel momento. Poi, dopo avere ascoltato la Parola, allora sì che ci sono tante, tantissime cose da fare per il nostro prossimo e il nostro mondo. E tutto ciò che faremo dopo aver ascoltato la parola, sarà illuminato da questo ascolto, perché nell’ascolto si trova la forza, si trova la fiducia e la speranza necessarie per dare senso al nostro impegno e anche alle nostre fatiche.
La parte buona scelta da Maria – dice Gesù – cioè l’ascolto, non le sarà tolta. Tutto può esserci tolto, dagli eventi, dalle disgrazie della vita, dalle forze che vengono meno con il tempo, ma quello no, non può esserci tolto. La parola, cioè la promessa che Dio ci rinnova ogni volta che ascoltiamo la sua parola, quella non viene meno e non ci sarà tolta, perché non si fonda sulla nostra debolezza o sulla nostra piccolezza, ma si fonda sull’amore di Dio, che non viene meno.
Se come Marta rimaniamo in cucina, rimaniamo cioè lontani dalla Parola, viviamo lo stesso, ma ci perdiamo qualcosa di essenziale della nostra vita, ci perdiamo Dio, ci perdiamo la possibilità di ascoltare la sua Parola di perdono, di giustizia, di riconciliazione, di amore. Tutto questo è necessario alla nostra vita, che senza queste cose rischiamo di vivere solo in superficie senza immergersi nella vita che il Signore ci dona.
Che il Signore ci aiuti a far incontrare Marta e Maria nella vita di ciascuno e ciascuna di noi, ci aiuti a scegliere la parte buona ogni volta che ci è data la possibilità, perché quella parte buona non ci sarà tolta e ci accompagnerà tutta la vita.


lunedì 13 febbraio 2017

Predicazione di domenica 12 febbraio su Luca 17,7-10 a cura di Marco Gisola, ricordando la concessione dei diritti ciili ai valdesi (17 febbraio 1848)

Luca 17,7-10
7 «Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? 8 Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? 9 Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? 10 Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"».


Una parabola che sconcerta questa di Gesù, per l’immagine che usa e che è facile fraintendere. Può anche sembrare fuori luogo in questa domenica in cui ricordiamo la ricorrenza del XVII febbraio, ovvero la festa della libertà, che ricorda la concessione dei diritti civili ai valdesi nel lontano 1848. Celebriamo la libertà leggendo un testo che parla di servi? Ma non è una contraddizione? Su questo ci ritorniamo tra poco.
Partiamo dal testo. Come sappiamo, nelle sue parabole Gesù prende sempre spunto dalle cose che accadono intorno a sé, nel suo mondo e nella sua società. In questo caso prende spunto dal rapporto che c’era ai suoi tempi tra padroni e servitori. Ma sarebbe un errore trasformare questa parabola in un’allegoria; prendere questa parabola per allegoria vuol dire che noi sostituiamo Dio al padrone e noi al servo e la interpretiamo come se Gesù volesse dirci che Dio è il nostro padrone e noi siamo i suoi servi. Ma non è questo l’intento di Gesù. Gesù non vuole dirci che Dio è il nostro padrone e noi siamo i suoi servi e non vuole nemmeno dirci che Dio ci tratta in modo sprezzante come fa il padrone di questa parabola e come hanno spesso fatto tutti i padroni con i loro servi.
Attenzione però: il tema della parabola non è come Dio ci considera, ma come noi consideriamo noi stessi. Che cosa dice infatti Gesù dopo aver raccontato la parabola? Dice: «Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: “Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare”». Siamo noi che dobbiamo considerarci servi inutili, non è Dio che ci considera tali. Se Dio ci considerasse inutili non si sarebbe preso la pena di inviare suo figlio in mezzo a noi e farlo arrivare fino alla croce per la nostra salvezza. No, la parabola non è un giudizio di Dio su di noi, ma è un insegnamento su come noi dobbiamo considerare noi stessi. È una parabola che vuole insegnarci come considerare il nostro fare, le nostre opere. Gesù con l’immagine del servo, vuole sgombrare ogni dubbio: quello che fai nella tua vita da credente non lo fai per avere qualcosa in cambio.
Come dobbiamo valutare le nostre opere, il nostro agire? Per prima cosa - se vogliamo rimanere nell’immagine della parabola di Gesù - potremmo dire che ciò che facciamo è nostro dovere: «abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare». Gesù vuole dirci che nei confronti di Dio – se proprio vogliamo usare una metafora economica – non siamo creditori, ma siamo debitori. Siamo debitori di tutto: della vita – della nostra vita in senso biologico e di tutte le vite di cui siamo circondati, dagli affetti alle sorelle e ai fratelli, fino alla natura – siamo debitori della nuova vita, cioè della vita che viviamo nella fede.
Gli dobbiamo la salvezza, cioè il fatto che Gesù è venuto, è morto e risorto anche per noi, anche per me e per te. Gli dobbiamo il perdono, cioè il fatto che ci guarda con gli occhi della misericordia e non con gli occhi del giudizio; gli dobbiamo la chiamata che ci rivolge ogni giorno, gli dobbiamo la fede che è anch’essa un suo dono, gli dobbiamo la speranza di cui ha riempito la nostra vita. E gli dobbiamo anche la comunità in cui ci ha inseriti, per non lasciarci soli. In questo senso l’immagine del servo è chiara ed esplicita. Non è Dio che deve qualcosa a noi, ma il contrario, siamo noi che gli dobbiamo tutto.
Questo modo di parlare di ciò che facciamo, l’essere servi di Dio, si affianca e integra l’altro modo tipico della teologia protestante per parlare delle nostre opere, che è la gratitudine: noi operiamo per gratitudine nei confronti di quel Dio che ci ha donato tutto. Gli siamo debitori di tutto, come dicevamo prima, ma non possiamo dargli nulla, perché Dio non ha bisogno che noi gli diamo qualcosa. Chi è invece che ha bisogno che noi gli diamo qualcosa? È il prossimo di cui ci parla l’evangelo molte volte e in molti modi.
La tua gratitudine nei confronti di Dio la manifesti nell’amore per il prossimo; Dio vuole che restituiamo un piccola, minima parte dell’enorme debito che abbiamo nei suoi confronti e che non potremo mai saldare, donandoci al prossimo. Gratitudine verso il nostro Dio misericordioso e servizio del nostro Dio che è il Signore della nostra vita. Non dobbiamo dimenticare questo aspetto del nostro rapporto con Dio: Dio è il nostro salvatore ma è anche il nostro Signore, nel senso che vuole regnare sulle nostre vite e, come dicevamo due domeniche fa con i bambini, vuole che la sua volontà accada attraverso di noi.
È il Dio tenero e misericordioso, ma anche il Dio esigente, che ci chiede con forza di seguire la sua volontà e non la nostra. In questo senso servi, nel senso che siamo chiamati a fare la volontà di qualcun altro e non la nostra; ma poiché quel qualcun altro è Dio, il Dio che ci salva e ci libera, essere suoi servi e fare la sua volontà non è affatto degradante e dispregiativo. Essere servi di Dio non è affatto degradante, tutt’altro: è un onore e un dono.
Dio vuole, ci chiede che noi operiamo per la pace, per la giustizia, per l'uguaglianza, per risollevare quelli che sono a terra, per ridare dignità agli emarginati, per ridare speranza ai disperati, insomma vuole che facciamo quello che ha fatto Gesù, ovviamente con le nostre capacità e le nostre forze.
Questo significa essere suoi servi. E quando abbiamo fatto tutto questo – ma è chiaro che non riusciremo mai a fare tutto ciò che il Signore vuole da noi, magari qualche frammento - ma quand’anche avessimo fatto tutto ciò che il Signore ci chiede, dovremmo dire come il servo della parabola: siamo servi inutili, ciò che ho fatto non è un merito, non comporta una ricompensa, non mi sono guadagnato nulla, ma ho solo fatto il mio dovere di discepolo di Gesù, di servo di quel Signore che vuole essere servito nel prossimo che ha bisogno della mia presenza e del mio amore.
Ma servi inutili vuol anche dire che noi non siamo indispensabili all’opera del Signore, mentre lui è indispensabile a noi; vuol dire che noi non facciamo nulla che non possa fare qualcun altro, mentre Dio ha fatto per noi quello che nessun altro può fare. Non siamo indispensabili, eppure il Signore ci ha scelti come suoi servi; avrebbe potuto non sceglierci e invece ci ha scelti e in questa scelta si è manifestata la sua grazia. E avendoci scelti, noi ora siamo suoi servi, non nel senso dispregiativo che ha per noi questa parola, ma nel senso che siamo al suo servizio.
E non solo essere servi di Dio non ha nulla di umiliante, ma al contrario la Bibbia ci dice che in fondo essere servi di Dio è l’unico modo per essere veramente liberi. Nella concezione biblica non esiste la libertà assoluta: o si è servi di Dio o si è servi di qualcuno o qualcosa altro. Qualcosa deve guidare la nostra esistenza, le nostre scelte. Possiamo essere servi di noi stessi, dei nostri desideri, in ultima analisi del nostro ego e del nostro egoismo; possiamo essere servi di un leader, di un capo, di una guida umana che ci fa da padroni; possiamo essere servi di un’ideologia (e spesso l’ideologia è portata avanti da un capo e le due cose vanno insieme) e essere servi convinti di quella ideologia, o convinti che quel capo ha veramente ragione. Oppure possiamo essere servi di Dio, come ci ha insegnato Gesù, e quindi liberi dal nostro egoismo, liberi da ogni capo e liberi da ogni ideologia.
Ricordo che anni fa in occasione di un culto con la confermazione di alcuni ragazzi/e, il collega che presiedeva il culto fece inginocchiare quei ragazzi/e, cosa per noi inusuale, e disse loro una cosa che mi è piaciuta molto e che a volte gli “copio”: Disse loro: “oggi voi vi inginocchiate qui davanti a Dio, al vostro Signore, per non dovervi inginocchiare mai nella vostra vita davanti a nessun altro signore”.
Il Dio di Gesù Cristo è l’unico Signore che libera, ed è un grande dono esser suoi servi. Servi inutili, nel senso che non operiamo per avere un utile, ma agiamo perché il Signore ce lo chiede, dunque perché è giusto, e per amore, perché il Signore ci chiede di amare e amare nella Bibbia vuol dire servire, come ha detto e fatto Gesù, che si è fatto servo fino alla croce. Il compito è sconfinato: ovunque c’è dolore, o colpa, o tristezza, o solitudine, o conflitto, lì c’è un servizio che Dio ci chiama a compiere, per portare conforto, riconciliazione, speranza.
Ci dia il Signore di poter andare davanti a lui ogni sera e dirgli:
Signore, Tu mi hai fatto la grazia di chiamarmi a essere tuo servo e ti questo non ti ringrazierò mai abbastanza. Ho cercato di essere un servo fedele, ma so di averlo fatto spesso poco e male.
E so anche che quando ho fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità, rimango un servo inutile e continuo ad avere bisogno del tuo perdono e della tua grazia.
Continua, Signore, nella tua grazia, a perdonare i miei errori e a chiamarmi al tuo servizio, perché è beato chi tu chiami al tuo servizio, perché solo al tuo servizio c’è la vera libertà.