domenica 10 marzo 2019

Predicazione di domenica 10 marzo 2019 su 1 Samuele 8 a cura di Daniel Attinger

LA TENTAZIONE DEL POTERE
(Biella, 10 marzo 2019)
Testi delle letture : 1 Sam 8,1-22; Lc 4,5-8
 1 Quando Samuele divenne vecchio, nominò i suoi figli giudici d'Israele. 2 Suo figlio primogenito si chiamava Ioel e il secondo Abia; essi esercitavano la funzione di giudici a Beer-Sceba. 3 I suoi figli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dall'avidità, accettavano regali e pervertivano il giudizio. 4 Allora tutti gli anziani d'Israele si radunarono, e andarono da Samuele a Rama 5 per dirgli: «Ecco tu sei ormai vecchio e i tuoi figli non seguono le tue orme; stabilisci dunque su di noi un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni». 6 A Samuele dispiacque questa frase: «Dacci un re che amministri la giustizia in mezzo a noi». Perciò Samuele pregò il SIGNORE. 7 Allora il SIGNORE disse a Samuele: «Da' ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi non hanno respinto te, ma me, affinché io non regni su di loro. 8 Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall'Egitto fino a oggi: mi hanno abbandonato per servire altri dèi. 9 Ora dunque da' ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro».
10 Samuele riferì tutte le parole del SIGNORE al popolo che gli domandava un re. 11 Disse: «Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro; 12 ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. 13 Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. 14 Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. 15 Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. 16 Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. 17 Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi. 18 Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il SIGNORE non vi risponderà».
19 Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: «No! Ci sarà un re su di noi; 20 anche noi saremo come tutte le nazioni; il nostro re amministrerà la giustizia in mezzo a noi, marcerà alla nostra testa e condurrà le nostre guerre». 21 Samuele, udite tutte le parole del popolo, le riferì al SIGNORE, 22 e il SIGNORE disse a Samuele: «Da' ascolto alla loro voce e fa' regnare su di loro un re». Samuele disse agli uomini d'Israele: «Ognuno ritorni alla sua città».

Cari fratelli e sorelle,
Siamo entrati nel tempo della quaresima, che fin dai primi tempi della Chiesa è stato messo a parte per la istruzione di quelli che desideravano entrare nella comunità dei credenti; più di un tempo di peni­tenza era un periodo di formazione dei catecumeni. Molto presto anche, in Oriente come in Occidente, questo tempo è stato segnato da varie tappe di cui ogni domenica di quaresima era come la soglia. È co­sì che, in Occidente, la prima tappa di questa formazione era la meditazione delle tentazioni di Gesù: sono il primo ostacolo che il credente deve superare per poter mettersi al seguito di Gesù Cristo.
Quest’anno l’assemblea del circuito della nostra Chiesa propone, come già l’anno scorso, di fare una serie di predicazioni tematiche e ha scelto per tema quello del potere. Associando le tentazioni di Cristo, tema della prima domenica di quaresima, alla proposta del circuito, ne esce una lettura inattesa di Cristo: Gesù è forse stato tentato dal potere?
Sembra impossibile, tanto più che ha più volte manifestato la sua volontà di mettersi al servizio di tutti. Non ha forse dichiarato che era in mezzo ai suoi discepoli come colui che serve, pur essendo il maestro e il Signore? Certo! Ma è stato tale proprio perché aveva vinto la tentazione del potere. Lo abbiamo sentito nell’evangelo secondo Luca, quando il diavolo gli mostrò in un attimo tutti i regni del mondo e gli disse: “Io ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché mi è stata data, e io la posso dare a chi voglio; tu dunque, prostrati davanti a me e ogni cosa sarà tua”.
Non immaginiamoci che, nel deserto, si sia presentato a Gesù un essere con le corna e la coda per fargli questa proposta; nel deserto Gesù era solo, solo di fronte a se stesso. Questa tentazione nasceva dal suo cuore. Così dice infatti la lettera di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, pensi di essere ten­tato da Dio, perché Dio non è tentato dal male e lui stesso non tenta alcuno. Ognuno invece è tentato dal proprio desiderio che lo attira e lo seduce” (Gc 1,13-14). Così è stato anche per Gesù.
Prima però di meditare su questo, interroghiamoci sul potere. Il testo del primo Libro di Samuele proposto per questa domenica ci può aiutare a dare una risposta.
Siamo in un periodo cruciale del popolo d’Israele: un tempo di passaggio. Prima Israele era un insieme di tribù nomadi che si erano man mano installate nella terra di Canaan e vivevano in un modo più o meno anarchico: “In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene” (Gdc 17,6). Tempo quindi di disordine e dunque di debolezza politica. Israele era regolarmente vittima di nemici che lo vincevano e lo riducevano in schiavitù, fino a quando Dio suscitava un salva­tore: i giudici, come Sansone, Gedeone e altri. L’ultimo di essi fu Samuele che, l’abbiamo sentito, diven­tato vecchio, stabilì i propri figli come giudici in Israele. Purtroppo, anziché mettersi al servizio del po­polo, questi figli abusavano del loro potere. Ciò provocò la collera del popolo che, venuto da Samuele, gli chiese di stabilire per essi un re, perché diventassero un popolo come gli altri. Abbiamo anche senti­to con quanta tristezza Samuele accolse questa richiesta. Ma Dio gli spiegò che doveva ascoltare la voce del popolo perché non era diretta contro Samuele, ma contro Dio stesso. Israele non voleva più che Dio regnasse su di lui, voleva un re in carne e ossa, come gli altri popoli della terra.
Samuele illustrò allora al popolo il “diritto del re”, piuttosto che le sue pretese. Ricorda ciò che, in quanto esercita il potere, il re esigerà dal popolo. Uno Stato o una monarchia infatti ha bisogno di un esercito, di una corte e di una burocrazia, e ciò significa tasse, corvée, espropriazioni, servi e serve, etc. Conclude poi: “Allora griderete a causa del re che avrete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi ri­sponderà” (1Sam 8, 18).
Niente da fare: il popolo vuole il suo re … e poi ne dovrà subire le conseguenze: una successione di re “che – a parte qualche rara eccezione – fecero ciò che è male agli occhi del Signore”, fino a con­durre il popolo alla deportazione e all’esilio prima in Assiria, per il regno del Nord, poi a Babilonia, per il regno del Sud e Gerusalemme.
Cosa questo ci dice del potere? Vi è chiaramente uno scontro tra due visioni del potere: Samuele pensa al potere come una forza che, anziché proteggere il popolo, lo schiavizza, perché prende il posto di Dio stesso, il quale non ha esercitato, tramite i giudici, il “potere” ma la “giustizia”. Il popolo invece vuole un re potente che s’imponga, faccia guerra ai nemici e li vinca – a qualunque prezzo.
Non si può saltare immediatamente dai tempi biblici ad oggi, ma rimane vero che il potere – lo vediamo purtroppo non solo in Italia – affascina tanto chi lo esercita, che costui è pronto a tutto pur di conservare la sua poltrona; lo denunciavano già i profeti: chi è al potere dice di agire per il bene del popolo ma pasce solo se stesso (Ez 34,2).
Questo ci permette di gettare ora uno sguardo su ciò che avvenne a Gesù nel deserto. Fu tentato, perché era uomo come noi. Non dobbiamo pensare che il suo essere Figlio di Dio lo proteggesse dai pericoli che ogni essere umano corre. Anzi, è significativo che le tentazioni avvengano per lui, subito dopo che ha ricevuto il battesimo da Giovanni Battista e ha ascoltato la voce che lo designava come Figlio di Dio. “Ma allora – sembra dire Gesù –, se sono Figlio di Dio posso esercitare il potere su tutti i regni del mondo”. Sì, effettivamente, ma solo alla condizione di prosternarti davanti al potere del male, davanti al divisore. Non c’è potere buono o giusto; il potere è “diabolico”; tutt’al più ci potrà essere un potere meno cattivo di un altro.
Qual è la risposta che Gesù si dà alla tentazione del potere? “È scritto: ‘Ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio e renderai culto solo a lui’” (Lc 4,8). Gesù ha capito che non così si è figlio di Dio. L’esercizio del potere non fa i figli di Dio, ma i tiranni e i dittatori. Per essere e diventare figlio di Dio occorre prosternarsi davanti al Signore dell’universo la cui potenza non sta nel potere, ma nell’amore e la misericordia, nella forza disarmante di un bambino che nasce in una mangiatoia, nel dono di sé che fa il Crocifisso sotto la scritta: “Questi è il re dei Giudei”. Non il potere, ma l’obbedienza alla volontà di Dio fa i figli di Dio. Ciò che vale per Gesù vale anche per noi.
Forse direte: “Ma non sappiamo qual è la volontà di Dio, come allora potremmo obbedirgli?” Anche questa è una tentazione di potere. Vorremmo sapere ciò che è bene e male; lo vorremmo quasi scritto su due liste a nostra disposizione, il che ci esonererebbe di dover contare sul Dio vivente. Sa­premmo, ormai senza di lui, ciò che dobbiamo fare e ciò che non si deve fare … e saremmo prigionieri, non più del re, ma della nostra morale, di quelle due liste!
La vera questione non è: “Cosa Dio vuole che, in questo preciso caso, io faccia?”; è invece questa: “Desidero veramente, con tutto il mio essere, essere obbediente a Dio? È questa la mia più intima vo­lontà?”. Se così è, possiamo essere sicuri che, in un modo o in un altro, magari anche senza che ce ne accorgiamo, Dio ci farà fare la sua volontà. O per dirla in altro modo, il problema non è: Da quale boc­ca sentirò la volontà di Dio? Bensì: Il mio orecchio è davvero pronto ad ascoltarla? Se così è Dio trove­rà il modo di farcela sentire e, più ancora, di farcela fare, come ci ricorda il profeta Ezechiele:
[Dice il Signore:] Vi darò un cuore nuovo; metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; metterò dentro di voi il mio Spirito e farò che cammi­niate secondo le mie leggi, che osserviate e pratichiate i miei precetti (Ez 36,26-27).
Che questo tempo di preparazione a Pasqua ci serva a desiderare davvero di essere, nelle mani del Signore, strumenti docili del suo volere di pace e di bene per tutte le sue creature.
Amen

lunedì 4 marzo 2019

Predicazione di domenica 3 marzo su Luca 10,38-42 a cura di Marco Gisola

Luca 10,38-42
letture: Amos 5, 21–24; 1 Corinzi 13


Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: “Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta”.


Gesù è in cammino con i suoi discepoli verso Gerusalemme, dove troverà ad attenderlo la passione e la croce. Questo cammino è lungo e Gesù e i discepoli fanno molte tappe e molti incontri. Una tappa è a casa di Marta e Maria; dal testo sembra però che soltanto Gesù entri in casa delle due donne, non i discepoli.
Anche il vangelo di Giovanni ci racconta di due sorelle di nome Marta e Maria, ma ci parla soprattutto del loro fratello, Lazzaro, che muore e che Gesù riporta in vita. Luca invece, sembra non sapere nulla su Lazzaro.
La scena, che Luca racconta con molta naturalezza, non è invece per niente naturale: non era affatto normale che un uomo entrasse in casa di una o più donne se non ne era il marito. Gesù è accolto da Marta, ci dice il racconto; non è chiaro se la casa sia la sua o se le sorelle abitino insieme. Ma questo, ai fni del racconto, non è importante.
Il racconto mette l’accento su che cosa le due sorelle fanno: mentre Marta si dà da fare per trattare bene l’ospite, Maria si siede ai suoi piedi e ascolta la sua parola. Il testo dice proprio “ascolta la sua parola”, dando alla frase un significato solenne e mettendo Maria nella situazione della discepola seduta ai piedi del maestro.
Proprio la naturalezza di Luca nel raccontare questa scena è già rivoluzionaria: pensate che uno scritto ebraico del tempo diceva che era meglio bruciare le parole della Torah piuttosto che comunicarle alle donne. Le donne non erano nemmeno tenute a osservare la legge e nemmeno ad andare in sinagoga e se ci andavano dovevano stare separate dagli uomini, nella parte riservata alle donne.
Per l’Evangelo – sia nel senso di “buona notizia, sia nel senso del Vangelo scritto da Luca – è invece naturale che una donna sieda ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola. È naturale per Maria, che va contro le regole, ed è naturale anche per Gesù, che non solo non glielo impedisce, ma anzi la additerà come esempio alla sorella.
E il fatto che una donna possa essere discepola di Gesù esattamente come lo erano i discepoli maschi è la prima buona notizia che questo brano proclama alle donne e alla chiesa tutta, fatta di uomini e donne.
E se questo, come abbiamo detto, è normale per Gesù e per Maria, non lo è invece per Marta. Marta si sta occupando di servire Gesù come si serve un ospite, un ospite di riguardo evidentemente.
Non c’è nulla di male in quello che fa Marta, anzi l’ospitalità nella Bibbia è una pratica importantissima: Abramo ospita tre uomini che si rivelano essere messaggeri di Dio e la lettera agli ebrei (13,2)commenta questo brano dicendo: “Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”.
Il problema è che Marta rinchiude se stessa in questo ruolo e pensa che, come donna, non possa avere altro ruolo e non possa fare altro che preparare un buon pranzo o una buona cena per il suo ospite. Non considera l’ipotesi di diventare sua discepola. Non riesce nemmeno a immaginarsi di sedersi ai piedi di Gesù; secondo Marta non è quello il suo posto: il suo posto è in cucina.
E non solo: si arrabbia con sua sorella che l’ha lasciata sola nelle faccende di casa e quindi l’ha lasciata sola nel suo ruolo di donna che non può essere altro che quella che serve. Marta non riesce a pensare di essere altro che quella che serve.
Ho usato il verbo essere e non solo il verbo fare, perché non è solo questione di fare, è questione di essere: Marta intende preparare il pasto e servirlo perché pensa che questo sia il suo modo di essere e non ne vede altri.
Ma Gesù la rimprovera, anche se molto benevolmente: “Marta, Marta...” la ripetizione del nome è segno di affetto da parte di Gesù. Gesù le sta dicendo che, come Maria ha fatto, anche lei può fare altro e soprattutto può essere altro che una donna che serve gli uomini.
Con Gesù, davanti a Gesù, c’è per le donne la possibilità di scegliere di essere discepole, esattamente come per gli uomini.
Gesù sottolinea che Maria ha scelto la parte buona, perché ha scelto di ascoltare la parola di Gesù, mentre Marta ha scelto di non ascoltarla, di fare altro, per quanto buono e bello potesse essere quell’altro.
Gesù infatti non critica la scelta di Marta di servire e di occuparsi degli ospiti, ma critica la sua non scelta di ascoltare la sua parola in quel momento in cui questa possibilità le è offerta, in cui Gesù è lì. Solo che Marta non aveva capito che le fosse offerta questa possibilità, perché non era abituata.
Quindi il primo messaggio di questo racconto, il primo evangelo, nel senso di buona notizia è che anche le donne possono essere discepole e dedicarsi all’ascolto della Parola. Qualcuno sostiene che se Maria ha ascoltato la Parola, è possibile che ne sia diventata anche testimone e dunque annunciatrice, apostola.
Il racconto non arriva a questo, ma possiamo arrivarci noi nella nostra attualizzazione: chiunque ascolti la Parola, ne diventa anche testimone e annunciatore, donne o uomini che siano.
Ma c’è un secondo evangelo in questo brano: se il primo punto era la possibilità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola, il secondo potremmo definirlo la necessità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola: “una cosa sola è necessaria” dice Gesù a Marta.
Ci verrebbe da dire che nella vita ci sono tante cose necessarie, intanto per sopravvivere, come il lavoro, e poi ci sono tante incombenze quotidiane. Ma c’è una cosa necessaria, secondo Gesù, per vivere nella fede, una cosa davanti alla quale tutto il resto passa in secondo piano: ascoltare la sua Parola.
Certo, si vive anche senza ascoltare la parola, si vive anche senza andare in chiesa e non dobbiamo diventare come i farisei con cui spesso discute Gesù, che pensano di essere migliori degli altri perché osservano la legge alla perfezione. Sappiamo bene che non è affatto detto che chi non crede o non viene in chiesa sia peggiore di noi ci veniamo.
Ma Gesù vuole dirci che se hai incontrato una volta la sua parola che chiama, la sua parola che libera, la sua parola che perdona, la sua parola che guarisce, hai bisogno di incontrarla di nuovo ogni giorno, e non per sopravvivere, ma per vivere, cioè per dare senso alla tua vita, per dare senso a tutto il resto della tua vita.
Marta sbaglia a pensare che per lavorare deve rinunciare ad ascoltare. Il servizio non deve portare a rinunciare all’ascolto. L’ascolto è la cosa necessaria, il servizio deriva dall’ascolto, non può sostituirlo.
Sarebbe infatti sbagliato contrapporre l’ascolto di Maria e il lavoro di Marta, come se fossero due scelte alternative: o ascolto la Parola o mi do da fare, come se si potesse fare solo una di queste due cose. Il racconto ci vuole dire che l’ascolto dà senso al servizio e il servizio trae il suo senso dall’ascolto. l’ascolto porta all'impegno e l’impegno è orientato dall’ascolto della Parola.
Questo testo biblico non vuole farci scegliere tra l’essere Maria e l’essere Marta, tra l'ascolto e l’impegno. Vuole dirci che quando c’è la possibilità di ascoltare la parola, quella è la cosa necessaria, la cosa da fare in quel momento. Poi, dopo avere ascoltato la Parola, allora sì che ci sono tante, tantissime cose da fare per il nostro prossimo e il nostro mondo.
E tutto ciò che faremo dopo aver ascoltato la parola, sarà illuminato da questo ascolto, perché nell’ascolto si trova la forza, si trova la fiducia e la speranza necessarie per dare senso al nostro impegno e anche alle nostre fatiche.
Marta è chiamata anche ad ascoltare, Maria è chiamata anche a servire. E lo stesso vale ovviamente per i maschi: tutte e tutti chiamati a ascoltare la Parola e a servire.
La parte buona scelta da Maria – dice Gesù – cioè l’ascolto, non le sarà tolta. Tutto può esserci tolto, dagli eventi, dalle disgrazie della vita, dalle forze che vengono meno con il tempo; ma quello no, non può esserci tolto.
La parola, cioè la promessa che Dio ci rinnova ogni volta che ascoltiamo la sua parola, quella non viene meno e non ci sarà tolta, perché non si fonda sulla nostra debolezza o sulla nostra piccolezza, ma si fonda sull’amore di Dio, che non viene meno.
Se come Marta rimaniamo in cucina, rimaniamo cioè lontani dalla Parola, viviamo lo stesso, ma ci perdiamo qualcosa di essenziale della nostra vita, ci perdiamo Dio, ci perdiamo la possibilità di ascoltare la sua Parola di perdono, di giustizia, di riconciliazione, di amore, ciò che Gesù chiama la cosa “necessaria” per vivere nella fede.
Senza questa necessaria Parola di perdono, di giustizia, di riconciliazione, di amore, rischiamo di vivere solo in superficie questa vita che il Signore ci dona.
Che il Signore ci aiuti a far incontrare Marta e Maria nella vita di ciascuno e ciascuna di noi, ci aiuti a scegliere la parte buona ogni volta che ci è data la possibilità, perché quella parte buona non ci sarà tolta e ci accompagnerà tutta la vita.

mercoledì 6 febbraio 2019

Predicazione di domenica 3 febbraio 2019 su Esodo 3,1-15 a cura di Marco Gisola

Esodo 3,1-15

1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 2 L'angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. 9 E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» 12 E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte». 13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi dicono: "Qual è il suo nome?" che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d'Israele: "l'IO SONO mi ha mandato da voi"». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d'Israele: "Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi". Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.


Il popolo che Dio si è scelto non può rimanere schiavo, Dio vuole un popolo libero. La decisione di Dio per la libertà è il nucleo, il centro di questo episodio, raccontato in questo brano così denso di particolari che sarebbero tutti importanti. Ci fermiamo su alcuni di essi:
1. La prima cosa da sottolineare è che Dio partecipa alla sofferenza del suo popolo: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni»: i verbi usati non sono casuali: ho visto, ho udito, conosco.
Dio vede l’afflizione del suo popolo, il Dio dei cieli vede ciò che accade sulla terra, non ne è estraneo. Dio ascolta il grido di dolore degli oppressi, la voce di dolore del suo popolo arriva fino a lui, e dunque Dio conosce la sofferenza del suo popolo e si lascia coinvolgere da essa.
Questo brano biblico ci dice chiaramente, se mai ce fosse stato bisogno, che Dio non è lontano, non è insensibile a ciò che accade sulla terra, ma anzi se ne lascia toccare.
Dobbiamo però fare attenzione a un dettaglio che troviamo più avanti nel libro dell’Esodo. Fin qui ci viene detto che Dio vede la sofferenza del suo popolo, ascolta il grido di dolore del suo popolo. Potrebbe essere un rapporto del tipo genitore-figlio/a, in cui il genitore si occupa soltanto del proprio figlio/a. Ma più avanti nell’Esodo ci viene detto che Dio ascolta il grido di tutti coloro che gridano a lui:
Esodo 22,21-23: «Non maltratterai lo straniero e non l'opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto. Non affliggerete la vedova, né l'orfano. Se in qualche modo li affliggi, ed essi gridano a me, io udrò senza dubbio il loro grido».
Dio ascolta il grido anche dello straniero, oltre che della vedova e dell’orfano; insomma: Dio ascolta il grido di tutti gli oppressi. Questo è il Dio che ci presenta il libro dell’Esodo.


2. Dio vede, ascolta, conosce e dunque agisce: «Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso».
Dio scende. Questo verbo è molto importante, perché ci racconta l’atteggiamento di Dio nei confronti del suo popolo e dell’umanità che ha creata: Dio scende, non se ne sta lassù nel cielo, sulle nuvole, lontano dalle sofferenze, dalle contraddizioni degli esseri umani. Dio – come ci dicono alcuni salmi – è l’altissimo, ma si china sui miseri e sugli oppressi.
Se ci pensate, c’è già qui l’idea che sta alla base di quella che noi cristiani chiamiamo incarnazione. Come racconta Paolo l’incarnazione di Cristo? «pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini...» (Filippesi 2).
Paolo ci dice che Gesù rinuncia alle sue “prerogative” (scusate la parola poco biblica…) divine e si “svuota”; l’Esodo ci dice che Dio non rimane in alto, ma viene in basso per liberare il suo popolo.
E forse questo brano ci dice che in realtà, il fatto che Dio sia nei cieli non significa affatto che Dio è lontano. Forse questa è l’idea che qualcuno si è fatto nei secoli, ma non è biblica.
Nella Bibbia il fatto che Dio è cieli significa prima di tutto che non è nelle nostre mani, che non lo possiamo raggiungere né conoscere totalmente e tanto meno piegare ai nostri desideri, che c’è una distanza salutare tra lui e noi, nel senso che lui è il creatore e noi le sue creature, lui il salvatore e noi i salvati, e non viceversa.
Ma forse questa metafora vuol anche dirci che dai cieli Dio vede meglio di noi, perché vede dall’alto. Noi vediamo soltanto noi stessi e quelli che stanno intorno a noi.
Lui vede anche quelli che noi non vediamo, perché non possiamo vederli o non vogliamo vederli. Forse, chissà, il fatto che Dio che sta nei cieli, vuol dire che Dio sta nel luogo da cui, meglio di ogni altro, si può vedere la sofferenza di tutto il genere umano.


3. Dio scende per liberare il suo popolo. In questa frase di questo brano c’è veramente tanto della volontà di Dio. Non tutta, ma molta volontà di Dio è descritta qui: Dio è un Dio liberatore. Non è un caso che il tema della liberazione dall’Egitto ritorna, a mo’ di confessione di fede, in molti brani della Bibbia ebraica.
Il Dio creatore è anche il Dio liberatore e dunque è il Signore, che richiede la nostra fiducia e la nostra obbedienza. Siamo al cuore dell’Antico Testamento, anzi siamo al cuore di Dio e della sua volontà: la volontà di Dio è volontà di liberazione.
Dio vuole che il suo popolo non sia schiavo, non sia servitore di nessun altro se non di lui stesso e della sua volontà. La libertà del popolo e dei suoi singoli membri è molto concreta: le varie leggi e norme contenute nella Torah tendono proprio a questo, a che ogni singolo membro del popolo sia libero.
Questa volontà ci è confermata nel NT: anche qui l’evento centrale, cioè la morte e resurrezione di Cristo, è un evento di liberazione: Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi, dice Paolo, liberi per servire il prossimo, liberi di servire Dio nel prossimo.


4. Per fare tutto ciò Dio chiama Mosè. Non era scontato che Dio chiamasse qualcuno per liberare il suo popolo. Poteva farlo lui, da solo, compiendo qualche gesto spettacolare e miracoloso, senza coinvolgere nessuno.
Ma Dio non vuole agire da solo; come lui partecipa alla sofferenza del suo popolo, vuole che qualcuno del suo popolo partecipi all’opera di liberazione. E dunque Dio coinvolge Mosè, sceglie un essere umano che porti avanti con lui l’opera di liberazione.
E che essere umano sceglie! Non dimentichiamo che Mosè non era affatto una persona perfetta: aveva ucciso un egiziano per la rabbia che aveva provato vedendo i suoi fratelli ebrei maltrattati e poi aveva dovuto fuggire dall'Egitto. Quando viene chiamato, Mosè era dunque lontano dal suo popolo.
Le cose determinanti le farà tutte Dio, ma Mosè sarà il suo ambasciatore presso il popolo; sarà l’ambasciatore di Dio presso il popolo e l’ambasciatore del popolo presso Dio. Mosè dialogherà instancabilmente con Dio e con il popolo.
Dio dunque coinvolgendo Mosè non solo mostra la sua decisione di coinvolgere il suo popolo, ma così facendo corre dei rischi. Questo coinvolgimento di Mosè fa in fondo parte del suo “scendere”, del suo calarsi dall’alto verso il basso e sporcarsi le mani con l’umanità.
Scegliendo Mosè, Dio si mette in gioco, perché Mosè non sarà un burattino nelle sue mani, discuterà con Dio fin da subito, quando cercherà di respingere al mittente la chiamata che Dio gli rivolge.
E poi discuterà ancora con Dio molte volte, come quando intercederà per il suo popolo dopo il tradimento del vitello d’oro e farà cambiare idea a Dio.
Dio da un lato coinvolge Mosè, coinvolge l’essere umano nel suo progetto di liberazione, ma d’altro lato si lascia coinvolgere, si lascia anche cambiare dal dialogo con Mosè.


5. Ultima cosa che vorrei dire è sul nome di Dio. Questo è uno dei brani che hanno dato più lavoro ai biblisti. Mosè chiede a Dio di dirgli il suo nome e Dio dà tre risposte, prima dicendo che egli è il Dio dei padri, quindi legandosi alla storia di Israele.
Poi risponde con quella frase enigmatica che viene tradotta con «Io sono colui che sono» o «io sarò quello che sarò». Dio rivela poi al v. 15, il nome vero e proprio, il cosiddetto Tetragramma (YHWH), quattro consonanti ebraiche che non sappiamo più come fossero pronunciate, perché si sono perse le vocali.
Sia la frase «Io sono colui che sono», sia il tetragramma hanno a che fare con il verbo essere, ma non solo un teorico “essere” bensì un “esserci”. Dio sta dicendo a Mosè non che esiste – nessuno metteva in dubbio l’esistenza di Dio – ma che c’è, che è lì per e con lui e per e con il popolo.
Questo nome è dunque in primo luogo una promessa, la promessa che Dio sarà con il popolo nel suo esodo, nella sua uscita dalla casa di schiavitù. Il nome di Dio esprime la presenza di Dio, la promessa della sua presenza in mezzo al popolo per compiere l’opera di liberazione.
E poi è un nome attraverso cui Israele può invocarlo, chiamarlo, rivolgersi a lui in preghiera. Israele può avere una relazione con questo Dio. Sappiamo che sarà una relazione fatta di molte infedeltà da parte di Israele, e molto faticosa per Dio.
Il quale però però non verrà meno alla sua promessa di liberazione, non verrà meno alla promessa di essere il Dio che c’è e che accompagna il suo popolo.


In questo Dio che chiama Mosè noi crediamo e riponiamo la nostra fiducia.
Crediamo in un Dio che partecipa alle nostre sofferenze, che vede, ascolta e conosce i nostri tormenti e scende per liberarci da essi.
Crediamo in un Dio che per noi è sceso nella persona di Gesù, in un Dio che libera, che è il liberatore per eccellenza ed è sceso per liberarci dalla schiavitù della nostra colpa - e in fondo dalla schiavitù di noi stessi – e che ci chiama a collaborare a questa opera di liberazione degli oppressi da ogni genere di oppressione.
Crediamo in un Dio che ci rivela il suo nome affinché noi possiamo invocarlo, ci dona il suo nome che è una promessa, la promessa della sua presenza accanto a noi nel nostro cammino.
È il Dio di Mosè, è il Dio padre di Gesù, nel quale Dio è sceso fino a noi per dirci che anche per noi è vero tutto questo.


lunedì 7 gennaio 2019

Predicazione di domenica 6 gennaio 2019 su Matteo 2,1-12 a cura di Marco Gisola

Matteo 2,1-12
1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 "E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele"».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via.


L’episodio della visita dei magi a Gesù è un racconto molto particolare. Anzi, l’arrivo di questi sapienti dall’oriente guidati da una stella è quasi una nota stonata all’interno dei racconti della nascita di Gesù.
Appena Gesù, il messia di Israele, è nato, secondo Matteo, i primi personaggi che intervengono sulla scena sono dei pagani, dei sapienti circondati da un alone di mistero. Vengono dall’oriente, terra pagana e lontana, e seguono una stella, che già di per sé è una pratica che sa di paganesimo.
Essi appaiono qui e poi non si parlerà più di loro, forse non avranno più alcun contatto con Gesù, Matteo non ci dice più nulla.
Ma proprio per questo alone di mistero e per questa apparente incoerenza con il resto del racconto, il fatto che Matteo ci racconti questo episodio dà a questi simpatici personaggi un importanza particolare.
Che cosa significhi l’episodio in sé è abbastanza chiaro, al di là del mistero che li circonda: l’arrivo dei magi ci vuol dire che il ministero di Gesù, fin dalla sua nascita è già rivolto anche ai pagani. Gesù è appena nato e Dio già chiama dei pagani.
Matteo ci racconta che Gesù, appena nato, incontra l’ostilità di Erode, che era ebreo ed era circondato e consigliato dai sapienti di Israele, dagli esperti della scrittura e incontra invece la gioia e l’entusiasmo dei magi, questi uomini pagani che hanno intrapreso un lunghissimo viaggio per venire a visitare Gesù.
Quelli che erano geograficamente e religiosamente più vicini a Gesù non si accorgono di lui o gli sono addirittura ostili, mentre quelli che erano lontani, sia geograficamente, sia religiosamente, perché pagani, vengono ad adorarlo.
L’evangelo capovolge e sconvolge i nostri criteri di vicinanza e lontananza.
Gesù trova a volte discepoli migliori laddove non ce li si aspetterebbe e non li trova invece laddove dovrebbero esserci, dove ci si aspetterebbe che ci fossero.
Può accadere e accade che facciano maggiormente e meglio la volontà di Dio quelli che sono più lontani da lui, i pagani di oggi, che non quelli che si chiamano suoi discepoli.
La parola di Dio ci invita oggi a non dare mai nulla per scontato, a non dare per scontato il discepolato e la fedeltà, di coloro e di noi, che siamo vicini a Cristo perché portiamo il suo nome, e a non dare per scontato che altri non sono discepoli o discepole di Cristo perché apparentemente lontani da lui.
Questo mi sembra il messaggio centrale di questo racconto così suggestivo e un po’ misterioso. Vorrei ora sottolineare tre particolari di questo racconto che sono tra quelli che lo rendono così particolare e mi sembra ci pongano delle domande importanti.


Il primo è la stella. Inutile chiedersi che stella sia, se sia la cometa di Halley, quando, come e dove sia apparsa. Mi sembra chiaro che la stella è un mezzo di cui Dio si serve per condurre i magi a Betlemme. Il creatore dell’universo usa una delle sue creature per far venire i magi a Betlemme: “abbiamo visto la sua stella in oriente”, dicono i magi. La stella è il modo in cui Dio chiama i magi, il modo in cui Dio rivolge loro vocazione.
È la stella di Gesù, ovvero non una stella qualunque, ma una che Dio ha mandato, quasi fosse un angelo, con il preciso compito di attirare i magi. E pensare che l’Antico Testamento è chiaro nel proibire l’astrologia (Dt. 18,9ss.). È ai profeti e non agli astri che bisogna dare ascolto!
E quindi tanto più è particolare il fatto che Dio qui si serva di una stella. Ovviamente la stella in sé non conta nulla (non è che ora dobbiamo anche noi a metterci a guardare le stelle …!). la stella è un semplice “pezzo” di creazione, ma è il fatto che Dio se ne serva che conta.
Ciò che conta nel racconto non è la stella, ma ciò che la stella indica, dove la stella porta: a Cristo. Dio usa la lingua dei magi, le stelle appunto, per chiamarli e portarli da suo figlio.
Un secondo particolare che mi sembra importante è lo scopo per cui i magi vanno da Gesù: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono” (v. 11).
Matteo non ci dice se l’adorazione dei magi sia consistita in parole – e in questo caso che genere di parole – oppure sia stata silenziosa.
Possiamo solo notare che il momento dell’adorazione è l’unico momento del racconto in cui i magi si fermano.
Dopo il lungo viaggio di andata e prima dell’altrettanto lungo viaggio di ritorno, i magi si fermano ad adorare Gesù.
E dunque, anche se “adorare” è un verbo che non usiamo comunemente nel nostro linguaggio, il momento dell’adorazione potrebbe essere, nella nostra vita quotidiana e nel nostro culto, il momento in cui ci fermiamo, non facciamo nulla di ciò che siamo soliti fare e lasciamo che Dio riempia quel momento.
Per noi quel momento è forse soprattutto quello della lettura – personale o comunitaria – e dell’ascolto della sua Parola, mentre i magi non avevano una parola da ascoltare dal neonato Gesù. Ma in ogni caso, adorare significa fermarsi e mettere Cristo al centro, nella preghiera o nell’ascolto.
Adorare significa che non siamo noi ad agire, non siamo noi soggetti, ma il soggetto è Cristo, per i magi con il suo semplice “esserci”, per noi con il suo esserci e rivolgerci la sua parola.
Infine il terzo particolare importante sono naturalmente i doni. Al di là del significato simbolico dei doni, che sono doni degni di un re, è molto inconsueto che sia Gesù a ricevere qualcosa da parte degli esseri umani.
Al di là dell’ospitalità, della condivisione del cibo che molti offrono a Gesù, non ci viene mai raccontato che Gesù riceva dei doni e forse i magi sono gli unici nel Nuovo Testamento che offrono doni a Gesù.
In genere quando parliamo della nostra fede, ci consideriamo – giustamente – coloro che ricevono i doni di Dio, coloro che ricevono in dono, per grazia, il perdono, la fede, la vocazione. Solitamente nel nostro rapporto con Dio consideriamo Dio come colui che dona e noi come coloro che ricevono.
Nel racconto dei magi avviene invece l’esatto contrario: Gesù riceve e sono i magi, gli esseri umani a offrire, a donare. Ma non perché Gesù ne abbia bisogno, e del resto i magi non gli portano una coperta per riscaldarsi o un’altra cosa che possa essere utile a un neonato. I magi gli donano cose preziose, non cose necessarie.
Il dono esprime da un lato la regalità di Gesù e dall’altro la gioia e la gratitudine dei magi: «Quando videro la stella [sopra al luogo dov’era nato Gesù], si rallegrarono di grandissima gioia».
Il dettaglio interessante è che i magi gioiscono prima di vedere Gesù, appena la stella si ferma sopra la casa in cui c’è Gesù neonato. Basta loro sapere che hanno trovato il re che cercavano per far scoppiare la loro gioia.
Il momento dell’adorazione è il momento della gioia e della gratitudine. In quel momento non c’è nulla da chiedere, da domandare, da supplicare… c’è solo da gioire e da esprimere la propria gratitudine.
Siamo capaci di gioire davanti al Signore? E siamo capaci di portargli dei doni? Abbiamo qualcosa da offrire a Gesù?
Certo, nel ricevere la grazia possiamo solo andare da Cristo a mani vuote, ma per mostrare la nostra riconoscenza, per adorare Gesù nella nostra vita quotidiana, abbiamo molto da offrire.
Non dobbiamo portare doni a Gesù, che non è qui in carne ed ossa, ma al prossimo in cui Gesù ci viene incontro. Quello sì che è qui in carne ed ossa! Ed offrirgli qualcosa di prezioso, non qualcosa di superfluo.
Una fede che non sa gioire e non ha nulla da offrire, è una fede a cui manca qualcosa, che non ha ancora riconosciuto Gesù come re della propria vita.
Gioia e dono fanno parte della adorazione, dunque della fede, dunque del discepolato. Una fede senza gioia, un discepolato senza dono sono monchi, manca loro qualcosa.

Questo racconto della visita dei magi a Gesù ci dice quindi che Dio chiama anche i lontani, che la sua vocazione non ha limiti. Chiama a incontrare Gesù e la sua chiamata, cioè la sua Parola, è rivolta a tutti, a partire dai più lontani.
Ci dice che la prima reazione che si ha all'incontro con Gesù è l'adorazione, cioè lasciare che sia lui, il Cristo, al centro e non noi.
E ci dice che chi incontra Gesù è colmo di gioia e pronto a donare le sue cose più preziose.
Voglia il Signore continuare a rivolgere anche a noi questa sua chiamata.

domenica 30 dicembre 2018

Predicazione di Natale 2018 su Giovanni 3,31-36 a cura di Marco Gisola

Giovanni 3,31-36
31 Colui che viene dall'alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. 32 Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza. 33 Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero. 34 Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura. 35 Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano. 36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui».


Il nostro lezionario ci propone quest’anno un testo apparentemente poco natalizio. Un brano che parla di cielo e di terra e della loro distanza; che parla della rivelazione che Dio ha fatto nel suo figlio Gesù, che dice le parole di Dio; che parla dello Spirito, che Dio dona non con misura, cioè dona in modo smisurato.
Un testo intenso e complesso a partire dal fatto che non si capisce bene chi sia a parlare, se Giovanni il battista o Gesù. Uno di quei brani che costituiscono un rompicapo per gli studiosi. Ma andiamo con ordine:

1. «colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza»
ecco qui descritta la distanza tra cielo e terra: Gesù viene dal cielo, cioè da Dio e rende testimonianza di ciò che ha visto e udito presso Dio: tipico linguaggio giovanneo per dirci che Gesù è venuto a farci conoscere Dio e la sua volontà per noi.
Gesù viene dal cielo: ecco qui l’aggancio con il vangelo del Natale, cioè con il vangelo dell’incarnazione: Gesù viene, scende dal cielo, non rimane lassù, ma viene quaggiù.
Viene a rendere testimonianza, viene a parlarci di Dio, a farcelo conoscere attraverso ciò che egli dice e attraverso ciò che egli fa.
Gesù colma quella distanza che noi non possiamo e non potremmo colmare. Noi non possiamo salire al cielo. Possiamo solcare il cielo con le astronavi, con i satelliti e con le sonde, possiamo arrivare persino a toccare e a fotografare Marte, ma non possiamo arrivare a toccare e fotografare Dio. Dio è oltre, non è raggiungibile. E allora viene lui da noi, nel suo figlio Gesù.
Non sarà la nostra sapienza, non sarà la nostra forza, non sarà la nostra morale a portarci da lui. Bisogna che venga lui da noi. Poiché la terra non sale al cielo, il cielo scende sulla terra.
Ma nessuno riceve la sua testimonianza: la testimonianza che ci porta Gesù non viene creduta. Chi crederebbe a un figlio di Dio che nasce profugo in una stalla e muore da ribelle su una croce? Umanamente parlando è poco credibile, molto poco credibile!
Ma «chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero». Il testo si contraddice subito dopo: qualcuno dunque ha ricevuto questa testimonianza, qualcuno ha creduto! Ha creduto che cosa e ha creduto perché?

2. Ha creduto che «colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio». Chi ha ricevuto la sua testimonianza è chi ha ricevuto la sua Parola. Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio, parla, dice l’evangelo della grazia. La rivelazione è in primo luogo parola; poi ci sono anche i miracoli, anzi i segni, come li chiama Giovanni. Ma quanti vedranno i segni e non crederanno alla Parola che accompagna i segni?
È alla parola che è necessario credere per incontrare la volontà di Dio. Gesù è venuto dal cielo alla terra per dirci le parole di Dio, per rivelarci la sua volontà di amore, di giustizia e di libertà, attraverso le sue parole e i suoi gesti.
Dio si fa Parola, e la Parola si fa carne, e la carne, cioè la persona di Gesù, dice le parole di Dio: «E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità», aveva detto Giovanni all’inizio del suo Vangelo.
Parole di giudizio e parole di grazia; parole di promessa e parole di consolazione, parole di appello alla conversione e alla fede.
Tutto questo non ci viene incontro in eventi o gesti spettacolari e portentosi, ma nella Parola annunciata e creduta.

3. E perché alcuni hanno ricevuto la testimonianza di Gesù? Perché «Dio infatti non dà lo Spirito con misura». È lo Spirito che fa sì che crediamo a quella testimonianza incredibile, apparentemente troppo umana per essere creduta, apparentemente troppo debole per essere creduta.
Umana e debole come un neonato in una mangiatoia. Solo lo Spirito può aiutarci a credere che lì, che proprio lì c’è il nostro Signore e il nostro Salvatore, come ci dice il racconto del vangelo di Luca che abbiamo letto oggi.
Dio non dà lo Spirito con misura. Non vuol solo dire che dona molto Spirito, vuol dire che non lo possiamo misurare, che non sottosta ai nostri limiti, ai nostri confini e alle nostre misure.
Lo Spirito di Dio ci dona di credere a ciò che pare incredibile, ci dona di credere che Dio rende possibile ciò che a noi pare impossibile, come dicevamo nel culto con la scuola domenicale alcuni giorni fa. Ci dona di credere a ciò che non vediamo e ci dona di credere che egli viene nel mondo nella debole carne di un neonato, di credere che la «potenza di Dio si mostra perfetta nella debolezza» come dirà l’apostolo Paolo.
Quella debolezza e quella fragilità sono il segno del fatto che Gesù si mette nelle mani degli esseri umani, e quella debolezza e quella fragilità lo accompagneranno fino alla croce, quando si metterà definitivamente nelle mani degli esseri umani, che lo uccideranno, perché lui non opporrà resistenza.

4. Ma torniamo all’inizio: noi che veniamo dalla terra, ci crediamo davvero che lui viene dal cielo? Cioè: fuori di metafora: che Gesù viene davvero a rivelarci la volontà di Dio per noi? Che davvero viene dall’alto e la sua Parola è una Parola di salvezza e di liberazione?
A pieno diritto diciamo che in Gesù Dio si rivela nella debolezza e nella fragilità, che la sua Parola è anch’essa debole e fragile, che può essere facilmente fraintesa e altrettanto facilmente respinta.
Ma questo nostro – legittimo - mettere al centro la debolezza e la fragilità di Gesù non deve portarci a credere in un Dio semplicemente debole e fragile, che sarebbe in fondo un Dio a nostra immagine e somiglianza.
La scelta dell’incarnazione, la scelta della discesa del figlio nella carne, il suo consegnarsi nelle mani degli esseri umani non è stata una scelta di un Dio debole.
La scelta della debolezza l’ha fatta il Dio onnipotente, il creatore del cielo e della terra, che in Cristo ha voluto convogliare tutta la sua potenza nell’amore e nel dono del suo figlio al mondo.
Il debole e fragile Gesù della mangiatoia e della croce è ben di più che un fragile neonato o un debole uomo: è il figlio di Dio, che è venuto a dirci le parole di Dio. Il figlio che Dio ama, «a cui – dice il nostro testo – [Dio] ha dato ogni cosa in mano».
E infatti, «Chi crede nel Figlio ha vita eterna», dove sappiamo che “eterna” per Giovanni esprime molto di più che una durata; esprime una qualità, una vita qualitativamente diversa e nuova, vissuta in Dio e dono di Dio.
Per questo quella dura parola finale: «chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui». L’ira di Dio non è definitiva, come ci racconta tutta la Bibbia; il giudizio è sempre anche un appello alla conversione.
Qui non è il caso di andare a pensare ai non credenti o a chi crede diversamente da noi, ma è bene pensare in primo luogo a noi stessi: rifiutare la parola dell’evangelo è respingere il dono della vita nuova che Dio ci offre.
Invece, «Chi crede nel Figlio ha vita eterna», riceve in dono la possibilità di una vita nuova, piena e libera.
Celebrando, a Natale, la venuta di Gesù nel mondo, noi celebriamo l’aprirsi di questa possibilità di vita nuova anche per noi.
Il nostro brano di oggi iniziava raccontandoci la distanza che c’è tra cielo e terra. Il racconto del Natale ci mostra che il cielo – cioè Dio – è venuto sulla terra – cioè fino a noi - in quella mangiatoia di Betlemme.
Dio continui a darci il suo Spirito senza misura, smisuratamente, cosicché guardando il neonato Gesù, possiamo scorgere il cielo venuto in terra, e ascoltando le parole di Gesù, possiamo percepire la Parola di Dio che ci viene a dire tutto il suo amore per la terra e per noi che la abitiamo.