domenica 21 aprile 2019

Predicazione di Venerdì Santo 2019 su Giovanni 19,17-30 a cura di Marco Gisola

Giovanni 19,17-30


17 Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, 18 dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo.
19 Pilato fece pure un'iscrizione e la pose sulla croce. V'era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. 20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco. 21 Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei"; ma che egli ha detto: "Io sono il re dei Giudei"». 22 Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto».


Chi è quell’uomo che viene crocifisso quel lontano giorno di quasi duemila anni fa, appena fuori le mura di Gerusalemme, insieme ad altri due condannati a morte? Chi lo sa chi sia quest’uomo? I suoi discepoli forse lo sanno, o forse non lo sanno più, vista la fine che sta facendo… Ma i suoi discepoli non ci sono, solo Pietro e un altro discepolo lo avevano seguito, ma poi Pietro aveva negato di conoscere Gesù.
Non lo sanno coloro che lo hanno mandato a morire sulla croce, anzi pensano che sia un impostore, un trascinatore di folle, un poco di buono che vuole solo mettere il suo popolo nei guai con i romani, la cui occupazione è già abbastanza dura…
Forse le donne che – secondo Giovanni – sono lì davanti alla croce intuiscono qualcosa, ma anche se è così non possono dire nulla, non possono nemmeno protestare…
È solo Pilato che - senza crederci e senza volerlo – proclama al mondo che Gesù è il re dei giudei, ovvero il messia di Israele.
Gesù è il messia e il figlio di Dio, questo ci dice ogni pagina del vangelo di Giovanni e – ironia della sorte… anzi: ironia di Dio! - colui che lo proclama al mondo è il pagano e opportunista governatore romano Ponzio Pilato.
Fa mettere un cartello sopra la croce, come usava per tutti i condannati, con il nome e il motivo della condanna. “Gesù il Nazareno, Re dei Giudei”. Il motivo della condanna diventa però un annuncio, una proclamazione rivolta a tutto il mondo, perché il cartello è scritto in tre lingue: ebraico, greco e latino.
La lingua degli ebrei, la lingua dei romani, cioè dell’impero, e la lingua dei greci, quella del commercio, parlata da chi viaggiava in tutto il mediterraneo.
A morire sulla croce è il re dei Giudei, ci dice Pilato, che diventa profeta, che annuncia quello che è il cuore del vangelo di Giovanni; lo Spirito Santo si serve di questo uomo, di cui altrimenti non conosceremmo nemmeno il nome, che sarebbe rimasto noto soltanto agli studiosi di storia romana. E che invece è entrato nel Credo apostolico: “patì sotto Ponzio Pilato”.
Giovanni nel suo vangelo chiama “innalzamento” la crocifissione, perché per lui, per la sua teologia e per la sua fede, la croce non è luogo di umiliazione e abbassamento, ma luogo di innalzamento, di gloria. Il rifiuto da parte dell’umanità, è allo stesso tempo la glorificazione di Gesù da parte di Dio.
E infatti Giovanni ci racconta che Gesù porta la croce da se stesso, non ci sono altri (Simone di Cirene, come ci dicono i sinottici) a portargli la croce, a significare che egli avanza di propria volontà verso la condanna.
Giovanni non ci racconta le prese in giro nei confronti di Gesù ai piedi della croce, gli scherni e gli insulti. Gesù è padrone delle sue scelte.
Viene crocifisso al centro, in mezzo a altri due crocifissi, di cui Giovanni non ci dice nulla. Anche questo piccolo dettaglio che Gesù è al centro, per molti è segno della sua regalità: è al centro come i re, che hanno ai loro fianchi aiutanti e consiglieri.
La croce è come un trono: Gesù regna dalla croce, non regna dal trono, non regna dal palazzo, non regna con l’esercito, ma regna dalla croce. Dal luogo più improbabile e più paradossale – la croce - Gesù regna. Questo ci vuol dire Giovanni.


23 I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso. 24 Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.


La crocifissione di Gesù adempie le Scritture. Gesù non viene dal nulla, viene dal suo popolo per il suo popolo, benché la maggior parte del suo popolo lo respinga.
Alcuni dettagli della crocifissione di Gesù sono importanti perché adempiono ciò che dice la Scrittura, in questo caso il salmo 22: «spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica» (v. 18).
si è discusso molto sulla tunica di Gesù, una tunica senza cuciture, cioè tessuta tutta insieme. Anch’essa probabilmente vuole simboleggiare qualcosa e la tesi più diffusa è che simboleggi l’unità della chiesa, come farebbe anche la rete che non si strappa nonostante i 153 pesci di Giovanni 21.
Secondo Agostino, la veste divisa in quattro parti rappresenterebbe la chiesa sparsa ai quattro angoli del mondo, mentre la tunica che non viene strappata, rappresenta l’unità delle quattro parti della chiesa sparsa nel mondo attraverso il vincolo dell’amore.



25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. 26 Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» 27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.


Quattro erano probabilmente i soldati che eseguono il triste compito di eseguire la condanna a morte di Gesù, (perché si dividono le vesti in quattro parti) e quattro sono le donne ai piedi della croce. Un’altra particolarità di Giovanni: le donne non guardano da lontano, come nei sinottici, ma sono lì vicino.
Insieme a loro c’è anche un uomo, il discepolo amato, o prediletto, un discepolo di cui non si conosce l’identità e di cui ci parla soltanto il vangelo di Giovanni.
Essi sono abbastanza vicini alla croce perché Gesù possa rivolgere la parola a Maria e al discepolo prediletto.
(Notiamo tra parenesi che il vangelo di Giovanni parla pochissimo di Giuseppe, anzi non ne parla affatto, menziona solo due volte Gesù chiamandolo “figlio di Giuseppe”. Ma Giuseppe non compare mai. La tradizione vuole che a questo punto Maria sia già vedova).
In questa scena, Gesù chiede al discepolo amato di sostituirlo in qualche modo nel ruolo di figlio; la parola “sostituire” non è giusta, ovviamente, perché un figlio non si può sostituire… Ma Maria è affidata a questo discepolo, che dovrà aver cura di lei come se fosse sua madre. Infatti questo discepolo prende Maria in casa sua.
Fin dal medioevo questa scena è stata interpretata nel senso che il discepolo rappresenterebbe tutti i discepoli, cioè la chiesa, la quale sarebbe così stata affidata a Maria. Sembra però più corretto il contrario, ovvero che Maria venga affidata al discepolo amato da Gesù, che infatti la accoglie in casa sua; si tratterebbe di una preoccupazione molto umana di Gesù nei confronti di sua madre.


28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.


L’ultima scena è il culmine. Per Giovanni la morte di Gesù è il compimento. Gesù “sa” che ogni cosa è compiuta e morendo pronuncia la frase “è compiuto”. “compimento” è la parola chiave di questo brano.
Ma fermiamoci un attimo su due dettagli: il primo è che Gesù chiede da bere, dice “ho sete”. Ma non perché ha davvero sete, bensì affinché si adempisse la Scrittura. Tutto deve accadere come profetizzato dalla Scrittura, come Giovanni aveva già detto a proposito delle vesti di Gesù tirate a sorte tra i suoi aguzzini.
Il secondo dettaglio è il mazzo di issopo: non è molto realistico, perché sembra non potesse sorreggere una spugna imbevuta di aceto. Ma il mazzetto di issopo era stato usato per spennellare le porte delle case degli ebrei la notte della morte dei primogeniti (esodo 12,22). si tratterebbe di un collegamento alla Pasqua ebraica, dove Gesù ha preso il posto dell’agnello.
Ma il culmine è proprio nelle parole “è compiuto”. Che cosa è compiuto?
È compiuta la vita di Gesù, nel senso che è giunta al termine ma anche nel senso che la sua missione è arrivata alla fine. Potremmo dire che è compiuta l’incarnazione, che lo scopo per cui «la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo tra noi» è raggiunto; lo scopo era – per usare le parole dello stesso Giovanni – amare i suoi fino alla fine («avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», Giovanni 13,1).
È compiuta la vita di Gesù, ed è compiuta l’incarnazione: la Parola fatta carne, Dio fattosi umano, che prende su di sé tutta la fragilità umana, subisce il rifiuto, l’ingiustizia, la morte. È vero che Giovanni è quello che ci presenta un Gesù più “divino”: non c’è la preghiera angosciata del Getsemani, non ci sono gli oltraggi dei passati sotto la croce… Ma è proprio lui, del resto, che parla di carne al cap. 1.
Gesù è carne come noi, e soffre come noi le cose peggiori che un essere umano può soffrire: appunto il rifiuto dei suoi compagni in umanità, l'ingiustizia, la condanna a morte. È compiuta l’incarnazione, nel senso che Gesù compie l’esistenza umana, non l’esistenza umana del re o del potente, bensì l’esistenza dell’essere umano misero e senza potere.
È compiuta la decisione di Dio di venire nel mondo in questo modo e non in altri, a rivelarci la sua volontà di donarsi di essere dono e non un’altra. È compiuta la decisione di Dio di mettersi nelle mani degli esseri umani.
E così è compiuta la rivelazione di Dio in Cristo, la rivelazione del suo volto misericordioso e giusto; giusto, perché la croce mostra tutta l’ingiustizia umana, che respinge e uccide il Dio che gli viene incontro, che respinge e uccide la libertà e la riconciliazione che Gesù ha vissuto e predicato. La croce è il giudizio su questa ingiustizia umana.
Misericordioso perché la croce significa che quel giudizio è pronunciato, ma non attuato. La sentenza è emessa, ma non eseguita. Questa è la grazia: che il giusto giudizio non è attuato, la giusta sentenza non è eseguita.
Solo così la rivelazione è compiuta, solo nella croce arriva a compimento la rivelazione della giustizia e della misericordia di Dio, della giustizia di Dio che è misericordia.
E infine, è compiuto l’amore di Gesù per l’umanità. Non solo per i suoi, ma per l’umanità intera. È compiuto l’amore di Gesù per noi, compiuto nel senso di totale, completo, assoluto. Solo l’amore di Dio – e quindi di Gesù – è completo, assoluto, compiuto appunto.
Il nostro amore è sempre in-compiuto, in-completo, relativo, parziale... Non potrebbe non essere così, perché siamo umani e la compiutezza, la assolutezza non ci appartengono. Gesù fa quello che noi non avremmo potuto e non potremmo fare, arriva dove noi non potremmo arrivare.
Il nostro amore è sempre anche amore per se stessi, solo l’amore di Dio – e quindi di Gesù – è amore totalmente gratuito, totalmente dono di se stesso, fino alla morte, e alla morte di croce, come scrive Paolo.


L’ultima cosa che ci dice questo racconto è che Gesù «chinato il capo, rese lo spirito». Questa affermazione “rese lo Spirito” dicono gli studiosi, ha due significati: il primo è che esso indica la morte di Gesù. Gesù rende lo Spirito nel senso che restituisce lo Spirito vitale, restituisce la vita al Padre e muore. La morte in croce è una morte lenta e dolorosa, per soffocamento, e per Gesù arriva – si potrebbe dire finalmente – l’ultimo respiro. Gesù muore.
Ma c’è un secondo significato: lo Spirito può anche essere inteso non come l’ultimo respiro, ma come lo Spirito Santo: Gesù morendo dona lo Spirito Santo. La Pentecoste ci è raccontata soltanto dal libro degli Atti, scritti dall’evangelista Luca.
Per Giovanni morte, resurrezione, ascensione e dono dello Spirito Santo in pratica coincidono, cronologicamente e teologicamente, sono un evento unico.
Gesù morendo ritorna al Padre (innalzamento) e dona lo Spirito. Lo Spirito che, come lo ha definito qualcuno, è “la presenza di Gesù assente”, cioè è Gesù quando Gesù non c’è più fisicamente, viene donato subito, appena Gesù lascia questo mondo.


La vita di Gesù, l'incarnazione, cioè la decisione di Dio di venire nel mondo, la rivelazione del suo volto giusto e misericordioso sono compiute nella croce e con esse è compiuto, completamente vissuto e rivelato l’amore di Dio per noi.
Perché noi possiamo credere tutto questo, che proprio nella croce raggiunge il suo massimo il compimento dell’amore di Dio, Gesù ci lascia lo Spirito.
Lo Spirito ci aiuti a vivere in questa fede e in questa speranza, che la nostra vita che è sempre incompiuta è nelle mai di colui che nella croce ha compiuto tutto per noi.


giovedì 11 aprile 2019

Predicazione di domenica 7 aprile 2019 - Culto con Scuola Domenicale: La Passione secondo... Pietro

La passione secondo… Pietro


Oggi vogliamo ripercorrere la storia della Passione di Gesù mettendoci nei panni di uno dei protagonisti di questa storia, Pietro. Questa mattina diventiamo tutti quanti un po’ Pietro. Pietro, come sapete è uno dei primi discepoli che Gesù ha chiamato a seguirlo, è un discepolo importante, perché spesso è lui che parla a nome di tutti gli altri.
È un discepolo, come vedremo, umano, con i suoi alti e i suoi bassi, con i suoi entusiasmi e le sue paure. Proprio come noi. Per questo vogliamo rileggere alcuni episodi della passione e della pasqua attraverso i suoi occhi.


Marco 8, 27-30: Pietro ha capito chi è Gesù
27 Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» 28 Essi risposero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti». 29 Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30 Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Il grosso tema del vangelo di Marco è: chi è Gesù? Qui Gesù chiede ai discepoli che cosa la gente dica di lui e poi chiede a loro: «E voi, chi dite che io sia?». Cioè: chi sono io, secondo voi?
Pietro risponde prontamente, senza alcun dubbio: tu sei il Cristo. Cioè il Messia, il liberatore che Israele aspettava da molto tempo e che i profeti avevano annunciato. La risposta di Pietro, quindi, è quella giusta: è vero, Gesù è il Messia. Ma è sufficiente dire “Messia”?


Marco 8, 31-33: Ma ha capito davvero?
31 Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. 32 Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. 33 Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Appena Gesù dice che tipo di messia sarà, appena dice che cosa gli accadrà, cioè che deve essere respinto dai capi del suo popolo che lo metteranno a morte, e che poi risorgerà, Pietro lo rimprovera: il testo non ci dice che cosa Pietro abbia detto a Gesù, ci dice solo che lo rimprovera. Pietro non vuole che a Gesù accada qualcosa di male, non vuole che muoia.
Gesù, secondo Pietro, deve essere un messia trionfante, glorioso, non uno che viene respinto! Gesù lo rimprovera duramente: Pietro non ha il senso delle cose di Dio, cioè ragiona in modo troppo umano, esclusivamente umano.
Ecco il primo tratto molto umano di Pietro: vuole decidere lui che cosa Gesù deve fare, vuole decidere lui che cosa il messia deve fare, cioè che cosa Dio deve fare. Anche noi siamo un po’ così….


Marco 14,26-31: l’annuncio del rinnegamento di Pietro
26 Dopo che ebbero cantato l'inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi.
27 Gesù disse loro: «Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: "Io percoterò il pastore e le pecore saranno disperse". 28 Ma dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea». 29 Allora Pietro gli disse: «Quand'anche tutti fossero scandalizzati, io però non lo sarò!» 30 Gesù gli disse: «In verità ti dico che tu, oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo abbia cantato due volte, mi rinnegherai tre volte». 31 Ma egli diceva più fermamente ancora: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.


Gesù dice che tutti saranno scandalizzati. Che cosa vuol dire scandalizzati? Qui questa parola ha un significato ben preciso, un po’ diverso da quello che usiamo di solito: vuol dire “inciampare”. Gesù vuol dire che i discepoli inciamperanno, cioè che la loro fede inciamperà in un ostacolo molto grosso; questo ostacolo è la croce, è quello che Gesù subirà nella sua passione.
Ma Pietro è molto sicuro di sé, si sente forte, non ha paura. Gesù parla di quello che lo aspetta e del fatto che i discepoli fuggiranno: è scritto: “Io percoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse”.
Qui Pietro arriva a dire a Gesù: io sono disposto persino a morire insieme a te, se è necessario.
Pietro si sente un eroe, vuole bene a Gesù e vorrebbe stare con lui fino alla fine, qualunque cosa accada. Anche noi a volte ci sentiamo forti e ci sembra di non avere paura di nulla.
Ce la farà, Pietro? Intanto Gesù va in un giardino a pregare e la sua preghiera è molto angosciata, perché lui, invece, ha paura.


Marco 14,32-42: Nel Getsemani
32 Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». 33 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. 34 E disse loro: «L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». 35 Andato un po' più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell'ora passasse oltre da lui. 36 Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». 37 Poi venne, li trovò che dormivano e disse a Pietro: «Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un'ora sola? 38 Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39 Di nuovo andò e pregò, dicendo le medesime parole. 40 E, tornato di nuovo, li trovò che dormivano perché gli occhi loro erano appesantiti; e non sapevano che rispondergli. 41 Venne la terza volta e disse loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta! L'ora è venuta: ecco, il Figlio dell'uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».


Gesù chiede proprio a Pietro e ad altri due discepoli - Giacomo e Giovanni - di accompagnarlo e di pregare con lui. Ma loro si addormentano. Insomma: poco prima Pietro aveva detto di essere disposto a morire per Gesù e ora non riesce nemmeno a stare sveglio…


Il sonno è simbolo di stanchezza, ma anche di distanza: Pietro - e gli altri due – non riesce a stare con Gesù…


Simbolo: discepoli dormono


Marco 14,43-50: l’arresto
43 In quell'istante, mentre Gesù parlava ancora, arrivò Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui una folla con spade e bastoni, inviata da parte dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani. 44 Colui che lo tradiva aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; pigliatelo e portatelo via sicuramente». 45 Appena giunse, subito si accostò a lui e disse: «Rabbì!» e lo baciò. 46 Allora quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono.
47 Ma uno di quelli che erano lì presenti, tratta la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio.
48 Gesù, rivolto a loro, disse: «Siete usciti con spade e bastoni come per prendere un brigante. 49 Ogni giorno ero in mezzo a voi insegnando nel tempio e voi non mi avete preso; ma questo è avvenuto affinché le Scritture fossero adempiute». 50 Allora tutti, lasciatolo, se ne fuggirono.
Vengono armati a prendere Gesù. Giuda lo bacia come i discepoli usavano baciare i loro maestri. Solo che questa volta il bacio era un segnale: “quello che bacerò è lui pigliatelo”, aveva detto Giuda ai soldati. I soldati mettono le mani addosso a Gesù e uno dei discepoli cerca di difendere Gesù tirando fuori la spada e tagliando l'orecchio del servo del sommo sacerdote.
Il vangelo di Marco non ci dice chi è, ma il vangelo di Giovanni sì:


Giovanni 18,10-11
10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì il servo del sommo sacerdote, recidendogli l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Ma Gesù disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero; non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?» (Giov. 18,10-11).


Pietro vuole difendere Gesù e per farlo usa persino le armi! Pietro vuol fare l’eroe!
Ma Gesù lo rimprovera: deve bere il calice che il Padre gli dà, cioè deve affrontare la sua passione, non c’è altra via. Bisogna andare avanti.
Pietro, di nuovo, non aveva capito, pensava di potere lui aiutare Gesù. Pensava di potere salvare Gesù.


Simbolo: spada


La spada ci ricorda il nostro orgoglio e ci ricorda che la violenza non porta da nessuna parte e che Gesù non ha voluto la violenza. E ci ricorda anche che qualche volta non capiamo ciò che Dio vuole dirci e facciamo esattamente il contrario di quello che lui vorrebbe.


Marco 14,66-72: il rinnegamento
66 Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle serve del sommo sacerdote; 67 e, veduto Pietro che si scaldava, lo guardò bene in viso e disse: «Anche tu eri con Gesù Nazareno». 68 Ma egli negò dicendo: «Non so, né capisco quello che tu dici». Poi andò fuori nell'atrio e il gallo cantò. 69 La serva, vedutolo, cominciò di nuovo a dire ai presenti: «Costui è uno di quelli». Ma lui lo negò di nuovo. 70 E ancora, poco dopo, coloro che erano lì dicevano a Pietro: «Certamente tu sei uno di quelli, anche perché sei Galileo». 71 Ma egli prese a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo di cui parlate». 72 E subito, per la seconda volta, il gallo cantò. Allora Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detta: «Prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte». E si abbandonò al pianto.
Gesù viene portato dal sommo sacerdote e dagli anziani che lo interrogano. Pietro lo segue di nascosto, non vuole abbandonarlo. Ma una donna lo riconosce: “anche tu eri con lui”. E qui Pietro ha paura: “non so che cosa dici”; e intanto il gallo canta.
Ma la donna insiste: è uno di quelli”, cioè uno dei discepoli di Gesù. Pietro nega. Altri cominciano a dire: «Certamente tu sei uno di quelli» e Pietro risponde: “Non conosco quell’uomo di cui parlate!”.
Il Gallo canta per la seconda volta.
Pietro si ricorda delle parole di Gesù: prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte”.
Eccolo qui, il Pietro coraggioso, quello che voleva morire con Gesù, quello che voleva difenderlo con la spada, arriva a dire che nemmeno lo conosce e per ben tre volte! Pietro si rende conto di quello che ha fatto e piange.
Pietro è triste ed è deluso da se stesso. Ha fatto tutto il contrario di quello che avrebbe voluto fare. Voleva essere forte è stato debole, voleva essere coraggioso ed ha avuto paura, voleva aiutare Gesù e per salvarsi ha detto che nemmeno lo conosceva…


Simboli: gallo e lacrime


Anche a noi capita a volte di non esser come vorremmo essere, o anzi addirittura di fare il contrario di quello che vorremmo fare. Vorremmo essere pronti, coraggiosi, generosi, attenti agli altri e invece a volte siamo stanchi, sospettosi, sfiduciati, indifferenti...
anche a noi capita di essere delusi da noi stessi, di essere colpevoli...
vogliamo esprimere tutto questo in una preghiera di Confessione di peccato


Marco 15,21-27: crocifissione
21 Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi. 22 E condussero Gesù al luogo detto Golgota che, tradotto, vuol dire «luogo del teschio». 23 Gli diedero da bere del vino mescolato con mirra; ma non ne prese.
24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Era l'ora terza quando lo crocifissero.
26 L'iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei.
27 Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra.
La morte – e la resurrezione, ovviamente – di Gesù sono uno spartiacque. Tutto quello che Gesù aveva detto accade. Egli soffre, viene maltrattato e insultato e poi crocifisso.
Il terzo giorno risorgerà, ma per ora ci fermiamo un istante davanti alla croce, che rappresenta il rifiuto che noi umani opponiamo spesso a Gesù.


simbolo: croce


Giovanni 21,1-6.9-14: la pesca miracolosa
1 Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mare di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera. 2 Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. 3 Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. 4 Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. 5 Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». 6 Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. […]

9 Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. 10 Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». 11 Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. 12 Gesù disse loro: «Venite a fare colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. 13 Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce.
14 Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti.


Pietro e gli altri discepoli sono tornati a fare quello che facevano prima, sono tornati al loro lavoro di pescatori. Pietro e gli altri vanno a pescare di notte, perché di notte i pesci abboccano di più e i pescatori andavano (e ancora oggi vanno) di notte a pescare. Ma quella notte non prende nulla. È già mattina quando incontrano Gesù, lo vedono a riva mentre se ne tornano con le reti vuote.
Incontrano Gesù ma non lo riconoscono. Gesù dice loro di tornare a pescare: “Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete” e essi seguono il suo consiglio, anche se non hanno ancora capito che è lui.
E questa volta pescano un sacco di pesci al punto che “non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci”.
Uno per volta cominciano a capire che quell’uomo che li ha rimandati al largo a pescare è Gesù e lui li invita a fare colazione con lui.
Siamo tornati al punto di partenza, ma questa volta è Gesù risorto che è lì con loro a mangiare il pesce. E Gesù compie qui due miracoli: il primo è che i discepoli tornano a pescare dopo una notte in cui non hanno preso nulla, niente di niente. Il secondo miracolo è che questa la pesca è molto abbondante.
Ma senza il primo miracolo, non sarebbe successo nemmeno il secondo, se i discepoli non forse tornati a pescare non avrebbero preso quei 153 pesci.
La presenza di Gesù risorto ci aiuta a non rassegnarci davanti ai fallimenti, ci spinge a ricominciare, a gettare di nuovo le reti. Per ricordarci di questo mettiamo qui davanti a noi un pesce.


simbolo: pesce


Giovanni 21,15-19: Gesù e Pietro

15 Quand'ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pastura le mie pecore». 17 Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. 18 In verità, in verità ti dico che quand'eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti». 19 Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: «Seguimi».


Per tre volte Gesù chiede a Pietro se lo ami e per te volte Pietro risponde di sì, anche se l’ultima volta è un po’ triste perché si chiede perché Gesù continui a chiedergli la stessa cosa…
Tre volte Pietro aveva rinnegato Gesù, tre volte Gesù gli chiede se lo ama. Anche se Gesù non lo dice chiaramente, questa triplice domanda di Gesù e risposta di Pietro forse servono per superare l’episodio del rinnegamento.
Gesù non lo rimprovera, non lo condanna, non lo caccia via, gli chiede semplicemente se gli voglia bene.
E ogni volta che Pietro risponde di sì, Gesù gli dice: “pasci le mie pecore” o “i miei agnelli”. Gesù dà a Pietro un compito, il compito di pastore delle sue pecore, cioè dei discepoli. Quel Pietro così inaffidabile e così pauroso, quel Pietro che si voleva morire con Gesù e poi nega addirittura di conoscerlo, quel Pietro ha il compito di pascere le pecore di Gesù.
Il Signore chiede anche a noi se lo amiamo e se rispondiamo di sì, ha un compito anche per noi.


Gesù non ci chiede di essere perfetti, sa che come Pietro non posiamo esserlo e che come Pietro siamo pieni di contraddizioni.
Ci pone però ogni giorno una domanda, se l'amiamo, cioè se vogliamo seguirlo e fidarci di lui.
E ci chiede ogni giorno di gettar le nostre reti, anche se lo abbiamo già fatto, anche se siamo tornati a mani vuote.
Pietro è arrivato fin qui, a incontrare il risorto, nonostante e attraverso tutte le sue contraddizioni.
A lui – e a noi – Gesù chiede di amarlo, di fidarsi e di gettare le reti laddove lui vuole, e ricominciare così sempre di nuovo.




domenica 10 marzo 2019

Predicazione di domenica 10 marzo 2019 su 1 Samuele 8 a cura di Daniel Attinger

LA TENTAZIONE DEL POTERE
(Biella, 10 marzo 2019)
Testi delle letture : 1 Sam 8,1-22; Lc 4,5-8
 1 Quando Samuele divenne vecchio, nominò i suoi figli giudici d'Israele. 2 Suo figlio primogenito si chiamava Ioel e il secondo Abia; essi esercitavano la funzione di giudici a Beer-Sceba. 3 I suoi figli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dall'avidità, accettavano regali e pervertivano il giudizio. 4 Allora tutti gli anziani d'Israele si radunarono, e andarono da Samuele a Rama 5 per dirgli: «Ecco tu sei ormai vecchio e i tuoi figli non seguono le tue orme; stabilisci dunque su di noi un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni». 6 A Samuele dispiacque questa frase: «Dacci un re che amministri la giustizia in mezzo a noi». Perciò Samuele pregò il SIGNORE. 7 Allora il SIGNORE disse a Samuele: «Da' ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi non hanno respinto te, ma me, affinché io non regni su di loro. 8 Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall'Egitto fino a oggi: mi hanno abbandonato per servire altri dèi. 9 Ora dunque da' ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro».
10 Samuele riferì tutte le parole del SIGNORE al popolo che gli domandava un re. 11 Disse: «Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro; 12 ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. 13 Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. 14 Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. 15 Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. 16 Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. 17 Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi. 18 Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il SIGNORE non vi risponderà».
19 Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: «No! Ci sarà un re su di noi; 20 anche noi saremo come tutte le nazioni; il nostro re amministrerà la giustizia in mezzo a noi, marcerà alla nostra testa e condurrà le nostre guerre». 21 Samuele, udite tutte le parole del popolo, le riferì al SIGNORE, 22 e il SIGNORE disse a Samuele: «Da' ascolto alla loro voce e fa' regnare su di loro un re». Samuele disse agli uomini d'Israele: «Ognuno ritorni alla sua città».

Cari fratelli e sorelle,
Siamo entrati nel tempo della quaresima, che fin dai primi tempi della Chiesa è stato messo a parte per la istruzione di quelli che desideravano entrare nella comunità dei credenti; più di un tempo di peni­tenza era un periodo di formazione dei catecumeni. Molto presto anche, in Oriente come in Occidente, questo tempo è stato segnato da varie tappe di cui ogni domenica di quaresima era come la soglia. È co­sì che, in Occidente, la prima tappa di questa formazione era la meditazione delle tentazioni di Gesù: sono il primo ostacolo che il credente deve superare per poter mettersi al seguito di Gesù Cristo.
Quest’anno l’assemblea del circuito della nostra Chiesa propone, come già l’anno scorso, di fare una serie di predicazioni tematiche e ha scelto per tema quello del potere. Associando le tentazioni di Cristo, tema della prima domenica di quaresima, alla proposta del circuito, ne esce una lettura inattesa di Cristo: Gesù è forse stato tentato dal potere?
Sembra impossibile, tanto più che ha più volte manifestato la sua volontà di mettersi al servizio di tutti. Non ha forse dichiarato che era in mezzo ai suoi discepoli come colui che serve, pur essendo il maestro e il Signore? Certo! Ma è stato tale proprio perché aveva vinto la tentazione del potere. Lo abbiamo sentito nell’evangelo secondo Luca, quando il diavolo gli mostrò in un attimo tutti i regni del mondo e gli disse: “Io ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché mi è stata data, e io la posso dare a chi voglio; tu dunque, prostrati davanti a me e ogni cosa sarà tua”.
Non immaginiamoci che, nel deserto, si sia presentato a Gesù un essere con le corna e la coda per fargli questa proposta; nel deserto Gesù era solo, solo di fronte a se stesso. Questa tentazione nasceva dal suo cuore. Così dice infatti la lettera di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, pensi di essere ten­tato da Dio, perché Dio non è tentato dal male e lui stesso non tenta alcuno. Ognuno invece è tentato dal proprio desiderio che lo attira e lo seduce” (Gc 1,13-14). Così è stato anche per Gesù.
Prima però di meditare su questo, interroghiamoci sul potere. Il testo del primo Libro di Samuele proposto per questa domenica ci può aiutare a dare una risposta.
Siamo in un periodo cruciale del popolo d’Israele: un tempo di passaggio. Prima Israele era un insieme di tribù nomadi che si erano man mano installate nella terra di Canaan e vivevano in un modo più o meno anarchico: “In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene” (Gdc 17,6). Tempo quindi di disordine e dunque di debolezza politica. Israele era regolarmente vittima di nemici che lo vincevano e lo riducevano in schiavitù, fino a quando Dio suscitava un salva­tore: i giudici, come Sansone, Gedeone e altri. L’ultimo di essi fu Samuele che, l’abbiamo sentito, diven­tato vecchio, stabilì i propri figli come giudici in Israele. Purtroppo, anziché mettersi al servizio del po­polo, questi figli abusavano del loro potere. Ciò provocò la collera del popolo che, venuto da Samuele, gli chiese di stabilire per essi un re, perché diventassero un popolo come gli altri. Abbiamo anche senti­to con quanta tristezza Samuele accolse questa richiesta. Ma Dio gli spiegò che doveva ascoltare la voce del popolo perché non era diretta contro Samuele, ma contro Dio stesso. Israele non voleva più che Dio regnasse su di lui, voleva un re in carne e ossa, come gli altri popoli della terra.
Samuele illustrò allora al popolo il “diritto del re”, piuttosto che le sue pretese. Ricorda ciò che, in quanto esercita il potere, il re esigerà dal popolo. Uno Stato o una monarchia infatti ha bisogno di un esercito, di una corte e di una burocrazia, e ciò significa tasse, corvée, espropriazioni, servi e serve, etc. Conclude poi: “Allora griderete a causa del re che avrete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi ri­sponderà” (1Sam 8, 18).
Niente da fare: il popolo vuole il suo re … e poi ne dovrà subire le conseguenze: una successione di re “che – a parte qualche rara eccezione – fecero ciò che è male agli occhi del Signore”, fino a con­durre il popolo alla deportazione e all’esilio prima in Assiria, per il regno del Nord, poi a Babilonia, per il regno del Sud e Gerusalemme.
Cosa questo ci dice del potere? Vi è chiaramente uno scontro tra due visioni del potere: Samuele pensa al potere come una forza che, anziché proteggere il popolo, lo schiavizza, perché prende il posto di Dio stesso, il quale non ha esercitato, tramite i giudici, il “potere” ma la “giustizia”. Il popolo invece vuole un re potente che s’imponga, faccia guerra ai nemici e li vinca – a qualunque prezzo.
Non si può saltare immediatamente dai tempi biblici ad oggi, ma rimane vero che il potere – lo vediamo purtroppo non solo in Italia – affascina tanto chi lo esercita, che costui è pronto a tutto pur di conservare la sua poltrona; lo denunciavano già i profeti: chi è al potere dice di agire per il bene del popolo ma pasce solo se stesso (Ez 34,2).
Questo ci permette di gettare ora uno sguardo su ciò che avvenne a Gesù nel deserto. Fu tentato, perché era uomo come noi. Non dobbiamo pensare che il suo essere Figlio di Dio lo proteggesse dai pericoli che ogni essere umano corre. Anzi, è significativo che le tentazioni avvengano per lui, subito dopo che ha ricevuto il battesimo da Giovanni Battista e ha ascoltato la voce che lo designava come Figlio di Dio. “Ma allora – sembra dire Gesù –, se sono Figlio di Dio posso esercitare il potere su tutti i regni del mondo”. Sì, effettivamente, ma solo alla condizione di prosternarti davanti al potere del male, davanti al divisore. Non c’è potere buono o giusto; il potere è “diabolico”; tutt’al più ci potrà essere un potere meno cattivo di un altro.
Qual è la risposta che Gesù si dà alla tentazione del potere? “È scritto: ‘Ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio e renderai culto solo a lui’” (Lc 4,8). Gesù ha capito che non così si è figlio di Dio. L’esercizio del potere non fa i figli di Dio, ma i tiranni e i dittatori. Per essere e diventare figlio di Dio occorre prosternarsi davanti al Signore dell’universo la cui potenza non sta nel potere, ma nell’amore e la misericordia, nella forza disarmante di un bambino che nasce in una mangiatoia, nel dono di sé che fa il Crocifisso sotto la scritta: “Questi è il re dei Giudei”. Non il potere, ma l’obbedienza alla volontà di Dio fa i figli di Dio. Ciò che vale per Gesù vale anche per noi.
Forse direte: “Ma non sappiamo qual è la volontà di Dio, come allora potremmo obbedirgli?” Anche questa è una tentazione di potere. Vorremmo sapere ciò che è bene e male; lo vorremmo quasi scritto su due liste a nostra disposizione, il che ci esonererebbe di dover contare sul Dio vivente. Sa­premmo, ormai senza di lui, ciò che dobbiamo fare e ciò che non si deve fare … e saremmo prigionieri, non più del re, ma della nostra morale, di quelle due liste!
La vera questione non è: “Cosa Dio vuole che, in questo preciso caso, io faccia?”; è invece questa: “Desidero veramente, con tutto il mio essere, essere obbediente a Dio? È questa la mia più intima vo­lontà?”. Se così è, possiamo essere sicuri che, in un modo o in un altro, magari anche senza che ce ne accorgiamo, Dio ci farà fare la sua volontà. O per dirla in altro modo, il problema non è: Da quale boc­ca sentirò la volontà di Dio? Bensì: Il mio orecchio è davvero pronto ad ascoltarla? Se così è Dio trove­rà il modo di farcela sentire e, più ancora, di farcela fare, come ci ricorda il profeta Ezechiele:
[Dice il Signore:] Vi darò un cuore nuovo; metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; metterò dentro di voi il mio Spirito e farò che cammi­niate secondo le mie leggi, che osserviate e pratichiate i miei precetti (Ez 36,26-27).
Che questo tempo di preparazione a Pasqua ci serva a desiderare davvero di essere, nelle mani del Signore, strumenti docili del suo volere di pace e di bene per tutte le sue creature.
Amen

lunedì 4 marzo 2019

Predicazione di domenica 3 marzo su Luca 10,38-42 a cura di Marco Gisola

Luca 10,38-42
letture: Amos 5, 21–24; 1 Corinzi 13


Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: “Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta”.


Gesù è in cammino con i suoi discepoli verso Gerusalemme, dove troverà ad attenderlo la passione e la croce. Questo cammino è lungo e Gesù e i discepoli fanno molte tappe e molti incontri. Una tappa è a casa di Marta e Maria; dal testo sembra però che soltanto Gesù entri in casa delle due donne, non i discepoli.
Anche il vangelo di Giovanni ci racconta di due sorelle di nome Marta e Maria, ma ci parla soprattutto del loro fratello, Lazzaro, che muore e che Gesù riporta in vita. Luca invece, sembra non sapere nulla su Lazzaro.
La scena, che Luca racconta con molta naturalezza, non è invece per niente naturale: non era affatto normale che un uomo entrasse in casa di una o più donne se non ne era il marito. Gesù è accolto da Marta, ci dice il racconto; non è chiaro se la casa sia la sua o se le sorelle abitino insieme. Ma questo, ai fni del racconto, non è importante.
Il racconto mette l’accento su che cosa le due sorelle fanno: mentre Marta si dà da fare per trattare bene l’ospite, Maria si siede ai suoi piedi e ascolta la sua parola. Il testo dice proprio “ascolta la sua parola”, dando alla frase un significato solenne e mettendo Maria nella situazione della discepola seduta ai piedi del maestro.
Proprio la naturalezza di Luca nel raccontare questa scena è già rivoluzionaria: pensate che uno scritto ebraico del tempo diceva che era meglio bruciare le parole della Torah piuttosto che comunicarle alle donne. Le donne non erano nemmeno tenute a osservare la legge e nemmeno ad andare in sinagoga e se ci andavano dovevano stare separate dagli uomini, nella parte riservata alle donne.
Per l’Evangelo – sia nel senso di “buona notizia, sia nel senso del Vangelo scritto da Luca – è invece naturale che una donna sieda ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola. È naturale per Maria, che va contro le regole, ed è naturale anche per Gesù, che non solo non glielo impedisce, ma anzi la additerà come esempio alla sorella.
E il fatto che una donna possa essere discepola di Gesù esattamente come lo erano i discepoli maschi è la prima buona notizia che questo brano proclama alle donne e alla chiesa tutta, fatta di uomini e donne.
E se questo, come abbiamo detto, è normale per Gesù e per Maria, non lo è invece per Marta. Marta si sta occupando di servire Gesù come si serve un ospite, un ospite di riguardo evidentemente.
Non c’è nulla di male in quello che fa Marta, anzi l’ospitalità nella Bibbia è una pratica importantissima: Abramo ospita tre uomini che si rivelano essere messaggeri di Dio e la lettera agli ebrei (13,2)commenta questo brano dicendo: “Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”.
Il problema è che Marta rinchiude se stessa in questo ruolo e pensa che, come donna, non possa avere altro ruolo e non possa fare altro che preparare un buon pranzo o una buona cena per il suo ospite. Non considera l’ipotesi di diventare sua discepola. Non riesce nemmeno a immaginarsi di sedersi ai piedi di Gesù; secondo Marta non è quello il suo posto: il suo posto è in cucina.
E non solo: si arrabbia con sua sorella che l’ha lasciata sola nelle faccende di casa e quindi l’ha lasciata sola nel suo ruolo di donna che non può essere altro che quella che serve. Marta non riesce a pensare di essere altro che quella che serve.
Ho usato il verbo essere e non solo il verbo fare, perché non è solo questione di fare, è questione di essere: Marta intende preparare il pasto e servirlo perché pensa che questo sia il suo modo di essere e non ne vede altri.
Ma Gesù la rimprovera, anche se molto benevolmente: “Marta, Marta...” la ripetizione del nome è segno di affetto da parte di Gesù. Gesù le sta dicendo che, come Maria ha fatto, anche lei può fare altro e soprattutto può essere altro che una donna che serve gli uomini.
Con Gesù, davanti a Gesù, c’è per le donne la possibilità di scegliere di essere discepole, esattamente come per gli uomini.
Gesù sottolinea che Maria ha scelto la parte buona, perché ha scelto di ascoltare la parola di Gesù, mentre Marta ha scelto di non ascoltarla, di fare altro, per quanto buono e bello potesse essere quell’altro.
Gesù infatti non critica la scelta di Marta di servire e di occuparsi degli ospiti, ma critica la sua non scelta di ascoltare la sua parola in quel momento in cui questa possibilità le è offerta, in cui Gesù è lì. Solo che Marta non aveva capito che le fosse offerta questa possibilità, perché non era abituata.
Quindi il primo messaggio di questo racconto, il primo evangelo, nel senso di buona notizia è che anche le donne possono essere discepole e dedicarsi all’ascolto della Parola. Qualcuno sostiene che se Maria ha ascoltato la Parola, è possibile che ne sia diventata anche testimone e dunque annunciatrice, apostola.
Il racconto non arriva a questo, ma possiamo arrivarci noi nella nostra attualizzazione: chiunque ascolti la Parola, ne diventa anche testimone e annunciatore, donne o uomini che siano.
Ma c’è un secondo evangelo in questo brano: se il primo punto era la possibilità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola, il secondo potremmo definirlo la necessità di scegliere di sedersi per ascoltare la parola: “una cosa sola è necessaria” dice Gesù a Marta.
Ci verrebbe da dire che nella vita ci sono tante cose necessarie, intanto per sopravvivere, come il lavoro, e poi ci sono tante incombenze quotidiane. Ma c’è una cosa necessaria, secondo Gesù, per vivere nella fede, una cosa davanti alla quale tutto il resto passa in secondo piano: ascoltare la sua Parola.
Certo, si vive anche senza ascoltare la parola, si vive anche senza andare in chiesa e non dobbiamo diventare come i farisei con cui spesso discute Gesù, che pensano di essere migliori degli altri perché osservano la legge alla perfezione. Sappiamo bene che non è affatto detto che chi non crede o non viene in chiesa sia peggiore di noi ci veniamo.
Ma Gesù vuole dirci che se hai incontrato una volta la sua parola che chiama, la sua parola che libera, la sua parola che perdona, la sua parola che guarisce, hai bisogno di incontrarla di nuovo ogni giorno, e non per sopravvivere, ma per vivere, cioè per dare senso alla tua vita, per dare senso a tutto il resto della tua vita.
Marta sbaglia a pensare che per lavorare deve rinunciare ad ascoltare. Il servizio non deve portare a rinunciare all’ascolto. L’ascolto è la cosa necessaria, il servizio deriva dall’ascolto, non può sostituirlo.
Sarebbe infatti sbagliato contrapporre l’ascolto di Maria e il lavoro di Marta, come se fossero due scelte alternative: o ascolto la Parola o mi do da fare, come se si potesse fare solo una di queste due cose. Il racconto ci vuole dire che l’ascolto dà senso al servizio e il servizio trae il suo senso dall’ascolto. l’ascolto porta all'impegno e l’impegno è orientato dall’ascolto della Parola.
Questo testo biblico non vuole farci scegliere tra l’essere Maria e l’essere Marta, tra l'ascolto e l’impegno. Vuole dirci che quando c’è la possibilità di ascoltare la parola, quella è la cosa necessaria, la cosa da fare in quel momento. Poi, dopo avere ascoltato la Parola, allora sì che ci sono tante, tantissime cose da fare per il nostro prossimo e il nostro mondo.
E tutto ciò che faremo dopo aver ascoltato la parola, sarà illuminato da questo ascolto, perché nell’ascolto si trova la forza, si trova la fiducia e la speranza necessarie per dare senso al nostro impegno e anche alle nostre fatiche.
Marta è chiamata anche ad ascoltare, Maria è chiamata anche a servire. E lo stesso vale ovviamente per i maschi: tutte e tutti chiamati a ascoltare la Parola e a servire.
La parte buona scelta da Maria – dice Gesù – cioè l’ascolto, non le sarà tolta. Tutto può esserci tolto, dagli eventi, dalle disgrazie della vita, dalle forze che vengono meno con il tempo; ma quello no, non può esserci tolto.
La parola, cioè la promessa che Dio ci rinnova ogni volta che ascoltiamo la sua parola, quella non viene meno e non ci sarà tolta, perché non si fonda sulla nostra debolezza o sulla nostra piccolezza, ma si fonda sull’amore di Dio, che non viene meno.
Se come Marta rimaniamo in cucina, rimaniamo cioè lontani dalla Parola, viviamo lo stesso, ma ci perdiamo qualcosa di essenziale della nostra vita, ci perdiamo Dio, ci perdiamo la possibilità di ascoltare la sua Parola di perdono, di giustizia, di riconciliazione, di amore, ciò che Gesù chiama la cosa “necessaria” per vivere nella fede.
Senza questa necessaria Parola di perdono, di giustizia, di riconciliazione, di amore, rischiamo di vivere solo in superficie questa vita che il Signore ci dona.
Che il Signore ci aiuti a far incontrare Marta e Maria nella vita di ciascuno e ciascuna di noi, ci aiuti a scegliere la parte buona ogni volta che ci è data la possibilità, perché quella parte buona non ci sarà tolta e ci accompagnerà tutta la vita.