domenica 2 agosto 2020

Predicazione di domenica 2 agosto 2020 su Giovanni 9,1-7 a cura di Macro Gisola

Giovanni 9,1-7

1 Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. 2 I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» 3 Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. 4 Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. 5 Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».
6 Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, 7 e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.



Il brano di oggi ci mette davanti un aspetto dell’esistenza umana a cui siamo tutti molto sensibili: la sofferenza. La sofferenza e le ragioni della sofferenza. Il perché sulla sofferenza è senz’altro la domanda che più interroga e spesso tormenta gli esseri umani, anche i credenti, anzi a volte più i credenti che i non credenti, perché la domanda sulla sofferenza diventa immediatamente la domanda su Dio, su che cosa faccia Dio davanti alla sofferenza.

Questo racconto elimina una delle credenze più diffuse ai tempi di Gesù, ma in parte ancora oggi: che la sofferenza sia conseguenza di una colpa e sia dunque mandata da Dio come punizione per la colpa. Se soffri, devi per forza aver commesso qualche colpa grave; questa idea era molto diffusa ed è anche, ricorderete, la tesi degli amici di Giobbe, che tentano di convincere il loro povero amico precipitato nella sofferenza estrema che la colpa di quella sofferenza è sua. Questo libro dell’Antico Testamento, che, è stato scritto apposta per confutare la tesi che la sofferenza sia conseguenza della colpa. Sapete che nel libro di Giobbe Dio darà torto ai suoi amici che insistevano con questa idea.

Se soffri, devi aver commesso qualche colpa e se un bambino nasce con quello che oggi chiameremmo un handicap o una disabilità, allora è possibile che questa sia la punizione per la colpa dei suoi genitori o per una colpa che lui avrebbe commesso! È questa la domanda dei discepoli di Gesù: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» la risposta di Gesù è netta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Ovvero: non c’entra nessuna colpa, la cecità di quest’uomo non è conseguenza di una colpa, di nessuno!

Questa è da un lato una grande liberazione, liberazione dalla paura di soffrire a causa di una colpa di cui si è colpevoli, liberazione da un’idea di Dio che punisce il peccatore, liberazione dal dover vivere il rapporto con Dio fondandolo sulla paura e non sulla fiducia. Il che non significa ovviamente che Dio sia contento delle nostre colpe, ma vuol dire che davanti alla colpa Dio non mette in atto la nostra punizione, ma cerca la nostra conversione.

Se questo è vero ed è davvero liberante, d’altro lato però la domanda dei discepoli (e la nostra domanda) rimane senza risposta: di chi è la colpa della sofferenza? Perché è molto umano voler trovare un colpevole, a volte preferiamo dare la colpa a noi stessi piuttosto che non sapere di chi sia…. almeno ce la si può prendere con qualcuno…!

Invece Gesù non indica un colpevole, non c’è colpa per la cecità di quell’uomo, non c’è colpa per la sofferenza causata da malattie o disgrazie. E mentre la prima parte della risposta di Gesù è chiara (né lui né i suoi genitori sono colpevoli), la seconda non è così chiara: «è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui».

Che cosa vuol dire? A me sembra che si possa interpretare così: Dio non c’entra con la sofferenza – cioè non è lui che la manda, non ne è lui la causa – ma c’entra con la guarigione. Dio non c’entra con il male, ma con il bene, non c’entra con ciò che fa stare male, ma con ciò che fa stare bene.

E la sofferenza allora? Noi vorremmo sapere da dove viene, quale ne è la causa… perché se ne conoscessimo la causa – tipo la colpa di qualcuno – sapremmo chi ne è responsabile. E invece no, non lo sappiamo. Vi sono sofferenze senza responsabilità, e la cecità o un’altra malattia congenita, che ci si porta dietro dalla nascita, è l’esempio più eclatante e più chiaro di quello che possiamo chiamare un mistero. Di molte malattie – anche congenite - conosciamo la causa scientifica e da questo punto di vista non sono un mistero, ma lo sono dal punto di vista della giustizia. È una ingiustizia, un’enorme ingiustizia il fatto che un bambino nasca cieco o con altra disabilità. E questa ingiustizia non ha ragioni.

Forse accettare che è un mistero e che non possiamo trovare un colpevole può, alla fine, essere liberante. È difficile, va contro la nostra voglia di sapere chi è responsabile di tutto, ma può liberarci da questa continua ricerca del colpevole – che non troveremo mai…! - che in fondo ci tormenta l’esistenza.

La parola di Gesù non risolve il mistero, ma ci dice chiaramente da che parte sta Dio: non dalla parte della sofferenza ingiusta, ma dalla parte della guarigione. Detto in altre parole: non solo Dio non ha mandato la cecità a quell’uomo, ma non la vuole; non solo Dio non manda la sofferenza, ma non la vuole. Dio è dalla parte di quell’uomo che soffre, non dalla parte della sofferenza. Lo dimostra la guarigione che Gesù opera, ma Dio è dalla parte anche dei sofferenti che non guariscono. Come ha detto qualcuno, la Bibbia non risponde alla domanda sul perché della sofferenza, sulla origine della sofferenza, ma ci dice quale è la sua fine: essa è sconfitta da Dio, il male è sconfitto dal bene, persino la morte è sconfitta dalla vita, nella resurrezione di Gesù. Il male c’è, per molti versi è un mistero, ma per la fede la sua fine è segnata, perché vince Dio e quindi vince il bene.



Ma c’è poi una seconda cosa da dire su questo brano, che non tratta solo il tema della sofferenza e della “colpa” della sofferenza ingiusta, ma ha come secondo grande tema Gesù stesso. Il racconto di miracolo è l'inizio di un lungo brano che andrebbe letto per intero, cosa che vi invito a fare a casa, che va fino alla fine del capitolo 9. I versetti che abbiamo letto sono il “fatto”, l’evento della guarigione, preceduto da questo breve botta e risposta tra i discepoli e Gesù sulla causa della sofferenza. Ma poi Giovanni ci racconta tutte le reazioni a questo fatto: prima un breve dialogo tra l’uomo che era cieco con la gente che è lì e lo vede guarito; poi egli viene portato dai farisei che criticano Gesù perché ha guarito in giorno di sabato; poi un dialogo tra i farisei e i genitori dell’uomo; poi un altro scambio tra lui e i farisei che lo interrogano di nuovo e alla fine lo cacciano via; infine l’incontro dell’uomo guarito con Gesù, in cui l’uomo confessa la sua fede.

La chiusura del capitolo è un altro breve dialogo tra Gesù e i farisei in cui questi chiedono: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Questa guarigione del cieco nato è uno dei cosiddetti “segni” del vangelo di Giovanni. Segni è il nome con cui Giovanni chiama i miracoli. Segni perché Giovanni non è solo interessato al miracolo in sé, ma ogni miracolo “segnala”, cioè dice chi Gesù è e ha l’obiettivo di far nascere la fede in lui. E già nel brano che abbiamo letto Gesù dice «Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo», riprendendo quella affermazione «io sono la luce del mondo» che aveva detto nel capitolo precedente. Gesù ridona la vista a un cieco perché è la luce del mondo, questo è il senso del miracolo. Gesù è venuto a portare la luce agli esseri umani, non soltanto la vista ai ciechi, la vista ai ciechi è solo un segno della luce che Gesù porta a tutti e a tutte.

Quindi il cieco siamo noi; questo è il secondo significato del racconto, che dura tutto il capitolo. Siamo ciechi dalla nascita e lo siamo finché non incontriamo Gesù. Perché lui è la luce e vederci è credere in lui e mettere la nostra vita nelle sue mani. Altrimenti non ci vediamo, siamo come ciechi, anche quando – come i farisei – crediamo di vederci.

Perché il peccato dei farisei è proprio quello di pensare di vederci bene, anzi meglio degli altri. l’uomo cieco invece non sa nemmeno che cosa voglia dire vederci, perché è cieco fin dalla nascita, non ha mai visto.

Vorrei concludere sottolineando un piccolo dettaglio di questo brano: l’uomo cieco non chiede nulla a Gesù, nei sette versetti che abbiamo letto non chiede nulla e non dice nulla. È totalmente passivo. L’iniziativa è di Gesù. L’uomo non chiede la guarigione, forse non pensava assolutamente che un giorno avrebbe potuto vederci. Questo siamo noi secondo Giovanni. Esseri umani che non hanno luce e non hanno speranza, rassegnati a vivere nel buio.

Ma passa Gesù, luce del mondo, e ci dona la vista che è la fede. L’uomo guarito infatti alla fine confesserà la sua fede in lui. Ogni incontro con Gesù è luce, ad ogni incontro rinasce la fede e rinasce la vita. Solo chi pensa di vederci già bene non riesce ad incontrarlo. Ma per tutti i ciechi, c’è luce, c’è vita e c’è speranza.

domenica 26 luglio 2020

Predicazione di domenica 26 luglio 2020 su Matteo 13,44-52 a cura di Daniel Attinger

LA GIOIA DEL REGNO

Testi delle letture : Rom 8,18-25 e Mt 13,44-52

Matteo 13. In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 44 “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nascose; e per la sua gioia, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.

45 Ancora: il regno dei cieli è anche simile a un mercante in cerca di belle perle 46 e trovata una perla di gran valore la comprò dopo essere andato a vendere tutto ciò che possedeva.

47 Di nuovo: il regno dei cieli è simile a una rete capiente che è stata gettata in mare e ha raccolto ogni genere di pesce. 48 Una volta piena, la si tira su verso riva, ci si siede a raccogliere il buono in un contenitore e a gettare via ciò che è inutile. 49 Così sarà alla fine del tempo presente: gli angeli usciranno a separare i malvagi dai giusti 50 e li getteranno nella fornace di fuoco; là sarà il pianto e il digrignare dei denti.

51 Avete inteso?” “Sì” gli dicono. 52 Ed egli disse loro: “Perciò ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa: egli tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie”.


Carissimi,

Il testo dell’evangelo che abbiamo appena ascoltato è la conclusione del grande capitolo tredicesimo dell’evangelo secondo Matteo tutto consacrato alle parabole del regno di Dio. È là che si trovano le parabole ben conosciute del seminatore, delle zizzanie tra il grano, del chicco di senape e del lievito. Anche le parabole di oggi, del tesoro nascosto, del mercante in cerca di perle preziose e della rete, sono parabole che vogliono evocare il regno di Dio che sta al centro della predicazione di Gesù, come lo ricorda Matteo fin dai primi capitoli del suo evangelo; quando Gesù comincia il suo ministero, proclama:

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! (Mt 4,17).

Questo capitolo risponde essenzialmente a due domande.

Da una parte c’è la domanda sulle parabole: perché Gesù sceglie di presentare gran parte della sua predicazione attraverso queste storielle che talvolta sembrano indovinelli. È ciò che si vede soprattutto nella prima parte del capitolo: dopo che ha narrato la parabola del seminatore, i discepoli gli chiedono: “perché parli loro in parabole?” (13,10). La risposta di Gesù è difficile e non possiamo esaminarla oggi. Riteniamo però dalla risposta di Gesù un insegnamento impor­tante: il regno di Dio fa parte di un “mistero”; Gesù infatti dichiara: “a voi è stato dato di cono­scere i misteri del regno dei cieli, agli altri invece (cioè alla folla) non è stato dato” (13,11). Atten­zione però a non confondere i misteri con ciò su cui non serve riflettere, perché comunque non si comprenderà! Il mistero non è ciò che non si capisce, ma ciò in cui c’è troppo da capire, o ciò che non si finirà mai di capire; è realtà che ci fa andare da scoperte in scoperte… a condizione però che non si smetta di cercare.

L’altra domanda, più direttamente legata al testo di oggi, concerne invece il regno dei cieli in quanto tale: di che cosa Gesù parla quando annuncia il regno dei cieli, o regno di Dio (sappiamo infatti che Matteo parla sempre del “regno dei cieli”, perché condivide con il mondo ebraico la reticenza nel pronunciare il nome di Dio, per non nominarlo invano). Ogni parabola di questo capitolo narra un aspetto particolare del regno.

Allora cosa queste brevissime parabole ci dicono del regno di Dio che Gesù proclama?

1) Ecco un uomo che lavora un campo non suo – probabilmente un bracciante, un operaio agricolo o uno schiavo che lavora per un padrone –; ora, mentre lavora scopre un tesoro. Geloso della sua scoperta, la nasconde, vende tutto ciò che ha e compra il campo. Qui Gesù sottolinea il prezzo inestimabile del regno: è l’equivalente di tutto ciò che uno ha, di tutto ciò che è; il regno è più prezioso della nostra stessa vita. Ma la parabola dice, nel contempo, che questa rinuncia non è un’azione ascetica, né un’opera penosa o faticosa: è “per la gioia” della sua scoperta che quel bracciante rinuncia a tutto, perché il regno vale più di tutto ciò che si possa immaginare.

2) La parabola del mercante che cerca perle è molto simile. Anche qui si “vende tutto” per comprare quella perla. La diversità sta nel fatto che, mentre il lavoratore ha trovato il tesoro mentre era occupato al suo lavoro quotidiano – il che ci ricorda che il Regno è “nascosto” nel nostro ordinario, nelle relazioni che abbiamo quotidianamente con uomini e donne che incontriamo o con i quali viviamo e lavoriamo –, il mercante, da parte sua, “cerca” perle belle e preziose. Qui Gesù sottolinea che il regno di Dio non si trova “per caso”; va cercato giorno per giorno. Ma cosa significa “cercare il regno di Dio”?

La parabola non ce lo dice, tutt’al più ci rende attenti al fatto che quel mercante deve essere attento alle contraffazioni: nel mercato delle perle si trovano infatti anche tutte quelle che non sono vere perle. Lo stesso vale per il Regno: tante cose si presentano come ciò che ci procura la gioia perfetta, ma sono solo trappole per impadronirsi del denaro dell’ignorante o dell’ingenuo, oppure per ingannarli.

3) È proprio ciò che sottolinea con maggior forza la terza parabola, quella della rete. Qui i pescatori prendono di tutto nella loro rete, ma poi occorre fare una cernita per conservare solo il buono, cioè il commestibile, mentre il resto è buttato via. Occorre però a questo punto fare una precisazione importante: la separazione del buono dal cattivo o dall’inutile avviene “alla fine del tempo”, come Gesù aveva già detto quando spiegava la parabola delle zizzanie tra il grano.

Dunque, alla fine vi sarà il giudizio! Questo è un insegnamento dell’evangelo sul quale per secoli si è molto insistito. Basta visitare qualche chiesa medievale o anche più recente: poche sono quelle che non hanno un affresco o un dipinto del giudizio universale con un’attenzione particolare ai supplizi subiti dai cattivi. Si trattava di incutere paura nel cuore dei fedeli per ottenere più facilmente la loro obbedienza.

Eppure questo non è l’intento della parabola narrata da Gesù, come neanche quello della parabola della zizzania. Esse ci ricordano invece che non dobbiamo scandalizzarci dal fatto che il male sia sempre intrinsecamente mescolato al bene, come l’ingiusto al giusto, il brutto al bello. Anzi, non solo non dobbiamo scandalizzarci, ma non dobbiamo nemmeno pretendere di saper fare noi il discernimento tra l’uno e l’altro. Siamo chiamati invece a cercare il bene anche in mezzo a tanti mali, cercare il giusto nonostante l’ingiustizia che colpisce ovunque, persino i giudici e i santi! Questo miscuglio ci deve condurre alla pazienza gli uni verso gli altri.

Insieme, questi tre insegnamenti formano un bell’annuncio del Regno.

Ci viene detto anzitutto che è una realtà nascosta, ma non fuori dalla nostra portata; anzi sta vicinissimo a noi, è magari nascosta in noi stessi, come il Cristo che vive in noi. In quanto tale può spuntare, o manifestarsi, proprio in mezzo alle nostre attività quotidiane, come avvenne con il tesoro scoperto dall’operaio mentre svolgeva il suo lavoro ordinario.

La seconda parabola ci rende invece attenti al fatto che se lo vogliamo trovare, lo si può anche cercare, come Gesù disse una volta: “Chi cerca trova”. E questa ricerca non è un’attività penosa o affaticante: si tratta fondamentalmente di esercitare l’occhio per vedere che, anche quando tutto sembra senza uscita, quando si ha l’impressione che il male prevalga ovunque, quando si è presi dalla disperazione – e sono cose che ci capitano, come ben sappiamo –, spunta qua e là del bene che ravviva la speranza; come dice l’Apostolo che abbiamo sentito nella prima lettura:

Sappiamo che tutto coopera al bene per quelli che amano Dio (Rm 8,28).

Infine queste parabole ci ricordano che il Regno è una cosa così bella e preziosa che prevale su tutta la nostra esistenza, anzi che possiamo lasciar perdere tutto il resto, perché in questo regno sta tutta la nostra gioia. Comprendiamo allora in fin dei conti che il regno – il tesoro o la perla – non è altro che Gesù Cristo, colui che ha dato la sua vita per noi e che per noi è il volto del Dio nel quale crediamo.

A lui, come al Cristo, suo Figlio e allo Spirito, sia lode e gloria, ora e sempre.

Amen.

lunedì 20 luglio 2020

Predicazione di domenica 19 luglio 2020 su Deuteronomio 7,6-12 a cura di Marco Gisola

Deuteronomio 7,6-12



Infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d'Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica.
Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il SIGNORE, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.


«… Il Signore vi ama». Questo brano è in fondo una dichiarazione di amore verso Israele da parte di Dio. Questa dichiarazione di amore utilizza un linguaggio che non è quello tipico dell’amore umano, ma utilizza il linguaggio, che è tipico della Bibbia, della “elezione”. «Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti … perché il SIGNORE vi ama». Dio ama, quindi sceglie.

È un amore chiaramente impari, squilibrato, Dio ha scelto, non il popolo. Dio ama Israele, Israele chissà… chissà se ama Dio… chissà se ricambia l’amore che riceve…

Dio ha scelto e si è legato a Israele. Perché a Israele? Da che mondo è mondo le nazioni più forti sono anche le più grandi, grandi numericamente, grandi tecnicamente, grandi finanziariamente. Guardate come vanno le cose oggi a livello mondiale: c’è il G7, il G8, il G20… le nazioni più “forti”, ovvero più industrializzate, più ricche, più potenti.

Vi sono invece degli Stati nel mondo di cui non si conosce nemmeno l’esistenza, io a volte sento dei nomi di piccole nazioni che non conosco e me ne vergogno. La dinamica piccolo-grande conta tantissimo, conta nel mondo di ieri e in quello di oggi.

Ma non per Dio! Dio si è «affezionato» a questo piccolo popolo, non a uno grande. Non all’Egitto o all’Assiria, le grandi potenze del tempo, ma a Israele, un piccolo popolo, che non conta nulla davanti alle grandi e forti nazioni del tempo.

Paolo lo esprimerà in modo straordinario quando dirà che Dio «ha scelto le cose pazze del mondo, le cose deboli […], le cose che non sono…» (1 Cor. 1,27.28)

Non c’è merito da parte di Israele – e oggi da parte nostra, dei cristiani - e non c’è virtù o qualità per cui Dio sia portato a scegliere uno piuttosto che l’altro, c’è solo amore, solo grazia. La scelta di Dio che rende Israele il tesoro particolare di Dio.

Non è una scelta contro gli altri popoli, anche se spesso il conflitto tra Israele e gli altri popoli sarà duro, ma una scelta per Israele, per amore di Israele, che – come il padre Abramo – ha la vocazione di essere benedizione per tutti i popoli.

Affermare la grazia di Dio però non è una bella teoria o uno slogan teologico. L’idea della elezione, cioè della scelta di Dio, ci salva in fondo dal rischio di essere troppo teorici, di essere astratti: quello che siamo – credenti tiepidi, discepoli e discepole pieni di contraddizioni, ma soprattutto peccatori e peccatrici perdonati – lo siamo perché Dio lo ha voluto e lo ha scelto per noi.

La nostra tiepidezza (o a volte all’opposto l’entusiasmo presuntuoso, che è peggio) e le nostre contraddizioni (mescolate con l’illusione di essere coerenti, che è ancora peggio) sono la nostra “piccolezza” di cui parla Dio nel brano di oggi. Dio dice a Israele: non ti ho scelto per quello che sei, ma per quello che non sei, non sei un grande popolo, non sei una nazione potente, non sei un popolo forte.

Per questo ti ho scelto. Perché tu non devi essere grande, potente, forte, tu devi essere il mio «tesoro», dice Dio: «il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».

Prima del “dover essere” - devo essere fedele, devo essere coerente, devo essere così e cosà – c’è l’essere, c’è ciò che sei già per decisione e grazia di Dio, grazie alla sua elezione: il suo tesoro particolare. Il dover essere viene dopo.

Devi essere tante cose, ma non “devi essere” o diventare il suo tesoro, perché lo sei già, lo ha già deciso lui, la tua piccolezza, la tua tiepidezza, le tue contraddizioni non ti tolgono questo fatto, che è un fatto perché Dio lo ha deciso: sei il suo tesoro.

E l’amore di Dio si vede nei fatti: «il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù». Il gesto, l’atto d’amore principale di Dio verso il suo popolo è stata la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Dio ama Israele e lo vuole libero.

Il suo tesoro non deve essere schiavo, ma libero. E Dio darà a Israele la sua Torah perché Israele usi bene la sua libertà e nessun membro del popolo debba perderla a causa dell’ingiustizia di qualcun altro. Dio non si limita a proclamare il suo amore, ma ne dà un esempio molto concreto, che Israele non può e non deve dimenticare.


2. Dopo l’essere – sei il tesoro particolare di Dio - c’è poi anche il dover essere, c’è la richiesta di Dio, perché la grazia interpella, chiama e trasforma: innanzitutto «Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti».

E poi «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica». Riconosci che Dio è Dio e osserva i suoi comandamenti.

Riconosci che Dio è quel Dio che ti ha scelto, che ti ama, che ti ha eletto e fatto diventare il suo tesoro particolare e che ti ha liberato dalla schiavitù. Non hai a che fare con un Dio sconosciuto, che non sai chi è e che cosa fa.

La liberazione dalla schiavitù è l’evento centrale che rende il popolo un popolo, mentre prima era una grande massa di schiavi. Lì Dio si è presentato come il Dio dei padri Abramo, Isacco e Giacobbe (dunque un Dio che conoscevano già) e si è rivelato come Dio liberatore.

E anche noi cristiani conosciamo Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo, nella sua morte e resurrezione e nei suoi insegnamenti, anche per noi Dio è il Dio liberatore e misericordioso che ci è venuto incontro in Gesù e che incontriamo nella sua Parola.

Riconosci che Dio è Dio e che in Gesù ti viene incontro per annunciarti il suo perdono e il suo regno di giustizia e di pace.

E che ti viene incontro anche con la sua parola esigente: «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica».

Dio osserva il suo patto e chiede al suo popolo di osservarlo anche lui. Perché quella con Dio è una relazione, una relazione impari, squilibrata, ma sempre una relazione tra lui e noi, tra lui e te.

La relazione è fatta di fedeltà e di misericordia da un lato (Dio) e di fiducia e obbedienza dall’altro (noi). La fedeltà e la misericordia di Dio sono certe, la fiducia e l’obbedienza nostre sono molto incerte, sono anzi molto vacillanti e sempre bisognose del suo perdono.

Questo brano contiene anche parole minacciose: «a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge», parole da far tremare i polsi. Parole che vogliono dire che non si può prendere in giro Dio, non si può ascoltare la sua parola e poi ignorarla, non si può fare finta di stare nel patto, non si può volere la misericordia di Dio, ma non l’obbedienza che ci chiede.

Le parole di questo brano esprimono la grande misericordia di Dio «che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano» e poi, con le parole che ho definito “minacciose” esprime la richiesta di obbedienza, di risposta alla sua misericordia.

I comandamenti, come sappiamo, toccavano e riempivano tutta la vita del popolo, allo scopo di costituire e mantenere Israele quale comunità libera, fedele e giusta. La disobbedienza, il non rispettare il patto con Dio significa mettere in crisi o in pericolo la libertà, la fedeltà e la giustizia del popolo.

Il Dio del patto dona libertà e chiede fedeltà e giustizia; se fedeltà e giustizia vengono meno, il patto stesso è in pericolo.

Essere il tesoro di Dio non è soltanto un dono, è anche un compito. Questo compito è la nostra vita, che è fondata sulla fedeltà di Dio, che ci ha liberarti in Cristo e ci chiede fedeltà e giustizia.

Siamo il tesoro di Dio e in quanto “tesoro” ci è chiesta fedeltà al patto con Dio e giustizia nei confronti degli altri esseri umani.

Che Dio ci aiuti ad essere giusti e fedeli al suo patto e ci ricordi sempre che siamo il suo tesoro, che lui ha scelto semplicemente perché ci ama.




domenica 12 luglio 2020

Predicazione di domenica 12 luglio 2020 su Luca 5,1-11 a cura di Marco Gisola

Luca 5,1-11

1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare». 5 Simone gli rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca, di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui, e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11
Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.



1. Il testo di oggi è un mix, un intreccio, tra un racconto di miracolo e un racconto di chiamata. E forse proprio questo intreccio ci aiuta a capire sia il racconto di miracolo – la pesca miracolosa – sia la chiamata dei primi discepoli da parte di Gesù. Già, perché dobbiamo notare che siamo al cap. 5 del vangelo di Luca e Gesù non ha ancora dei discepoli! Secondo Luca, Gesù dopo le tentazioni nel deserto (cap. 4) se ne va in giro da solo a predicare, partendo dalle sinagoghe e in particolare dalla sinagoga di Nazaret, il villaggio in cui è cresciuto e da cui viene subito cacciato via! Poi inizia a compiere alcune guarigioni e qui compare Pietro – che il vangelo all’inizio chiama però Simone – che lo fa entrare in casa sua dove Gesù guarisce sua suocera. Dunque a questo punto del racconto Pietro e Gesù si conoscono già, Gesù frequenta casa di Pietro, ma Pietro non è ancora suo discepolo; forse fa parte di quella folla che accorre ad ascoltarlo ed è interessato a ciò che Gesù insegna, ma non è ancora un discepolo.

In questa scena Gesù sta parlando alla folla in riva al lago ma Pietro questa volta non è lì ad ascoltarlo, perché ha dovuto andare a lavorare: ha passato tutta la notte sul lago a pescare insieme ai suoi colleghi pescatori – perché è di notte che si va a pescare - e non hanno preso nemmeno un pesce. Venuto giorno sono tornati a riva e stanno lavando le reti per metterle via; sono stanchi e probabilmente pensano: “speriamo che la prossima notte vada meglio…” Gesù li vede, è circondato dalla folla e in un primo momento usa la barca di Pietro come “pulpito”: sale sulla barca mentre la gente continua ad ascoltarlo da riva. Quando finisce di parlare, dice a Pietro di prendere il largo e gettare di nuovo le reti.

Gesù insegna a tutti, alla folla indistinta, perché il suo messaggio è per tutti. Ma a un certo punto si rivolge a una persona ben precisa, a Pietro, e gli dà questo strano ordine, strano perché è assurdo, la pesca si fa di notte, non di giorno… e ci hanno già provato tutta la notte senza successo! Gesù si rivolge a una persona ben precisa, perché il suo evangelo è per tutti, ma questo “tutti” deve diventare “qualcuno” e deve cambiare la vita di “qualcuno”.

Questo “qualcuno” qui è Pietro. Notiamo la umanissima e bellissima risposta di Pietro: prima il lamento: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». È comprensibile che un pescatore che abbia pescato tutta la notte sia stanco e non abbia nessuna voglia di tornare al largo…! Stanco e pure deluso per non aver preso nulla. Ma il lamento, o almeno l’obiezione, è una tipica risposta umana davanti al comandamento di Dio (ricordate Mosè, quante obiezioni quando Dio va a dirgli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo…!). Ma dopo il lamento c’è la fiducia: «però, secondo la tua parola, getterò le reti». È molto umano questo Pietro, che sembra dire a Gesù: “guarda, non ne ho proprio voglia, sono stanco morto, probabilmente non servirà a nulla, ma lo faccio lo stesso perché sei tu a dirmelo!”

In Pietro c’è dubbio mescolato a fiducia, perché Pietro è come tutti e tutte noi; conosce Gesù, Gesù è entrato in casa sua e ha guarito la suocera, Pietro sa che Gesù è una persona speciale. Per un attimo il realismo prevale – pescare di giorno non serve a nulla, se nemmeno di notte abbiamo preso niente – ma poi vince la fiducia: «secondo la tua parola». Il miracolo avviene, la rete è piena di pesci, devono chiamare rinforzi. Una barca non basta, una squadra di pescatori non basta, bisogna collaborare, da soli non si riesce. Gesù parla a Pietro, ma Pietro non va da solo, e poi nemmeno il gruppo di Pietro basta a tirare su le reti, ci vuole una altra squadra. Da soli non si va da nessun parte, ci vuole la comunità, e la barca è stata da sempre una delle immagini della chiesa, perché la barca viaggia, cammina e perché per farla andare c’è bisogno di più persone che collaborino.

Il miracolo avviene e c’è la sorpresa, e per l’evangelista Luca è chiaro che tutto dipende da quella parola che Gesù ha detta; il racconto di miracolo è sopratutto un racconto simbolico: la pesca – cioè l’annuncio dell’evangelo – dà frutto solo se avviene in obbedienza alla parola di Gesù; tutti gli sforzi umani – la pesca fatta tutta la notte – sono inutili se non sono una risposta alla parola di Gesù, mentre l’obbedienza alla parola dà frutti inaspettati e insperati.


2. Qual’è la reazione di Pietro? «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Pietro, meravigliato dalla enorme pesca, capisce che è un miracolo e che dietro questo miracolo c’è Gesù, viene confermato che Gesù è davvero una persona straordinaria, anzi capisce che in qualche modo ha a che fare con Dio e quindi, secondo la sua opinione deve stare distante da Dio: «allontànati da me perché sono un peccatore». E invece no, Gesù non si allontana, ma gli dice «non temere». Sei un peccatore? Eh sì, lo sei, e proprio per questo non mi allontano, ma anzi mi avvicino! Proprio per questo sono venuto, venuto molto vicino, per mostrare che Dio viene a cercare proprio i peccatori, per mostrare che quando i peccatori ascoltano e si fidano della mia parola i risultati sono sorprendenti. Qui Pietro riconosce di essere un peccatore e dalla sua storia successiva sappiamo che il suo essere peccatore verrà fuori in modo eclatante da un lato quando penserà di poter morire con Gesù e poco dopo quando invece addirittura negherà di conoscerlo! Ma l’evangelo di questo brano è che l’essere peccatori non è una ragione per allontanarsi da Dio (o per allontanare Dio da noi), ma al contrario che è proprio per venire vicino ai peccatori che Gesù è venuto nel mondo, perché Dio vuole avvicinarsi ai peccatori, non allontanarsi da loro.

Ma non solo: proprio un peccatore come Pietro è chiamato a diventare suo discepolo, e insieme con lui gli altri pescatori che lo hanno aiutato nella pesca miracolosa: Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù sa bene che non può che avere dei peccatori e delle peccatrici come discepoli e discepole, non vuole dei non-peccatori, dei perfetti o dei puri – che non esistono – ma vuole dei peccatori che si fidino della sua parola, come ha fatto Pietro. È la fiducia nella parola di Gesù che “fa” il discepolo, non altro.


3. E così Pietro, Giacomo e Giovanni lasciano le reti e seguono Gesù, diventano pescatori di uomini, ovvero discepoli e poi apostoli, cioè inviati da Gesù a annunciare il suo evangelo, l’evangelo che dice che Dio è venuto vicino ai peccatori, che quindi non devono allontanarsi da lui. E allora ecco l’intreccio tra miracolo e chiamata che arriva al suo esito: il miracolo è la pesca miracolosa o è il discepolato che segue l’incontro con Gesù e la sua chiamata? Il miracolo – come tutti i miracoli di Gesù – ha più significati: da un lato dice chi Gesù è, dice che Gesù viene da Dio, ma questo ha come altro esito il discepolato, il fatto che degli esseri umani cambiano vita e si mettono a seguire Gesù.

La domanda che spesso ci facciamo è se i discepoli abbiano abbandonato il lavoro per seguire Gesù. A volte dai racconti evangelici sembra di sì, anche qui si dice che lasciano le reti per seguire Gesù. Ma forse possiamo anche pensare che magari Pietro e gli altri abbiano ancora pescato qualche volta per procurarsi del cibo, perché dovevano pur mangiare… La questione centrale è che ora al centro della loro vita non c’è più il lavoro, non si limitano a lavorare per vivere, perché la loro vita è cambiata, è diversa, lo scopo della loro vita non sono più i pesci – cioè il cibo, il sostentamento – ma gli esseri umani.

Pietro diventa «pescatore di uomini», dice il nostro testo; ma la parola tradotta con “pescatore” non è la stessa che troviamo nei vangeli di Marco e di Matteo quando ci viene narrata la chiamata dei discepoli. La parola che c’è qui viene da un verbo che letteralmente vuol dire “prendere vivi” o “catturare per la vita” (D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Bose, Qiqajon, p. 156). Pietro e i suoi compagni sono chiamati da ora in poi ad occuparsi della vita degli altri esseri umani, sono chiamati a portare l’evangelo del Dio vicino nella vita degli altri esseri umani.

Oggi questa parola è rivolta a noi: nei momenti di scoramento e di rassegnazione Gesù ci dice “gettate le reti”, nei momenti in cui ci riteniamo indegni di stare davanti a lui ci dice “Non temere” e ci chiama a seguirlo.

Che il Signore ci aiuti ad ascoltare ciò che egli vuole dirci, ad ascoltare la sua Parola e insegni anche a noi a rispondere con fiducia: «secondo la tua parola, getterò le reti»

domenica 28 giugno 2020

Predicazione di domenica Biella 28 giugno 2020 su Michea 7,18-20 a cura di Marco Gisola

Michea 7,18-20


Quale Dio è come te, che perdoni l’iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia. Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. Tu mostrerai la tua fedeltà a Giacobbe, la tua misericordia ad Abraamo, come giurasti ai nostri padri, fin dai giorni antichi.


In questo brano del profeta Michea c’è tutto Dio e c’è tutto l’essere umano. C’è tutto l’essere umano perché c’è tutta la colpa umana e c’è tutto Dio perché c’è tutta la grazia divina. È la conclusione del libro del profeta Michea, profeta che ha annunciato il giudizio e la grazia, che ha accusato e rimproverato e ha annunciato il perdono di Dio.

Nelle ultime parole del suo libro Michea porta il nostro sguardo a Dio e contemporaneamente porta il nostro sguardo al futuro; se ci fate attenzione, tutti i verbi degli ultimi due versetti sono al futuro: «tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. Tu mostrerai la tua fedeltà […]. Sono dunque cose che Dio farà e dunque sono promesse di Dio.

Guardare a Dio significa guardare al futuro. Quello del profeta Michea è uno sguardo rivolto verso l’alto e quindi rivolto verso il futuro ed è un invito rivolto al popolo d’Israele – e oggi rivolto a noi – a guardare a Dio e al futuro.

Michea, però, non sta dicendo che va tutto bene. Anzi: Michea chiama le cose con il loro nome: l’essere umano è descritto dalle parole «iniquità», «colpa», «colpe», «peccati». Tutte cose vere, reali, dolorose, che Michea ha raccontato e contro cui ha annunciato il giudizio di Dio nei capitoli precedenti.

Ma l’iniquità è perdonata, alla colpa Dio ci passa sopra, le nostre colpe le metterà sotto i suoi piedi e i nostri peccati li getterà in fondo al mare! Questo modo di essere e di agire di Dio è riassunto nelle parole «misericordia», «pietà», «fedeltà», e di nuovo «misericordia».

Ma, di nuovo, non si tratta, banalmente, di un happy end, un lieto fine; il perdono di Dio non è un diritto (nostro) o un dovere (di Dio), ma è un dono, una decisione di grazia. Una decisione sofferta, nel senso che Dio, prima di fare tutto ciò, soffre ed è arrabbiato.

Il testo dice che Dio «non serba la sua ira per sempre»; Dio non serba la sua ira, ma la sua ira c’è, Dio è adirato, arrabbiato. Arrabbiato perché vede le colpe del suo popolo, vede i poveri sfruttati e la sua legge ignorata, vede l’infedeltà del popolo – o di gran parte di esso - che se ne infischia di ciò che Egli gli ha chiesto. Per questo è adirato, arrabbiato, per questo Dio soffre.

Se noi saltassimo questo passaggio, se noi ignorassimo questa ira di Dio per passare immediatamente al suo perdono e alla sua misericordia, non renderemmo giustizia a Dio, non ne parleremmo come ne parla la Bibbia, come qui ne parla Michea, e come ne parla anche Gesù.

Solo prendendo sul serio la colpa, anche il perdono è una cosa seria. Ed è un cosa talmente seria che per donarci la sua grazia, Dio ha mandato suo figlio che l’umanità (colpevole) ha inchiodato sulla croce e Dio ha risuscitato per dire che la sua ultima parola è parola di vita e di grazia. Come nel libro del profeta Michea.

L’ultima parola del libro di Michea è dunque una parola di grazia. Potremmo dire: l’ultima parola di Dio è una parola di grazia, è il Dio adirato che lascia la sua ira e sceglie l’amore. L’ultima parola di Dio è la grazia, ma questa si comprende soltanto se teniamo ben presente anche la penultima parola di Dio che è appunto la sua ira.

L’ultima parola è la grazia, è l’amore, ma la penultima è l’ira. Se dimentichiamo una delle due non capiamo Dio e non capiamo nemmeno noi stessi.

Un professore della facoltà di teologia ci diceva che quando si parla di Dio non basta dire una cosa sola, ma bisogna sempre dirne due. E in questo testo di Michea ci sono appunto due parole che parlano di Dio, anzi due parole di Dio: il giudizio e la grazia. Solo se li teniamo insieme capiamo Dio e capiamo noi stessi.

Solo se siamo convinti che il giudizio di Dio su di noi è meritato capiamo fino in fondo la portata della sua grazia. E solo se crediamo fermamente nella grazia di Dio possiamo accettare e sopportare il suo giudizio.

Se consideriamo solo il Dio che giudica allora torniamo alla situazione in cui si trovava Lutero prima della sua grande scoperta della grazia. Torniamo al Dio che incute timore, da cui si è tentati di fuggire, un Dio che non ci ama, ma ci giudica e ci punisce.

Se al contrario consideriamo solo il Dio della grazia cadiamo nel grave errore che Bonhoeffer chiamava la “grazia a buon mercato”, grazia che non mette in crisi, che non chiama al discepolato, che in fondo è grazia senza Cristo. Se consideriamo solo il Dio della grazia finiamo per pensare come quel poeta che ha detto che Dio perdona perché questo è il suo mestiere.

Invece no: il Dio di Michea, il Dio di Gesù è un Dio che non perdona per mestiere, è un Dio che ci giudica e ci ama, che giudicandoci è addolorato e adirato, ma non lascia che questo dolore e questa ira prevalgano sull’amore. La sua ultima parola è la grazia, ma l’ultima parola viene solo dopo la penultima, dopo il suo giudizio e la sua ira.

E allora dove stiamo noi? Potremmo chiederci: ma per noi vale l’ultima o la penultima parola di Dio? Ma c’è un errore in questa domanda e l’errore è in quell’ “o”, l’errore è nel pensare di dover scegliere tra l’ultima e la penultima, tra il Dio del giudizio e il Dio della grazia, l’errore è nel pensare di ridurre Dio o a solo giudizio o a solo grazia.

La ragione per cui la fede non può essere considerata una cosa scontata o un’abitudine, non può essere ridotta a ritualità, ma è fiducia ed è vita e vuole coinvolgere tutto me stesso sta nel fatto che dobbiamo fare nostre tutte e due queste parole: la penultima e l’ultima, il giudizio e la grazia.

Siamo chiamati a prendere sul serio il suo giudizio e accogliere con gioia la sua grazia, sapendo che questa è l’ultima parola, che è l’ultima parola che Dio pronuncia anche quando noi non abbiamo più nulla da dire.

Anzi proprio quando noi non abbiamo più nulla da dire - perché vediamo che il suo giudizio è vero, perché vediamo che la sua giustizia e la sua volontà da noi non sono fatte, perché vediamo che l’amore che ci chiede non riusciamo a viverlo – proprio allora, quando noi non abbiamo più nulla da dire, parla lui e ci dice le parole che ci arrivano oggi dal profeta Michea:

le nostre colpe, tutte vere, Dio le mette sotto i piedi, i nostri peccati, verissimi, che fanno male, Dio li getta in fondo al mare, perché si compiace della sua misericordia, ovvero perché lo vuole, perché vuole così, perché sceglie la misericordia e non l’ira, perché non lascia che il giudizio sia l’ultima parola ma solo la penultima, mentre l’ultima è la grazia.

Quindi si spiega la domanda retorica iniziale: «Quale Dio è come te?» quale Dio può trasformare la sua ira in misericordia? O meglio quale Dio lascia che il suo amore prevalga sulla giusta ira davanti all’infedeltà del suo popolo e dei suoi fedeli? La domanda è retorica nel senso che la risposta è scontata: non c’è nessun Dio come te!

Ma la domanda non vuole fare un paragone o aprire una competizione tra il Dio di Israele e altri dei, ma è piuttosto un esclamazione per dire che il Dio di Israele (e padre di Gesù) è unico e non ce ne sono altri come lui, per cui la misericordia prevalga sull’ira, l’amore sulla rabbia.

Un’esclamazione di stupore e di gioia, perché il Dio di Michea e di Gesù Cristo è così, è un Dio la cui ultima parola è la grazia.

Lo Spirito ci aiuti a non ignorare il giudizio di Dio, ma a prenderlo sul serio, e a non dare per scontata la sua grazia, ma a continuare a stupirci e a gioire per la sua immensa misericordia, che Egli ha voluto donare anche a noi, perché vivessimo guardando a lui e guardando con fiducia al nostro futuro con lui.

lunedì 15 giugno 2020

Predicazione di domenica 14 giugno 2020 su Atti 4,32-37 a cura di Marco Gisola

Atti 4,32-37

32 La moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro. 33 Gli apostoli, con grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro. 34 Infatti non c’era nessun bisognoso tra di loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l’importo delle cose vendute, 35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.
36 Or Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (che tradotto vuol dire: Figlio di consolazione), Levita, cipriota di nascita, 37 avendo un campo, lo vendette, e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.



1. Il brano di oggi ci dice che coloro che vanno a formare la chiesa che nasce dalla predicazione di Pentecoste mettono in comune le loro sostanze e i loro beni. Vendono case e poderi e ciò che ricavano lo mettono in una cassa comune gestita dagli apostoli. Potremmo dire che l’evangelo che gli apostoli predicano a Pentecoste e nei giorni successivi entra nelle tasche dei credenti. Eh sì, l’evangelo non entra soltanto nei nostri cuori per portarci alla fede, ma entra anche nelle nostre tasche. Anzi, potremmo dire che entra nei nostri cuori e nelle nostre menti per convertire il nostro pensiero e le nostre decisioni, anche quelle che riguardano i beni che noi abbiamo.

Questi versetti ci parlano di un modello di chiesa che forse si è realizzato nella primissima comunità che nasce dopo Pentecoste, che poi è stato più volte tentato ed è tentato ancora oggi - per esempio nei monasteri o in altre esperienze comunitarie – ma che non è stato realizzato dalla stragrande maggioranza dei cristiani. Potremmo dire che il 99,99 % dei cristiani (me compreso) non ha nemmeno tentato di metterlo in pratica. È vero che la comunione dei beni, come ci dice il racconto successivo, non era obbligatoria ma era una libera scelta, ma è altrettanto vero che secondo gli Atti degli Apostoli questa scelta all’inizio della storia della chiesa l’hanno fatta in molti ed era considerata parte integrante dell’adesione alla fede in Gesù Cristo.

In ogni caso, non siamo autorizzati a liquidare questo racconto come utopia irrealizzabile, ma se vogliamo prenderlo sul serio, dobbiamo prenderlo come un modello che rimane lì davanti a noi, come una vera proposta concreta e una sfida per la nostra esistenza cristiana. Questo testo ci dice chiaramente che l’evangelo della resurrezione modifica i rapporti materiali dei fratelli e delle sorelle, che li tocca nelle loro sostanze, nei loro beni. Essere di un cuor solo e di un’anima sola non è solo una questione spirituale. O meglio: questo testo ci dice ancora una volta che per la fede biblica (ebraico-cristiana) il materiale è spirituale e lo spirituale comprende il materiale.

Gli Apostoli amministrano la cassa comune. Gli apostoli, che hanno l’esperienza unica e straordinaria di aver incontrato Gesù risorto e hanno quindi come compito principale quello di annunciare la resurrezione, sono anche coloro che gestiscono la cassa comune della comunità. Forse questa concentrazione di compiti - e quindi di potere - ci spaventa un po’ (per questo noi cerchiamo di evitarla), ma il messaggio è che l’annuncio dall’evangelo e la gestione dei rapporti materiali e economici all’interno della comunità fanno parte dello stesso ministero della chiesa.

La cassa della chiesa e come essa viene gestita e usata è una forma di testimonianza. Ma la cassa della chiesa è formata da quelle che noi valdesi chiamiamo “contribuzioni” e “offerte”. Dunque la nostra partecipazione economica alla cassa della chiesa è anch’essa una forma di testimonianza di ciascuno e ciascuna di noi. Nella chiesa non ha luogo soltanto una condivisione della fede e della speranza, delle gioie e dei dolori, ma anche una condivisione dei beni materiali; su questo gli Atti degli apostoli sono chiari e questa rimane una sfida messa davanti a ciascuno/a di noi.


2. Dove si vede, riguardo ai beni che uno possiede, la conversione che l’evangelo della resurrezione opera nei credenti? Il nostro testo lo dice chiaramente: «non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro». Nessuno considera “suo” ciò che possiede. Questa è la conversione, questo è ciò che accade nel cuore, nella mente e nelle tasche dei credenti.

La conseguenza è che mettono tutto in comune, ma la causa di questa loro decisione così drastica e radicale è questo cambiamento di mentalità (questo significa la parola “conversione”) riguardo ai beni posseduti. Diventando cristiano non considero più “mio” ciò che ho: ciò che è mio non è più mio, diventa nostro. Se ci pensiamo bene è un messaggio veramente rivoluzionario, perché sono proprio la mente e il cuore a essere trasformati. Prima dell’azione di mettere in comune i propri beni, è l’atteggiamento verso la proprietà che cambia. Nessuno considera più suo ciò che ha.

La comunione dei beni è la conseguenza pratica del cambiamento che avviene dentro di loro. Non è un obbligo, non sembra essere una condizione indispensabile per essere accettati nella comunità cristiana, è una scelta. Il racconto che segue, per certi versi terribile, di Anania e Saffira, ci dice che non erano obbligati a vendere i loro beni.

Anania e Saffira vendono una proprietà ma danno agli apostoli solo una parte del ricavato e quindi mentono alla comunità e anche a Dio stesso, per questo pagheranno con la vita, cosa che a noi pare esagerata… È qui che Pietro dice loro che potevano anche non vendere il loro campo oppure tenersi tutto il ricavato, e ciò dimostra che non erano obbligati a farlo. Il loro errore è pensare di poter ingannare Dio e in fondo anche la comunità.

Dunque gli Atti degli Apostoli ci raccontano una comunità che non è perfetta, come dimostra questo tragico episodio, ma che vive comunque una conversione che tocca nel profondo l’esistenza dei credenti, e tocca nel profondo le loro tasche, i loro beni e il modo in cui considerano ciò che hanno. Poteremmo dire, con un gioco di parole, che i loro beni non sono più considerati un bene soltanto per loro ma diventano un bene per la comunità intera. I “beni” intesi come proprietà, diventano “bene” comune per fare del “bene” alla comunità.


3. Infatti – e qui veniamo al terzo pensiero – la comunione dei beni – o forse sarebbe più corretto dire la condivisione dei beni - non è un bel gesto per mettersi in mostra o per distinguersi dagli altri. La condivisione dei beni ha un obiettivo molto concreto: l’obiettivo è che nessuno sia nel bisogno: «Infatti non c’era nessun bisognoso tra di loro». Questo è l’obiettivo: che non ci sia nessun bisognoso, cioè che nessuno manchi del necessario, che nessuno soffra perché manca di ciò che gli serve per vivere.

Il ricavato delle vendite delle proprietà, infatti, viene portato agli apostoli e «poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno». Potremmo dire che se nessuno considera sua proprietà ciò che possiede, se ciò che è mio non è più solo mio, ma è nostro, allora la conseguenza è che il tuo bisogno diventa mio e il mio bisogno diventa tuo. La condivisione dei beni ha come scopo la condivisione dei bisogni.

La condivisione dei beni è un mezzo per raggiungere questo fine, un mezzo nobilissimo, forse il mezzo cristiano per eccellenza, che deve rimanere un obiettivo. Ma non è il fine, è il mezzo per raggiungere lo scopo, ovvero la condivisione dei bisogni e il fatto che non ci sia più nessun bisognoso. Se prendiamo la condivisione dei beni come il fine ricadiamo in una teologia delle opere che dividerebbe i più buoni dai meno buoni, o i più coraggiosi dai meno coraggiosi.

Non dobbiamo però nemmeno rinunciare al fine solo perché non riusciamo a mettere in atto il mezzo. Il nostro obiettivo come cristiani è che nella comunità non vi sia alcun bisognoso e la via per eccellenza che ci è indicata è quella della condivisione dei beni.

Ma poiché la parola di Dio ci interpella non solo come cristiani membri di una chiesa ma anche come cristiani membri di una società, questo obiettivo che non vi sia alcun bisognoso diventa un obiettivo sociale. L’evangelo della resurrezione fa rinascere a nuova vita spiritualmente e materialmente, perché la vita è una e la persona è una e nella nostra esistenza il materiale e lo spirituale si intrecciano profondamente.

Perché - come dicevamo all’inizio – l’evangelo entra nelle nostre tasche. E vorrei concludere sottolineando che è proprio l’evangelo che provoca questa conversione e questa rivoluzione nelle teste e nelle tasche dei primi cristiani. È l’evangelo della resurrezione: «Gli apostoli, con grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro». Questa è la ragione per cui i cristiani non considerano più loro proprietà ciò che hanno, questa è la ragione per cui si lanciano in questa avventura della condivisione dei beni, perché non vi sia alcun bisognoso tra loro: perché Cristo è risorto.

La ragione, ciò che rende possibile e da senso a questo tentativo – che, ripeto, rimane un modello e un esempio per qualunque comunità cristiana di ogni tempo – è l’evangelo della resurrezione. Cristo è risorto, lo Spirito della Pentecoste spinge gli apostoli ad annunciarlo al mondo e questo è quello che accade quando l’evangelo della resurrezione è annunciato e entra nei cuori, nelle menti e nelle tasche delle persone. Voglia lo Spirito che l’evangelo della resurrezione converta e trasformi anche noi, dalla testa ai piedi, passando per le tasche.

sabato 6 giugno 2020

Predicazione di domenica 7 giugno 2020 su Numeri 6,22-27 a cura di Marco Gisola

Numeri 6,22-27
22 Il SIGNORE disse ancora a Mosè: 23 «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro:
24 ‘Il SIGNORE ti benedica e ti protegga! 25 Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! 26 Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!’”.
27 Così metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò».


L’ultima parola che pronunciamo nel nostro culto è una parola di benedizione, e questa parola di benedizione è parola di Dio; dunque l’ultima parola che Dio ci dice nel culto è una parola di benedizione.
Che cos’è la benedizione? (Su questo tema si può leggere il bel libro del teologo Claus Westermann, La benedizione nella Bibbia e nell’azione della chiesa, Queriniana 1997).
La benedizione è diversa dalla salvezza, sono due modi diversi di agire di Dio: la salvezza è un intervento di Dio nella storia come può esserlo stato la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù di Egitto. Per noi cristiani evento di salvezza è stato la venuta nel mondo di Gesù (l’incarnazione), lo sono i suoi miracoli e le sue guarigioni, lo è senz’altro la sua resurrezione. Gli eventi di salvezza sono azioni puntuali di Dio, e in genere cambiano il corso della storia, a volte generale, a volte individuale.
La benedizione è invece la presenza costante di Dio nella vita quotidiana, presenza invisibile e sommessa. Per questo la benedizione è spesso associata a questioni molto pratiche e concrete, per esempio quelle legate al cibo, come la semina e il raccolto. La benedizione è dunque la presenza di Dio nella nostra quotidianità, il fatto che egli ci accompagna e sostiene - appunto - con la sua benedizione, ovvero con la sua presenza amorevole. La richiesta di benedizione non è una formula magica da invocare perché porti fortuna, ma è la richiesta dell’accompagnamento di Dio e della sua presenza invisibile nelle piccole e grandi cose della nostra esistenza. Molto bella l’immagine del “nome” di Dio messo sul suo popolo che troviamo nel v. 27, nome che è “messo” lì e non abbandona il popolo di Israele e non abbandona noi.
Tre pensieri su queste bellissime parole:

1. La benedizione che abbiamo letto, e che è diventata una formula liturgica che chiude spesso il nostro culto (accanto a quell’altra benedizione che prendiamo della conclusione della seconda lettera ai Corinzi), fa parte di un insegnamento che Dio dona al suo popolo. Dio insegna al suo popolo a chiedere a lui la sua benedizione. A pensarci bene potrebbe sembrare un po’ strano: se Dio vuole benedire il suo popolo perché semplicemente non lo fa, anziché insegnargli a chiedere la sua benedizione?
Forse perché Dio, che certo vuole benedire il suo popolo e tutti noi con la sua presenza amorevole e attenta, vuole anche che glielo chiediamo e, chiedendoglielo, mostriamo così di avere capito di averne bisogno. Proprio come Gesù ha dato ai suoi discepoli e a tutti noi le parole per pregare nella preghiera del Padre Nostro che abbiamo commentato alcune domeniche fa, così Dio ci insegna a chiedergli la sua benedizione.
È giusto che noi chiediamo a Dio la sua benedizione perché innanzitutto, come ho già detto, questo è il modo per esprimere di averne bisogno, di avere bisogno della sua presenza e della sua protezione. E in secondo luogo per non dare per scontato che Dio sia con noi e ci benedica. Esattamente come dicevamo per le richieste del Padre Nostro, la benedizione che chiediamo a Dio non è un nostro diritto ma una nostra necessità e sopratutto un suo dono.
E la relazione con Dio non è quella che si ha con un distributore automatico di eventi di salvezza o di benedizione, ma è appunto una relazione, creata dalla Parola che egli ci rivolge e che noi ascoltiamo, parola che ci vuole trasformare e donare speranza, a cui risponde la nostra parola che è essenzialmente preghiera di lode e di richiesta, in cui cioè esprimiamo la nostra gratitudine e le nostre necessità. Una delle principali necessità che abbiamo è proprio la sua benedizione, ovvero la sua presenza nella nostra vita.


2. Che cosa si chiede a Dio in questa richiesta di benedizione che Lui stesso ci insegna a fare? Si chiede la protezione di Dio: «Il Signore ti benedica e ti protegga!». Si chiede la benevolenza di Dio: «Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio». E si chiede la pace di Dio: «Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace».
Si chiede la protezione di Dio perché siamo esposti al male; al male che possiamo subire dagli altri o dagli eventi accidentali; al male che causa dolore e tristezza; siamo esposti anche al male che noi stessi facciamo. Da tutto questo – e molto altro, l’elenco sarebbe lunghissimo… - abbiamo bisogno di essere protetti. Noi vorremmo che essere protetti significasse che tutte queste cose potessero esserci evitate, ma sia la Bibbia, sia la storia (forse anche la nostra storia personale) ci insegna che a volte essere protetti dal male non vuol dire che il male ci viene risparmiato, ma significa saperlo affrontare, superare, a volte persino accettare, e soprattutto non perdere la fiducia che Dio è più grande del male che possiamo vivere.
Chiedere a Dio di essere protetti da lui significa riconoscere la nostra debolezza e la nostra fragilità e chiedergli di sapere “attraversare” il male, come il salmista del Salmo 23 cammina attraverso la valle dell’ombra della morte e non ha paura «perché tu sei con me» (Salmo 23,4). Quel «perché tu sei con me», quel sapere che Dio attraversa la valle buia con lui, è già la benedizione del salmista che ha scritto quel bellissimo salmo.
Si chiede poi la benevolenza di Dio, che Dio sia «propizio». È molto bello che sia questa sia la richiesta successiva menzionino il volto di Dio. Questo “antropomorfismo”, cioè questo parlare di Dio come se avesse le fattezze di un essere umano, con volto, mani e braccia, potrà sembrare a molti arcaico e ingenuo. Fermo restando che si tratta di una metafora, di una immagine e non di una descrizione di Dio, a me pare invece un modo chiaro e molto efficace di esprimere la relazione con Dio, che ci guarda voltando il suo volto verso di noi, o ci tiene per mano o libera il suo popolo con braccio potente. Di Dio non si può che parlare per immagini e questa immagine così umana di Dio non può far altro che rendercelo ancora più vicino. La richiesta è qui che Dio “faccia risplendere il suo volto sopra di noi”, che la luce che emana dal suo volto – luce di grazia, di amore, di salvezza, luce che irrompe nel buio e lo scaccia – giunga fino a noi e illumini la nostra esistenza e il nostro cammino. La sua benevolenza, il suo essere propizio, sono la luce del perdono e del suo amore gratuito che illumina la nostra vita.
Si chiede poi la pace di Dio, il suo Shalom. Anche qui si chiede a Dio di rivolgere il suo volto verso di noi, di guardarci e di donarci la sua pace, che non è soltanto assenza di conflitto ma è molto di più. Lo Shalom comprende la pace nel senso di assenza di conflitto, ma anche la serenità, l’avere tutto ciò di cui si ha bisogno, sia dal punto di vista materiale, sia morale. Lo Shalom non è ricchezza (l’AT sa bene che molto spesso le ricchezze degli uni sono la causa della povertà degli altri), ma è assenza di povertà. Chi vive nella miseria non gode dello Shalom di Dio. E del resto proprio l’Antico Testamento lega spesso la pace alla giustizia, che nella bellissima espressione del salmo 85 “si baciano” (Salmo 85,10). Invocare la benedizione di Dio vuol dunque dire anche chiedergli la sua pace e la sua giustizia.


3. Un ultimo pensiero: la benedizione che Dio insegna al suo popolo a chiedere va pronunciata dai sacerdoti. Dio prima dice «voi benedirete così i figli d’Israele...» e poi dice «io li benedirò». È chiaro che è Dio che benedice, è lui il soggetto dell’azione di benedizione. Ma la benedizione va pronunciata. Nella nostra liturgia cerchiamo di essere meno clericali possibile sostituendo il “ti” che c’è nel testo con un “ci” che comprende anche chi la pronuncia e non lo differenzia dagli altri (anche se personalmente non mi spiacerebbe che la benedizione finale del culto fosse pronunciata da tutta l’assemblea mantenendo il “ti” che comprende tutti ma che al tempo stesso è personale, proprio come l’amore di Dio è rivolto a tutti e a ciascuno/a).
L’idea di sacerdozio come mediazione tra Dio e l’ essere umano è stata abolita dalla venuta di Gesù, ma abbiamo bisogno che qualcuno – una sorella o un fratello o tanti fratelli e sorelle insieme – pronunci per noi e su di noi (vorrei dire per te e su di te) la benedizione di Dio, ovvero la richiesta che Dio ti benedica. E al di là della liturgia e del culto, è un bellissimo dono non solo il fatto che Dio ci insegni a chiedere la sua benedizione – che Egli ci vuole dare - ma anche il fatto che ci insegni a pronunciarla per e sulla sorella e sul fratello che condivide il nostro cammino di fede.
L’ultima parola che Dio ci dice nel culto è una parola di benedizione. L’ultima (ma anche la prima…) parola che Dio ci dice nella nostra vita, nella nostra giornata e in ogni momento che viviamo è una parola di benedizione. E che noi possiamo dare la nostra voce alla benedizione di Dio per il nostro prossimo è davvero un dono straordinario.