sabato 7 novembre 2020

Predicazione di domenica 8 novembre 2020 su 1 Tessalonicesi 5,1-11 a cura di Marco Gisola

 8 Novembre 2020

1 Tessalonicesi 5,1-11

Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno.

Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. 6 Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell՚amore e preso per elmo la speranza della salvezza. Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d՚altronde già fate.


Dove siamo? Probabilmente ognuno di noi è a casa propria, perché siamo di nuovo in pieno lockdown (parola che ormai conosciamo bene e che vuol dire isolamento, confinamento)...

Ma la domanda non è questa. La domanda è: dove siamo spiritualmente, dove siamo esistenzialmente; «non siete nelle tenebre», dice Paolo. Non siamo nelle tenebre, perché siamo laddove ci ha messi la grazia di Dio; dunque siamo nella luce. Anzi siamo «figli della luce e figli del giorno». Figli (e figlie, ovviamente), perché come la nostra nascita non dipende da noi ma dai nostri genitori che ci generano, così la grazia di Dio ci “genera” nella luce, ci chiama «dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1 Pietro 2,9).

L՚immagine di luce e tenebre è un’immagine antica, primordiale, comune a molte credenze e religioni. Nella Bibbia la troviamo fin dall’inizio, dal racconto della creazione, quando Dio separa la luce dalle tenebre, creando la luce.

Le tenebre infatti esprimono ciò che è sconosciuto e quindi fa paura. Noi che viviamo nella società dove la luce c’è sempre, anche di notte e basta un dito per accenderla, non ci rendiamo conto di quanto siano terribili le tenebre, soprattutto per chi, nell’antichità, viaggiava e veniva colto dal buio. Nel buio non ci si può addentrare, perché non si sa che cosa c’è, che cosa ci attende, e per questo sono spesso associate all’immagine del male. Ecco, Paolo dice: non siete lì, non siete nelle tenebre, ma nella luce, siete figli del giorno.



Ma in realtà in questo brano prima della domanda “dove siamo?”, Paolo risponde alla domanda “quando siamo?”, “in che tempo viviamo?”. O meglio non risponde, perché a quei cristiani di Tessalonica che si chiedevano quando sarebbe venuto il giorno del Signore, cioè quando sarebbe tornato Gesù, dice «non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte». Cioè non si sa quando verrà.

E non c’è bisogno di saperlo – dice Paolo – anzi forse è meglio non saperlo. Ciò che è importante sapere è che quel giorno verrà e che quindi noi viviamo in attesa di quel giorno. In attesa di un futuro che Dio ci ha preparato e che sarà anch’esso un dono di grazia. Tra i primi cristiani c’erano persone che erano così sicure che il regno di Dio sarebbe arrivato di lì a breve che avevano persino smesso di lavorare, perché l՚importante per loro era prepararsi al giorno del Signore.

A queste idee, Paolo contrappone un’altra idea: ci si prepara alla venuta del giorno del Signore non pensando ossessivamente ad esso, non attendendo il futuro in modo quasi fanatico, ma vivendo pienamente la propria fede e il proprio discepolato nel presente.



«Vegliamo e siamo sobri»: il quando e il dove si incontrano in questa frase. Siamo nella luce e siamo in attesa del giorno del Signore e in questo luogo – la luce – e in questo tempo – l’attesa del ritorno di Gesù -siamo chiamati a vegliare.

Nel tempo e nel luogo in cui la grazia di Dio ci ha messi, siamo chiamati a vegliare e a stare sobri, a vivere nella gratitudine e nell՚amore il presente che Dio ci dona, nella certezza che il nostro futuro è nelle sue mani misericordiose, perché «Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo».

Con questa promessa che riguarda il nostro futuro, individuale e collettivo, possiamo vivere sereni questa attesa del giorno del Signore e dedicarci pienamente al presente, che è tempo di luce e non di tenebre, pieno giorno e non notte buia.

Di notte, dice Paolo, molti dormono e alcuni si ubriacano. Ma non è notte, è giorno, e dunque ecco le due cose da evitare in questo “giorno” che Dio ci dona di vivere: il dormire e l’ubriacarsi. Il sonno rappresenta l’assenza, l’estraneità alla vita di questo mondo. Quando si dorme è come se non si fosse presenti; ci siamo, siamo fisicamente lì, ma non possiamo agire perché dormiamo. Un discepolo che dorme è un non-discepolo. Dio invece ci vuole svegli, vuole che vegliamo, che ci occupiamo e preoccupiamo del nostro prossimo e del mondo in cui viviamo. Svegli e attenti, e dunque responsabili.

L’ubriacarsi può invece rappresentare la fuga dalla realtà, la fuga dalla realtà vera per rifugiarsi in una finta, effimera, che dura soltanto il tempo che dura l’ubriacatura. E non solo effimera, ma anche falsata, dove le tenebre possono sembrare luce e la luce tenebre. Chi fa uso di sostanze, lo fa per uscire dalla realtà, per cercare serenità in un altrove che non esiste, in una “notte luminosa”, dove però la luce è finta e quando si spegne torna il buio più buio di prima.

Dio invece ci vuole qui, nella luce del giorno, svegli e attenti, a vivere e a camminare in questa realtà. Ci vuole nella luce perché possiamo vedere il nostro prossimo nel volto (quando uno è ubriaco, invece, vede solo più se stesso…!) e ci mettiamo al suo servizio.

La realtà – lo sappiamo bene – è spesso dura e piena di tenebre. Per questo Paolo usa un’immagine militare: «noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell՚amore e preso per elmo la speranza della salvezza». Con quali armi siamo chiamati ad andare incontro alla realtà tenebrosa? Con la fede, l’amore e la speranza. Quelle che nella prima lettera ai Corinzi definisce le tre cose che durano. I tre “fari” che illuminano la nostra vita e spezzano le tenebre.

La corazza e l’elmo, menzionate da Paolo, in realtà non sono armi, ma sono ciò che il guerriero indossa per difendersi dai colpi dei nemici. Fede, amore e speranza sono dunque la corazza e l’elmo di cui Dio stesso ci riveste per difenderci dagli attacchi del nemico, ovvero dagli attacchi delle tenebre, che sono tutto ciò che ci separa da Dio e dal prossimo.

Fede, amore e speranza sono la nostra difesa, che però non sta nelle nostre forze o nelle nostre abilità, ma sono doni di Dio. Lui stesso ci difende, perché «non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui».

In questa ultima frase di Paolo il dormire non ha lo stesso significato (negativo) che aveva nella frase precedente; qui il dormire e il vegliare sono immagini dell’essere morti o viventi. Quelli che dormono, ovvero i defunti, vivono «insieme con lui», per sempre nel suo regno.

Noi invece, viviamo con lui qui ed ora, nella sua Parola e nel suo Spirito, in attesa del suo ritorno e nella luce in cui la sua grazia ci ha posti. E nella certezza che la corazza e l’elmo di cui Dio ci riveste – la fede, l’amore e la speranza che Egli ci dona - impediranno alle tenebre di vincere la luce della grazia di Dio.



domenica 1 novembre 2020

Predicazione di domenica 1 novembre 2020 (Domenica della Riforma) su Matteo 10,26-33 a cura di Marco Gisola

 Matteo 10,26-33

26 Non li temete dunque; perché non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. 29 Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.



Gesù ha appena inviato i suoi discepoli in missione e, mentre dà loro il compito che devono svolgere, li avverte anche delle difficoltà a cui andranno incontro. Questa parte del vangelo di Matteo inizia infatti al principio del capitolo con l’invio dei discepoli a predicare il regno di Dio accompagnato dalle famose parole di Gesù: «vi mando come pecore in mezzo ai lupi».

Quando ho riletto per la prima volta il testo di oggi, alcuni giorni fa, ho pensato che per fortuna oggi qui in Europa come cristiani non abbiamo nulla da temere. Noi evangelici in Italia abbiamo alcune difficoltà sul piano della laicità dello Stato, ma non incontriamo ostilità, casomai la difficoltà più grossa che incontriamo è il fatto che molti non sanno nemmeno che esistiamo…

Poi giovedì è accaduto l’attentato di Nizza, e ho visto che invece ci sono dei cristiani che, anche qui in Europa, hanno motivo di avere paura, anche se non si tratta di persecuzioni ma di fanatismo, e anche se l’attentatore ha scelto le sue vittime a caso tra coloro che erano in chiesa in quel momento e ce l’aveva più con la cultura occidentale che con la religione cristiana.

Mi sembrava giusto iniziare con un pensiero per le vittime di questo e di altri attentati simili e una preghiera per tutti i loro cari che sono nel lutto. E un pensiero anche a quei cristiani che invece sono davvero perseguitati in diversi paesi del mondo.

Per queste persone che soffrono e per quelle che sono state uccise vale la promessa che qui fa Gesù ai suoi discepoli: «Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli».



A noi discepoli e discepole di Gesù mi sembra che queste sue parole dicano tre cose:

1. La prima è appunto «non temete». Nelle parole di Gesù questa esortazione «non temete» torna tre volte, quasi fosse un ritornello. La paura è un sentimento molto umano, ed è anche uno dei sentimenti più comuni, tutti hanno paura di qualcosa.

Oggi abbiamo tutti paura del coronavirus, e per alcune persone questa paura è diventata un tormento che ha tolto ogni serenità.

La paura di cui parla Gesù è paura della persecuzione e della morte a causa della persecuzione. Gesù non dice loro “non vi preoccupate, non vi succederà nulla”. Anzi, la morte è una possibilità che qui è esplicitamente considerata. Gesù dice loro di non avere paura di chi può uccidere il corpo ma non può uccidere l’anima.

La parola tradotta con “anima” (in greco Psyché) significa in primo luogo respiro e quindi ha il significato di vita. Parla cioè di una vita che è qualcosa di più e di diverso del corpo. La mentalità ebraica non separa corpo e anima – questa è la cultura greca – ma pensa piuttosto che vi sia un corpo che ha respiro e quindi che ha vita.

Del resto ricordate il racconto della creazione, in cui Dio plasma l’essere umano con la terra e poi soffia il suo spirito dentro di lui, gli dà respiro e quindi gli dà vita.

Potremmo quindi parafrasare dicendo che Gesù dice: non abbiate paura di chi può togliervi la vita biologica, ma non può togliervi la vita con Dio. E mentre dunque è un invito a non avere paura, è anche una promessa, la promessa che quella vita con Dio nessuno ce la toglie, perché Dio ce la conserva.

C’è poi, invece, l’invito a temere Dio. Qui temere non vuol dire avere paura, il timor di Dio che ricorre tante volte nella Bibbia non è paura: temere Dio significa riconoscere la sua grandezza e la sua autorità, riconoscere che Dio è Dio e noi siamo le sue creature, riconoscere la nostra piccolezza e la sua misericordia.

Quando, per paura, ci arrendiamo davanti a chi è più forte di noi e usa la sua forza contro di noi, indirettamente, anche solo per paura, riconosciamo la sua autorità. Temere Dio significa invece riconoscere che l’autorità di Dio è maggiore dell’autorità di chi ci vuole fare paura e che quindi possiamo non avere paura.

2. La seconda cosa che dice Gesù in queste parole è «predicate!»: ditelo nella luce, predicatelo sui tetti. Che poi in realtà per importanza è la prima cosa, è la ragione per cui i discepoli rischiano la vita.

Lo aveva detto subito ai discepoli quando li aveva inviati in missione: «andate […], predicate e dite: il regno dei cieli è vicino» (10,7). Rischi o non rischi, persecuzioni o non persecuzioni questa è comunque la ragione per cui i discepoli vengono inviati, la ragion d’essere della chiesa: la predicazione dell’evangelo del regno.

Perché Gesù dice: «Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti»? A che cosa si riferisce?

Qui c’è da dire che i racconti dell’invio in missione dei discepoli sono una anticipazione della missione degli apostoli che avrà luogo dopo Pasqua, dopo la resurrezione di Gesù. È molto improbabile che Gesù abbia davvero inviato i suoi discepoli in missione mentre era ancora vivo.

Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che è nascosto durante il ministero di Gesù e che andrà invece annunciato a tutti dopo Pasqua? Per ora è nascosto il fatto che Gesù è il figlio di Dio; viene detto qua e là, ma non è ancora di dominio pubblico, perché quando sarà detto pubblicamente, Gesù sarà preso e crocifisso, perché molti penseranno che Gesù sia un impostore e penseranno solo a metterlo a tacere.

E quindi anche la croce a questo momento del ministero di Gesù è ancora nascosta. Gesù annuncerà ai suoi discepoli che deve morire solo più tardi, e la croce sarà, più di ogni altro, il momento in cui il fatto che Gesù è figlio di Dio è nascosto. La croce è il momento in cui è meno evidente che Gesù è il figlio di Dio.

Potremmo dire che ciò che è nascosto è Dio! È Dio che si è “nascosto” in Gesù, nella sua umanità, nella sua debolezza, nel suo lasciarsi consegnare a chi lo crocifiggerà, nel suo non opporsi a Giuda che lo tradirà e a quelli che verranno per arrestarlo, insomma: nella croce.

Dopo la sua resurrezione invece, quando i discepoli saranno davvero inviati a predicare in tutto il mondo, allora dovranno dirlo a tutti, gridarlo sui tetti, dirlo alla luce del sole e nelle piazze, che Gesù è il figlio di Dio, a partire da Gerusalemme e poi in tutto il mondo.

«Predicate!», ditelo che nascosto in Gesù c’era e c’è proprio Dio, il creatore del cielo e della terra, ditelo che in lui è Dio che viene a guarire e a perdonare, a liberare e a riconciliare. Dirlo, dire questo, è il primo compito della chiesa e la sua ragion d’essere.

3. E infine la terza cosa che Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi è «valete»: «voi valete più di molti passeri». La frase che dice Gesù, che non cade un passero senza il volere del Padre, non vuol dire che Dio si diverte a far cadere i passeri, ma al contrario è un modo per dire che Dio si occupa persino dei passeri, che al mercato costavano due soldi, che erano il cibo dei poveri, che li compravano al mercato per nutrirsene spendendo poco.

Ciò che vuole dirci Gesù è che se Dio si occupa persino dei passeri, che valgono due soldi, a maggior ragione si occupa di noi che valiamo molto di più di un passero.

Per Dio noi valiamo, siamo preziosi, perché Dio ci ama. Anche questo va detto, anche questo fa parte dell’evangelo, della buona notizia che Gesù ci porta: siamo preziosi agli occhi di Dio, così preziosi che ha dato il suo figlio Gesù per noi.

E ai suoi discepoli e alle sue discepole ha lasciato l’incarico di dirlo, di gridarlo sui tetti, di non tenerlo nascosto che siamo preziosi agli occhi di Dio, che Egli ci ama e che per lui non c’è nessuno che non vale niente.

E che se ci sono degli esseri umani che pensano che qualcuno non valga niente o valga meno, che non abbia gli stessi diritti degli altri, noi siamo inviati a dire che invece per Dio non è così, che per Dio tutti e tutte noi valiamo, «valete più di molti passeri», siamo preziosi ai suoi occhi.

Oggi è la domenica della Riforma, e vogliamo quindi ricordare che, grazie ai Riformatori, oggi e ogni domenica possiamo e dobbiamo dire e ripetere ciò che dice la Bibbia, ciò che annuncia l’evangelo: predicate, non temete, perché valete.

Ringraziamo il Signore che 500 anni fa ha mandato i Riformatori a dire e a fare queste cose. Loro hanno predicato, non hanno temuto e non hanno ceduto a chi chiedeva loro di ritrattare, hanno annunciato l’evangelo della grazia che ci dice che valiamo, che siamo preziosi agli occhi di Dio che ci ama così tanto che per la nostra salvezza ha mandato suo figlio in mezzo a noi.

E chiediamo al Signore di aiutarci a predicare lo stesso evangelo, senza cedere alla stanchezza o all’indifferenza, e di continuare a dire ad alta voce a tutti gli esseri umani ciò che forse per alcuni è ancora nascosto o dimenticato, è cioè che siamo preziosi agli occhi di Dio, che ci ama e ci offre una vita nuova nel segno della sua grazia.

domenica 18 ottobre 2020

Predicazione di domenica 18 ottobre 2020 su Efesini 4,20-32 a cura di Marco Gisola

Efesini 4,20-32

Ma voi non è così che avete imparato a conoscere Cristo. Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità. Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo. Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno. Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l'ascolta. Non rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione.
Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.



Conoscere Cristo: questo è il tema di questa parte della lettera agli Efesini. Conoscere Cristo, conoscere che è morto e risorto per noi, conoscere che è stato mandato da Dio per noi, e che è stato respinto e crocifisso da noi, ma che Dio nonostante questo lo ha risuscitato per noi.

Conoscere che in lui incontriamo la grazia di Dio, il suo perdono, che non meritavamo e che ciononostante Cristo ci ha donato attraverso la sua morte e resurrezione.

Questo – mi direte – però non c’è nei versetti della lettera agli Efesini che abbiamo letto. Non c’è nel senso che non è detto con queste parole, ma c’è nella semplice e brevissima espressione “conoscere Cristo”.

Hanno fatto bene coloro che hanno preparato il lezionario, e hanno il compito non facile di scegliere i testi delle letture, a “ritagliare” in questo modo questa parte della lettera.

Hanno fatto bene perché così facendo hanno messo Cristo all’inizio e alla fine del nostro brano: “ conoscere Cristo” all’inizio e “perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo” alla fine.

Infatti, le indicazioni pratiche che incontriamo qui trovano il loro senso profondo e la loro ragion d’essere nella conoscenza di Cristo e del suo perdono. Conoscere Cristo significa conoscere anche se stessi, anzi imparare a conoscersi in modo nuovo. Conoscere la novità che Cristo ci porta, significa conoscere e riconoscere l’essere umano vecchio che siamo.

L’apostolo che ha scritto queste righe – Paolo o un suo discepolo - non vuole dare una serie di regole, ma gettare uno sguardo su come è – o dovrebbe essere – “l’uomo nuovo”, l’essere umano nuovo che ha imparato a conoscere Cristo.



Questo essere umano nuovo deve spogliarsi dei vestiti vecchi, deve rivestire l’uomo nuovo, i panni del discepolo o della discepola di Cristo. Per i destinatari della lettera agli Efesini questo era evidente, perché prima erano pagani, non solo non conoscevano Cristo ma non conoscevano nemmeno Dio, avevano credenze e pratiche molto diverse.

Ora essi sono diventati cristiani e sono stati battezzati. L’immagine dello spogliarsi e del rivestirsi è infatti una tipica immagine battesimale e indica l’abbandono del vecchio e l’inizio di una vita nuova. Ma sappiamo bene che il vecchio e il nuovo convivono sempre dentro di noi, di questo conflitto tra la nostra volontà egocentrica e la volontà di Dio parla molto Paolo nelle sue lettere utilizzando quell’altra famosa immagine della carne e dello Spirito.

In queste righe vengono date delle indicazioni pratiche, quotidiane. Perché è lì, nel quotidiano, che siamo chiamati a diventare l’essere umano nuovo che Cristo ci dona di essere, applicando ciò che la Parola di Dio ci dice. E sono tutte indicazioni che hanno a che fare con le nostre relazioni con gli altri.

Che cosa ci dice l’apostolo? In che cosa consiste il «rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità»? Sono almeno quattro le indicazioni che ci dà oggi l’apostolo.



1. «bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri». La menzogna, la bugia, la mancanza di sincerità distrugge i rapporti umani, perché mina alla sua base la fiducia nei riguardi del prossimo.

«siamo membra gli uni degli altri» dice l’apostolo, quindi qui si riferisce in primo luogo ai rapporti all’interno della chiesa. E proprio qui la fiducia è il fondamento dei rapporti fraterni e sorerni dentro la comunità. Senza fiducia i rapporti non sono fraterni e sorerni, senza fiducia non siamo fratelli e sorelle.

Dire la verità vuol dire sincerità, confronto schietto anche di opinioni diverse. Essere membra gli uni degli altri non significa avere tutti la stessa opinione, ma confrontare le opinioni diverse non solo con rispetto – come sarebbe normale in ogni ambito umano – ma con amore. Significa non avere bisogno di pensarla allo stesso modo su tutto per volersi bene e camminare insieme.



2. Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo. Questa indicazione è molto interessante, perché l’apostolo non è un buonista, uno che dice “vogliamoci bene e non arrabbiamoci mai”, ma sa che l’ira, la rabbia è una realtà, anche nella chiesa, perché le divergenze e i conflitti fanno parte della nostra umanità.

Ci si arrabbia quando si è delusi, quando si è feriti. Quindi non dice “non arrabbiatevi”, ma dice arrabbiatevi e non peccate. Ovvero: se vi arrabbiate per qualcosa, questa rabbia non vi porti a peccare, cioè – almeno così mi sembra di poter interpretare – non vi porti alla vendetta, alla ripicca, ecc.

Non lasciatevi dominare dalla rabbia, ma dominate voi lei. È quello che Dio aveva detto a Caino prima che uccidesse Abele: «il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» (Genesi 4,7).

E anzi dice di più: il sole non tramonti sopra la vostra ira, cioè cercate la riconciliazione. Questa parola riecheggia quella di Gesù, quando ha detto «Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all'altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta» (Matteo 5,23-24).

Cercare la soluzione al conflitto fa parte della vita nuova a cui Gesù ci chiama. Altrimenti, dice l’apostolo, fate posto al diavolo; il diavolo è colui che divide, che separa le persone e le mette le une contro le altre. Non lasciategli spazio, dice Paolo, se lasciate spazio all’ira alla fine fate spazio anche al divisore, che non aspetta altro per dividervi, per allontanarvi gli uni dagli altri.

3. «Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno». Non sappiamo chi fosse che rubava e a che cosa Paolo si riferisca, forse (speriamo….) a quando erano ancora nel paganesimo… . Ma guardiamo alla parte positiva di questa esortazione: è un invito a lavorare onestamente.

Penso che per noi che siamo qui questo invito sia scontato, ma quanta gente invece pensa di poter vivere - e non solo vivere ma arricchirsi - in modo disonesto e non lo considera nemmeno tanto grave…! A partire da quelli che non pagano le tasse!

Mi sembra importante questa menzione del lavoro in una lettera di un apostolo all’inizio del cristianesimo.

Un cristiano, una cristiana vive del suo lavoro, non vive né di rendita, né di assistenzialismo. E la società che i cristiani dovrebbero contribuire a costruire dovrebbe essere fondata sul lavoro (la nostra Costituzione lo dice, ed è una bella notizia…!) e sul diritto al lavoro e a una paga giusta per un lavoro onesto, senza sfruttamento.

E l’altra cosa molto bella che dice questo brano è che non devi lavorare solo per poterti mantenere onestamente, ma per avere qualcosa da dare a chi è nel bisogno. L’obiettivo del lavorare non è solo la nostra vita, ma la condivisione con chi ha bisogno.

4. «Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l'ascolta».

E infine il parlare. Paolo sa quanto le parole possano fare male. Del resto sappiamo bene che la violenza fisica è spesse preceduta e accompagnata dalla violenza verbale. Ed è accaduto che è bastata la violenza verbale, sotto forma di denigrazione o persecuzione, per portare delle persone al suicidio.

Le parole possono costruire oppure demolire. L’essere umano nuovo è chiamato a parlare per costruire e non per demolire, a dire parole “buone”, che conferiscano grazia, che facciano del bene a chi le ascolta.

Chiamati a costruire, anche con le parole, a partire dalle parole che pronunciamo ogni giorno in ogni contesto. È in fondo una bella vocazione, una vocazione rivolta a tutti e tutte noi, e una bella testimonianza.



Il capitolo si chiude con un invito a «non rattristare lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione» probabilmente di nuovo un riferimento al battesimo. Siete battezzati – dice Paolo – su di voi è stato posto questo segno della redenzione che Cristo ha operato per voi.

Questa redenzione si veda nel vostro agire e nel vostro parlare, «Siate … benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo»

Chi conosce Cristo e conosce il suo perdono, ha imparato che la strada della misericordia che Cristo ha percorso verso di noi è la strada che Cristo stesso ci chiede di percorrere per andare incontro al nostro prossimo. È lì, davanti al prossimo, che, con le nostre azioni e le nostre parole, si vede se conosciamo Cristo.








lunedì 5 ottobre 2020

Messaggio rivolto dal past. Marco Gisola in occasione della "Giornata interreligiosa della pace e della fratellanza" tenutasi domenica 4 ottobre presso il Santuario di Graglia

 Giornata della pace e della fratellanza

Santuario di Graglia (BI) – 4 ottobre 2020


Oggi parliamo di pace e se apro il libro che sta alla base della fede cristiana, la Bibbia, vedo che la parola “pace” si incontra nella Bibbia molte volte.

C’è però un’altra parola, che incontriamo molte meno volte nella Bibbia e che anche nel nostro linguaggio usiamo di meno e che trovo però molto significativa.

È una parola che ha un significato simile ma un po’ diverso della parola pace: la parola riconciliazione.

La parola “riconciliazione” è usata nel Nuovo Testamento per parlare del significato della venuta di Gesù: la Bibbia dice che Gesù è venuto per riconciliare l’umanità con Dio.

Quindi Dio – per noi cristiani attraverso la persona di Gesù - è colui riconcilia e riconciliandoci con lui ci chiede di portare questo messaggio di riconciliazione e di vivere la riconciliazione. La Bibbia dice che siamo diaconi di riconciliazione, cioè servitori della riconciliazione.

Riconciliazione è una parola che trovo molto efficace – oltre che attuale – perché è molto concreta: la riconciliazione non è la pace, ma è il percorso che porta alla pace, il cammino che ha come meta la pace.

Ri-conciliazione ci parla di qualcosa che era separato e che viene ricomposto, ri-unito, di nemici che si riconciliano, cioè fanno la pace, smettendo di essere nemici.

Riconciliazione parla di una frattura sanata, di uno strappo ricomposto e quindi prende sul serio gli strappi e le fratture che riempiono la nostra vita, strappi che avvengono nella nostra relazione con Dio e nelle relazioni tra noi esseri umani, tra noi esseri umani e la natura, il creato.

Gli strappi sono le nostre colpe, sono gli strappi di cui noi esseri umani siamo responsabili. La mancanza di pace, il fatto di non essere riconciliati, ma di essere in conflitto, è una nostra responsabilità o, se preferite, una nostra colpa.

La parola riconciliazione prende sul serio anche le nostre colpe e le nostre responsabilità.

Queste colpe che generano strappi e provocano ferite sono principalmente la sete di potere, il desiderio di ricchezza, il desiderio di prevalere e di sopraffare, come abbiamo visto anche in molti fatti di cronaca di questi ultimi tempi.

Il non considerare l’altra persona sul mio stesso piano e come avente i miei stessi diritti.

La riconciliazione può avvenire solo tra uguali, solo se coloro che cercano la riconciliazione si riconoscono uguali nei diritti e nella dignità.

Il primo passo verso la riconciliazione e quindi verso la pace è riconoscersi tutti e tutte uguali.

Per concludere: da un punto di vista cristiano la pace con Dio è un dono, un dono di Dio: Dio ci riconcilia con sé attraverso il suo figlio Gesù.

E la pace tra gli esseri umani è un compito, la riconciliazione, o meglio la ricerca della riconciliazione è un compito che ci è affidato (una vocazione), un servizio, un lavoro, un cammino che è affidato alla nostra responsabilità, che parte dal fatto che siamo tutti e tutte uguali.

Un compito e una responsabilità spirituale innanzitutto, ma anche culturale, sociale, politica in senso lato, perché ha a che fare con i diritti e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani.

La mia preghiera è che questo compito e questa responsabilità di cercare la riconciliazione e lavorare per la pace sia un compito che tutte le religioni - e anche i non religiosi - possano assumersi insieme.



Predicazione di domenica 4 ottobre 2020 su Matteo 15,21-28 a cura di Marco Gisola

Biella, 4 ottobre 2020

Matteo 15,21-28

Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.



Un dialogo serrato, potremmo dire una discussione tra Gesù e una anonima donna cananea. Chi ha vinto alla fine di questa discussione? Ma no, non è il dibattito tra Donald Trump e Joe Biden, dove sembra che la prima domanda che tutti si pongano il giorno dopo è “chi ha vinto?” senza preoccuparsi di che cosa hanno detto…

No, è un dialogo vero, quello tra Gesù e la donna, un dialogo in cui ci si ascolta e ci si prende sul serio.

Ma proviamo per un attimo, quasi per gioco, a ragionare in base al criterio “chi ha vinto”: dovremmo forse dire che ha vinto la donna; forse ha vinto la donna perché Gesù le ha dato ragione, ha vinto la donna perché ha portato Gesù a cambiare idea: Gesù prima del dialogo aveva un’idea e alla fine è uscito da questo dialogo con una idea diversa, anzi opposta a quella che aveva all’inizio.

Forse ha vinto la donna, perché in fondo ha ottenuto quello che voleva, cioè la guarigione della figlia.

Oppure hanno pareggiato? Forse hanno pareggiato, intanto perché per Gesù la guarigione della figlia della donna non è certo una sconfitta. E poi Gesù non viene costretto, ma viene convinto dalla donna. Qualcuno dice che Gesù viene convertito, altri che Gesù viene evangelizzato dalla donna.

Fatto sta che Gesù cambia idea. E forse questo racconto - che ci dice che persino Gesù è capace di cambiare idea – dovrebbe almeno farci capire che cambiare idea non è una sconfitta, ma può essere invece un passo avanti.

Ma anche Gesù ha un po’ vinto, o almeno non ha perso, perché in realtà anche la donna dà ragione a Gesù, quando gli dice che è vero che il pane è per i figli e non per i cagnolini.

E quindi chi ha vinto? Nessuno, ovviamente, perché non era né una competizione, né un conflitto, ma un dialogo, un dialogo sincero e aperto, un confronto serrato, in cui i due interlocutori hanno però saputo ascoltarsi. Forse allora hanno vinto tutti e due, oppure ha vinto la figlia della donna, che alla fine è stata guarita…

Oppure ha vinto… la fede: «“Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi”. E da quel momento sua figlia fu guarita».

Eh sì, perché tutto il brano porta qui, queste parole di Gesù sono non solo la conclusione, ma il culmine del racconto, che ci vuole dire che la fede (in questo caso la fede della donna) è più forte di tutte le differenze.

Gesù è in territorio pagano, la donna è una cananea, dunque una pagana, ma la sua fede in Gesù, il suo affidarsi a lui, porta alla “vittoria”, una vittoria senza sconfitti, perché la vittoria è la guarigione della figlia, la vittoria è la vita e sconfitta è casomai la morte o il male che questa ragazza si portava dentro.

Tutto il racconto porta lì, e senza questa conclusione – ammettiamolo – questo racconto lascerebbe l’amaro in bocca e Gesù stesso qui ci risulterebbe persino antipatico…

Un Gesù che quando la donna le si avvicina per chiedergli aiuto nemmeno le risponde! «Ma egli non le rispose parola », dice il testo. Gesù la ignora!

E quando i discepoli chiedono a Gesù di mandarla via, Gesù rincara la dose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele», come dire: io non sono venuto per lei, per i pagani, ma solo per gli ebrei.

Ma la donna insiste, non molla. E probabilmente è in questo suo insistere che Gesù riconosce la sua “grande” fede. Nella sua insistenza, ma anche in quello che dice.

Insistere vuol dire non rassegnarsi, vuol dire non perdere la speranza, vuol dire che quella donna aveva capito che di Gesù poteva fidarsi e a Gesù poteva affidarsi.

Ma la fede della donna non sta soltanto nella sua insistenza. Sta anche a mio avviso nel suo atteggiamento verso Gesù e verso il dono che lei spera e chiede di ricevere da lui.

Vediamo questo dialogo che continua a farci apparire Gesù come poco simpatico, se non indisponente: Gesù dice «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini».

Non è certo una bella cosa da dire a una donna angosciata che cerca la guarigione della figlia. I figli sono chiaramente gli ebrei e i cagnolini – cagnolini domestici - sono i pagani.

Al di là della frase poco simpatica, qui Gesù sembra essere convinto che la sua missione è solo per gli ebrei, non per i pagani. Gesù non risponde così perché è antipatico e nemmeno perché davanti a sé ha una donna, ma perché è una pagana.

Gesù si sente inviato soltanto al suo popolo, non agli altri popoli. Alla fine di questo racconto sembra aver cambiato idea, ma in questo momento questa è la sua convinzione.

La risposta della donna è molto intelligente: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Ma non è solo intelligente, non è solo astuta. Con queste parole la donna riconosce la precedenza del popolo ebraico.

Non la superiorità, ma la precedenza. È vero – dice la donna – tu sei venuto per il tuo popolo, per i figli di Israele, per i discendenti di Abramo, per quelli che Dio ha liberato dalla schiavitù d’Egitto, a cui ha dato la Torah, a cui ha mandato senza stancarsi i profeti… tu sei il messia di Israele… Ma…

C’è un ma: se è vero che questa enorme grazia della tua venuta è primariamente rivolta al tuo popolo, se è vero che questo enorme dono è prima di tutto per Israele, è anche vero che a me – cioè a noi pagani – bastano le briciole di questa grazia, gli avanzi di questo dono.

Le briciole della tua grazia sono più che sufficienti, gli avanzi del tuo dono – quello che cade dal tavolo e viene spazzato via oppure – appunto - mangiato dai cagnolini di casa – bastano perché mia figlia sia liberata e guarita.

Vorrei leggere queste parole della donna cananea non solo come una astutissima risposta alla frase un po’ sprezzante di Gesù, ma vorrei prendere sia le parole di Gesù, sia quelle della donna come affermazioni teologiche:

Gesù dice “io sono venuto per Israele”; la donna risponde: “Sì, tu sei venuto per Israele, ma i doni che porti al tuo popolo sono talmente sovrabbondanti che bastano perché anche noi pagani possiamo beneficiarne.

Ce n’è per tutti. Anche per me e anche per mia figlia.

La donna riconosce la precedenza del popolo di Israele, e non la vive come una umiliazione; d’altra parte la storia d’amore tra Dio e Israele durava da qualche secolo…

Se i cristiani avessero riconosciuto la precedenza di Israele e non si fossero, col tempo, sentiti superiori e poi quelli che avevano preso il posto di Israele, la storia sarebbe andata in modo diverso. Se i cristiani avessero imparato dalla donna cananea, la storia delle relazioni tra ebrei e cristiani sarebbe forse stata un’altra storia.

Il dialogo tra Gesù e la donna non è solo il dialogo tra uno che rifiuta (Gesù) e una che insiste per avere un miracolo (la donna), ma è un vero e proprio dialogo sul senso della missione di Gesù.

Per chi è venuto Gesù? Innanzitutto per il suo popolo, ma – ci dice questo racconto, se arriviamo fino alla fine – anche per chiunque abbia fede in lui. Ecco perché ha vinto la fede.

Gesù lo scopre qui, grazie a questo incontro? Prima lo aveva del tutto escluso? Dalle parole che dice alla donna sembra di sì, eppure aveva già guarito il figlio di un centurione romano, anche lui pagano… Ma sappiamo che i vangeli non sono un libro di matematica, in cui tutti i calcoli devono tornare…

Grande è la tua fede!” Non importa a che popolo appartieni, non importa la storia, la discendenza, la tradizione… Non importa nemmeno se sei donna o uomo, perché è significativo che in questo racconto sia una donna a parlare con Gesù, una donna non parlava in pubblico con un uomo… E lei non solo parla, ma dialoga, ribatte, insiste… perché grande è la sua fede.

Grande è la fede di chi pensa che bastano le briciole della grazia, le briciole dell’immenso amore di Gesù per essere salvati, liberati, guariti.

Riceviamo una lezione di fede da questa donna, una lezione di fede e di teologia. La riceve anche Gesù questa lezione, a quanto pare…

La grazia di Dio è per chiunque ha fede, per chiunque ha fede sono i doni di Dio. Tutto il resto non conta, il genere, la classe, il popolo, la provenienza, la cultura… solo la fede.

Questa lezione ci dà oggi questa donna, questa lezione ci dà la Parola di Dio attraverso questa donna. Ci dia il Signore di impararla e non dimenticarla e ci dia soprattutto una briciola della grande fede della donna cananea.