giovedì 3 febbraio 2022

Predicazione di domenica 30 gennaio 2022 su Esodo 34,29-35 a cura di Marco Gisola

 Esodo 34,29-35

29 Poi Mosè scese dal monte Sinai. Egli aveva in mano le due tavole della testimonianza quando scese dal monte. Mosè non sapeva che la pelle del suo viso era diventata tutta raggiante mentre egli parlava con il SIGNORE. 30 Aaronne e tutti i figli d’Israele guardarono Mosè, e videro che la pelle del suo viso era tutta raggiante. Perciò ebbero paura di avvicinarsi a lui. 31 Ma Mosè li chiamò, e Aaronne e tutti i capi della comunità tornarono a lui, e Mosè parlò loro. 32 Dopo questo, tutti i figli d’Israele si avvicinarono, ed egli impose loro tutto quello che il SIGNORE gli aveva detto sul monte Sinai. 33 Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro, si mise un velo sulla faccia. 34 Ma quando Mosè entrava alla presenza del SIGNORE per parlare con lui, si toglieva il velo, finché non tornava fuori; poi tornava fuori e diceva ai figli d’Israele quello che gli era stato comandato. 35 I figli d’Israele, guardando la faccia di Mosè, vedevano la sua pelle tutta raggiante; Mosè si rimetteva il velo sulla faccia, finché non entrava a parlare con il SIGNORE.


Il volto di Mosè è splendente quando scende dal monte Sinai con le nuove tavole della legge. Questo evento strano ed eccezionale avviene la seconda volta che Mosè scende dal monte Sinai: la prima volta che era sceso con le tavole della legge aveva trovato il popolo che ballava intorno al vitello d’oro e dalla rabbia aveva spezzato le prime tavole della legge che Dio gli aveva date sul Sinai. Un gesto che era stato molto di più che un gesto impulsivo, ma il segno che con la costruzione del vitello d’oro Israele aveva rotto il patto con Dio; e dunque anche le tavole della legge, che rappresentavano il patto tra Dio e Israele, dovevano in qualche modo essere rotte.

Mosè aveva poi chiesto a Dio di perdonare il popolo, e aveva intavolato una specie di trattativa con Dio, il quale voleva lasciar perdere il popolo e ricominciare da capo soltanto con Mosè. Ma Mosè riesce a convincerlo e Dio lo fa risalire sul monte, dove “passa” davanti a Mosè in un gesto di rivelazione unica e straordinaria. E poi Dio stesso riscrive le tavole della legge, identiche alle prime due, e riferisce a Mosè una serie di altri insegnamenti. Ed ecco che Mosè ora scende da questo secondo incontro con Dio; questa volta però c’è una novità: il suo volto è diventato splendente, raggiante, un segno del fatto che ha incontrato Dio, potremmo dire un riflesso della gloria di Dio.

Però lui non lo sa, non se ne rende conto e se ne accorge solo quando torna in mezzo al popolo. Questa volta il popolo è rimasto fedelmente ad aspettarlo e quando vede il volto splendente di Mosè ha paura e fugge lontano da Mosè; e ne ha tutte le ragioni, perché non sa che cosa sia successo. Mosè però li richiama e il popolo si avvicina a lui e si tranquillizza e ascolta quello che Mosè ha da dire.

Come interpretare questo fatto? Questo volto di Mosè che è stato trasfigurato – se vogliamo usare questo verbo – dal suo incontro con Dio?

Il fatto che Mosè non se fosse nemmeno accorto, mi fa pensare che questo miracolo Dio lo faccia non tanto per Mosè, quanto per il popolo, per dare un segno al popolo, che lo aveva tradito. Per la storia del vitello d’oro, Dio si era molto arrabbiato con il popolo, aveva praticamente deciso di abbandonarlo, di lasciarlo andare al suo destino. Se leggiamo il cap. 32 sembra proprio che la pazienza di Dio sia finita. Ma questa storia che ci viene raccontata qui è proprio un segno di ciò che dice il salmo 30 (v. 5): “Poiché l’ira sua è solo per un momento, ma la sua benevolenza è per tutta una vita”.

La prima volta che Mosè era sceso dal Sinai il suo volto non era splendente – casomai era “nero” per la rabbia, perché Dio, sul monte, gli aveva già detto del tradimento del popolo! E ora è quasi come se questa seconda volta, passata la giusta ira per l’infedeltà di Israele, Dio voglia dare al popolo un ulteriore segno, come se Dio volesse dare al popolo un segno in più perché il popolo abbia fiducia in lui.

Il volto splendente di Mosè è per il popolo un segno della gloria di Dio, che Mosè ha visto passare sul monte, e che ha reso il suo volto raggiante, e un segno della grazia di Dio, che ha deciso di non abbandonare Israele, come aveva pensato per un momento, ma invece di continuare il cammino con lui verso la terra di Canaan. È un segno per dire al popolo che può ascoltare con fiducia le parole di Dio che Mosè gli riferirà e che potrà poi con speranza riprendere il cammino verso la terra di Canaan.

Ma questi versetti non ci parlano solo del momento in cui Mosè scende dal monte con il volto splendente. Ci viene detto che il volto di Mosè continua a splendere anche dopo, non sappiamo per quanto tempo – perché di questo volto splendente di Mosè non si parlerà più nel libro dell’Esodo – ma di sicuro per un certo tempo.



Il brano ci racconta infatti che dopo l’incontro sul monte Sinai, Mosè continua a parlare con Dio e questo dialogo avviene in un posto preciso, che è la cosiddetta tenda dell’incontro. Mosè ha questo privilegio di parlare con Dio a tu per tu e questo avviene nella tenda dell’incontro.

La cosa curiosa che ci narra questo racconto è che il volto di Mosè continua a splendere e che Mosè si copre il volto con un velo, ma lo toglie quando parla con Dio e quando parla con il popolo. Il popolo quindi può guardare senza problemi il suo volto splendente, si era spaventato la prima volta ma poi la paura era passata. Mosè sta dunque a volto scoperto quando ascolta la parola di Dio e quando la comunica al popolo. Si copre invece il volto quando non fa da mediatore tra Dio e il popolo. Quando fa altro, quel volto splendente va coperto; quando ciò che Mosè dice e fa non ha a che fare con la parola di Dio, deve coprirsi il volto.

Perché mai Mosè si copre il volto quando non parla con Dio e non parla al popolo? Il racconto non ci spiega la ragione, e quindi possiamo solo fare delle ipotesi. Quando Mosè non svolge il suo compito di mediatore tra Dio e il popolo, o di annunciatore della Parola di Dio, deve coprirsi, forse perché quando non svolge questo compito è uno come tutti gli altri. La gloria di Dio deve vedersi sul suo volto soltanto quando parla in nome di Dio, non quando parla o agisce in nome suo. Perché è la gloria di Dio, non di Mosè.

Il suo volto splende, e questo è una sorta di miracolo o di dono di Dio perché sia chiaro a tutto il popolo che ciò che Mosè dice non è farina del suo sacco, ma è Parola di Dio, non sono i suoi pensieri ma è la volontà di Dio. Quando Mosè invece esprime opinioni sue o il suo pensiero, allora la gloria di Dio non c’entra nulla e deve coprirla, deve nasconderla.

Mosè porta su di sé, sul suo volto, questo segno della presenza e della gloria di Dio e potrebbe essere tentato di abusarne, di trasformarlo in uno strumento di potere sul popolo e non di servizio al popolo. Potrebbe essere tentato di far passare la sua volontà per volontà di Dio e di usare il suo volto splendente per far credere agli altri quello che vuole.

Ma Mosè non lo fa, è fedele, e per distinguere chiaramente quando parla in nome di Dio e quando invece parla in nome suo, si vela o si svela il volto, perché sia chiaro che solo dopo che ha incontrato Dio nella tenda parla in nome suo (di Dio) – e allora mostra il suo volto raggiante.

Altrimenti lo copre e quando ha il volto coperto è chiaro che ciò che Mosè fa e dice è decisione sua e non di Dio. Questa mi sembra una possibile spiegazione di questo stranissimo fenomeno, che è narrato solo di Mosè e solo qui, in questo breve racconto.

E per concludere torno su ciò che ho già accennato poco fa: solo dopo che ha ascoltato la Parola di Dio, solo dopo che lo ha incontrato nella tenda dell’incontro, Mosè è autorizzato a parlare in nome di Dio. Mosè è sempre Mosè, il suo volto è sempre raggiante, ma non parla sempre in nome di Dio, non dice sempre la volontà di Dio.

Parla in nome di Dio solo dopo averlo ascoltato. Certo lui – rispetto a noi – aveva il grosso privilegio di parlare con Dio a tu per tu! Vorremmo averla noi una tenda dell’incontro dove Dio viene a parlarci e a dirci esattamente che cosa fare e che cosa dire agli altri!

Ma se persino Mosè parlava solo dopo aver ascoltato, a maggior ragione questo vale per noi, che Dio lo ascoltiamo attraverso la Scrittura, che – se possiamo dire così – è la nostra tenda dell’incontro. Dio ci incontra qui, nella Bibbia; quando apriamo la Bibbia è come se entrassimo nella tenda dell’incontro per ascoltare quello che Dio ha da dirci.

E allora anche il nostro volto – di noi che entriamo in questa tenda dell’incontro e ascoltiamo la Parola di Dio – anche il nostro volto può diventare raggiante.

Senza osare nemmeno lontanamente paragonarci a Mosè, anche il nostro volto può diventare raggiante, perché raggiante è il volto di chi ascolta la parola di Dio, di chi viene raggiunto dalla sua gloria, la gloria di Dio che si adira per il nostro peccato, ma solo per un momento, e poi – come ha riscritto le tavole della legge - si mette pazientemente a riscrivere per noi le parole della grazia, della speranza e della gioia.

E con quelle parole, anzi con quella Parola, riprende con noi il cammino della vita che ora è illuminato dalla sua grazia.





domenica 16 gennaio 2022

Predicazione di domenica 16 gennaio 2022 su 1 Corinzi 2,1-5 a cura di Marco Gisola

  1 Corinzi 2,1-5

E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.



Che cosa sappiamo di Dio? E come facciamo a sapere qualcosa di Dio? Queste sono le domande – e che domande! – a cui Paolo risponde in queste parole che scrive ai cristiani di Corinto.

Sapere! Sapere è una delle cose che più determina la vita dell’essere umano. L’essere umano è curioso per natura, vuole andare oltre quello che già sa per sapere, per scoprire sempre di più.

Questa curiosità ha portato molto bene e molto male all’umanità: ha permesso lo sviluppo della scienza e della tecnologia – basta pensare alla medicina e alla chirurgia - e ha portato anche alla costruzione di armi sempre più sofisticate e più distruttive.

Questo desiderio di sapere ha portato l’essere umano anche a interrogarsi sul senso della vita, sulla propria origine e sul proprio destino e lo ha portato anche a interrogarsi su Dio.

La fede cristiana e la fede ebraica, dentro la quale quella cristiana è nata, sono concordi nell’affermare che noi conosciamo di Dio solo quello che Dio ci fa sapere. Sappiamo di Dio solo ciò che Dio ci rivela di sé. Altro – con le nostre forze, la nostra intelligenza, il nostro studio – non possiamo sapere.

Questo è ciò che dice anche Paolo in questo brano. Paolo era un uomo colto e di certo non disprezzava la cultura, lui che viveva in due culture, perché è nato in quella ebraica, ed è cresciuto in quella ebraica e anche in quella greca.

Paolo dice che per arrivare a Dio la nostra sapienza, la sapienza umana, non serve a nulla. Zero. Ci serve un’altra sapienza, che però non possiamo ottenere da noi stessi, per cui non servono intelligenza, non servono i libri e neanche tutta la nostra tecnologia moderna.

Ciò che possiamo sapere, e ciò che ci serve sapere di Dio e su Dio, ci può solo essere dato, ci può solo essere detto da Dio stesso; questo è il significato del verbo “rivelare”.

Ma Paolo qui va oltre: in estrema sintesi dice che una cosa sola ci è necessario sapere, abbiamo bisogno di conoscere una cosa sola: ovvero che Gesù di Nazareth, il Cristo, il messia d’Israele, è stato crocifisso per noi: “mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso”.

Non c’è altro da sapere. O meglio, c’è moltissimo altro da sapere, a partire dalla conoscenza della Bibbia, della teologia, da ciò che hanno detto, fatto e scritto i cristiani in venti secoli di storia.

La nostra chiesa ha un giornale, diverse riviste, la nostra facoltà ha una biblioteca di decine di migliaia di libri, le nostre chiese organizzano continuamente momenti di dibattito e di riflessione.

Il desiderio di sapere e di conoscere è non solo umano, ma vitale, per imparare sempre qualcosa di nuovo. La conoscenza aiuta la nostra fede e la nostra vita, il dibattito fa crescere. Ma la sapienza umana non aggiunge nulla alla fede. È bello e utile sapere sempre qualcosa di più, ma chi sa di più non crede di più, né meglio degli altri.

Per credere basta sapere quello che dice qui Paolo, basta conoscere il cuore dell’evangelo: Gesù Cristo è morto per noi, Gesù Cristo è morto per te. Se sai questo, sai tutto ciò che ti serve sapere per la tua salvezza, e dunque per vivere nella riconoscenza e nella speranza.

Vi avrò già raccontato ciò che mi raccontò molti anni fa un fratello di una delle nostre chiese di suo padre, un contadino siciliano, un bracciante, che divenne evangelico in una delle nostre chiese. Questo uomo era analfabeta, ma ogni mattina prima di andare nei campi pregava, pensando di non essere visto dai suoi figli.

Era analfabeta, non sapeva leggere, ma sapeva parlare con Dio, perché sapeva l’essenziale; questa era la sua sapienza. Il figlio – che non c’è più da alcuni anni – studiò, diventò infermiere, sindacalista e predicatore locale.

La sua sapienza umana gli servì come riscatto sociale e come occasione di servire il prossimo e la sua chiesa. Ma suo padre analfabeta era stato per lui un maestro, perchè sapeva l’essenziale per credere e per parlare con Dio.

Cosa significa sapere l’essenziale, conoscere Gesù Cristo e lui crocifisso? La croce ci trasmette una duplice sapienza, ci dice cioè chiaramente due cose, che devono stare insieme: la croce ci dice il nostro peccato e ci dice la misericordia di Dio.

La croce rappresenta da un lato una condanna, una condanna a morte. Gesù muore, condannato a morte, a una terribile morte, da noi esseri umani. Gesù muore innocente, condannato a morte da noi colpevoli. La croce è il segno molto concreto della nostra colpa, del nostro rifiuto di Dio e del suo figlio che Dio ha mandato per noi.

Non possiamo evitare, “bypassare” questo significato della croce. La croce ci fa vedere prima di tutto la nostra colpa. Se non ci fosse la nostra colpa, Gesù non sarebbe morto sulla croce.

E poi ci dice la misericordia di Dio. La morte di Gesù è condanna, ma è anche dono; è colpa (nostra), ma è anche perdono (nostro, da parte e per grazia di Dio).

La croce tiene insieme queste due cose, che sono inseparabili. In Cristo non c’è perdono senza colpa e non c’è colpa senza perdono. A chi riconosce la propria colpa, essa è perdonata.

A chi si specchia nella croce, che ci dice chi siamo, in quello specchio vede nel volto di Cristo la propria colpa, ma vede anche il suo nuovo volto, il volto di chi ha incontrato la grazia di Dio. La croce ci mostra la nostra miseria, la miseria della nostra colpa, per farci scoprire, anzi facendoci scoprire, contemporaneamente, la meraviglia del perdono.

Questo Paolo è andato a predicare a Corinto, un messaggio che nel capitolo precedente aveva appena definito “la pazzia della predicazione”.

Annunciare il Cristo crocifisso, ovvero il messia messo a morte anziché un messia dominatore e trionfante, era un messaggio folle. Paolo.

Sempre pochi versetti prima ha scritto “noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia”

Un messaggio apparentemente folle e debole come può esserlo una croce e un messaggero altrettanto debole: “Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore”, dice Paolo.

La forza non sta nel messaggero, ma nello Spirito di Dio che vuole mostrare la sua potenza attraverso la debolezza apparente del messaggio, dell’evangelo della croce, e la debolezza reale del messaggero: “la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza”.

Quale dimostrazione di Spirito e di potenza avrà dato Paolo ai Corinzi? La prima dimostrazione di potenza che l’annuncio dell’evangelo ci dà è la nascita della fede, che non nasce dalla bravura o dalla forza del predicatore, dalla sua abilità a parlare, ma solo ed esclusivamente dall’azione dello Spirito.

Con debolezza, con timore e tremore Paolo è andato a predicare a Corinto, “affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”.

La potenza di Dio che si è rivelata nella croce, perché fin qui, fino alla croce di Gesù è arrivato l’amore di Dio per noi.

La potenza di Dio che non si impone, ma si mette nelle mani degli esseri umani. Che non costringe, ma vuole convincere e convertire. Che non domina, ma serve. Che non urla, ma annuncia, racconta, testimonia, che vuole passare attraverso la voce e la vita di donne e uomini deboli, che hanno timore e tremore a parlare di Dio, pieni di contraddizioni, pieni di dubbi e di domande.

Che però una cosa la sanno, una cosa sola: Gesù Cristo e lui crocifisso, la nostra colpa che Gesù ha preso su di sé e il nostro perdono che Dio, nella croce di Cristo, ha abbondantemente riversato su di noi per pura grazia.

Per andare nel mondo a testimoniare l’amore di Dio, per vivere nella fiducia, per operare nella speranza, per provare a costruire relazioni umane autentiche e relazioni sociali libere e giuste, ci basta sapere questa cosa sola: Gesù Cristo e lui crocifisso, per noi, per te, per l’umanità.

Questa cosa sola, che lo Spirito ci ricorda e ci ripete ogni volta che apriamo la sua Parola.

domenica 9 gennaio 2022

Predicazione di domenica 9 gennaio 2022 (Epifania) su Matteo 2,1-12 a cura di Daniel Attinger

“DOV’È IL RE DEI GIUDEI CHE È NATO ?”

Matteo 2,1-12

1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».

3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:

6 "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele"».

7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo».

9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via.

Care sorelle e cari fratelli,

Oggi celebriamo la solennità dell’Epifania che in realtà cade il 6 gennaio, ma ciò che con­ta, in fin dei conti, non è la data della festa, che resta arbitraria e forse ha sostituito, nei primi secoli del cristia­nesimo, in Egitto, una festa pagana in relazione con la crescita delle acque del fiume Nilo o la nascita di qualche divinità, e a Roma una festa legata ai Saturnali, ma ciò che vi si celebra. Solo che, di nuovo, c’è ambiguità: in Oriente si celebra quel giorno il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista e, tra i cristiani armeni, la nascita di Gesù; in Occidente invece è la “Festa dei re”, ma di quali re si tratta? Pensiamo evidentemente ai saggi venuti da Oriente, i cui nomi sono stati addirittura tramandati dalla tradizione. In realtà però né i loro nomi, né il loro numero, e nemmeno il titolo di “re” sono conosciuti dall’evangelo, che parla solo di “magi”, cioè di dignitari della religio­ne zoroastriana, la religione della Persia dell’epoca. Ricordiamo che la Persia non faceva parte dell’Impero Romano, motivo per cui era un po’ come la Kamchatka della mia infanzia, cioè più o meno una terra situata aldilà di ogni limite geografico.

Tuttavia, se ci atteniamo al testo, vediamo che vi si parla sì di re: ma essi non sono tre, bensì soltanto due.

Il primo è il “re Erode”, il signore della Giudea, al servizio di Augusto, imperatore di Roma: segno permanente che gli ebrei sono sotto dominazione, e dunque quasi schiavi, non già in Egitto o a Babilonia, come per il passato, ma sulla loro propria terra. L’altro re è quel “re dei giudei … appena nato” di cui parlano i magi: un neo­nato dalle origini oscure che si trova in qualche grotta della città di Betlemme, come riferisce la tradizione, che su questo punto, è credi­bile, perché in quel tempo, la maggior parte delle case di Betlemme erano formate da una stanza costruita davanti ad una grotta, la qua­le costituiva la gran parte della casa.

In questa festa, dunque, tramite questi messaggeri pagani che sono i magi, due re si af­frontano. Confronto perfettamente impari, poiché uno, Erode, ha tutti i poteri – ma poteri di­struttivi come di­mostrerà la sua decisione di procedere al massacro di tutti i bambi­ni di Bet­lemme sotto i due anni – mentre l’altro, Gesù, è solo uno neonato “adagiato in una mangia­toia”, come ci ricorda l’evangelo secondo Luca (Lc 2,12): un re in una mangiatoia, come fieno pronto ad essere divorato…, ma re rivestito della forza disarmante del sor­riso di un bambino.

Avvertiti dalla loro scienza astronomica – per non dire astro­logica – della nascita del re dei Giudei, i magi partono e giungono nei pressi di Gerusalemme. Ma, avendoli la loro scienza momenta­neamente traditi, essi confidano nella loro ragione: “Dal momento che si tratta del re dei Giudei, lo troveremo ovviamente nel palazzo reale!” Ma là, non si sa nulla, anzi peggio, la loro domanda suscita il panico e lo spavento; il potere reale è forse in pericolo? Il sinedrio, l’autorità religiosa di Gerusalemme, è immediatamente convocato.

Si fa quindi appello alla sapienza religiosa, quella degli esegeti, dei teologi e dei moralisti. Per loro non c’è dubbio: se è nato il re dei Giudei è necessariamente nato a Betlemme; lo dice la Bibbia, anche se non viene letta in modo del tutto corretto, giacché essa non dice:

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto da meno tra le città egemoni di Giuda; da te infat­ti uscirà colui che conduce Israele, uno che pascerà il mio popolo,

come abbiamo sentito, bensì:

E tu, Betlemme, Efrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giu­da, da te uscirà per me colui che sarà governatore in Israele (Mi 5,1).

Da ciò si trae l’evidente conclusione che la sapienza umana ha bisogno della sapienza religiosa. Sarà magari anche vero, ma non è la conclusione dell’evangelista che, dopo aver par­lato di un accordo segreto tra i magi e il re, fa riapparire la stella, la quale, questa volta, condu­ce i magi fino al Luogo... A Betlemme si racconta addirittura che la stella, giunta sul posto, precipitò in un pozzo che esiste tutto­ra, e nel quale si dice che talvolta si può vedere, ancora oggi, il suo bagliore!

La sapienza umana, dunque, illuminata certo da quella religio­sa e dalle Scritture, ha mes­so i magi in movimenti e li ha condotti fi­no a Colui che li aveva cercati prima ancora che essi lo cercassero. I rappresentanti della saggezza religiosa invece, quelli che san­no, non si sono mos­si: né il re (che, spaventato, sta già meditando al­tri pro­getti mortiferi), né i saggi del sinedrio.

Che significa tutto ciò? Forse la negazione del valore della sag­gezza religiosa in favore di quella puramente umana che ha condot­to i magi (con l’aiuto momentaneo della saggezza reli­giosa) all’ado­razione del re dei Giudei? Non credo. Matteo inizia qui piuttosto un programma che attraverserà tutto il suo evangelo. Si tratta di un forte ammonimento per tutti i detentori della saggezza religiosa (non solo quelli di ieri, ma anche quelli di oggi a cominciare da me che pretendo di commentare la Scrittura).

Nell’evangelo di oggi, dotti esegeti e commentatori delle Scrit­ture sanno, ma non si muo­vono. Al capitolo 4, nell’episodio delle tentazioni di Cristo, si vedrà persino il diavolo impos­sessarsi delle Scritture per avviare una disputa esegetica con Gesù, ma appunto per tentarlo e incitarlo ad andare contro la volontà di Dio. Più avanti sentiremo Gesù rallegrarsi del fatto che il Padre ha “nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, per rivelarle solo ai piccoli, pri­vi di parola” (Mt 11,25). Più avanti ancora, al capitolo 23, Gesù pro­nuncerà un lamento fune­bre sugli scribi e i farisei che dicono ma non fanno: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che chiudete il regno dei cieli in faccia agli uomini …” E questi diventeranno, alla fine dell’evange­lo, quelli che accuseranno e condanneranno il re dei Giudei (Mt 26,66), adempiendo così esat­tamente il programma ideato da Erode all’inizio dell’evangelo.

Perché questa forte critica alla saggezza religiosa?

Perché, più di ogni altra, è minacciata dalla doppiezza e dall’i­pocrisia: può certamente annunciare la verità di Dio; anche Gesù lo riconosce quando dichiara: “Fate e osservate con impegno tutte le cose che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere …” (Mt 23,3), ma que­sta saggezza può anche, con le sue stesse riflessioni, condan­nare a morte una volta ancora il re dei Giudei.

È forse la condanna della saggezza religiosa? No! Infatti Mat­teo sembra annoverarsi lui stesso tra questi scribi, quando scrive, alla fine del grande discorso in parabole che Gesù pronuncia sul regno dei cieli: “Ogni scriba che diventa discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa: egli tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie” (Mt 13,52). Molti studiosi dicono infatti che troviamo là come la firma dell’evangelista!

Allora questa critica della saggezza religiosa costituisce piutto­sto un serio avvertimento che intende invitarci a comportarci non come quei membri del sinedrio, ma come i magi: giunti là dove si trovava il neonato, non furono delusi dalla sua fragilità e dalla sua povertà, ma lo adorarono o “si prostrarono davanti a lui”, come scri­ve Matteo. E poi, “aperti i loro teso­ri, gli offrirono doni: oro, incenso e mirra” (v. 11). Al di là del significato simbolico verosimile di que­sti doni (l’oro rappresentando il potere regale, l’incenso il ruolo sa­cerdotale e la mirra, presagio della sepoltura di Gesù), ciò che conta è che i magi offrono al bambino “i loro tesori”. Anche noi abbiamo dei tesori che possiamo offrire al Signore. Matteo ci ricorda qual è il tesoro di ogni essere umano: “Dov’è il tuo tesoro, dice Gesù, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

A ciò deve condurre ogni sapienza, e in particolare quella reli­giosa, se non vuole essere ipocrita o arrogante: al dono del proprio tesoro, cioè al dono di sé a Cristo che, allora, diventa la nostra stessa vita e ci rende testimoni veraci e autentici del suo amore e della sua “potenza”.

Questo è anche l’augurio che esprimo per ciascuno di noi all’i­nizio di questo nuovo anno: che sappiamo donarci interamente al Signore, per poter dire con l’apostolo: “Io vivo sì, ma non più io, è invece il Cristo che vive in me” (Gal 2,20), perché come dice ancora: “Per me vivere è Cristo!” (Fil 1,21).

lunedì 3 gennaio 2022

Predicazione di domenica 2 gennaio 2022 su 1 Giovanni 1,1-4 a cura di Marco Gisola

 1 Giovanni 1,1-4

1 Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita 2 (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), 3 quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa.



1. La parola della vita è stata vista, udita, persino toccata. Perché la parola della vita si è incarnata nella persona di Gesù di Nazaret. La parola della vita - cioè la Parola di Dio - ha preso su di sé la nostra umanità, ha preso corpo e ha camminato per le strade della Galilea e della Giudea venti secoli fa, ha insegnato, ha portato guarigione e perdono a donne e uomini feriti nel corpo, nella mente e nell’animo.

L’autore della prima lettera di Giovanni vuole riaffermare con forza che nella persona di Gesù è Dio stesso che è venuto nel mondo, per questo insiste sul fatto che la parola della vita – cioè la parola di Dio incarnata nella persona di Gesù – è stata vista, udita e toccata. Toccata come si può toccare qualunque corpo umano. Qui Giovanni non usa la parola “incarnazione”; questo termine è stato creato dopo, a partire dalle parole dell’evangelista Giovanni, che ha scritto che “la parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo fra di noi”.

Il nostro testo non usa la parola “incarnazione”, ma ciò di cui parla è quello, ed è l’evento fondante della fede cristiana. L’inizio della sua lettera vuole infatti affermare subito l’incarnazione della parola della vita e rispondere alla domanda: chi è Gesù?

In questi ultimi decenni si è visto un rinnovato interesse per Gesù; molti si interessano a lui come ad un maestro che ha insegnato delle cose importanti, ed è un interessamento di cui ci si può rallegrare, ma la fede cristiana è più di questo, la fede è riconoscere che in Gesù si incontra Dio stesso. Se in Gesù riconosco solo il maestro, solo il profeta, solo un esempio per la mia vita, solo una guida spirituale, solo un guaritore, tutto ciò è positivo, ma queste cose non sono il centro, e non sono tutto. Queste sono le conseguenze del fatto che Gesù è il figlio di Dio. Gesù è anche un maestro, anche un profeta, anche un esempio, ma è tutto ciò perché e nella misura in cui è il figlio di Dio.

La fede sorge quando in Gesù si incontra non solo il maestro e il profeta, ma Dio stesso, quando si riconosce in lui la “parola della vita”. Questo vuole riaffermare l’autore della prima lettera di Giovanni, che scrive la sua lettera alla seconda o terza generazione di cristiani. Scrive cioè a persone che – come noi oggi – non avevano incontrato Gesù in carne ed ossa, perché egli scrive diversi anni dopo la morte e resurrezione di Gesù. Chi scrive la lettera lo aveva incontrato, chi legge la lettera no.

Giovanni infatti ci tiene a sottolineare che lui lo ha incontrato; per questo afferma chiaramente che lo ha udito, visto, contemplato, e persino toccato con le sue mani. Vuole eliminare ogni dubbio in chi legge la sua lettera: la carne di Gesù era proprio vera, non era un fantasma, non era uno spirito. Si poteva toccare come si può toccare ogni essere umano. Lui lo ha incontrato, i discepoli lo hanno incontrato, molta gente in quel poco tempo in cui Gesù ha predicato e guarito pubblicamente lo ha visto, udito e persino toccato. Ma questo, per forza di cose, è rimasto un privilegio di pochi, un privilegio di quella generazione. Proprio perché Gesù è il figlio di Dio incarnato ed è venuto nel mondo come essere umano, è venuto nel tempo, in un tempo ben preciso e delimitato. 

 

2. Ed ora? Il messaggio di Gesù, dopo la sua morte e resurrezione, è destinato ad esaurirsi? O qualcuno deve sostituirlo? E come si fa a sostituire il figlio di Dio? Nessuno lo può sostituire! La risposta che gli apostoli, ovvero coloro che hanno visto Gesù, avrebbero potuto dare è questa: noi sostituiamo Gesù, così come ad un maestro succedono i suoi discepoli. Ma Gesù non è sostituibile, proprio perché non era soltanto un maestro; un maestro può essere sostituito, un discepolo può diventare maestro, ma Gesù è il figlio di Dio e un discepolo del figlio di Dio non può sostituirlo. La sua venuta nel mondo è stata un evento unico e Gesù è insostituibile.

La risposta che sta dietro alle parole dell’autore di questa lettera è che solo l’annuncio della parola della vita può sostituire la parola della vita stessa. Solo l’annuncio di Gesù può sostituire Gesù. Potremmo dire: solo il Gesù annunciato può sostituire il Gesù udito, visto e toccato.

Dunque è l’annuncio, la predicazione, la testimonianza, il racconto di ciò che Gesù è stato, ha detto e ha fatto che lo rende presente, se lo Spirito di Dio ce lo rende presente, “dove e quando Dio vuole”, come dice una confessione di fede della Riforma. L’annuncio, la predicazione dell’evangelo, è anche il senso principale dell’esistenza della chiesa, che è la comunità di coloro che hanno ricevuto l’annuncio e sono chiamati a ri-annunciarlo.

 

3. Torniamo all’espressione “parola della vita” con cui viene definito Gesù, una bellissima definizione. Parola della vita perché è risorto dai morti e quindi ha sconfitto la morte. Ma parola della vita anche perché Gesù ha fatto rivivere molte persone che non erano morte biologicamente, ma erano morte o moribonde spiritualmente, socialmente. Ha dato nuova vita a chi era malato o disabile e quindi anche emarginato. Ha dato nuova vita a persone attraverso il perdono di Dio.

La parola della vita che siamo chiamati ad annunciare si oppone a ogni cosa e ad ogni forza che porta morte e ad ogni cosa che rende la vita meno vita, cioè meno dignitosa, meno libera, meno giusta. E questa è dunque la nostra vocazione. Annunciare la parola della vita e operare contro ciò che porta morte e operare invece a favore di ciò che porta vita e le restituisce dignità, giustizia, libertà.

Ci sono due parole nel nostro testo per definire qual è l’obiettivo dell’annuncio della parola: comunione e gioia: “quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo pure a voi, perché siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo”. Il primo scopo dell’annuncio è la comunione, è l’essere in comunione con Cristo e quindi in comunione con tutti coloro che ascoltano la stessa parola della vita e che credono che in Gesù di Nazaret si incontra Dio stesso. Nella sua grazia Dio ci rende suoi figli, lo abbiamo detto a Natale, ci fa diventare suoi, gli apparteniamo e di conseguenza apparteniamo gli uni agli altri. Siamo in comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e quindi siamo in comunione tra noi.

E poi la gioia: “vi scriviamo queste cose perché la nostra gioia sia completa”; ma vi sono altre versioni antiche di questa lettera che dicono “perché la vostra gioia sia completa”. Certo c’è gioia in chi porta il messaggio e c’è gioia in chi lo riceve, ma se fosse questa seconda versione quella corretta, il significato sarebbe che chi porta questo messaggio, lo fa per creare gioia in chi lo ascolta. L’evangelo è un messaggio di gioia, proprio come il Natale appena trascorso è una festa di gioia, perché abbiamo ricordato il dono che Dio ci ha fatto, mandando per noi il suo unico figlio nel mondo e chi riceve questo annuncio ha motivo di gioire. Una nuova vita, fatta di comunione e di gioia: questo è l’evangelo di Gesù Cristo, “parola della vita”. Ci dia il Signore di riconoscere e fare nostra questa parola della vita, e ci dia il coraggio di annunciarla contro tutte le parole della morte che ci sono intorno a noi.

Contro le parole della morte e a favore di una vita libera e dignitosa per ogni essere umano, il Signore ci vuole annunciatori della parola della vita, che Gesù il nostro Signore e salvatore, che è capace di creare di comunione e di donare gioia a chi l’ascolta e la vive.



giovedì 30 dicembre 2021

Predicazione di domenica 26 dicembre 2021 su Isaia 7,10-14 a cura di Marco Gisola

 Isaia 7,10-14

Il SIGNORE parlò di nuovo ad Acaz, e gli disse: «Chiedi un segno al SIGNORE, al tuo Dio! Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!» Acaz rispose: «Non chiederò nulla; non tenterò il SIGNORE».  Isaia disse: «Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio? Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.


“Il Signore stesso vi darà un segno”. Questa antica promessa fatta da Dio al suo popolo attraverso il profeta Isaia è l’evangelo di questa domenica dopo Natale. Il segno che Dio vuole dare al suo popolo è che la “giovane” partorirà un figlio cui sarà dato nome Emmanuele. E proprio questo brano di Isaia è ripreso dal vangelo di Matteo che dice che questa profezia si adempie con la nascita di Gesù. È lui l’Emmanuele, il Dio con noi.

Il testo ci presenta un breve dialogo tra Dio e il re Acaz, re di Giuda. Il re Acaz è in una brutta situazione, c’è una guerra alle porte ed è tentato di allearsi con l’Assiria, un regno grande e potente. Ma allearsi con l’Assiria significa sottomettersi a questo grande regno e anche sottomettersi alle sue divinità.

Dio non vuole questo e invita Acaz a chiedere un segno, un segno a sua scelta: “Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!”. Insomma Dio è disposto a dare un segno straordinario perché Acaz torni a fidarsi di lui.

Acaz però rifiuta di chiedere un segno, e trova una scusa molto pia, dice che non vuole tentare il Signore. Ma in realtà è perché non si fida di Dio, o meglio si fida di più dell’Assiria che di Dio. Dio ovviamente non è contento e manda Isaia a chiedere al popolo se, non contenti di stancare gli uomini, vogliano ora stancare anche Dio, cioè provocarlo con la loro mancanza di fiducia.

E Dio, attraverso Isaia, proclama che un segno lo darà lo stesso. E il segno sarà un bambino che nasce: una giovane partorirà un bambino. Probabilmente questo bambino è il re che avrebbe sostituito il re Acaz e che sarebbe stato, questa volta, un re giusto e fedele.

Dio aveva proposto ad Acaz di chiedere un segno straordinario, un segno che voleva lui, Acaz ha rifiutato e ora Dio sceglie di dare lo stesso un segno.

Però qui c’è qualcosa di strano: questo segno non è straordinario, è un segno molto ordinario: una donna che partorisce, un bambino che nasce, cose che accadono ogni giorno centinaia di volte.

Questo racconto ha degli echi nei racconti della nascita di Gesù. In Matteo come abbiamo detto è citato esplicitamente per dire che la nascita di Gesù è la realizzazione di questa promessa di Dio.

Nel vangelo di Luca non è citato, ma nel racconto di Luca troviamo la parola “segno” detta dall’angelo ai pastori: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”.

In Luca è proprio come in Isaia: il segno è un bambino appena nato. Per di più, coricato in una mangiatoia, in un riparo di fortuna perché i genitori erano in viaggio e non hanno trovato altro riparo che una stalla.

Quel bambino – dice l’angelo – è il “salvatore che è il Cristo, il Signore”, ma per ora è solo un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia. Non è un condottiero, non è un uomo forte e potente, non è un re. È un neonato.

È veramente “il salvatore, il Cristo, il Signore”, ma non si vede. Il segno che Dio dà – in Isaia come in Luca – non è ciò che vorremmo vedere, non è evidente, non è straordinario.

Che cosa è un segno? Un segno non è una dimostrazione, una prova, ma è appunto un “segno”, qualcosa che significa, che segnala, che indica qualcos’altro. Un segno chiede la nostra fede.

Chiede la nostra fede perché vedendo il segno siamo invitati a credere a ciò che quel segno ci indica. E questo segno chiede la nostra fede anche perché è un segno debole e fragile. Come tutta la storia della nascita di Gesù.

Luca ci racconta la storia del censimento, del viaggio di Giuseppe e Maria, del fatto che non c’è posto per loro nell’albergo, della mangiatoia che si trova in una stalla o in una grotta adibita a stalla… e poi i pastori, uomini impuri a causa del loro mestiere che sono i primi a visitare Gesù e ad adorarlo.

Matteo ci racconta la storia della strage degli innocenti, cioè dei bambini che il re Erode fa uccidere perché è geloso e vuole eliminare colui che pensa possa essere il suo rivale. E poi la storia dei Magi, uomini saggi, astronomi che vengono da lontano ad adorare Gesù… Insomma una storia di persone marginali, che stanno alla periferia della società e della storia.

Un segno fragile, che in sé non ha nulla di straordinario, un bambino che non si distingue da tutti gli altri bambini che sono nati, che nascono oggi e che nasceranno in questo mondo.

Gesù sarà un segno fragile dall’inizio alla fine, e soprattutto alla fine, nella passione e nella croce, verrà fuori tutta la sua fragilità. È un segno volutamente fragile, perché Dio ha voluto con l’incarnazione rivelarsi attraverso la fragilità umana per portare perdono e speranza ai noi fragili esseri umani.

Ma rivelarsi attraverso la fragilità umana non vuol dire per Dio essere meno Dio. Dio, in Gesù di Nazaret, nel neonato nella mangiatoia, è altrettanto Dio di quando separava le acque del Mar Rosso per portare Israele fuori dall’Egitto, altrettanto Dio di quando faceva trovare la manna nel deserto e faceva scaturire acqua dalla roccia per dissetare il suo popolo.

Nella fragilità di Gesù sta la forza di Dio, sta la forza del regno che Gesù porta in prima persona. Forza del regno che molte delle persone che Gesù ha incontrato hanno sperimentato: coloro che Gesù ha guarito, coloro a cui ha portato il perdono di Dio. Tutte le persone che erano a terra – fisicamente e spiritualmente - e Gesù ha rialzato con la forza della sua parola.

E a Pasqua la forza del regno vincerà persino la morte, e vincerà non annientando chi lo aveva ucciso, ma perdonando i suoi carnefici. È la forza di chi vuole vincere senza sconfiggere, senza annientare, è la forza dell’amore e del perdono.

Vera forza, ma non come la intendiamo noi, cioè come forza da usare contro altri esseri umani, bensì forza come la intende Dio, forza per il bene e la gioia degli esseri umani.

E se ci pensiamo bene, anche la resurrezione – cioè la più grande opera che Dio abbia compiuta – non è evidente, molti non ci crederanno, diranno che il corpo di Gesù è stato rubato. Anche lì, a parte i pochi che hanno incontrato il risorto, tutti gli altri hanno solo un segno, che è la tomba vuota. La tomba vuota è un segno altrettanto debole quanto il neonato coricato nella mangiatoia.

La forza di Dio si incarna nella fragilità umana del neonato di Betlemme, segno della sua presenza in mezzo a noi.

Segno che chiede la nostra fede, che ci chiede di riconoscere nel neonato coricato nella mangiatoia il “salvatore, Cristo e Signore”, che ci chiede di riconoscere nel crocifisso non la sconfitta di Dio ma la vittoria del suo amore, che ci chiede di riconoscere nella tomba vuota non un inganno ma la forza della sua resurrezione.

Gesù nasce, Gesù viene in mezzo a noi; nel neonato coricato nella mangiatoia abbiamo un segno, un segno delle grandi cose che Dio ha promesso di fare per noi e che ha fatto nella vita, morte e resurrezione di suo figlio. Il Signore è fedele e mantiene le sue promesse.

Questo segno ci è dato, la promessa di Dio ci è data. Ciò che è iniziato quella notte a Betlemme nessuno ha potuto fermarlo, nemmeno la croce ha potuto fermarlo, perché non può essere fermato.

In questo segno e in questa promessa si fondano tutta la nostra fede, tutta la nostra speranza e tutta la nostra gioia.

Predicazione del giorno di Natale 2021 su 1 Giovanni 3,1-2 a cura di Marco Gisola

 1 Giovanni 3,1-2

(culto insieme alla chiesa avventista)

1 Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2 Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è.


Oggi, care sorelle e fratelli, siamo qui per celebrare la nascita di Gesù, la venuta del figlio di Dio nel mondo. Il brano proposto per oggi dal nostro lezionario non è un classico brano natalizio, come quelli che abbiamo ascoltato nelle altre due letture, ma è un brano della prima lettera di Giovanni che, scrivendo alle comunità a cui manda questa lettera, dice ai membri di quelle chiese che Dio ci ha manifestato il suo amore al punto di darci di “essere chiamati figli di Dio”.

Il giorno in cui celebriamo la nascita del Figlio di Dio (con la F maiuscola!), la Scrittura ci viene a dire che noi siamo per grazia chiamati figli di Dio (con la f minuscola). Per dirla con un’immagine: nel giorno in cui nasce Gesù, nasciamo anche noi. In Gesù, diventiamo figli anche noi. L’apostolo Paolo parlerà di “adozione”: “avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” (Romani 8,15). Adozione, perché Gesù è il figlio di Dio, e noi lo siamo – o lo diventiamo – soltanto in lui e attraverso di lui.

È attraverso Gesù e grazie a Gesù che possiamo chiamare Dio nostro padre, come Gesù stesso ci ha insegnato a fare nel Padre Nostro. Non perché ce lo meritiamo o ce lo guadagniamo, ma per pura grazia. In Cristo siamo figli adottivi, figli che il Padre di Gesù ha deciso di adottare, per amore e solo per amore: “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio”. Non è un nostro diritto essere figli di Dio, e non è un nostro merito: dipende esclusivamente dall’amore di Dio, dalla scelta di Dio di mandare il suo figlio nel mondo.

E infatti, probabilmente a noi viene spontaneo reagire dicendo: ma io non mi merito di essere chiamato figlio di Dio, è troppo per una persona piccola come me, con tutti i miei difetti e i miei peccati! E in effetti è troppo! Non ce lo meritiamo, non potremmo mai osare chiamarci figli di Dio, di definirci così davanti agli altri. Sarebbe estremamente presuntuoso. Noi non possiamo chiamarci figli di Dio. Dio invece sì, lui può, solo lui può chiamarci così. Se lo diciamo noi è presunzione, è orgoglio. Se lo dice lui è dono, è grazia. È una cosa che non possiamo dirci da noi stessi, ma che possiamo solo sentirci dire da Dio, attraverso la sua parola.

Oggi il Signore, attraverso la sua parola rivelata nella scrittura, ci dice questo, che siamo suoi figli, perché lui ci ha fatti diventare suoi figli, in Cristo, nella sua morte e resurrezione. E dunque è pura grazia, dono al cento per cento. Dio ci considera suoi figli e ci ama come figli. Essere figli di Dio non è un premio, non è uno status, non è un onore, non vuol dire entrare a far parte di una categoria privilegiata. Essere figli di Dio – o per essere più precisi: essere stati resi figli di Dio da Dio stesso – è una relazione e una vocazione.

È una relazione, una relazione padre-figlio, padre-figlia. È ovvio che questa immagine non ci vuol dire che Dio è di sesso maschile, perché Dio è Dio e i generi appartengono all’umanità. Dio è padre nostro in quanto padre di Gesù e in Gesù ci adotta come suoi figli e figlie. Una relazione che sicuramente nella società del tempo di Gesù non era paritaria; padre e figlio in quella società non sono sullo stesso piano. Il figlio dipende dal padre ed è tenuto ad ascoltare il padre e a seguire la sua volontà. E allo stesso modo noi dipendiamo da Dio, che ci ha dato la vita e che in Cristo ci da la nuova vita. E siamo chiamati ad ascoltare la sua parola e a seguire la sua volontà per costruire e orientare la nostra vita.

È una relazione fatta di dialogo e di fiducia; perché noi siamo chiamati ad ascoltare Dio, ma anche Dio ascolta noi, suoi figli e figlie, e ascolta le nostre preghiere. Il Dio biblico è un Dio che parla, ma anche un Dio che ascolta. Ed è in questo dialogo che la relazione cresce e si approfondisce.

E poi l’essere figli è una vocazione, cioè un compito: l’essere figli prevede delle responsabilità. La parola responsabilità viene dal verbo rispondere: siamo chiamati a rispondere con la nostra vita all’immenso dono dell’amore di cui Dio ci ama e grazie al quale ci chiama suoi figli e figlie. Spesso nella storia i credenti si sono ritenuti superiori agli altri, a volte persino al punto da disprezzare gli altri.

Ma l’unica cosa che abbiamo “in più” rispetto agli altri è la responsabilità di ascoltare la parola di Dio, di testimoniarla con le nostre parole e con le nostre scelte.

Questo significa essere figli e figlie di Dio: il dono di questa relazione che Dio crea con noi, adottandoci come figli e figlie in Cristo, relazione che dona gioia e speranza, e il compito di ascoltare la sua parola e viverla nelle nostre scelte quotidiane. Questa relazione con Dio, che dà senso e speranza al nostro presente, guarda anche al futuro, contiene una promessa: ora siamo figli, “ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è”.

Queste parole dell’apostolo osano guardare oltre la nostra realtà, e gettare lo sguardo alla realtà del regno. Qui, in questa nostra vita terrena siamo figli, siamo stati adottati per grazia, ma nel regno saremo addirittura “simili a lui”. Simili a Dio è un’espressione enigmatica, che si riferisce al fatto che con Dio avremo una piena comunione, che noi saremo con lui e lui sarà con noi. Qui l’apostolo cerca di dire l’indicibile, di esprimere l’inesprimibile.

Da voce alla promessa che è rivolta ai figli e alle figlie. Una promessa che da senso, gioia e speranza alla nostra vita qui ed ora. Non è manifesto quel che saremo, non si sa, non lo sappiamo ed è in fondo inutile saperlo. Ciò che è invece fondamentale che sappiamo è che saremo simili a Dio, cioè saremo con Dio e non vivremo più immersi nelle domande e nei dubbi, ma vedremo Dio faccia a faccia.

Oggi, care sorelle e fratelli, siamo qui per celebrare la nascita di Gesù, la venuta del figlio di Dio nel mondo. Siamo qui per celebrare un inizio. Ma il testo di oggi ci fa guardare alla fine, al regno. Perché la fine è già contenuta in quell’inizio.

In quell’inizio, in quel bambino coricato nella mangiatoia, in quel bambino che nasce durante un viaggio e appena nato è già profugo, perché i suoi genitori devono fuggire in Egitto per salvare la vita di Gesù, in quell’inizio c’è già il nostro presente e il nostro futuro.

Quell’inizio cambia la storia, cambia la nostra storia personale. Pensate a che cosa saremmo oggi se Gesù non fosse nato, se il figlio di Dio non fosse venuto nel mondo.

In quell’inizio c’è il nostro presente di figli e figlie, nel suo figlio Gesù Cristo Dio rende noi figli e figlie adottivi. Un dono e una vocazione, un dono che dà gioia e una vocazione che dà senso alla nostra vita.

E in quell’inizio c’è il nostro futuro, che non è ancora manifesto, perché è nelle mani di Dio ed è più grande di quello che possiamo immaginare.

Tra parentesi, visto che oggi siamo qui a celebrare questo culto insieme membri di chiese diverse, trovo che il messaggio che ci viene dalla Parola di Dio di oggi sia molto adatto al nostro essere insieme. Noi siamo oggi qui insieme avventisti e valdesi, ma Dio non vede in noi degli avventisti e dei valdesi, Dio vede in noi “soltanto” dei figli e delle figlie.

Non vede in noi ciò che la storia, la teologia, gli eventi storici hanno fatto di noi, ma vede in noi ciò che lui ha fatto di noi: figli e figlie, niente di più (perché di più non c’è…!) e niente di meno.

Perché l’azione della grazia di Dio è più grande delle nostre realtà storiche, più grande delle nostre chiese, che pure amiamo e di cui siamo membri attivi. E il nostro futuro, di tutti noi, che siamo avventisti o valdesi, è nelle sue mani, per tutti noi vale la parola: non è ancora manifesto ciò che saremo.

Ciò che siamo – figli e figlie – e ciò che saremo è nelle mani di Dio e della sua immensa grazia.

E tutto ha avuto inizio in quella notte a Betlemme, inizio che contiene già tutto ciò che Gesù farà per noi, tutto il nostro presente e tutto il nostro futuro.

Ci dia il Signore di essere figli e figlie che lo ascoltano, lo seguono, lo lodano, e che vivono, gioiscono e sperano in lui che ci ha amati così tanto da chiamarci suoi figli.

domenica 5 dicembre 2021

Predicazione di domenica 5 dicembre 2021 (2a di avvento e Domenica della Diaconia) su Rut 1,1-17 a cura di Marco Gisola

 Rut 1,1-17

1 Al tempo dei giudici ci fu nel paese una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò a stare nelle campagne di Moab con la moglie e i suoi due figli. 2 Quest'uomo si chiamava Elimelec, sua moglie, Naomi, e i suoi due figli, Malon e Chilion; erano efratei, di Betlemme di Giuda. Giunsero nelle campagne di Moab e si stabilirono là.

3 Elimelec, marito di Naomi, morì, e lei rimase con i suoi due figli. 4 Questi sposarono delle moabite, delle quali una si chiamava Orpa, e l'altra Rut; e abitarono là per circa dieci anni. 5 Poi Malon e Chilion morirono anch'essi, e la donna restò priva dei suoi due figli e del marito. 6 Allora si alzò con le sue nuore per tornarsene dalle campagne di Moab, perché nelle campagne di Moab aveva sentito dire che il SIGNORE aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane. 7 Partì dunque con le sue due nuore dal luogo dov'era stata, e si mise in cammino per tornare nel paese di Giuda.

8 E Naomi disse alle sue due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di sua madre; il SIGNORE sia buono con voi, come voi siete state con quelli che sono morti, e con me! 9 Il SIGNORE dia a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito!» Le baciò; e quelle si misero a piangere ad alta voce, 10 e le dissero: «No, torneremo con te al tuo popolo». 11 E Naomi rispose: «Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho forse ancora dei figli nel mio grembo che possano diventare vostri mariti? 12 Ritornate, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi; e anche se dicessi: "Ne ho speranza", e anche se avessi stanotte un marito, e partorissi dei figli, 13 aspettereste voi finché fossero grandi? Rinuncereste a sposarvi? No, figlie mie! Io ho tristezza molto più di voi, perché la mano del SIGNORE si è stesa contro di me». 14 Allora esse piansero ad alta voce di nuovo; e Orpa baciò la suocera, ma Rut non si staccò da lei. 15 Naomi disse a Rut: «Ecco, tua cognata se n'è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata!» 16 Ma Rut rispose: «Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch'io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch'io, e là sarò sepolta. Il SIGNORE mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!»



Questa domenica si intrecciano nel nostro culto due aspetti importanti della vita della nostra chiesa: il primo è il tempo liturgico, il tempo di avvento che è iniziato domenica scorsa, e che ci accompagna alla nascita di Gesù. Il secondo aspetto è il tema di questa domenica, che è la domenica della diaconia, una domenica in cui si vuole riflettere su ciò che la nostra chiesa fa nel mondo a servizio degli ultimi; “diaconia” come sapete significa servizio; e in modo particolare oggi il tema della domenica è quello delle migrazioni e la colletta di oggi è destinata ai progetti di accoglienza della Diaconia valdese, sopratutto i progetti per i minori non accompagnati. Ed è proprio la Diaconia valdese che ha scelto il testo su cui riflettere insieme oggi nelle nostre chiese. È l’inizio della storia di Rut, storia che c’entra con il tema delle migrazioni e che c’entra anche con l’avvento e con Gesù, perché Rut è una delle antenate di Gesù ed è nominata nel vangelo di Matteo proprio per questo motivo. Il libro di Rut finisce infatti con la nascita di suo figlio che sarà il nonno del re Davide e sappiamo che Giuseppe è un discendente del re Davide, e che era tra i discendenti di Davide che doveva venire il messia. Potremmo dire che la storia biblica, come accade sempre, si intreccia con la nostra storia. Vediamo allora la storia di Rut. Essa è una storia di migrazioni: il suo libro inizia col racconto di una famiglia di israeliti che emigra.

Dobbiamo tenere presente che le migrazioni hanno sempre due punti di vista: ciò che noi chiamiamo immigrazione è prima di tutto sempre emigrazione. A volte rischiamo di dimenticare che un immigrato - di oggi o di ieri - è prima di tutto un emigrato, una persona che ha lasciato il proprio paese, forse la propria famiglia, la propria cultura, la propria lingua e così via. Così accade alla famiglia di Noemi ed Elimelech, che emigrano nel paese di Moab, paese pagano ai confini di Israele, perché in Israele non c’è pane. Betlemme, che significa casa del pane, non è più fedele al suo nome, non dà più pane ai suoi abitanti. La storia l’abbiamo sentita: Noemi ed Elimelec hanno due figli, che sposano due donne moabite, ma la tragedia colpisce questa famiglia e tutti gli uomini muoiono, lasciando tre donne vedove. Nel cuore di questa tragedia, che vede tre donne vedove, succede però una cosa positiva, c’è una svolta. E la svolta ha due nomi strettamente intrecciati tra di loro: i due nomi sono pane e Dio. Dio ha visitato Israele e ha dato di nuovo il pane al suo popolo; la carestia è finita, ora Betlemme è di nuovo Betlemme, la casa del pane. Noemi decide quindi di tornare a casa. Questo ci fa anche riflettere sul fatto che le emigrazioni, potrebbero, almeno qualche volta, concludersi con un ritorno in patria. Ma bisogna che in patria cambi qualcosa e in Israele qualcosa è cambiato perché Dio lo ha visitato e la carestia è finita.

Per ritornare bisogna che cambi qualcosa e se le cose non cambiano non si può ritornare; se la vita nei paesi di partenza non cambia, se continua ad esserci guerra o miseria, chi emigra non torna, a meno che vi sia costretto, come nel caso dei respingimenti; ma in quel caso molto probabilmente tenterà di partire un’altra volta. La nostra storia ci presenta invece un ritorno; e non solo: ci presenta Rut che emigra per amore della suocera, non vuole abbandonarla; anche l’altra nuora, Orpa, non voleva abbandonarla, ma poi si lascia convincere dalla suocera e torna dalla sua famiglia di origine. Di lei non sappiamo più nulla, ma dobbiamo sottolineare il fatto che il racconto non dà nessun giudizio su Orpa, la nuora che rimane nel paese di Moab. Rut e Orpa compiono due libere scelte, entrambe possibili.

Nel racconto biblico è ora Rut l’emigrante che dovrà vivere in un paese straniero, che per fortuna l’accoglierà. E come Rut viene accolta è molto interessante: Israele la accoglie innanzitutto con le sue leggi a favore dei poveri. La legge di Mosè prevede che i poveri possano andare a spigolare, cioè a raccogliere quello che rimane nei campi dopo il raccolto. E anzi, la legge prescriveva espressamente che non si raccogliesse tutto quello che c’era, ma se ne lasciasse un po’ per chi non aveva campi e non aveva da mangiare. La legge che Dio aveva data a Mosè prevede questo arcaico e semplice “stato sociale”: un po’ di pane per chi non ha pane. E poi Rut viene accolta dalla bontà di un uomo, Boaz, che la sposerà e dalla loro unione nascerà il nonno del re Davide. È interessante che in questa antica storia di Rut, con tutti i limiti della società del tempo, la Bibbia ci mostri come l’accoglienza passi sia attraverso una legge giusta, che garantisce il minimo per sopravvivere, sia attraverso la generosità degli esseri umani. Per essere accolti in un paese straniero c’è bisogno di leggi che diano dei diritti, ma non bastano le leggi, ci vuole anche la generosità delle persone che vi abitano. E del resto non basta la generosità delle persone, ma c’è bisogno anche di leggi giuste.

La storia di Rut s’intreccia anche con la storia della nascita di Gesù, perché come abbiamo detto Rut è citata nel vangelo di Matteo nell’elenco delle antenate di Gesù. In questo elenco ci sono solo quattro donne e c’è anche Rut la moabita, dunque una straniera, immigrata in Israele. Anche il tema delle migrazioni si intreccia con la storia della nascita di Gesù, perché nel vangelo di Matteo Gesù, Maria e Giuseppe devono fuggire in Egitto, perché Erode vuole uccidere Gesù. Qui si tratta di una migrazione dovuta alla persecuzione, come accade a tante donne e uomini anche oggi. Grazie a Dio, Gesù e i suoi genitori potranno tornare nel loro paese quando Erode non ci sarà più. Quindi anche Gesù è stato, per un po’ di tempo, un emigrato, e una emigrata è la sua antenata Rut.

Abbiamo detto che la svolta sta nel pane che a Betlemme c’è di nuovo, perché è finita la carestia; si può di nuovo vivere a Betlemme e che questo pane è dono di Dio, che ha visitato il suo popolo. Il pane, cioè il cibo per nutrirsi è ovviamente il bisogno essenziale per ogni essere umano, per sopravvivere. Ma per vivere serve qualcosa di più del pane, che serve appunto a sopravvivere. A questo proposito trovo interessante ciò che sul pane ha scritto Lutero, commentando la richiesta del Padre nostro “dacci oggi il pane quotidiano” nel suo “Piccolo catechismo”. Lutero si chiede che cosa significa pane quotidiano e la risposta che si da è: “tutto ciò che fa parte del nutrimento e delle esigenze del corpo, come mangiare, bere, vestiti, scarpe, casa …” e poi aggiunge altre cose tra cui “buon governo, buon tempo, pace, salute…”. Il pane è essenziale ma non basta, si può avere pane e non avere la libertà, non vedere rispettati i propri diritti. Si può avere il minimo per sopravvivere ma non una scuola dove mandare i propri figli, o ospedali dove curare le persone malate. Chi emigra non lo fa solo perché a casa propria non ha da mangiare o una casa, ma anche perché nel suo paese non può avere, come dice Lutero, “buon governo, buon tempo, pace, salute…”.

Dove sta Dio in questa storia, nella storia di Rut e Noemi? Abbiamo detto che Dio sta nella svolta che porta Noemi a decidere di tornare in Israele, Dio sta nel pane che torna ad esserci a Betlemme, dove prima scarseggiava a causa della carestia. Ma, come dicevo poco fa, Dio sta anche nella legge che ha dato a Mosè, che prevede il diritto per i poveri di andare a spigolare. E visto che oggi parliamo di diaconia, penso che dobbiamo chiederci dove stiamo noi nel mondo, qual è il nostro posto e il nostro compito, come discepoli e discepole di Gesù, che appena nato fu costretto a emigrare per salvarsi la vita e che è discendente di Rut la moabita, immigrata in Israele.

Noi siamo chiamati a stare dove anche Dio sta, ovvero dalla parte del pane e delle buone leggi. Davanti al fenomeno delle migrazioni, oltre a sperare e a lavorare affinché le cose nei paesi di partenza cambino e non ci sia più bisogno di emigrare, qui dove siamo, nel nostro paese, ora possiamo testimoniare l’evangelo di Gesù Cristo lavorando sul pane e sulle leggi. Quello sulle leggi è un discorso complicato che non può entrare in una predicazione. Quello del “pane” – nel senso di Lutero, cioè tutto ciò che fa sì che una vita sia dignitosa - è l’ambito in cui lavora la nostra Diaconia e per cui è destinata la colletta di oggi.

La colletta è destinata ai progetti a favore dei minori non accompagnati, quelli cioè che arrivano in Italia soli, senza genitori o altri adulti che si occupino di loro.

La loro vita non è dignitosa ed è anche a rischio: rischio della vita e rischio di cadere nelle mani di trafficanti. Con questi progetti la Diaconia valdese tenta di fare qualcosa per alcuni di loro. Questo non deve renderci orgogliosi o metterci in pace la coscienza. Possiamo casomai essere grati al Signore che – come chiesa - ci dà la possibilità di fare qualcosa per tentare di essere dalla parte dove anche lui sta.

Gesù nasce a Betlemme, Rut migra insieme a Noemi a Betlemme, la casa del pane. Dio ha dato pane sufficiente per tutta l’umanità. In questo tempo di avvento e nel lungo avvento che ci separa dal ritorno di Gesù, chiediamo a Dio di aiutarci a far sì che questo mondo che egli ci ha dato sia Betlemme, sia casa del pane, dei diritti, della dignità, per tutti gli esseri umani, come lui vuole che sia.