martedì 22 ottobre 2019

Predicazione di domenica 20 ottobre 2019 su Giacomo 2,14-26 a cura di Marco Gisola

Giacomo 2,14-26
14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». 19 Tu credi che c'è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano.
20 Insensato! [Doglio traduce “vuoto”, “vano”] Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull'altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Dunque vedete che l'uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un'altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. 
 


La fede si vede. Questo è il messaggio di questo brano della lettera di Giacomo. Una fede senza opere non è fede. La questione non è: o la fede o le opere. La questione è: la fede e le opere. O meglio: la fede che opera.
È un errore mettere Giacomo contro Paolo. Qui dobbiamo ammettere che Lutero ha sbagliato; Lutero ha definito la lettera di Giacomo una “lettera di paglia”, cioè una lettera che non vale nulla e avrebbe voluto eliminarla dalla Bibbia.
Ma questa volta si sbagliava, Giacomo non è contro Paolo, Giacomo non intende affermare la salvezza per opere e dunque negare la salvezza per grazia. Forse Giacomo si oppone alle idee di chi aveva frainteso Paolo e affermava una salvezza per fede senza opere, cosa che Paolo non ha mai fatto.
Paolo ha affermato con forza la salvezza per grazia, salvezza che si può soltanto credere per fede e non guadagnarsi per opere né meritare, ed ha affermato che questa fede nella salvezza per grazia ha come conseguenza le opere dell’amore. Paolo polemizza contro le opere della legge, le opere legalistiche o moralistiche, ma afferma e chiede che i cristiani pratichino le opere dell’amore.
Ai Galati scrive che «quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore» (Gal. 5,6). La salvezza si ha per grazia; la grazia si crede per fede; e la fede opera per mezzo dell’amore.
Grazia – fede – opere: credo che su questo percorso in tre tappe potrebbero essere d’accordo sia Paolo sia Giacomo.
Il grosso fraintendimento, la causa per cui sembra che Paolo e Giacomo siano in contrapposizione sta nell’idea che si ha di opere: Paolo polemizza contro le opere della legge, le opere dei farisei, le opere fatte pensando che così si sia a posto davanti a Dio. Pago la decima, faccio tutti i rituali, dico tutte le preghiere, il sabato faccio solo quello che è lecito fare e tutto il resto non conta.
Ma non ha nulla contro le opere dell’amore, le opere della giustizia, che al contrario Paolo raccomanda insistentemente. Per Paolo è chiaro: la fede opera, la fede ama, la fede compie atti di giustizia. E su questo Giacomo sarebbe perfettamente d’accordo.
Detto ciò, che non c’è contrapposizione tra Paolo e Giacomo, allora ringraziamo Dio che c’è la lettera di Giacomo! Che ci avverte del possibile fraintendimento – e tradimento – della teologia di Paolo: ci avverte che possiamo fraintendere che cosa è la fede e trasformarla in un opera rituale:
Giacomo, quando contrappone le opere alla fede, con fede intende qui non la fiducia in Dio che spinge ad amare e ad agire, ma intende l’etichetta di cristiano: sono cristiano perché sono battezzato, credo più o meno che le cose che recitiamo nel Credo siano vere, vado in chiesa, non faccio male a nessuno e quindi tutto ok, sono un bravo cristiano.
Eh no! Dice Giacomo (e lo direbbe anche Paolo!), non basta, anzi non è che non basta, è proprio un'altra cosa. Non è che ci vuole di più, ci vuole altro, ci vuole – potremmo dire - banalmente la fede. Perché una fede che basta a se stessa non è fede, è un sacco vuoto.
Laddove al v. 20 la nostra Bibbia traduce con “Insensato” un biblista propone la traduzione “uomo vuoto”, che mi sembra molto efficace. La fede contro cui polemizza Giacomo non è la fiducia del cuore di cui parla Lutero, non è la fede che è fiducia nel Dio che mi ha salvato, è una scatola vuota.
Se io ti porto una bella scatola su cui c’è il nome di una marca di buonissimi cioccolatini e tu la apri con l’acquolina in bocca e… scopri che è vuota, che cosa pensi? Che quella scatola è inutile, perché c’è solo il nome e forse l’immagine dei cioccolatini, ma dentro … nulla. Anzi, quella scatola è un inganno.
O, per essere meno materialisti, se ti faccio vedere una bottiglia di acqua e tu hai sete e quando provi a versare l’acqua non esce nulla… la tua sete rimane, e allora quella bottiglia vuota è inutile, anzi è un’illusione, una presa in giro. Questa è la fede contro cui polemizza Giacomo.
I cristiani che pensano che basti andare in chiesa e fare altre due o tre cosette religiose per essere a posto, sono vuoti, sacchi vuoti, scatole vuote, la loro fede non si vede: «mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (v. 18).
Se mi mostri una scatola vuota o una bottiglia vuota, di quella scatola e di quella bottiglia non me ne farò nulla. Un cristiano vuoto è in fondo un non-credente. Un credente non operante, non amante, non servente è in realtà un non credente.
Dunque non «Tu hai la fede, e io ho le opere», come dice provocatoriamente Giacomo, l'alternativa non è tra fede da una parte e opere dall’altra, ma tra fede che opera, e falsa fede che non opera, fede di cui c’è solo la scatola che però è vuota, che non contiene proprio nulla.
Ascoltiamo da un testo di 450 anni fa qual è il senso e il significato delle opere; si tratta di un catechismo riformato che vi ho già citato altre volte, il Catechismo di Heidelberg, del 1563:
Domanda 86
Essendo dunque stati redenti dalla nostra miseria per grazia, per mezzo di Cristo, senza alcun nostro merito, perché dobbiamo fare buone opere?
Risposta:
Perché Cristo, dopo averci acquistato con il suo sangue, ci rinnova anche a sua immagine mediante il suo Spirito Santo, affinché con tutta la nostra vita ci mostriamo grati a Dio per il suo beneficio, ed egli sia celebrato per mezzo nostro. Inoltre anche per poter essere di noi stessi sicuri della nostra fede, vedendone i frutti, e anche per conquistare a Cristo il nostro prossimo con la santità della nostra condotta.


Il catechismo di Heidelberg dice che Dio non si limita a salvarci in Cristo, ma continua anche a rinnovarci mediante il suo Spirito. Dio non ha soltanto operato in Cristo duemila anni fa, ma continua a operare in noi con il suo Spirito anche oggi, e ogni giorno.
Dio non ci vuole solo “salvati”, ci vuole anche “a sua immagine” e dunque ci rinnova attraverso il suo Spirito e la sua Parola. Le opere – potremmo dire la nostra vita, ciò che facciamo giorno dopo giorno – sono il segno del nostro rinnovamento, del fatto che la grazia ci trasforma, lentamente giorno dopo giorno, anno dopo anno.
E se questo rinnovamento c’è lo vediamo dalle nostre opere, cioè da come guardiamo e trattiamo il nostro prossimo, dalla scelte che facciamo, dal modo in cui ci rapportiamo agli altri e nel mondo.
E questo rinnovamento, cioè le nostre opere, sono il segno della nostra gratitudine nei confronti di Dio. Tutto ciò che facciamo – e Gesù ci ha detto in particolare tutto ciò che facciamo ai minimi tra i nostri fratelli e sorelle – lo facciamo per gratitudine nei confronti di Dio, ed è come se lo facessimo a lui, per ringraziare lui, a cui dobbiamo tutto.
Questo antico Catechismo dice poi ancora: per poter essere di noi stessi sicuri della nostra fede, vedendone i frutti. La fede deve dare frutti come un buon albero sano e forte. Se non ci sono frutti l’albero è malato o è morto, se la fede non dà frutti è malata o è vuota, cioè morta.
La mancanza di frutti è sintomo di una malattia della fede; non si possono separare fede e opere come non si possono separare albero e frutto.
E infine dice: e anche per conquistare a Cristo il nostro prossimo con la santità della nostra condotta. L’espressione “per conquistare a Cristo” forse non ci è più così congeniale. Ma sostituite a “conquistare a Cristo”, “testimoniare l’evangelo di Cristo”: per testimoniare l’evangelo di Cristo al nostro prossimo con la santità della nostra condotta.
La tua prima testimonianza non è quello che dici – e questo vale in primo luogo per tutti i pastori/e e predicatori/trici – ma quello che fai.
Se ti parlo di amore, di solidarietà, di condivisione e poi non ti ascolto quando mi parli dei tuoi problemi, le mie parole sono come la scatola vuota, di cui parlavamo prima, sono un albero senza frutti.
Se invece vivo l’amore gratuito per il prossimo, se sono davvero solidale e so condividere ciò che sono e ciò che ho, allora la mia fede si vedrà, si vedranno i suoi frutti e sarà occasione per parlare dell’albero da cui quei frutti provengono, delle radici della grazia di Dio, della linfa della sua Parola e della luce del suo Spirito che fa sì che quell’albero viva e dia frutti.
Allora le mie opere saranno semplicemente la riconoscenza verso il Signore che ha riscattato la mia esistenza a caro prezzo e che continua a rinnovarla con la sua parola e il suo Spirito.
Allora non saremo vuoti, ma saremo riempiti dei doni che Dio non smette di donarci, allora potremo dire con Giacomo: con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Non ti mostrerò la mia bontà, la mia bravura, la mia coerenza, il mio impegno… perché tutto ciò rimane sottoposto alla mia debolezza e alla mie mancanze.
No, con le mie opere ti mostrerò semplicemente la mia fede nel Dio che mi ha fatto la grazia di dare il suo figlio anche per me. Con le mie opere ti mostrerò la fede che opera, perché sia la fede, sia le opere sono doni di Dio e senza di lui non potrei né credere, né operare.

domenica 6 ottobre 2019

Predicazione su Isaia 58,1-12 di domenica 6 ottobre 2019 a cura di Marco Gisola

Isaia 58,1-12
1 «Grida a piena gola, non ti trattenere, alza la tua voce come una tromba;
dichiara al mio popolo le sue trasgressioni, alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
2 Mi cercano giorno dopo giorno, prendono piacere a conoscere le mie vie,
come una nazione che avesse praticato la giustizia e non avesse abbandonato la legge del suo Dio;
mi domandano dei giudizi giusti, prendono piacere ad accostarsi a Dio.
3 "Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti?
Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?"
Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
4 Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni e colpite con pugno malvagio; oggi, voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
5 È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia?
Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere,
è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al SIGNORE?
6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità,
che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi che si spezzi ogni tipo di giogo?
7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
8 Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia.
9 Allora chiamerai e il SIGNORE ti risponderà; griderai, ed egli dirà: "Eccomi!" Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna; 10 se tu supplisci ai bisogni dell'affamato, e sazi l'afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre, e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; 11 il SIGNORE ti guiderà sempre,ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.12 I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età e sarai chiamato il riparatore delle brecce,
il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.


Questo brano del profeta Isaia è uno dei molti brani biblici che ci presentano quale sia la volontà di Dio in modo chiaro e diretto, nudo e crudo.
1. La prima parte del capitolo è un deciso atto di accusa: Il popolo digiuna, il popolo cerca Dio, ma mentre digiuna litiga, fa i suoi affari, usa violenza, insomma si comporta in modo contrario alla volontà di Dio. E poi si lamenta perché Dio non apprezza il suo digiuno, perché Dio non lo ascolta.
E qui allora i casi sono due: o il popolo non ha capito nulla di Dio, oppure è decisamente ipocrita e quindi si fa beffe di Dio.
Potrebbe anche essere che il popolo, o alcuni del popolo, non abbiano capito Dio, sebbene Dio abbia detto ed espresso la sua volontà tante volte e in tanti modi. Ma è successo spesso, anche nella storia del Cristianesimo, che Dio sia stato frainteso, che sia stato scambiato per un Dio che bisogna placare o accontentare con qualche sacrificio o con qualche rito.
O peggio ancora che Dio sia stato scambiato con un Dio “commerciante”, che va comperato con qualche opera o rito particolare.
Se Dio è stato frainteso, se è stato scambiato per un Dio da placare o da comperare, allora questa predicazione di Isaia vuole rimettere le cose a posto, vuole far capire chi è Dio e che cosa egli vuole.
Se invece si tratta di pura ipocrisia, come in effetti è molto probabile, se cioè il popolo ha capito e sa che cosa Dio vuole da lui, e tuttavia fa il contrario di quello che Dio vuole, allora il brano è un duro atto di accusa.
Come ha detto qualcuno, forse tra il popolo c’è chi pensa che il digiuno possa essere una soluzione rapida per arrivare più facilmente a Dio. In fondo è più facile digiunare che sporcarsi le mani a fianco dei miseri. Quando la pratica religiosa ci porta lontano dalla società, dai suoi problemi e dalle sue ingiustizie, allora la religione è davvero, come diceva Marx, oppio dei popoli.
Se invece il culto ci porta dentro la società, se l’evangelo ci manda nel mezzo del mondo a realizzare la volontà di Dio, con gli altri e a fianco degli altri, allora il culto sarà gradito a Dio, sarà il motore che ci spinge a fare la sua volontà e sarà ciò che ci da la forza di tentare di farla.
Invece, nel caso di coloro a cui si rivolge Isaia, il culto è celebrato semplicemente per se stessi, per mettersi a posto la coscienza, davanti a sé e davanti agli altri, che magari dicono “Oh ma guarda quanto è religioso quel tale”, anche se poi quel tale truffa, inganna e sfrutta i poveri.
E infatti, la prima cosa di cui parla Dio nel suo atto di accusa sono i rapporti economici. La volontà di Dio si gioca anche nei rapporti economici perché i rapporti economici sono il primo campo in cui si vede se vi è giustizia o ingiustizia. Le più grandi ingiustizie accadono proprio nei rapporti economici che arricchiscono i pochi e lasciano nella miseria i molti.
Dunque, la giustizia: questa è la volontà di Dio per tutti gli esseri umani. E la giustizia dipende molto dall’economia e oggi nella nostra società complessa lo vediamo in modo molto chiaro. Ma era già così ai tempi dell’Antico Israele. Era così ai tempi di Isaia, era così ai tempi di Gesù ed è così anche oggi, solo moltiplicato per mille volte.
Se qualcuno non ha da mangiare o da vestirsi significa che la volontà di Dio non è fatta. E se qualcuno non ha da mangiare non è un caso e non è una disgrazia, ma è una colpa ed è questa colpa che Dio mette al centro del suo giudizio.


2. la seconda parte del brano parla del digiuno che Dio vuole, e qui parla sostanzialmente di liberazione: che si spezzino le catene, che si sciolgano i legami, che si lasciano liberi gli oppressi; e di condivisione: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra.
Liberazione e condivisione. Questa è la vocazione a cui Dio ci chiama ed è questo che ha fatto lui per primo, e che ha fatto anche in Gesù, che ha condiviso, donato addirittura, la sua vita per la nostra liberazione.
Gesù nel corso del suo ministero ha continuamente liberato: dalle malattie che impedivano agli esseri umani di avere una vita dignitosa, dai cosiddetti “demoni”, cioè da quelle forze che si impossessavano della volontà e della personalità altrui, una sorta di malattia mentale; dalla legge, o meglio non tanto dalla legge ma del legalismo moralista, che divideva le persone in giuste e sbagliate; dalla forza del peccato, offrendo a coloro che perdonava una nuova possibilità o la possibilità di una vita nuova. Infine persino dal potere della morte, che ha vinto nella resurrezione di Cristo.
E ha continuamente condiviso: la Parola di Dio, cioè la volontà del Padre; il pane e i pesci con gli affamati; il pane e il vino della comunione nell’ultima cena.
Liberazione e condivisione. Siamo al cuore della volontà di Dio. E dove c’è liberazione – e quindi libertà – e condivisione – ovvero nessuno ha troppo e nessuno troppo poco – lì c’è giustizia e la volontà di Dio è fatta.


3. E allora se questa è la volontà di Dio che bisogno c’è ancora di culto, di digiuno, di riti? Non è meglio gettarsi a capofitto nell’opera di condivisione e di liberazione e non badare più a nient’altro, per essere dei bravi cristiani?
Certo, se così facessimo saremmo dei bravissimi discepoli di Gesù, dei bravissimi cristiani! Ma venendo meno il culto, ci mancherebbero due cose essenziali: perché il culto è il luogo dove imparare sempre di nuovo quale sia la volontà di Dio, la sua volontà di liberazione e condivisione. Perché non lo si è mai imparato una volta per tutte, e se si pensa di averlo imparato allora si è completamente fuori strada Dio ha ancora sempre qualcosa da farci scoprire.
E ci mancherebbe il luogo in cui sentirci dire la cosa più importante, la sorgente di tutto ciò che possiamo fare e tentare: e cioè sentirci dire che Dio per primo ci ha liberati e ha condiviso con noi la sua misericordia e la sua volontà.
Tutto deriva da lì, tutto parte da lì. Senza questo gioioso annuncio, senza questo evangelo, non avremmo nulla da condividere e nessuno a cui portare liberazione.
Perché è l’evangelo che libera, è l’evangelo che ci chiama a condivisione. Ciò che Dio ha compiuto per noi e ciò che Dio chiede a noi, lo ascoltiamo e lo riceviamo nella predicazione dell’evangelo della grazia, che è l’evangelo della liberazione e della condivisione.
Il culto non è un mezzo per conquistarci il favore di Dio ma è un incontro nel quale Dio ci rivolge la sua Parola, dalla quale noi da un lato veniamo consolati e dall’altro impariamo quale sia la volontà di Dio.
Quindi certo al culto veniamo per noi perché riceviamo qualcosa di importante e di essenziale per la nostra vita. Ma principalmente veniamo perché Dio ci convoca proprio perché ha qualcosa da dirci. Dio ci convoca per annunciarci la sua grazia e allo stesso tempo perché vuole rivelarci la sua volontà o, detto in altre parole, vuole insegnarci a mettere in pratica la sua volontà di liberazione di condivisione.
Dio ci chiama a rendergli culto e ad ascoltare la sua parola, perché da un lato non si stanca di offrirci il suo perdono, nella sua grande misericordia; e non si stanca di spiegarci qual è il digiuno che gli gradisce, la pratica della liberazione e della condivisione.
Questo è il cuore e il centro del culto cristiano ed era ed è in fondo anche il centro del culto ebraico. Se il nostro culto non è questo, se ha altri obiettivi o secondi fini, allora esso sta sotto il giudizio che abbiamo sentito pronunciare da Isaia.
Se invece il nostro culto è questo, se è il tempo in cui veniamo a ascoltare la Parola del perdono e la Parola che ci invia a vivere liberazione e condivisione, allora questo culto è gradito a Dio perché tutta la nostra vita, e non solo un’ora alla settimana, sarà culto.
Sarà culto reso al Dio che in Gesù Cristo ha condiviso il suo amore con noi e che ci ha liberati dalla colpa e dalla paura e che ci manda ad annunciare a vivere la condivisione e la liberazione per portare nel mondo la sua giustizia.

lunedì 23 settembre 2019

Predicazione di domenica 22 settembre 2019 su Genesi 28,10-22 a cura di Marco Gisola

Biella, 22 settembre 2019
Genesi 28,10-22
Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il SIGNORE stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il SIGNORE, il Dio d'Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il SIGNORE è in questo luogo e io non lo sapevo!» Ebbe paura e disse: «Com'è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell'olio. E chiamò quel luogo Betel; ; mentre prima di allora il nome della città era Luz. Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il SIGNORE sarà il mio Dio e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».


Giacobbe ha appena lasciato la casa di famiglia e sta andando verso la casa dello zio Labano, fratello di sua madre. La madre gli aveva detto di andare dallo zio per chiedere di sposare una delle sua figlie, perché non voleva che sposasse una donna cananea.
In realtà Rebecca sapeva che il fratello di Giacobbe, Esaù, voleva vendicarsi del fatto che Giacobbe gli aveva rubato con l’inganno la benedizione paterna, facendosi passare per suo fratello approfittando del fatto che suo padre Isacco era quasi cieco.
Giacobbe è dunque un uomo in fuga, dal futuro incerto, che non sa che cosa lo aspetti. Nella casa di famiglia è in pericolo, nel paese dello zio non sa ancora che cosa troverà. Ma oltre a essere un uomo in fuga è un disonesto, un truffaldino: ha ingannato il padre per sottrargli la primogenitura e così facendo ha dimostrato di non avere, non dico affetto, ma nemmeno rispetto per suo fratello.
Oltre a tutto ciò, non sembra che a Giacobbe di Dio importi poi granché. E perché dovrebbe quindi Dio occuparsi di lui? Di questo uomo pronto a ingannare chiunque per di ottenere quello che vuole!
Eppure Dio si intromette nella vita e nel viaggio di Giacobbe. E va a visitare Giacobbe, che si crede forte e intelligente, nel momento in cui è più debole e più indifeso: il sonno. Giacobbe deve dormire all’addiaccio, il buio lo ha colto prima che potesse arrivare in un posto sicuro. Usa una pietra come guanciale e dorme.
Dio lo visita attraverso un sogno. Prima di tutto gli fa vedere qualcosa: una scala che collega terra e cielo e degli angeli che la percorrono. Cielo e terra, attraverso la scala, si toccano, sono in contatto, gli angeli, i messaggeri di Dio, vanno su e giù portano la Parola di Dio sulla terra, mettono cielo e terra in comunicazione.
La terra non è senza il cielo e il cielo non è senza la terra. L’umanità non è senza Dio e Dio non è senza umanità. Il cielo – cioè Dio – non è un’entità irraggiungibile e la terra non è abbandonata da Dio a se stessa.
Ciò significa che anche Giacobbe non è senza Dio e Dio non è, non vuole essere, senza Giacobbe. Giacobbe non può più fare quello che vuole, come se esistesse solo lui e Dio non ci fosse, come se quello che accade sulla terra non riguardasse il cielo
E allora, come dice un commentatore, il nucleo di questo racconto sta già nel fatto che Dio si riveli a Giacobbe! Forse noi che conosciamo la continuazione della storia questo può sembrare scontato, ma in realtà non era affatto ovvio.
Giacobbe, diciamocelo, è un poco di buono, un approfittatore e un ingannatore, che per salvarsi la pelle è stato convinto a scappare e a cercare rifugio da uno zio lontano. È questo Giacobbe qui che Dio va a cercare e a dirgli che lui ha qualcosa da dire sulla sua vita, anzi: che vuole lui, Dio, dire una parola decisiva sulla sua vita.
La parola decisiva sulla vita di Giacobbe che Dio vuole dire è una promessa. Con tutto quello che Giacobbe aveva combinato ci si sarebbe potuto aspettare un rimprovero, un castigo… e invece no, Dio si fa incontro a Giacobbe con una promessa.
La promessa è quella classica, quella già rivolta al nonno Abramo e al padre Isacco: è una triplice promessa: la terra, la discendenza e l’essere benedizione per tutte le famiglie della terra. Giacobbe ora un fuggiasco ma Dio gli promette che lo ricondurrà nella terra dove aveva già mandato il nonno Abramo.
Ma a questa promessa si aggiunge una promessa personale: «Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».
Dio promette a Giacobbe la sua presenza e la sua protezione. “Io sono con te” è la promessa che lega Dio a coloro che sceglie e che in generale lega Dio al suo popolo.
Lo prometterà al profeta Geremia: “Non ti vinceranno perché io sono con te per librarti...” (1,19), lo dirà al popolo in esilio in babilonia attraverso il profeta Isaia: “quando dovrai attraversare le acque io sarò con te...” (43,2) e lo ha detto Gesù risorto ai suoi discepoli – e quindi anche a noi – dando loro la missione di andare a tutti i popoli: “io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28,20).
Questa frase, messa in bocca al credente, diventa invece una confessione di fede, come nel famosissimo verso del salmo 23: “Quand’anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me”.
In fondo era questo il significato della scala che Giacobbe ha sognato: il cielo non è chiuso e Dio non è lontano perché viene in terra, viene a essere con noi, anzi a camminare con noi:
Dio sarà con Giacobbe, ma con un Giacobbe in cammino, in una sorta di esilio, benché un esilio dorato, perché sarà dallo zio dove troverà lavoro e moglie e si farà una famiglia, quella discendenza che Dio gli aveva promesso.
Dio è con Giacobbe. Questo cambia tutto. Giacobbe deve riprendere il cammino, ma non lo riprende da solo, Dio è con lui e la promessa di Dio è con lui. Noi sappiamo che davvero Giacobbe tornerà, tornerà con una grande famiglia e si riconcilierà con il fratello Esaù. La promessa di Dio si realizzerà.
Ma Giacobbe cambia già ora, si rende conto che Dio lo ha visitato e fa due cose: prima fa un piccolo rituale, prendendo la pietra su cui aveva dormito e facendola diventare una pietra commemorativa, un monumento, versandoci sopra dell’olio. Mentre fa questo dà un nome al luogo: Betel, che significa casa di Dio.
Quel luogo da ora in poi sarà legato all'evento che Giacobbe vi ha vissuto. Lì Giacobbe ha incontrato Dio e quella per lui rimane la casa di Dio. Forse a noi può lasciare perplessi legare la presenza di Dio a un luogo, ma in fondo questo gesto di Giacobbe è anche una confessione d fede: qui, dice Giacobbe ho incontrato Dio e questo incontro ha cambiato la mia vita.
E la pietra che ha eretto a mo’ di monumento lo ricorderà per sempre. Del resto anche la storia valdese è piena di luoghi che dei monumenti hanno fatto diventare luoghi della memoria, legati a momenti importanti per la fede della nostra chiesa.
E poi fa un voto, una promessa. Qui Giacobbe rimane Giacobbe e la sua promessa è costellata di “se”: Se Dio è con me, se mi protegge durante il viaggio …, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre… Se Dio farà tutto questo allora “il Signore sarà il mio Dio” e Giacobbe gli darà la decima.
Giacobbe insomma è molto pragmatico e vuole verificare che Dio mantenga la promessa. Ma pure, accoglie la sfida e comprende che la promessa che ha ricevuto da Dio implica anche un suo impegno e una sua promessa. Giacobbe non è più solo, ma se la strada si fa in due, anche lui deve prendersi i suoi impegni.
Che cosa dice a noi questa antica storia, un po’ ironica, ma molto affascinante?
Ci dice – come tutta la Bibbia - che Dio non va a cercare i migliori, anzi a volte sembra quasi cercare i peggiori! Dio non va a cercare i migliori, ma ce la mette tutta per rendere migliori quelli che sceglie.
Dio si era legato ad Abramo e alla sua discendenza. Tra Giacobbe e Esaù ha scelto Giacobbe e con Giacobbe fa i conti, con Giacobbe e con tutti i suoi difetti e le sue colpe.
Dio non lo abbandona a se stesso, questo ingannatore patentato, che non ha rispetto per la primogenitura del fratello, e nemmeno per la benedizione paterna che estorce con l'inganno! Dio lo va a cercare e fa i conti con lui.
Non i migliori, non i perfetti, che non esistono: Dio a va a cercare Giacobbe, va a cercare il Giacobbe che è in noi con tutti i suoi difetti e cerca di trasformarlo.
E come cerca di trasformarlo? Dio non lo va cercare con un randello da dargli sulla testa, ma prima con il sogno della scala e poi con la promessa. È la promessa che può trasformare Giacobbe e renderlo un po’ più simile a come Dio lo vuole.
Anche noi Dio viene a cercare per rinnovarci la sua promessa. Lo ha fatto in Gesù e lo fa ogni volta che l’evangelo viene annunciato e la promessa di Dio viene ripetuta: io sono con te.
Oggi la ripete anche a noi: Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai. Dio non ci molla, come non ha mollato Giacobbe. Non ci molla quando siamo soli e non ci molla nemmeno quando siamo colpevoli.
Giacobbe era un uomo solo, colpevole, fuggiasco. Alla fine della sua vicenda sarà un uomo con una grande famiglia, riconciliato con il fratello che aveva ingannato, e ritornerà nella sua terra.
Dio non ci molla. Ovunque andremo, ci inseguirà con la sua promessa alla quale ci richiederà di rispondere con fiducia.

domenica 8 settembre 2019

Predicazione di domenica 8 settembre 2019 (in occasione della Giornata Dolciniana) su Atti 3,1-10 a cura di Marco Gisola

Bocchetta di Margosio (Giornata Dolciniana) – 8 settembre 2019
Atti 3,1-10
Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l'elemosina a quelli che entravano nel tempio. Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina. Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell'istante le piante dei piedi e le caviglie gli si rafforzarono. E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio.Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto.


1. Quello che ho te lo do. E che cosa ho? Noi, sorelle e fratelli, spesso tendiamo a pensare di avere poco se non addirittura nulla o quasi. Oro e argento non ne abbiamo, o almeno ne abbiamo poco; e anche se ne avessimo questo racconto ci dice che non si tratta di denaro.
Noi pensiamo di avere poco: poco denaro, pochi fedeli, pochi pastori e pastore, poca visibilità… poco di tutto. Questa storia ci dice invece che una cosa ce l’abbiamo ed è in fondo l’unica che conta: la parola.
Voi direte: ma questo è un racconto di miracolo, non una predicazione. Vero. Ma se in questa storia vediamo solo il miracolo prima di tutto ci deprimiamo e poi andiamo fuori strada.
Ci deprimiamo perché la nostra prima reazione davanti a questo racconto è: Pietro incontra un uomo zoppo dalla nascita e lo guarisce, e invece io non sono in grado. A volte mi sembra di non essere in grado nemmeno di curare o di accudire le persone che mi sono care, figuriamo di guarirle!
E poi, la frustrazione è al quadrato: pazienza i miracoli che compie Gesù, quelli li posso ancora accettare: Gesù è il figlio di Dio! Ma Pietro! Un discepolo che è arrivato a negare di conoscere Gesù, quando poco prima aveva proclamato di voler morire con lui! Proprio lui fa miracoli!
Intanto non è Pietro che compie il miracolo. Cioè non si tratta di una virtù o capacità di Pietro. È la parola che pronuncia che fa guarire lo zoppo.
Vi sembrerà una distinzione di poco conto, ma è sostanziale: non è che Pietro è diventato capace di compiere miracoli, di far guarigioni. È che in quel momento la parola agisce e guarisce. Non c’è automatismo, Pietro non è diventato un guaritore, rimane un apostolo, uno inviato ad annunciare l'evangelo. Certo quell’evangelo guarisce lo zoppo e questo ci fa domandare perché l’evangelo che annunciamo noi non lo fa. Ma non è Pietro, è la Parola dell’evangelo che guarisce.
E poi, anche davanti al miracolo, non dobbiamo fermarci all’aspetto fisico del miracolo: lo zoppo non è più zoppo, prima non camminava o camminava male, ora cammina bene. Il significato è più profondo, perché in quella società uno zoppo, come qualunque persona che oggi noi definiremmo disabile, conduceva una vita che era una non-vita.
Infatti chiede l’elemosina, perché non può lavorare, non può mantenersi e uno che non può lavorare e mantenersi difficilmente in quella società può metter su famiglia e rischia, oltre tutto il resto, di essere condannato alla solitudine. E non c’è nemmeno uno stato sociale, quindi dipende dalla generosità o dalla commiserazione degli altri.
Dopo il miracolo, quell’uomo passa da una non-vita a una vita. La parola dell’evangelo che Pietro pronuncia lo rimette in piedi, potremmo quasi dire lo risuscita. Non che fosse morto, ma conduceva appunto una vita non-vita. Ogni giorno era uguale a se stesso, non aveva che da chiedere l’elemosina per comprare qualcosa da mangiare. Ora invece è in piedi, può vivere e guardare avanti. È rinato alla speranza. La Parola di Dio non guarisce soltanto una gamba, ma la persona intera.
Rimane vero che molte persone intorno a noi hanno bisogno di guarigione fisica da troppi tipi di malattia e noi non riusciamo a darla loro. Ma è anche vero che molte persone che non hanno nessun problema di salute, che stanno benissimo, ciononostante non hanno speranza, non sembrano stare in piedi e non guardano avanti.
A tutte queste persone – malate nel fisico o nell’animo - sappiamo dare quello che abbiamo? Siamo capaci a dire «Quello che ho, te lo do», e a dire loro l’evangelo della speranza? E non ce l’ho perché quella parola, quell’evangelo, sia mia. Ce l’ho perché l’ho ricevuto e lo ricevo continuamente. Non è affatto mio, è l’evangelo di Gesù Cristo. Ma proprio perché è suo io posso darlo e dirlo.


2. Finora ho dato per scontato che noi possiamo identificarci con gli apostoli, con coloro che hanno ricevuto l’evangelo e sono chiamati a annunciare questa parola che trasforma.
E se invece, qualche volta, fossimo noi lo zoppo? Se fossimo noi quelli che chiedono l’elemosina, ovvero che hanno bisogno di qualcosa che ci aiuti a vivere?
Se fossimo noi quelli che chiedono l’elemosina, ovvero che chiedono e dalla vita si aspettano solo un’elemosina, solo briciole, per poter giusto sopravvivere e arrivare alla fine della giornata?
Come credenti siamo sì, tutti e tutte noi inviati/e a portare la parola dell’evangelo che guarisce e trasforma.
Ma siamo prima di tutto i destinatari di questa parola, siamo prima di tutto coloro che sono chiamati a ascoltarla e ad alzarsi in piedi, guariti dalle proprie tristezze e dalle proprie rassegnazioni per trovare in quella parola nuova speranza e nuovo senso alla propria vita.
Del resto non sono stati proprio anche Pietro e Giovanni “zoppi” nel loro discepolato di Gesù? Pietro il rinnegatore, Giovanni che insieme al fratello voleva stare alla destra e alla sinistra di Gesù nel suo regno non hanno “zoppicato” nel loro cammino dietro a Gesù?
È solo l’evangelo della resurrezione che li ha rimessi in piedi, solo dopo la resurrezione di Gesù e il dono dello Spirito a Pentecoste – raccontata nel capitolo precedente – che i discepoli zoppicanti nella loro sequela si sono rimessi in piedi e sono diventati apostoli, cioè annunciatori della Parola e non solo più destinatari.
E, tornando al nostro racconto, forse ora c’è un discepolo in più: una volta guarito, l’uomo che era stato zoppo «entrò con loro nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio».
Quell’uomo entra nel tempio «camminando, saltando e lodando Dio», ovvero cammina senza problemi, vive una nuova vita, salta, cioè fa quello che prima non poteva fare, loda Dio, quindi è grato e gioioso.
Ma non solo: tutto questo lo fa entrando nel tempio «con loro». Non è più solo, è con Pietro e Giovanni, non ha trovato, o meglio: non ha ricevuto soltanto gambe nuove e quindi vita nuova, ma anche comunione nuova, fratellanza nuova. Non è più solo, la parola che lo ha guarito gli ha anche dato dei fratelli e delle sorelle.
Questa è la Parola che ci raggiunge oggi: l’evangelo ti rimette in piedi, ti dona nuova vita e nuova speranza e anche una comunità fatta di sorelle e fratelli con cui gioire, saltare e lodare Dio insieme.
Ma dopo aver gioito lodato, la stessa parola manda quella comunità fuori, a tutti gli zoppi, i tristi, i rassegnati, a tutti gli oppressi e gli emarginati a dire loro: “quello che ho te lo do”, la Parola che libera e guarisce, che ridona speranza e rimette in piedi.
Ci dia il Signore di saper invocare il suo aiuto quando siamo zoppi, stanchi e rassegnati e di saper annunciare il suo evangelo quando quella stessa parola ci rimette in piedi.
Nella ferma fiducia che quella Parola, la Parola di Dio ogni giorno ci viene incontro nel nostro zoppicare, ogni giorno ci rimette in piedi e ogni giorno ci chiama a condividere l’evangelo della rinascita e della speranza.

martedì 3 settembre 2019

Predicazione di domenica 1 settembre su 2 Samuele 12,1-14 a cura di Marco Gisola

Biella, 1 settembre 2019
 
2 Samuele 12,1-14

1 Il SIGNORE mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse:
«C'erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l'altro povero.
2 Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; 3 ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. 4 Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell'uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l'agnellina dell'uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa».
5 Davide si adirò moltissimo contro quell'uomo e disse a Natan: «Com'è vero che il SIGNORE vive, colui che ha fatto questo merita la morte; 6 e pagherà quattro volte il valore dell'agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà».
7 Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell'altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l'Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. 10 Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l'Ittita". 11 Così dice il SIGNORE: "Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall'interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; 12 poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole"».
13 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. 14 Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa sua.


Il racconto di oggi è tratto da una delle pagine più drammatiche e intense dell’AT, in cui la storia di Israele si intreccia con la storia personale del re Davide. Per capire il testo che abbiamo letto dobbiamo raccontare brevemente ciò che appena accaduto prima, al cap 11. La storia inizia con Davide che è a casa tranquillo che passeggia sulla sua terrazza, mentre il suo esercito è in battaglia. Già questo non lo mette in buona luce: anziché essere con il suo esercito e guidarlo, il re se ne è rimasto a casa, dove evidentemente ha altro da fare. Mentre passeggia vede una donna che fa le abluzioni rituali, è Batsceba o Betsabea. Betsabea è bellissima, dice il testo, e Davide fa raccogliere informazioni su di lei e poi la manda a prendere. Il racconto usa propri questo verbo: prendere
Questo verbo rimanda a un racconto di alcuni capitoli prima: quando Israele aveva chiesto a Dio di avere un re, Dio lo aveva avvertito: se vogliono avere un re, egli lo darà loro, ma devono sapere che il re prenderà i loro figli, le loro figlie, i loro campi, i loro raccolti, ecc. per costituire e mantenere il suo esercito e la sua corte. Potete leggere questo in 1 Samuele 8. Ed ecco qui la prova che Dio aveva ragione: Davide manda a prendere Betsabea, semplicemente perché le piace. Manda a prendere, perché raramente i potenti si sporcano le mani, ma in genere fanno fare i lavori sporchi ad altri.
Davide ha con Betsabea un rapporto sessuale, che nei fatti è una violenza sessuale, perché Betsabea è costretta, e poi la rimanda indietro. Ha avuto quello che voleva e ora Betsabea non gli serve più, può tornare a casa. Ma non tutto va come Davide aveva previsto: Betsabea rimane incinta e lo manda a dire a Davide: come potrebbe giustificare il fatto di essere incinta, dato che suo marito, come molti uomini israeliti, è in battaglia, lontano da casa? Davide in un primo tempo cerca una soluzione morbida: manda a chiamare Uria, il marito di Betsabea, dal fronte per fare in modo che vada a letto con sua moglie. Ma Uria, pensando ai suoi compagni che stanno combattendo, dice che non può fare una cosa simile. Davide prova persino a farlo ubriacare, ma nemmeno così Uria cede. Allora Davide passa a una soluzione più drastica: fa uccidere Uria, ordina di mandarlo dove infuria la battaglia nell'assedio alla città nemica. Uria muore e Davide può di nuovo mandare a prendere Betsabea, questa volta per sposarla e avere da lei il figlio che attende.
Così finisce il cap. 11. o meglio, così finisce il racconto, ma l’autore del libro di Samuele aggiunge un commento: “Ma quello che Davide aveva fatto dispiacque al Signore”. Dio non ha fermato Davide, come non ha fermato gli aguzzini e i dittatori di cui è piena la storia umana, ma il suo giudizio è netto: quello che Davide ha fatto non va per nulla bene. Ma questo messaggio deve ora arrivare anche a Davide.
Ed eccoci al nostro testo: il compito è affidato al profeta Natan, che lo svolge in modo molto astuto: non va ad accusare direttamente Davide, ma fa in modo che Davide accusi se stesso, raccontandogli la storia di un uomo che aveva una sola agnellina che amava molto e che gli viene presa per essere uccisa e cucinata da un uomo ricco che possedeva pecore in quantità. Davide a sentire la storia si arrabbia moltissimo: “quell'uomo merita la morte!”, è la sua sentenza. E qui Natan smette di raccontare storie: “quell'uomo sei tu”, gli dice in faccia. Come l'uomo della storiella inventata ha preso la pecora del vicino, tu hai preso la moglie di Uria e lo hai fatto uccidere.
Il peccato di Davide è l'abuso di potere, grande tentazione di chiunque ha un qualche potere, grande o piccolo che sia. l’abuso di potere si è concretizzato nella violenza sessuale nei confronti di Betsabea e nell’omicidio di Uria. Israele aveva voluto un re come hanno gli altri popoli, ora ha un re che si comporta da tiranno come gli altri re del tempo. Questo racconto prende di petto il tema del potere e del suo abuso. I re pensavano a quei tempi di avere un potere assoluto, erano loro a fare le leggi ed erano loro a farle rispettare e quindi erano al di sopra della legge, perché erano loro stessi - i re - la legge.
Ma non in Israele. In Israele sopra il re c’è la legge di Dio. Questo fa la differenza, questo fa sì che un uomo come il profeta Natan possa andare dal re e dirgli: tu hai sbagliato, hai infranto la legge che è al di sopra di te, e non al di sotto, hai infranto la legge di Dio. Natan esprime il giudizio di Dio. Ciò che Davide aveva fatto dispiacque al Signore. La prima cosa dunque che questo testo ci dice è che Davide è colpevole. Ci si potrebbe stupire che questa storia si trovi nella Bibbia. Ci si sarebbe potuti aspettare che qualcuno censurasse questo racconto e lo eliminasse dalla Bibbia, per nascondere e non far conoscere questa enorme macchia che c'è nella vita del grande re Davide. E invece no, questa storia c'è, c'è questa storia fatta di abuso di potere, di violenza, di omicidio; di colpa. Davide è colpevole, ci dice la Bibbia, il grande re Davide è un uomo colpevole.
La colpa di Davide – oltre a tutto ciò che ha fatto – è stata l’abuso di potere, il potere che gli dà il fatto di essere re e il potere che gli dà il fatto di essere un maschio. Questo ci richiama al fatto che tutti e tutte noi siamo tentati dalla colpa dell’abuso del potere, perché quasi tutti abbiamo un potere, magari molto piccolo, su qualcuno che sta intorno a noi.
Ma questo non riguarda soltanto Davide: Davide è colpevole, ma io sono colpevole, tu sei colpevole. La storia umana, la grande e la piccola storia, ci dice oggi la Bibbia, è fatta da gente colpevole, non da gente innocente. E che cosa fa Dio con i colpevoli?

2. Natan – abbiamo detto - va a pronunciare il giudizio su Davide, giudizio che è netto e che Davide non può che riconoscere. Ma così facendo Natan va a salvare Davide. Davide si salva solo perché Natan gli fa riconoscere la sua colpa. Il giudizio di Dio lo mette a nudo, Davide non può mentire. Non può mentire perché non si può mentire a Dio, ma non può mentire nemmeno a se stesso. La grazia inizia con il giudizio. Senza giudizio non c’è grazia. Grazia senza giudizio, sarebbe quella che Bonhoeffer chiama la grazia a buon mercato. Ma la grazia di Dio non è buon mercato e quindi inizia con il giudizio.
Riconoscendo il giudizio di Dio su di lui, Davide smette di essere falso e bugiardo. Davide riconosce la sua colpa perché sente proclamare il giudizio di Dio su di sé. Bisogna passare da lì, lì inizia la grazia. Il giudizio di Dio è anche sempre l’invito al pentimento e l’offerta della possibilità di cambiare. Ma bisogna farlo proprio, bisogna essere sinceri prima di tutto con se stessi davanti a Dio. Davide lo fa e cambia, è trasformato dal giudizio di Natan. Riconosce la sua colpa, passa dalla presunzione al riconoscimento della colpa, passa dalla menzogna alla verità.

3. Il racconto prosegue in modo a noi incomprensibile, perché Dio decide di risparmiare Davide ma comunque di infliggergli una punizione e la punizione che Dio infligge a Davide ci sembra ingiusta e assurda: il bimbo nato da lui e Betsabea si ammala, Davide è abbattuto, digiuna e dorme sdraiato in terra, ma dopo sette giorni il piccolo muore. La domanda che ci sorge naturale (ma che non ha risposta nel testo) è perché debba pagare il bambino innocente per la colpa di Davide. Cosa assurda per noi del ventunesimo secolo, come del resto ci appare assurdo anche che mai una volta Betsabea abbia voce in questo capitolo, mai veniamo a sapere che cosa prova o cosa pensa. Questo racconto risente della (poca o nulla) considerazione che si aveva per le donne e per i bambini. La vita del bambino è vista solo in riferimento a Davide, non al neonato stesso. È Davide a essere punito con la morte del figlio, è lui a pagare.
Se vogliamo andare oltre le nostre domande, possiamo forse dire che il significato, all’interno del racconto, della morte del figlio è che la strada scelta da Davide – la strada dell'abuso di potere, della violenza, dell'inganno, dell'omicidio – non porta da nessuna parte. Quella strada non ha futuro, questo vuol dirci questa morte assurda di un innocente. Il futuro dovrà percorrere una strada diversa e infatti Davide e Betsabea avranno un altro figlio, Salomone, che rappresenterà il futuro e sarà il successore di Davide.
Dopo questi eventi drammatici, dopo il pentimento, Davide continuerà a fare il re e sarà il re più famoso di Israele. Ma la sua storia deve passare attraverso la colpa e il pentimento, Davide deve toccare il fondo, nella sua esistenza viene fuori il peggio di un’umanità che non ha scrupoli e che non guarda in faccia a nessuno.
Da questo fondo risalirà grazie alla parola di giudizio di Natan, parola di giudizio che quindi è allo stesso tempo parola di grazia. Per Davide c’è ora una nuova possibilità. Questo è il senso della storia, anche se, come abbiamo detto, per la nostra mentalità moderna molte parti di questa storia rimangono incomprensibili. Davide commette un peccato, un crimine terribile, ma Dio non lo ripudia e gli concede di andare avanti, gli offre una nuova possibilità. Proprio in questo consiste la grazia, nell'avere una nuova possibilità, anche quando si è toccato il fondo.
Questa non è certo una “bella” storia, e forse - direte – non è nemmeno una storia molto spirituale. Ma è un racconto “vero”, vero nel senso di un racconto molto umano, in cui viene fuori il peggio dell'umanità, che in Davide tocca davvero il fondo. Ed è un racconto vero anche in senso evangelico: l’evangelo di questo racconto è che Dio, proprio quando l’umanità tocca il suo fondo e il suo massimo di egoismo e crudeltà, manda Natan a pronunciare una parola di giudizio che salva Davide e lo riscatta. Perché la grazia comincia con il giudizio, perché è grazie al giudizio pronunciato da Natan che Davide arriva al riconoscimento della propria colpa e al cambiamento. È quando ci riconosciamo colpevoli e non innocenti che la grazia di Dio ci offre la possibilità di ricominciare. Perché questa è la nostra salvezza: che ogni volta che siamo colpevoli, la parola di giudizio e di grazia del Signore ci raggiunge e ci offre una nuova possibilità di ricominciare, anche quando capita di toccare il fondo.
In mezzo ai drammi dell’esistenza, nel profondo del buio della colpa, dell'orgoglio, del desiderio e dell’abuso di potere e in mezzo a tutto il dolore che tutto ciò provoca, la parola di Dio viene a dirci che c’è un’altra strada, un altro modo di vivere il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. E questo non per illuderci di essere innocenti, ma per essere riscattati dalle nostre colpe di colpevoli.
Dio continui a raggiungerci con la sua parola anche nei luoghi più bassi della nostra esistenza, per offrirci ogni volta una nuova possibilità e una nuova speranza.