domenica 24 gennaio 2021

Predicazione di domenica 24 gennaio 2021 su Rut 1,1-19 a cura di Marco Gisola


Rut 1,1-19

1 Al tempo dei giudici ci fu nel paese una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò a stare nelle campagne di Moab con la moglie e i suoi due figli. 2 Quest’uomo si chiamava Elimelec, sua moglie, Naomi, e i suoi due figli, Malon e Chilion; erano efratei, di Betlemme di Giuda. Giunsero nelle campagne di Moab e si stabilirono là.
3 Elimelec, marito di Naomi, morì, e lei rimase con i suoi due figli. 4 Questi sposarono delle moabite, delle quali una si chiamava Orpa, e l’altra Rut; e abitarono là per circa dieci anni. 5 Poi Malon e Chilion morirono anch’essi, e la donna restò priva dei suoi due figli e del marito.
6 Allora si alzò con le sue nuore per tornarsene dalle campagne di Moab, perché nelle campagne di Moab aveva sentito dire che il SIGNORE aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane. 7 Partì dunque con le sue due nuore dal luogo dov’era stata, e si mise in cammino per tornare nel paese di Giuda.
8 E Naomi disse alle sue due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di sua madre; il SIGNORE sia buono con voi, come voi siete state con quelli che sono morti, e con me! 9 Il SIGNORE dia a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito!» Le baciò; e quelle si misero a piangere ad alta voce, 10 e le dissero: «No, torneremo con te al tuo popolo». 11 E Naomi rispose: «Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho forse ancora dei figli nel mio grembo che possano diventare vostri mariti? 12 Ritornate, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi; e anche se dicessi: "Ne ho speranza", e anche se avessi stanotte un marito, e partorissi dei figli, 13 aspettereste voi finché fossero grandi? Rinuncereste a sposarvi? No, figlie mie! Io ho tristezza molto più di voi, perché la mano del SIGNORE si è stesa contro di me». 14 Allora esse piansero ad alta voce di nuovo; e Orpa baciò la suocera, ma Rut non si staccò da lei.
15 Naomi disse a Rut: «Ecco, tua cognata se n’è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata!» 16 Ma Rut rispose: «Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch’io, e là sarò sepolta. Il SIGNORE mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!» 18 Quando Naomi la vide fermamente decisa ad andare con lei, non gliene parlò più.
19 Così fecero il viaggio assieme fino al loro arrivo a Betlemme.


Vorrei ripercorrere questo primo capitolo del libro di Rut facendoci aiutare da cinque parole che sono importanti per questo racconto.
La prima parola è “donne”. È una storia di donne il libro di Rut, donne che prendono in mano la loro vita e prendono decisioni importanti per loro ma anche per il popolo. Questo non è certo molto comune nell’AT ed ha fatto quindi pensare ad alcuni biblisti e bibliste che questo racconto possa essere stato scritto da una donna. Considerare la possibilità che il libro di Rut possa avere un’autrice anziché un autore è già una provocazione per i pregiudizi che ci portiamo dietro…
I primi cinque versetti ci raccontano in poche parole la tragedia di una famiglia: carestia, emigrazione, una parentesi che dovrebbe essere positiva con due matrimoni, che però non danno figli e a cui seguono drammaticamente tre decessi, di tutti gli uomini della famiglia.
Tre donne vedove ma non sole, perché legate da una intensissima comunione. Nella società del tempo una donna vedova era in grande difficoltà. Come sapete le donne nella Bibbia ricevono la loro identità dall’uomo a cui, per usare un termine crudo ma reale, “appartengono”: prima sono “figlie di…” e poi sono “mogli di…”.
Nel racconto di Rut ci sono alcuni indizi che mettono in questione questa visione: dopo la tragica morte dei tre uomini della famiglia, tutte le relazioni ruotano intorno a Naomi: i due figli non sono chiamati figli di Elimelec, ma figli di Naomi; Orpa e Rut sono chiamate “nuore di Naomi” e non, come ci si poteva aspettare, “vedove di …”
Altra cosa strana è che quando Naomi tenta di rimandare le due nuore a casa dice «tornate ciascuna a casa di sua madre» e non “di suo padre” come sarebbe stato normale. Il racconto sembra dare un punto di vista femminile.
Ma non solo: la relazione strettissima che ci viene presentata tra Naomi e Rut vuole proprio dirci che il legame così forte tra due donne può in fondo supplire alla mancanza di un uomo. Si sopravvive anche senza uomini: non sarà il messaggio centrale, ma è senz’altro uno dei messaggi di questo libro.
Dopo la parola “donne” una seconda riflessione può partire dalla parola “pane”. Elimelec e Naomi partono da Betlemme perché hanno fame: Betlemme significa “casa del pane”, ma nella casa del pane non c’è più pane, Betlemme non dà più quello che promette il suo nome. C’è carestia, e quando c’è carestia si parte, si emigra.
Lo aveva fatto Abramo, andando in Egitto. Lo aveva fatto suo figlio Isacco andando a vivere a Gherar, tra i filistei. E poi anche Giacobbe con i suoi figli, quando aveva scoperto che Giuseppe non era morto ma era diventato un uomo importante in Egitto. E tutti emigrano per fame, come accade anche oggi.
Altro dettaglio degno di nota (i dettagli nei racconti sono importanti): nel racconto non è detto che è Dio ad aver mandato la carestia, ma è detto che è Dio che la fa terminare e viene detto usando un verbo importante: Dio ha “visitato” il suo popolo, come quando era schiavo in Egitto (Esodo 4,1), quando lo ha visitato per liberarlo. Dio visita il suo popolo e a Betlemme c’è di nuovo pane, è di nuovo la casa del pane.
E nel prosieguo del racconto, Rut andrà a spigolare nel campo di orzo di Boaz; la spigolatura era prevista dalla Torah, era il sostentamento dei poveri. La visita di Dio e la Torah, anch’essa dono di Dio, faranno sì che Naomi e Rut potranno mangiare.
Una terza parola importante in questo racconto è la parola “tornare”, che non è solo un verbo di movimento, ma è un verbo “teologico”: è il verbo ebraico usato per indicare la conversione, che è un tornare a Dio. Questo verbo lo incontriamo ben dodici volte in questi diciannove versetti.
La questione che in questo racconto si pone alle due nuore di Naomi è dove andare, o meglio dove “tornare”? Perché anche qui c’è un altro dettaglio importante: le tre donne partono verso Giuda, o meglio Naomi parte e Rut e Orpa vanno con lei. Ed è solo quando sono già partite che Naomi prova a convincerle a tornare indietro.
Qualcuno ha detto che Rut e Orpa devono arrivare in un terra che non è più Moab e non è ancora Giuda per poter decidere se andare avanti verso Giuda o tornare indietro verso Moab. Una terra di mezzo.
In questa terra di mezzo Naomi dice loro “tornate”, «tornate ciascuna a casa di sua madre». Le due donne – ancora tutte e due – rispondono invece che vogliono “tornare” a Giuda con Naomi, e qui il verbo “tornare” è fuori posto, perché per loro due non sarebbe un “tornare” da dove sono venute ma un andare in un posto nuovo e sconosciuto.
Orpa insiste un po’ e poi accoglie l’invito di Naomi: torna a Moab. Notiamo che né Naomi, né Rut, né il narratore condannano questa scelta. Orpa sparisce di scena, ma non è giudicata.
Rut pronuncia quella bellissima dichiarazione in cui dice che vuole stare con la suocera e persino essere sepolta con lei:
«il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io, e là sarò sepolta. Il SIGNORE mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!». Rut chiama Dio a testimone della sua promessa.
La quarta parola è proprio… “Dio”: «il tuo Dio sarà il mio Dio». Quella di Rut è una conversione? Questa frase fa pensare di sì, ma il testo non è così esplicito; se lo è, è l’unico caso in tutto l’AT. Quello che è certo è che Rut si lega a Naomi e le promette di non abbandonarla, e legandosi a Naomi si lega anche al suo popolo e al suo Dio.
Questo racconto abbatte un gran numero di barriere e di confini: abbatte la barriera dietro la quale erano relegate le donne, che erano viste come totalmente dipendenti dagli uomini, mentre qui Naomi e Rut prendono in mano il loro futuro autonomamente.
Abbatte la barriera che separava ebrei e moabiti; Rut viene sempre chiamata la moabita. Ma sentiamo cosa dice il Deuteronomio dei moabiti: «L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del SIGNORE; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del SIGNORE» (24,3). Abbatte quindi la barriera del particolarismo di Israele, che in alcune epoche storiche si è totalmente chiuso agli altri popoli. Si pensa che Rut sia stato scritto al tempo di Esdra e Neemia, quando nel popolo d’Israele, da poco ritornato dall’esilio in Babilonia, si decide di mandare via tutte le mogli non ebree degli Israeliti, per non avere contaminazioni con i popoli pagani.
E invece Rut non solo entra nella terra di Israele, ma vi avrà un ruolo molto particolare, perché sarà la bisnonna del re Davide ed è ricordata anche tra le antenate di Gesù nel vangelo di Matteo. I moabiti sono i nemici storici di Israele, ma proprio da quel popolo viene una donna come Rut. Dio va a scegliere una donna, perché sia progenitrice di Davide e di Gesù, proprio tra il popolo dei Moabiti.
Dove è Dio in questo racconto? Dio non parla e non interviene direttamente, ma è nominato più volte. Viene nominato da Naomi che invoca la misericordia di Dio sulle sue nuore quando cerca di convincerle a tornare a Moab.
Naomi nomina una volta Dio anche con parole dure, quando dice che la «mano del signore si è stesa contro di lei» per tutto ciò che le è accaduto, la morte del marito e dei figli. Naomi è dunque anche un po’ arrabbiata con Dio…
Ma prima di questo Naomi lo aveva nominato come colui che ha visitato il suo popolo «dandogli del pane», dunque un Dio che Naomi non comprende sino in fondo riguardo al suo passato, ma nelle cui mani sta il suo futuro e il futuro del suo popolo, futuro che inizia dal pane. E poi lo nomina Rut nella sua promessa di non lasciare Naomi.
Dio in questo racconto ha dunque a che fare col “futuro”, quinta e ultima parola chiave: a Dio si lega strettamente il futuro di Naomi e di Israele. Dio in questo racconto ha a che fare col futuro e il futuro ha a che fare con Rut. Dio sceglie Rut e la dona a Naomi e a tutto Israele.
Prima ancora che una convertita, Rut mi sembra un dono, un dono che Dio fa a Naomi e a Israele. È attraverso Rut che Dio dona futuro a Naomi e a tutto il popolo, e anche a noi, perché sarà una progenitrice di Gesù.
Il futuro sta nel pane – e Rut lavorerà andando a spigolare per procurare del pane a Naomi – e nel figlio che nascerà. Qui entrerà in scena Boaz, nei capitoli successivi. Boaz costituirà per Rut e Naomi (che sono sempre insieme, come una coppia inseparabile, la promessa di Rut non viene meno dopo il suo matrimonio) il passaggio dalla precarietà della spigolatura alla sicurezza, ma soprattutto sarà padre del figlio di Rut, Obed, il quale sarà nonno di Davide.
Ricorderete che stranamente quando il bambino nascerà le donne vicine di casa diranno «è nato un figlio a Naomi», benché fosse figlio di Rut!
Ma la vita di Naomi e di Rut, da quel giorno che Rut ha fatto la sua promessa, sono inscindibilmente legate. Il futuro dell’una è il futuro dell’altra, Obed è il loro futuro ed è il futuro anche di tutto il popolo.
La storia di Rut ci dice che Dio provvede un futuro al suo popolo e provvede un futuro a Naomi. Si occupa del popolo e di quel singolo membro del popolo che è Naomi; non abbandona una donna emigrata in terra straniera rimasta vedova e senza figli.
Non l’abbandona, le dà del pane e una nuora, che è per lei più che una figlia e più che un’amica, perché Rut è dono di Dio per lei e per tutto il popolo...
Dio continua a stupirci con i suoi doni: a Naomi dona una nuora, anche lei vedova e straniera. La bontà e la fedeltà di Rut la moabita saranno il dono di Dio per Naomi e per Israele.
La bontà e la fedeltà di Dio si manifestano anche attraverso la bontà e la fedeltà di Rut, si manifestano anche attraverso la bontà e la fedeltà delle persone che ci dona come prossimo.
Dio continua a stupirci con il dono che ci fa dei nostri prossimi con i quali possiamo incamminarci, come Naomi e Rut, verso il nostro futuro.

domenica 17 gennaio 2021

Predicazione di domenica 17 gennaio 2021 su Giovanni 2,1-12 a cura di Marco Gisola

1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». 11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. 12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.



Manca qualcosa. Questa è la situazione iniziale che ci presenta il racconto del miracolo che Gesù compie ad una festa di nozze, in un villaggio della Galilea di nome Cana. Manca qualcosa, la cui mancanza può rovinare la festa, perché una festa di nozze in cui il vino finisce prima che la festa sia terminata è un fallimento, o almeno una figuraccia.

Manca qualcosa, manca il vino della festa e Gesù interviene e trasforma l’acqua in vino. Ora il vino c’è, è abbondante, anzi abbondantissimo si parla di una quantità che va dai 500 ai 700 litri! Ed è pure molto buono.

Ma come – potrebbe dire qualcuno – Gesù usa la sua capacità di compiere miracoli per non far mancare il vino ad una festa? Diventando magari complice dell’ubriacatura di qualche invitato che aveva già bevuto un po’ troppo? Con tutti i problemi che ci sono, dalla pandemia, all’ingiustizia economica, ai disastri ambientali… Gesù si occupa di vino?

Questa domanda in fondo ce la facciamo tutti noi. Un miracolo per trasformare dell’acqua in vino ci sembra quasi un miracolo sprecato. Comprendiamo molto meglio le guarigioni, la moltiplicazione dei pani…

Avviciniamoci” allora un po’ al racconto...

Giovanni ci dice che questo è il primo dei «segni miracolosi» che Gesù compie. Nel testo greco la parola «miracolosi» non c’è, l’evangelista Giovanni chiama le opere prodigiose di Gesù semplicemente “segni”.

Che cosa fa un segno? Un segno segnala, indica, i segni che Gesù compie nel vangelo di Giovanni - più ancora che nei sinottici - vogliono indicarci, dirci chi è Gesù; in una parola: vogliono rivelare. I segni rivelano chi è Gesù.

E che cosa rivela questo segno? Rivela, come tutti i segni che incontriamo nel vangelo, che Gesù è il figlio di Dio. E rivela – per dirla con le parole che usa Gesù stesso sempre in Giovanni (10,10) - che Gesù è venuto perché coloro che credono in lui «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Non abbondanza di vino (che è anch’esso solo un segno) ma abbondanza di vita, abbondanza di gioia, abbondanza di speranza, abbondanza di perdono… Abbondanza, non solo un po’, non solo un po’ di vita, non solo un po’ di gioia, non solo un po’ di speranza, non solo un po’ di perdono!

Abbondanza di ciò che ci manca, che non possiamo fabbricarci o comperarci; abbondanza di ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Questo ci porta Gesù e di questo è segno il vino della festa delle nozze di Cana.

Giovanni, come abbiamo già detto, dice che questo è il primo segno che Gesù compie, ma si potrebbe anche tradurre con “l’inizio” dei segni. Gli altri segni ci vengono raccontati nei capitoli successivi, ma possiamo chiederci: se questo è il primo segno, quale sarà l’ultimo? Se questo è l’inizio quale sarà la fine dei segni?

L’ultimo segno rivelatore, ovvero che ci rivela che Gesù è il figlio di Dio, inviato dal Padre per rivelare la sua volontà, sarà la croce; la fine dei segni è la fine della vita terrena di Gesù. Ma questa fine per Giovanni non è fine, è compimento: Gesù infatti morendo dirà: «è compiuto».

Quello che umanamente è il punto più basso della vita di Gesù – più basso come sofferenza, abbandono, crudeltà – è interpretato da Giovanni come il punto più alto del ministero terreno di Gesù.

Giovanni infatti chiama la crocifissione “innalzamento”, oppure la chiama “glorificazione”. E anche attraverso il segno compiuto alle nozze di Cana Gesù «manifestò la sua gloria». Lo scopo del segno – dei segni – che Gesù compie è duplice: donare vita e gioia e speranza in abbondanza a chi li riceve e manifestare la sua gloria.

Che questo segno guardi lontano, guardi alla croce lo mostra anche il breve dialogo tra Gesù e Maria: la prima parte del dialogo è molto enigmatico, non è chiaro che cosa Maria voglia chiedere a Gesù con la frase «non hanno più vino» e non è chiara la risposta di Gesù: «Che c’è fra me e te, o donna?», che non è una parola scortese, ma è senz’altro una presa di distanza.

Anche la parola «donna» non è dispregiativa come potrebbe suonare oggi alle nostre orecchie; Gesù chiamerà Maria «donna» anche nel bellissimo gesto che compirà sulla croce quando affiderà a Maria il discepolo prediletto e affiderà Maria al discepolo prediletto, una sorta di adozione reciproca.

Gesù chiama Maria «donna» e non la chiama “madre”. Una possibile significato di questo è che Gesù tratti Maria non da madre, bensì da discepola. Potrebbe voler dire: non rivolgerti a me come una madre fa col proprio figlio, ma come una discepola con il suo Signore.

E Maria infatti si comporta da discepola, nel senso che si fida, ha fiducia che nonostante la sua strana risposta, Gesù farà qualcosa. Inoltre, la conclusione del nostro brano ci dice che Maria va con Gesù, i suoi fratelli e i suoi discepoli; Giovanni inserisce cioè Maria e i fratelli di Gesù nel gruppo dei discepoli.

Più chiara è la frase di Gesù «L’ora mia non è ancora venuta». L’ «ora», nel vangelo di Giovanni è il culmine della missione di Gesù che sarà appunto la passione e la croce. L’ «ora» saranno gli ultimi giorni e ultimi istanti della vita di Gesù, che culminano con quella che - abbiamo detto – Giovanni chiama la glorificazione.

Gesù vuol dire che non è ancora giunto il momento di manifestarsi come lo farà nella sua passione. Maria, qualunque cosa abbia capito della risposta di Gesù, si mostra fiduciosa che Gesù qualcosa farà e chiede ai servi di fare tutto ciò che Gesù dirà loro.

E dunque una manifestazione avviene. Gesù non compie gesti spettacolari, non crea ma trasforma. Trasforma acqua in vino, trasforma qualcosa di comune e quotidiano in qualcosa di straordinario e festoso. Anche il vino è carico di significati simbolici, in alcuni profeti l’abbondanza di vino fa parte dei racconti dei tempi messianici quando Dio viene e porta pace, gioia e abbondanza, anche di vino.

E l’abbondanza è davvero straordinaria, si parla di più di 500 litri di vino che arrivano alla fine – non all’inizio - della festa. E vino molto buono, tanto che si guadagna le lodi del maestro di tavola, che era uno dei servi che organizzavano il banchetto nuziale.

Il miracolo non sembra essere evidente a tutti. Il maestro di tavola non sa che nelle giare prima c’era semplice acqua e infatti diventa il miglior testimone (inconsapevole) del miracolo, e tanto più attendile quanto più inconsapevole. Non è ancora l’ «ora» che tutti sappiano.

Lo sanno solo i servi, che però non prendono parola, e i discepoli, che capiscono che attraverso questo segno si è manifestata la gloria di Gesù. E credono in lui.

A questo serve il segno, questo il suo obiettivo: la fede. Non certo solo a far bere del buon vino agli invitati alle nozze di Cana.

Chi sperimenta l’abbondanza di doni, l’abbondanza di grazia, di vita e di gioia che Gesù porta a chi lo incontra, si affida a lui, crede.

Mancava qualcosa alla festa di nozze di Cana e Gesù è intervenuto per trasformare la mancanza in abbondanza.

Manca qualcosa anche nella nostra vita, sempre alle prese con difficoltà, limiti, incomprensioni… alla nostra vita mancano molte cose, è incompleta, imperfetta…, manca misericordia, manca a volte anche solo la chiarezza e la comprensione reciproca tra sorelle e fratelli…

Il “mancare” di qualcosa è caratteristica ineliminabile della nostra umanità ed è anche conseguenza del nostro peccato.

Non potremmo essere cristiani se non fossimo consapevoli di questo, e se d’altra parte, non fossimo consapevoli che Gesù è venuto proprio per questo, per trasformare la nostra cronica mancanza attraverso l’abbondanza dei suoi doni.

Non potremmo essere cristiani se non sapessimo che ci manca qualcosa e se non sapessimo che ciò che ci manca ci è donato in Cristo, non come possesso ma appunto come dono -

Gioire di questo dono come gli invitati alle nozze di Cana hanno gioito del vino buono; gioire e credere, come hanno fatto i discepoli, del dono della grazia, della gioia e della speranza che ci sono donate in Cristo è ciò che ci invita a fare questa parola di oggi.

Ciò che ci manca possiamo metterlo nelle mani di Gesù e affidarlo alla sua grazia che trasforma e che abbonda.


domenica 10 gennaio 2021

Predicazione di domenica 10 gennaio 2021 su Isaia 60,1-6 a cura di Marco Gisola

Domenica 10 gennaio 2021 - Epifania

Isaia 60, 1-6

«Sorgi, risplendi, poiché la tua luce è giunta, e la gloria del SIGNORE è spuntata sopra di te! 

Infatti, ecco, le tenebre coprono la terra e una fitta oscurità avvolge i popoli;

ma su di te sorge il Signore e la sua gloria appare su di te.

Le nazioni cammineranno alla tua luce, i re allo splendore della tua aurora.

Alza gli occhi e guàrdati attorno; tutti si radunano e vengono da te;

i tuoi figli giungono da lontano, arrivano le tue figlie, portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante, il tuo cuore palpiterà forte e si allargherà,

poiché l’abbondanza del mare si volgerà verso di te, la ricchezza delle nazioni verrà da te.

Una moltitudine di cammelli ti coprirà, dromedari di Madian e di Efa;

quelli di Seba verranno tutti, portando oro e incenso, e proclamando le lodi del SIGNORE.





«La tua luce è giunta, e la gloria del SIGNORE è spuntata sopra di te!». Le tenebre sono finite, sta spuntando una luce, anzi è spuntata, è spuntata sopra di te, per te, per illuminare la tua vita. La luce è il segno, il simbolo di questa domenica in cui ricordiamo l’epifania, ovvero la manifestazione (l’epifania significa manifestazione) di Gesù agli stranieri, simboleggiata dalla visita dei magi.

Questi stranissimi personaggi, studiosi degli astri, quindi pagani, e dunque lontani, sia geograficamente dalla terra di Palestina, sia spiritualmente dalla fede di Israele. Lontani, eppure vicini, perché avvicinati da Dio, portati vicini da Dio che li va a chiamare parlando la loro lingua, quella delle stelle.

Vengono ad adorare, a portare doni, e se ne vanno come se ne erano venuti, senza fare rumore, senza dare nell’occhio. E disobbedendo al re Erode che voleva essere informato sul “re” che sapeva che doveva nascere, i magi fanno un’altra strada e non passano da lui.

Una luce che illumina chi non sapeva nulla di Dio, ma che viene illuminato e portato, accompagnato fino a Betlemme dove vedono e adorano.

Come accadrà poi dopo la resurrezione di Gesù, quando l’annuncio dall’evangelo arriverà ai pagani grazie al lavoro instancabile dell’apostolo Paolo e di tutti i suoi compagni nell’apostolato e che farà sì che l’autore della lettera agli Efesini possa scrivere quello che abbiamo ascoltato, cioè che «gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo» (Efesini 3,6).

Il testo che il nostro lezionario indica quest’anno per l’Epifania è un brano del profeta Isaia, che riguarda anch’esso tutti i popoli del mondo. Proprio come i magi vennero da lontano fino a Betlemme per adorare Gesù e portarono in dono oro, incenso e mirra, i popoli della terra, in questa profezia di Isaia, vengono a Gerusalemme per adorare il Dio d’Israele e portano in dono oro e incenso.

I popoli della terra vengono a Gerusalemme perché qui avviene una ‘epifania’, cioè il Signore, il Dio d’Israele e dell’universo, si manifesta in Gerusalemme e tutti i popoli accorrono a lui.

Quando queste parole vengono pronunciate da Isaia, il popolo d’Israele è appena ritornato dall’esilio in Babilonia. Anzi, a dire il vero non sono ancora nemmeno ritornati tutti coloro che erano stati deportati, e si attende ancora il ritorno di molti esiliati.

Il testo preannuncia il loro ritorno quando dice che i figli e le figlie – intesi come figli e figlie di Gerusalemme – torneranno da lontano.

È dunque per Israele un tempo di miseria e di fatica, di ricostruzione, dei villaggi, ma anche del tempio di Dio che era stato distrutto dai Babilonesi. È un tempo di fatica e di tristezza, perché sono sì tornati in patria, ma hanno davanti a loro le macerie materiali e spirituali per cui tutto è da ricostruire.

Potremmo dire che gli Israeliti – o alcuni di loro – sono sì tornati a casa ma sono ancora nelle tenebre, che impediscono loro di vedere il futuro.

In queste tenebre di stanchezza e di rassegnazione Isaia proclama la sua profezia di luce, che annuncia non solo il ritorno di tutti gli esiliati, non solo benessere e sicurezza, ma annuncia anche il pellegrinaggio di tutti i popoli a Gerusalemme.

I popoli pagani non solo non saranno più nemici di Israele, non solo non lo metteranno più in pericolo e non lo domineranno più, ma verranno in pellegrinaggio a Gerusalemme che diventerà il centro del mondo, luogo in cui tutti i re della terra verranno a inchinarsi davanti al Dio d’Israele e a portare doni.

Il testo usa immagini bellissime: le porte della città, che solitamente di notte vengono chiuse per evitare che entrino ospiti indesiderati, rimarranno aperte giorno e notte, tanti saranno i re che verranno a Gerusalemme e i doni e le ricchezze che essi porteranno da tutti i luoghi.

La profezia annuncia anche la giustizia e la pace: “Io ti darò per magistrato la pace, per governatore la giustizia. Non si udrà più parlare di violenza nel tuo paese, di devastazione e di rovina entro i tuoi confini; ma chiamerai le tue mura: Salvezza, e le tue porte: Lode” (v. 18).

Questo è l’annuncio luminoso che Isaia è chiamato a portare ai primi Israeliti che ritornano a Gerusalemme: «Sorgi, risplendi, poiché la tua luce è giunta, e la gloria del Signore è spuntata sopra di te! Infatti, ecco, le tenebre coprono la terra e una fitta oscurità avvolge i popoli; ma su di te sorge il Signore e la sua gloria appare su di te».

La luce non è solo una bella immagine, la luce è ciò che letteralmente permette di vedere ciò che al buio non si vede. La luce dunque rivela, mostra ciò che era nascosto. È appunto una “epifania”, una manifestazione di ciò che non è manifesto.

A Israele rivela e annuncia il regno di giustizia e di pace che Israele ancora non può vedere, annuncia il fatto che i popoli verranno in pellegrinaggio a Gerusalemme portando doni, che verranno dunque in pace e non più per conquistare e distruggere come era accaduto qualche decennio prima.

Agli stranieri, ai pagani rappresentati dai magi d’oriente, la luce di Dio rivela quello che non avrebbero mai potuto vedere e nemmeno immaginare: che a Betlemme è nato il re dei Giudei e che questo re si trova in una mangiatoria e non nel palazzo della capitale Gerusalemme dove in un primo tempo i magi erano andati a cercarlo.

La luce di Dio rivela che il re è proprio quel bambino indifeso che i magi incontrano, e questo fatto va “rivelato”, cioè è necessario che sia Dio a dircelo affinché noi possiamo crederlo, perché questo annuncio va contro ogni evidenza. Solo la luce di Dio può fare questo.

Solo la luce di Dio che risplende la mattina di Pasqua farà credere ai discepoli e alle discepole di Gesù che il crocifisso era davvero il figlio di Dio, perché anche la croce andava contro tutte le evidenze.

Quando la luce di Dio risplende c’è gioia, c’è dono (oro, incenso e mirra), c’è la forza di mettersi in cammino per un lungo viaggio come quello dei magi, c’è speranza. Quando la luce di Dio risplende c’è giustizia e c’è pace.

Quando la luce di Dio risplende riconosciamo, come i magi, in Cristo il nostro re e Signore e in lui troviamo gioia, doni, forza, speranza e possiamo cercare e lavorare per la giustizia e la pace.

E come dice Isaia poche righe più avanti: «Non più il sole sarà la tua luce, nel giorno; e non più la luna t’illuminerà con il suo chiarore; ma il SIGNORE sarà la tua luce perenne, il tuo Dio sarà la tua gloria. Il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più; poiché il SIGNORE sarà la tua luce perenne...».

Luce perenne per la nostra fede e per la nostra speranza è il Signore, luce che irrompe nelle tenebre e le scaccia via.

Ed ancora una cosa ci dicono questo brano e il racconto dei magi, questi – dicevamo – strani personaggi che con Israele e la sua fede non c’entrano nulla. Ci dice che Gesù è venuto anche per gli altri. Gesù è venuto anche per altri, non solo per noi. Come non è venuto soltanto per il suo popolo, ma anche per i pagani, anche per i magi.

Questa di Isaia non è l’unica profezia dell’Antico Testamento che parla del cosiddetto pellegrinaggio delle nazioni a Gerusalemme, ce ne sono anche altre. È la realizzazione della promessa che Dio aveva fatto ad Abramo.

E il racconto dei magi racconta il compimento di queste profezie in Cristo. Anche altri vengono a Gesù. Non solo Israele. E questo vale anche per noi: anche altri vengono a Gesù, o meglio anche da altri va la luce di Gesù, la luce di Dio che fa riconoscere in Gesù il suo figlio e nostro Signore.

La grazia del Signore ha fatto sì che tra questi “altri” ci fossimo anche noi. Anche su di noi è spuntata la luce del Signore, anche per noi la sua gloria e la sua grazia si sono manifestate in Cristo.

Anche noi possiamo allora gioire e lodare il Signore che continua a manifestarsi nella sua parola e a illuminare le nostre vite.


domenica 3 gennaio 2021

Predicazione di domenica 3 gennaio 2021 su Luca 2,41-52 a cura di Marco Gisola

 Luca 2,41-52


41 I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa; 43 passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; 44 i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. 46 Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47 e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. 48 Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». 49 Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» 50 Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. 51 Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. 52 E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini.


«Perché mi cercavate?» è la prima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Luca. Perché mi cercavate nel posto sbagliato? - potremmo aggiungere interpretando le parole di Gesù. Il posto giusto, sembra dire Gesù ai suoi genitori, quello in cui devo – e Gesù sottolinea “devo” -  stare non è con voi, ma con il «Padre mio».

Luca è l’unico vangelo che ci narra questo episodio di un Gesù, come diremmo oggi, preadolescente che risponde ai suoi genitori che lo rimproverano. Ma nella cultura ebraica a dodici anni non si è preadolescenti o adolescenti, ma si è quasi adulti, perché a tredici anni si diventava adulti.

Ancora oggi nelle comunità ebraiche a tredici anni i maschi e dodici anni le femmine, “sono obbligati a seguire i comandamenti e sono ritenute persone moralmente responsabili delle proprie azioni. I ragazzi contano ora come membri del gruppo di dieci persone, il Minyan, richiesto per celebrare il culto. Essi possono inoltre guidare le liturgie e leggere la Torah” (dal sito della comunità ebraica di Bologna).

Che Gesù fosse già ufficialmente adulto oppure no, non cambia molto: non è più un bambino, quello che per noi è un ragazzino, per la Torah è (quasi) un adulto, cioè è responsabile di quello che fa ed è responsabile di seguire i comandamenti. In ebraico si dice che si diventa “Bar-Mitzvah” o “Bat-Mitzvah”, cioè figlio o figlia del comandamento.

E Gesù di chi è figlio? Questa è la grande questione posta da questo brano, che conclude il cosiddetto “vangelo dell’infanzia” di Luca. 

Alla domanda di una Maria spaventata e angosciata, e anche un po’ arrabbiata, come lo sarebbero tutti i genitori che hanno smarrito un figlio, Gesù risponde in modo che a prima vista potremmo giudicare un po’ impertinente: «Perché mi cercavate?». 

Ma la domanda di Gesù non è quella di un ragazzino impertinente, bensì quella di chi pone la questione di chi sia figlio: figlio di Giuseppe o figlio di Dio? 

Avrete notato che sia in questo brano che in quello di domenica scorsa, Luca parla tranquillamente di Giuseppe e Maria come dei genitori di Gesù e che qui Maria usa il termine “tuo padre” riferito a Giuseppe: «Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Luca parte dal presupposto che Giuseppe sia legalmente il padre di Gesù, che si sia assunto il ruolo e compito di padre a tutti gli effetti.

E Luca fa parlare Maria, anche perché vuole sottolineare il contrasto tra “tuo padre” – «tuo padre ed io ti cercavamo… » - e la risposta di Gesù «non sapevate che dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?».

Due dettagli su questa frase: il primo è che “nella casa del Padre mio» non è l’unica traduzione possibile: il testo dice letteralmente “nelle del padre mio”; potremmo dire “nelle cose del padre mio”, che è un modo di dire che può avere sia significato di luogo, e dunque “luogo” o “casa”, ma anche un significato meno materiale. 

La risposta di Gesù, per semplificare, significa: dovevo stare con mio padre. Ovviamente Dio non è solo nel tempio, lo sapevano bene anche gli ebrei del tempo di Gesù. Ma lì nel tempio, quando chiese a Salomone di costruirgli una casa, aveva deciso di far abitare il proprio nome. 

Lì avveniva il culto sacrificale, ma come leggiamo qui, nel tempio, o meglio in uno dei suoi cortili, si leggeva e si discuteva sulla Torah, sulla Parola di Dio. Anche i primi cristiani si troveranno nel tempio, nel cosiddetto portico di Salomone  (Atti 3,11; 5,12)

Gesù viene trovato seduto in mezzo ai maestri, li ascolta e li interroga, non fa il saccente, non è presentato come maestro dei maestri, ma come uno di loro, solo che non ha fatto alcuna scuola rabbinica e ha solo 12 anni! Tutti stupiscono della sua sapienza. 

Questo racconto vuole mostrare il legame particolare di Gesù con il Padre con la “P” maiuscola, vuole cioè mostrare che Gesù è il figlio di Dio. 

Ma mentre i vangeli cosiddetti apocrifi (quegli scritti che parlano di Gesù e che non fanno parte del NT) raccontano di miracoli compiuti da Gesù durante la sua infanzia e giovinezza, il vangelo di Luca è molto sobrio. 


Il fatto che Gesù è figlio di Dio lo si vede non da atti o eventi spettacolari, ma dal fatto che Gesù ha una sapienza particolare riguardo alla volontà di Dio; e questa sua sapienza la usa per discutere con i maestri della Torah. È sulla Torah che Gesù dialoga, su quella che noi chiameremmo la Parola di Dio, e lo fa senza arroganza, ma discutendo e interrogando i sapienti di Israele.

Notiamo anche che il vangelo dell’infanzia di Luca ci vuole mostrare una accoglienza benevola verso Gesù da parte di Israele: a partire da Zaccaria, un sacerdote che loda il messia prima che nasca; e poi i pastori, ebrei considerati impuri a causa del loro lavoro; Simeone e Anna, anziani che vivono in attesa del messia e che profetizzano riconoscendo in Gesù il messia venuto; e ora i maestri di Israele, con cui Gesù discute. 

E invece Giuseppe e Maria «non capirono le parole che egli [Gesù] aveva dette loro».  Forse possiamo riconoscere un po’ noi stessi in Giuseppe e Maria, anche noi spesso non capiamo ciò che Gesù vuole dirci, non lo capiamo fino in fondo.

Eppure Giuseppe e Maria erano quelli che erano più vicini a Gesù; a parte Zaccaria e Elisabetta, e Simeone e Anna di cui abbiamo parlato l’altra volta, erano gli unici a sapere che Gesù aveva un compito particolare datogli da Dio, c’era stato l’annuncio dell’angelo a Maria e tutto il resto. Ma lo stesso non riescono a comprenderlo o ad accettarlo. 

Perché non è una cosa ovvia o scontata da accettare, nemmeno per i suoi genitori, nemmeno per quelli che gli sono più vicini. Spesso sono proprio i più vicini a non comprendere. Proprio come noi.

Possiamo dunque identificarci con Giuseppe e Maria, e da Maria riceviamo anche un insegnamento: come già era stato detto dopo la visita dei pastori, Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore». 

Calvino commenta così questo fatto: “Maria serbava nel suo cuore le cose che il suo spirito non poteva ancora comprendere; impariamo da qui a ricevere con rispetto i misteri di Dio che superano la capacità del nostro spirito e a conservarli con cura nel nostro cuore, così come il seme si nutre nel mentre che è nascosto nella terra”.

Lasciamo cioè che anche ciò che non comprendiamo dell’evangelo lavori dentro di noi come un seme sotto terra; non respingiamo ciò che non comprendiamo, ma conserviamolo nella nostra mente e nel nostro cuore, perché lo Spirito di Dio può agire anche attraverso ciò non comprendiamo del tutto.

Alla fine del racconto Gesù torna a Nazaret e rimane sottomesso ai suoi genitori. Sottomesso come era previsto dalla Torah, ai genitori si doveva rispetto e onore. Questo episodio è solo un’anticipazione di quello che Gesù sarà, farà e dirà. Ma per ora Gesù ritorna nel suo ruolo di figlio di Giuseppe e Maria. È figlio di Dio, ma poiché ha accettato di prendere la nostra umanità su di sé, ora vive tutta questa umanità, vive anche il suo umanissimo ruolo di figlio di Giuseppe e Maria e sta con i suoi genitori.

Non era ancora giunto il momento di rivelare a tutti che lui è il figlio di Dio. Ci vorranno ancora quasi vent’anni perché Gesù inizi il suo ministero. Per ora, per i più è ancora uno sconosciuto, un ragazzo/uomo come tanti altri. Questo episodio è stato una anticipazione di ciò che sarà.

Dunque Gesù è figlio di Dio, questo ci vuole dire questo testo; e le sue strade, vent’anni dopo, saranno altre e diverse rispetto a quelle di qualunque altro giovane uomo ebreo suo contemporaneo e lo porteranno lontano dalla famiglia che lo ha cresciuto. Per ora, è ancora nascosto, non è evidente, ma Gesù è il figlio di Dio.

E noi di chi siamo figli? Non in senso biologico ovviamente, quello lo sappiamo. Siamo figli del nostro tempo, della nostra cultura, come si usa dire? Sì certo, lo siamo, perché siamo nati e cresciuti in un luogo e in un contesto ben definiti. 

Ma oltre a questo, oltre a tutto ciò che di umano, culturale e sociale ci determina, in Gesù siamo suoi fratelli e sue sorelle e dunque anche noi figli e figlie di Dio, figli e figlie adottivi, come dice l’apostolo Paolo, nel senso di fatti diventare figli e figlie, appunto, in e attraverso Gesù. 

E infatti Gesù userà con i suoi discepoli l’espressione «padre vostro», parlando del padre suo. È grazie a Gesù – e dunque per grazia – che non siamo figli soltanto dei nostri genitori, non soltanto del nostro tempo e della nostra cultura, ma anche figli e figlie adottivi di Dio.

La Parola che si è incarnata - evento, decisione di Dio che abbiamo celebrato a Natale - si è fatta figlio di Dio per poter venire in mezzo a noi e rendere anche noi figli e figlie e dunque sorelle e fratelli. 

Dove cerchiamo noi Gesù? Dove lo troviamo? Lo troviamo laddove ci si mette in ascolto e in discussione intorno alla Parola di Dio, che ora però è lui stesso. E quando troviamo lui, troviamo anche il Padre suo e Padre nostro. Anzi: è lui che si è fatto carne e si è fatto figlio ed è venuto a cercare noi per conto del Padre suo e Padre nostro. 


domenica 27 dicembre 2020

Predicazione di domenica 27 dicembre 2020 su Luca 2,25-38 a cura di Marco Gisola

 Domenica 27 dicembre 2020 – prima dopo Natale

Luca 2,(21) 25-38

21 Quando furono compiuti gli otto giorni dopo i quali egli doveva essere circonciso, gli fu messo il nome di Gesù, che gli era stato dato dall’angelo prima che egli fosse concepito. 22 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, 23 come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore»; 24 e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani colombi.

25 Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest’uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui; 26 e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. 27 Egli, mosso dallo Spirito, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, 28 lo prese in braccio, e benedisse Dio, dicendo:

29 «Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola;

30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31 che hai preparata dinanzi a tutti i popoli

32 per essere luce da illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele».

33 Il padre e la madre di Gesù restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui. 34 E Simeone li benedisse, dicendo a Maria, madre di lui: «Ecco, egli è posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele, come segno di contraddizione 35 (e a te stessa una spada trafiggerà l’anima), affinché i pensieri di molti cuori siano svelati».

36 Vi era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser. Era molto avanti negli anni: dopo essere vissuta con il marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova e aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. 37 Non si allontanava mai dal tempio e serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme.



L’attesa è finita. Questo potrebbe essere il titolo di questo racconto. L’attesa è finita; il messia tanto atteso è giunto. Questo ci dicono questi due personaggi che Luca fa intervenire sulla scena quando Gesù viene portato al tempio di Gerusalemme per essere presentato, un uomo e una donna che compaiono qui e di cui poi non si parlerà più. Ma chi sono Simeone e Anna?

1. Sono due ebrei credenti, con una profonda fede nella venuta del messia, che attendono che si realizzino le promesse di Dio. Anzi: che attendavano che si realizzassero le promesse di Dio di inviare il messia, perché ora non lo attendono più, dato che lo vedono – il messia - in Gesù.

Simeone e Anna rappresentano l’Israele profondamente credente, in intensa attesa del messia. Sono nel tempio, luogo centrale e fondamentale del culto ebraico, la scena avviene nel cuore fisico e spirituale della fede ebraica, Anna sembra che viva nel tempio, qualcuno dice che forse faceva parte di una comunità femminile simil-monastica. In ogni caso vivono attendendo la venuta del messia.

2. Simeone e Anna sono nel cuore fisico e spirituale della fede ebraica, ma non sono persone che abbiano un potere o un ruolo particolare nella comunità ebraica. Sono persone che non fanno la storia, sono credenti molto ferventi e fedeli, ma sono persone comuni, sono appunto due persone che la Bibbia chiama per nome, senza titoli. Non fanno la storia che scrivono gli esseri umani, ma hanno un compito importante nella storia che Dio stesso scrive: quello di essere i primi a proclamare la venuta del messia.

3. Sono un uomo e una donna, e non è un dettaglio secondario, in una storia fatta quasi solo da uomini. E mentre Simeone è definito «giusto e timorato di Dio», quindi appunto un credente, uno che ci crede davvero, Anna è chiamata «profetessa», che non è un appellativo così scontato per una donna. In tutto l’AT sono solo quattro le donne chiamate profetesse (Miriam, Debora, Hulda, la moglie di Isaia).

Purtroppo mentre di Simeone ci sono riportate le parole che ha pronunciato, di Anna invece no, ci è solo detto che «lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme». Non ci sono riportate le parole che dice, ma Anna parla, parla del bambino Gesù, dunque predica, annuncia anche lei la venuta del messia, cioè: che il messia è venuto.

4. Sono due persone anziane, e anche questo non è scontato in una storia fatta anche qui prevalentemente da giovani. Anna e Simeone sono esseri umani che percepiscono che la loro morte non è molto lontana, e qui forse simboleggiano che Israele è alla fine dell’attesa, perché il messia è venuto.

O forse simboleggiano la saggezza e la profonda fede come possono avere solo persone che hanno creduto tutta la vita, o meglio, hanno vissuto tutta la loro vita credendo.


Questi i personaggi. Il nucleo del testo è il cantico di Simeone, che è il quarto canto che il vangelo di Luca ci presenta, dopo il cantico di Maria, il cantico di Zaccaria e il breve canto degli angeli nella notte di Natale. Qualcuno ha detto giustamente che il vangelo di Luca inizia cantando, perché nei suoi primi due capitoli contiene questi quattro canti.

Questo cantico è meno famoso, forse perché meno lungo di quelli di Maria e Zaccaria, meno esplicito nella lode e un po’ più malinconico, perché Simeone dice che ora Dio può lasciarlo andare, ovvero può morire, perché i suoi occhi hanno visto la salvezza.

Un po’ malinconico, certo, ma pensiamo alla portata e al significato di queste sue parole. Ora posso morire serenamente perché ho visto tutto quello che c’era da vedere. Ho visto il messia e questo mi basta, posso lasciare questa vita. È come se Simeone dicesse: non c’è altro che ho bisogno di vedere.

È quasi troppo questa affermazione, troppo perché possiamo condividerla così semplicemente. Chi di noi, anche i più anziani, non hanno ancora voglia di vedere qualcosa, i figli o i nipoti crescere, laurearsi, trovare lavoro… Simeone non avrà avuto il desiderio di vedere ancora qualcosa del genere?

Non dobbiamo pensare che Simeone non volesse bene a nessuno e che non desiderasse più nulla. La sua è un’affermazione di fede, non parla delle sue umane attese, ma della sua attesa di Dio, che supera tutte le altre attese.

Le sue parole esprimono questo paradosso della fede e lo esprimono non in astratto, ma nel concreto della sua vita e della sua morte, che non era lontana, ma per cui non era pronto. Ora è pronto perché ha visto il messia. Ha visto la promessa di Dio compiersi.

È questo infatti è il messaggio del testo: Dio ha mantenuto la sua promessa, il messia è giunto, non c’è più nulla da attendere.


Apriamo una parentesi su Giuseppe e Maria: Giuseppe e Maria dopo aver sentito il cantico di Simeone, «restavano meravigliati delle cose che si dicevano di lui». Non è sfiducia, è meraviglia, il che è ben diverso. Giuseppe e Maria sapevano che il loro figlio aveva un compito particolare datogli da Dio, ma probabilmente non si aspettavano che questo fosse riconosciuto pubblicamente da qualcuno quando il bambino era così piccolo.

È bella questa meraviglia che accompagna la fede. Una fede senza meraviglia, senza stupore è una fede a cui manca qualcosa, segnata dall’abitudine. Noi non siamo Maria e Giuseppe, il loro compito è unico nella storia, ma da loro possiamo imparare che Dio con la sua Parola, qui proclamata da Simeone, vuole stupirci, possiamo imparare che non c’è nulla di scontato quando si ha a che fare con Dio, che vuole sempre ancora sorprenderci.

Non mi fermo sulla parola rivolta da Simeone a Maria, una profezia dolorosa che dice che Maria parteciperà, da madre, al dolore del figlio, questo è probabilmente il senso della spada di cui parla Simeone.


Ma torniamo a Simeone: Dio ha mantenuto le sue promesse, il messia è arrivato, è qui, Simeone ce l’ha in braccio…

Però… non è ancora successo nulla! Gesù ha quaranta giorni di vita (era questo il tempo dopo cui una donna che aveva partorito doveva offrire il sacrificio per la sua purificazione), è un neonato, non parla, non cammina, non è ancora in grado di fare nulla… Non è ancora accaduto nulla, ma per Simeone è già accaduto tutto.

«I miei occhi hanno visto la salvezza»: che cosa vede Simeone? Un bambino, inerme, incapace di qualunque cosa e dipendente in tutto e per tutto dagli altri come tutti i bambini di quaranta giorni… Così piccolo che può tenerlo in braccio.

Non ha visto re, non ha visto cavalli e cavalieri, non ha visto forza, non ha visto prestigio, non ha visto ricchezza… Eppure Simeone sa che quello è il messia e che è lui la realizzazione delle promesse di Dio.

Ce l’ha nelle mani, come ce l’avranno nelle mani – in tutt’altro modo – coloro che lo manderanno a morire sulla croce. Vede un messia che si dà nelle sue mani, nelle nostre mani. E altre mani saranno molto meno tenere di quelle di Simeone.

Perché Gesù è segno di contraddizione, «posto a caduta e a rialzamento di molti in Israele»: rubo l’esempio a un collega che tra i tanti segni di contraddizione che Gesù ha posto nel suo cammino cita il caso dell’adultera di Giovanni 8:

per la donna l’incontro con Gesù è stato il suo rialzamento, è stato ciò che ha fatto sì che potesse essere rialzata, che potesse vivere anziché morire; per gli uomini che volevano tirarle addosso le pietre e ucciderla Gesù è stato occasione di caduta, perché se ne sono dovuti andare con la coda tra le gambe.

Non è uguale essere da una parte o dall’altra, incontrare in Gesù la salvezza (come l’adultera) o la caduta come gli aspiranti giustizieri dell’adultera.

Ma torniamo al centro: Simeone e Anna vedono il compimento della promessa, la promessa è già compiuta in quel bambino, che è il messia, e che pure non ha ancora detto e fatto nulla. Ma è già compiuta, la salvezza è già venuta.

Davanti al “Già” compiuta, il “non ancora”, quello che ancora deve avvenire, diventa insignificante per Simeone e Anna. La promessa è già compiuta, il messia è già arrivato, la salvezza è già presente.

Questa è la fede di Simeone, che lo Spirito ha portato quel giorno nel tempio a prendere in braccio la sua salvezza, ed è la fede di Anna, che lo stesso Spirito – e non il caso - ha fatto sì che anche lei giungesse in quel momento per testimoniare di lui.

Questa è la loro fede, dono dello Spirito, per cui non hanno più bisogno di vedere nulla, perché hanno già visto tutto.

La Parola di Dio ci dice oggi che quel bambino, di cui abbiamo celebrato la nascita due giorni fa, è già tutto anche per noi. L’evangelo è davvero tutto lì in quel bambino inerme, in quel Dio fattosi uomo che si consegna nelle nostre mani per salvare e rialzare chi si affida a lui. Davvero per la nostra vita e la nostra fede in Gesù abbiamo già tutto.

venerdì 25 dicembre 2020

Predicazione di Natale 2020 su Giovanni 1,1-14 a cura di Marco Gisola

Giovanni 1,1-14

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. 2 Essa era nel principio con Dio. 3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. 4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

6 Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. 

9 La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.



«La Parola è diventata carne»: questo celebriamo a Natale, questo ci dicono i racconti a cui siamo così affezionati dei vangeli di Matteo e di Luca, con la mangiatoia, Giuseppe e Maria accanto al piccolo Gesù, gli angeli e i pastori, i magi, il re Erode che vuole uccidere Gesù appena è nato… 

Giovanni non ci racconta nulla di tutto ciò (e quindi possiamo dire: grazie a Dio che i vangeli sono quattro, perché abbiamo molto di più che se ce ne fosse uno solo…!). La storia del “Natale” del vangelo di Giovanni non inizia a Betlemme e non inizia duemila anni fa. Inizia nel cielo e inizia prima dell’inizio del mondo. 

La parola “Natale” va messa tra virgolette, ovviamente, perché Giovanni non racconta la nascita di Gesù, ma racconta – o meglio accenna in questa straordinaria poesia – l’incarnazione della Parola di Dio nella persona umana di Gesù di Nazaret.

E proprio questa Parola, ci dice Giovanni, era nel principio, potremmo dire prima del principio, c’era già ed era con Dio, ed era essa stessa Dio. Un’affermazione importantissima per la nostra fede. 

Dio si relaziona con il mondo e con gli esseri umani attraverso la sua Parola; tutto ciò che noi possiamo sapere di Dio e tutto ciò che Dio ci fa sapere di lui accade attraverso la sua Parola. Come possiamo conoscere Dio? Abbiamo solo un modo di conoscere Dio ed è quello che lui ha scelto, ovvero la sua Parola. 

Noi Dio non lo vediamo, non lo tocchiamo, ma lo ascoltiamo, lo possiamo ascoltare perché ha scelto di comunicare con noi, di rivelarsi come Parola. La Parola è Dio in relazione, ed è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

Ed è così da sempre, ci dice Giovanni, e ce lo dice tutta la Bibbia; questa non è solo la fede cristiana, ma la fede ebraico-cristiana: Dio si rivela nella sua Parola. 

La Parola creatrice attraverso cui Dio crea il mondo, la Parola liberatrice dell’esodo, la Parola di giudizio e di salvezza dei profeti di Israele – questa Parola diventa carne, viene ad abitare un corpo esattamente uguale al nostro, diventa una vita umana, la vita di Gesù di Nazaret.

Egli ha vissuto una vita pienamente umana, e ne ha condiviso tutta la fisicità e tutte le emozioni: dolore e piacere, gioia e angoscia, allegria e rabbia, coraggio e paura. L’incarnazione è l’inizio di quel cammino che culminerà il venerdì santo con la croce. Un cammino percorso fino in fondo per amore: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio …” (3,16).

“Per l’essere umano non c’è altro volto di Dio all’infuori di quello di Gesù di Nazaret” ha scritto qualcuno commentando questi primi versetti del vangelo di Giovanni (J. Zumstein, Giovanni, vol. 1, p. 77). Non abbiamo bisogno di conoscere altro su Dio che quello che ci rivela Gesù di Nazaret. 

È umano farsi tante domande su Dio, perché Dio è per noi irraggiungibile, invisibile, ecc…  È umano farsi queste domande, ma non è indispensabile avere le risposte per credere. Per credere basta sapere quello che Dio ci viene a dire. 

Non è indispensabile sapere come Dio è in sé, è sufficiente conoscere la sua volontà così come ce la rivela Gesù, la sua parola incarnata.

«La Parola è diventata carne». In lui Dio ha preso su di sé l’umanità, e così facendo si è fatto fratello di ogni essere umano. Ogni nostro compagno e compagna in umanità diventa nostro fratello e sorella, perché Gesù si è fatto loro fratello. 

Nessun essere umano e nessun aspetto della nostra umanità sono esclusi dall’amore di Dio in Cristo e di conseguenza ogni essere umano e ogni aspetto della nostra umanità ci sono dati per essere amati anche da noi. 

Detto in altre parole: alla luce dell’incarnazione, il nostro amore per il prossimo non deve dipendere da altro che dalla sua umanità. Tutte le altre caratteristiche – provenienza, genere, ideali politici, anche la religione – passano in secondo piano. 

Questa è la sfida dell’evangelo dell’incarnazione: vivere cercando di mettere da parte giudizi e pregiudizi e guardare all’altro come colui che possiede la stessa umanità in cui la Parola di Dio si è incarnata, la stessa umanità di Gesù di Nazaret.

Non c’è dunque soltanto una fratellanza o sorellanza che nasce dalla fede in Gesù Cristo figlio di Dio e che coinvolge i credenti, ma anche una fratellanza o sorellanza che nasce dall’umanità di Gesù e che coinvolge tutti gli esseri umani.

«La Parola è diventata carne ed ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre».

La Parola di Dio fatta carne ha abitato tra noi, cioè in mezzo all’umanità, in Gesù di Nazaret «per un tempo», cioè dalla sua nascita, che celebriamo oggi, fino alla sua morte sulla croce, che ricordiamo il venerdì santo. 

La Parola di Dio fatta carne ha preso su di sé tutta la nostra umanità, con le sue gioie e i suoi dolori e ha condiviso il fatto che la nostra vita ha un termine. «Per un tempo» ha abitato tra di noi, e questo tempo non ha visto la sua conclusione per vecchiaia o per malattia ma per morte violenta, perché l’umanità lo ha rifiutato e crocifisso. 

Ma chi ha crocifisso Gesù ha ucciso la sua carne, ma non la Parola fatta carne, La Parola non la uccide nessuno, nel Risorto essa ha continuato a parlare e continua a parlare anche a noi.

La Parola fatta carne è «piena di grazia e di verità»: Gesù è venuto a dirci la verità su di noi e sulla nostra esistenza e la grazia è il contenuto della verità che è venuto ad annunciarci. 

La verità è la grazia ma anche il giudizio, la verità è che abbiamo bisogno della grazia per vivere e non solo sopravvivere, abbiamo bisogno della grazia per non essere schiacciati dal peso delle nostre colpe, che ci sono e non possiamo eliminare, e che solo la grazia di Dio può perdonare.

La verità è da un lato il giudizio: la Parola di Dio incarnata ci viene a dire che non siamo “buoni”, come spesso diciamo di essere, non siamo “innocenti” come spesso ci illudiamo di essere, non siamo “bravi credenti” come ci piacerebbe essere, perché spesso crediamo più in noi stessi che nella grazia di Dio.

Questa è la verità. Una brutta verità? Beh, il giudizio è la fotografia di ciò che siamo, è semplicemente la verità. Ma la verità di Dio non è mai senza grazia, la verità non è mai soltanto il giudizio, è sempre anche la grazia. 

Se la sua Parola ci mette a nudo (Ebrei 4,12), essa ci riveste anche con l’abito della grazia. La nostra nudità è la nostra verità, è quello che siamo; l’abito della grazia è quello che ci viene dato in dono dall’amore di Dio.  

Questa è la verità e la grazia di Dio, questa è la gloria di Dio che noi abbiamo «contemplato». E dove l’abbiamo contemplata? Che cosa abbiamo visto? Noi nulla, noi abbiamo solo i racconti dei testimoni.

E loro che cosa hanno visto? Hanno visto il neonato nella mangiatoia, hanno visto il torturato e il crocifisso, questo hanno visto perché è lì, nella mangiatoia e nella croce che si sono manifestate la grazia e la verità, dunque la gloria di Dio.

Solo gli occhi della fede vedono nel neonato e nel crocifisso la gloria di Dio, e andremmo fuori strada se pensassimo che la gloria di Dio si rivela solo nei miracoli e negli atti di potenza di Gesù. Quelli sono sì segni della sua gloria e soprattutto segni del suo amore, perché i miracoli hanno quasi sempre portato nuova vita a coloro che Gesù ha toccato con la grazia di Dio.

Ma la sua gloria c’è già tutta nella stalla di Betlemme, nella mangiatoia, e c’è tutta fino alla fine, nella passione e nella croce. Perché è la gloria della grazia, non la gloria del potere. È la gloria della verità, non la gloria del successo. È la gloria dell’amore, non la gloria del dominio. 

Non è la gloria di chi vince sugli altri, ma la gloria di chi vince per gli altri. E di chi vince non questo o quel nemico o avversario (e Gesù ne ha avuti molti) ma la gloria di chi vince anche per gli avversari e trionfa sull’ultimo nemico che è la morte.

Sì, noi l’abbiamo contemplata la sua gloria, la gloria dell’unigenito del Padre, di colui che Dio ha inviato in mezzo a noi come sua Parola incarnata. 

L’abbiamo contemplato non perché ci vediamo meglio degli altri, non perché siamo più bravi o intelligenti, ma perché Gesù è venuto ad aprirci gli occhi e continua a farlo nello Spirito che rende efficace la Parola letta, pregata e predicata, che annuncia la Parola incarnata.

Nell’essere umano Gesù c’è Dio, c’è tutta la gloria di Dio, tutta la verità su di noi, tutta la grazia che Dio ha pronunciato nella sua Parola incarnata, che nessuno può mettere a tacere e che continua a parlare al mondo e anche a noi. 

domenica 20 dicembre 2020

Predicazione di domenica 20 dicembre 2020 su Luca 1,26-28 a cura di Silvia Facchinetti

Luca 1,26-38

26 Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. 28 L'angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». 29 Ella fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine». 34 Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L'angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese, per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l'angelo la lasciò.



Care sorelle e cari fratelli,

in quest’ultima domenica di avvento, il testo proposto per la predicazione è quello dell’annunciazione che, oltre a essere un testo cruciale del Nuovo Testamento, è anche un racconto molto poetico che ha ispirato nei secoli centinaia di artisti che l’hanno rappresentato in vari modi, ho scelto di mostrarvi molti dipinti suggestivi di varie epoche storiche accompagnati da una canzone e molti ancora ce ne sarebbero.

Credo che l’elemento comune che lega queste opere sia il tentativo di capire e rappresentare i sentimenti di Maria, che sono d’altronde anche presenti nel testo di Luca.

Ma c’è un’opera che non vi ho mostrato perché voglio farlo ora, che riprende in parte la visione di Maria che ha proposto De André nella Buona Novella basandosi sulle testimonianze dei vangeli apocrifi: un’opera letteraria, quella della scrittore portoghese José Saramago “Il vangelo secondo Gesù Cristo”.

Saramago immagina una Maria sedicenne, sposata a Giuseppe, la quale vive un’annunciazione particolare: riceve la visita di un angelo-mendicante che le svela che è rimasta incinta di Giuseppe e le lascerà una ciotola di terra luciccante segno della straordinarietà del bambino concepito.

La Maria di Saramago è molto realistica, conduce una vita tanto umile quanto dura, vive su di sè la subordinazione di potere e cultura che le impone la società patriarcale nella quale è nata, che la giudica inferiore, non la ritiene nè timorata né giusta perché le parole giusto e timorato nella lingua che parla semplicemente non hanno il femminile. Passa la giornata a svolgere i lavori di casa e poi va scalza al pozzo e a raccoglier legna, la notte adempie i suoi doveri coniugali in un modo quasi meccanico e distaccato, al mattino ringrazia Dio per averla creata così com’é, mentre il marito lo ringrazia per non averlo creato donna.

Possiamo immaginare che il racconto di Saramago non sia molto lontano dalla vicenda umana della Maria storica, della condizione di una donna ebrea nella società fortemente diseguale della Palestina di quel tempo.

La Maria di Saramago mi ha ricordato una serie tv che ho visto di recente, Unhorthodox, che mette in scena la vicenda di una donna appartenente alla comunità ebraica ortodossa di Brooklyn che vive una subordinazione simile e poi deciderà di lasciare il marito, la comunità, gli Stati Uniti e ricominciare gradualmente una vita libera in cui essere finalmente lei la protagonista delle proprie scelte.

Penso che queste storie lontane nei secoli ma non nelle emozioni e nelle esperienze vissute dalle donne, ci raccontino di un’oppressione di genere, che in modi differenti certo, ma anche oggi, in Occidente, nei nostri paesi, nelle nostre città, non è scomparsa del tutto.

Il tema della verginità stesso per secoli è stato uno strumento ideologico di controllo delle donne e del grande potere che scaturisce dal nostro ventre: quello di generare la vita.

In ambito cattolico nel culto mariano si è insistito molto su questo elemento: per definire Maria pura per eccellenza, è diventata La Vergine, che ha concepito senza essere contaminata dall’atto sessuale, concepita ella stessa in modo verginale secondo il dogma dell'immacolata concezione.

A me non dispiace immaginare la protagonista del nostro testo come la Maria di Saramago, e d’altronde la stessa analisi critica del testo ci dice che il termine vergine, con la quale viene presentata, parthénos, è la traduzione greca (nella versione della Bibbia in greco, la Settanta) di un termine che in ebraico significava semplicemente giovane donna.

Ma aldilà del dibattito sull’importanza della verginità di Maria, del tema del controllo della sessualità che tanta parte ha avuto nello sviluppo del cristianesimo, proviamo a concentrarci sui sentimenti di quella giovane donna, per nulla abituata a sentirsi considerata, degna di interesse, osserviamo la sua reazione alla notizia dell’angelo.

La vita di Maria, la sua dura quotidianità di donna, come tante altre, è stravolta infatti da un incontro.

L’angelo la visita e la saluta in modo particolare: nel testo italiano è tradotto “Ti saluto o favorita dalla grazia, il Signore è con te”, che sono proprio le parole che risuonano nella preghiera cattolica rivolta a Maria.

In realtà in greco il verbo è di forma passiva, a indicare che Maria è oggetto di grazia, la riceve da parte del Signore. Più in linea con il significato originario risulta la traduzione francese “Je te salue toi à qui une grace a été faite, le Seigneur est avec toi”.

A Maria viene donata la grazia da parte del Signore, il quale si propone come una presenza benevola che conosce e riconosce la giovane donna, le assegna un valore ed è al suo fianco.

Ella fu turbata”: inizialmente ciò che prova Maria è turbamento e l’espressione di Maria l’abbiamo vista in tanti dipinti: in alcuni sembra spaventata, si ristrae, si schernisce, è timorosa, vive questo stato emotivo di inquietudine a cui non sa dare ancora un segno preciso, positivo o negativo, si chiede appunto cosa stia succedendo.

La Parola di Dio che la raggiunge la sconvolge e le pone una domanda di senso. Cosa vuol dire questo saluto?

E’ come se il testo di Luca ci suggerisse Maria come esempio di credente, una credente che non rifiuta l’annuncio ma non è né incredula né ingenua, che non chiude la porta in faccia all’angelo ma che non crede acriticamente a ciò che le viene detto: lei s’interroga sul senso della chiamata che le è rivolta da Dio.

E’ turbata, non capisce, e proprio per questo chiede, entra in dialogo, richiede spiegazioni al messaggero del Signore anche solo con lo sguardo, con l'espressione del volto. Mi è piaciuta nei vari quadri anche la diversa rappresentazione dell’angelo: in alcuni aulico e ieratico, vestito di abiti sontuosi, arriva dall’alto, sovrasta Maria, in altri è al suo stesso livello, in altri ancora assume il corpo di donna, bello pensare a un messaggero al femminile, in un altro è solo una luce.

L’angelo rassicura Maria: “Non temere, dice perché il Signore ti ha già concesso la grazia e ti chiama ad accogliere la salvezza, anzi ti chiama a essere tu stessa protagonista del piano di salvezza, accogliendo il figlio di Dio nel tuo ventre, facendo nascere un grande re, colui che salverà tutta l’umanità.”

Ma ancora a Maria non basta questo per capire. Il turbamento si trasforma in stupore e, possiamo dire incredulità, rispetto a un messaggio così grande: perché proprio lei è stata scelta per dare alla luce un re così grande?

La fede di Maria è una fede adulta, che interroga e pone dubbi, che cerca di mettere in relazione il messaggio di Dio con la realtà che sta vivendo.

E noi donne e uomini di oggi non dovremmo forse fare altrettanto?

Cercare di superare l’incredulità e capire come il Signore, attraverso il testo biblico, parla alle nostre vite umane e provate con questo annuncio della nascita di un Dio che si fa bambino e uomo per darci la salvezza.

Oggi più che mai abbiamo bisogno, cari fratelli e sorelle, di riscoprire questo annuncio nella congiuntura pandemica mondiale che stiamo vivendo.

Oggi che quasi in ogni famiglia abbiamo vissuto esperienze dure e disperate di malattia, isolamento e mancato accompagnamento a persone care, abbiamo bisogno di sentire, di sapere che Dio è vicino a noi, che Dio sa cosa vuol dire vivere l’esperienza umana nel profondo di tutti i suoi sentimenti perché anche lui l’ha sperimentato in Cristo.

L’angelo allora continua a rassicurare Maria spiegandole che Dio interverrà e non la lascerà sola. Niente è impossibile a Dio che ha fatto avere un figlio anche a donne che erano sterili- Sara, come abbiamo sentito nel testo di Genesi, ed Elisabetta.

La parola di Dio è efficace e genera cose nuove, apre ciò che è chiuso come il ventre sfiorito di Elisabetta e riempirà di vita quello di Maria. La parola di Dio rassicura e propone una nuova strada da percorrere.

Alla fine Maria deve rispondere all’annuncio, scegliere se accettare o meno la chiamata.

E Maria, una donna come tante ma a cui il Signore ha dato la grazia, dopo aver ascoltato, chiesto, posto interrogativi, essere passata dal turbamento, allo stupore e al dubbio, accetta di mettere la sua vita a disposizione di Dio: “Ecco, la tua serva. Accetto di prendere parte al tuo progetto di salvezza per la mia vita e per tutti gli uomini e le donne del mondo. Sia fatta la tua volontà”

E allora proviamo fratelli e sorelle, come singoli e singole credenti, a essere come Maria in questo Natale che viene, proviamo ad ascoltare l’annuncio della nascita di Cristo, di colui che viene a portare la luce nelle tenebre e la salvezza nella paura e nella solitudine, e proviamo a metterci in dialogo con la Parola, con il testo biblico, con Dio nella preghiera, interrogandolo su come potrà avvenire questa salvezza nel concreto e nell’attualità delle nostre vite anche se ci sembra impossibile, su come anche noi possiamo partecipare a questo progetto di salvezza.

E come chiesa, proviamo a essere come l’angelo, capaci di portare il messaggio del Signore, di annunciare il Dio vivente che si fa carne, un messaggio di liberazione e salvezza, mettendoci in dialogo con chi ci sta di fronte, rassicurando il fratello malato, dando speranza alla sorella in ascolto.

In questo tempo di Avvento ci affidiamo a Te, Signore, rispondiamo come Maria: sia fatto secondo la tua parola.

Amen