domenica 17 aprile 2022

Predicazione del Venerdì Santo (15 aprile 2022) su Luca 23,32-49 a cura di Marco Gisola

 

Luca 23,32-49

32 Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. 39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso». 44 Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; 45 il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. 49 Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.



1. «Questo è il re dei giudei» queste parole scritte e affisse alla croce di Gesù rappresentano l’accusa per cui Gesù viene messo a morte. Ma queste parole di accusa, questa sentenza di condanna diventa paradossalmente l’annuncio dell’evangelo e la risposta alla domanda che accompagna tutto il vangelo di Luca, ovvero chi è Gesù.

Per chi ha messo Gesù in croce è appunto la sentenza di condanna: quest’uomo viene crocifisso perché pretende di essere il re dei giudei, ma non lo è, mente, e dunque è pericoloso e merita la morte. Per noi che leggiamo il vangelo di Luca questa parola scritta è la verità; la verità apparentemente incredibile: un re che non siede su un trono con sudditi intorno pronti ad obbedirgli, ma un uomo crocifisso, circondato da persone che lo prendono in giro; e da un po’ più lontano da persone che lo piangono.

È un paradosso, e nella tragedia c’è anche molta ironia: qualcuno doveva pur dirlo che quell’uomo è il re dei giudei, ovvero il messia, il figlio di Dio venuto nel mondo. E chi lo dice è colui che formalmente lo ha fatto crocifiggere, ovvero Pilato, che ha fatto mettere questa scritta. Nel vangelo di Giovanni viene detto che questa frase è scritta in ebraico, in latino e in greco ovvero nelle tre grandi lingue internazionali del tempo, e anche in questo c’è una grande ironia: tutto il mondo deve sapere che quell’uomo è il re dei giudei. Tutto il mondo deve saperlo, anche se nessuno può crederlo, perché non è un re seduto sul trono, ma un moribondo sulla croce.

Dunque l’evangelo viene proclamato nella e sulla croce di Gesù e viene annunciato mentre intorno a Gesù stesso tutti lo negano con le prese in giro e le provocazioni che gli rivolgono: «se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In questa affermazione provocatoria viene fuori la logica umana: se sei il re dei giudei, se sei il figlio di Dio, fai qualcosa e salvati. Le stesse provocazioni erano state proposte a Gesù sotto forma di tentazioni dal diavolo nel deserto: «se tu sei figlio di Dio dì a questa pietra che diventi pane», «se tu sei figlio di Dio gettati giù dal tempio». Insomma usa il tuo potere per te, per il tuo bene e per la tua salvezza. E invece no: Gesù ha usato la sua potenza per gli altri e mai per se stesso, per salvare altri, non se stesso.

E proprio per questo è il figlio di Dio, il re dei giudei, ma non lo è come lo vorrebbero gli altri o come gli altri si aspetterebbero. Ma è il figlio di Dio come Dio lo vuole, è il Figlio di Dio che muore per salvare gli altri, anziché - come spesso hanno fatto i re e i potenti da che mondo è mondo - mandare gli altri a morire per salvare se stesso.

Ma non dichiariamoci innocenti troppo velocemente: le provocazioni o tentazioni delle persone che stanno intorno alla croce possono essere anche le nostre. Non affrettiamoci a prendere le distanze, perché cadiamo anche noi in questo errore: ci cadiamo ogni volta che vorremmo che Dio fosse a nostra immagine e somiglianza anziché noi alla sua, ogni volta che vorremmo che Dio facesse la nostra volontà, anziché noi fare la sua.

Dunque nella tragedia della croce e nel paradosso della croce viene detta la verità, che non può essere taciuta, anche se nessuno al momento sembra crederla: «questo è il re dei giudei», quest’uomo è il messia che Dio ha mandato in mezzo a noi. Così, inconsapevolmente, in questo modo paradossale, drammatico e ironico al tempo stesso, l’evangelo viene proclamato nella crocifissione di Gesù.

2. Gesù non muore da solo: ci sono due uomini crocifissi accanto a lui. Questo ci dice da un lato che Gesù è solidale con tutti i crocifissi. Gesù è vittima della giustizia/ingiustizia umana che arriva alla pena di morte; si fa dunque solidale con le vittime, con tutti coloro che muoiono uccisi da altri esseri umani, ieri come oggi. Ma non solo: Gesù fa la fine dei malfattori, dei criminali che vengono espulsi, eliminati dalla società perché pericolosi con la pena di morte. Dunque Gesù muore innocente in mezzo a dei colpevoli che anch’essi muoiono.

E dunque Gesù si fa solidale non solo con le vittime innocenti, ma con i colpevoli. Muore con questi due uomini che sono colpevoli, anche se non sappiamo di che cosa. Gesù non muore da solo, perché fino in fondo si immerge e si identifica - lui innocente - con l’umanità colpevole. Noi compresi, che siamo colpevoli davanti a lui.

Il vangelo di Luca è l’unico che ci racconta questo dialogo di Gesù con gli altri due uomini crocifissi. Negli altri vangeli ci viene soltanto detto che anche loro due lo insultano, qui invece solo uno lo fa e l’altro non solo non lo insulta, ma rimprovera il compagno. E poi fa a Gesù una richiesta, quella che in fondo possiamo considerare una preghiera: «ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Dice «nel tuo regno» e dunque ciò significa che, oltre alla scritta preparata da Pilato, anche quest’uomo crocifisso con Gesù lo riconosce come re.

È un messaggio molto forte: quest’uomo - uno dei due crocifissi con lui - confessa la sua fede nel crocifisso: Gesù infatti è già sulla croce. E poco dopo il centurione ai piedi della croce proclamerà che «veramente quest’uomo era giusto». Un delinquente e un soldato pagano, due persone non certo molto religiose… Non possiamo e non dobbiamo indagare quale fede o quanta fede o come sia nata questa fede di quest’uomo crocifisso con Gesù. Di lui non sappiamo nulla. Abbiamo solo le sue parole e soprattutto abbiamo le parole di Gesù che prendono sul serio la richiesta, o meglio: la preghiera di quest’uomo e riconosce la sua fede. E infatti gli risponde: «io ti dico in verità oggi tu sarai con me in paradiso».

Questa, secondo il vangelo di Luca, è l’ultima parola che Gesù rivolge ad un altro essere umano. Poco dopo parlerà ancora, ma parlerà a Dio, dicendogli «Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio» e poi spirerà. L’ultima parola detta ad un essere umano è questa parola di perdono, rivolta al suo “con-crocifisso”. L’ultima parola è per un colpevole al quale annuncia il perdono di Dio. Fino alla fine Gesù ha proclamato e annunciato il perdono di Dio, fino a un attimo prima di morire. Questo ci dice che per qualunque essere umano colpevole c’è sempre la possibilità di cambiare e di chiedere perdono: non è mai troppo tardi. Questa scena ce lo dice chiaramente.

Poco prima Gesù aveva detto quell’altra parola che – anche questa – ci riporta soltanto il vangelo di Luca: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Luca ci tiene in modo del tutto particolare a dire ai suoi lettori che le ultime parole di Gesù sono parole di perdono. Ci tiene a sottolineare fino alla fine che questa è la ragione per cui Gesù è venuto nel mondo e che per questo ha dovuto morire della morte di croce: mostrare al mondo la potenza della grazia di Dio che si rivela nella debolezza.

Gesù perdona l’uomo crocifisso con lui, che a modo suo gli chiede perdono, riconoscendolo re. E perdona – o chiede a Dio di perdonare – anche coloro che lo stanno crocifiggendo, che non gli hanno affatto chiesto perdono, ma anzi lo stanno insultando e facendo soffrire.

Pura grazia. Questo è il Cristo crocifisso e morente che Luca ci dipinge e ci racconta in questa scena memorabile. La croce sembra la sconfitta di Gesù, è invece la sconfitta e il giudizio per chi lo ha crocifisso. Ma è al tempo stesso la grazia per loro, persino per loro. Per questo – con buona pace di Pilato e di chi gli urla contro sotto la croce – egli è davvero il re dei Giudei, il figlio di Dio venuto nel mondo.

Da quella croce, arriva persino per loro l’annuncio della grazia di Dio. Da quella croce quel meraviglioso annuncio arriva a tutti coloro che in ogni luogo e in ogni tempo ricevono l’evangelo che annuncia che il Cristo crocifisso è il Signore della grazia. E arriva stasera anche a noi, che su quella croce siamo giudicati e salvati e accolti da lui nel suo regno.

lunedì 28 marzo 2022

Predicazione di domenica 27 marzo 2022 su 2 Corinzi 1,3-11 a cura di Marco Gisola

2 Corinzi 1,3-11

3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; 5 perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. 6 Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. 7 La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

8 Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. 9 Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora. 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.



Consolati per consolare. Così potremmo sintetizzare in tre parole il nucleo delle parole di Paolo in questo inizio della sua seconda lettera ai Corinzi. Sono parole scritte da un apostolo a cui le afflizioni – per usare la parola che lui stesso usa – non sono state risparmiate, e indirizzate a una comunità che sta vivendo anch’essa delle afflizioni, cioè che – a quanto scrive Paolo - sta anch’essa soffrendo.

A Paolo non sono state risparmiate le afflizioni. Lo sappiamo da ciò che scrive lui, lo sappiamo da ciò che ci raccontano gli Atti degli apostoli. In queste poche righe Paolo dice che è stato così tanto oppresso “tanto da farci disperare perfino della vita”. “Anzi – continua - avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte”.

Insomma Paolo aveva proprio pensato di essere arrivato alla fine della sua esistenza e della sua missione. Non sappiamo che cosa gli fosse successo, Paolo non ce lo dice; ci dice però che ha visto la morte da vicino e ne è scampato. Paolo è stato consolato.

Ma in ogni caso, anche se fosse giunta la sua ora, confidava “in Dio, che risuscita i morti”. Anche questa era la sua consolazione.

È questo Paolo, che ha avuto la vita salva per un soffio, che scrive alla chiesa di Corinto, che anch’essa soffre, non sappiamo esattamente per cosa, ma probabilmente a causa dall’ostilità che viene da fuori della comunità, dal mondo pagano in cui si trova la chiesa di Corinto.

Quando parla di sofferenze, Paolo quasi sempre intende le sofferenze che nascono dal fatto di essere cristiani, di essere discepoli e discepole di Gesù Cristo: ostilità, persecuzioni, discriminazioni.

In questo senso forse ci sentiamo un po’ distanti da queste parole, noi non siamo perseguitati o discriminati; gli evangelici in Italia lo sono stati per secoli ma ora non lo sono più.

Brani come questo allora possono aiutarci a rivolgere il nostro sguardo ai molti cristiani che nel mondo ancora oggi sono perseguitati a causa della loro fede, che non sono pochi. Noi oggi viviamo la nostra fede senza difficoltà, ma per molti cristiani nel mondo non è così.

Le nostre afflizioni e preoccupazioni sono altre, sono il timore di essere irrilevanti nel mondo in cui viviamo, il disinteresse che la stragrande maggioranza delle persone ha nei confronti dell’evangelo, il calo di presenza nelle nostre chiese.

Oppure, guardando oltre la vita delle nostre chiese, in queste settimane sono la paura e angoscia che causa in tutti noi la guerra in Ucraina.

La Parola di Dio di oggi viene innanzitutto a dirci che Dio consola. E che cos’è la consolazione? La consolazione di Dio è almeno due cose: la prima cosa che Paolo sottolinea in questo brano è che la consolazione “opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. Usa il verbo sopportare.

Ci sono delle cose, delle afflizioni, che vanno sopportate. Sopportare non è un verbo solo negativo come può sembraci. Sopportare è il primo passo per poter affrontare, combattere, resistere sofferenze e difficoltà.

Se non si sopporta, si soccombe. Sopportare è invece la condizione necessaria per superare la sofferenza.

Lo sa bene – immagino - chi ha una malattia grave o una disabilità; per poter guarire da una malattia o convivere con una disabilità, il primo passo è sopportare, che vuol anche dire non arrendersi.

Questo “opera efficacemente” la consolazione di Dio in noi. In queste parole: “opera efficacemente” Paolo ci sta dicendo che la Parola di Dio non sono solo parole, ma vuole dirci che Dio opera attraverso la sua Parola, che è efficace.

La consolazione che viene da Dio non è una pacca sulla spalla, è l’opera dell’evangelo che converte e trasforma la nostra mente, cioè il nostro modo di vedere il mondo e le cose intorno a noi.

Da questa conversione del nostro modo di vedere e del nostro stato d’animo nasce il secondo frutto di questa consolazione, che è la speranza. Sopportazione e speranza non sono in contraddizione, ma vanno insieme, sono due frutti della consolazione di Dio.

Paolo non dispera, ma anzi spera: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora”. Persino la morte era pronto ad affrontare senza perdere la speranza in “Dio che risuscita i morti”.

Questa è la consolazione che i cristiani ricevono da Dio nel mezzo delle loro afflizioni, che da un lato Dio aiuta a sopportare e dall’altro aiuta ad affrontare con speranza.

Ma poi c’è la seconda parte di ciò che ho detto all’inizio per riassumere questo brano di Paolo: consolati per consolare.

La consolazione ricevuta non si ferma lì, non si ferma a chi l’ha ricevuta: Dio “ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

Non siamo consolati e basta, che già sarebbe un dono enorme, essere consolati mentre si vive un’afflizione o un momento difficile della nostra vita. Siamo consolati “affinché” – c’è dunque un altro scopo che va oltre noi stessi – affinché “possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

Come ogni dono che riceviamo da Dio, anche il dono della consolazione non lo riceviamo per tenercelo, ma lo riceviamo per darlo ad altri, per condividerlo.

E dunque, appunto: consolati per consolare. La consolazione reciproca è la vocazione rivolta a tutti i cristiani. Già Lutero ha usato proprio questa parola “consolazione” per definire il ministero reciproco che i cristiani hanno gli uni nei confronti degli altri: mutua consolatio, diceva in un latino che possiamo capire tutti, cioè: consolazione reciproca.

Questo è il ministero che abbiamo tutti e tutte gli uni nei confronti degli altri. Non c’è cristiano che non abbia questo ministero, che non sia chiamato a questo servizio, perché non c’è cristiano che non sia consolato da Dio attraverso la parola dell’evangelo, che crea speranza.

Forse l‘unica eccezione è chi sta davvero troppo male, nel fisico e nell’animo, e non riesce a consolare nessuno, ma ha bisogno solo di ricevere consolazione.

Ma altrimenti, tutti e tutte siamo chiamati a questo servizio, che inizia dall’ascolto del fratello o della sorella, che deve potersi sentire di raccontare le sue afflizioni, in una relazione fondata sulla sincerità e sulla fiducia.

Le chiese sono chiamate a essere luoghi di consolazione reciproca, ogni incontro tra cristiani – dentro e fuori le chiese - dovrebbe poter essere opportunità di consolazione reciproca. I cristiani, nell’ascolto della parola di Dio, vengono consolati e imparano a consolare.

Noi, qui riuniti oggi nel culto, veniamo consolati dalla Parola di Dio che ci viene incontro in queste parole dell’apostolo Paolo e impariamo a consolare.

E impariamo – o impariamo di nuovo - che questo servizio è allo stesso tempo offerto e chiesto a noi tutti/e. Non c’è nessuno che non abbia bisogno di essere consolato e non c’è nessuno che non possa consolare.

Questo è la chiesa: sorelle e fratelli bisognosi di consolazione che diventano a loro volta consolatori o consolatrici. La chiesa è composta da donne e uomini consolati per consolare. Nella consolazione che riceviamo in Cristo nell’annuncio dell’evangelo nasce la comunione tra noi che ci permette di consolarci gli uni gli altri.

Tutto ciò nasce dall’evangelo, che riceviamo nella predicazione della Parola di Dio che ci promette che non c’è afflizione senza consolazione da parte di Dio. E che non c’è consolazione ricevuta che non possa diventare consolazione offerta e condivisa.

Davvero dunque, come scrive Paolo, “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo…, il quale ci consola in ogni nostra afflizione” e, mentre ci consola, ci rende consolatori e consolatrici delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, cosicché il suo dono della consolazione non smetta mai di operare efficacemente e tutti possano essere consolati.

 

martedì 15 marzo 2022

Predicazione di domenica 13 marzo 2022 su Matteo 26,36-46 a cura della pastora Joylin Galapon

Domenica scorsa abbiamo avuto in mezzo a noi la pastora Joylon Galapon che prenderà servizio nella nostra chiesa a partire dal mese di luglio. Pubblichiamo la sua predicazione su Matteo 26,36-46

  Matteo 26:36-46

36 Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: «Sedete qui finché io sia andato là e abbia pregato». 37 E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. 38 Allora disse loro: «L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me». 39 E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando, e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi». 40 Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola?

41 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42 Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: «Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».

43 E, tornato, li trovò addormentati, perché i loro occhi erano appesantiti. 44 Allora, lasciatili, andò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le medesime parole.


45 Poi tornò dai discepoli e disse loro: «Dormite pure oramai, e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina, e il Figlio dell'uomo è dato nelle mani dei peccatori. 46 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».


Sermone

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Cosa ricordiamo del luogo del Getsemani?

Quali immagini abbiamo di questo luogo?

La memoria del Getsemani è il luogo più intimo della preghiera rivolta dal figlio al Padre.

Gesù rivolge a suo Padre "Abba", Dio mio, una preghiera di supplica.

Egli lo prega di non lasciarlo soffrire.

A suo Padre, l'unico che può rispondere la sua richiesta. Solamente Lui può esaudirla.

Nel suo momento di angoscia e tristezza Gesù pregò al Padre: Abbà, Padre mio.

Ha rivolto questa parola di supplica al Padre come segno di quel legame profondo, di quell'amore paterno che ognuno di noi comprende: come nostro Padre Dio si prende cura delle sue figlie e dei suoi figli.

Mentre Gesù gli parla, invocando il nome di suo Padre, gli rivolge una preghiera di supplica davanti al rischio della morte. Dobbiamo guardare con chiarezza e meditare su ciò che è stata quella morte.

Queste sono le parole che ci ricordano della richiesta insistente (3 volte) affinché il Padre non permetta che avvenga la sua fine (la sua morte). «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi».

Per ben tre volte vengono espresse le stesse parole al Padre di non permettergli di soffrire. Avrebbe potuto evitarlo? No! La consapevolezza di essere il suo unico figlio non lo esime da ciò che il Padre vuole da lui. Dio è onnipotente. Non può distruggere il male senza fare di suo figlio la sua vittima? Evidentemente, la risposta a questa angosciosa domanda era negativa. Non c'era altro modo.


Gesù disse:<<Se questo è possibile>> -

Egli non parla della possibilità di una fuga fisica verso le aride colline alla richiesta che il messia soffra la periferia della città, ma della possibilità che Dio stabilisca il suo regno senza una onta(infamia) pubblica e una morte atroce.

<<Se è possibile>> ma sarà quel che sarà. Accadrà ciò che doveva accadere.

La richiesta di Gesù e la volontà del Padre saranno prese in considerazione come il compimento (in atto, compiuto) per un fine ultimo. Non c'è altro modo, non c'è altra scelta da fare se non quel puro atto di dono di Dio che dimostra, prima di tutto a se stesso, poi al suo amato, prediletto Figlio: <<Questo è il mio figlio diletto; ascoltatelo>>. Matteo 17,5; Marco 9,7; Luca 9,35


<<Si gettò la faccia a terra>>. Immaginiamo i gesti compiuti da Gesù: Si alzò, cadde a terra, tutto il suo corpo si appoggiò a terra. Il gesto compiuto da Gesù nel pregare con le mani appoggiate per terra, abbracciando la terra, dimostra in tal modo il sentimento di umiltà, di voler accogliere Dio, appoggiandosi sulla terra, laddove l'umanità si riconosce come tale. La richiesta di rinuncia, con l'abbandono della terra, fa capire che l'uomo, fatto di polvere, al contempo si affida al suo Creatore. Giobbe disse: <<Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra>> Giobbe 1,21


Il fatto che Gesù abbia accettato la natura umana, di essere uguale all'uomo, è un segno della sua sottomissione a Dio Padre Divino. Questa differenza di essere divino e allo stesso tempo umano era espressione di accettazione della propria sottomissione al piano di Dio. Ciò è stato riassunto nella lettera di Paolo alla comunità di Filippi al capitolo 2 dal verso 5 al 9: <<Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente[a], ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome[b] che è al di sopra di ogni nome, …>>

La distinzione dei ruoli tra loro(tra Dio e Gesù), di conseguenza, mostra la volontà di compiere entrambe le missioni nei confronti dell'umanità - ruoli pienamente assegnati e assunti come segno della giustizia, della libertà e della promessa pianificata e realizzata di salvezza del mondo intero per tutto il tempo della storia.

A nome della chiamata di Gesù (ministero, servizio) è al servizio del Padre e dell’uomo. Alla volontà assoluta di Dio gli deve tutto. Come disse:: <<Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua>> Gv.4,34.


Gesù prese con sé i suoi tre discepoli. Li esortò a vegliare, a pregare con lui, in modo che non fossero tentati da Satana, (lo spirito maligno). Tuttavia, erano così assonnati e stanchi che non furono in grado di stare in guardia quando lui chiese loro di fare la guardia(vegliare, sorvegliare). Nonostante Gesù fosse in mezzo ai suoi tre discepoli, era solo. Il solo a sentire e a percepire la sofferenza era Gesù. Fu l'unico ad avere questa sensazione travolgente, consapevole di ciò che stava per accadere. Egli espresse la sua amara delusione quando i suoi seguaci più vicini si dimostrarono incapaci di lottare con lui: Allora, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora?


I discepoli di Gesù e i suoi amici più stretti non facevano parte del compimento della missione scelta da Gesù e che Dio voleva che si compisse. Al contrario, sono stati considerati come complici di questo atto di negazione, di violenza, di tortura e poi di morte.

Dio non ha imputato loro la colpa, poiché saranno i testimoni della sua volontà, quindi della testimonianza futura, di quanto leggiamo negli atti degli apostoli, e nelle lettere dell’apostolo Paolo alle prime comunità.

Il nome 'figlio dell'uomo' è confermato.

Gesù è un uomo perfetto, nato figlio dell'uomo, che come tale dimostra la sua sottomissione, l'obbedienza a colui che lo ha creato e che ha predestinato il suo ruolo (missione, vocazione) in questo mondo. Gesù, quindi, come figlio di Dio compirà sua missione come uomo pieno di timore (amore e riverenza) verso Dio.

Qui, in questo passo biblico, in questo brano particolare ci viene ricordato tutto il cammino di Gesù, che sarà il primo discepolo e poi maestro (della vita) dei suoi discepoli.

Come disse a coloro che lo seguirono, ognuno deve lasciare, odiare, rinunciare alla famiglia(alla propria vita) e poi portare la propria croce. Seguire Gesù, seguire le sue orme, i suoi insegnamenti, le sue parole e le sue azioni costituiscono tutta la strada e il cammino del discepolato.

Qual è la regola fondamentale? Chi ascolta la Parola di Dio diventa un credente, uno che è disposto a rinunciare alla propria volontà per il bene di molti, per il bene di una comunità. Quelli di noi che hanno scelto di essere al servizio della Parola di Dio devono fare i conti con questa scelta. La scelta di servire e di mettersi al servizio di Dio per compiere la sua volontà è una scelta ponderata; si rinnova ogni giorno, ponendosi sempre come obiettivo il meglio.

Nella nostra epoca, questa scelta di servire e di essere al servizio della Parola è diventata più difficile da intraprendere, soprattutto da parte dei credenti, proprio perché non è una scelta qualsiasi, è la scelta di Dio. La Facoltà di Teologia è in crisi perché ci sono poche persone iscritte al pastorato, in quanto non si tratta di una volontà immediata da fare, è una scelta che va ambita (va perseguita con perseveranza, costanza) .

Si tratta della volontà di Dio. È una preghiera persistente a Dio che deve concederla. Molti pregano per avere più operai, perché la messe è grande.

L'esempio è la chiamata per rivelazione dell'apostolo Paolo: un convertito; era un persecutore dei seguaci di Gesù ed è diventato un perseguitato a causa della Parola viva cioè l’evangelo della CROCE.

La preghiera di Gesù di supplica di non soffrire, di non portare la croce di quel CALICE, è per noi oggi una consolazione perché il Signore ci ha dato la possibilità di capire con la nostra fede data da lui, il Vangelo della salvezza in Cristo Gesù (puramente compiuta nel nome suo, di CG).

Dobbiamo ricordare tutto, dobbiamo conservare nel nostro cuore il messaggio della croce di Gesù, portando il peso del nostro peccato(le nostre mancanze, le nostre debolezze, le nostre obiezioni).

Dobbiamo inchinarci a Dio, inginocchiarci davanti a Dio per il Figlio che non si è voltato dalla nostra menzogna, dalla nostra viltà. Ha abbracciato la terra, non si è allontanato dalla morte di un uomo peccatore e ha dato la sua vita in cambio di quella morte.

***

Gesù è morto per me, per te, per Putin, per molti.

Che cosa sta succedendo? Il mondo geme e a causa di un potente malvagio gli innocenti muoiono. Vorrei condividere con voi una mia riflessione personale sulla guerra di oggi.

Qualche tempo fa ero convinta e l'ho detto ad altri che il coronavirus 19 è un nemico invisibile, è difficile da colpire perché non lo si vede, è subdolo, è nascosto, ma quando si manifesta lo si sa bene, colpisce l'organo respiratorio dell'essere umano mostrando la sua crudeltà e cattiveria, uccidendo senza mezze misure le persone deboli come hanno vissuto molte persone anziane e malate. Agisce direttamente sui polmoni, l'organo fondamentale per la respirazione. Dio creatore ha dato a tutti noi questo organo per poter respirare. Sono più di due anni che lo combattiamo, e abbiamo intravisto in un certo senso una liberazione, che secondo gli scienziati, il momento è finalmente arrivato per superare questa malattia con i vaccini. Finalmente la guerra pandemica può definirsi conclusa.

Col cuore pieno di gioia, mi sono detto che finalmente dopo 4 anni potrò anche programmare il mio viaggio per visitare la mia terra natia. Che grande risultato! Questo è di nuovo un sogno poiché un' altra prova è arrivata, con un altro tipo di guerra.

Dal 24 febbraio la guerra è iniziata ed è visibile a tutti noi, perché è concepita (architettata, pianificata) dal presidente russo Putin. Egli ha invaso, con la sua astuzia, una nazione chiamata Ucraina, che fino a poco tempo fa viveva in pace. Credevo che l'uomo nemico, essendo visibile, fosse facile da colpire. Ebbene, la convinzione che avevo prima, secondo cui il coronavirus sia più difficile da colpire perché invisibile rispetto all' uomo che è visibile, non è più valida. Ma mi sbagliavo allora. In realtà, non è facile catturarlo ora, se è lui il colpevole, perché non è solo. È circondato dalle persone che sono le sue ali: loro e le loro armature. Putin è pieno di armature da battaglia. È un guerriero, potente, come una bestia selvaggia e feroce che non è facile da domare perché lo spirito maligno che lo domina lo circonda, lo protegge.

La lettura continua delle parole di Dio che si è allieto a partire dal popolo di Israele come dice allora a Mosè: << ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti io conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorrono il latte e il miele.>> Esodo 3:7-8. Siamo chiamati a leggere, quindi a dimorare nella parola del Signore cosicché Egli stesso possa trovare la sua dimora in noi. Noi siamo il tempio di Dio. Può essere che anche noi contribuiamo nel presente alla sua volontà di salvare il nostro nemico e il suo nemico, e non solo, dato che ci sono ancora tanti nostri nemici creature di Satana.

Certo, la salvezza del Signore Dio è vicina a quelli che lo temono, perché la gloria abiti nel nostro paese, nel mondo intero. Amen.

Joylin Galapon

domenica 6 marzo 2022

Predicazione di domenica 6 marzo 2022 su 2 Corinzi 6,1-10 a cura di Marco Gisola

2 Corinzi 6,1-10

1 Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; 2 poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! 3 Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; 4 ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, 5 nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6 con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; 7 con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8 nella gloria e nell’umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; 9 come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; 10 come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!



Eccolo ora il tempo favorevole, eccolo ora il giorno della salvezza!” Tutti noi veniamo questa mattina al culto con negli occhi tutte le terribili immagini della guerra in Ucraina e di tutto quello che comporta, dalle vittime ai profughi, e ci sentiamo dire queste parole: Eccolo ora il tempo favorevole!

A noi sembra tutt’altro che un tempo favorevole, ci sembra un tempo molto sfavorevole, un tempo triste, casomai un tempo per pregare, come molti hanno fatto in molte chiese in tutto il mondo, oppure per manifestare per la pace, come si è fatto anche qui a Biella.

Eppure la Parola di Dio ci dice che è proprio ora il tempo favorevole, il giorno della salvezza; che non vuol dire il tempo in cui va tutto bene, ma il tempo in cui Cristo deve essere annunciato. Paolo qui sta infatti parlando del suo ministero e delle condizioni e dei modi in cui lo sta portando avanti.

Da ciò che Paolo scrive si vede chiaramente che, umanamente parlando, non è affatto un tempo favorevole. Paolo parla infatti di afflizioni, necessità, percosse, prigionia, cioè di tutta una serie di brutte esperienze che lui ha fatto o sta facendo, brutte esperienze che il suo apostolato lo ha portato a vivere. Queste sono le condizioni in cui Paolo svolge il suo ministero.

Un tempo per nulla favorevole dal punto di vista umano, un tempo anzi doloroso e faticoso. Ma proprio in questo tempo doloroso e faticoso, Paolo predica; anzi questo tempo è così faticoso perché Paolo predica e annuncia l’evangelo.

E lo fa con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo spirito santo, con amore sincero, con un parlare veritiero, con la potenza di Dio, eccetera.

E benché Paolo stia vivendo grosse difficoltà e probabilmente subendo ostilità, questo è il modo in cui annuncia l’evangelo, questo è in modo in cui l’evangelo va annunciato. Alle percosse, alle prigionie, ai tumulti, Paolo risponde con pazienza, bontà, amore sincero, parlare veritiero…

In poche parole: non è ostile nei confronti di chi gli è ostile. Perché così Cristo deve essere annunciato.

E proprio questo è il tempo in cui Cristo deve essere annunciato. E questo tempo non è un generico “sempre”; se diciamo che Cristo va “sempre” annunciato, diremmo una cosa bella e giusta, ma molto generica. Dunque non un generico “sempre”, ma un concretissimo “ora”: Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza!

E dunque anche ora. Anche ora che c’è una guerra alle porte dell’Europa, anzi: in Europa. E L’evangelo e la pace vanno o dovrebbero andare mano nella mano. Laddove l’evangelo è annunciato, creduto e vissuto, dovrebbe regnare la pace.

Ma l’evangelo può essere vissuto solo se creduto, e può essere creduto solo se è annunciato, e dunque è indispensabile che noi cristiani cominciamo a lavorare per la pace annunciando l’evangelo, che è il messaggio della pace che Dio ha fatto con l’umanità peccatrice.

Poi certo è fondamentale anche pregare, e del resto la preghiera nasce dall’annuncio; è importante manifestare per mostrare il proprio dissenso da chi la guerra la vuole e la provoca; ed è necessario anche agire nella solidarietà, nell’accoglienza dei profughi e in tutti gli altri modi che ci è possibile.

Ma come cristiani il nostro agire è un agire per fede, è anzi come dice Paolo, fede che opera per mezzo dell’amore. È la nostra fede che opera per mezzo dell’amore, fede nel Cristo crocifisso che è stato vittima dell’ingiustizia e della paura degli esseri umani di perdere il loro potere.

Fede nel Cristo, che “è la nostra pace” come scrive la lettera agli Efesini (2,14) perché ha fatto pace tra Dio e l’umanità e ha riconciliato ebrei e i pagani. Annunciare l’evangelo è allora uno dei modi per educare alla pace, è anzi per noi cristiani il primo modo di educare alla pace; attraverso l’ascolto dell’evangelo Dio stesso ci educa, ci insegna la pace.

C’è un brano biblico molto conosciuto, che forse in questi giorni è risuonato nelle nostre orecchie e che troviamo sia nel profeta Isaia, sia nel profeta Michea, la cosiddetta profezia del pellegrinaggio dei popoli a Gerusalemme, in cui è detto che i popoli

trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra” (Isaia 2,4; Michea 4,3).

In questo testo si usa il verbo “imparare”: “non impareranno più la guerra”. Perché la guerra si impara, si impara non solo a farla, con esercitazioni e addestramenti, ma si impara anche a volerla.

Perché la guerra, come ogni tipo di conflitto, anche personale, inizia nella nostra testa e nel nostro cuore. Si può imparare a relazionarsi con l’altro – singolo o popolo – con volontà di dominio e con violenza, oppure con rispetto e col dialogo.

Queste cose, come quasi tutte le cose, si imparano e si imparano da ciò che ci viene insegnato e da ciò che viviamo. L’evangelo ci insegna la pace, perché ci dice che siamo tutti uguali e tutti ugualmente amati da Dio in Cristo, nel quale siamo sorelle e fratelli e non nemici.

Al contrario, la volontà di dominio, di prevalere sull’altro, che arriva a volte fino alla volontà di eliminarlo, è il peccato “originale”, cioè che caratterizza l’umanità fin dalla sua origine.

Non penso tanto ad Adamo ed Eva, ma a Caino e Abele. Persino Putin dice che Russi e Ucraini sono popoli fratelli. Ma in questo momento sono popoli fratelli come fratelli erano Caino e Abele. Un fratello aggredisce l’altro e lo uccide.

Siamo così noi esseri umani, Caino e Abele siamo noi, non siamo meglio di loro. Troppo spesso nella storia dell’umanità – e nelle piccole storie della cronaca (che spesso è cronaca nera!) delle nostre città e dei nostro paesi - ci si divide in vittime e carnefici. Tante piccole guerre quotidiane avvengono ogni giorno per le strade e nelle case e i femminicidi ne sono un esempio evidente.

L’evangelo, dicevo, ci insegna la pace. Ma in realtà fa di più che insegnare, fa di più che educare; l’evangelo converte. L’evangelo – cioè Dio - vuole convertire Caino e vuole che non vi siano più Abele.

Per questo l’annuncio dell’evangelo è annuncio di pace: innanzitutto perché è l’annuncio della pace che Dio ha fatto con noi e poi è l’annuncio che ci può convertire alla pace e alla riconciliazione.

Questo è l’evangelo che siamo chiamati anche noi ad annunciare ora, anche in questo momento drammatico per l’Europa.

L’evangelo non è sempre ascoltato e accolto. Questo Paolo lo esprime nell’ultima parte del brano che abbiamo letto: considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

In queste parole molto dense c’è di nuovo tutta l’ostilità e le difficoltà che Paolo e gli altri apostoli incontrano: sono accusati di essere impostori, sono puniti e perseguitati e di conseguenza vivono nelle ristrettezze.

Eppure… eppure, dice Paolo, sono veritieri, sono ben conosciuti a Dio che li guarda e li ama, non sono messi a morte, cioè non sono fermati nel loro annuncio; non possiedono nulla ma hanno tutto, perché sanno di avere ricevuto i doni di Dio, con cui riescono persino ad arricchire molti.

In questo “eppure” c’è la forza dell’evangelo. Forza che non fa male, che non è usata contro qualcuno ma è usata per, a favore di molti. Di quei molti che vengono arricchiti perché l’evangelo li raggiunge e li converte dall’odio all’amore, dall’ostilità alla comunione, dalla guerra alla pace.

Per questo ora è e continua ad essere il tempo favorevole, il tempo di annunciare l’evangelo di Gesù Cristo, la nostra pace.

 

lunedì 28 febbraio 2022

Predicazione di domenica 27 febbraio 2022 su Ebrei 4,12-13 a cura di Marco Gisola

Ebrei 4,12-13

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.

Siamo ancora nel mese in cui cade la festa del 17 febbraio festa della libertà, della libertà civile innanzitutto, perché la libertà che le lettere patenti di Carlo Alberto concessero ai valdesi nel 1848 era soltanto libertà civile e non di culto. Ma il 17 febbraio ringraziamo il Signore anche perché – benché non fosse loro concesso – i valdesi hanno potuto senza troppe ostilità da parte delle autorità politiche iniziare la loro opera di predicazione dell’evangelo in tutta Italia.

Il testo di oggi - che è in realtà quello di domenica scorsa - non parla di libertà, bensì di giudizio. E allora la domanda che possiamo farci è: c’entra qualcosa la nostra libertà con il giudizio di Dio, così come ci è descritto qui? Il testo di Ebrei a prima vista sembra un po’ inquietante, innanzitutto perché paragona la Parola di Dio a un’arma (e proprio in questi giorni che vorremmo che le armi in Ucraina tacessero!).

Anche se forse, vista la descrizione che fa il testo di ciò che questa spada compie - entrare dentro di noi e dividere l’anima dallo spirito, le giunture delle midolla – più che una spada sembra essere un bisturi che compie un’operazione chirurgica. Sta di fatto che – come chi subisce un intervento chirurgico è nudo davanti al chirurgo – così noi siamo nudi davanti a Dio, ovvero non possiamo nasconderci e non possiamo nascondergli nulla, perché a lui tutto è visibile e a lui dobbiamo rendere conto.

C’entra qualcosa questo discorso con la libertà? Non c’entra con la libertà civile, con i diritti, con la cittadinanza. No, con questo non c’entra e in fondo non c’entra nemmeno direttamente con la libertà di predicare e di annunciare l’evangelo. C’entra però, almeno secondo me, con un altro tipo di libertà, una libertà che potremmo chiamare spirituale, esistenziale.

Innanzitutto non dobbiamo confondere il giudizio con la condanna. Qui giudizio non significa condanna, il giudizio è l’azione di Dio di vederci e di scrutarci, il fatto che Dio ci vede e ci conosce persino meglio di quanto e come noi stessi ci conosciamo o crediamo di conoscerci. Perché noi crediamo di conoscerci. Riguardo a questo apro una breve parentesi: quando facevo le scuole medie l’ insegnante di italiano ci fece leggere un famoso romanzo di Pirandello, “Uno nessuno e centomila”.

La storia inizia con una scena in cui il protagonista si guarda allo specchio e mentre lui fa questo la moglie gli chiede se si stia guardando il suo naso, che è un po’ storto. Ma come storto? chiede il marito, io non ho il naso storto. E invece sì, gli dice la moglie, lo vedono tutti che hai il naso storto. E da questo episodio, quest’uomo comincia una riflessione su se stesso; capisce che gli altri lo vedono in un modo diverso da come lui stesso si vede, e ovviamente non solo il suo naso, non solo fisicamente, ma come persona, come carattere, come atteggiamenti.

Lui pensava di essere uno, cioè uno uguale per tutti, e invece si accorge di essere tante persone diverse (usa il numero centomila), tante quante sono le persone che lo osservano, e quindi cade nella crisi di non essere in fondo nessuno; da qui il titolo “Uno nessuno e centomila”.

Cosa c’entra questo col testo biblico di oggi? L’accostamento sta nel fatto che, proprio come il protagonista di questo romanzo, anche noi non siamo quello che pensiamo di essere, non siamo come ci vediamo. Solo Dio ci vede come siamo, perché Dio entra dentro di noi attraverso la sua parola. La Parola di Dio non è una parola che si ascolta soltanto, non raggiunge soltanto le nostre orecchie e la nostra mente, non è soltanto una parola che fa riflettere o emoziona.

Secondo questa immagine, la Parola di Dio entra dentro di noi. Questa immagine della Parola di Dio che entra in noi ci vuole dire che Dio scruta, osserva la nostra vita e osserva anche ciò che non vorremmo fargli vedere, ciò che forse non vorremmo fare vedere a nessuno. Che forse vorremmo nascondere persino a noi stessi. Se ogni persona che conosciamo e ci incontra ha uno sguardo parziale di noi, la Bibbia ci dice in fondo che anche noi stessi abbiamo uno sguardo solo parziale su di noi, pensiamo di conoscerci, pensiamo di essere coerenti e più o meno gli stessi davanti a tutte le persone che incontriamo, ma non è così.



Lo dice la psicologia, lo sapeva Pirandello e prima di lui lo sapeva la Bibbia: l’immagine della nudità è molto esplicita: come ognuno si veste per coprire il suo corpo, così ognuno di noi indossa una maschera per presentarsi in un certo modo, anzi centomila maschere per centomila persone davanti a cui dobbiamo andare. Solo davanti a Dio siamo nudi, solo davanti a Dio non abbiamo maschere.

L’immagine della nudità fa pensare a due cose: a un’immagine biblica, quella di Adamo e Eva che sono nudi nell’Eden e se ne vergognano soltanto dopo la disobbedienza. Prima erano nudi e stavano bene, sia l’uno davanti all’altra sia davanti a Dio. Dopo non stanno più bene, si vergognano perché hanno qualcosa da nascondere, che non è tanto il loro corpo, ma è ciò che hanno fatto.

L’altra immagine è quella dei bambini piccoli. I bambini piccoli in genere non hanno problemi a stare nudi in casa o persino davanti a sconosciuti, pensiamo alla spiaggia. Non hanno ancora il senso del pudore e quindi nella loro mente non hanno nulla da nascondere, non sentono il bisogno di nascondere il loro corpo. Tutte e due queste immagini. Adamo ed Eva nudi nell’Eden e i bambini nudi in casa o in spiaggia, se ci pensiamo bene hanno a che fare con la fiducia. Adamo ed Eva nell’Eden si fidano l’uno dell’altra e di Dio; i bambini si fidano di tutti, per questo non devono nascondere nulla.

E allora possiamo forse leggere questo brano biblico in un modo che non è per nulla inquietante. Non possiamo nascondere nulla a Dio: e allora non abbiamo bisogno di nascondere nulla a Dio. Siamo nudi davanti a Dio, sì, ma non come adulti davanti a uno sconosciuto, ma come bambini di pochi mesi in braccio ai loro genitori. E la fiducia va a braccetto con la libertà; potremmo dire: come un bambino piccolo si sente libero di scorrazzare nudo per casa, noi siamo liberi di stare nudi davanti a Dio, ovvero di non cercare di nascondergli nulla, ma non solo perché non possiamo, ma perché non ce n’è bisogno.

La parola di Dio penetra dentro di noi come una spada, o meglio come un bisturi e ci vede dal di dentro, vede anche ciò che non esprimiamo perché non vogliamo esprimere o non abbiamo il coraggio di esprimere. Vede anche ciò che nascondiamo a noi stessi, che non vogliamo vedere di noi stessi come il naso storto del romanzo di Pirandello.

Ecco la libertà di cui ci parla – indirettamente - questo brano, che non è la libertà civile del 17 febbraio e nemmeno la libertà di annunciare l’evangelo, ma è la libertà che precede tutte le altre, ovvero la libertà di essere noi stessi davanti a Dio. Ma non liberi di essere come vogliamo essere o come vorremmo essere, ma come siamo e come Dio ci vede, vedendo anche quel che noi non vediamo di noi stessi. Libertà che comprende anche la libertà di accettare il giudizio di Dio, anzi inizia con l’accettare il giudizio di Dio, perché la grazia inizia col giudizio e accettare il giudizio – o se volete lo sguardo – di Dio su di noi è già frutto della grazia.

Siamo liberi di non dover indossare vestiti o maschere davanti a Dio, perché lui ci conosce, non abbiamo bisogno di atteggiarci a ciò che non siamo o recitare dei ruoli. Senza questa libertà, profonda, che ci può venire soltanto dalla Parola di Dio, le altre importantissime libertà, quella civile e quella di culto, saranno zoppe, perché non saremmo capaci di usarle.

Un’ultima parola ancora sulla guerra. Nell’ottica di ciò che abbiamo detto finora, chi vuole la guerra e la mette in atto vuole in fondo impedire che la Parola di Dio entri dentro di lui e lo metta a nudo. Chi vuole la guerra e la vive come una dimostrazione di forza al contrario si veste ben bene, indossa una divisa, si chiude dentro un carro armato o un aereo, indossa la maschera del guerriero, perché così vuole essere visto e riconosciuto dagli altri.

Non è questa la libertà secondo Dio, non è questa la libertà che Dio ci dona attraverso la sua parola.

Ma “nessuna creatura” può “nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto”.

È un giudizio per chi vuole nascondersi davanti a Dio, ma è una liberazione per chi riconosce la propria nudità e la propria colpa davanti a lui e da Dio riceve il nuovo vestito della grazia, indossando il quale può camminare libero nel mondo dove il Signore ci invia ad annunciare il suo evangelo di pace e di libertà.

 

lunedì 14 febbraio 2022

Predicazione di domenica 13 febbraio 2022 su Geremia 9,23-24 a cura di Andrea Mela

 

Geremia 9, 23-24

23 Così parla il SIGNORE: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza;

24 ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il SIGNORE. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il SIGNORE.


Ci troviamo oggi di fronte a due versetti che, a prima vista, possono somigliare ad altri che troviamo nei libri sapienziali della Bibbia.

Ad esempio nel libro dei Proverbi leggiamo:

- Non ti vantare del domani, poiché non sai quel che un giorno possa produrre. Altri ti lodi, non la tua bocca; [ti lodi] un estraneo, non le tue labbra (27, 1-2);

- Non fare il vanaglorioso in presenza del re e non occupare il posto dei grandi (25, 6).

Del resto anche i nostri proverbi popolari consigliano di evitare di farsi vanto delle proprie presunte virtù (forza, bellezza, ricchezza o sapienza). Penso in particolare a quello che dice: «chi si loda s'imbroda», cioè chi loda sé stesso in realtà agli occhi degli altri si sporca perché appare falso e antipatico.

Ma nella Bibbia c'è qualche cosa di più perché le qualità umane, anche le migliori (come la saggezza e la sapienza) vengono messe a confronto con le caratteristiche di Dio. Certo qualcuno giustamente penserà che questo è un confronto impossibile. Quale essere umano può misurarsi in modo sincero con Dio senza dover constatare la propria totale inadeguatezza?

Eppure Gesù, nel sermone sul monte, chiede proprio questo rivolgendosi non solo ai suoi discepoli ma alle folle che lo seguivano: «Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5,48).

Teniamo quindi presente la meta verso cui la parola del Signore ci orienta.

Ma a chi si rivolge invece Geremia con questo suo invito a non gloriarsi? È importante scoprirlo per non rischiare di intendere le parole del profeta    solo come un'esortazione morale, giusta, ma un po' generica e astratta.

Queste parole infatti giungono al termine di un lungo e terribile lamento funebre perché la distruzione e la morte passano su Gerusalemme e, se questo avviene – grida Geremia – la responsabilità ricade sui suoi capi: dal re di Giuda agli ufficiali militari, ai possidenti terrieri e persino i capi religiosi non sono da meno come si legge al cap. 8 (10b-11): «sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote, tutti praticano la menzogna. Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: "Pace, pace", mentre pace non c'è».

Tutti costoro si reputano saggi, potenti e ricchi. Si illudono di poter fronteggiare con improbabili alleanze la minaccia che incombe su Giuda da parte della potenza babilonese. Ma ecco l'accusa:

«...sono diventati potenti nel paese, ma non per agire con fedeltà, poiché passano di malvagità in malvagità e non conoscono me» dice il SIGNORE. (cap. 9, v. 3).

E Geremia domanda: (v. 12): «Chi è il saggio che capisca queste cose?»

Vorrei fermarmi un attimo su questa domanda perché mi sembra molto attuale proprio nel periodo che stiamo vivendo. Chi è il saggio o il sapiente? (la parola ebraica ha entrambi i significati). Già allora evidentemente c'era un po' di confusione fra questi due termini e anche oggi molte persone dotate di grande cultura, forte erudizione (diciamo i "sapienti"), pensano con questo di possedere anche grande saggezza e spesso non esitano a vantarsene. Bisogna allora chiarire che cosa vuol dire saggezza. Il vocabolario Treccani la definisce così: "capacità di seguire la ragione nel comportamento e nei giudizi, moderazione nei desideri, equilibrio e prudenza nel distinguere il bene e il male, nel valutare le situazioni e nel decidere, nel parlare e nell’agire".

Mi pare un'ottima definizione, ma come si acquisiscono queste capacità? È sufficiente lo studio, la riflessione, l'intelligenza?

Queste cose sono certamente utili, anzi necessarie, e l'epoca in cui viviamo ha accumulato una immensa mole di conoscenze, nei vari campi del sapere umano proprio grazie allo studio, alla riflessione, all'intelligenza di chi ci ha preceduto. Tuttavia non è riuscita a costruire una base altrettanto vasta di saggezza.

La carenza di saggezza, tra l'altro, provoca oggi un'assurda contrapposizione: da un lato ci sono coloro che pensano che la scienza possa spiegare ogni cosa, risolvere ogni problema, ne fanno quasi una divinità e, dall'altro, coloro che la temono senza neppure conoscerla, sono diffidenti a priori perché la considerano sempre asservita ad interessi privati.

Davvero manca spesso l'equilibrio e la prudenza nel distinguere, nel valutare, nel decidere, nel parlare e nell’agire, e la situazione di pandemia ha fatto crescere ancor più i sentimenti di sfiducia e di frustrazione.

«Chi è il saggio che capisca queste cose?» domandava Geremia e oggi di fronte ad una minaccia imprevista, mai sperimentata, non è facile orientarsi. Di chi ci si può fidare? A quali saggi governanti, a quali scienziati dare retta?

Ovviamente non ho una risposta precisa ma penso che le parole di Geremia possano essere per noi di grande aiuto.

Nell'invitare i potenti a non gloriarsi (cioè a non rendere gloria a sé stessi) il Signore implicitamente ci dice che è meglio non fidarsi troppo di quelli che lo fanno.

Geremia non disprezza affatto la saggezza e la forza umane né critica la ricchezza in sé stessa. Il peccato non consiste nel possedere questi doni ma nell'usarli malamente cioè, come scrive il profeta, "non per agire con fedeltà".

Il riferimento è naturalmente alla fedeltà al patto del Sinai (Esodo 19) quando, come ricorderete, il Signore disse a Mosè (v. 5-6): «Ora, se volete ascoltare la mia voce e custodite la mia alleanza, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa».

Tutta la terra appartiene a Dio, tutti i popoli sono suoi figli e sono amati nello stesso modo, ma Israele ha un carattere speciale, è un tesoro particolare, è un po' come il figlio primogenito, l'aiuto su cui i genitori possono sempre contare. Pertanto è chiamato ad essere "un regno di sacerdoti" vale a dire un regno che serve, anziché uno che comanda, e "una nazione Santa" cioè un popolo messo a parte per uno scopo preciso.

Per essere questo tipo di popolo Israele deve incarnare in ogni suo aspetto il disegno di Dio nel mondo, diventare l'ambasciatore di Dio fra le nazioni. Ma il popolo è fatto di esseri umani; perciò il Signore dice loro: sei saggio, forte, ricco? Bene! Ma se credi che questo appartenga a te e sia il tuo vanto, vuol dire che la tua saggezza è ben poca cosa, la tua forza una pura illusione e la tua ricchezza è effimera come un fiore che sboccia e appassisce nel volgere di un giorno. Gloriarti di queste cose le fa impoverire, le riduce in cenere, non servono più a nulla, anzi portano alla rovina. Infatti, se ciascuno celebra sé stesso, si vive in una società del tutti contro tutti. Se ogni popolo, ogni nazione celebra sé stessa, quale altra conseguenza potremo avere se non una guerra totale?

Ma il Signore dice che un'alternativa esiste: c'è qualche cosa di cui è possibile gloriarsi. Rileggiamo le parole del profeta (v. 24):

«... chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il SIGNORE. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio».

Questo versetto è bellissimo perché cambia completamente la prospettiva, non è la reazione di un dio permaloso che si è offeso perché non riceve la dovuta attenzione dal suo popolo, è invece una prospettiva tutta nuova e diversa da quella che nasce dall'autocompiacimento umano.

Ci sono alcune parole in questo versetto che vorrei sottolineare: la prima è "intelligenza". Avere intelligenza qui non vuol dire essere geniali, avere doti intellettuali straordinarie. Il senso è piuttosto quello più vicino al significato etimologico del termine cioè vuol dire avere la capacità di scegliere e di distinguere ciò che è dell'uomo e ciò che è di Dio.

Intelligenza, come dice Gesù, è saper «Rendere a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» ( Mt. 22,21; Mc. 12,17; Lc. 20,25).

O, come dice un altro dei proverbi biblici, "conoscere il Santo è l'intelligenza" (Prov 9, 10b).

Le altre parole sono: "praticare, bontà, diritto e giustizia".

Ecco che cosa il Signore contrappone alle vanterie umane: prima di tutto il "praticare". Dio non usa per sé degli aggettivi e così ci insegna che ciò che conta non è essere saggi, buoni, giusti ma agire come tali. È molto facile (e lo dico soprattutto a me stesso) predicare la bontà e la giustizia. Molto più difficile è perdonare, riconciliarsi, rinunciare a qualche vantaggio, a qualche cosa che possediamo per aiutare altri. Ancora più arduo è mettere in pratica il diritto e la giustizia, specialmente se comprendiamo il senso che la parola di Dio attribuisce a questi termini. Spesso oggi noi li fraintendiamo: non riusciamo a scorgere i limiti dei nostri diritti e usiamo la giustizia come un arma di difesa dai torti subiti ma a volte anche di offesa, di minaccia o di vendetta.

La giustizia di Dio è tutt'altra cosa: essa risana le ferite, ricostruisce le relazioni distrutte, indica una via di pace, si prende cura della vittima in ogni aspetto della sua sofferenza, senza però dimenticare che anche l'aggressore deve essere ristabilito nella sua umanità e non solo punito, deve imparare a scegliere il bene anziché il male. Gesù ha detto: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori» (Marco 2,17).

Grazie a lui possiamo anche noi cercare di conoscere il Signore, con fatica forse, ma anche con fiducia perché lui per primo desidera farsi conoscere e donarci un po' della sua bontà e della sua giustizia.

Se riusciamo, insieme agli altri, ad afferrare la mano che in Cristo Dio ci tende, la relazione con lui ci cambierà e potremo permettergli di essere, anche attraverso di noi, il Dio che mette in pratica la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra. Questa è l'unica base solida della nostra speranza per un mondo nuovo e radicalmente diverso da quello in cui viviamo.

Il Signore ci conceda di saper costruire su questa base.