martedì 4 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 5,1-12 tenuta in piemontese da Massimiliano Zegna presso il Tempio di Piedicavallo


Dall’Evangelo di Matteo capitolo 5 versetti 1-12


Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.
Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.




Care amiche, Cari amici, Care sorelle, Cari fratelli

Il sermone sul monte è probabilmente uno dei testi più famosi dell’Evangelo di Matteo. E’ il brano delle beatitudini che può essere commentato in modi diversi e per molto tempo si è data una interpretazione che ha fatto anche pensare che il cristianesimo fosse un pretesto per allontanare masse di persone povere per tenerle buone in quanto la ricompensa futura sarebbe avvenuta dopo la morte terrena per chi è tribolato in questo mondo.
L’altra interpretazione in cui come evangelici valdesi ci riconosciamo davvero è che Gesù Cristo si è rivolto alla folla che lo stava ascoltando in Galilea per stimolarli a vivere in modo diverso la propria vita ed anche oggi si sta rivolgendo a tutti noi anche se sono trascorsi duemila anni dal momento in cui queste parole sono state pronunciate.
Nei confronti del Regno che viene non saranno avvantaggiati i ricchi di cose materiali, i potenti, i soddisfatti, i duri, gli audaci, ma i poveri nell’animo, i mansueti, i misericordiosi, i cuori trasparenti e sinceri, i riconciliatori cioè proprio quelle categorie di persone che sono regolarmente perdenti nella lotta per la vita e nella corsa al successo, alla ricchezza, al potere. Orbene proprio costoro si trovano in una condizione di privilegio nei confronti del Regno, il Regno dei cieli che ha il significato della definizione e della comprensione di Dio stesso. E chi crede in Gesù può essere felice perché la felicità giunge da Dio stesso e da Gesù Cristo.
Nel Sermone del monte le parole di Cristo capovolgono quelli che oggi sono considerati i valori importanti per una persona di successo: il successo individuale, la potenza, il denaro ad esempio. E per ottenere questi successi non si disdegna di passare sopra la testa e il corpo di altri uomini per raggiungerlo.
Innanzitutto dobbiamo comprendere bene il significato del termine “beato”: dire che una persona è beata non significa dire che è fortunata, che le va tutto bene. Significa piuttosto dire che ha impostato la vita nella direzione che Dio ha indicato, che vive in un corretto rapporto con Dio, come l’uomo giusto di cui parla il Salmo numero uno.
E voglio leggerlo questo primo Salmo perché mi pare molto significativo: “beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede in compagnia degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale à il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà”.
Quindi, paradossalmente, Gesù chiama beati proprio coloro che non possono essere soddisfatti della situazione che vivono e quindi aspettano con ansia il Regno, tendono verso il Regno di Dio. Gesù loda i poveri non perché siano più buoni o portatori di una missione storica nel mondo ma in quanto vivono in due mondi, il mondo presente e quello futuro. E minaccia quei ricchi che vivono in un mondo soltanto per se stessi.
Beati dunque ha anche questo significato: state sempre in piedi! non arrendetevi!
Noi siamo chiamati a vivere in due realtà, in due dimensioni: la storia e il Regno, il mondo attuale e quello promesso. E tutte e due queste dimensioni le dobbiamo vivere con intensità.
Se Cristo è risorto, come noi crediamo, la sua “politica” è la sola vera ed è la sola via per la quale il mondo può trovare liberazione non illusoria e salvezza da quella distruzione ch’esso si prepara con le proprie mani. La seconda, se Cristo è risorto è solo Lui, il Signore, che ci può condurre in comportamenti coerenti e muoverci nei suoi piani di azione.
E’ importante a questo punto credere nel momento più significativo della fede in Gesù Cristo ossia la sua Resurrezione e quindi sapere che dopo la fase drammatica del tradimento e della crocifissione vi è stata una ripresa della vita i cui effetti durano anche oggi.
E gli stessi insegnamenti sono ancora attuali e riguardano sempre il presente ed il futuro.
Del resto la prova dell’esistenza di Dio non è fornita da elementi concreti che possano sancire come in un documento anagrafico che una persona è presente nel certificato di famiglia.
Io, ad esempio, sono convinto della esistenza del Signore perché vi sono testimonianze di fede che continuano attraverso i secoli. Proprio in questo tempio non molte settimane fra è stata ricordata la figura di Martin Luther King che è stato un formidabile esempio di trasmissione della fede in Cristo e nelle sue beatitudini.
Martin Luther King ha detto una fase che ben riassume che cosa significa non violenza “Non solo devi rifiutare di uccidere un uomo, ma devi anche rifiutare di odiarlo”.
Un altro personaggio che io ho sempre amato e che bene ha trasmesso la fede in Gesù Cristo è stato un cattolico piemontese di cui ho apprezzato il suo modo di intendere il sermone del monte.
Si tratta di Pier Giorgio Frassati nato nel 1901 e morto giovanissimo nel 1925. Ebbene pur essendo di famiglia ricca Pier Giorgio ha voluto aiutare i poveri che vivevano nella sua città Torino. Ma quello che mi ha sempre colpito oltre alla sua fede cristiana molto forte, era il suo dedicarsi anche ad attività politiche nella sua epoca nobilitando il termine politico che vuol dire dedicarsi agli altri nella propria epoca e nel proprio territorio.
Anche questo aspetto dimostra che gli insegnamenti di Gesù Cristo possono essere adottati in ogni epoca. L’importante è sapere che l’insegnamento di amare il prossimo significa anche evitare ogni forma di integralismo e fanatismo anche nel professare la propria confessione religiosa.
Sarebbe veramente paradossale e purtroppo lo è stato sia in passato che in tempi attuali che il nome di Dio sia stato accomunato ad azioni violente.
Beato è una parola semplice e difficile nello stesso tempo. Anche felicità può sembrare facile e difficile. Il piemontese viene in aiuto perché la parola italiana felicità può essere tradotta in piemontese come boneur che letteralmente significa buona ora, ma che può significare una cosa buona adesso e per sempre.
Ecco il punto più stimolante: la felicità viene da Dio. Alla chiamata all’azione per la pace, per la non violenza, per la giustizia risponde una promessa, la promessa del regno dei cieli e della giustizia di Dio. La felicità è speranza in un mondo rinnovato dalla fede e dall’azione. In un certo senso, i beati sono quelli che non si affaticano in vano. Forse adesso non vedono nessun risultato per il loro impegno, o forse vengono addirittura perseguitati per la ricerca della giustizia, ma viene il tempo, anzi si è incarnato in Gesù, in cui Dio la speranza è il filo rosso di queste otto beatitudini.
Che cosa si intende con il termine non violenza? Ovviamente non una teoria della non violenza e neanche una strategia. La non violenza caratterizza la visione e soprattutto l’azione dei credenti nel mondo. I poveri in spirito, i mansueti, gli assetati di giustizia, coloro che si adoperano per la pace, tutti sono animati da un’idea non violenta della società e dei rapporti umani.
Ed è innanzitutto a loro che viene promesso il regno dei cieli, è a loro che vengono annunciate la salvezza e la liberazione.
Nel discorso di Gesù troviamo sia un riconoscimento dell’impegno e dell’azione, sia una promessa e un orizzonte. Ciò che Gesù sottolinea è l’attualità dell’azione non violenta, la sua rilevanza. Oggi, dice Gesù, il vostro impegno non è più vano, non cade nel nulla. Oggi il vostro impegno per un mondo giusto e non violento viene riconosciuto, anzi è il segno della venuta del regno dei cieli. L’azione non violenta rispecchia la giustizia di Dio, l’azione non violenta fa parte del piano di Dio per l’umanità.
Coloro che si adoperano per la pace o sono mansueti nei rapporti con gli altri non solo sono salvati ma contribuiscono a salvare altri e diventano protagonisti di dove si trova la felicità!
Non nel mio piccolo, non nella ricerca personale del mio benessere, ma nei rapporti sociali, economici, politici, familiari, rapporti pacifici e governati da un senso di rispetto e di amore per il prossimo. La felicità non dipende solo da me e non riguarda solo me. La felicità è un bene comune, un’opera a più voci, un intreccio di forze e di doni vari. La nostra società dice spesso: la tua felicità dipende da te, dal tuo lavoro, dalle tue ricchezze, dalle tue scelte. Gesù dice invece: non puoi essere felice da solo, la felicità va vissuta nella messa in pratica dell’amore per il prossimo.
“Beati quelli che sono afflitti perché saranno consolati” Mi colpisce questa beatitudine, mi colpisce che proprio il secondo annuncio sulla via della felicità parli di consolazione. Gesù si rivolge a quelli che soffrono, a quelli che fanno cordoglio, come dicono le traduzioni più antiche, Gesù parla alle persone in lutto. In altre parole Gesù parla all’essere umano in quanto uomo o donna ferito, colpito dalla morte.
La felicità è quindi anche consolazione. E’ una parola molto importante in tutto il Nuovo Testamento ma soprattutto è una parola fondamentale nelle nostre vite. La via della felicità
annunciata da Gesù non è solo fatta di impegno e di azione ma anche del dono ultimo e vitale della consolazione.
La consolazione viene da Dio, è l’unica speranza, l’unico filo
al quale è appesa la nostra vita quando tutto vacilla intorno a noi. O meglio: la consolazione è questa forza misteriosa che ci accompagna in silenzio attraverso il deserto della morte, della perdita, dell’assenza.
Non la vediamo, non la sentiamo. E forse, a volte solo anche anni dopo, ci rendiamo conto che qualcosa ci ha portato in salvo nostro malgrado, a nostra insaputa.
La consolazione ridà un senso alla vita dei sopravvissuti e li spinge a diventare a loro volta consolatori.
Ho citato molte parole della pastora Janique Perrin perché mi hanno stimolato per questa parola consolazione che anche per me personalmente ha significato nuova forza. Quando ormai molti anni fa sono stato colpito, come molti di noi e di voi, dal distacco di persone care a causa della morte non mi sono rassegnato ma ho trovato in Dio nuova forza, una nuova ragione per continuare a vivere.
Prima ho elencato persone che mi hanno colpito per la loro fede e la loro battaglia quotidiana per il cambiamento.
A queste voglio aggiungere il nostro Tavo Burat a cui dobbiamo la valorizzazione del culto in piemontese. Con Tavo non ero sempre d’accordo nella sua irruenza e nelle sue esternazioni però ho sempre apprezzato la sua fede profonda e la sua insistenza nel dire che vi è differenza fra fede e religione. La fede è libertà di credere in Dio mentre la religione spesso è un legame che viene concepito per tenere unite le persone in modo conformistico.
Anche il culto in piemontese voleva esprimere in modo semplice e popolare il sentimento di fede anche ribellandosi ad una prescrizione che negava la possibilità di recitare alcune preghiere nella lingua più vicina al proprio territorio.
Oggi per fortuna i tempi sono cambiati e vi sono più momenti per pregare insieme nelle lingue e nei modi più disparati tra cattolici, valdesi e fedeli di altre confessioni religiose.
E di questo sarebbe contento anche Tavo Burat che ha insegnato a credere nel valore dell’amicizia e nel rispetto delle idee e delle proprie convinzioni politiche e religiose senza astio.
Mi fa anche piacere che oggi grazie alle amiche ed agli amici del gruppo strumentale Morzano che accompagna con strumenti musicali usati per la prima volta in questo nostro culto in piemontese.
La musica è una delle manifestazioni di fede che accompagnano le nostre cerimonie religiose ed è un modo per manifestare il nostro amore in Dio e nel prossimo. Negli anni scorsi la musica veniva eseguita dal fratello cattolico Biagio Picciau che ancora ringrazio e che esprimeva il suo ecumenismo attraverso il suono della pianola; oggi vi sono altri strumenti, sassofoni, tromboni, flauti insieme ad altre sorelle, altri fratelli, tutti per lodare il nome di Dio.
Care sorelle, cari fratelli spero di avervi trasmesso una briciola del mio amore per Gesù che per me e per tutti noi rappresenta la forza per vivere con dignità ed entusiasmo.



martedì 14 agosto 2018

Predicazione di domenica 12 agosto 2018 su Galati 2,16-21 a cura di Marco Gisola

Galati 2,16-21

(11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori,)
16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.


1. Eccoci qui al centro di quello che potremmo chiamare l’“evangelo secondo Paolo”: la giustificazione per fede. La seconda metà del capitolo 2 della lettera ai Galati è quella in cui Paolo enuncia la sua interpretazione dell’evangelo, utilizzando appunto l’espressione “giustificazione per fede”.
Paolo prende spunto da un “incidente diplomatico” che era avvenuto tra lui e Pietro e che racconta ai Galati nei versetti che abbiamo ascoltato: Pietro e Paolo erano ad Antiochia, una città fuori dalla Palestina importante per la prima generazione cristiana, perché da lì partivano le missioni in terra pagana.
Pietro era venuto ad Antiochia da Gerusalemme e si era adattato all’uso per cui tutti i cristiani mangiavano insieme, non si faceva più distinzione tra cristiani provenienti dall'ebraismo, come Pietro e Paolo appunto, e cristiani provenienti dal paganesimo.
La legge di Mosè diceva che bisognava evitare la comunione di mensa con i pagani e nei primi anni del cristianesimo a Gerusalemme questa legge valeva anche nei confronti dei pagani convertiti al cristianesimo.
Pietro invece, ad Antiochia, si sente libero di mangiare con loro. Ma quando arriva qualcuno da Gerusalemme, non sappiamo bene se in visita o con lo scopo di controllare come vanno le cose ad Antiochia, Pietro fa un passo indietro, non mangia più con i cristiani provenienti dal paganesimo. Rompe la comunione di mensa con loro.
Paolo davanti a questo atteggiamento si arrabbia moltissimo e lo rimprovera pubblicamente. Il testo indicato per oggi, è quello in cui Paolo spiega perché questo passo indietro di Pietro è stato per lui così grave.
Qui Paolo dice che è una questione di fede: c’è una ragione ben precisa per cui Pietro sbaglia a rompere la comunione di mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo: la ragione è il fatto che siamo giustificati per fede e non per opere e quindi non è più la legge che determina la nostra vita.
Pietro ha fatto il suo passo indietro per timore del giudizio di quelli di Gerusalemme, perché così facendo non aveva osservato la legge. Ma non è l’osservanza della legge che ti salva, dice Paolo, è la fede nella grazia.
Non è il tuo sforzo di essere perfetto che ti salva, ti salva l’amore di Dio che ti ama imperfetto; anzi non solo imperfetto, ma colpevole.
Tutti siamo d’accordo nel dire che non siamo perfetti, ma il discorso biblico è molto più radicale: siamo colpevoli, siamo responsabilmente colpevoli e questa colpa non può essere “espiata” dalla nostra obbedienza, ma può solo essere perdonata dalla grazia di Dio.
L’obbedienza seguirà la grazia, sarà una conseguenza, una reazione alla grazia, non una condizione alla grazia.
Questa è la cosiddetta “dottrina della giustificazione per fede”, che come vediamo per Paolo è tutt’altro che una teoria, ma ha conseguenze molto, molto pratiche: è quella che, per esempio, permette la comunione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo e i cristiani provenienti dal paganesimo. È quella che lo spingerà a dichiarare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo.
La dottrina della giustificazione per fede è stata rimessa al centro della riflessione dalla Riforma. Su questo vorrei solo leggervi una frase di un biblista cattolico, che mi sembra molto importante:
La giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. (Claudio Doglio)

2. Paolo sa che questa sua idea incontra molte obiezioni e allora se ne pone una lui stesso, anticipa una critica che probabilmente gli è stata mossa più volte: «Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato?»
Detto in altre parole: se Cristo giustifica il peccatore, vuol dire che allora peccare va bene e che anzi la dottrina della giustificazione diventa addirittura un incentivo a peccare? È un’obiezione molto comune: se in Cristo il mio peccato è giustificato, allora posso tranquillamente peccare, il peccato non è più un problema!
La risposta di Paolo è netta: «No di certo!». Chi fa questa obiezione fraintende completamente la giustificazione per fede: Dio giustifica – cioè perdona – il peccatore, non il suo peccato. Il peccato è condannato, il peccatore è salvato.
Il peccato rimane un problema, eccome! Rimane un grave problema, rimane condannato. È il peccatore che non è condannato, è giudicato – perché è peccatore e quindi è giudicato peccatore – e la sentenza è: colpevole!
Colpevole, ma graziato: questo è ciascuno e ciascuna di noi. Lo straordinario non è che siamo colpevoli: questa è la norma, quante volte feriamo il nostro prossimo, lo giudichiamo, lo ignoriamo, lo emarginiamo, lo trattiamo diversamente da come Cristo vorrebbe. Questa è l’ordinario.
Lo straordinario è che se ci riconosciamo colpevoli, se ci riconosciamo meritevoli di condanna, la condanna non c’è. C’è la sentenza: colpevole! Ma c’è la grazia: colpevole graziato, dunque libero!
Pietro era libero di mangiare con i cristiani provenienti dal paganesimo e quando ha fatto quel passo indietro per una umanissima paura ha rinunciato alla libertà che Cristo gli aveva dato. Per questo Paolo si arrabbia così tanto.
La colpa di Pietro è umanissima, non dobbiamo certo accanirci contro Pietro perché Pietro siamo noi: quante volte temiamo il giudizio altrui, quante non siamo completamente liberi?
La colpa di Pietro è, per mancanza di libertà, quella di rompere la comunione con altri cristiani. Pietro, rinunciando alla sua libertà, «riedifica» ciò che Cristo ha demolito e questa è la sua colpa.


3. La seconda parte del brano è tutta incentrata sulle parole vita – morte. Sono frasi un po’ ermetiche, su cui gli studiosi dibattono molto … «sono morto alla legge affinché io viva per Dio»: non vivo più per la legge, ovvero non è più l’osservanza della legge che mi dà la vita, la vita me la dà Dio, in Cristo.
La legge non mi dà la vita e non è nemmeno più lo scopo della mia vita. L'origine e il senso della mia vita, delle mie scelte piccole e grandi non è più nella legge, ma in Cristo, cioè nella grazia e dunque nella gratuità. Non nel tornaconto sta la ragione delle mie scelte, ma nella gratuità.
E poi prosegue in modo ancora più paradossale: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». È un’immagine, per dire che la mia vita non è più mia. Non è più mia perché è stata riscattata dalla morte di Cristo, e dunque mi è stata ri-donata, è come se fossi ri-nato, quindi è una nuova vita che non vivo più da solo, ma che vivo con Cristo che vive in me, che con il suo Spirito e la sua Parola vuole entrare in me e trasformare la mia esistenza.
E poi Paolo torna con i piedi per terra: «La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Io vivo la mia vita nella carne, cioè nella mia piena umanità, come tutti gli esseri umani (nel caso che la frase «Cristo vive in me» potesse far pensare a qualcuno che la vita dei credenti fosse diversa da tutte le altre).
Ma questa vita che vivo nella carne, esattamente come tutti gli esseri umani, la vivo nella fede. Per questo è nuova, è nuova ogni volta che riesco a vivere nella fiducia, a vivere di fiducia. È la fiducia che fa la differenza, è la speranza che fa la differenza e rende la vita del credente diversa da una vita senza fiducia e senza speranza.
E che cos’è che dà fiducia e dà speranza? In chi è riposta questa fiducia? «nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Pare sia l’unico passo del NT in cui venga detto che Cristo «ha dato se stesso per me», al singolare.
Cristo è morto e risorto per tutti/e, quindi è morto e risorto per me, e per te, personalmente. Il fatto che sia morto per tutti non sminuisce il fatto che sia morto per me e per te.
In colui che è morto per me ripongo la mia fiducia, dice Paolo. E dicendo questo vuole che anche tu riponga la tua fiducia in colui che è morto per te.

4. Nell’ultima frase Paolo ritorna al punto centrale, quello che sta discutendo con i Galati sulla base dell’esempio di ciò che è accaduto con Pietro ad Antiochia: «Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente».
Cristo è morto per me, ha appena detto Paolo. È questo sufficiente per la mia salvezza? Il fatto che Cristo è morto per te è sufficiente per la tua salvezza?
Se non fosse sufficiente, dice Paolo, se ci volessero ancora le opere della legge, se la morte di Cristo non bastasse, ciò vorrebbe dire che Cristo è morto inutilmente.
Se alla croce io devo ancora aggiungere le mie opere, allora la morte di Cristo non basta. È una delle affermazioni più sintetiche dell’apostolo Paolo riguardo alla conseguenza del rifiuto della “dottrina” della giustificazione per fede: se la croce non basta, la morte di Cristo è stata inutile.
Non ci sono vie di mezzo: o la mia salvezza dipende da me oppure dipende da Cristo. Una terza via non c’è. O Dio ha fatto tutto, oppure, se ciò che Dio ha fatto in Cristo non basta, è come se non avesse fatto nulla, perché, di fatto, non basta.
Paolo ritorna al punto centrale che era appunto la giustificazione per fede e dunque la libertà. Se Dio ha fatto tutto per la mia salvezza, sono libero. Se Dio non ha fatto tutto per la mia salvezza non sono libero, sono prigioniero della necessità di salvarmi con le mie opere.
Se invece Dio ha fatto tutto, sono libero. Libero prima di tutto di riconoscere la mia colpa, di farci i conti e di elaborarla. Se invece devo salvarmi da solo, rischio di rimuovere la mia colpa e di pensare di poterla cancellare con qualche buona opera.
Ma se è la grazia di Dio che mi salva, la mia colpa non mi schiaccia più e posso quindi innanzitutto portarla davanti a Dio senza paura, e poi posso affrontarla e cercare di elaborarla chiedendo perdono non solo a Dio ma anche a chi ho fatto del male.
Ecco qui dunque il centro dell’evangelo così come ce lo presenta l’apostolo Paolo: l’evangelo della grazia, l'evangelo della libertà, l'evangelo della fiducia nel Dio che ha fatto tutto per la nostra salvezza, ovvero per darci una vita nuova, in cui siamo ogni giorno messi davanti alla nostra colpa e al nostro perdono, alla condanna da un lato e alla grazia dall’altro.
Nella certezza che la grazia è più forte della colpa e quindi anche della condanna e che così Dio ci grazia, appunto, e ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita nella libertà e nell’obbedienza.
Il Signore ci dia di ricevere questo evangelo con riconoscenza e con gioia.


lunedì 6 agosto 2018

Predicazione di Domenica 5 agosto 2018 su Isaia 61,1-12 a cura di Marco Gisola

Isaia 62, 1-12

Per amor di Sion io non tacerò, per amor di Gerusalemme io non mi darò posa,
finché la sua giustizia non spunti come l’aurora, la sua salvezza come una fiaccola fiammeggiante.
Allora le nazioni vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore pronunzierà;
sarai una splendida corona in mano al Signore, un turbante regale nel palmo del tuo Dio.
Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione,
ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata;
poiché il Signore si compiacerà in te, la tua terra avrà uno sposo.
Come un giovane sposa una vergine, così i tuoi figli sposeranno te;
come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio.
Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del Signore, non abbiate riposo, non date riposo a lui,
finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra.
Il Signore l’ha giurato per la sua destra e per il suo braccio potente:
«Io non darò mai più il tuo frumento per cibo ai tuoi nemici; i figli dello straniero non berranno più il tuo vino, frutto delle tue fatiche; ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il Signore; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario».
Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo!
Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!
Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.



La Bibbia ci racconta la storia della giustizia e dell’amore di Dio e spesso sono proprio i profeti a raccontarci questa storia nel modo più appassionato. Appassionato e, per noi – almeno per me – complicato; complicato per due ragioni: primo, perché le parole dei profeti si intrecciano strettamente con i fatti storici, con ciò che sta accadendo nel popolo di Israele e al popolo di Israele e che coinvolge anche altre popolazioni vicine.
Secondo, perché il loro linguaggio è spesso poetico, quindi difficile, pieno di immagini che solo gli studiosi del testo ebraico ci sanno sviscerare. Oltre a ciò, ci complica la lettura di questo lungo libro profetico il fatto che probabilmente il libro di Isaia è frutto dell’unione di testi di epoche e autori diversi che qualcuno ha messo insieme.
La prima parte del libro è la più antica, mentre la seconda, quella che ci interessa oggi, è riferita al periodo dell’esilio in babilonia e del ritorno dall'esilio.
Che cosa era successo? Per capire il profeta, dicevamo, bisogna dare un’occhiata ai fatti storici a cui si riferisce. Domenica scorsa avete ascoltato un brano del profeta Geremia, che è il profeta a cui è toccato il difficile compito di annunciare agli Israeliti l’esilio in Babilonia; siamo nel sesto secolo a.C. e l’esilio durerà circa cinquant’anni.
La seconda parte del libro di Isaia – quello che gli studiosi chiamano il secondo Isaia o, chi lo divide in tre parti, il terzo Isaia - è invece quella in cui il profeta annuncia il ritorno dall’esilio.
I babilonesi erano stati sconfitti dai persiani; il re persiano, Ciro, permette agli esiliati di tornare a casa. La parte finale del libro di Isaia è rivolta non più agli esiliati, ma a coloro che erano già tornati. Siamo dunque di nuovo in terra di Israele.
E se l’annuncio del ritorno a casa era stata un gran festa e il viaggio era stato un viaggio carico di speranze, l’arrivo in Palestina aveva provocato grosse delusioni: altre persone abitavano le loro case e coltivavano i loro campi. I babilonesi avevano deportato parte della popolazione ma avevano portato altre persone in Israele che si erano anche mescolati con gli ebrei che erano rimasti.
Insomma, le cose non erano come se le aspettavano, le case erano occupate, le terre erano coltivate da quelli che nei cinquant’anni di esilio avevano abitato la loro terra.
Ecco allora che nascono i dubbi e la rabbia, anche contro Dio: Dio ci ha salvati soltanto a metà, ci ha fatti tornare a casa, ma casa nostra non è più nostra… ci tocca lavorare come servi degli stranieri che occupano le nostre terre….
Il profeta – al cap. 59 – deve rassicurare gli ebrei: «la mano del Signore non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire».
Ed è sempre il profeta a pronunciare quelle parole famose che Gesù riprenderà nella sinagoga di Nazaret:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l'apertura del carcere ai prigionieri. (Isaia 61,1)
Nel capitolo che abbiamo letto oggi riprende l’annuncio di salvezza, in cui emerge tutta la passione di Dio per il suo popolo e non a caso una delle immagini utilizzate è quella del matrimonio: «come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio» (v. 5).
La salvezza è imminente e il profeta è chiamato a annunciarla. Possiamo dividere questo annuncio in tre parti:


1. La promessa
la prima parte la intitolerei: la promessa: «Per amore di Sion, io non tacerò»: il profeta parla, annuncia. E che cosa dice? Che cosa annuncia?
«le nazioni vedranno…. Sarai chiamata con un nome nuovo… sarai una splendida corona… non sarai più chiamata abbandonata… la tua terra avrà uno sposo...» Tutti verbi al futuro.
Il profeta dice e annuncia quello che Dio farà, quello che Dio ha promesso di fare. Non che Dio non abbia fatto ancora nulla: Dio ha già riportato gli esiliati a casa, ma c’è ancora qualcosa da fare e Dio lo farà.
Dio farà ancora cose nuove, lo promette: la novità è espressa dal cambiamento di nome, che non è un mero cambiamento di nome, ma di identità:
«Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione, ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata; (v. 4)
il tema centrale è quello dell’abbandono: gli Israeliti si sentivano abbandonati da un Dio che li aveva riportati in patria dove però non avevano trovato quello che si attendevano. La domanda era naturale: forse che Dio ci ha abbandonati?
Quante volte ci facciamo questa domanda? Quante volte persone che vivono tragedie inenarrabili si fanno o ci fanno questa domanda! Ma Dio ci ha abbandonato?
E questa domanda percorre anche la Bibbia, che non tace questa domanda, non la soffoca, perché è umana e in molte situazioni davvero drammatiche e inspiegabili è più che legittima. La risposta del profeta – o meglio: la risposta di Dio! - però è chiara: No, Dio non ha abbandonato il suo popolo, Dio non ti abbandona.
La sua promessa non viene meno: «non sarai più chiamata abbandonata». Anche se la promessa non è ancora pienamente compiuta, Dio è lì, non abbandona Israele.
Questo vale anche per noi: se anche oggi stai vivendo un dolore o un lutto, stai soffrendo la malattia o la solitudine, oggi non sei abbandonato.
La metafora del matrimonio mi sembra molto efficace: chi di voi è sposato o lo è stato sa che dal momento in cui si è deciso di sposarsi le cose non sono più state le stesse. E non parlo di preparativi, di feste o bomboniere…
Ma tu nel momento in cui hai preso questa decisione non sei più lo stesso, sei già proiettato in quella dimensione che vivi con particolare gioia (e magari anche ansia…)
Lo stesso vale per Israele: le cose vanno ancora male, ma deve sapere che già ora non è abbandonata.
E il compito del profeta è di dirglielo che non è abbandonata, anche se sta tribolando, anche se sta soffrendo, anche se si sente abbandonata, deve sapere che non lo è, non è abbandonata.
Compito del profeta, compito del cristiano è di annunciare a chi si sente abbandonato che non lo è.


2. La preghiera
Il secondo punto è la preghiera. Le sentinelle di cui parlano i vv. 6-7 non hanno il compito di annunciare al popolo la salvezza, ma di rivolgersi a Dio e sollecitarlo affinché venga presto:
«Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo, non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra
».
Non devono dare riposo a Dio finché non abbia ristabilito Gerusalemme! Un modo per noi inconsueto di parlare della preghiera.
Ma anche un modo molto istruttivo: che cosa devono chiedere le sentinelle a Dio nella loro preghiera, nel loro dialogo con lui? Devono chiedergli quello che egli ha promesso. È famosa quella affermazione di Bonhoeffer, che cito a memoria e suona più o meno così: Dio non esaudisce tutte le nostre richieste, ma adempie tutte le sue promesse.
A Dio possiamo chiedere tutto, possiamo affidargli nella preghiera tutte le nostre necessità, confidargli tutte le nostre paure, fargli tutte le nostre domande, possiamo anche condividere con lui la nostra rabbia, persino quella nei suoi confronti.
Ma oltre a ciò che noi desideriamo dirgli o chiedergli, questo brano ci ricorda che cosa non possiamo non chiedergli nel nostro dialogo con lui: di adempiere le sue promesse.
E perché dovremmo chiederglielo se lo ha già promesso? Appunto perché è un dialogo e il dialogo va molto oltre quello di cui c’è bisogno, il dialogo esprime una relazione.
Per questo la Scrittura ci insegna oggi a chiedere a Dio di compiere le sue promesse. Non è un atto di sfiducia, al contrario, è un atto di fiducia nel Dio che può e vuole compiere le sue promesse. E proprio perché Dio può e vuole, noi glielo chiediamo.


3. L‘annuncio
Il terzo punto lo chiamerei l’annuncio: il brano si conclude con l’annuncio vero e proprio, che in fondo ribadisce la promessa:
«Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.»
Finalmente la salvezza arriva, la metafora dello sposo lascia posto a quella del re trionfante. Bisogna fare strada al re che ha liberato il suo popolo e accoglierlo in gloria.
E di nuovo viene ribadito il cambio di nome e quindi di identità: «Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata»
«Popolo santo», esprime l’elezione di Dio: Dio ha scelto Israele e non lo ha ripudiato. L’esilio – lo diceva Geremia – era anche conseguenza dell’infedeltà di Israele, ma l’esilio non è stato il ripudio di Israele. Dio è sempre il Dio di Israele e Israele è sempre il suo popolo, anche in esilio.
«Redenti» esprime l’idea del riscatto, che percorre tutta la Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento: Dio riscatta il suo popolo, in Cristo Dio riscatta l’umanità; Dio riscatta, ovvero libera, spezza le catene. Dio paga un prezzo per riscattare, e questo prezzo esprime il suo amore per i riscattati.
Gerusalemme sarà chiamata «Ricercata, Città non abbandonata»; una bellissima immagine. Per riscattarti Dio ti viene a cercare. Ricercata è il contrario di abbandonata. Essere abbandonati significa che nessuno ci vuole, essere cercati significa che qualcuno ci vuole. Questo qualcuno è Dio, che è venuto a cercarci, che viene a cercarci per liberarci, per riscattarci.
Questo è anche il nostro nome. Anche tu ti chiami “ricercato”. Non nel senso dei western americani, dove il ricercato deve finire in galera. Qui il ricercato deve finire tra le braccia di Dio, di quel Dio
- che ti promette la liberazione, e te lo viene a dire attraverso la sua Parola;
- che ti insegna a chiederla nella tua preghiera, perché ne abbiamo bisogno ed è giusto chiedere a Dio la liberazione di cui abbiamo bisogno e che egli ci ha promesso;
- che viene a cercarti per darti la sua libertà e mostrarti che non sei abbandonato/a ma ricercato/a, e che questo è anche il tuo nome.
Possa questa consapevolezza di essere riscattati e ricercati da Dio nutrire la nostra fede e la nostra preghiera.

domenica 8 luglio 2018

Predicazione di domenica 8 luglio 2018 su Atti 8,26-39 a cura di Marco Gisola

Atti degli Apostoli 8,26-39
26 Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va' verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». 27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia. 29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». 30 Filippo accorse, udì che quell'uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui.
32 Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo:
«
Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa,
così egli non ha aperto la bocca.
33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio.
Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra
».
34 L'eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù.
36 Strada facendo, giunsero a un luogo dove c'era dell'acqua. E l'eunuco disse: «Ecco dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» 37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L'eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco; e Filippo lo battezzò. 39 Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più. 40 Poi Filippo si ritrovò in Azot; e, proseguendo, evangelizzò tutte le città, finché giunse a Cesarea. 
 
Questo racconto degli atti ci narra la prima conversione a Cristo e quindi il primo battesimo di un africano. Chi è questo etiope? Il testo ci dice che è il “sovrintendente a tutti i tesori” della regina di Etiopia, quindi un uomo potente, una specie di ministro del tesoro del regno di Etiopia. Quest’uomo era andato a Gerusalemme “per adorare”, dunque era andato al tempio, e al suo ritorno leggeva le scritture d'Israele, in particolare il profeta Isaia. Egli non era un ebreo, ma era uno di quelli che la Bibbia chiama i “timorati di Dio”, che noi definiremmo simpatizzanti. Non era membro del popolo d'Israele, ma credeva in Dio e, pur non osservando tutta la legge, rispettava una parte dei precetti della torah.
Un credente, dunque, che oggi definiremmo un “uomo in ricerca”, nel senso che per qualche ragione non aveva fatto il passo di diventare ebreo. Una ragione potrebbe essere che egli era un eunuco; questo termine a volte significa “uomo castrato”, cosa che lo avrebbe escluso dal culto ebraico del tempio. Ma c’è anche chi dice che “eunuco” in alcuni casi era più un titolo che non una descrizione fisica. Insomma, non sappiamo con esattezza. Era certamente però un credente che voleva capire e approfondire. Dicevamo un uomo in ricerca, che però … viene lui stesso cercato: l’angelo manda Filippo – che era un diacono, ma che come mostrano questi racconti in realtà era un predicatore, un apostolo – a cercarlo.
In realtà l’angelo manda Filippo su una strada deserta a mezzogiorno. l’angelo – cioè Dio - chiede a Filippo di fare una cosa piuttosto strana e Filippo la fa, obbedisce e parte come aveva obbedito ed era partito Abramo nel racconto di domenica scorsa. Dio manda Filippo incontro all’eunuco. Non è l’etiope a cercare Filippo, ma Filippo a cercare l’etiope; È dunque Dio che gli va incontro, attraverso Filippo, sulla strada di Gaza. Tu puoi cercare Dio, puoi desiderare Dio, ma l’evangelo di oggi è che Dio cerca te. Questo ci dice questo racconto in cui è Dio il regista di ogni singolo atto di ciò che accade. Dio cerca l’etiope e Dio cerca anche noi. Dio cerca l’essere umano: già in questo fatto c’è la novità dell’evangelo. Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre cercato Dio. Lo ha cercato nel sole, nelle stelle, nel tuono, nella montagna, nel mare. L’essere umano ha sempre cercato Dio.
Anche oggi l’essere umano cerca Dio. Chi lo cerca nel denaro e nella gloria, nel potere e nel successo; chi lo cerca nella natura; chi lo cerca in una regola morale; chi lo cerca in un libro o in un maestro; molti lo cercano nell’essere umano stesso, in se stessi, nelle proprie risorse, nella propria energia. E invece la Bibbia ci dice che è Dio che cerca l’essere umano. Attraverso Filippo, Dio va a cercare l’etiope. Questa non è una prerogativa soltanto cristiana: in tutta la Bibbia, dunque anche nell’ebraismo, è Dio che cerca l’uomo. È Dio che chiama Abramo, è Dio che cerca Mosè, come è Dio che sceglie Maria o Paolo. Questo racconto è anche molto interessante perché ci dice come Dio ci cerca. Ci sono tre cose che fanno sì che l’etiope incontri Dio, l’evento dell’incontro dell'etiope con Dio ha tre ingredienti: 
 
1. Il primo ingrediente è Filippo, che viene mandato da Dio all’etiope. Potremmo dire che l’incontro con Dio inizia con l’incontro con Filippo, l’incontro con Dio avviene (anche) attraverso un incontro con l’altro essere umano. A parte casi eclatanti come la conversione di Paolo sulla via di Damasco, spesso Dio ti viene incontro attraverso un essere umano. L’incontro con Dio spesso – e dico spesso non sempre, Dio è libero di fare come vuole e di servirsi di chi e di che cosa vuole – avviene grazie all’incontro con il fratello e la sorella.
Potremmo dire che lo Spirito si serve del corpo di qualcuno – in questo caso delle gambe di Filippo che corre (ci dice il testo) verso l’etiope. Certo non basta che Filippo corra, non basta nemmeno che si sieda accanto a lui sul carro. È necessario che inizi un dialogo. E da dove inizia il dialogo?

2. Il secondo ingrediente è la Scrittura: l’etiope stava leggendo la Bibbia. Questo uomo cerca di approfondire la propria fede leggendo le Scritture. Ciò mostra quanto la fede cristiana dei primi cristiani fosse radicata nella Bibbia ebraica.
La Bibbia ebraica – cioè il nostro Antico Testamento – era il libro della fede, il libro attraverso cui Dio ti parlava e lo era per gli ebrei e per i primi cristiani, i quali solo dopo hanno aggiunto alla Bibbia ebraica gli scritti degli apostoli, cioè il Nuovo Testamento. Ma per lungo tempo il libro della fede è stato ed è rimasto soltanto l’Antico Testamento e quando si è deciso un elenco ufficiale di libri del Nuovo Testamento questo non ha sostituito l’Antico – come qualcuno avrebbe voluto - ma gli si è affiancato. L’incontro con Dio passa attraverso le Scritture. Se cerchi Dio, lo devi cercare lì e possibilmente insieme al tuo fratello e alla tua sorella, come Filippo è diventato fratello dell’uomo etiope. Dico fratello e non diacono, come era Filippo, o apostolo. È chiaro che Filippo ha un ruolo ben preciso, è vero che Filippo spiega all’uomo etiope la Scrittura che sta leggendo. Questo però non lo rende superiore, rimangono fratelli che dialogano su Dio a partire dalla Scrittura.

3. il terzo ingrediente è quello essenziale: è Cristo. l'uomo etiope leggeva Isaia e non capiva fino in fondo. Questo passaggio è molto delicato e un po’ imbarazzante: per Filippo è ovvio che quel brano di Isaia parli di Gesù. È uno dei cosiddetti canti del Servo di Dio, del servo sofferente che i primi cristiani hanno subito identificato con Gesù.
Gli ebrei non sono ovviamente d’accordo con questa interpretazione di questo brano e ovviamente questa loro posizione va da noi accolta e rispettata. Ma qui, l’uomo etiope trova Dio attraverso Gesù e, viceversa, Dio trova l’uomo etiope attraverso Gesù, che gli viene annunciato da Filippo. Senza Cristo l’etiope non capiva la Scrittura.
Dal punto di vista cristiano, senza Cristo non si ha nemmeno Dio. Cristo è il centro della fede e il centro della Scrittura; tutto nella Scrittura porta a Cristo, e tutto ciò che non porta a Cristo è contesto, è periferia e non centro.
Quello che accade qui vale anche per la nostra lettura biblica. Lasciando stare la difficile questione se l’Antico Testamento parli o meno direttamente di Gesù, il criterio che è indicato in questo testo biblico vale anche per noi e per la nostra lettura della Bibbia e del Nuovo Testamento in particolare. Nella Bibbia noi cerchiamo Cristo, e leggiamo tutta la Bibbia in funzione della testimonianza che di Cristo ci vuole dare. La Bibbia vuole testimoniare l’opera di Cristo per noi e se noi vi cerchiamo altro, andiamo fuori strada. Al centro della testimonianza biblica c’è Cristo e la sua opera di liberazione dal peccato, dall’ipocrisia, dalla morte. Se noi mettiamo qualcos’altro al centro della nostra lettura della Bibbia, rischiamo di essere ingannati.
Nella Bibbia non trovo la società perfetta, la famiglia perfetta, l’etica perfetta; nemmeno la chiesa perfetta. Nella Bibbia trovo Cristo che è molto più di tutto questo. E poi tocca a me a vivere la mia fede in Cristo e concretizzarla attraverso la mia etica, nella mia chiesa, la mia famiglia, la mia società. Anche quelli che già sono cristiani e lo sono da molto tempo hanno bisogno di qualcuno che ripeta e ricordi loro questo criterio e dica loro di cercare nella Scrittura Cristo e lui soltanto. Ciascuno di noi ha bisogno di un Filippo che ci dica questo.
Anche e soprattutto duemila anni dopo Cristo abbiamo bisogno di sentirci dire e ridire che nella Bibbia ci viene incontro Cristo e lui dobbiamo cercare quando la apriamo. Perché è sempre grosso il rischio di volerci trovare qualcos’altro di più comodo o di più consono alle proprie idee.

Questi sono i tre ingredienti, i tre mezzi attraverso cui Dio trova l’uomo etiope: Filippo, cioè il fratello, la Scrittura e Cristo, che è l’essenziale, quello verso il quale portano sia il fratello o la sorella, sia la Scrittura.

Il racconto termina con il battesimo: «che cosa impedisce che io sia battezzato?» che cosa lo impedisce? Potrebbe essere una domanda generica, che sottintende il fatto che davvero nulla impedisce il battesimo, oppure, secondo qualcuno, potrebbe esserci un riferimento al fatto che questo uomo sia un eunuco. Se egli è davvero un eunuco in senso fisico, allora gli era impedito di partecipare al culto del tempio di Gerusalemme. Potrebbe allora avere il dubbio che anche il battesimo gli sia impedito per lo stesso motivo. E invece no, nulla impedisce il suo battesimo. Se c’è la fede, se egli ora ha la fiducia che Dio lo abbia trovato, nulla impedisce il battesimo, che sia o no un eunuco, che sia ebreo, pagano o timorato di Dio, che sia bianco o nero (e lui era nero…), che sia uomo o donna, che sia etero o omosessuale nulla impedisce che sia battezzato, che riceva il segno che lega i cristiani alla morte e resurrezione di Cristo.

Questa è la conclusione del racconto: l’uomo che cercava Dio, è stato trovato da Dio. Ma c’è ancora un dettaglio che ci dice come la storia va avanti: «Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più» (8,39).
Filippo ha fatto quello che doveva fare, essere strumento dell’incontro tra l’eunuco e Dio. Ora può andarsene, e in effetti lo Spirito lo porta via. Continuerà a essere strumento di quell’incontro tra Dio e altri esseri umani, altrove. Il messaggero è, appunto, solo un messaggero. Una volta che ha portato il messaggio, può andare via, perché ciò che conta è il messaggio, non il messaggero. L’etiope rimane con la Scrittura in cui ha trovato Cristo, e questo gli basta. Un dettaglio che è un ammonimento a tutti i predicatori e pastori affinché non si ritengano indispensabili…
Ora l’etiope può andare da solo. Il racconto ci dice solo che se ne va tutto allegro, allegro di avere incontrato Cristo, allegro di essere stato trovato da Dio. La tradizione dirà che è diventato un evangelizzatore e ha convertito anche la sua regina. Ma il testo biblico si ferma prima, si ferma alla gioia: la sua vita è cambiata e lui ne è felice. È felice perché è stato trovato da Dio e grazie a Filippo e alla Scrittura ha scoperto Cristo. 
 
Anche noi un giorno siamo stati e siamo trovati e abbiamo scoperto Cristo, anzi e ogni giorno veniamo trovati e scopriamo Cristo. E come questo nostro antico padre nella fede, la gioia possa accompagnare anche il nostro cammino verso le mete che il Signore ci indicherà.