mercoledì 28 luglio 2021

Predicazione di domenica 25 Luglio 2021 su Matteo 28,16-20 a cura di Giuseppe Sgroi

Matteo 28,16-20

16 Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».


Care sorelle e cari fratelli, confesso la mia emozione nell’essere qui dopo questo lungo periodo di chiusure, zone rosse, culti online; è come se fosse la prima volta, succede sempre, sia tutte le volte che mi ritrovo a predicare in una comunità nella quale non avevo mai predicato prima oppure dove non predico da molto tempo e soprattutto dopo questo periodo.

Quest’emozione è sempre un momento particolare che riprovo in queste occasioni.

I versetti che abbiamo letto, fanno pensare che anche per i discepoli, che pure avevano vissuto con Gesù per diverso tempo, che l’avevano visto fare cose strabilianti, l’avevano sentito dire cose nuove, innovative, anche per loro, il momento di quest’incontro raccontato dal vangelo, dev’essere stato emozionante e allo stesso tempo sbalorditivo, a tratti incredibile, come un’altra prima volta, al punto che, dice il testo, alcuni dubitarono.

Il verbo greco che l’evangelista usa qui, significa effettivamente dubitare ma potremmo anche tradurlo con “essere incerto”, che di fatto è un sinonimo.

Proviamo a rivivere con i discepoli quel momento: diversamente da altri Vangeli, Matteo non ci racconta altre apparizioni del Risorto, a parte quella alle tre donne che andarono al sepolcro. Per tutti gli altri discepoli dunque si trattava proprio della prima volta dopo la resurrezione.

È comprensibile che ci fosse dello sconcerto e dunque dell’incertezza. Incertezza che nemmeno la visione del Risorto in quel momento riuscì a colmare. Ma in fondo, non è certamente qualcosa di strano: quante volte nella nostra vita, chi più e chi meno, ha avuto delle incertezze; a volte queste incertezze si sono riflesse pure nella nostra fede.

Non sempre è filato tutto liscio.

Eppure con tutte le nostre incertezze e le difficoltà che esse comportano - e possiamo dire che quest’anno trascorso, tra pandemia, divieti di spostamento, chiusure, lutti, ebbene tutte queste cose, non hanno fatto altro che aumentare, in molti casi, il senso d’incertezza – eppure siamo qui, a leggere questi versetti, queste parole del Vangelo, che ci toccano nel profondo, toccano le corde più intime della nostra stessa fede e ci pongono degli interrogativi importanti, quelli relativi appunto alla resurrezione del Cristo, che è un elemento centrale della fede cristiana, oserei dire, che è l’elemento centrale; per dirla con Lutero, parafrasandolo, è l’articolo sul quale la fede cristiana sta o cade (articulus stantis vel cadentis fidei).

Ma il Vangelo continua a raccontare e le parole del Risorto ci annunciano tre momenti importanti:

uno al passato, Gesù dice ‘‘Ogni potere mi è stato dato’’, ossia qualcosa che è già avvenuta e che dura ancora nel momento nel quale il Risorto parla;

uno al presente, ‘‘Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli’’, un presente che è ancora presente, anche oggi, non è ancora passato;

uno al futuro, ‘‘io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente’’, un futuro dunque carico di promesse e di forza.

Poche settimane fa è stato presentato un libro a fumetti di Andrea Tridico, che frequenta talvolta la Chiesa Valdese di Torino, intitolato “Il Sentiero”; questo libro narra la storia del Glorioso Rimpatrio dei valdesi e la incrocia con quella di un ragazzo ivoriano, Enoch è il suo nome, che nel 2019 arriva in Italia con uno dei tanti barconi.

Durante il lungo viaggio che aveva intrapreso con la sorella, ha vissuto situazioni terribili: il deserto, i trafficanti, lo stupro e la morte della sorella, la traversata su un gommone.

Enoch arriva in Italia e rientra nel programma di accoglienza della Chiesa Valdese e accolto in casa da una nostra sorella di chiesa a Torre Pellice. Mentre si trovava nella biblioteca del Centro Culturale, trova una copia del diario di David Mondon, valdese esiliato a Ginevra che prese poi parte (à la Glorieuse Rentrée) al Glorioso Rimpatrio. Enoch s’identifica con questo giovane e con i suoi racconti, facendo un parallelo tra la sua migrazione e il Glorioso Rimpatrio.

Ma la vita lo colpisce ancora: viene aggredito e picchiato solo perché straniero. Tenta di fuggire in Francia ma ha un incidente e rischia di morire.

La sua fede, quella nella quale è stato cresciuto (Enoch è cristiano), non solo vacilla, ma cade, rotola rovinosamente come la sua vita.

I suoi dubbi e le sue ansie diventano enormi. Si chiede se Dio è ancora veramente al suo fianco.

Come dargli torto!

Le parole del Vangelo di oggi ci riportano in qualche modo a questa storia.

I tre momenti descritti dal Risorto, il passato con il potere che gli fu dato, il potere di parlare dell’amore del Padre, il potere di guarire, il potere di amare fino all’ultimo momento, perdonando chi lo aveva fatto condannare e crocifiggere, non è semplicemente un sentimento umano ma è qualcosa di più, molto di più.

Il momento presente ci chiama alla testimonianza della fede, testimonianza che probabilmente non sappiamo più esprimere in modo chiaro e completo e forse la decrescita stabile delle nostre comunità, ne è il sintomo più chiaro. Il Cristo Risorto ci chiama anche a questo, ci chiama ad esprimere le nostre convinzioni, la nostra fede; senza denigrare la fede altrui laddove c’è, senza banalizzarla, senza offenderla; ma senza banalizzare o offendere nemmeno chi una fede non la esprime o non sa esprimerla. Ma in maniera mite, come mite fu Gesù, ci chiama ad esplicitarla, a comunicarla esattamente come la donna, sorella di chiesa, che nel racconto non solo accoglie questo giovane, ma lo sostiene quando la sua vita e con essa la sua fede, vacillano e cadono.

Noi abbiamo un argomento valido, più che valido: l’amore! Quello del Padre verso i suoi figli e figlie, quello del Cristo che perdona tutto, tutti e tutte, quello dello Spirito, che suscita fede e doni, quello reciproco tra esseri umani, che è un riflesso di quello del Padre e che apre le braccia e accoglie.

E poi c’è l’ultimo momento, è quello futuro, ma che parte dal nostro presente: la sua presenza al nostro fianco finché vivremo. E forse quest’ultimo momento è il più problematico, il più complesso, quello meno facile da vivere e da dire. Se avessimo avuto Enoch qui oggi, forse non avremmo saputo esattamente cosa dirgli.

Si perché ancora una volta, la vita che viviamo non sempre ci viene incontro, non sempre è d’aiuto; c’è chi vive il dramma della perdita di una persona cara; c’è chi convive con una malattia debilitante e invalidante; c’è chi ha perso il lavoro e non sa come fare. C’è chi ha perso la propria serenità familiare e questo lo/la fa sentire distante da qualunque rapporto umano e anche con il divino, con il buon Dio. La lista potrebbe continuare a lungo.

Non è facile porre fede a questa promessa che il Risorto pronuncia, “io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente”; non lo è!

E i drammi che sottintendono a questo, non sono, né possono essere semplificati oltremodo, senza correre il rischio di banalizzarli.

Eppure, il nostro essere qui oggi, dentro questa sala di culto, testimonianza di chi ci ha preceduti e ha creduto che questo luogo fosse importante, quale simbolo della fede concreta e vissuta, quale testimonianza oggettiva del credo della comunità, il nostro essere qui anche oggi, dobbiamo comprenderlo non come la buona azione settimanale, quella del buon cristiano, ma come la risposta ad un appello che ci è stato rivolto e chiaramente anche come testimonianza.

Cosa vuol dire per noi oggi “fate miei discepoli tutti i popoli”?

Forse il Vangelo di oggi ci sta invitando ad avere coraggio, a tenere in particolare considerazione l’amore del buon Dio e trasmetterlo con tutta la forza che abbiamo.

Forse in questa nostra società governata dall’efficienza del consumismo, c’è bisogno di una pausa di riflessione e forse noi potremmo essere, come credenti, coloro i quali pongono un motivo di riflessione, vero e profondo; riflessione che inizia da noi stessi, per poi estendersi agli altri che ci circondano, persone conosciute e a noi care e persone sconosciute ma bisognose di una parola di conforto e d’amore.

Non avremo risolto i problemi del mondo, proprio no! Ma magari avremo provato a risolvere il problema di un singolo, di una persona, facendo intravedere, al nostro potenziale interlocutore, una speranza, un soggetto di riflessione, gioendo anche di questo, di questi piccoli progressi, di queste piccole cose, ma anche grandi cose, perché fatte con amore.

E forse in questo modo potremo anche sperimentare la presenza del Cristo accanto a noi, agendo verso l’altro, verso l’altra, “tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente”, dice il Vangelo.

Adesso dunque, care sorelle e cari fratelli, non ci resta che prendere il nostro coraggio, e se ne fossimo sprovvisti, potremmo sempre chiederlo al buon Dio, e assieme al nostro coraggio, anche la nostra poca o tanta fede e provare a dire: caro fratello, cara sorella, non disperare, anche se può sembrare banale dirlo e affermarlo, anche se è difficile vederlo, anche se è difficile crederlo, anche se è difficile sentirlo, il buon Dio, in Cristo, ti è vicino, capisce il tuo tormento, comprende le tue difficoltà. Lo sa, lo sa perché l’ha provato prima di noi, in Gesù, perché ha scelto di provarlo, non era obbligato ma lo ha fatto, l’ha voluto fare e quindi sa cosa si prova a dire “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”.

Lo sa, per questo motivo è con te, è con noi, “tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente”.

Amen.





domenica 18 luglio 2021

Predicazione di domenica 18 luglio 2021 su 1 Re 17 a cura di Marco Gisola

1 Re 17,1-7

1 Elia, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Galaad, disse ad Acab: «Com’è vero che vive il SIGNORE, Dio d’Israele, che io servo, non ci sarà né rugiada né pioggia in questi anni, se non alla mia parola».

2 La parola del SIGNORE gli fu rivolta in questi termini: 3 «Parti di qua, va’ verso oriente, e nasconditi presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. 4 Tu berrai al torrente, e io ho comandato ai corvi che là ti diano da mangiare». 5 Egli dunque partì, e fece secondo la parola del SIGNORE; andò e si stabilì presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. 6 E i corvi gli portavano del pane e della carne la mattina, e del pane e della carne la sera; e beveva al torrente. 7 Ma di lì a qualche tempo il torrente rimase asciutto, perché non pioveva sul paese.



Nel brano di oggi incontriamo uno dei personaggi più famosi e anche più straordinari dell’Antico Testamento: il profeta Elia. Il secondo libro dei Re racconterà che Elia verrà rapito in cielo su un carro di fuoco e proprio perché rapito in cielo, gli ebrei ne attendono il ritorno come precursore del messia: prima del messia ritornerà Elia. Per questo gli ebrei lasciano una sedia vuota per Elia durante la cena di pasqua.

Il brano di oggi è la prima volta che Elia fa la sua comparsa; sul suo conto ci viene detto molto poco. Il racconto ci dice solo da dove viene: “Elia il tisbita”: Tisbe è il luogo da cui proviene, che si trovava in una regione periferica di Israele; le sue origini sono dunque oscure, e non ci viene detto nulla né della sua famiglia né del suo passato.

Elia compare così, quasi dal nulla per rivolgere al re Acab una parola di giudizio, cioè l’annuncio di una terribile siccità.

Acab è re di Israele e di Samaria, cioè della parte settentrionale del regno, mentre la parte meridionale chiamata Giuda, aveva un altro re. Acab è un re infedele e idolatra: il capitolo precedente ci dice che “fece ciò che è male agli occhi del Signore più di tutti quelli che lo avevano preceduto”.

Acab aveva sposato Izebel o Gezabele, una donna cananea e insieme a lei costruisce altari al Dio cananeo Baal e alla dea Astarte e a Baal costruisce anche un tempio.

La parola che Elia rivolge ad Acab è una parola di giudizio, in cui Elia annuncia una cosa terribile per chi vive di prodotti della terra, la siccità: “non ci sarà né rugiada né pioggia in questi anni”. Siccità vuol dire niente raccolti, vuol dunque dire niente cibo.

Elia rivolge questa parola di giudizio ad Acab e poi se ne va, senza che il racconto ci dica come Acab abbia reagito e che cosa abbia fatto o detto. Elia va via perché Dio gli dice di andare a nascondersi: evidentemente con Acab non c’è da stare tranquilli, anzi c’è motivo di avere paura.

Dio dice ad Elia di andare presso un torrente da cui potrà bere e gli dice che Dio ha ordinato a dei corvi che gli portino da mangiare. Elia fa come Dio gli aveva detto e si reca al torrente e qui in effetti i corvi gli portano pane e carne da mangiare.

La permanenza di Elia al torrente è molto di più che una fuga dalla probabile vendetta di Acab per le sue parole. Il fatto che Elia vada dove Dio gli dice di andare è il segno che non può più tornare alla vita di prima, qualunque essa fosse.

Ora Elia è il profeta, si è presentato ad Acab come “servo di Dio” e la sua vita dipende ora tutta da Dio. Non si è profeti part-time, ma questo dice a noi non si è neanche credenti part-time o cristiani part-time: la chiamata di Dio coinvolge tutta l’esistenza, anche se non nel modo in cui è toccato ad Elia.

Queste riflessioni, insieme a diverse altre cose che vi sto dicendo, le ha scritte il pastore Giorgio Tourn in questo bel libretto su Elia (Claudiana, 2005), in cui, proprio a proposito dei corvi che nutrono Elia, Tourn scrive una cosa molto bella e importante: ricevendo il cibo dai corvi Elia deve imparare che un credente non vive di ciò che possiede, ma vive di ciò che riceve.

Elia si è presentato come servo di Dio. Ma essere servi di Dio non è un fatto, non è una divisa da indossare, e tanto meno un privilegio. È un compito, un dono e anche un cammino, che Elia sembra aver appena iniziato.

E infatti Elia, che ha annunciato la siccità deve ora lui stesso sperimentare la sete, perché il ruscello presso il quale Dio lo ha mandato a nascondersi, dopo un po’ si asciuga.


1 Re 17,8-16

8 Allora la parola del SIGNORE gli fu rivolta in questi termini: 9 «Àlzati, va’ ad abitare a Sarepta dei Sidoni; io ho ordinato a una vedova di laggiù che ti dia da mangiare». 10 Egli dunque si alzò, e andò a Sarepta; e, quando giunse alla porta della città, c’era una donna vedova, che raccoglieva legna. Egli la chiamò, e le disse: «Ti prego, vammi a cercare un po’ d’acqua in un vaso, affinché io beva». 11 E mentre lei andava a prenderla, egli le gridò dietro: «Portami, ti prego, anche un pezzo di pane». 12 Lei rispose: «Com’è vero che vive il SIGNORE, il tuo Dio, del pane non ne ho; ho solo un pugno di farina in un vaso, e un po’ d’olio in un vasetto; ed ecco, sto raccogliendo due rami secchi per andare a cuocerla per me e per mio figlio; la mangeremo, e poi moriremo». 13 Elia le disse: «Non temere; va’ e fa’ come hai detto; ma fanne prima una piccola focaccia per me, e portamela; poi ne farai per te e per tuo figlio. 14 Infatti così dice il SIGNORE, Dio d’Israele: “La farina nel vaso non si esaurirà e l’olio nel vasetto non calerà, fino al giorno che il SIGNORE manderà la pioggia sulla terra”». 15 Quella andò e fece come Elia le aveva detto; lei, la sua famiglia ed Elia ebbero di che mangiare per molto tempo. 16 La farina nel vaso non si esaurì, e l’olio nel vasetto non calò, secondo la parola che il SIGNORE aveva pronunciata per bocca d’Elia.



Elia non ha solo sete, ha anche fame. Dopo averlo nutrito attraverso i corvi, cioè con un suo intervento miracoloso diretto, ora Dio decide di provvedere al nutrimento di Elia attraverso altri esseri umani. E chi sceglie Dio per nutrire il suo profeta?

Sceglie una donna vedova e straniera; dunque una persona tre volte fragile o per meglio dire tre volte resa fragile dalla sua società: perché donna, perché vedova e, dal punto di vista ebraico, perché straniera. Dio manda infatti Elia a Sarepta di Sidone, nel territorio dei fenici, fuori da Israele. La donna che nutrirà Elia è dunque pagana.

Questa donna sarà citata da Gesù, quando nella discussione con i suoi concittadini di Nazareth dirà che con tutte le vedove che erano presenti in Israele Dio aveva mandato Elia proprio dalla vedova di Sarepta al di fuori di Israele.

Ma la donna non è solo vedova e straniera, è anche povera, anzi è ridotta in miseria a tal punto che, quando Elia le chiede di portarle un po’ di pane, lei dice che non può, perché userà l’ultima farina che le rimane e l’ultimo residuo di olio per fare un po’ di pane e placare la fame sua e di suo figlio, e poi si lasceranno morire.

Il grande profeta Elia, quello che secondo la tradizione ebraica non morirà ma sarà portato in cielo sopra un carro di fuoco deve sperimentare l’aiuto di una vedova straniera… che non può aiutarlo. Che non potrebbe aiutarlo, se non intervenisse Dio stesso.

Elia è sicuro che Dio interverrà e dice alla donna di impastare sia per lui, sia per lei stessa e per suo figlio e dichiara che la farina non diminuirà e l’olio non scenderà di livello.

Avviene un miracolo di moltiplicazione dell’olio e della farina, cosicché la donna può nutrire se stessa e suo figlio e anche questo misterioso ospite che le è capitato in casa, che chiedendole da mangiare ha fatto sì che potesse mangiare anche lei con suo figlio.

La bellezza di questo episodio è che Elia salva e salvando viene salvato, aiutando viene aiutato. O per meglio dire: Dio salva sia Elia, sia la donna e suo figlio, creando tra loro un legame salvifico. Dio li salva entrambi, ma li salva insieme, soltanto insieme si salvano e vengono salvati.

Come sottolineerà Gesù a Nazaret, è significativo che questo accada fuori da Israele. Elia ha dovuto fuggire per paura di Acab e della moglie Izebel. Nel suo paese rischiava di morire, in terra straniera e pagana trova vita e salvezza, e la trova per mano di una vedova che non ha nulla.

Una anticipazione – e quindi indirettamente una conferma – di quel che scriverà Paolo, cioè che Dio ha scelto le cose che non sono – come questa vedova poverissima – per ridurre al niente le cose che sono, il re e la regina.

Elia, la donna e il figlio sono salvi dalla morte causata dalla siccità e dalla mancanza di cibo. Ma il cammino interiore di Elia non è ancora finito. Prima di proseguire il suo cammino di profeta e tornare in Israele, deve fare ancora un pezzo di strada dentro di sé.

Deve confrontarsi con il limite della vita, cioè con la morte, ma non la sua, ma quella del giovane figlio della donna che Dio ha salvato con lui.



1 Re 17,17-24

17 Dopo queste cose, il figlio di quella donna, che era la padrona di casa, si ammalò; e la sua malattia fu così grave, che egli cessò di respirare. 18 Allora la donna disse a Elia: «Che ho da fare con te, o uomo di Dio? Sei forse venuto da me per rinnovare il ricordo delle mie iniquità e far morire mio figlio?» 19 Egli le rispose: «Dammi tuo figlio». Lo prese dalle braccia di lei; lo portò su nella camera di sopra, dove egli alloggiava, e lo coricò sul suo letto. 20 Poi invocò il SIGNORE, e disse: «SIGNORE mio Dio, colpisci di sventura anche questa vedova, della quale io sono ospite, facendole morire il figlio?» 21 Si distese quindi tre volte sul bambino e invocò il SIGNORE, e disse: «SIGNORE, mio Dio, torni, ti prego, l’anima di questo bambino in lui!» 22 Il SIGNORE esaudì la voce d’Elia: l’anima del bambino tornò in lui, ed egli visse. 23 Elia prese il bambino dalla camera di sopra e lo portò al pian terreno della casa, e lo restituì a sua madre, dicendole: «Guarda! tuo figlio è vivo». 24 Allora la donna disse a Elia: «Ora riconosco che tu sei un uomo di Dio, e che la parola del SIGNORE, che è nella tua bocca, è verità».



La storia tocca il culmine della tragedia familiare: la morte di un figlio. La madre rimprovera Elia, che in realtà non c’entra nulla, ma è molto umano il bisogno di dare la colpa a qualcuno davanti alle tragedie.

La donna ha capito che Elia non è una persona qualunque, che con lui c’è Dio (da pagana penserà che c’è un qualche dio, non importa quale…) e dunque quest’uomo e il suo Dio, secondo lei, devono c’entrare qualcosa con la morte di suo figlio.

Elia non si scoraggia. Dio non c’entra con la morte del ragazzo, ma può c’entrare con la sua vita, con il suo ritorno alla vita.

Elia dunque prega. È la prima volta che il racconto ci dice che Elia preghi. Fa parte del cammino che Elia deve fare: finora era stato molto sicuro di sé, era stato molto sicuro che Dio fosse con lui e in effetti era così, Dio lo aveva protetto e nutrito senza che Elia dovesse chiedere nulla.

Ora Elia deve chiedere. La sua prima preghiera è in realtà una domanda, anzi una protesta: «SIGNORE mio Dio, colpisci di sventura anche questa vedova, della quale io sono ospite, facendole morire il figlio?». Ma poi arriva la richiesta: «SIGNORE, mio Dio, torni, ti prego, l’anima [cioè la vita] di questo bambino in lui!».

«Il SIGNORE esaudì la voce d’Elia». Il ragazzo torna a vivere. E anche la madre in qualche modo torna a vivere e anche lei fa un cammino che non so se si può definire conversione, ma sicuramente di fiducia: «Ora riconosco che tu sei un uomo di Dio, e che la parola del SIGNORE, che è nella tua bocca, è verità».

La donna riconosce che la Parola di Dio che è nella bocca di Elia è verità. È la frase culminante del racconto: una donna straniera viene salvata due volte, insieme a suo figlio, dalla morte per opera di Dio che si serve di Elia e riconosce questa verità.

Ma anche Elia in qualche modo torna a vivere, la sua fede torna a vivere. Ha dovuto arrivare a confrontarsi con il limite estremo, il limite della morte di un ragazzo, limite davanti al quale tutti siamo impotenti. Ha dovuto umiliarsi e chiedere.

Finora era parso molto sicuro della presenza di Dio, sapeva che Dio era con lui. Questa esperienza lo ha portato a dover chiedere l’aiuto di Dio, non per sé, ma per il figlio della donna e per la donna stessa. Ma indirettamente anche per sé, per la sua fede.

Dopo aver fatto questo cammino dentro di sé Elia potrà fare il cammino di ritorno verso Israele, dove incontrerà di nuovo il re Acab e avrà luogo lo scontro con i profeti di Baal. Vincerà – o meglio: Dio vincerà - e proprio perché vincerà dovrà di nuovo fuggire fino al monte Oreb.

Elia era sicuro che Dio fosse con lui, ma Dio lo ha messo alla prova, gli ha fatto sperimentare il bisogno e al tempo stesso la sua provvidenza, gli ha fatto sperimentare che è importante riconoscere il bisogno e il bisogno di essere aiutati, magari da una vedova che non ha nulla, per capire che tutto è donato da Dio e tutto è ricevuto.

Ha dovuto imparare a chiedere l’aiuto di Dio e questo lo ha fatto crescere e lo ha reso pronto a nuovi cammini.

La storia di Elia è straordinaria, piena di prodigi e quasi eroica, al punto che ci sembra lontana anni-luce dalle nostre piccole vite. Ma Elia non è un eroe. È un profeta, dunque un servo, come dice lui stesso. E come dice la donna, è la parola che è dentro di lui che è verità, non Elia. E la parola è dentro di lui perché Dio gliela ha donata.

È giusto che Elia rimanga un personaggio stra-ordinario, così come la Bibbia ce lo presenta. Ma la straordinarietà della sua figura è solo la straordinarietà della Parola che Dio gli ha affidata, Parola che nutre – come fanno i corvi - che crea comunione – come quella che nasce tra la donna ed Elia – che dona la vita e dona la nuova vita – come al figlio della donna.

È questa parola che è stra-ordinaria e fa tutto questo anche nelle nostre piccole e normali vite. Che il Signore ci dia la stessa fiducia a cui è arrivata questa anonima donna, che riconosce che nei cammini tortuosi di ogni nostra esistenza, cammina con noi questa Parola che è verità che nutre e fa vivere.

Predicazione di domenica 4 luglio 2021 su 1 Corinzi 1,18-25 a cura di Marco Gisola

Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti». Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.  I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.


“I Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza”. E noi? Noi a volte vorremmo tutti e due, vorremmo miracoli e vorremmo sapienza. Vorremmo vedere e vorremmo sapere. Vorremmo vedere dei segni, dei segni concreti per poter dire “qui c’è Dio”, “questo lo ha fatto Dio”, “Dio ha voluto così”. E vorremmo sapere, abbiamo tanti perché, tante domande a cui vorremmo poter dare una risposta. Sapere perché qualcosa è successo, sapere che cosa succederà, sapere qualcosa di più sul regno di Dio. È umano tutto ciò, molto umano, è nella nostra natura voler vedere e voler sapere.
Ma l’evangelo non consiste nel vedere e non consiste nel sapere, e Dio si rivela in ciò che è scandalo per chi vuol vedere e pazzia per chi vuole sapere.
Vuoi vedere? Dio ti fa vedere Gesù crocifisso. Un uomo crocifisso è un uomo appeso alla croce, appeso a lungo alla croce, un uomo agonizzante, sofferente, alla fine. Era una morte lenta ad atroce, che diventava spettacolo, macabro e terribile spettacolo, perché doveva spaventare quelli che pensavano di ribellarsi ai romani – era infatti la morte dei ribelli – e perché i romani stessi potessero dimostrare e mostrare il loro potere e la loro forza. Era una morte, appunto, da vedere, a cui si poteva assistere. Vuoi vedere? Questo ti fa vedere Dio, un essere umano crocifisso. Questo è il miracolo che Dio ci fa vedere. E come ben sappiamo, Gesù ne ha fatti di miracoli, ne ha fatti molti di miracoli i cui effetti erano ben visibili: paralitici che camminavano, indemoniati liberati dal demonio, ciechi che tornavano a vedere… chi lo ha seguito ne ha viste tante di cose straordinarie! Ma l’ultimo e definitivo miracolo, l’evento di salvezza che Dio stesso opera per noi, si vede solo lì, nel Gesù crocifisso. Scandalo, non solo per i giudei, ma per tutti.
Scandalo vuol dire inciampo; inciampiamo nel crocifisso, nel senso che non possiamo toglierlo di mezzo, non possiamo “bypassarlo”, non possiamo fare un’altra strada, ci incappiamo dentro. O meglio: possiamo fare un’altra strada ovviamente, ma non è più la strada della fede cristiana. La fede cristiana passa di lì. Questo c’è da vedere.
Vuoi sapere? Vuoi trovare Dio attraverso la tua intelligenza, il tuo studio, la tua meditazione, vuoi trovare Dio nelle tue idee o nelle tue emozioni? Non lo trovi. Non lo trovi a partire da te, lo trovi al di fuori di te e non in ciò che è alto, bello, ricco e potente. Ma nel crocifisso. Se cerchiamo un Dio logico e razionale non lo troviamo, o se lo troviamo non è il Dio di Gesù Cristo, è qualcos’altro. Perchè il Dio di Gesù Cristo lo troviamo appunto in Gesù Cristo, e in lui crocifisso. Pochi versetti più avanti in questa stessa lettera Paolo scriverà: “quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso” (2,2). Di non sapere altro fuorché Gesù crocifisso. E dunque, per chi vuole sapere, il Cristo crocifisso è pazzia, dice Paolo. Che cosa c’è da sapere in un uomo crocifisso? Nulla, non c’è nulla da sapere se non constatare il suo fallimento e la sua fine.
Ecco, scandalo e pazzia questo è il Cristo crocifisso per la nostra voglia di vedere e per la nostra voglia di sapere. Scandalo e pazzia per i nostri occhi umani e per la nostra mente umana. Ma Dio – ci dice Paolo – rende pazzo ciò che per noi è saggio e intelligente. Dio, cioè rovescia tutto, mette le cose sottosopra: ciò che alla nostra mente umana appare scandaloso e ciò che alla nostra sapienza umana appare folle, è invece proprio ciò che Dio ha scelto per rivelare la sua forza e la sua sapienza.
Forse davanti al Cristo crocifisso ci scandalizziamo, perché ci sembra troppo debole per c’entrare qualcosa con Dio... E invece è proprio quella la potenza di Dio. Forse davanti al Cristo crocifisso ci scandalizziamo, perché ci sembra totalmente folle che Dio venga a noi in questo modo, che il figlio di Dio faccia questa fine… E invece è proprio quella la sapienza di Dio. Ciò che a noi sembra folle e debole, in realtà non lo è. O meglio: lo è per la nostra logica e per la nostra ragione, ma non lo è per Dio. Ciò che, umanamente parlando, è debole e folle è invece forza e sapienza di Dio.
Dio si rivela nel Gesù crocifisso. E nella croce pronuncia innanzitutto il nostro giudizio, il giudizio sulla potenza umana, quella che ha portato Gesù sulla croce, e sulla sapienza umana, che non ha potuto riconoscere in Gesù il figlio di Dio e lo ha anzi respinto come un impostore e lo ha ucciso. Nella croce Dio pronuncia il suo giudizio su di noi; sbaglieremmo a dare una lettura romantica della croce, vedendovi solo l’amore di Dio per noi e vedendo noi solo come i destinatari del suo amore. Che l’evento della croce è il culmine dell’amore di Dio per noi è vero, ma se dimentichiamo che essa è anche giudizio su di noi, è solo una mezza verità e dunque è una mezza bugia. Una lettura romantica o mielosa della croce sarebbe quella che Bonhoeffer chiamava “grazia a buon mercato”, perché grazia senza giudizio, dunque un fraintendimento dell’evangelo. La croce è il giudizio su di noi, è il giudizio sulla nostra potenza e sulla nostra sapienza, che vengono smascherate e giudicate, che crollano davanti alla croce.
La nostra potenza e la nostra sapienza davanti alla croce o crollano o la rifiutano. Per usare un’immagine, davanti alla croce o crolliamo noi o crolla la croce, nel senso che la rifiutiamo e la eliminiamo dall’orizzonte, magari trasformandola in un bel simbolo da appendere al muro, ma rifiutando il giudizio che essa è nei nostri confronti. Perché prima di essere i destinatari dell’amore di Dio che lì si rivela, siamo coloro che quella croce l’hanno eretta e ci hanno crocifisso Gesù, costruendo quindi il nostro stesso giudizio. Essa è il giudizio e dunque il limite contro il quale si infrangono la nostra voglia di miracoli e la nostra voglia di sapienza. È il giudizio sul nostro voler vedere e voler sapere.
Se non possiamo vedere e non possiamo sapere, allora possiamo solo credere. Noi vorremmo vedere e vorremmo sapere. Ma non è la nostra vista a darci la fede, non è la nostra intelligenza a darci la fede, è solo la grazia di Dio: “per quelli che sono chiamati … predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio”. Coloro a cui Dio, nella sua grazia, ha donato la fede, possono riconoscere nella croce – che da un punto di vista umano è scandalo e pazzia – la potenza di Dio e la sapienza di Dio. Che non si vedono nella croce, perché tutto appare tranne che potenza e sapienza – ma piuttosto debolezza e follia. Che lì nella croce sono nascoste la potenza e la sapienza di Dio può solo essere creduto. Che la croce è il nostro giudizio e anche la nostra salvezza può solo essere creduto. Può solo essere annunciato e creduto. E infatti Paolo dice che a Dio – nella sua sapienza - è piaciuto “salvare i credenti con la pazzia della predicazione”, cioè dell’annuncio del Cristo crocifisso: “ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Alla pretesa di potenza e di sapienza umana, Dio oppone questo “ma”: “ma noi predichiamo Cristo crocifisso”.
La fede non è questione di vedere e non è questione di sapere. La fede nasce dall’ascolto dell’annuncio del Cristo crocifisso, nostro giudizio e nostra salvezza; nella croce di Cristo Dio contemporaneamente ci giudica e ci salva dal giudizio. “Ma noi predichiamo Cristo crocifisso” e questo rimane il compito della chiesa, di ogni chiesa. Nel Cristo crocifisso apparentemente troviamo solo follia e debolezza. Ma “la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. Dio è più saggio della nostra presunta saggezza e più forte della nostra presunta forza. E nella croce si rivelano essere nulla sia la nostra presunta saggezza, sia la nostra presunta forza.
La croce rimane scandalo e follia, e guai se non fosse così, guai se la croce ci diventasse logica e normale. Davanti ad essa continuiamo ad inciampare, ma Dio viene a dirci che questa croce, che è scandalo e follia, è il nostro giudizio e anche la nostra salvezza.
Perché a Dio è piaciuto di salvare i credenti con la pazzia della predicazione, che ci fa “vedere” e ci fa “sapere” il Cristo crocifisso. Non c’è altro da vedere e non c’è altro da sapere, non c’è altro modo per vedere e per sapere ciò di cui abbiamo bisogno al di fuori dell’annuncio dell’evangelo.
Ci basta Gesù crocifisso, lì c’è tutta la nostra colpa, ma c’è anche tutta la grazia di Dio e dunque tutta la nostra salvezza.

domenica 20 giugno 2021

Predicazione di domenica 20 giugno 2021 su Luca 15,1-10 a cura di Marco Gisola

Luca 15,1-10

Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento. «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? Quando l’ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta”. Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».


Chi di voi – care sorelle e fratelli - avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? Chi di noi non farebbe così? Diciamo la verità: nessuno di noi farebbe così. Nessuno di noi lascerebbe 99 pecore nel deserto per andare a cercarne una, rischiando che le 99, o anche solo alcune di esse, facessero una brutta fine. Nessuno di noi farebbe così, perché non sarebbe logico, non avrebbe alcun senso. Ma siamo davanti a una parabola, non al manuale di un corso di formazione per pastori di pecore. E la parabola vuole annunciare l’evangelo, vuole darci un messaggio chiaro attraverso la breve storia che ci racconta. Che la storia sia logica oppure no, non importa, quello che importa è il messaggio, è – potremmo dire – l’evangelo che vuole annunciarci.

La parabola della donna che cerca la moneta è più logica, più comprensibile: ho perso dei soldi, ho perso la paga di una giornata di lavoro – questo era la dramma – e mi metto a cercarla con tutte le mie forze: accendo la luce (non c’era la luce elettrica ovviamente e i lumi ad olio si accendevano solo quando proprio necessario), spazzo la casa, guardo sotto tutti i mobili, mi do da fare. Notiamo che la donna non ha perso tutti i soldi che ha: ha dieci monete, ne perde una. E il pastore perde una pecora su novantanove. Entrambi non perdono tutto quello che hanno, ma perdono una unità: una pecora, una moneta. Ed entrambi, quando hanno ritrovato rispettivamente la pecora e la moneta fanno una gran festa, invitano amici e vicini, amiche e vicine per far festa e condividere la loro gioia. Anche questo pare esagerato: non si organizza addirittura una festa per aver ritrovato una pecora su cento o una moneta su dieci. 

Ma di nuovo non dobbiamo leggere la parabola con gli occhi della logica ma con gli occhi dell’evangelo. Il messaggio, l’evangelo di questa parabola è che – uscendo dall’immagine – Dio cerca chi si perde e quando lo trova prova grande gioia. Infatti il commento di Gesù è «Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede». Dio invita gli angeli a una festa per un peccatore che si ravvede. La parabola è tutta incentrata su Dio. Dio cerca, Dio trova, Dio gioisce.

Spesso noi definiamo noi stessi “persone in ricerca”. Usiamo questa espressione per dire che non “possediamo” la verità, per dire che Dio è molto più grande di noi e di tutto ciò che possiamo dire e pensare di lui e che quindi non sappiamo tutto. Questo intendiamo dire quando diciamo che siamo in ricerca. Ma qui invece è Dio che cerca noi, non noi che cerchiamo lui. Noi non lo troveremmo mai se lui non ci avesse trovati per primo. E noi cerchiamo proprio perché siamo stati trovati, ma la nostra ricerca – se proprio la vogliamo chiamare così – non è una ricerca vaga e indefinita, ma è una ricerca in colui che ci ha trovati, in Gesù Cristo che è il pastore che Dio ha mandato a cercarci nelle campagne, che è la donna che Dio a mandato a cercarci in mezzo alla polvere del pavimento. 

È Dio che cerca noi. E quindi forse più che usare la parola “ricerca” per indicare il nostro atteggiamento, potremmo usare il verbo del testo che abbiamo letto al battistero nella veglia ecumenica, il verbo che Gesù usa nel vangelo di Giovanni quando dice ai suoi discepoli di “rimanere” in lui. Dio ci cerca, ci trova, ci ha trovati. La nostra parte è quella di rimanere in lui, rimanendo nella sua parola. Siamo in ricerca perenne – è vero – perché non sapremo e non capiremo mai tutto di Dio e del suo regno, ma non siamo in ricerca di Dio, perché Dio non è da trovare perché ci ha già trovati lui, perché è lui che ha cercato e trovato noi.

Siamo casomai in ricerca per capire meglio la sua volontà, per conoscere meglio la sua parola (che non si finisce mai di imparare), per coltivare la nostra fede, per essere “edificati”, come diceva il testo di domenica scorsa, perché la costruzione non è mai finita. Ma non siamo in ricerca di Dio, perché è Dio che è in ricerca di noi, è Dio che ci cerca e che ci trova.

Anzi: ci aveva trovati anche prima di perderci: la pecora era del pastore e la moneta era della donna. Il pastore non cerca la pecora di un altro pastore e la donna non cerca la moneta di un’altra persona. Il pastore cerca la sua pecora e la donna cerca la sua moneta. Dunque in queste due parabole noi non siamo quelli che cercano, ma quelli che vengono trovati. E dunque salvati. 

Che cosa può accadere a una pecora da sola, sperduta per le campagne? È molto probabile che finisca nello stomaco di qualche animale più grosso di lei. E che succede alla moneta se non viene ritrovata? Rimane sepolta – magari per sempre – dietro a un mobile o in qualche buco del pavimento, inutilizzata e inutilizzabile. Morta la pecora e “morta” la moneta, perché inutilizzabile. Essere trovati è dunque essere salvati dalla morte, è ritornare alla vita. Siamo dunque noi la pecora smarrita e la moneta perduta, fuor di metafora, siamo colui o colei che Dio cerca e trova; siamo il suo discepolo, la sua discepola che si è perso e che Dio cerca e trova.

E per questo, perché ci trova, perché ti trova, Dio gioisce, fa festa. Anche qui di solito diciamo che noi siamo nella gioia quando veniamo trovati, perdonati da Dio, quando l’evangelo ci consola, ci dà gioia e speranza. E invece anche qui la parabola è tutta teo-centrica, c’è Dio al centro, il Dio che cerca, che trova e che gioisce. 

Non è un caso che l’immagine del pastore con la pecora sulle spalle sia una delle immagini più diffuse di Dio perché è un’immagine che rincuora e che consola. È meno diffusa quella della donna, penso perché a noi umani piace di più essere paragonati a una pecora che a una moneta…

Ma nelle due parabole sia il pastore, sia la donna fanno festa. E questa è una bellissima immagine di Dio: Dio che fa festa per noi; anche con noi, potremmo dire, ma il senso delle parabole è sopratutto che Dio fa festa per noi. Fa festa perchè ci ama, perché aveva perso qualcuno che è prezioso ai suoi occhi, perché lo ha cercato e lo ha trovato. 

Un ultima cosa: le due parabole mettono l’accento sul numero uno: una pecora è perduta e ritrovata dal pastore, una moneta viene perduta e ritrovata dalla donna, un peccatore si ravvede, cioè viene ritrovato da Gesù. Una pecora su cento, una moneta su dieci, un peccatore su tanti… Una pecora sola, una moneta sola, una persona sola danno così tanta gioia a Dio e ai suoi angeli!

Perché una sola pecora su cento, una sola moneta su dieci, un solo peccatore su tanti? Perché Dio non fa calcoli, non c’è un numero minimo sotto il quale “non vale la pena”, Dio si dà sempre pena, perché vale sempre la pena. Perché uno vuol dire uno, ma vuol anche dire ognuno. Perché questa è la volontà di Dio, Dio non vuole perdere nessuno, e vuole anzi trovare ognuno.

Per questo Gesù frequenta i peccatori e mangia con loro al punto che si attira i rimproveri dei farisei: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Le due parabole di Gesù rispondono proprio a questa critica; non solo Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro, ma li va a cercare, come il pastore cerca la pecora smarrita, come la donna cerca la moneta perduta. 

Come il pastore cerca la sua pecora, come la donna cerca la sua moneta, Gesù cerca noi che siamo suoi discepoli e sue discepole quando ci perdiamo. 

Siamo suoi perché ci aveva già trovati, ma quando ci perdiamo, ci viene di nuovo a cercare – come dice la parabola - “finché non ci ritrova”. 

E allora è grande festa! Per uno di noi, per una di noi, fanno festa Dio e i suoi angeli. Fanno festa per noi, che siamo stati ritrovati e che ora siamo come una pecora sulle spalle robuste del pastore, come una moneta nella mano forte della donna. 

Dio ci cerca, Dio ci trova, Dio ci porta sulle spalle o nella sua mano, Dio fa festa. Per noi, per te. Questo è l’evangelo di oggi, grazie al quale anche noi possiamo fare festa e lodare Dio.

domenica 13 giugno 2021

Sintesi della predicazione di domenica 13 giugno 2021 su 1 Corinzi 14,1-12.23-25 a cura di Giuseppe Foti

1 Corinzi 14,1-12.23-25

Ricercate l’amore e desiderate ardentemente i doni spirituali, principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, perché la chiesa ne riceva edificazione. Dunque, fratelli, se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento? Perfino le cose inanimate che danno suono, come il flauto o la cetra, se non danno suoni distinti, come si riconoscerà ciò che si suona con il flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? Così anche voi, se con la lingua non proferite un discorso comprensibile, come si capirà quello che dite? Parlerete al vento. Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio è senza significato. Se quindi non comprendo il significato del linguaggio sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me. Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa.

Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi? Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi.



Elementi essenziali del messaggio trasmesso dal nostro testo

• Avendo già parlato diffusamente dei doni dello Spirito, ora Paolo giunge ad un’ulteriore

precisazione, resa necessaria dalle divisioni e dalla confusione che regna nel culto dei

Corinzi.

• La questione è da porre in questi termini:

◦ Qui si parla di due carismi: il dono del “parlare in lingue” e il “dono di profezia”

◦ La glossolalia non è di esclusiva matrice cristiana, ma era praticata anche in altre

religioni dell’area mediterranea.

◦ Non entro nel merito della questione specifica che la riguarda. Qui mi limito a

sottolineare che l’apostolo, stando a quanto narra il testo, non intende porre l’alternativa

tra le due, pur essendo chiaro che la profezia vista sotto la luce dell’edificazione della

comunità ha una marcia in più: è comprensibile, perché espressa nella lingua che tutti

comprendono.

◦ La situazione dei Corinzi è chiarita da quanto dice Paolo ai versetti 23-25, cioè se tutti

parlano in lingue e non interpretano quanto detto, ne discende una non-edificazione ed

un/a estraneo/a che dovesse assistere potrebbe parlare di “follia”. Viceversa, nel caso che

gli stessi estranei assistessero ad un culto dove si esprimessero delle profezie, egli

potrebbe essere indotto ad un atteggiamento positivo, oppure rivelare la sua distanza da

quanto vede e sente.

◦ Perciò Paolo non intende negare che il parlare in lingue attiene ai doni dello spirito, ma

intende finalizzare anche quest’ultimo alla edificazione della comunità, viste le premesse

che lo hanno spinto a scrivere la lettera ossia le divisione che vigevano tra i Corinzi.

• La vicinanza del cap. 13 al nostro testo è un elemento che rafforza la comprensione di

quanto Paolo afferma in questo testo. Il dono delle lingue può essere accettato nell’ambito

della preghiera personale, ma quando si è riuniti nel culto è necessario comprendersi e

trasmettersi gli uni agli altri ciò che fa crescere la comunità e la rende capace di una

testimonianza efficace verso l’esterno.

E quanto concerne oggi? Attualizzazione

• Il testo proposto per questa domenica può fornirci utili indicazioni anche per la nostra vita

cristiana comunitaria.

• In prima istanza la questione dei doni: ritengo che l’esperienza di un servizio svolto in

conseguenza della nostra fede, quando svolto con disponibilità al bene comune, abiliti

all’esercizio di quei doni che lo spirito profonde in ciascuna/o, rendendo particolare l’opera

che ognuno svolge.

• La necessaria tensione positiva verso la promozione della crescita spirituale di ognuno,

mediante una chiarezza rigorosa, affinché “tutti possano comprendere” è un altro elemento

che vale anche per noi.

• Altro elemento è la coscienza che, come credenti, riceviamo dallo spirito la spinta necessaria

a scoprire le nostre possibilità e a porle a servizio di ognuno.

• Il culto è il momento centrale della vita della chiesa e anche noi dobbiamo pensare a quale

testimonianza diamo durante il suo svolgimento. Non importa quanto facciamo o quanta

importanza riveste in quell’ambito, importa che è ciò che ognuno può fare ed è importante

per questo.

• Paolo sottolinea la necessità dell’armonia all’interno della comunità, quando descrive la

chiesa paragonandola al corpo umano (1 Cor 12,12-31a) e sappiamo bene quanto la salute

dipenda dall’armonia degli organi che costituiscono il corpo ed anche dall’armonia interiore

con cui viviamo in nostri giorni.

• La lettura tratta dalla lettera agli Efesini 2,11-22 ci richiama alla centralità della fede in Cristo, dato

che Lui e il suo Evangelo sono l’origine della comunità cristiana.


martedì 8 giugno 2021

Predicazione di domenica 6 giugno 2021 su Giona 1,1 - 2,2.11 a cura di Marco Gisola

Giona 1-2

1: 1 La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: 2 «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me». 3 Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. Scese a Iafo, dove trovò una nave diretta a Tarsis e, pagato il prezzo del suo viaggio, si imbarcò per andare con loro a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. 4 Il SIGNORE scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi. 5 I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente. 6 Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Àlzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo». 7 Poi si dissero l’un l’altro: «Venite, tiriamo a sorte e sapremo per causa di chi ci capita questa disgrazia». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. 8 Allora gli dissero: «Spiegaci dunque per causa di chi ci capita questa disgrazia! Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?» 9 Egli rispose loro: «Sono Ebreo e temo il SIGNORE, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma». 10 Allora quegli uomini furono presi da grande spavento e gli domandarono: «Perché hai fatto questo?» Quegli uomini infatti sapevano che egli fuggiva lontano dalla presenza del SIGNORE, perché egli li aveva messi al corrente della cosa. 11 Poi gli dissero: «Che dobbiamo fare di te perché il mare si calmi per noi?» Il mare infatti si faceva sempre più tempestoso. 12 Egli rispose: «Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia». 13 Tuttavia quegli uomini remavano con forza per raggiungere la riva; ma non riuscivano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso. 14 Allora gridarono al SIGNORE e dissero: «SIGNORE, non lasciarci perire per risparmiare la vita di quest’uomo e non accusarci del sangue innocente; poiché tu, SIGNORE, hai fatto come ti è piaciuto». 15 Poi presero Giona, lo gettarono in mare e la furia del mare si calmò. 16 Allora quegli uomini furono presi da un grande timore del SIGNORE; offrirono un sacrificio al SIGNORE e fecero dei voti.

2: 1 Il SIGNORE fece venire un gran pesce per inghiottire Giona: Giona rimase nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. 2 Dal ventre del pesce Giona pregò il SIGNORE, il suo Dio, e disse: […] 11 E il SIGNORE diede ordine al pesce, e il pesce vomitò Giona sulla terraferma.


Il libro di Giona inizia in modo molto solenne: «La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me».

Ma poi, subito il primo colpo di scena: noi ci aspetteremmo che il racconto continuasse dicendoci che Giona parte per andare a Ninive a predicare quello che il Signore gli aveva detto. E invece no: «Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE».

Giona parte per andare dalla parte opposta rispetto a dove Dio gli aveva detto di andare. Disobbedisce, fugge. Fugge senza dire nulla: avete notato che Giona non risponde a Dio, non dice una parola; semplicemente parte e va, ma va dalla parte opposta… Non si mette a discutere, come hanno fatto altri prima di lui, da Mosè a Geremia, dicendo “non me la sento, ho paura, manda qualcun altro….”. 

No, non dice nulla e fugge. Fugge non solo dal compito che Dio gli ha affidato, ma fugge da Dio stesso: vuole andare «lontano dalla presenza del SIGNORE». Non vuole Dio fra i piedi, vuole starsene in pace. 

La ragione di questa fuga la si scopre solo nel capitolo 4, l’ultimo capitolo di questo breve libro, che è un gioiellino di teologia narrativa, cioè di teologia raccontata, che riesce a essere tragico e ironico al tempo stesso.

Dov’è Tarsis? Gli studiosi non sono riusciti a identificarla con esattezza, chi dice che fosse in Spagna, chi dice in Sardegna, comunque dalla parte opposta a quella in cui Dio gli aveva detto di andare: Dio lo aveva mandato a Nord-est, Giona fugge verso sud-ovest!

Ma non solo Tarsis è geograficamente agli antipodi rispetto a Ninive. L’unica altra volta che Tarsis viene menzionata nella Bibbia è in Isaia 66,19, dove è elencata tra quelle città «che non hanno mai udito la mia fama e non hanno mai visto la mia gloria», dice Dio. È quindi un posto dove nessuno ha mai sentito nemmeno parlare di Dio. Giona vuole andare in un posto dove Dio non c’è, non se ne parli e sopratutto non lo possa raggiungere.

Ma Giona è un po’ ingenuo, Dio lo può andare a trovare ovunque, non c’è luogo che per Dio sia irraggiungibile. Lo dice anche il salmo 139: «Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito,dove fuggirò dalla tua presenza?… Se prendo le ali dell’alba e vado ad abitare all’estremità del mare, anche là mi condurrà la tua mano e mi afferrerà la tua destra»

Anche all’estremità del mare – chissà se Giona conosceva questo salmo, perché è proprio via mare che cerca di fuggire. Va al porto di Iafo – oggi Giaffa – e si imbarca. Ma gli ebrei non erano un popolo di marinai, il mare faceva loro paura, era il simbolo del caos e del male. Eppure Giona preferisce affrontare il mare piuttosto che obbedire a Dio. 

È solo uno dei tanti tratti ironici del libro di Giona. Ma Dio non lo lascia scappare così facilmente. Dio manda una tempesta sul mare, rendendolo così davvero pericoloso. La nave rischia di affondare, i marinai si preoccupano, capiscono che non è una tempesta normale e che c’è dietro qualche volontà superiore. E fanno due cose: pregano ciascuno il proprio dio – i marinai sono pagani, ognuno avrà avuto i propri dèi - e poi gettano a mare il carico, per alleggerire la nave. Pregano e agiscono, le uniche cose che possono fare per salvarsi.

E Giona? «Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente». Anche qui c’è un termine ebraico interessante, perché è lo stesso usato per indicare il sonno di Adamo quando Dio lo “anestetizza” per prendergli la costola e creare Eva. Giona dorme quindi di un sonno molto profondo, è anestetizzato, la sua fuga lontano da Dio inizia con un sonno nel quale non sente più nulla e non sa che cosa accada intorno a sé. Giona non prega e non agisce, dorme.

Ma viene svegliato dal capitano della nave, che gli dice di pregare anche lui il suo Dio, non si sa mai, che sia quello giusto…! E poi tirano a sorte per capire di chi sia la colpa di quello che sta succedendo. Se un Dio ha mandato la tempesta a causa di qualcuno che è a bordo, tirando a sorte si può capire chi sia. Spesso nell’antichità si usava questo metodo per capire la volontà di Dio riguardo alle persone. 

La sorte cade su Giona, che subisce così un piccolo interrogatorio: chi sei, cosa fai, da dove vieni. E qui Giona dà una risposta interessante: «Sono Ebreo e temo il SIGNORE, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma». Giona si qualifica come ebreo e afferma di temere il Signore. Temere il Signore vuol dire onorare Dio sapere che Dio è Dio e noi siamo sue creature; non significa avere paura ma è comunque la consapevolezza della grandezza di Dio e della piccolezza dell’essere umano.

Ma come fa uno, che davanti alla parola di Dio, che lo manda in un posto, fugge in direzione opposta, a dire di temere il Signore? Non dovrebbe piuttosto ammettere che lui se ne frega del Signore, che è l’esatto opposto del temerlo? Chi teme il Signore fa la sua volontà o almeno ci prova….

I marinai - ci dice il racconto – sapevano che Giona fuggiva lontano da Dio e quindi «sono presi da grande spavento». Il verbo usato qui è lo stesso che ha usato Giona per dire che teme il Signore, ma qui i marinai non temono il Signore, temono e basta, hanno paura. Chiedono allora a Giona che cosa debbano fare e Giona dice che l’unica cosa da fare sia liberarsi di lui e gettarlo in mare. Giona non pensa nemmeno che potrebbe chiedere perdono a Dio, dirgli “ho sbagliato tutto, salva me e tutto l’equipaggio e ti prometto che ci vado, a Ninive…! Sembra che addirittura preferisca finire in fondo al mare piuttosto che andare a Ninive, preferisce morire che fare la volontà di Dio! 

I marinai però non vorrebbero gettare Giona in mare, perché morirebbe senz’altro; dal racconto si vede chiaramente che cercano di evitarlo: remano con tutte le loro forze per cercare di raggiungere la riva e solo quando si rendono conto che non c’è speranza, si decidono di liberarsi di Giona, ma prima pregano Dio – il Dio di Giona - che li perdoni per quello che stanno per fare. 

I marinai pagani pregano il Dio di Israele, un dettaglio non secondario. Poi gettano Giona in mare e immediatamente il mare si calma. Sono salvi. E allora i marinai «furono presi da un grande timore del SIGNORE; offrirono un sacrificio al SIGNORE e fecero dei voti». Di nuovo lo stesso verbo, ma questa volta non è timore del mare e della tempesta, è timore del Signore, riconoscono cioè che Dio è Dio e gli fanno un sacrificio.

Dio voleva mandare Giona a Ninive, a predicare a dei pagani, Giona era fuggito, ma tutto quello che è successo ha fatto sì che degli altri pagani credessero in Dio. Dio si serve persino del profeta disobbediente per farsi conoscere e portare dei pagani alla fede. Di nuovo emerge l’ironia di questo racconto: Giona non ha predicato, né testimoniato, ha semplicemente detto che “teme Dio”, benché nei fatti non sia vero. Ma Dio ha messo a frutto questa parola di Giona per portare dei pagani alla fede. Il timore di Dio di Giona – che è ebreo - era finto, quello dei marinai – che sono pagani – invece è vero. Il profeta, scelto e chiamato da Dio, non crede e fugge, dei marinai che non sapevano nulla di Dio, ora credono. 

E Giona? Lo abbiamo lasciato in fondo al mare. Dio non lo abbandona. Poteva anche esserne tentato: Giona lo ha talmente deluso e tradito che Dio poteva anche decidere di lasciarlo affogare. E invece no. Dio manda un pesce, un grosso pesce. Non so se avete notato che nel racconto tutto è grosso: è grossa la città di Ninive, è grossa la tempesta, è grosso il pesce… solo Giona è piccolo, piccolo ma ostinato. 

Dio salva Giona. Tre giorni e tre notti nel pesce, un tempo per riflettere e meditare, e pregare. Giona rivolge a Dio la preghiera che troviamo nel cap. 2. Un salmo, un bel salmo in cui però Giona non fa quello che ci aspetteremmo almeno a questo punto: chiedere perdono. Dopo la preghiera una breve frase del narratore ci dice che cosa accade: «E il SIGNORE diede ordine al pesce, e il pesce vomitò Giona sulla terraferma».

Giona non ha chiesto perdono, ma Dio lo ha salvato lo stesso. Lo ha fatto risalire dal fondo del mare. Giona era sceso: sceso al porto di Giaffa, sceso nella stiva della nave, sceso nel sonno profondo, sceso nel fondo del mare, sceso nella pancia del pesce. Dio lo fa risalire, anzi, lo riporta su, lo riporta sulla terraferma, lo riporta in vita da morte sicura. 

Perché Dio è misericordioso. Ma non solo, Dio non si accontenta di salvarlo. Lo ha salvato, potrebbe lasciarlo lì, mandarlo in prepensionamento e lasciarlo stare. E invece no. Dio non lo molla. Sapete come inizia il capitolo 3?: «La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, per la seconda volta, in questi termini: «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama loro quello che io ti comando» (3,1-2). La stessa identica richiesta che aveva fatto a Giona all’inizio della storia. E questa volta Giona andrà a Ninive, anche se poi la storia riserva ancora delle sorprese.

La storia dunque ricomincia. A Giona e al Giona che è in noi Dio dice: tu puoi fuggire dove vuoi ma io ti vengo a cercare e ti riporto a me, e ti faccio risalire dal fondo del mare, dove c’è solo morte, e ti rimetto sulla terra asciutta, dove c’è vita e lì ti rivolgo di nuovo la mia parola.

Questa è la grazia, la grazia di Dio nonostante la fuga e la ribellione di Giona e del Giona che è in tutti noi. La grazia che fa risalire dall’abisso e fa ricominciare la storia da capo, o meglio, da Dio. 

martedì 25 maggio 2021

Predicazione di domenica 23 maggio 2021 (Pentecoste) su Genesi 11,1-9 a cura di Marco Gisola

 Genesi 11,1-9



1 Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. 2 Dirigendosi verso l’Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». 5 Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. 6 Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. 7 Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!» 8 Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il SIGNORE confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra.


Oggi celebriamo la Pentecoste e il nostro lezionario ci propone il racconto della torre di Babele. Questo racconto è stato spesso letto come il contrario della Pentecoste, o – per essere più precisi - l’evento della Pentecoste è stato spesso letto come il rimedio al fatto che al termine del racconto della torre di Babele c’è la confusione delle lingue.

Ma forse le cose non sono così semplici e forse questo brano di oggi ci vuole qualcosa di più.

Uno degli scopi di questo brano è sicuramente quello di spiegare l’esistenza di popoli diversi che parlano lingue diverse; e come spesso accade nel mondo antico, le cose che non si capiscono, che non si sa perché sono così come sono, vengono spiegate attraverso dei miti.

Il mito è che in un inizio ideale del mondo tutti gli esseri umani dovevano parlare un’unica lingua e c’è dunque il bisogno di spiegarsi perché invece esistessero tante lingue che impedivano agli esseri umani di capirsi tra loro. Ma questo è solo un primo livello, questo brano ci vuole dire di più.

Quello che è chiaro nel testo è che gli esseri umani hanno uno scopo, che è rappresentato dalla costruzione della torre e della città, e che questo obiettivo degli esseri umani non piace a Dio, che quindi interviene a disfare quello che gli esseri umani hanno fatto.

Ma che cosa vogliono ottenere gli esseri umani costruendo la torre? Attraverso la costruzione della città e della torre gli esseri umani cercano fama: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama». Acquistiamoci fama, letteralmente “facciamoci un nome”, vogliono successo, vogliono salire.

La torre deve arrivare fino al cielo e questo loro obiettivo ci può ricordare un po’ quello che il serpente dei primi capitoli della Genesi propone ad Adamo ed Eva: diventerete come Dio. Salire fino al cielo, andare oltre, non riconoscere i propri limiti di creature e non rendersi conto che il proprio posto è invece sulla terra.

La costruzione della città e della torre rappresentano il desiderio di fama e di potere, di essere grandi; gli esseri umani uniscono le loro forze per essere più forti e più potenti, si uniscono per compiere questa opera grandiosa. L’unità è indispensabile perché possano raggiungere il loro obiettivo.

In sé questo potrebbe essere visto come una cosa positiva della loro impresa, il fatto che non fanno qualcosa gli uni contro gli altri, ma si uniscono per un medesimo obiettivo.

Il loro obiettivo non è soltanto la costruzione della città e della torre ma è evitare la dispersione: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra».

Questo verbo disperdere è importante nel racconto. Gli esseri umani non vogliono essere dispersi, Dio invece confonde le lingue proprio perché si disperdano: «Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città». Ecco il punto su cui il progetto degli esseri umani e quello di Dio si differenziano: gli esseri umani non vogliono disperdersi, Dio vuole che si disperdano.

D’altra parte, nel capitolo precedente, ci era stata presentata la discendenza di Noè, da cui erano nate non solo molte famiglie, ma molte nazioni (che per altro parlavano già lingue diverse, ma questa è una delle tante incongruenze degli antichi racconti biblici…) che si erano sparse per tutta la terra, come del resto aveva detto detto Dio all’inizio della Genesi quando aveva detto a Adamo ed Eva «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra...».

Dunque Dio vuole la dispersione e perciò confonde le lingue. Si può allora dire che Dio non vuole l’unità dell’umanità? E che invece gli esseri umani volevano l’unità, ma Dio lo ha loro impedito? Forse le cose non sono così semplici.

Difficile pensare che Dio non voglia l’unità; l’umanità è una, Dio ha creato una umanità, una sola, non tante umanità…! Ma Dio ha creato un’umanità plurale fin dall’inizio: «maschio e femmina li creò». Come ho già detto altre volte, Dio non comincia da uno, comincia da due.

E poi appunto il capitolo dieci, che ci racconta come i discendenti di Noè si sono sparsi su tutta la faccia della terra (almeno quella conosciuta allora…) ci mostra che l’umanità, che è senza dubbio una sola, è però plurale per definizione, oggi diremmo che ha la pluralità e la molteplicità nel suo DNA.

Forse si può dire che Dio vuole l’unità nella diversità, come si usa dire nel linguaggio ecumenico. Certo che Dio vuole l’unità, ma la diversità non è per forza contraria all’unità, siamo noi spesso che non accettiamo la diversità e la viviamo male, trasformando la diversità in inimicizia.

I costruttori della torre, con il loro bisogno di fama e dunque di potere, cercavano forse più che altro una uniformità. Hanno cercato l’unità in vista della uniformità, e in questo andavano in direzione contraria ai progetti di Dio, secondo il quale l’umanità doveva disperdersi – in senso positivo – e riempire la terra.

Questa uniformità agli occhi di Dio era – come ha scritto qualcuno - l’“inizio della fine”: «ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare»: cioè non avranno più limiti.

Del resto la storia ci insegna che l’uniformità è ciò che vogliono e impongono tutti i totalitarismi che hanno sempre imposto l’uniformità e tentato di cancellare le diversità.

Dio ferma l’umanità che va verso l’uniformità e non vuole disperdersi (sempre in senso positivo) per riempire la terra, compito in vista del quale Dio aveva benedetto Adamo ed Eva.

Dio ferma l’umanità che cerca l’unità in se stessa e nella propria uniformità, a favore di un’umanità unita in lui, in Dio stesso, unita benché diversa e sparsa sulla faccia di tutta la terra.

Che c’entra tutto ciò con pentecoste? Se questa lettura del racconto della torre di Babele è corretta, allora pentecoste non è più l’opposto di Babele, ma da un lato è una sua conferma e d’altro lato un passo ulteriore in avanti.

D’altra parte, a Pentecoste i popoli rimangono tanti e diversi – basta vedere il lungo elenco dei paesi di provenienza di tutti gli ebrei presenti a Gerusalemme per celebrare la pentecoste ebraica, che anticamente era stata la festa delle primizie del raccolto ed era diventata la festa di ringraziamento per il dono della Torah.

E le lingue rimangono diverse: «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua», cioè se lo prendiamo alla lettera, gli ebrei di Roma sentivano gli apostoli parlare latino, gli ebrei provenienti dall’Egitto li sentivano parlare egizio, e così via per tutti i popoli rappresentati.

Una bella espressione che ho letto riguardo alla Pentecoste dice che in quell’evento dello Spirito sono “le orecchie che vengono guarite, non le lingue”. Sono le orecchie di chi ascolta l’evangelo ad essere trasformate dallo Spirito, cosicché ciascuno lo sente nella propria lingua e può comprenderlo. Non sono le lingue degli apostoli ad essere trasformate, ma le orecchie degli ascoltatori.

Pentecoste è la festa della comunicazione riuscita, dell’annuncio efficace; il miracolo dello Spirito va ben oltre la comprensione delle parole, ma riguarda anche la nascita della fede in Cristo.

Pentecoste non è dunque contro Babele, ma è – come Babele – l’unità nella diversità; il miracolo dello Spirito è che la diversità delle lingue non impedisce l’ascolto dell’evangelo e la nascita della fede. L’evangelo è uno, come Dio è uno, ma le persone che lo ascoltano sono tante e diverse, e diverse non solo per la lingua che parlano o il popolo cui appartengono, ma per molte altre ragioni.

Le diversità non vengono annullate, ma non sono più un ostacolo all’ascolto e alla comunione, le diversità sono riconciliate in Cristo per opera dello Spirito.

È anche un messaggio molto ecumenico quello di Babele-Pentecoste. Sparsi sulla faccia di tutta la terra, cristiani diversi, chiese diverse possono essere una ricchezza. L’uniformità potrebbe, al contrario, essere un problema e un danno all’evangelo. Del resto, la chiesa non è mai stata uniforme, lo è stata – ma solo in superficie – soltanto sotto l’impero romano-cristiano, è stata cioè uniforme solo sotto un totalitarismo che aveva bisogno dell’uniformità e di cancellare le diversità.

Ciò che conta non è parlare la stessa lingua, ma parlare lo stesso linguaggio, ovvero il linguaggio dell’evangelo della grazia, della giustizia e della speranza. Se questo evangelo è annunciato, non importa la lingua che si parla o la nazione a cui si appartenga, lo Spirito farà sì che venga ascoltato e creduto, e che tutti coloro che lo ascoltano e lo credono si comprendano gli uni gli altri.

Diversi ma uniti, non nella propria lingua, ma nell’evangelo, che è la lingua di Dio.