domenica 7 novembre 2021

Predicazione di domenica 7 novembre 2021 sul Salmo 85 a cura di Marco Gisola

1 Al direttore del coro.Salmo dei figli di Core.
O SIGNORE, tu sei stato propizio alla tua terra, hai ricondotto Giacobbe dalla deportazione.

2 Hai perdonato l’iniquità del tuo popolo, hai cancellato tutti i suoi peccati.
3 Hai placato il tuo sdegno, hai desistito dalla tua ira ardente.

4 Ristoraci, o Dio della nostra salvezza, fa’ cessare la tua indignazione contro di noi.
5 Sarai adirato con noi per sempre? Prolungherai la tua ira d’età in età?

6 Non tornerai forse a darci la vita, perché il tuo popolo possa gioire in te?
7 Mostraci la tua bontà, SIGNORE, e concedici la tua salvezza.

8 Io ascolterò quel che dirà Dio, il SIGNORE: egli parlerà di pace al suo popolo e ai suoi fedeli, purché non ritornino ad agire da stolti!

9 Certo, la sua salvezza è vicina a quelli che lo temono, perché la gloria abiti nel nostro paese.

10 La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate.
11 La verità germoglia dalla terra e la giustizia guarda dal cielo.

12 Anche il SIGNORE elargirà ogni bene e la nostra terra produrrà il suo frutto.

13 La giustizia camminerà davanti a lui, e seguirà la via dei suoi passi.


I salmi, più di altri testi biblici, sono veramente un intreccio tra Parola di Dio e parola umana, perché da un lato sono preghiera, quindi parola umana, a volte preghiera del singolo, individuale, a volte del popolo e quindi collettiva. Ma al tempo stesso sono Parola di Dio, preghiera diventata Parola di Dio, e che quindi non esprime soltanto il punto di vista umano, ma anche quello di Dio. E in questo bellissimo salmo questo si vede molto bene. Ma molti salmi sono anche dei percorsi, dei cammini di preghiera e di fede composti da diverse tappe, come in questo salmo 85. proviamo allora a percorrere questo cammino, a fare anche noi il percorso che fa il salmo.

1. Il salmo inizia con quella che potremmo chiamare una confessione di fede per ciò che Dio ha fatto nel passato: O SIGNORE, tu sei stato propizio alla tua terra, hai ricondotto Giacobbe dalla deportazione. Hai perdonato l’iniquità del tuo popolo, hai cancellato tutti i suoi peccati. Hai placato il tuo sdegno, hai desistito dalla tua ira ardente.

Dio ha fatto, ha fatto tutte queste cose, che il salmista conosce bene. Il salmista, colui cioè che prega, prega perché conosce Dio, sa quello che Dio ha fatto per lui e per il popolo. In particolare qui il salmista si riferisce al ritorno di Israele dall’esilio in babilonia: hai ricondotto Giacobbe dalla deportazione. Il salmista prega il Dio che ha liberato il popolo, magari non lui personalmente, ma la generazione precedente, non sappiamo. Il salmista prega perché Dio ha agito. La preghiera nasce da questa conoscenza di Dio e delle sue opere, perché Dio si è rivelato nelle sue opere, come la liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto e dall’esilio in Babilonia.

Questo vale anche per la nostra preghiera. Anche noi preghiamo perché conosciamo ciò che Dio ha fatto per noi nel suo figlio Gesù. La preghiera nasce dalla fiducia e la fiducia nasce dalla conoscenza delle opere che Dio ha compiute. Ho detto: opere che Dio ha compiute”, cioè nel passato. Avrete notato che tutti i verbi di questa prima parte del salmo sono al passato: hai ricondotto, hai perdonato ecc. Il percorso che questo salmo descrive in tre tappe, è caratterizzato da tre tempi diversi: il passato, il presente e il futuro. E infatti i verbi della prima parte sono al passato, quelli della parte centrale al presente e quelli dell’ultima parte al futuro.

Ciò che Dio ha fatto nel passato porta alla confessione della fede e dunque alla gratitudine. La preghiera nasce dalla gratitudine per ciò che Dio ha fatto e dalla fiducia che Dio che ha operato nel passato, opera anche nel presente e nel futuro.

2. La seconda parte del salmo, cioè la seconda tappa del percorso è proprio il presente. E nel presente le cose non vanno molto bene. Dio ha perdonato, Dio ha ricondotto il popolo dall’esilio nella sua terra, ma ora le cose non vanno bene e c’è di nuovo bisogno di perdono, e infatti la preghiera è: Ristoraci, o Dio della nostra salvezza, fa’ cessare la tua indignazione contro di noi. Il popolo ha di nuovo bisogno del perdono di Dio. Il salmista prega perché il Dio che ha perdonato nel passato perdoni nuovamente nel presente. Prega perché sa che Dio può perdonare di nuovo nel presente.

E quindi, dopo la confessione di fede in Dio per ciò che ha fatto, viene ora la richiesta vera e propria, formulata con verbi al presente e all’imperativo: ristoraci! Fa’ cessare la tua indignazione… Ma in mezzo alla preghiera di richiesta, incontriamo delle domande: “Sarai adirato con noi per sempre? […] Non tornerai forse a darci la vita?”. Ecco un esempio della parola umana intrecciata alla Parola di Dio: la domanda è uno dei modi umani, molto umani, di rivolgersi a Dio.

La preghiera nasce dalla confessione di fede, è per fede che si può chiedere, ma poiché la fede è una relazione, a Dio non facciamo soltanto richieste, ma anche domande, tante domande. Questo salmo ci insegna quindi che nella nostra preghiera trovano posto anche le domande.

Il presente è dunque fatto di richiesta di perdono e di domande, domande che sono in fondo un altro modo di esprimere la preghiera di richiesta: la domanda “Non tornerai forse a darci la vita?”, vuol dire in fondo: torna a darci la vita! Nella prima tappa si confessa la fede e quella fede fa sì che nella seconda tappa del percorso si possa chiedere e domandare.

3. Poi nel salmo avviene una svolta. Nella parte finale del salmo – dunque nell’ultima tappa del percorso - i verbi sono al futuro, e il verbo al futuro indica la promessa di Dio. Ma prima dello sguardo verso il futuro, cioè verso le promesse di Dio, c’è una frase che dà la vera e propria svolta alla preghiera del salmista: “io ascolterò quel che dirà Dio, il SIGNORE”. Altri traducono “voglio ascoltare ciò che dice il Signore”.

Che cos’è che fa passare dal presente al futuro? Che fa passare dalla richiesta, dalla supplica, nuovamente alla fede nelle promesse di Dio? È l’ascolto di ciò che Dio ha da dirci, l’ascolto della Parola di Dio. Il salmista ascolta Dio e che cosa dice Dio? “egli parlerà di pace al suo popolo e ai suoi fedeli”. Dio parla di pace. Dio parla di pace al suo popolo, la pace di Dio, che prevede che Israele mantenga il patto che si è preso con lui.

Dio vuole la pace con e per il suo popolo, ma il popolo deve ovviamente fare la sua parte. Per questo il salmista chiede perdono, perché il popolo non ha fatto la sua parte e si è allontanato da Dio. E infatti quando il salmista si mette in ascolto di Dio, Dio parla di pace, ma poi aggiunge: “purché non ritornino ad agire da stolti!”. Se il popolo torna ad agire da stolto, se cioè cerca la pace dove non la si può trovare, nelle alleanze militari con i paesi vicini più forti, nell’idolatria…. Allora rischia di perdere la pace, come sembra sia successo, visto che il salmista deve chiedere a Dio di intervenire.

In questa parte del salmo è Dio che parla; si suppone che il salmo fosse letto nella liturgia del culto e che un’altra voce, diversa da chi ha pronunciato la prima parte del salmo, riferisca queste parole di Dio. Un po’ come quando nel nostro culto leggiamo l’annuncio del perdono, che viene pronunciato da chi presiede il culto ma vuole comunicare e annunciare la Parola di Dio. Quindi qui non si tratta di saggi consigli di un fratello o di una sorella ma di Parola di Dio. Il popolo è posto davanti all’alternativa tra l’ascoltare la Parola di Dio e l’agire da stolti, cioè l’ascoltare qualcun altro.

Chi sceglie di ascoltare ciò che Dio ha da dire, può andare avanti nell’ascolto del salmo.

4. E la prima cosa che ascolta è “Certo, la sua salvezza è vicina a quelli che lo temono”. Se il salmista supplica Dio è perché lo sentiva lontano e chiede perdono perché sa che è il popolo che si è allontanato da Dio. La risposta è che la salvezza di Dio invece è vicina per quelli che lo temono, cioè che si affidano a lui.

La frase è preceduta dall’espressione “Certo”. È certo, è una certezza, quello che questo salmo sta dicendo al popolo – e a noi – da parte di Dio: la salvezza è vicina per chi lo teme, ovvero si affida a lui. È una certezza fondata sulle promesse di Dio.

E poi incontriamo quel bellissimo verso che dice “La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate”. Sono le parole che in tutto l’AT esprimono la fedeltà di Dio e le sue promesse: bontà, verità, giustizia e pace, le parole d’oro che ci descrivono Dio, quello che Dio è e fa. E anche se ovviamente il salmo non parla di Gesù, per noi cristiani è difficile non vedere come questo incontro tra bontà e verità e questo bacio tra giustizia e pace sono avvenuti per noi in Cristo, che ci ha rivelato la bontà e la verità di Dio e ci ha portato la giustizia e la pace di Dio.

Il salmo rappresenta quindi un’ottima scuola di preghiera, che per noi sarà rivolta a Dio in Cristo; è nel suo nome, infatti, che noi ci rivolgiamo a Dio in preghiera. Questa scuola di preghiera, questo salmo, ci dice che la preghiera nasce dalla fede in Dio e dalla riconoscenza per ciò che Dio ha fatto per noi – e per noi lo ha fatto nel suo figlio Gesù.

La preghiera non può poi non mettere nelle mani di Dio il nostro allontanamento da lui e chiedergli perdono, perché Dio ha perdonato e vuole e può perdonare. E infine nella preghiera ci si mette in ascolto della Parola di Dio, ascolta la voce di Dio che rinnova le sue promesse.

Così anche noi cristiani impariamo a pregare dal salmo dell’antico Israele e siamo grati a Dio per averci donato questa scuola di preghiera, attraverso la voce del salmista che ha pregato con fiducia il Signore ed ha creduto nelle sue promesse.

domenica 31 ottobre 2021

Predicazione di domenica 31 ottobre 2021 (domenica della Riforma) su Galati 5,1-6 a cura di Marco Gisola

 

Galati 5,1-6

1 Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. 2 Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. 3 Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere, è obbligato a osservare tutta la legge. 4 Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. 5 Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. 6 Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l'incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore.



1. Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi. Letteralmente il testo greco dice “Cristo ci ha liberati per la libertà”. E che cosa è la libertà secondo Paolo? La libertà per Paolo consiste nell’essere in Cristo, o come dice altrove “di Cristo”. Per la visione biblica si è liberi solo se si è di Cristo. Cristo il liberatore ci libera perché diventiamo suoi. Così come Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto per fare di Israele il suo popolo, il suo tesoro particolare.

Oggi quando parliamo di libertà pensiamo all’indipendenza, all’autonomia, a non essere di nessuno, nel senso di non essere sottomessi a nessuno; e ovviamente questo è sacrosanto per quanto riguarda i rapporti umani e i diritti umani e sociali. Pensiamo al dramma dei femminicidi, dove l’uomo tratta la donna come una sua proprietà e piuttosto di perderla, arriva ad ucciderla! Nell’antichità, invece, e quindi anche in Paolo, non si può non appartenere a nessuno o appartenere soltanto a se stessi, non c’è questa idea. Quindi la questione è a chi appartieni.

Per Paolo, dunque, o appartieni a Cristo o appartieni a qualche altro signore. E solo se appartieni a Cristo sei veramente libero. Per questo dopo questa bella parola solenne sulla libertà in Cristo, che ci ha liberati perché fossimo liberi, Paolo scrive un’altra parola solenne, ma questa volta una parola dura e chiara: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. I cristiani delle chiese della Galazia devono scegliere se appartenere a Cristo oppure alla circoncisione, cioè alla legge. Cioè, nella visione di Paolo, devono scegliere se rimanere nella libertà che Cristo ha data loro o ricadere nella schiavitù.

Perché per Paolo, voler aggiungere, o pensare di dover aggiungere, qualcos’altro alla libertà che Cristo ci ha dato equivale ricadere nella schiavitù. Ma i Galati – o almeno alcuni fra loro che si opponevano a Paolo – la pensavano diversamente. Volevano farsi circoncidere, perché volevano appartenere a Cristo. La circoncisione era, secondo loro, il segno e il mezzo per appartenere a Cristo. Per gli oppositori di Paolo la circoncisione è la ricerca di una garanzia umana e visibile, impressa addirittura nel corpo, che appunto garantisca di essere di Cristo.

Paolo sta invece dicendo loro che non c’è bisogno di nessuna altra garanzia. Soltanto Cristo è necessario e sufficiente: Solus Christus, ha detto la Riforma. Ma non solo! Paolo è radicale: se a Cristo aggiungi o affianchi qualcosa, non appartieni più a Cristo, ma a quella cosa – qui è la circoncisione – che metti accanto a Cristo. Se vi fate circoncidere, scrive ai Galati, “Cristo non vi gioverà a nulla”. Non c’è bisogno di altra garanzia se non Cristo stesso, la sua morte e la sua resurrezione.

Questo discorso sulla circoncisione, che a noi può sembrare lontano e di scarso interesse, invece ci riguarda, ed è un campanello di allarme per tutti noi: ogni volta che cerchiamo, o siamo tentati di cercare, una garanzia oltre a Cristo, accanto a Cristo, è come se volessimo farci circoncidere. Non c’è bisogno di trovare una garanzia materiale che ci dia o ci confermi di appartenere a Cristo, e non solo non ce n’è bisogno, ma non ci può essere un’altra garanzia oltre a quella che ci dà la fede.

Se noi cerchiamo una garanzia in noi stessi, nella chiesa, nella nostra identità, nella nostra storia, siamo fuori strada. Per quanto possiamo amare la nostra chiesa, appassionarci alla nostra storia, avere a cuore la nostra identità protestante, esse non sono garanzia di alcunché: l’unica garanzia è Cristo. E se proprio cerchiamo una garanzia materiale, l’unica garanzia materiale che l’evangelo ci da è la croce, come segno dell’amore di Dio per noi.

Questo non aver bisogno di altre garanzie dell’amore di Dio, rivelato per noi nella morte e resurrezione di Gesù, è la nostra libertà. È questa la nostra libertà, libertà di mettere in discussione tutte le garanzie umane, tutte quelle certezze che si aggiungono o intrecciano alla nostra fede nella grazia di Dio.

Pensiamo alla nostra storia recente: per secoli anche le chiese della Riforma hanno pensato che le donne non potessero avere diritto di accedere al ministero pastorale; eppure a un certo punto, nel nome di Cristo e della sua Parola siamo stati liberi di superare quella che per secoli era stata una certezza.

Per secoli abbiamo pensato che le persone e le coppie omosessuali non avessero diritto di cittadinanza nella chiesa; eppure a un certo punto, nel nome di Cristo e della sua Parola, siamo stati liberi di mettere in discussione quella che per secoli era stata una certezza; e così via …

La nostra libertà è non avere altra garanzia e altra certezza che l’amore gratuito e immeritato (Sola Gratia) che Dio ci ha manifestato in Cristo soltanto (Solus Christus), che conosciamo attraverso la scrittura (Sola Scriptura), e che crediamo per fede (Sola fide). La fede che nasce dall’evangelo è quella che ci dà questa grande libertà di appartenere a Cristo e a lui soltanto e di non avere altri signori. Tutto il resto può dunque essere messo in discussione, a partire ovviamente da noi stessi. Perché ogni idea, tradizione, abitudine, prassi rischiano di renderci schiavi se non siamo liberi di metterle in discussione. Questa è la nostra grande libertà, che ci data in Cristo e soltanto in Cristo.


2. È per fede soltanto che noi “aspettiamo la giustizia di Dio”. “Aspettare” qui non ha un significato negativo, come nella nostra concezione molto “italica” di attesa come tempo perso. Qui l’attesa è sinonimo di speranza: si attende ciò che si sa che accadrà; si attende il ritorno di Cristo, che si sa che avverrà; si attende il regno di Dio, che si sa che verrà.

“Aspettare” la giustizia di Dio, o il regno di Dio, significa che quel regno noi non possiamo prendercelo con i nostri sforzi, non possiamo guadagnarcelo né meritarcelo, ma possiamo solo aspettarlo, aspettarcelo da Dio, perché è un suo dono, è opera solo sua e non nostra. Noi possiamo aspettarlo con gioia, perché appunto sappiamo che verrà, come un bambino aspetta un dono la mattina di Natale, sapendo che quel dono non dipende da lui o da lei, ma sa che quel dono verrà.

Nei confronti di Dio non si può dunque che aspettare, in senso positivo, cioè con fiducia, con gioia e con riconoscenza. Questo “aspettare” è la speranza, che è la sorella gemella della fede, perché la fede crede e spera, spera perché crede nelle promesse del Signore e crede perché Gesù è già venuto a liberarci, morendo per noi e per noi vincendo la morte la notte di Pasqua.

E che si fa mentre si aspetta ciò che può fare Dio soltanto? Che cosa fa la fede che aspetta la giustizia di Dio? Questa fede – dice Paolo - “opera per mezzo dell’amore”. La fede opera, agisce, ovvero: ama. È la tua fede che ama. Non è il tuo buon cuore, la tua gentilezza, la tua generosità. È la fede che ti insegna ad amare e ti rende capace di amare, che ti rende libero di amare. È Cristo che ti insegna ad amare, perché appartieni a lui che ha vissuto l’amore fino in fondo e ci ha indicato l’amore come la strada per andare incontro al prossimo e per dare senso alla nostra vita.

La fede “opera”: i riformatori non hanno mai sminuito le “opere”. Hanno affermato – leggendo Paolo – che le opere non salvano, non hanno nessun valore salvifico, nessun valore davanti a Dio, ma hanno tanto, tantissimo valore davanti al prossimo. Anzi: l’unica cosa da fare, l’unica cosa giusta da fare davanti al prossimo, in obbedienza fiduciosa alla Parola di Dio, è amarlo.

La fede opera per mezzo dell’amore. La fede in Cristo opera nel prossimo, amandolo. Potremmo dire: Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi di amare. A che cos’altro dovrebbe servire la libertà che Cristo ci ha guadagnato venendo crocifisso per noi, se non ad amare? A che cosa dovrebbero “servire” i cristiani nel mondo se non ad amare? O detto meglio: quale dovrebbe la ragione d’essere, cioè la vocazione dei cristiani nel mondo se non quella di amare, di cercare il regno e la giustizia di Dio e lavorare per la giustizia e la pace?

La nostra libertà – che Cristo ci ha donato – e la nostra fede hanno uno scopo: operare per mezzo dell’amore. Non è scontato essere liberi di amare, amare persino i nemici, persino chi non ci ama. È un dono essere liberi di amare; è anche questo frutto della liberazione che Cristo ha operato per noi.

Oggi, “domenica della Riforma”, noi in realtà non “celebriamo” la Riforma come evento storico, ma celebriamo l’evangelo che la Riforma ha rimesso al centro della fede e della vita dei cristiani e della chiesa: siamo stati liberati, e dunque siamo di Cristo e non abbiamo alcun altro signore, per essere liberi di amare e di operare per mezzo dell’amore.

Questo evangelo, è il tesoro di cui parlava Lutero [“Il vero tesoro della Chiesa è il sacrosanto Evangelo della gloria e della grazia di Dio” (tesi 62, dalle 95 tesi del 1517)].

Questo dono, questo amore, questa libertà è il tesoro che ci è dato e affidato. Ci aiuti il Signore a viverlo e a condividerlo con umiltà e con riconoscenza.

lunedì 11 ottobre 2021

Predicazione di domenica 10 ottobre 2021 su Marco 2,1-12 a cura di Daniel Attinger

 

COSA SIGNIFICA CREDERE ?

Testo: Marco 2,1-12

Entrato di nuovo Gesù a Cafarnao, dopo qualche giorno si sparse la voce: “È in casa!”. E si radunarono tanti che non c’era posto nemmeno davanti alla porta, e espo­neva loro la Parola. Vengono a portargli un paralitico, trasportato da quattro perso­ne, e non potendo raggiungerlo a causa della folla scoperchiano il tetto dove era Gesù e, fatto un buco,calano la barella dove era sdraiato il paralitico. Gesù, vista la loro fede, dice: “Figlio, i tuoi peccati sono perdonati!”. C’erano là alcuni degli scribi che stavano seduti e ragionavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”. E subito Gesù, compreso nel suo animo che così ragionavano in se stessi, dice a loro: “Perché ragionate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: ‘sono perdonati i tuoi peccati’ o dire: ‘alzati, pren­di la tua barella e cammina?’ E perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha autorità di perdonare i peccati sulla terra – dice al paralitico – dico a te: alzati, prendi la tua barella e vattene a casa tua” E quello si alzò e subito, presa la barella, uscì in presen­za di tutti, tanto che tutti erano strabiliati e davano gloria a Dio dicendo: “Una cosa così non l’abbiamo mai vista”.


Sorelle e fratelli, carissimi,

All’inizio del suo evangelo, Marco ha riassunto l’essenziale della predicazione di Gesù in queste parole: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete nell’evangelo”. Vi è quindi fin dall’inizio del ministero di Gesù un forte invito a credere. Ma cosa significa credere? Sappiamo evidentemente che credere vuol dire aderire a ciò che ci dicono le Scritture su Dio e su Gesù Cristo. Ma il testo che abbiamo letto oggi ci presenta un altro volto della fede. Tra l’altro è significativo rilevare che è qui che si trova la prima men­zione della parola “fede” nell’evangelo secondo Marco. Cosa dunque questo episodio ci dice della fede?

Gesù è a Cafarnao, cittadina che ha scelto per farne il centro della sua attività. La casa che gli serve di luogo di riparo dalle folle che, vedendo i suoi doni di guaritore, lo circondano per farsi guarire da ogni sorta di malattie, è verosimilmente quella di Simon Pietro e di Andrea, suo fratello, i primi che Gesù ha chiamati alla sua sequela. Ma anche in casa, non lo si lascia tranquillo! La folla si accalca e blocca il passaggio ad un gruppo di uomini che cercano di con­durre un paralizzato fino a Gesù. Lungi dal rinunciare alla loro intenzione, intraprendono un percorso piuttosto complesso: salgono sul tetto della casa, vi fanno un buco abbastanza gran­de per poter calare il paralizzato fino ai piedi di Gesù. Non è il caso di chiederci se le cose si sono davvero svolte in questo modo: Marco non intende informare i suoi lettori su un parti­colare della vita di Gesù, vuole invece farci capire cosa sia la fede, non dimentichiamolo!

Quando chi legge questo racconto per la prima volta giunge al momento in cui l’infermo è posto davanti a Gesù sa già che sarà guarito, ma non sa come ciò avverrà. Forse Gesù imporrà le mani sul malato; forse, dopo avergli detto di alzarsi, gli tenderà la mano per aiutarlo; forse si accontenterà di una sola parola. Ora, la guarigione avviene effettivamente, ma in un modo sorprendente. Gesù non dice: “Alzati e cammina!”, ma: “Figlio, i tuoi peccati sono perdonati!”

Si può immaginare la delusione dei portatori e del malato: speravano un miracolo e la guarigione. Invece il racconto va in tutt’altra direzione. Ma non c’è solo un annuncio di perdo­no; Marco scrive infatti: “vista la loro fede, Gesù dice: ‘Figlio, i tuoi peccati sono perdonati!’”.

Ritornerò fra poco su questa “delusione”. Per ora, fermiamoci sulla fede. Marco dice di Gesù che ha “visto la loro fede”. Ma che cosa ha visto in realtà? Quando pensiamo alla fede pensiamo a quella che si proclama in una confessione di fede come il credo che diciamo nel culto. La fede designa essenzialmente per noi un contenuto: si crede in Dio, nella salvezza; fede per noi è ciò che si tiene per vero. Dove sta dunque la fede che Gesù ha “visto” in questi uomini? Non ha sentito alcuna dichiarazione “ortodossa” di fede, ha visto invece lo sforzo e la volontà di questi uomini di condurre ad ogni costo, anche a costo di un’avventura rocambo­lesca, il paralizzato da Gesù perché possa essere guarito.

È forse questa la fede? Certo, la fiducia in Gesù è un elemento importante della fede, e la loro testardaggine sottolinea la forza della loro fiducia, ma in realtà vi è qualcosa di più.

Chiediamoci: di chi è la fede che Gesù ha visto? Certamente dei portatori che non esitano a scavalcare ogni ostacolo, pur di portare il loro amico da Gesù. Ma è anche dell’infermo; al suo posto avremmo forse detto: “Vedete che non ce la facciamo, lasciate perdere... Se Dio vorrà, vi sarà un’altra occasione”. Invece no, si lascia fare. Quando dunque Marco scrive che Gesù ha vi­sto la “loro” fede, non pensa solo a quella dei portatori, ma alla fede dei cinque, paralitico com­preso; ma allora quale fede? La loro perseveranza nel fare qualsiasi cosa pur di arrivare a Gesù è certo l’espressione di una grande fiducia nella sua capacità di guarire il paralitico. Pro­babilmente non vedono in lui il Figlio di Dio, ma il guaritore, quasi lo stregone. È forse questa la loro fede? Probabilmente no. Essa si esprime invece piuttosto nell’amicizia che unisce que­sti uomini e nella solidarietà fuori dal comune che li anima. Fede non è solo credere in Dio e nelle realtà divine, conformemente ad una confessione di fede ortodossa; credere è anche far fiducia al fratello o alla sorella, confidare in ciò che di umano sta nell’altro, chiunque egli sia, essere fedeli gli uni agli altri.

È dunque su questa base che Gesù annuncia il perdono: delusione probabile per i prota­gonisti dell’episodio, ma soprattutto scandalo per gli scribi che stanno osservando Gesù. Ora è proprio questo che Marco intende sottolineare, non la momentanea delusione, ma la differen­za, che potremmo dire “ottica”, esistente tra Gesù e le autorità religiose presenti. Attenzione però, non tra Gesù e gli ebrei… perché il modo di vedere di Gesù è quello di un ebreo, ma non è quello che abitualmente si trova presso le autorità religiose, anche nelle Chiese. Le autorità pensano in categorie legalistiche: cos’è permesso, cos’è proibito? Per loro l’importante è la liceità: a Gesù non è lecito annunciare il perdono, perché questo compete solo a Dio. Gesù è dunque un usurpatore e bestemmia. Invece Gesù ha “visto”… ha visto l’amore che anima que­sti uomini, i portatori come l’infermo: questo amore è la prova che il perdono e la miseri­cordia di Dio già li avvolgono. Gesù non ha quindi neanche bisogno di “perdonare”, constata solo che il perdono c’è già, che Dio ha già perdonato.

C’è però un problema: agli occhi degli scribi – ma anche spesso ai nostri occhi – il perdo­no non si vede! Allora chi sa se davvero il perdono è stato dato. Ancora una volta siamo nella logica degli scribi, non in quella di Gesù, perché lui, come dicevo, ha “visto” il perdono nell’a­micizia che univa questi uomini, amicizia che li ha fatti vincere tutti gli ostacoli. Perciò aggiun­ge la domanda: “Che cosa è più facile? Dire:‘sono perdonati i tuoi peccati’ o dire: ‘alzati, prendi la tua barella e cammina’?”

Non è che ci sia un rapporto immediato tra peccato e paralisi. La paralisi non è la punizio­ne di qualche peccato commesso da quest’uomo. Lo vediamo dal fatto che, dopo aver ricevuto l’annuncio del perdono, l’infermo rimane paralizzato: in quel momento è perdonato e paraliz­zato! No! La domanda di Gesù concerne, una volta ancora, la fede: Gesù intende convincere le autorità religiose che Dio accoglie effettivamente con misericordia chiunque viene a lui, anzi che questo è il giudizio di Dio: la sua misericordia. Per lui, vedere il perdono di Dio o gua­rire un paralizzato sono due realtà di uguale difficoltà, e perciò conferma il primo miracolo, quello della visione del perdono, con il secondo, quello della guarigione del paralizzato.

L’autorità che Gesù rivendica per sé di “perdonare i peccati”, non è una usurpazione, per­ché in realtà non ha rapito a Dio il suo potere di perdonare, ha solo saputo discernere chi, in quel momento, era già stato perdonato da Dio. E la guarigione dell’infermo è l’attestazione che Gesù ha visto giusto. Lo è per la folla che attornia Gesù e che proclama: “Una cosa così non l’abbiamo mai vista”; forse lo è anche per gli scribi che comunque non possono replicare; ma questo messaggio, secondo il quale il giudizio di Dio è la sua misericordia, deve valere soprat­tutto per il lettore di Marco, e dunque per noi, qualunque sia la situazione in cui ci troviamo. È proprio questa convinzione – che poi è la nostra stessa fede – che ci permette di fare di ogni situazione che viviamo, anche situazioni di disagio, di fragilità o di scoraggiamento, un cam­mino di amore che si apra sulla speranza e la gioia dell’evangelo.

Voglia il Signore conservarci in questa fede, affinché attraverso di noi il suo Nome sia sempre glorificato. Amen.

domenica 3 ottobre 2021

Predicazione di domenica 3 ottobre 2021 su 2 Corinzi 9,6-15 a cura di Marco Gisola

 2 Corinzi 9,6-15 

6 Ora dico questo: chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente mieterà altresì abbondantemente. 7 Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso. 8 Dio è potente da far abbondare su di voi ogni grazia, affinché, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che vi è necessario, abbondiate per ogni opera buona; 9 come sta scritto: «Egli ha profuso, egli ha dato ai poveri,la sua giustizia dura in eterno». 10 Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. 11 Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi. 12 Perché l'adempimento di questo servizio sacro non solo supplisce ai bisogni dei santi ma più ancora produce abbondanza di ringraziamenti a Dio; 13 perché la prova pratica fornita da questa sovvenzione li porta a glorificare Dio per l'ubbidienza con cui professate il vangelo di Cristo e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti. 14 Essi pregano per voi, perché vi amano a causa della grazia sovrabbondante che Dio vi ha concessa. 15 Ringraziato sia Dio per il suo dono ineffabile!


1. Oggi la Parola di Dio ci parla di soldi. L’apostolo Paolo ci parla di una colletta che le chiese della diaspora – come quella di Corinto a cui sta scrivendo – sono invitate a fare a favore della chiesa di Gerusalemme, che era in difficoltà economiche.

Noi quando parliamo di soldi, di solito, parliamo dei soldi che guadagniamo o dei soldi che spendiamo. Con il lavoro – o con la pensione, che è comunque un frutto indiretto del lavoro che si è fatto per una vita – guadagniamo i soldi che ci servono per vivere, e quei soldi li spendiamo per le nostre necessità e qualche volta, quando possiamo, per qualche altra cosa. I soldi sono da un lato il frutto del nostro lavoro e dall'altro sono lo strumento con cui ci procuriamo ciò che ci serve.

La Parola di Dio quando parla di soldi invece parla di donare e di condividere. Anzi, prima di parlare di dono donato, parla di dono ricevuto: Paolo parla del seminatore e di “Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare”. È Dio che fornisce il seme al seminatore e che quindi gli fornisce il pane. Il seme è dono, perché tutto è dono. E nella chiesa non possiamo parlare del nostro donare senza prima parlare dei doni che abbiamo ricevuto. Impariamo a donare solo se siamo consapevoli di avere tutto ricevuto in dono.

Anche il seme che il seminatore semina nel suo terreno è un dono di Dio. Anche lo stipendio che ti sudi in fabbrica, a scuola, nel reparto di ospedale o, appunto, nei campi… È ovvio che dal punto di vista umano, del diritto del lavoro o sindacale lo stipendio è la giusta retribuzione per un lavoro compiuto. Ma dal punto di vista della fede è dono, perché tutto è dono. Ciò che per il mondo mi guadagno, davanti a Dio è un suo dono. Insieme a doni ancora più grandi che Dio ci fa, il più grande dei quali è suo figlio venuto e morto e risorto per noi, e poi la fede che è dono di Dio, la speranza nel regno di giustizia di Dio, la comunità con cui condividiamo tutto ciò.

E allora il nostro dono, il dono che noi facciamo è una risposta riconoscente al dono di Dio ed è una condivisione del dono di Dio. Se tutto è dono, quando io dono, non faccio altro che condividere ciò che ho ricevuto in dono da Dio. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” dice Gesù ai discepoli che manda in missione. Dono chiama dono, anzi: dono genera dono. Poiché riceviamo tutti questi doni da Dio, siamo chiamati a donare.

Ma quanto? E come? Paolo dice: generosamente e liberamente. Il nostro dono, secondo Paolo, ha queste due caratteristiche: generosità e libertà. Paolo invita alla generosità, che vuol dire non donare le briciole, non donare il minimo del superfluo, ma Paolo non prescrive e non comanda: “Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso”. “Ciascuno quanto ha deliberato in cuor suo”, cioè liberamente e responsabilmente. Non di malavoglia, non per forza, ma con gioia. Una terza caratteristica del dono è che è fatto con gioia, liberamente e quindi con gioia. Altrimenti non è un dono, ma un obbligo o una forzatura. Paolo parla dunque di soldi con grande libertà – mentre noi facciamo sempre un po’ di difficoltà – e ne parla senza moralismi. Parla di generosità, perché donare le briciole sarebbe ipocrisia; di libertà, perché il dono non è una tassa, ma è appunto un libero dono e - in quanto libero - responsabile; e di gioia, perché il dono è innanzitutto risposta gioiosa ai doni ricevuti da Dio. 

 

2. E poiché oggi la Parola di Dio ci parla di soldi, tocchiamo anche un tema di cui di solito non si parla nelle predicazioni, cioè le contribuzioni alla nostra chiesa. Forse una remora che noi pastori abbiamo a parlare di questo è che ci sembra di chiedere soldi per i nostri stipendi. Paolo, come abbiamo detto, non parla del mantenimento dei ministri della chiesa, ma di una colletta per i cristiani di Gerusalemme che sono in difficoltà economiche. Ma possiamo fare rientrare un attimo anche questo discorso, perché la nostra chiesa ha fatto la scelta di avere dei pastori e delle pastore a tempo pieno e quindi retribuiti (non tutti, vi sono dei pastori che lo fanno oltre al proprio lavoro e non sono retribuiti) e ha fatto la scelta che questa retribuzione fosse frutto del dono e della condivisione delle risorse dei membri di chiesa.

Le parole di Paolo ci indicano i criteri che valgono anche per la contribuzione che siamo tutti chiamati a dare per la vita della chiesa, in particolare per pagare gli stipendi dei pastori e delle pastore e il funzionamento della nostra chiesa: la contribuzione che siamo chiamati a dare è libera, non è una tassa, ma un dono; è libera e dunque responsabile, e infatti è un impegno che tutti noi ci siamo preso al momento in cui siamo diventati membri di chiesa. È una condivisione di ciò che ciascuno di noi ha e dunque ha ricevuto. Ed è – o dovrebbe e vorrebbe essere – gioiosa, perché nasce dalla gioia di aver ricevuto il dono della grazia di Dio che ogni domenica cerchiamo qui di annunciare e di vivere.

Ma il principio è che la chiesa – in senso lato, cioè tutta la chiesa valdese – mantiene le persone che ha incaricato di predicare l’evangelo attraverso la condivisione delle risorse che ciascuno ha e che ciascuno sceglie liberamente e responsabilmente, “in cuor suo”, di donare. È una condivisione delle risorse di ciascuno e ciascuna di noi che permette la condivisione dell’annuncio della parola di Dio, della formazione sulla Parola di Dio, della fede e della preghiera vissute insieme. Un dono che rende possibile tutto ciò a chi sa di aver ricevuto dal Signore il dono più grande, che è quello della grazia nel suo figlio Gesù.


3. Torniamo infine al testo: il dono, che ha tutte queste caratteristiche di cui abbiamo appena detto, per Paolo è un atto di culto. Paolo non usa il termine colletta, come ho detto io per brevità all’inizio, per parlare della raccolte delle offerte per la chiesa di Gerusalemme, ma usa altre parole: parla di “opera di grazia” e arriva a dire che si tratta di un “servizio sacro”, quindi un atto di culto (9,12). E la parola che la nostra Bibbia traduce con “sovvenzione” (v. ) è diaconia, cioè servizio. Donare è culto ed è servizio. Donare è uno dei modi che abbiamo per celebrare il culto anche attraverso le nostre risorse materiali, mettendole al servizio di chi ne ha bisogno.

La distinzione così netta tra materiale e spirituale che spesso c’è nella nostra mentalità non è biblica. Per la Bibbia il materiale è spirituale. Gesù insegna alle folle e poi le sfama, fa tutte e due le cose, certo prima insegna, ma poi, quando hanno fame, fa in modo che mangino. E Gesù guarisce senza pretendere che tutte le persone che ha guarito diventino suoi discepoli.

Il dono è un atto di culto ed è un segno di comunione. I cristiani di Gerusalemme loderanno Dio per il dono che riceveranno e Paolo scrive: “per la generosità della vostra comunione con loro”. Usa proprio questa parola “ comunione”: il dono è comunione.

E pensiamo che i cristiani di Corinto e quelli di Gerusalemme non si sono mai visti e forse non si vedranno mai; gli uni provengono dal paganesimo, gli altri dall’ebraismo. Eppure sono in comunione, che è sia materiale, sia spirituale, perché anche il materiale è spirituale.

E a questo riguardo c’è una cosa bellissima in questo brano; Paolo aggiunge: Essi [i cristiani di Gerusalemme] pregano per voi, perché vi amano a causa della grazia sovrabbondante che Dio vi ha concessa. I cristiani di Corinto fanno un dono in denaro e i cristiani di Gerusalemme pregano per loro. C’è comunione, che si esplicita nel dono di chi ha di più verso chi ha di meno, e nella preghiera.

La comunione in Cristo supera tutte le barriere, geografiche, etniche, sociali. E comprende ogni aspetto della vita, dal denaro alla preghiera. Non c’è nulla nella nostra vita di ciò che siamo e di ciò che abbiamo che non debba o non possa diventare strumento di comunione, nel dono reciproco di ciò che si ha e di ciò che si è.

Perché ciò che si ha e ciò che si è dono del donatore supremo, dono che viene prima ed è l’origine di ogni altro dono. E quindi, come dice Paolo, Ringraziato sia Dio per il suo dono ineffabile!





domenica 26 settembre 2021

Predicazione di domenica 26 settembre su Romani 10,9-17 a cura di Marco Gisola

 Romani 10,9-17

9 [perché,] se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso». 12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato.

Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? 15 E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» 16 Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» 17 Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.



Nel nostro brano di oggi ci sono diversi verbi importanti per la fede e la vita cristiana: confessare, credere, invocare, ascoltare, annunciare, mandare… verbi fondamentali per la nostra fede e la nostra teologia, proprio alcuni dei verbi che sono centrali per parlare di Dio e della nostra fede, cioè – come si dice – per fare teologia. C’è molta teologia in queste parole di Paolo.

E poi ci siamo noi. Ci sei tu, c’è la tua bocca e il tuo cuore; e anche se non sono menzionate, ci sono anche le tue orecchie. E c’è anche tutto il resto, c’è tutta la nostra esistenza, c’è la vita che viviamo davanti a Dio e grazie a Dio. Anche questa è teologia, perché la teologia non è solo parlare di Dio, ma della relazione che Dio crea con noi.

C’è in queste parole di Paolo quello che il NT chiama “salvezza”, che non è certo solo quello che noi chiamiamo l’aldilà, perché la salvezza è la vita che Dio ci dona ogni giorno, è la possibilità che Dio ci dà ogni giorno di vivere nella fiducia e nella gioia, nella giustizia e nella speranza.

E come ci raggiunge questo dono di Dio, questa salvezza che viene da Dio? Questo è il tema di questi versetti così densi, che si trovano all’interno di quel lungo discorso che Paolo fa nei capp.9, 10 e 11 della sua lettera ai Romani in cui parla del popolo di Israele.

In questi versetti Paolo si preoccupa di affermare che questo dono è offerto a tutti, non più solo al popolo eletto – che rimane eletto, dirà poco più avanti, e non rinnegato come i cristiani hanno pensato per secoli – ma anche ai pagani:

“chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”, perché “non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano”.

Questo è il contesto in cui Paolo pronuncia queste parole: la salvezza è per “chiunque avrà invocato il nome del Signore”, per “tutti quelli che lo invocano”, senza distinzioni. E come si arriva ad invocare Gesù Cristo? E che cosa vuol dire invocare Gesù Cristo?

Qui entrano in gioco la nostra bocca e il nostro cuore. Il cuore per Paolo è il centro dell’essere umano, non solo e non tanto dei suoi sentimenti, ma del suo pensiero e delle sue decisioni, anche della sua fede: si crede con il cuore, dice Paolo, il che non vuol dire che la fede sia un sentimento, ma che la fede abita nel nostro intimo e coinvolge tutta la nostra esistenza.

Potremmo dire così: il cuore rappresenta la fede dentro di noi, la bocca rappresenta la fede che “esce” (per così dire) da dentro di noi e diventa vita. Confessare la fede non è solo dire o ripetere una confessione di fede, non è solo dire delle parole.

Quando nel culto confessiamo la fede con il credo o altre confessioni di fede, compiamo un atto liturgico che come tutti gli atti liturgici ha un valore simbolico.

Quando diciamo il credo non diciamo solo delle parole, ma dicendo quelle parole, attraverso quelle parole esprimiamo fiducia, riconoscenza, speranza, attraverso quelle parole ci dichiariamo discepoli e discepole di quel Cristo che confessiamo, e che quindi vogliono ascoltare e seguire.

Pensiamo a un mondo, quello di Paolo, in cui – ancora più di oggi – c’era una divisione netta tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e spesso chi faceva un lavoro manuale non aveva nessuna istruzione e non sapeva nemmeno leggere.

E quindi chi prendeva parola, chi parlava in pubblico era solo chi aveva una certa cultura e apparteneva quindi a una certa classe sociale.

Nel culto della chiesa, quando si confessa la propria fede, prendono parola tutti, perché tutti e tutte sono uguali e tutti e tutte confessano la stessa fede con le stesse parole, anche gli analfabeti che imparano a memoria le parole della fede, nessuno deve tacere.

Ma quello che accade nel culto, nella liturgia cristiana, è segno di quello che accade fuori, nella vita cristiana: attraverso la bocca facciamo uscire quello che abbiamo nel cuore, non nel senso che andiamo all’angolo della strada e ripetiamo il credo, ma nel senso che diciamo pubblicamente che cosa crediamo e non solo con le parole ma con la nostra intera esistenza, con le nostre parole, i nostri gesti quotidiani e le nostre scelte.

Il cuore è la dimensione intima della fede, la bocca esprime la dimensione pubblica della fede, la dimensione culturale e sociale della fede.

Ma torniamo alla domanda di prima: come si arriva ad invocare il nome del Signore? Qui entrano in gioco tutti quei verbi che Paolo usa. Paolo risponde andando a ritroso, parte cioè dalla fine per risalire all’inizio, alla fonte:

per invocare il nome di Gesù Cristo è necessario credere; per credere è necessario ascoltare; per ascoltare è necessario ricevere l’annuncio; per ricevere l’annuncio è necessario che l’annunciatore o l’annunciatrice sia mandato/a (sottinteso: da Dio).

E Paolo conclude il suo pensiero dicendo “Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo”. È l’ascolto della sua parola il mezzo che Dio ha scelto per far nascere e far crescere la nostra fede. L’ascolto della sua parola, parola di Cristo, che non vuol dire soltanto le parole che Gesù ha detto ma anche le parole che sono state dette su di lui, dagli apostoli dopo di lui e dai profeti prima di lui, cioè tutta la Bibbia.

Ascolto della sua parola annunciata e predicata da piccoli e fallibilissimi esseri umani. Questo ha scelto Dio come mezzo per far nascere e crescere la nostra fede, per nutrirla giorno dopo giorno.

Poteva forse scegliere di meglio il nostro Signore! Qualcosa di più sicuro e di più potente della parola pronunciata da piccoli e peccatori esseri umani e ascoltata da altrettanto piccoli e peccatori esseri umani.

Parola fragile, sempre soggetta a non essere capita, prima di tutto da chi è chiamato a predicarla e poi da chi è chiamato ad ascoltarla… Sempre soggetta a essere fraintesa, confusa o – peggio - trascurata, abusata, piegata alla propria volontà… Poteva scegliere qualcosa di più potente ed efficace, di più sicuro…

E invece no, “Dio ha scelto le cose deboli del mondo” come scrive sempre Paolo nella 1 lettera ai Corinzi (1,27).

Ha scelto la nostra debole umanità per mandare il suo figlio nel mondo, ha continuato a scegliere la debole umanità di chi ha scritto la Bibbia e la debole umanità di chi è chiamato ad annunciare la sua parola.

Questo perché Dio ama la nostro debole umanità che lui stesso ha creato e che ha assunto nel suo figlio Gesù. Ma soprattutto perché non ci sia dubbio che l’efficacia e la forza non sono in noi, ma in lui che opera attraverso il suo Spirito.

È lo Spirito che fa nascere e crescere la nostra fede, e che si serve del nostro parlare e del nostro ascoltare.

Ma poi, penso, anche per un’altra ragione: la fede nasce dal nostro ascolto della sua parola perché Dio ci vuole partner attivi, presenti, consapevoli, vuole che ci mettiamo lì ad ascoltarlo. Perché nel nostro ascolto ci siamo noi, ci sono le nostre orecchie, la nostra volontà di ascoltare, e c’è il nostro cuore, ci siamo tutti noi stessi.

La fede nasce dall’ascolto della sua parola perché la fede è relazione in cui noi siamo soggetti, interpellati, chiamati, anche giudicati dalla sua parola, ma soprattutto accolti e “salvati” nel senso che dicevamo prima: che nell’ascolto della parola di Dio scopriamo e riscopriamo ogni volta la straordinaria possibilità che Dio ci offre di una vita nuova, vissuta nella fiducia e nella speranza.

La fede è questa relazione che nasce e vive nell’ascolto che diventa dialogo, nella parola ascoltata che esige una risposta, che coinvolge la nostra bocca che invoca il nome del Signore, ma anche le nostre mani chiamate a servire il nostro prossimo e le nostre gambe chiamate ad andargli incontro.

Una relazione e una risposta che non ci sarebbe se la fede nascesse da miracoli spettacolari davanti ai quali non avremmo nulla da dire e nulla da fare, ma solo da guardare.

E invece no, nell’evento della fede non c’è nulla da guardare, c’è solo da ascoltare. Di questo ascolto, attento, attivo e consapevole, siamo pienamente responsabili, come siamo responsabili di fare uscire la fede che nasce nel cuore attraverso la nostra bocca e tutta la nostra vita.

Questo ascolto, che diventa vita, perché attraverso di esso Dio ci dona e ci apre a una nuova vita, è la nostra vocazione, di cui siamo responsabili. Tutto il resto è dono di Dio.

martedì 14 settembre 2021

Predicazione di domenica 12 settembre 2021 su Luca 17,5-6 a cura di Marco Gisola in occasione della Festa di Fra’ Dolcino

 Luca 17,5-6

1 Gesù disse ai suoi discepoli: «È impossibile che non avvengano scandali, ma guai a colui per colpa del quale avvengono! 2 Sarebbe meglio per lui che una macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli. 3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. 4 Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo».

5 Allora gli apostoli dissero al Signore: «Aumentaci la fede!» 6 Il Signore disse: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: "Sràdicati e trapiàntati nel mare", e vi ubbidirebbe.



Il brano di oggi sono i vv. 5-6 del capitolo 17 di Luca. Questo brano inizia con la richiesta che gli apostoli rivolgono a Gesù di aumentare la loro fede. Ma perché i discepoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede? Non lo chiedono in modo generico, per essere migliori, più buoni o per essere dei bravi testimoni.

Lo chiedono in base a ciò che Gesù ha detto appena prima. Rileggiamo il testo, a partire dal v. 1. È davanti alle parole di Gesù su scandalo e perdono che arriva la richiesta dei discepoli che vorrebbero avere più fede. Pensano che per fare quello che Gesù chiede loro di fare ci voglia molta fede, più fede di quella che hanno. Sentono di non avere abbastanza fede per fare quello che ha detto Gesù, cioè per non scandalizzare e per riuscire a perdonare.

Questa richiesta dei discepoli letta nel suo contesto ci dice una cosa molto importante: la nostra fede ci serve anche per relazionarci in modo giusto con gli altri, in particolare, secondo le parole di Gesù, non scandalizzandoli e perdonandoli. La nostra fede, cioè, è una fede vissuta nella relazione, non abbiamo fede soltanto per noi, ma per relazionarci nel modo giusto con gli altri. Per questo il contesto in cui viene la richiesta dei discepoli è importante. Che cosa ha appena detto Gesù, che porta i discepoli a chiedere di aumentare la loro fede? Gesù ha parlato di scandalo e di perdono.

La prima parola di Gesù, quella sullo scandalo è molto dura: lo scandalo va evitato al punto che sarebbe meglio per un discepolo essere buttato in mare con una pietra legata al collo piuttosto che scandalizzare “uno di questi piccoli”. Che cosa vuol dire scandalizzare nel NT? La parola scandalo in greco, la lingua del NT, viene dall’uso delle trappole per catturare gli animali. Lo scandalo è lo “scatto” della trappola e poi, per estensione, la trappola stessa. È ciò che fa cadere, che cattura. Lo scandalo nella vita comunitaria è dunque ciò che fa cadere, è un comportamento che fa cadere un fratello o una sorella, che li porta sulla strada sbagliata. Lo scandalo è dunque il male consapevole, non quello fatto per errore, senza volerlo. È il male fatto sapendo di fare del male.

Ora, detto così, è probabile che la maggioranza di noi si ritenga innocente: se per caso facciamo del male a qualcuno, di certo lo facciamo involontariamente…! Probabilmente è così, ce lo auguriamo, ma qui Gesù ci sta suggerendo di vedere le cose in modo diverso, da un altro punto di vista: se il fratello cade, se la sorella cade a causa di qualcosa che abbiamo detto o fatto, quello è male. Se qualcosa – che per noi magari è una leggerezza – fa cadere il fratello o la sorella, in realtà non è una leggerezza, è uno scandalo.

Gesù ci invita a considerare quello che facciamo a partire dalle sue conseguenze sul fratello o sulla sorella e non a partire dalle nostre opinioni. Ci invita a chiederci: quello che sto per fare o sto per dire potrà scandalizzare – nel senso di far cadere - qualcuno? Come sempre Gesù ci apre e ci dona un altro punto di vista.

E poi il perdono. Gesù dice che se a te, che ritieni di essere suo discepolo o sua discepola, viene chiesto perdono, devi perdonare anche sette volte in un giorno. Sette è un numero simbolico, un numero che indica completezza, come i giorni della settimana. Sette vuol dunque dire sempre, vuol dire che, tutte le volte che il perdono viene chiesto, il discepolo e la discepola di Gesù devono concederlo. Non c’è limite al perdono.

Notiamo che Gesù dice che la persona che chiede perdono si pente: “Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: “Mi pento”, perdonalo”. Pentimento e perdono sono le cose che ri-costruiscono una relazione.

Non parliamo qui di un perdono rituale, o di un perdono che viene dall’alto, ma del perdono tra sorelle e fratelli, parliamo di una frattura che si ricompone, di una ferita che guarisce, di una relazione rotta o interrotta che ricomincia. Parliamo cioè di riconciliazione, che è appunto la ri-costruzione di una relazione che si è rotta, che qualcuno ha rotto. La volontà di Dio che qui Gesù ci insegna è che non ci debba essere limite alla ricerca della riconciliazione e ci mostra che la riconciliazione tra due persone ha bisogno di una decisione di entrambe le persone.

Qui Gesù parla di un perdono chiesto e concesso. Chi ha rotto, deve pentirsi – cioè capire e ammettere di aver sbagliato, di aver fatto del male e di avere rotto una relazione – e chi ha subito il male deve accogliere la richiesta di perdono. Ci si riconcilia in due. In particolare qui Gesù si rivolge a chi è richiesto di concedere il perdono e gli dice semplicemente: se ti viene chiesto perdono, se sei cristiano, se sei cristiana lo concedi.

Ma il verbo “concedere” non è quello più giusto, perché sa – appunto – di concessione. Meglio dire accogliere la richiesta di perdono, perché accogliendo la richiesta di perdono si accoglie la sorella o il fratello che chiedono perdono. Riconciliazione significa accogliersi e riconoscersi di nuovo – dopo la rottura – come sorelle e fratelli.

Lo scandalo di cui Gesù ha appena parlato è ciò che rompe una relazione, il perdono è ciò che la ricostruisce. E avete notato che Gesù dice che è impossibile che non avvengano scandali, cioè è impossibile che non ci si faccia cadere a vicenda. Perché siamo umani e siamo fatti così, perché è molto difficile mettersi davvero nei panni del prossimo. Per questo il perdono è essenziale, proprio per ricostruire ciò che inevitabilmente rompiamo.

E davanti a questi compiti i discepoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede, perché sembra loro di essere davanti a compiti troppo grandi, per cui la loro fede non basta. E qui viene la seconda parte del brano di oggi. La risposta di Gesù è di nuovo paradossale. Alla richiesta dei discepoli di aumentare la loro fede, Gesù risponde che basta pochissima fede – grande quanto un granello di senape che è piccolissimo – per spostare un sicomoro, che è un albero con radici molto profonde (Matteo in una parola simile di Gesù dice addirittura una montagna, ma il senso è lo stesso).

È un paradosso: i discepoli chiedono maggior quantità di fede, Gesù risponde che basta – anzi: basterebbe – una piccolissima quantità di fede. Ed è un paradosso anche perché ovviamente lo scopo della fede non è spostare alberi o montagne, ma è non scandalizzare e perdonare. Che è più difficile di spostare alberi!

Gesù dice «Se aveste fede quanto un granello di senape...», quindi presuppone che i discepoli non ce l’abbiano. Ma questi discepoli ce l’hanno o non ce l’hanno la fede? O una fede sufficientemente grande? E noi? Ce l’abbiamo?

Gesù sta dicendo ai discepoli e a noi che la fede non si misura e non si quantifica. Avere fede non significa “possedere” la fede o averne una certa quantità, più o meno di altri. La fede non sta in tasca o in un magazzino o in cassaforte. Quando parliamo di una fede grande (come di un grande amore) sono modi di dire, non vere e proprie misure di quantità. La fede è fiducia, è fidarsi, è credere che è giusto ciò che Gesù dice, che è giusto non scandalizzare, non far cadere il prossimo e che è giusto perdonare ogni volta a chi ce lo chiede.

La fede è credere che questo è giusto e che questa è la volontà di Dio. E dunque agire di conseguenza. La volontà di Dio non è che noi spostiamo alberi nel mare, la volontà di Dio è che ci rapportiamo al prossimo e al mondo come Gesù si è rapportato, con giustizia e misericordia.

La nostra piccola fede è sufficiente quando riconosciamo che da soli non riusciamo né a perdonare, né a non scandalizzare. Di più: che da soli non vogliamo né perdonare né non scandalizzare.

La nostra piccola fede è sufficiente se riconosce questo e se si affida a Dio – che lui solo è grande – affinché Dio trasformi la nostra volontà nella sua, giorno dopo giorno.

La giustizia e la misericordia di Dio sono grandi, enormi. Se ci affidiamo a lui, la nostra piccola fede può imparare a vivere i grandi doni che egli ci fa dell’amore che non fa cadere e del perdono che riconcilia.

Non cerchiamo la grande fede che non possiamo avere. Riponiamo piuttosto la nostra piccola fede nel Dio il cui grande amore e la cui grande misericordia possono ogni cosa.