mercoledì 6 febbraio 2019

Predicazione di domenica 3 febbraio 2019 su Esodo 3,1-15 a cura di Marco Gisola

Esodo 3,1-15

1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 2 L'angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. 9 E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» 12 E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte». 13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi dicono: "Qual è il suo nome?" che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d'Israele: "l'IO SONO mi ha mandato da voi"». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d'Israele: "Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi". Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.


Il popolo che Dio si è scelto non può rimanere schiavo, Dio vuole un popolo libero. La decisione di Dio per la libertà è il nucleo, il centro di questo episodio, raccontato in questo brano così denso di particolari che sarebbero tutti importanti. Ci fermiamo su alcuni di essi:
1. La prima cosa da sottolineare è che Dio partecipa alla sofferenza del suo popolo: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni»: i verbi usati non sono casuali: ho visto, ho udito, conosco.
Dio vede l’afflizione del suo popolo, il Dio dei cieli vede ciò che accade sulla terra, non ne è estraneo. Dio ascolta il grido di dolore degli oppressi, la voce di dolore del suo popolo arriva fino a lui, e dunque Dio conosce la sofferenza del suo popolo e si lascia coinvolgere da essa.
Questo brano biblico ci dice chiaramente, se mai ce fosse stato bisogno, che Dio non è lontano, non è insensibile a ciò che accade sulla terra, ma anzi se ne lascia toccare.
Dobbiamo però fare attenzione a un dettaglio che troviamo più avanti nel libro dell’Esodo. Fin qui ci viene detto che Dio vede la sofferenza del suo popolo, ascolta il grido di dolore del suo popolo. Potrebbe essere un rapporto del tipo genitore-figlio/a, in cui il genitore si occupa soltanto del proprio figlio/a. Ma più avanti nell’Esodo ci viene detto che Dio ascolta il grido di tutti coloro che gridano a lui:
Esodo 22,21-23: «Non maltratterai lo straniero e non l'opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto. Non affliggerete la vedova, né l'orfano. Se in qualche modo li affliggi, ed essi gridano a me, io udrò senza dubbio il loro grido».
Dio ascolta il grido anche dello straniero, oltre che della vedova e dell’orfano; insomma: Dio ascolta il grido di tutti gli oppressi. Questo è il Dio che ci presenta il libro dell’Esodo.


2. Dio vede, ascolta, conosce e dunque agisce: «Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso».
Dio scende. Questo verbo è molto importante, perché ci racconta l’atteggiamento di Dio nei confronti del suo popolo e dell’umanità che ha creata: Dio scende, non se ne sta lassù nel cielo, sulle nuvole, lontano dalle sofferenze, dalle contraddizioni degli esseri umani. Dio – come ci dicono alcuni salmi – è l’altissimo, ma si china sui miseri e sugli oppressi.
Se ci pensate, c’è già qui l’idea che sta alla base di quella che noi cristiani chiamiamo incarnazione. Come racconta Paolo l’incarnazione di Cristo? «pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini...» (Filippesi 2).
Paolo ci dice che Gesù rinuncia alle sue “prerogative” (scusate la parola poco biblica…) divine e si “svuota”; l’Esodo ci dice che Dio non rimane in alto, ma viene in basso per liberare il suo popolo.
E forse questo brano ci dice che in realtà, il fatto che Dio sia nei cieli non significa affatto che Dio è lontano. Forse questa è l’idea che qualcuno si è fatto nei secoli, ma non è biblica.
Nella Bibbia il fatto che Dio è cieli significa prima di tutto che non è nelle nostre mani, che non lo possiamo raggiungere né conoscere totalmente e tanto meno piegare ai nostri desideri, che c’è una distanza salutare tra lui e noi, nel senso che lui è il creatore e noi le sue creature, lui il salvatore e noi i salvati, e non viceversa.
Ma forse questa metafora vuol anche dirci che dai cieli Dio vede meglio di noi, perché vede dall’alto. Noi vediamo soltanto noi stessi e quelli che stanno intorno a noi.
Lui vede anche quelli che noi non vediamo, perché non possiamo vederli o non vogliamo vederli. Forse, chissà, il fatto che Dio che sta nei cieli, vuol dire che Dio sta nel luogo da cui, meglio di ogni altro, si può vedere la sofferenza di tutto il genere umano.


3. Dio scende per liberare il suo popolo. In questa frase di questo brano c’è veramente tanto della volontà di Dio. Non tutta, ma molta volontà di Dio è descritta qui: Dio è un Dio liberatore. Non è un caso che il tema della liberazione dall’Egitto ritorna, a mo’ di confessione di fede, in molti brani della Bibbia ebraica.
Il Dio creatore è anche il Dio liberatore e dunque è il Signore, che richiede la nostra fiducia e la nostra obbedienza. Siamo al cuore dell’Antico Testamento, anzi siamo al cuore di Dio e della sua volontà: la volontà di Dio è volontà di liberazione.
Dio vuole che il suo popolo non sia schiavo, non sia servitore di nessun altro se non di lui stesso e della sua volontà. La libertà del popolo e dei suoi singoli membri è molto concreta: le varie leggi e norme contenute nella Torah tendono proprio a questo, a che ogni singolo membro del popolo sia libero.
Questa volontà ci è confermata nel NT: anche qui l’evento centrale, cioè la morte e resurrezione di Cristo, è un evento di liberazione: Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi, dice Paolo, liberi per servire il prossimo, liberi di servire Dio nel prossimo.


4. Per fare tutto ciò Dio chiama Mosè. Non era scontato che Dio chiamasse qualcuno per liberare il suo popolo. Poteva farlo lui, da solo, compiendo qualche gesto spettacolare e miracoloso, senza coinvolgere nessuno.
Ma Dio non vuole agire da solo; come lui partecipa alla sofferenza del suo popolo, vuole che qualcuno del suo popolo partecipi all’opera di liberazione. E dunque Dio coinvolge Mosè, sceglie un essere umano che porti avanti con lui l’opera di liberazione.
E che essere umano sceglie! Non dimentichiamo che Mosè non era affatto una persona perfetta: aveva ucciso un egiziano per la rabbia che aveva provato vedendo i suoi fratelli ebrei maltrattati e poi aveva dovuto fuggire dall'Egitto. Quando viene chiamato, Mosè era dunque lontano dal suo popolo.
Le cose determinanti le farà tutte Dio, ma Mosè sarà il suo ambasciatore presso il popolo; sarà l’ambasciatore di Dio presso il popolo e l’ambasciatore del popolo presso Dio. Mosè dialogherà instancabilmente con Dio e con il popolo.
Dio dunque coinvolgendo Mosè non solo mostra la sua decisione di coinvolgere il suo popolo, ma così facendo corre dei rischi. Questo coinvolgimento di Mosè fa in fondo parte del suo “scendere”, del suo calarsi dall’alto verso il basso e sporcarsi le mani con l’umanità.
Scegliendo Mosè, Dio si mette in gioco, perché Mosè non sarà un burattino nelle sue mani, discuterà con Dio fin da subito, quando cercherà di respingere al mittente la chiamata che Dio gli rivolge.
E poi discuterà ancora con Dio molte volte, come quando intercederà per il suo popolo dopo il tradimento del vitello d’oro e farà cambiare idea a Dio.
Dio da un lato coinvolge Mosè, coinvolge l’essere umano nel suo progetto di liberazione, ma d’altro lato si lascia coinvolgere, si lascia anche cambiare dal dialogo con Mosè.


5. Ultima cosa che vorrei dire è sul nome di Dio. Questo è uno dei brani che hanno dato più lavoro ai biblisti. Mosè chiede a Dio di dirgli il suo nome e Dio dà tre risposte, prima dicendo che egli è il Dio dei padri, quindi legandosi alla storia di Israele.
Poi risponde con quella frase enigmatica che viene tradotta con «Io sono colui che sono» o «io sarò quello che sarò». Dio rivela poi al v. 15, il nome vero e proprio, il cosiddetto Tetragramma (YHWH), quattro consonanti ebraiche che non sappiamo più come fossero pronunciate, perché si sono perse le vocali.
Sia la frase «Io sono colui che sono», sia il tetragramma hanno a che fare con il verbo essere, ma non solo un teorico “essere” bensì un “esserci”. Dio sta dicendo a Mosè non che esiste – nessuno metteva in dubbio l’esistenza di Dio – ma che c’è, che è lì per e con lui e per e con il popolo.
Questo nome è dunque in primo luogo una promessa, la promessa che Dio sarà con il popolo nel suo esodo, nella sua uscita dalla casa di schiavitù. Il nome di Dio esprime la presenza di Dio, la promessa della sua presenza in mezzo al popolo per compiere l’opera di liberazione.
E poi è un nome attraverso cui Israele può invocarlo, chiamarlo, rivolgersi a lui in preghiera. Israele può avere una relazione con questo Dio. Sappiamo che sarà una relazione fatta di molte infedeltà da parte di Israele, e molto faticosa per Dio.
Il quale però però non verrà meno alla sua promessa di liberazione, non verrà meno alla promessa di essere il Dio che c’è e che accompagna il suo popolo.


In questo Dio che chiama Mosè noi crediamo e riponiamo la nostra fiducia.
Crediamo in un Dio che partecipa alle nostre sofferenze, che vede, ascolta e conosce i nostri tormenti e scende per liberarci da essi.
Crediamo in un Dio che per noi è sceso nella persona di Gesù, in un Dio che libera, che è il liberatore per eccellenza ed è sceso per liberarci dalla schiavitù della nostra colpa - e in fondo dalla schiavitù di noi stessi – e che ci chiama a collaborare a questa opera di liberazione degli oppressi da ogni genere di oppressione.
Crediamo in un Dio che ci rivela il suo nome affinché noi possiamo invocarlo, ci dona il suo nome che è una promessa, la promessa della sua presenza accanto a noi nel nostro cammino.
È il Dio di Mosè, è il Dio padre di Gesù, nel quale Dio è sceso fino a noi per dirci che anche per noi è vero tutto questo.


lunedì 7 gennaio 2019

Predicazione di domenica 6 gennaio 2019 su Matteo 2,1-12 a cura di Marco Gisola

Matteo 2,1-12
1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 "E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele"».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via.


L’episodio della visita dei magi a Gesù è un racconto molto particolare. Anzi, l’arrivo di questi sapienti dall’oriente guidati da una stella è quasi una nota stonata all’interno dei racconti della nascita di Gesù.
Appena Gesù, il messia di Israele, è nato, secondo Matteo, i primi personaggi che intervengono sulla scena sono dei pagani, dei sapienti circondati da un alone di mistero. Vengono dall’oriente, terra pagana e lontana, e seguono una stella, che già di per sé è una pratica che sa di paganesimo.
Essi appaiono qui e poi non si parlerà più di loro, forse non avranno più alcun contatto con Gesù, Matteo non ci dice più nulla.
Ma proprio per questo alone di mistero e per questa apparente incoerenza con il resto del racconto, il fatto che Matteo ci racconti questo episodio dà a questi simpatici personaggi un importanza particolare.
Che cosa significhi l’episodio in sé è abbastanza chiaro, al di là del mistero che li circonda: l’arrivo dei magi ci vuol dire che il ministero di Gesù, fin dalla sua nascita è già rivolto anche ai pagani. Gesù è appena nato e Dio già chiama dei pagani.
Matteo ci racconta che Gesù, appena nato, incontra l’ostilità di Erode, che era ebreo ed era circondato e consigliato dai sapienti di Israele, dagli esperti della scrittura e incontra invece la gioia e l’entusiasmo dei magi, questi uomini pagani che hanno intrapreso un lunghissimo viaggio per venire a visitare Gesù.
Quelli che erano geograficamente e religiosamente più vicini a Gesù non si accorgono di lui o gli sono addirittura ostili, mentre quelli che erano lontani, sia geograficamente, sia religiosamente, perché pagani, vengono ad adorarlo.
L’evangelo capovolge e sconvolge i nostri criteri di vicinanza e lontananza.
Gesù trova a volte discepoli migliori laddove non ce li si aspetterebbe e non li trova invece laddove dovrebbero esserci, dove ci si aspetterebbe che ci fossero.
Può accadere e accade che facciano maggiormente e meglio la volontà di Dio quelli che sono più lontani da lui, i pagani di oggi, che non quelli che si chiamano suoi discepoli.
La parola di Dio ci invita oggi a non dare mai nulla per scontato, a non dare per scontato il discepolato e la fedeltà, di coloro e di noi, che siamo vicini a Cristo perché portiamo il suo nome, e a non dare per scontato che altri non sono discepoli o discepole di Cristo perché apparentemente lontani da lui.
Questo mi sembra il messaggio centrale di questo racconto così suggestivo e un po’ misterioso. Vorrei ora sottolineare tre particolari di questo racconto che sono tra quelli che lo rendono così particolare e mi sembra ci pongano delle domande importanti.


Il primo è la stella. Inutile chiedersi che stella sia, se sia la cometa di Halley, quando, come e dove sia apparsa. Mi sembra chiaro che la stella è un mezzo di cui Dio si serve per condurre i magi a Betlemme. Il creatore dell’universo usa una delle sue creature per far venire i magi a Betlemme: “abbiamo visto la sua stella in oriente”, dicono i magi. La stella è il modo in cui Dio chiama i magi, il modo in cui Dio rivolge loro vocazione.
È la stella di Gesù, ovvero non una stella qualunque, ma una che Dio ha mandato, quasi fosse un angelo, con il preciso compito di attirare i magi. E pensare che l’Antico Testamento è chiaro nel proibire l’astrologia (Dt. 18,9ss.). È ai profeti e non agli astri che bisogna dare ascolto!
E quindi tanto più è particolare il fatto che Dio qui si serva di una stella. Ovviamente la stella in sé non conta nulla (non è che ora dobbiamo anche noi a metterci a guardare le stelle …!). la stella è un semplice “pezzo” di creazione, ma è il fatto che Dio se ne serva che conta.
Ciò che conta nel racconto non è la stella, ma ciò che la stella indica, dove la stella porta: a Cristo. Dio usa la lingua dei magi, le stelle appunto, per chiamarli e portarli da suo figlio.
Un secondo particolare che mi sembra importante è lo scopo per cui i magi vanno da Gesù: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono” (v. 11).
Matteo non ci dice se l’adorazione dei magi sia consistita in parole – e in questo caso che genere di parole – oppure sia stata silenziosa.
Possiamo solo notare che il momento dell’adorazione è l’unico momento del racconto in cui i magi si fermano.
Dopo il lungo viaggio di andata e prima dell’altrettanto lungo viaggio di ritorno, i magi si fermano ad adorare Gesù.
E dunque, anche se “adorare” è un verbo che non usiamo comunemente nel nostro linguaggio, il momento dell’adorazione potrebbe essere, nella nostra vita quotidiana e nel nostro culto, il momento in cui ci fermiamo, non facciamo nulla di ciò che siamo soliti fare e lasciamo che Dio riempia quel momento.
Per noi quel momento è forse soprattutto quello della lettura – personale o comunitaria – e dell’ascolto della sua Parola, mentre i magi non avevano una parola da ascoltare dal neonato Gesù. Ma in ogni caso, adorare significa fermarsi e mettere Cristo al centro, nella preghiera o nell’ascolto.
Adorare significa che non siamo noi ad agire, non siamo noi soggetti, ma il soggetto è Cristo, per i magi con il suo semplice “esserci”, per noi con il suo esserci e rivolgerci la sua parola.
Infine il terzo particolare importante sono naturalmente i doni. Al di là del significato simbolico dei doni, che sono doni degni di un re, è molto inconsueto che sia Gesù a ricevere qualcosa da parte degli esseri umani.
Al di là dell’ospitalità, della condivisione del cibo che molti offrono a Gesù, non ci viene mai raccontato che Gesù riceva dei doni e forse i magi sono gli unici nel Nuovo Testamento che offrono doni a Gesù.
In genere quando parliamo della nostra fede, ci consideriamo – giustamente – coloro che ricevono i doni di Dio, coloro che ricevono in dono, per grazia, il perdono, la fede, la vocazione. Solitamente nel nostro rapporto con Dio consideriamo Dio come colui che dona e noi come coloro che ricevono.
Nel racconto dei magi avviene invece l’esatto contrario: Gesù riceve e sono i magi, gli esseri umani a offrire, a donare. Ma non perché Gesù ne abbia bisogno, e del resto i magi non gli portano una coperta per riscaldarsi o un’altra cosa che possa essere utile a un neonato. I magi gli donano cose preziose, non cose necessarie.
Il dono esprime da un lato la regalità di Gesù e dall’altro la gioia e la gratitudine dei magi: «Quando videro la stella [sopra al luogo dov’era nato Gesù], si rallegrarono di grandissima gioia».
Il dettaglio interessante è che i magi gioiscono prima di vedere Gesù, appena la stella si ferma sopra la casa in cui c’è Gesù neonato. Basta loro sapere che hanno trovato il re che cercavano per far scoppiare la loro gioia.
Il momento dell’adorazione è il momento della gioia e della gratitudine. In quel momento non c’è nulla da chiedere, da domandare, da supplicare… c’è solo da gioire e da esprimere la propria gratitudine.
Siamo capaci di gioire davanti al Signore? E siamo capaci di portargli dei doni? Abbiamo qualcosa da offrire a Gesù?
Certo, nel ricevere la grazia possiamo solo andare da Cristo a mani vuote, ma per mostrare la nostra riconoscenza, per adorare Gesù nella nostra vita quotidiana, abbiamo molto da offrire.
Non dobbiamo portare doni a Gesù, che non è qui in carne ed ossa, ma al prossimo in cui Gesù ci viene incontro. Quello sì che è qui in carne ed ossa! Ed offrirgli qualcosa di prezioso, non qualcosa di superfluo.
Una fede che non sa gioire e non ha nulla da offrire, è una fede a cui manca qualcosa, che non ha ancora riconosciuto Gesù come re della propria vita.
Gioia e dono fanno parte della adorazione, dunque della fede, dunque del discepolato. Una fede senza gioia, un discepolato senza dono sono monchi, manca loro qualcosa.

Questo racconto della visita dei magi a Gesù ci dice quindi che Dio chiama anche i lontani, che la sua vocazione non ha limiti. Chiama a incontrare Gesù e la sua chiamata, cioè la sua Parola, è rivolta a tutti, a partire dai più lontani.
Ci dice che la prima reazione che si ha all'incontro con Gesù è l'adorazione, cioè lasciare che sia lui, il Cristo, al centro e non noi.
E ci dice che chi incontra Gesù è colmo di gioia e pronto a donare le sue cose più preziose.
Voglia il Signore continuare a rivolgere anche a noi questa sua chiamata.

domenica 30 dicembre 2018

Predicazione di Natale 2018 su Giovanni 3,31-36 a cura di Marco Gisola

Giovanni 3,31-36
31 Colui che viene dall'alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. 32 Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza. 33 Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero. 34 Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura. 35 Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano. 36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui».


Il nostro lezionario ci propone quest’anno un testo apparentemente poco natalizio. Un brano che parla di cielo e di terra e della loro distanza; che parla della rivelazione che Dio ha fatto nel suo figlio Gesù, che dice le parole di Dio; che parla dello Spirito, che Dio dona non con misura, cioè dona in modo smisurato.
Un testo intenso e complesso a partire dal fatto che non si capisce bene chi sia a parlare, se Giovanni il battista o Gesù. Uno di quei brani che costituiscono un rompicapo per gli studiosi. Ma andiamo con ordine:

1. «colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti. Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza»
ecco qui descritta la distanza tra cielo e terra: Gesù viene dal cielo, cioè da Dio e rende testimonianza di ciò che ha visto e udito presso Dio: tipico linguaggio giovanneo per dirci che Gesù è venuto a farci conoscere Dio e la sua volontà per noi.
Gesù viene dal cielo: ecco qui l’aggancio con il vangelo del Natale, cioè con il vangelo dell’incarnazione: Gesù viene, scende dal cielo, non rimane lassù, ma viene quaggiù.
Viene a rendere testimonianza, viene a parlarci di Dio, a farcelo conoscere attraverso ciò che egli dice e attraverso ciò che egli fa.
Gesù colma quella distanza che noi non possiamo e non potremmo colmare. Noi non possiamo salire al cielo. Possiamo solcare il cielo con le astronavi, con i satelliti e con le sonde, possiamo arrivare persino a toccare e a fotografare Marte, ma non possiamo arrivare a toccare e fotografare Dio. Dio è oltre, non è raggiungibile. E allora viene lui da noi, nel suo figlio Gesù.
Non sarà la nostra sapienza, non sarà la nostra forza, non sarà la nostra morale a portarci da lui. Bisogna che venga lui da noi. Poiché la terra non sale al cielo, il cielo scende sulla terra.
Ma nessuno riceve la sua testimonianza: la testimonianza che ci porta Gesù non viene creduta. Chi crederebbe a un figlio di Dio che nasce profugo in una stalla e muore da ribelle su una croce? Umanamente parlando è poco credibile, molto poco credibile!
Ma «chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero». Il testo si contraddice subito dopo: qualcuno dunque ha ricevuto questa testimonianza, qualcuno ha creduto! Ha creduto che cosa e ha creduto perché?

2. Ha creduto che «colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio». Chi ha ricevuto la sua testimonianza è chi ha ricevuto la sua Parola. Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio, parla, dice l’evangelo della grazia. La rivelazione è in primo luogo parola; poi ci sono anche i miracoli, anzi i segni, come li chiama Giovanni. Ma quanti vedranno i segni e non crederanno alla Parola che accompagna i segni?
È alla parola che è necessario credere per incontrare la volontà di Dio. Gesù è venuto dal cielo alla terra per dirci le parole di Dio, per rivelarci la sua volontà di amore, di giustizia e di libertà, attraverso le sue parole e i suoi gesti.
Dio si fa Parola, e la Parola si fa carne, e la carne, cioè la persona di Gesù, dice le parole di Dio: «E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità», aveva detto Giovanni all’inizio del suo Vangelo.
Parole di giudizio e parole di grazia; parole di promessa e parole di consolazione, parole di appello alla conversione e alla fede.
Tutto questo non ci viene incontro in eventi o gesti spettacolari e portentosi, ma nella Parola annunciata e creduta.

3. E perché alcuni hanno ricevuto la testimonianza di Gesù? Perché «Dio infatti non dà lo Spirito con misura». È lo Spirito che fa sì che crediamo a quella testimonianza incredibile, apparentemente troppo umana per essere creduta, apparentemente troppo debole per essere creduta.
Umana e debole come un neonato in una mangiatoia. Solo lo Spirito può aiutarci a credere che lì, che proprio lì c’è il nostro Signore e il nostro Salvatore, come ci dice il racconto del vangelo di Luca che abbiamo letto oggi.
Dio non dà lo Spirito con misura. Non vuol solo dire che dona molto Spirito, vuol dire che non lo possiamo misurare, che non sottosta ai nostri limiti, ai nostri confini e alle nostre misure.
Lo Spirito di Dio ci dona di credere a ciò che pare incredibile, ci dona di credere che Dio rende possibile ciò che a noi pare impossibile, come dicevamo nel culto con la scuola domenicale alcuni giorni fa. Ci dona di credere a ciò che non vediamo e ci dona di credere che egli viene nel mondo nella debole carne di un neonato, di credere che la «potenza di Dio si mostra perfetta nella debolezza» come dirà l’apostolo Paolo.
Quella debolezza e quella fragilità sono il segno del fatto che Gesù si mette nelle mani degli esseri umani, e quella debolezza e quella fragilità lo accompagneranno fino alla croce, quando si metterà definitivamente nelle mani degli esseri umani, che lo uccideranno, perché lui non opporrà resistenza.

4. Ma torniamo all’inizio: noi che veniamo dalla terra, ci crediamo davvero che lui viene dal cielo? Cioè: fuori di metafora: che Gesù viene davvero a rivelarci la volontà di Dio per noi? Che davvero viene dall’alto e la sua Parola è una Parola di salvezza e di liberazione?
A pieno diritto diciamo che in Gesù Dio si rivela nella debolezza e nella fragilità, che la sua Parola è anch’essa debole e fragile, che può essere facilmente fraintesa e altrettanto facilmente respinta.
Ma questo nostro – legittimo - mettere al centro la debolezza e la fragilità di Gesù non deve portarci a credere in un Dio semplicemente debole e fragile, che sarebbe in fondo un Dio a nostra immagine e somiglianza.
La scelta dell’incarnazione, la scelta della discesa del figlio nella carne, il suo consegnarsi nelle mani degli esseri umani non è stata una scelta di un Dio debole.
La scelta della debolezza l’ha fatta il Dio onnipotente, il creatore del cielo e della terra, che in Cristo ha voluto convogliare tutta la sua potenza nell’amore e nel dono del suo figlio al mondo.
Il debole e fragile Gesù della mangiatoia e della croce è ben di più che un fragile neonato o un debole uomo: è il figlio di Dio, che è venuto a dirci le parole di Dio. Il figlio che Dio ama, «a cui – dice il nostro testo – [Dio] ha dato ogni cosa in mano».
E infatti, «Chi crede nel Figlio ha vita eterna», dove sappiamo che “eterna” per Giovanni esprime molto di più che una durata; esprime una qualità, una vita qualitativamente diversa e nuova, vissuta in Dio e dono di Dio.
Per questo quella dura parola finale: «chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui». L’ira di Dio non è definitiva, come ci racconta tutta la Bibbia; il giudizio è sempre anche un appello alla conversione.
Qui non è il caso di andare a pensare ai non credenti o a chi crede diversamente da noi, ma è bene pensare in primo luogo a noi stessi: rifiutare la parola dell’evangelo è respingere il dono della vita nuova che Dio ci offre.
Invece, «Chi crede nel Figlio ha vita eterna», riceve in dono la possibilità di una vita nuova, piena e libera.
Celebrando, a Natale, la venuta di Gesù nel mondo, noi celebriamo l’aprirsi di questa possibilità di vita nuova anche per noi.
Il nostro brano di oggi iniziava raccontandoci la distanza che c’è tra cielo e terra. Il racconto del Natale ci mostra che il cielo – cioè Dio – è venuto sulla terra – cioè fino a noi - in quella mangiatoia di Betlemme.
Dio continui a darci il suo Spirito senza misura, smisuratamente, cosicché guardando il neonato Gesù, possiamo scorgere il cielo venuto in terra, e ascoltando le parole di Gesù, possiamo percepire la Parola di Dio che ci viene a dire tutto il suo amore per la terra e per noi che la abitiamo.


lunedì 8 ottobre 2018

Predicazione di domenica 7 ottobre 2018 su 1 Timoteo 4,1-5 a cura di Marco Gisola


1 Timoteo 4,1-5
1 Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, 2 sviati dall'ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza. 3 Essi vieteranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati perché quelli che credono e hanno ben conosciuto la verità ne usino con rendimento di grazie. 4 Infatti tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie; 5 perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.


Ci imbarazzano sempre un po’ le parole bibliche che ci parlano degli “ultimi tempi”. Ci imbarazzano perché quando gli autori del NT parlavano degli ultimi tempi pensavano che loro gli ultimi tempi li stavano vivendo in quel momento, e invece sono passati quasi duemila anni…!
Era diffusa l’idea che con l’avvicinarsi degli ultimi tempi, appunto, cioè del ritorno di Gesù e della venuta del Regno di Dio, sarebbero successe cose particolari. Una di esse era l’apostasia di alcuni cristiani: «alcuni apostateranno dalla fede», scrive l'apostolo Paolo a Timoteo. Apostasia letteralmente significa allontanamento, andare via, e ha assunto il significato negativo di allontanarsi dalla fede per rivolgersi a false dottrine.


1. In che cosa consiste questa apostasia? Quale falsa dottrina o idea insegneranno quelli che “apostateranno”? La falsa idea che Paolo rimprovera loro potremmo riassumerla così: «le tue rinunce ti salveranno!»: «Essi vieteranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati», scrive Paolo.
«Essi vieteranno»: i propagatori di queste false dottrine metteranno delle leggi che dovranno essere rispettate se si vuole essere cristiani. Le norme stabiliscono un criterio che serve per stabilire chi è dentro e chi è fuori: se rispetti le norme che io ti do, sei cristiano, se non le rispetti sei fuori.
In realtà, le cose che dice Paolo accadono già, questi divieti sono già propinati da alcuni che Paolo considera falsi predicatori.
Chi fa queste leggi proibisce alcuni comportamenti, ma sono queste proibizioni, secondo Paolo, ad essere contrarie alla volontà di Dio. I falsi predicatori contro cui scrive Paolo proibiscono quello che Dio non proibisce, vietano quello che Dio consente.
Perché Paolo è così duro e parla di bugiardi, di spiriti seduttori, dottrine di demoni? Perché questi uomini vogliono sostituirsi a Dio. Voglio introdurre la legge, il divieto, laddove Dio lascia libertà.
I due ambiti in cui questi “seduttori” tentano di introdurre questi divieti sono quelli del matrimonio e del cibo.
Riguardo al cibo, Paolo aveva scritto nella 1 Corinzi: «Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più» (8,8).
Dio ha tolto un divieto, gli esseri umani vogliono reintrodurlo, e così facendo vogliono reintrodurre l’idea che l’essere umano possa salvarsi attraverso l’osservanza di alcune regole.
Questa tentazione è molto umana, quella di sostituire le opere alla fede, la legge alla libertà. Paradossalmente è (o sembra) più facile contare su stessi che su Dio. Sembra più facile contare sul proprio sforzo, piuttosto che affidarsi totalmente a Dio. E per qualcuno forse è effettivamente più facile limitarsi a dovere seguire alcune regole, piuttosto che assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
L’altro ambito è quello del matrimonio. Chi lo proibisce, lo fa probabilmente non tanto perché pensa che sia meglio stare soli anziché in coppia, ma perché rinunciando al matrimonio si rinuncia ad avere non solo una vita affettiva, ma anche una vita sessuale.
Era un’idea corrente in alcune filosofie greche che la castità fosse una virtù, una scelta che rendeva chi la compiva migliori degli altri. Erano filosofie che ritenevano il corpo e dunque la sessualità qualcosa di negativo, di inferiore rispetto all’anima.
Questa idea è entrata nel cristianesimo antico con una distinzione netta tra materiale e spirituale, o meglio tra fisico, corporeo e spirituale. Il corpo diventa a un certo punto nemico dell’anima, e dunque peccaminoso.
Per questo, mentre il NT ci parla del matrimonio dei vescovi (che però non erano la stessa cosa dei vescovi di oggi) poi con il tempo si sono introdotti il celibato obbligatorio per i sacerdoti e i voti di castità per monaci e monache.
Come risponde Paolo a questi tentativi di vietare ciò che Dio non vieta? Paolo come abbiamo visto prima condanna nettamente questi tentativi legalisti e li bolla come ipocrisia.
Qui non è solo questione di avere più o meno leggi, più o meno regole, la questione è da dove passa il mio rapporto con Dio, la mia obbedienza a Dio: passa da alcune regole o passa dall’ascolto della sua parola, che mi libera e mi chiama a obbedirle responsabilmente?
Dietro al tentativo di trasformare Dio in una regola, Paolo vede un’eresia, un errore, un modo sbagliato di intendere l'obbedienza a Dio, un modo sbagliato di intendere il rapporto con Dio. Tra Dio e me non c’è la regola, la legge, la norma; tra Dio e me c’è solo Gesù Cristo. È lui il criterio della mia libertà e della mia responsabilità.


2. L’obbedienza a Dio che Paolo propone è quella che troviamo nella parte positiva del suo discorso, che era in realtà il testo proposto per oggi:
Infatti tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie; perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.
Tutto quel che Dio ha creato è buono. Tutto ciò che Dio ha creato lo ha affidato alla nostra libertà e alla nostra responsabilità. E il modo di trattare i doni di Dio che Paolo suggerisce è quello del rendimento di grazie.
Vale per le cose di cui ha parlato Paolo appena prima, cioè del consumo dei cibi e del matrimonio e della sessualità, vale per ogni altro dono di Dio.
Il cibo è un dono di Dio, va quindi consumato con gioia, gratitudine e responsabilità. La stessa cosa si potrebbe dire della sessualità: è un dono di Dio, che va vissuto con gioia, gratitudine e responsabilità.
Ma i due esempi del cibo e del matrimonio possono rappresentare per noi le relazioni con la natura, con il creato di cui ciò che mangiamo fa parte, e le relazioni con le persone, dunque non solo il matrimonio, non solo la coppia, ma ogni tipo di relazione umana.
La Parola di Dio ci chiede di rapportarci con il creato e con gli altri esseri umani con rendimento di grazie, ovvero riconoscendo che tutto ciò che è creato, la natura e le persone sono un dono di Dio e tutto è in sé buono, nulla è di per sé malvagio.
Tutto è dono, dunque di tutto e di tutti dobbiamo essere grati al Signore.
I doni di Dio, si sa, non implicano possesso. Se io ti regalo qualcosa poi quella cosa è tua, perché io l’ho regalato a te. Ma non è così con i doni di Dio. I doni che Dio fa a te, li fa anche a tutti gli altri. Dunque il dono di Dio non diventa tuo, diventa un dono comune, condiviso.
Ciò che mangiamo non è nostro, è il cibo che il Signore ci dona oggi e che ci insegna a chiedergli nel Padre Nostro quando diciamo “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Tuo marito o tua moglie, non è “tuo” o “tua” anche se nella nostra lingua si dice così, ma è il compagno e la compagna che Dio ti ha data; e lo stesso vale per i genitori, per i figli, per gli amici, per le sorelle e i fratelli di chiesa.
Sono persone che Dio ci dona, con cui ci lega in rapporti più o meno stretti, più o meno duraturi, ma che sono e rimangono in ogni caso un suo dono.
Tutto ciò che Dio ha creato, dunque ogni relazione con il creato e con l’umanità, è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera. Ciò non vuol dire verniciare con un po’ di religiosità tutto ciò che facciamo ma significa imparare dalla Parola di Dio come Dio vuole che ci rapportiamo al suo creato e alle persone che ci mette a fianco.
E significa dirgli, nella preghiera, che riconosciamo che tutto ciò è un suo dono, non solo per noi, ma per tutti gli esseri umani, e esprimergli tutta la nostra gratitudine.
Tutto ciò che Dio ha creato è buono, è bello, è lì per il nostro sostentamento, per il nostro bene, per la nostra gioia. E rinunciare ai doni di Dio pensando di avvicinarsi a lui è un errore madornale, perché così facendo si finisce per rifiutare i suoi doni e si trasforma Dio da donatore a regola.
Possiamo dunque godere dei doni di Dio, senza egoismi e senza ingordigie.
Tutto ciò che Dio ha creato è buono ed è dono. La Parola di Dio ci invita oggi a gioire di tutti i suoi doni e ad esserne riconoscenti al creatore che è il donatore per eccellenza, colui che ci ha donato la vita, la grazia, la fede e molte altre cose insieme.
Possa la gratitudine al donatore essere la prima e l’ultima parola di ogni nostra giornata.




lunedì 24 settembre 2018

Predicazione di domenica 23 settembre 2018 su Isaia 49,1-6 a cura di Marco Gisola

Isaia 49,1-6
1 Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti!
Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre.
2 Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell'ombra della sua mano;
ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra,
3 e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria».
4 Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza;
ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio».
5 Ora parla il SIGNORE che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del SIGNORE, il mio Dio è la mia forza.
6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».


Il brano di oggi è uno dei cosiddetti “canti del Servo del Signore”, che sono quattro brani del libro del profeta Isaia che parlano di un personaggio chiamato “il servo”, al quale – come abbiamo letto in questo brano - viene affidata una missione importante per Israele e tutta l’umanità.
Chi sia questo servo non è chiaro, gli studiosi discutono e hanno opinioni diverse. Non è nemmeno chiaro se sia una persona singola – magari lo stesso Isaia - oppure sia il popolo d’Israele.
Come avete visto, anche nel brano di oggi c’è questa ambiguità: al v. 1 dice «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre» e quindi sembra una persona precisa con un nome preciso, ma al v. 3 dice: «[il Signore] mi ha detto: “Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria”».
Quello che è chiaro è che con queste parole Dio sta dando a qualcuno – singolo o popolo che sia – un incarico, una missione. E poiché non è solo il “servo del Signore” che ha ricevuto questo incarico, non è soltanto il profeta Isaia, non è soltanto Israele che ha ricevuto da Dio una chiamata, ma siamo anche noi, è per noi istruttivo fermarci a vedere che cosa dice Dio in questo brano, perché lo dice anche a noi.
Vorrei ripercorrere questo brano con voi in quattro tappe.
1. La prima tappa è la vocazione. «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre». Conosciamo affermazioni simili fatte da altri profeti, per esempio Geremia (abbiamo letto il racconto della sua vocazione alcune domeniche fa), ma anche dall’apostolo Paolo.
La chiamata precede addirittura la nascita del chiamato. Dio non agisce come agiamo noi quando cerchiamo una persona per darle un compito, che prima cerchiamo di conoscerla, di vedere come è, come si comporta, se ci ispira fiducia, se è brava a fare quello che deve fare.
Dio non cerca la persona adatta – come si dice: la persona giusta al posto giusto – non fa una selezione tra i tanti per trovare l’uno o l’una che gli serve. Dio sceglie e chiama prima che il prescelto/a e il chiamato/a vengano al mondo.
Il Servo del Signore – chiunque egli sia – non è la persona giusta, è la persona scelta. È Dio che rende il Servo quello che sarà, non è merito suo. Perché nessuno sarebbe degno di questo compito, nessuno ne sarebbe all’altezza. È solo la scelta di Dio che rende all’altezza. Ma all’altezza di cosa?

2. Ed eccoci alla seconda tappa: la Parola: «Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente...». il Servo proclama la Parola di Dio, questo è il suo compito, per questo è stato prescelto prima della sua nascita e per questo è stato chiamato.
La Parola di Dio è paragonata a un’arma, una spada prima e una freccia poi; la spada colpisce vicino, la freccia lontano, la Parola di Dio vuole raggiungere tutti, vicini e lontani, vuole raggiungere Israele che è il suo popolo, ma anche tutti gli altri popoli.
Forse ci crea qualche problema il fatto che la Parola di Dio venga paragonata a un’arma? Proviamo a rovesciare il paragone: non la Parola di Dio è un’arma, ma: l’arma di Dio è la sua Parola.
Dio non ha altre armi, se non la sua parola, il profeta, il servo, il popolo non hanno altre armi se non la Parola. I discepoli e le discepole di Gesù non hanno altre armi se non la sua parola.
E che cosa farà il servo armato soltanto della Parola di Dio? Al v. si dice: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria». Il servo – che sia esso il popolo o una singola persona, manifesterà la gloria di Dio.
Ma manifestare la gloria di Dio non una cosa generica o un’esperienza puramente spirituale. Pochi capitoli prima il profeta aveva detto: «il SIGNORE ha riscattato Giacobbe e manifesta la sua gloria in Israele» (Isaia 44,23).
È l’annuncio della fine dell’esilio in Babilonia. Il Signore ha riscattato, cioè liberato, Giacobbe – ovvero il popolo di Israele (il nome del patriarca sta per tutto il popolo). Così Dio manifesta la sua gloria: liberando, restituendo la libertà e la dignità al suo popolo.
Il Servo manifesterà la gloria di Dio annunciando la sua volontà di liberazione per tutti i popoli.

3. Ma… c’è un ma! «Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza». Al Servo di Dio sembra tutto inutile, gli sembra che la sua predicazione sia destinata al fallimento. Quando nel nostro brano è il suo di parlare, la sua è una parola di lamento.
Evidentemente le cose non vanno come lui vorrebbe, la sua parola non è ascoltata come sarebbe giusto, la reazione alla sua predicazione non è quella che si attende.
Quante volte anche a noi tutto ciò che facciamo sembra un apparente fallimento, sembra inutile, un inutile spreco di tempo e di energia? Quante volte ci sentiamo inadeguati, insufficienti al compito che Dio ci dona? Ma Dio – come ha detto qualcuno - “ha scelto chi non è importante per realizzare cose importanti”.
Grazie a Dio, il lamento dura solo un breve momento e poi il profeta cambia tono: «ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio». Il tono del lamento fa spazio a quello della fiducia.
La fiducia è che, nonostante le apparenti – o reali – sconfitte, nonostante gli umani fallimenti, «il mio diritto è presso il Signore», cioè fare la volontà di Dio è comunque giusto ed ha comunque senso, anche quando i risultati non sono quelli che si vorrebbe.
Questa dialettica o tensione tra lamento e fiducia, è quella che viviamo anche noi. Questo ci dice che il Signore ha scelto un Servo, un profeta oppure un popolo, che ci somiglia, che si lascia scoraggiare come noi, che ha dubbi come noi, che patisce i fallimenti come noi. Che però riesce anche a guardare a Dio anziché a se stesso e ai propri fallimenti e a recuperare la fiducia.

4. Come reagisce Dio al lamento? Rinnovando l'incarico! Anzi estendendolo: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
Il suo servo non dovrà soltanto “rialzare”, ovvero annunciare la liberazione delle tribù di Giacobbe e ricondurre gli scampati di Israele, cioè i superstiti tra gli esiliati e i loro figli.
Non dovrà soltanto annunciare la liberazione. Questo è troppo poco. «voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
La salvezza rompe i confini, va oltre il popolo e si estende a tutta l'umanità. Troviamo la stessa espressione nelle parole che Gesù dirà ai suoi discepoli poco prima della sua Ascensione al cielo, quando dice loro: «mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra» (Atti 1).
Da cristiani, possiamo dire che questa promessa del profeta si realizza per noi in Cristo e nell’annuncio della sua resurrezione e quindi di una nuova speranza a tutta l'umanità.
Ma la promessa è già qui, e dobbiamo dire che questa vocazione a essere luce delle nazioni appartiene anche al popolo ebraico e che è attraverso di esso che questa vocazione arriva anche noi.
Anche a noi la Parola di Dio dice oggi: «È troppo poco ...». È troppo poco che voi cristiani annunciate l’evangelo a voi stessi. Per essere più concreti: è troppo poco che tu chiesa valdese di Biella ti occupi di annunciare la Parola a te stessa, che tu cerchi la tua consolazione, la tua speranza e la tua gioia nell’evangelo. È troppo poco! Perché la luce dell’evangelo non è solo per te, è per l’umanità.
Se il Signore ci ha chiamati e ci ha rivolto il suo evangelo, non è perché ce lo teniamo per noi, non è perché esso dia luce soltanto alla nostra vita, ma perché questa luce sia portata fuori, per illuminare le vite di molte altre persone.
Per questo ci ha chiamati, per questo siamo chiesa, non per altro.
Il Signore continui a illuminare, con il suo Spirito e la sua Parola, la vita di molti, compresa la nostra, e servendosi anche di noi, fino all'estremità della terra.

lunedì 17 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 1,1-17 a cura di Daniel Attinger

Una parola su Maria

1 Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo.
2 Abraamo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli; 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar; Fares generò Esrom; Esrom generò Aram; 4 Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon; 5 Salmon generò Boos da Raab; Boos generò Obed da Rut; Obed generò Iesse, 6 e Iesse generò Davide, il re.
Davide generò Salomone da quella che era stata moglie di Uria; 7 Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia; Abia generò Asa; 8 Asa generò Giosafat; Giosafat generò Ioram; Ioram generò Uzzia; 9 Uzzia generò Ioatam; Ioatam generò Acaz; Acaz generò Ezechia; 10 Ezechia generò Manasse; Manasse generò Amon; Amon generò Giosia; 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel; Salatiel generò Zorobabele; 13 Zorobabele generò Abiud; Abiud generò Eliachim; Eliachim generò Azor; 14 Azor generò Sadoc; Sadoc generò Achim; Achim generò Eliud; 15 Eliud generò Eleàzaro; Eleàzaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe; 16 Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.
17 Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.




Cari fratelli e sorelle,

Vi propongo di fermarci oggi su una figura alla quale noi, evan­gelici, non prestiamo molta attenzione. Quindici giorni fa, i nostri fra­telli cattolici hanno fatto memoria della morte di Ma­ria, e fra pochi giorni, ricorderanno la sua nascita. Mi sembra una buona occasione per riflettere anche noi su ciò che diciamo di Maria. Spesso infatti, ab­biamo talmente paura di parlarne che finiamo per non dirne niente, eppure quando incontrò Elisabetta, incinta anche lei, Maria aveva proclamato: “tutte le generazioni mi diranno beata” (Lc 1,48). Noi, in­vece, l’abbiamo rinchiusa in un silenzio che non esprime gratitudine nei suoi confronti, ma solo timore e imbarazzo.


Ora, tra il nostro mutismo su Maria e la sovrabbondanza di pa­role che spesso rimprove­riamo ai cattolici, e che rimprovereremmo anche agli ortodossi, se li conoscessimo meglio, c’è ampio spazio per una parola “evangelica” sulla madre di Gesù.
Certo, la Scrittura dice poche cose di Maria, cose però che sono significative e non giusti­ficano affatto il nostro totale silenzio su di lei. Certo, non sappiamo né quando è nata, né quan­do è morta, tuttavia, queste due date del 15 agosto e dell’8 settembre – che da più di 1500 anni sono celebrate dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica – non sono affatto casuali. Ricor­dano la consacrazione di due chiese di Gerusalemme costruite nei primi secoli dell’era cristiana.
Se queste memorie non sono verificabili storicamente, esse atte­stano almeno l’antichità della venerazione per Maria. Sembra difficile pensare che da più di 1500 anni, milioni di cristiani hanno sbagliato, tanto più che i riformatori non si sono opposti a una tale venerazione, pur de­nunciando le deviazioni esistenti. Erano infatti fedeli al precetto del Signore di “onorare il padre e la madre”. Parlare di Maria, è ricor­dare anzitutto che è madre, per grazia, del Signore Gesù, che confes­siamo come Dio e nel quale troviamo la nostra salvezza. Togliete Maria, e scompare anche il Signore Gesù!
Evidentemente, non posso dire ora tutto ciò che si potrebbe dire di Maria. Altri evangelici l’hanno fatto, anche valdesi, come Giorgio Tourn o Paolo Ricca, senza parlare del documento della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, intitolato “Maria, nostra sorella” (1988)! Vorrei solo dire qualcosa a partire dalla genealogia che abbia­mo appena riletto: una serie di nomi, certamente un po’ noiosa da ascoltare, ma significativa quando ci soffermiamo su alcuni particolari.


Le genealogie che incontriamo spesso nell’AT sono caratteristi­che di un popolo che colti­va la memoria, forse specialmente delle po­polazioni nomadi che, vivendo sotto le tende nei de­serti, non possono la sera divertirsi con eventi o spettacoli, come gli abitanti di città. Pen­siamo: riusciamo normalmente a ricordare i nomi dei genitori e dei nonni, ma chi ricorda quelli dei bi­snonni? Allora, come fa Matteo a ricordare tutti questi nomi? 42 generazioni! Evidentemente, non è questa la domanda da porre; forse infatti Matteo ha anche inventato alcuni no­mi, che ha aggiun­to a quelli che trovava nell’AT; l’intento è altrove.
Vuole da un lato sottolineare che l’intera storia del popolo d’I­sraele, fin da Abramo, suo primo patriarca, confluisce, quasi precipita, come fiume nel mare, nella figura di Gesù, che è la ricapitolazione di tutto il popolo di Dio, che è anch’egli “figlio di Dio” (Es 4,22).
E poi, Matteo gioca, come vedremo, sul numero 42.


Anzitutto notiamo una stranezza: i nomi sono quasi tutti nomi maschili: Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, Ozia, Zoro­babele, ecc. Ma cinque volte appare un nome femmi­nile: Tamar, Ra­cab, Rut, la moglie di Uria e Maria. Si dice spesso che questi nomi se­gnano mo­menti di peccato e servono a dire che Dio si implica nella storia di peccato che è la nostra storia umana. Questa rischia di essere ancora una di quelle interpretazioni maschiliste, che hanno pur­troppo dominato la storia della Chiesa e dell’interpretazione della Scrittura. In realtà, questa let­tura non corrisponde esattamente con la verità. Le menzioni di queste donne segnano piuttosto momenti in cui la genea­logia rischiava di fermarsi ed è riuscita a continuare solo grazie all’azione coraggiosa della donna nominata; sono momenti in cui l’uomo maschio è stato deficiente ed è stato come messo tra parentesi.
Tamar ha quasi violentato il suocero, Giuda, figlio di Giacobbe, per dargli una discenden­za; questi infatti rifiutava di darle il figlio che, secondo la legge, doveva darle come marito, per­ché suscitasse una di­scendenza al fratello morto. Racab è la prostituta di Gerico che ha da­to a Israele la possibilità di entrare in terra promessa. Rut, la moabita, divenne per la sua fedeltà a Naomi, sua suocera, un anello indispen­sabile nelle generazioni: è stata la bisnonna di Davide. Davide, infine, ha gravemente peccato contro un suo soldato, Uria, facendolo uccide­re per po­ter rapirne la moglie; Dio ha avuto pietà della donna di cui Davide si era preso gioco e l’ha fatta ma­dre di Salomone. Quanta storia, quanta manifestazione di Dio in queste donne, nonostante il peccato in cui vive l’umanità!


Tutto ciò si concentra nell’ultima donna menzionata: Maria. Ma allora incontriamo un’altra sorpresa: la genealogia infatti non è quella di Maria, ma di Giuseppe, che poi non è il padre di Gesù! È invece lo sposo – anzi il promesso sposo – di Maria che, senza di lui, partorì il figlio, Gesù, nel quale l’umanità intera trova la salvezza. 


Allora cosa significa questo? Sicuramente l’intento di Matteo non è né storico né medicale: è un’affermazione di fede, cioè non qualcosa che si deve credere senza chiedersi come funziona, ma una proclama­zione su colui che sta al cuore della nostra fede, Gesù. Il “salto” esi­stente tra la genealogia di Giuseppe e Maria sottolinea che Gesù è na­to da Dio ed è dunque figlio di Dio; inoltre giunge al termine di una successione di 42 generazioni: con lui inizia una nuova serie di genera­zioni; prima di lui vi sono 6 volte 7 generazioni, egli apre il settimo ci­clo di sette genera­zioni. Nella tradizione biblica, il numero 7 indica una pienezza: con Gesù giunge la “pienezza del tempo”, come dirà Paolo (Gal 4,4). Eppure è nato, come ogni essere umano, “da donna”, e quindi, come dirà ancora Paolo, “sotto la legge”.

Messe insieme queste affermazioni formano un riassunto sul­l’identità del Cristo: Gesù, ve­ro uomo, porta un tempo nuovo, quello della salvezza (la pienezza del tempo), perché, nono­stante sia “nato da donna”, come noi, è anche figlio di Dio che quindi ci racconta il Padre, per­ché: “tale padre, tale figlio”; ci dice pure la fondamentale caratteristica di Dio: non volere altro che amare i propri figli, come ama il Figlio unigenito, Gesù, che costituisce nostro fratello.


Torniamo a Maria: tutto ciò che diciamo di Gesù lo possiamo di­re solo perché è nato da Maria che Dio, nella sua grazia, ha scelto per darci Gesù! Allora, come essa stessa ci invita, di­ciamo almeno, insie­me a tutte le generazioni: “Beata te, Maria, che hai dato la vita a un tale fi­glio!”. Ancora un’ultima parola: proprio in questo Maria è im­magine nostra, perché anche noi siamo chiamati a “dare vita” a quel Cristo in cui crediamo, di fronte a chi ci chiede conto della speranza che è in noi. Da noi, il mondo non aspetta parole, ma una dimostra­zione, con la no­stra vita, che davvero Cristo è il Vivente che permette ai popoli di conservare la speranza. A lui, lode e gloria per sempre. Amen.