domenica 20 giugno 2021

Predicazione di domenica 20 giugno 2021 su Luca 15,1-10 a cura di Marco Gisola

Luca 15,1-10

Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento. «Oppure, qual è la donna che se ha dieci dramme e ne perde una, non accende un lume e non spazza la casa e non cerca con cura finché non la ritrova? Quando l’ha trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta”. Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».


Chi di voi – care sorelle e fratelli - avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? Chi di noi non farebbe così? Diciamo la verità: nessuno di noi farebbe così. Nessuno di noi lascerebbe 99 pecore nel deserto per andare a cercarne una, rischiando che le 99, o anche solo alcune di esse, facessero una brutta fine. Nessuno di noi farebbe così, perché non sarebbe logico, non avrebbe alcun senso. Ma siamo davanti a una parabola, non al manuale di un corso di formazione per pastori di pecore. E la parabola vuole annunciare l’evangelo, vuole darci un messaggio chiaro attraverso la breve storia che ci racconta. Che la storia sia logica oppure no, non importa, quello che importa è il messaggio, è – potremmo dire – l’evangelo che vuole annunciarci.

La parabola della donna che cerca la moneta è più logica, più comprensibile: ho perso dei soldi, ho perso la paga di una giornata di lavoro – questo era la dramma – e mi metto a cercarla con tutte le mie forze: accendo la luce (non c’era la luce elettrica ovviamente e i lumi ad olio si accendevano solo quando proprio necessario), spazzo la casa, guardo sotto tutti i mobili, mi do da fare. Notiamo che la donna non ha perso tutti i soldi che ha: ha dieci monete, ne perde una. E il pastore perde una pecora su novantanove. Entrambi non perdono tutto quello che hanno, ma perdono una unità: una pecora, una moneta. Ed entrambi, quando hanno ritrovato rispettivamente la pecora e la moneta fanno una gran festa, invitano amici e vicini, amiche e vicine per far festa e condividere la loro gioia. Anche questo pare esagerato: non si organizza addirittura una festa per aver ritrovato una pecora su cento o una moneta su dieci. 

Ma di nuovo non dobbiamo leggere la parabola con gli occhi della logica ma con gli occhi dell’evangelo. Il messaggio, l’evangelo di questa parabola è che – uscendo dall’immagine – Dio cerca chi si perde e quando lo trova prova grande gioia. Infatti il commento di Gesù è «Così, vi dico, v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede». Dio invita gli angeli a una festa per un peccatore che si ravvede. La parabola è tutta incentrata su Dio. Dio cerca, Dio trova, Dio gioisce.

Spesso noi definiamo noi stessi “persone in ricerca”. Usiamo questa espressione per dire che non “possediamo” la verità, per dire che Dio è molto più grande di noi e di tutto ciò che possiamo dire e pensare di lui e che quindi non sappiamo tutto. Questo intendiamo dire quando diciamo che siamo in ricerca. Ma qui invece è Dio che cerca noi, non noi che cerchiamo lui. Noi non lo troveremmo mai se lui non ci avesse trovati per primo. E noi cerchiamo proprio perché siamo stati trovati, ma la nostra ricerca – se proprio la vogliamo chiamare così – non è una ricerca vaga e indefinita, ma è una ricerca in colui che ci ha trovati, in Gesù Cristo che è il pastore che Dio ha mandato a cercarci nelle campagne, che è la donna che Dio a mandato a cercarci in mezzo alla polvere del pavimento. 

È Dio che cerca noi. E quindi forse più che usare la parola “ricerca” per indicare il nostro atteggiamento, potremmo usare il verbo del testo che abbiamo letto al battistero nella veglia ecumenica, il verbo che Gesù usa nel vangelo di Giovanni quando dice ai suoi discepoli di “rimanere” in lui. Dio ci cerca, ci trova, ci ha trovati. La nostra parte è quella di rimanere in lui, rimanendo nella sua parola. Siamo in ricerca perenne – è vero – perché non sapremo e non capiremo mai tutto di Dio e del suo regno, ma non siamo in ricerca di Dio, perché Dio non è da trovare perché ci ha già trovati lui, perché è lui che ha cercato e trovato noi.

Siamo casomai in ricerca per capire meglio la sua volontà, per conoscere meglio la sua parola (che non si finisce mai di imparare), per coltivare la nostra fede, per essere “edificati”, come diceva il testo di domenica scorsa, perché la costruzione non è mai finita. Ma non siamo in ricerca di Dio, perché è Dio che è in ricerca di noi, è Dio che ci cerca e che ci trova.

Anzi: ci aveva trovati anche prima di perderci: la pecora era del pastore e la moneta era della donna. Il pastore non cerca la pecora di un altro pastore e la donna non cerca la moneta di un’altra persona. Il pastore cerca la sua pecora e la donna cerca la sua moneta. Dunque in queste due parabole noi non siamo quelli che cercano, ma quelli che vengono trovati. E dunque salvati. 

Che cosa può accadere a una pecora da sola, sperduta per le campagne? È molto probabile che finisca nello stomaco di qualche animale più grosso di lei. E che succede alla moneta se non viene ritrovata? Rimane sepolta – magari per sempre – dietro a un mobile o in qualche buco del pavimento, inutilizzata e inutilizzabile. Morta la pecora e “morta” la moneta, perché inutilizzabile. Essere trovati è dunque essere salvati dalla morte, è ritornare alla vita. Siamo dunque noi la pecora smarrita e la moneta perduta, fuor di metafora, siamo colui o colei che Dio cerca e trova; siamo il suo discepolo, la sua discepola che si è perso e che Dio cerca e trova.

E per questo, perché ci trova, perché ti trova, Dio gioisce, fa festa. Anche qui di solito diciamo che noi siamo nella gioia quando veniamo trovati, perdonati da Dio, quando l’evangelo ci consola, ci dà gioia e speranza. E invece anche qui la parabola è tutta teo-centrica, c’è Dio al centro, il Dio che cerca, che trova e che gioisce. 

Non è un caso che l’immagine del pastore con la pecora sulle spalle sia una delle immagini più diffuse di Dio perché è un’immagine che rincuora e che consola. È meno diffusa quella della donna, penso perché a noi umani piace di più essere paragonati a una pecora che a una moneta…

Ma nelle due parabole sia il pastore, sia la donna fanno festa. E questa è una bellissima immagine di Dio: Dio che fa festa per noi; anche con noi, potremmo dire, ma il senso delle parabole è sopratutto che Dio fa festa per noi. Fa festa perchè ci ama, perché aveva perso qualcuno che è prezioso ai suoi occhi, perché lo ha cercato e lo ha trovato. 

Un ultima cosa: le due parabole mettono l’accento sul numero uno: una pecora è perduta e ritrovata dal pastore, una moneta viene perduta e ritrovata dalla donna, un peccatore si ravvede, cioè viene ritrovato da Gesù. Una pecora su cento, una moneta su dieci, un peccatore su tanti… Una pecora sola, una moneta sola, una persona sola danno così tanta gioia a Dio e ai suoi angeli!

Perché una sola pecora su cento, una sola moneta su dieci, un solo peccatore su tanti? Perché Dio non fa calcoli, non c’è un numero minimo sotto il quale “non vale la pena”, Dio si dà sempre pena, perché vale sempre la pena. Perché uno vuol dire uno, ma vuol anche dire ognuno. Perché questa è la volontà di Dio, Dio non vuole perdere nessuno, e vuole anzi trovare ognuno.

Per questo Gesù frequenta i peccatori e mangia con loro al punto che si attira i rimproveri dei farisei: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Le due parabole di Gesù rispondono proprio a questa critica; non solo Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro, ma li va a cercare, come il pastore cerca la pecora smarrita, come la donna cerca la moneta perduta. 

Come il pastore cerca la sua pecora, come la donna cerca la sua moneta, Gesù cerca noi che siamo suoi discepoli e sue discepole quando ci perdiamo. 

Siamo suoi perché ci aveva già trovati, ma quando ci perdiamo, ci viene di nuovo a cercare – come dice la parabola - “finché non ci ritrova”. 

E allora è grande festa! Per uno di noi, per una di noi, fanno festa Dio e i suoi angeli. Fanno festa per noi, che siamo stati ritrovati e che ora siamo come una pecora sulle spalle robuste del pastore, come una moneta nella mano forte della donna. 

Dio ci cerca, Dio ci trova, Dio ci porta sulle spalle o nella sua mano, Dio fa festa. Per noi, per te. Questo è l’evangelo di oggi, grazie al quale anche noi possiamo fare festa e lodare Dio.

domenica 13 giugno 2021

Sintesi della predicazione di domenica 13 giugno 2021 su 1 Corinzi 14,1-12.23-25 a cura di Giuseppe Foti

1 Corinzi 14,1-12.23-25

Ricercate l’amore e desiderate ardentemente i doni spirituali, principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa. Vorrei che tutti parlaste in altre lingue, ma molto più che profetaste; chi profetizza è superiore a chi parla in altre lingue, a meno che egli interpreti, perché la chiesa ne riceva edificazione. Dunque, fratelli, se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento? Perfino le cose inanimate che danno suono, come il flauto o la cetra, se non danno suoni distinti, come si riconoscerà ciò che si suona con il flauto o con la cetra? E se la tromba dà un suono sconosciuto, chi si preparerà alla battaglia? Così anche voi, se con la lingua non proferite un discorso comprensibile, come si capirà quello che dite? Parlerete al vento. Ci sono nel mondo non so quante specie di linguaggi e nessun linguaggio è senza significato. Se quindi non comprendo il significato del linguaggio sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me. Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di abbondarne per l’edificazione della chiesa.

Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi? Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così, gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi.



Elementi essenziali del messaggio trasmesso dal nostro testo

• Avendo già parlato diffusamente dei doni dello Spirito, ora Paolo giunge ad un’ulteriore

precisazione, resa necessaria dalle divisioni e dalla confusione che regna nel culto dei

Corinzi.

• La questione è da porre in questi termini:

◦ Qui si parla di due carismi: il dono del “parlare in lingue” e il “dono di profezia”

◦ La glossolalia non è di esclusiva matrice cristiana, ma era praticata anche in altre

religioni dell’area mediterranea.

◦ Non entro nel merito della questione specifica che la riguarda. Qui mi limito a

sottolineare che l’apostolo, stando a quanto narra il testo, non intende porre l’alternativa

tra le due, pur essendo chiaro che la profezia vista sotto la luce dell’edificazione della

comunità ha una marcia in più: è comprensibile, perché espressa nella lingua che tutti

comprendono.

◦ La situazione dei Corinzi è chiarita da quanto dice Paolo ai versetti 23-25, cioè se tutti

parlano in lingue e non interpretano quanto detto, ne discende una non-edificazione ed

un/a estraneo/a che dovesse assistere potrebbe parlare di “follia”. Viceversa, nel caso che

gli stessi estranei assistessero ad un culto dove si esprimessero delle profezie, egli

potrebbe essere indotto ad un atteggiamento positivo, oppure rivelare la sua distanza da

quanto vede e sente.

◦ Perciò Paolo non intende negare che il parlare in lingue attiene ai doni dello spirito, ma

intende finalizzare anche quest’ultimo alla edificazione della comunità, viste le premesse

che lo hanno spinto a scrivere la lettera ossia le divisione che vigevano tra i Corinzi.

• La vicinanza del cap. 13 al nostro testo è un elemento che rafforza la comprensione di

quanto Paolo afferma in questo testo. Il dono delle lingue può essere accettato nell’ambito

della preghiera personale, ma quando si è riuniti nel culto è necessario comprendersi e

trasmettersi gli uni agli altri ciò che fa crescere la comunità e la rende capace di una

testimonianza efficace verso l’esterno.

E quanto concerne oggi? Attualizzazione

• Il testo proposto per questa domenica può fornirci utili indicazioni anche per la nostra vita

cristiana comunitaria.

• In prima istanza la questione dei doni: ritengo che l’esperienza di un servizio svolto in

conseguenza della nostra fede, quando svolto con disponibilità al bene comune, abiliti

all’esercizio di quei doni che lo spirito profonde in ciascuna/o, rendendo particolare l’opera

che ognuno svolge.

• La necessaria tensione positiva verso la promozione della crescita spirituale di ognuno,

mediante una chiarezza rigorosa, affinché “tutti possano comprendere” è un altro elemento

che vale anche per noi.

• Altro elemento è la coscienza che, come credenti, riceviamo dallo spirito la spinta necessaria

a scoprire le nostre possibilità e a porle a servizio di ognuno.

• Il culto è il momento centrale della vita della chiesa e anche noi dobbiamo pensare a quale

testimonianza diamo durante il suo svolgimento. Non importa quanto facciamo o quanta

importanza riveste in quell’ambito, importa che è ciò che ognuno può fare ed è importante

per questo.

• Paolo sottolinea la necessità dell’armonia all’interno della comunità, quando descrive la

chiesa paragonandola al corpo umano (1 Cor 12,12-31a) e sappiamo bene quanto la salute

dipenda dall’armonia degli organi che costituiscono il corpo ed anche dall’armonia interiore

con cui viviamo in nostri giorni.

• La lettura tratta dalla lettera agli Efesini 2,11-22 ci richiama alla centralità della fede in Cristo, dato

che Lui e il suo Evangelo sono l’origine della comunità cristiana.


martedì 8 giugno 2021

Predicazione di domenica 6 giugno 2021 su Giona 1,1 - 2,2.11 a cura di Marco Gisola

Giona 1-2

1: 1 La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: 2 «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me». 3 Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. Scese a Iafo, dove trovò una nave diretta a Tarsis e, pagato il prezzo del suo viaggio, si imbarcò per andare con loro a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. 4 Il SIGNORE scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi. 5 I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente. 6 Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Àlzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo». 7 Poi si dissero l’un l’altro: «Venite, tiriamo a sorte e sapremo per causa di chi ci capita questa disgrazia». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. 8 Allora gli dissero: «Spiegaci dunque per causa di chi ci capita questa disgrazia! Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?» 9 Egli rispose loro: «Sono Ebreo e temo il SIGNORE, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma». 10 Allora quegli uomini furono presi da grande spavento e gli domandarono: «Perché hai fatto questo?» Quegli uomini infatti sapevano che egli fuggiva lontano dalla presenza del SIGNORE, perché egli li aveva messi al corrente della cosa. 11 Poi gli dissero: «Che dobbiamo fare di te perché il mare si calmi per noi?» Il mare infatti si faceva sempre più tempestoso. 12 Egli rispose: «Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia». 13 Tuttavia quegli uomini remavano con forza per raggiungere la riva; ma non riuscivano, perché il mare si faceva sempre più tempestoso e minaccioso. 14 Allora gridarono al SIGNORE e dissero: «SIGNORE, non lasciarci perire per risparmiare la vita di quest’uomo e non accusarci del sangue innocente; poiché tu, SIGNORE, hai fatto come ti è piaciuto». 15 Poi presero Giona, lo gettarono in mare e la furia del mare si calmò. 16 Allora quegli uomini furono presi da un grande timore del SIGNORE; offrirono un sacrificio al SIGNORE e fecero dei voti.

2: 1 Il SIGNORE fece venire un gran pesce per inghiottire Giona: Giona rimase nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. 2 Dal ventre del pesce Giona pregò il SIGNORE, il suo Dio, e disse: […] 11 E il SIGNORE diede ordine al pesce, e il pesce vomitò Giona sulla terraferma.


Il libro di Giona inizia in modo molto solenne: «La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me».

Ma poi, subito il primo colpo di scena: noi ci aspetteremmo che il racconto continuasse dicendoci che Giona parte per andare a Ninive a predicare quello che il Signore gli aveva detto. E invece no: «Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE».

Giona parte per andare dalla parte opposta rispetto a dove Dio gli aveva detto di andare. Disobbedisce, fugge. Fugge senza dire nulla: avete notato che Giona non risponde a Dio, non dice una parola; semplicemente parte e va, ma va dalla parte opposta… Non si mette a discutere, come hanno fatto altri prima di lui, da Mosè a Geremia, dicendo “non me la sento, ho paura, manda qualcun altro….”. 

No, non dice nulla e fugge. Fugge non solo dal compito che Dio gli ha affidato, ma fugge da Dio stesso: vuole andare «lontano dalla presenza del SIGNORE». Non vuole Dio fra i piedi, vuole starsene in pace. 

La ragione di questa fuga la si scopre solo nel capitolo 4, l’ultimo capitolo di questo breve libro, che è un gioiellino di teologia narrativa, cioè di teologia raccontata, che riesce a essere tragico e ironico al tempo stesso.

Dov’è Tarsis? Gli studiosi non sono riusciti a identificarla con esattezza, chi dice che fosse in Spagna, chi dice in Sardegna, comunque dalla parte opposta a quella in cui Dio gli aveva detto di andare: Dio lo aveva mandato a Nord-est, Giona fugge verso sud-ovest!

Ma non solo Tarsis è geograficamente agli antipodi rispetto a Ninive. L’unica altra volta che Tarsis viene menzionata nella Bibbia è in Isaia 66,19, dove è elencata tra quelle città «che non hanno mai udito la mia fama e non hanno mai visto la mia gloria», dice Dio. È quindi un posto dove nessuno ha mai sentito nemmeno parlare di Dio. Giona vuole andare in un posto dove Dio non c’è, non se ne parli e sopratutto non lo possa raggiungere.

Ma Giona è un po’ ingenuo, Dio lo può andare a trovare ovunque, non c’è luogo che per Dio sia irraggiungibile. Lo dice anche il salmo 139: «Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito,dove fuggirò dalla tua presenza?… Se prendo le ali dell’alba e vado ad abitare all’estremità del mare, anche là mi condurrà la tua mano e mi afferrerà la tua destra»

Anche all’estremità del mare – chissà se Giona conosceva questo salmo, perché è proprio via mare che cerca di fuggire. Va al porto di Iafo – oggi Giaffa – e si imbarca. Ma gli ebrei non erano un popolo di marinai, il mare faceva loro paura, era il simbolo del caos e del male. Eppure Giona preferisce affrontare il mare piuttosto che obbedire a Dio. 

È solo uno dei tanti tratti ironici del libro di Giona. Ma Dio non lo lascia scappare così facilmente. Dio manda una tempesta sul mare, rendendolo così davvero pericoloso. La nave rischia di affondare, i marinai si preoccupano, capiscono che non è una tempesta normale e che c’è dietro qualche volontà superiore. E fanno due cose: pregano ciascuno il proprio dio – i marinai sono pagani, ognuno avrà avuto i propri dèi - e poi gettano a mare il carico, per alleggerire la nave. Pregano e agiscono, le uniche cose che possono fare per salvarsi.

E Giona? «Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente». Anche qui c’è un termine ebraico interessante, perché è lo stesso usato per indicare il sonno di Adamo quando Dio lo “anestetizza” per prendergli la costola e creare Eva. Giona dorme quindi di un sonno molto profondo, è anestetizzato, la sua fuga lontano da Dio inizia con un sonno nel quale non sente più nulla e non sa che cosa accada intorno a sé. Giona non prega e non agisce, dorme.

Ma viene svegliato dal capitano della nave, che gli dice di pregare anche lui il suo Dio, non si sa mai, che sia quello giusto…! E poi tirano a sorte per capire di chi sia la colpa di quello che sta succedendo. Se un Dio ha mandato la tempesta a causa di qualcuno che è a bordo, tirando a sorte si può capire chi sia. Spesso nell’antichità si usava questo metodo per capire la volontà di Dio riguardo alle persone. 

La sorte cade su Giona, che subisce così un piccolo interrogatorio: chi sei, cosa fai, da dove vieni. E qui Giona dà una risposta interessante: «Sono Ebreo e temo il SIGNORE, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma». Giona si qualifica come ebreo e afferma di temere il Signore. Temere il Signore vuol dire onorare Dio sapere che Dio è Dio e noi siamo sue creature; non significa avere paura ma è comunque la consapevolezza della grandezza di Dio e della piccolezza dell’essere umano.

Ma come fa uno, che davanti alla parola di Dio, che lo manda in un posto, fugge in direzione opposta, a dire di temere il Signore? Non dovrebbe piuttosto ammettere che lui se ne frega del Signore, che è l’esatto opposto del temerlo? Chi teme il Signore fa la sua volontà o almeno ci prova….

I marinai - ci dice il racconto – sapevano che Giona fuggiva lontano da Dio e quindi «sono presi da grande spavento». Il verbo usato qui è lo stesso che ha usato Giona per dire che teme il Signore, ma qui i marinai non temono il Signore, temono e basta, hanno paura. Chiedono allora a Giona che cosa debbano fare e Giona dice che l’unica cosa da fare sia liberarsi di lui e gettarlo in mare. Giona non pensa nemmeno che potrebbe chiedere perdono a Dio, dirgli “ho sbagliato tutto, salva me e tutto l’equipaggio e ti prometto che ci vado, a Ninive…! Sembra che addirittura preferisca finire in fondo al mare piuttosto che andare a Ninive, preferisce morire che fare la volontà di Dio! 

I marinai però non vorrebbero gettare Giona in mare, perché morirebbe senz’altro; dal racconto si vede chiaramente che cercano di evitarlo: remano con tutte le loro forze per cercare di raggiungere la riva e solo quando si rendono conto che non c’è speranza, si decidono di liberarsi di Giona, ma prima pregano Dio – il Dio di Giona - che li perdoni per quello che stanno per fare. 

I marinai pagani pregano il Dio di Israele, un dettaglio non secondario. Poi gettano Giona in mare e immediatamente il mare si calma. Sono salvi. E allora i marinai «furono presi da un grande timore del SIGNORE; offrirono un sacrificio al SIGNORE e fecero dei voti». Di nuovo lo stesso verbo, ma questa volta non è timore del mare e della tempesta, è timore del Signore, riconoscono cioè che Dio è Dio e gli fanno un sacrificio.

Dio voleva mandare Giona a Ninive, a predicare a dei pagani, Giona era fuggito, ma tutto quello che è successo ha fatto sì che degli altri pagani credessero in Dio. Dio si serve persino del profeta disobbediente per farsi conoscere e portare dei pagani alla fede. Di nuovo emerge l’ironia di questo racconto: Giona non ha predicato, né testimoniato, ha semplicemente detto che “teme Dio”, benché nei fatti non sia vero. Ma Dio ha messo a frutto questa parola di Giona per portare dei pagani alla fede. Il timore di Dio di Giona – che è ebreo - era finto, quello dei marinai – che sono pagani – invece è vero. Il profeta, scelto e chiamato da Dio, non crede e fugge, dei marinai che non sapevano nulla di Dio, ora credono. 

E Giona? Lo abbiamo lasciato in fondo al mare. Dio non lo abbandona. Poteva anche esserne tentato: Giona lo ha talmente deluso e tradito che Dio poteva anche decidere di lasciarlo affogare. E invece no. Dio manda un pesce, un grosso pesce. Non so se avete notato che nel racconto tutto è grosso: è grossa la città di Ninive, è grossa la tempesta, è grosso il pesce… solo Giona è piccolo, piccolo ma ostinato. 

Dio salva Giona. Tre giorni e tre notti nel pesce, un tempo per riflettere e meditare, e pregare. Giona rivolge a Dio la preghiera che troviamo nel cap. 2. Un salmo, un bel salmo in cui però Giona non fa quello che ci aspetteremmo almeno a questo punto: chiedere perdono. Dopo la preghiera una breve frase del narratore ci dice che cosa accade: «E il SIGNORE diede ordine al pesce, e il pesce vomitò Giona sulla terraferma».

Giona non ha chiesto perdono, ma Dio lo ha salvato lo stesso. Lo ha fatto risalire dal fondo del mare. Giona era sceso: sceso al porto di Giaffa, sceso nella stiva della nave, sceso nel sonno profondo, sceso nel fondo del mare, sceso nella pancia del pesce. Dio lo fa risalire, anzi, lo riporta su, lo riporta sulla terraferma, lo riporta in vita da morte sicura. 

Perché Dio è misericordioso. Ma non solo, Dio non si accontenta di salvarlo. Lo ha salvato, potrebbe lasciarlo lì, mandarlo in prepensionamento e lasciarlo stare. E invece no. Dio non lo molla. Sapete come inizia il capitolo 3?: «La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, per la seconda volta, in questi termini: «Àlzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama loro quello che io ti comando» (3,1-2). La stessa identica richiesta che aveva fatto a Giona all’inizio della storia. E questa volta Giona andrà a Ninive, anche se poi la storia riserva ancora delle sorprese.

La storia dunque ricomincia. A Giona e al Giona che è in noi Dio dice: tu puoi fuggire dove vuoi ma io ti vengo a cercare e ti riporto a me, e ti faccio risalire dal fondo del mare, dove c’è solo morte, e ti rimetto sulla terra asciutta, dove c’è vita e lì ti rivolgo di nuovo la mia parola.

Questa è la grazia, la grazia di Dio nonostante la fuga e la ribellione di Giona e del Giona che è in tutti noi. La grazia che fa risalire dall’abisso e fa ricominciare la storia da capo, o meglio, da Dio. 

martedì 25 maggio 2021

Predicazione di domenica 23 maggio 2021 (Pentecoste) su Genesi 11,1-9 a cura di Marco Gisola

 Genesi 11,1-9



1 Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. 2 Dirigendosi verso l’Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». 5 Il SIGNORE discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. 6 Il SIGNORE disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. 7 Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!» 8 Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il SIGNORE confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra.


Oggi celebriamo la Pentecoste e il nostro lezionario ci propone il racconto della torre di Babele. Questo racconto è stato spesso letto come il contrario della Pentecoste, o – per essere più precisi - l’evento della Pentecoste è stato spesso letto come il rimedio al fatto che al termine del racconto della torre di Babele c’è la confusione delle lingue.

Ma forse le cose non sono così semplici e forse questo brano di oggi ci vuole qualcosa di più.

Uno degli scopi di questo brano è sicuramente quello di spiegare l’esistenza di popoli diversi che parlano lingue diverse; e come spesso accade nel mondo antico, le cose che non si capiscono, che non si sa perché sono così come sono, vengono spiegate attraverso dei miti.

Il mito è che in un inizio ideale del mondo tutti gli esseri umani dovevano parlare un’unica lingua e c’è dunque il bisogno di spiegarsi perché invece esistessero tante lingue che impedivano agli esseri umani di capirsi tra loro. Ma questo è solo un primo livello, questo brano ci vuole dire di più.

Quello che è chiaro nel testo è che gli esseri umani hanno uno scopo, che è rappresentato dalla costruzione della torre e della città, e che questo obiettivo degli esseri umani non piace a Dio, che quindi interviene a disfare quello che gli esseri umani hanno fatto.

Ma che cosa vogliono ottenere gli esseri umani costruendo la torre? Attraverso la costruzione della città e della torre gli esseri umani cercano fama: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama». Acquistiamoci fama, letteralmente “facciamoci un nome”, vogliono successo, vogliono salire.

La torre deve arrivare fino al cielo e questo loro obiettivo ci può ricordare un po’ quello che il serpente dei primi capitoli della Genesi propone ad Adamo ed Eva: diventerete come Dio. Salire fino al cielo, andare oltre, non riconoscere i propri limiti di creature e non rendersi conto che il proprio posto è invece sulla terra.

La costruzione della città e della torre rappresentano il desiderio di fama e di potere, di essere grandi; gli esseri umani uniscono le loro forze per essere più forti e più potenti, si uniscono per compiere questa opera grandiosa. L’unità è indispensabile perché possano raggiungere il loro obiettivo.

In sé questo potrebbe essere visto come una cosa positiva della loro impresa, il fatto che non fanno qualcosa gli uni contro gli altri, ma si uniscono per un medesimo obiettivo.

Il loro obiettivo non è soltanto la costruzione della città e della torre ma è evitare la dispersione: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra».

Questo verbo disperdere è importante nel racconto. Gli esseri umani non vogliono essere dispersi, Dio invece confonde le lingue proprio perché si disperdano: «Così il SIGNORE li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città». Ecco il punto su cui il progetto degli esseri umani e quello di Dio si differenziano: gli esseri umani non vogliono disperdersi, Dio vuole che si disperdano.

D’altra parte, nel capitolo precedente, ci era stata presentata la discendenza di Noè, da cui erano nate non solo molte famiglie, ma molte nazioni (che per altro parlavano già lingue diverse, ma questa è una delle tante incongruenze degli antichi racconti biblici…) che si erano sparse per tutta la terra, come del resto aveva detto detto Dio all’inizio della Genesi quando aveva detto a Adamo ed Eva «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra...».

Dunque Dio vuole la dispersione e perciò confonde le lingue. Si può allora dire che Dio non vuole l’unità dell’umanità? E che invece gli esseri umani volevano l’unità, ma Dio lo ha loro impedito? Forse le cose non sono così semplici.

Difficile pensare che Dio non voglia l’unità; l’umanità è una, Dio ha creato una umanità, una sola, non tante umanità…! Ma Dio ha creato un’umanità plurale fin dall’inizio: «maschio e femmina li creò». Come ho già detto altre volte, Dio non comincia da uno, comincia da due.

E poi appunto il capitolo dieci, che ci racconta come i discendenti di Noè si sono sparsi su tutta la faccia della terra (almeno quella conosciuta allora…) ci mostra che l’umanità, che è senza dubbio una sola, è però plurale per definizione, oggi diremmo che ha la pluralità e la molteplicità nel suo DNA.

Forse si può dire che Dio vuole l’unità nella diversità, come si usa dire nel linguaggio ecumenico. Certo che Dio vuole l’unità, ma la diversità non è per forza contraria all’unità, siamo noi spesso che non accettiamo la diversità e la viviamo male, trasformando la diversità in inimicizia.

I costruttori della torre, con il loro bisogno di fama e dunque di potere, cercavano forse più che altro una uniformità. Hanno cercato l’unità in vista della uniformità, e in questo andavano in direzione contraria ai progetti di Dio, secondo il quale l’umanità doveva disperdersi – in senso positivo – e riempire la terra.

Questa uniformità agli occhi di Dio era – come ha scritto qualcuno - l’“inizio della fine”: «ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare»: cioè non avranno più limiti.

Del resto la storia ci insegna che l’uniformità è ciò che vogliono e impongono tutti i totalitarismi che hanno sempre imposto l’uniformità e tentato di cancellare le diversità.

Dio ferma l’umanità che va verso l’uniformità e non vuole disperdersi (sempre in senso positivo) per riempire la terra, compito in vista del quale Dio aveva benedetto Adamo ed Eva.

Dio ferma l’umanità che cerca l’unità in se stessa e nella propria uniformità, a favore di un’umanità unita in lui, in Dio stesso, unita benché diversa e sparsa sulla faccia di tutta la terra.

Che c’entra tutto ciò con pentecoste? Se questa lettura del racconto della torre di Babele è corretta, allora pentecoste non è più l’opposto di Babele, ma da un lato è una sua conferma e d’altro lato un passo ulteriore in avanti.

D’altra parte, a Pentecoste i popoli rimangono tanti e diversi – basta vedere il lungo elenco dei paesi di provenienza di tutti gli ebrei presenti a Gerusalemme per celebrare la pentecoste ebraica, che anticamente era stata la festa delle primizie del raccolto ed era diventata la festa di ringraziamento per il dono della Torah.

E le lingue rimangono diverse: «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua», cioè se lo prendiamo alla lettera, gli ebrei di Roma sentivano gli apostoli parlare latino, gli ebrei provenienti dall’Egitto li sentivano parlare egizio, e così via per tutti i popoli rappresentati.

Una bella espressione che ho letto riguardo alla Pentecoste dice che in quell’evento dello Spirito sono “le orecchie che vengono guarite, non le lingue”. Sono le orecchie di chi ascolta l’evangelo ad essere trasformate dallo Spirito, cosicché ciascuno lo sente nella propria lingua e può comprenderlo. Non sono le lingue degli apostoli ad essere trasformate, ma le orecchie degli ascoltatori.

Pentecoste è la festa della comunicazione riuscita, dell’annuncio efficace; il miracolo dello Spirito va ben oltre la comprensione delle parole, ma riguarda anche la nascita della fede in Cristo.

Pentecoste non è dunque contro Babele, ma è – come Babele – l’unità nella diversità; il miracolo dello Spirito è che la diversità delle lingue non impedisce l’ascolto dell’evangelo e la nascita della fede. L’evangelo è uno, come Dio è uno, ma le persone che lo ascoltano sono tante e diverse, e diverse non solo per la lingua che parlano o il popolo cui appartengono, ma per molte altre ragioni.

Le diversità non vengono annullate, ma non sono più un ostacolo all’ascolto e alla comunione, le diversità sono riconciliate in Cristo per opera dello Spirito.

È anche un messaggio molto ecumenico quello di Babele-Pentecoste. Sparsi sulla faccia di tutta la terra, cristiani diversi, chiese diverse possono essere una ricchezza. L’uniformità potrebbe, al contrario, essere un problema e un danno all’evangelo. Del resto, la chiesa non è mai stata uniforme, lo è stata – ma solo in superficie – soltanto sotto l’impero romano-cristiano, è stata cioè uniforme solo sotto un totalitarismo che aveva bisogno dell’uniformità e di cancellare le diversità.

Ciò che conta non è parlare la stessa lingua, ma parlare lo stesso linguaggio, ovvero il linguaggio dell’evangelo della grazia, della giustizia e della speranza. Se questo evangelo è annunciato, non importa la lingua che si parla o la nazione a cui si appartenga, lo Spirito farà sì che venga ascoltato e creduto, e che tutti coloro che lo ascoltano e lo credono si comprendano gli uni gli altri.

Diversi ma uniti, non nella propria lingua, ma nell’evangelo, che è la lingua di Dio.

lunedì 17 maggio 2021

Predicazione di domenica 16 maggio 2021 su Giovanni 7,37-39 a cura di Marco Gisola

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». 39 Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.


Siamo a Gerusalemme, nell’ultimo giorno della festa ebraica delle capanne – in ebraico Sukkot, che vuol appunto dire capanne - festa che ricorda il cammino di Israele nel deserto. Per questa festa si costruivano – e si costruiscono, perché la festa viene celebrata ancora oggi – delle capanne con frasche e rami di albero, e per i giorni della festa ci si dorme anche dentro, cosa che diventa molto simpatica per i bambini.
Ai tempi di Gesù, ogni mattina dei sette giorni che durava la festa, i sacerdoti guidavano una processione, che si recava presso una fonte di acqua, quella che riempiva la piscina di Siloe (quella di cui parla il vangelo di Giovanni poco più avanti, in cui Gesù manda l’uomo cieco a lavarsi gli occhi ed egli recupera la vista).
Da questa fonte prendevano dell’acqua con una brocca d’oro che poi portavano al tempio, attraversando la porta chiamata appunto porta dell’acqua, mentre la gente cantava dei salmi; infine il sacerdote saliva verso l’altare e ci versava sopra l’acqua; l’ultimo giorno della festa – quello più solenne, in cui è ambientato il nostro episodio - la processione girava sette volte intorno all’altare.
Proprio in questo ultimo giorno Gesù pronuncia queste parole e dunque il contesto della festa e il momento in cui le pronuncia ci aiutano a capirle meglio e a cogliere il senso e la portata delle sue parole:
La festa si riferisce alla permanenza di Israele nel deserto, luogo dove l’acqua manca per definizione e questo rito così solenne dell’acqua fa pensare all’episodio accaduto in quel lungo tempo trascorso dal popolo nel deserto, in cui Dio stesso fa scaturire l’acqua dalla roccia.
Il popolo aveva sete e si era lamentato con Mosè, che si era rivolto a Dio, il quale dice a Mosè di colpire la roccia con il suo bastone e ne fa scaturire l’acqua per dissetare il popolo. È in questo contesto che Gesù dice, anzi proclama, parlando in piedi alla folla che è lui l’acqua che disseta: «se qualcuno ha sete venga a me e beva».

Non l’acqua che scaturisce dalla roccia, non il bastone di Mosè, ma l’acqua che scaturisce da Gesù e la sua Parola dissetano veramente. È sempre acqua che viene da Dio, che è dono di Dio, ma non è acqua che disseta solo il corpo perché viva, ma acqua che disseta la fede, che disseta tutta la persona, perché creda e perché speri. Gesù sta dicendo al suo popolo che lui è la fonte dell’acqua e che lui è in grado di dargli ciò che Dio aveva dato ai loro antenati nel deserto.
Questo è il messaggio centrale di questo breve racconto, che – e apriamo una piccola parentesi - presenta due difficoltà proprio nel testo: la prima è che Gesù dice “come ha detto la Scrittura” ma non c’è nella Bibbia una parola identica a quella che cita Gesù. Per risolvere questa difficoltà, si dice che Gesù si riferisce in modo generico a quei molti testi che parlano dell’acqua come dono di salvezza da parte di Dio.
La seconda difficoltà è sempre nella frase detta da Gesù, ma è più sostanziale, perché ne cambia un po’ il significato. In alcuni manoscritti c’è un punto che si trova qualche parola più in là per cui le frasi sono diverse; senza entrare nei dettagli, mentre nella nostra traduzione il seno (che poi sarebbe il “ventre” cioè l’interno della persona) da cui sgorgano fiumi di acqua viva è quello del credente, con questa variazione il seno o il ventre da cui sgorga l’acqua è quello di Gesù stesso.
La differenza è se questa parola ci vuole dire che i credenti che bevono da Gesù diventano a loro volta fonte per altre persone, oppure se tutto il testo si voglia concentrare su Gesù.
In ogni caso, il credente, “chi crede in me” come dice Gesù, è innanzitutto chi ha sete e trova in Gesù la fonte a cui dissetarsi. Il centro di questa parola mi sembra in questa affermazione: l’acqua, cioè la vita, e la fiducia, la speranza e la libertà di cui abbiamo bisogno per vivere la troviamo in Gesù e in lui soltanto.
Se poi Gesù ha voluto dire che questa acqua che possiamo attingere in lui la possiamo offrire a qualcun altro, questa è una conseguenza, anzi è un dono e una responsabilità. Ma è sempre Gesù colui che disseta.
E dicendo ciò, abbiamo già chiuso la parentesi e siamo tornati al cuore del racconto.


È infatti una parola per chi ha sete quella di oggi, una parola per chi è nel deserto. Se abbiamo sete è una parola per noi, se ci siamo già dissetati altrove, no. Se ci siamo costruiti un oasi nel deserto con scorta di acqua in bottiglia e stiamo lì a prendere il sole non è una parola per noi. È una parola per chi deve camminare nel deserto della vita e affrontare il viaggio della fede.
La parola di Gesù contiene infatti un invito e una promessa. L’invito è quello di andare a lui: chi ha sete venga a me. È lui la fonte e la sua Parola è l’acqua che dà vita. Non dobbiamo dare troppo per scontato questo invito. Ogni invito è un dono.
Se qualcuno ti invita a cena, vuol dire che ti apre la sua casa e prepara qualcosa per te. Poi, certo, tu puoi ricambiare l’invito, ma quando sei tu l’invitato significa che qualcuno ha fatto qualcosa per te e ha deciso di fare qualcosa per te.
Gesù ci invita perché ha deciso di fare qualcosa per noi, di dissetarci, di aprirci la sua casa dove c’è abbondanza di perdono, di speranza e di gioia, tutte cose che ha preparato per noi, tutte cose che riceviamo attraverso la sua parola.
Nel vangelo di Giovanni troviamo, molto più avanti, un particolare che ci aiuta a comprendere questa parola di Gesù: quando Gesù è crocifisso, subito dopo la sua morte, i soldati si avvicinano a lui e «uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua» (Giovanni 19,34).
Giovanni è l’unico evangelista che ci racconta questo episodio; e se è normale che dal corpo di Gesù esca sangue, non è normale che esca dell’acqua. E quindi qualcuno collega questi due testi e dice che la parola che Gesù dice durante la festa della capanne sulle acque che sgorgheranno da lui si realizza nella sua morte sulla croce.
Ovviamente l’acqua ha un significato simbolico, rappresenta appunto la vita che scaturisce dalla morte di Gesù, la vita nostra che scaturisce dalla morte sua. Anche perché, come ripetiamo spesso, per Giovanni la crocifissione è un evento meno drammatico rispetto agli altri vangeli e rappresenta già la sua glorificazione di Gesù.
Gesù è glorificato perché dalla sua morte scaturisce immediatamente la vita, la vita per noi, per chi crede in lui, e questo è raffigurato anche fisicamente nell’acqua che esce dal corpo del crocifisso trafitto dalla lancia del soldato romano.

E poi dopo l’invito c’è la promessa: «Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui». L’acqua – cioè la vita, la vita nuova donata a chi crede - continua a scaturire anche dopo la glorificazione di Gesù, cioè anche quando Gesù non sarà più presente in carne e ossa perché sarà risuscitato e tornato al padre.
Allora sarà lo Spirito a continuare a dissetare chi crede in Gesù. O meglio: Gesù continuerà a dissetare chi crede in lui attraverso lo Spirito, che ricorderà ai discepoli e alle discepole tutto ciò che Gesù ha fatto e ha detto e ha insegnato.
Non ci sono due fonti – Gesù e lo Spirito - ce n’è una sola perché Dio è uno solo. E non ci sono due acque, ce n’è una sola, la Parola di Dio è unica, l’evangelo è unico ed è che Gesù è venuto ed è morto e risorto per noi, è sempre Gesù che ci viene annunciato attraverso lo Spirito santo.
Il dono dello Spirito, che avverrà a Pentecoste, è la promessa e l’assicurazione che la fonte della grazia è inesauribile e continua per sempre a dissetare chiunque abbia sete.
È una parola per chi ha sete quella che riceviamo oggi. Una parola per noi, che siamo qui – come molti cristiani nel mondo - ad ascoltarla perché abbiamo sete. E abbiamo sete perché siamo già stati dissetati alla fonte della Parola di Dio.
Ma come abbiamo bisogno ogni giorno dell’acqua, abbiamo bisogno ogni giorno dell’acqua che scaturisce da Gesù e che ci dà la vita nuova in lui. A noi dissetati che abbiamo sete è rivolto l’invito ad andare a lui ed è rivolta la promessa che il dono del suo Spirito non ci farà mai mancare l’acqua che è la sua Parola, che è fonte di vita, di gioia e di speranza.

martedì 27 aprile 2021

Predicazione di domenica 25 aprile 2021 su Atti 17,19-34 a cura di Marco Gisola

 Atti 17,19-34

… Presolo [Paolo] con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose». Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità.  E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse:

«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi.  Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa.  Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».

 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». Così Paolo uscì di mezzo a loro. Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris, e altri con loro.



«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi». Paolo è molto astuto e per predicare l’evangelo agli ateniesi parte dalla loro religiosità, religiosità pagana, mista alla grande cultura filosofica e politica che gli ateniesi del primo secolo avevano ereditato dai loro antenati, quelli che noi chiamiamo i classici dell’antica Grecia.

Atene non era più quella di cinque secoli prima, ma le persone colte e libere passavano il loro tempo sull’areopago, luogo dove nella Atene del quinto secolo aveva sede un importante tribunale. Ora era un luogo dove le persone più in vista e più colte si dilettavano a discutere di filosofia, di politica e di religione. Gli schiavi invece, ovviamente lavoravano dalla mattina alla sera e non avevano tempo per la politica e la filosofia.

E questi uomini colti sono disposti, forse anche incuriositi, ad ascoltare questo ebreo di cultura greca, che parla loro greco, che è Paolo. Sono sempre assetati di novità, e anche questa nuova religione suscita la loro curiosità.

Paolo parte menzionando un altare, che ha visto in città, intitolato al Dio sconosciuto. Il Dio che a voi è sconosciuto io ve lo faccio conoscere, dice in modo che forse oggi giudicheremmo un po’ presuntuoso…

Paolo parte dalla religiosità degli ateniesi, ma nel suo discorso smonta pezzo per pezzo la loro religione per arrivare ad annunciare la rivelazione e il culmine della rivelazione di Dio in Cristo che è la resurrezione.

Anche il cristianesimo, dal punto di vista sociologico, cioè visto e analizzato dal di fuori, è una religione, accanto a molte altre: ebraismo, islam, buddismo, induismo… ma vista dall’interno, la fede cristiana è una fede fondata su una rivelazione, cioè una libera iniziativa di Dio.

Potremmo dire che la religione o religiosità, o pratica religiosa è ciò che l’essere umano fa per Dio. La rivelazione è ciò che Dio fa per l’essere umano.

Paolo parte dalla creazione, ma non può partire dalla Bibbia, dal libro della Genesi, perché gli ateniesi non la conoscono. Però lui ce l’ha bene in mente e parte parlando del Dio creatore:

«Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra»

Già qui mette in discussione un tratto tipico della religiosità greca: il politeismo. Dio è uno e ha creato il mondo e ha creato tutte le nazioni. Dio è uno e ha creato non solo tutto, ma tutti, tutte le nazioni, tutti i popoli.

Dunque non un Dio per ogni occasione, uno per la fecondità, uno per la fertilità, uno per la pace, una per la guerra… ma un Dio solo. E sopratutto non un Dio per ogni popolo, ma un Dio che ha creato tutti gli esseri umani, tutti i popoli.

Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, il razzismo è una piaga per l’umanità, figuriamoci allora. C’erano i greci, popolo che si riteneva superiore per lingua, cultura, arte…. E poi c’erano tutti gli altri, i cosiddetti barbari, cioè coloro che non parlano greco. Era una definizione per negazione: non parli greco, non sei greco, sei altro, sei barbaro.

Anche gli ebrei dunque erano barbari. E Paolo – questo ebreo che parla greco - viene a dire che tutte le nazioni vengono da un solo Dio. Prima cosa sconcertante per le colte orecchie greche.

E poi dice che questo Dio «non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa». Non siamo noi a fargli una casa, non siamo noi a dargli qualcosa, ma è lui che dà a noi la vita, il respiro e ogni cosa. Il Dio annunciato da Paolo non è un Dio che chiede ma è un Dio che dà.

Noi che diamo a Dio, noi che vogliamo andare a Dio: questa è la religione. Dio che viene a noi, Dio che dà a noi: questa è la rivelazione. E finora – potremmo dire – è la rivelazione del Dio di Israele. Infatti, ciò che Paolo ha detto finora, avrebbe potuto dirlo anche un ebreo.

Il fondamento di ciò che ha detto Paolo fino ad ora sta nella fede nel Dio unico e creatore e nella critica dell’idolatria, cioè nell’AT. Perché anche l’AT è rivelazione, che Dio ha dato a Israele attraverso la Torah, sua volontà rivelata a Mosè sul Sinai.

Ma questa è solo la prima tappa della rivelazione, Paolo prepara così l’annuncio della rivelazione in Cristo:

«Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».

Dio ha creato tutte le nazioni, ora dunque tutti gli esseri umani sono chiamati a ravvedersi. Anche i colti greci. Tutti uguali nella creazione, tutti uguali nell’appello al ravvedimento.

E tutti uguali nel giudizio che Dio farà «per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito», cioè ha scelto, e che ha risuscitato dai morti. Alle loro orecchie l’annuncio della resurrezione suona troppo strano, inconcepibile. Tutto ciò che Paolo aveva detto fino a quel momento era ancora ascoltabile, ma questo no. Che un uomo venga risuscitato dai morti è troppo.

Si poteva pensare a una morte eroica o affrontata a testa alta come aveva fatto il filosofo Socrate, che aveva accettato di essere condannato a morte, benché innocente, ma l’idea della resurrezione non apparteneva al pensiero greco.

E dunque: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta…». Quando il discorso di Paolo arriva all’annuncio della resurrezione i colti ateniesi se ne vanno.

Ma non tutti. L’ultimo versetto del racconto del libro degli Atti ci dice «Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris, e altri con loro».

Abbiamo due nomi, un uomo, membro dell’Areopago, cioè dell’assemblea degli ateniesi, e una donna e poi altri anonimi.

Notiamo che non c’è alcuna parola di condanna o di giudizio nei confronti di coloro che non credono e se ne vanno. Non è stato così per gran parte della storia del cristianesimo.

L’accento è posto invece su coloro che hanno creduto, e questi due nomi ci dicono che di questo Dionisio e di questa Damaris si è conservata testimonianza. Loro due e gli altri, anonimi, sono persone, vite, storie.

Un successo o un fallimento? Ai nostri occhi, abituati a valutare successo e fallimento in base alla quantità, ai numeri, è un fallimento, non totale ma quasi. Per l’autore degli Atti è un successo, perché ci dice che l’evangelo ha attecchito anche ad Atene.

Dionisio, Damaris e qualcun altro hanno creduto, per loro Dio non è più sconosciuto e la morte non è più soltanto la fine da affrontare a testa alta, ma è il nemico che Cristo ha affrontato per noi e ha vinto.

Dopo Paolo avrà parlato loro della croce di Cristo, dei suoi insegnamenti, di tutta la storia di Israele e dei suoi profeti che lo hanno preannunciato…

Ma la svolta avviene con la fede nella resurrezione, la svolta dal Dio sconosciuto al Dio conosciuto perché rivelato in Cristo, la svolta dalla religione che vuole far abitare Dio in templi fatti da mano d’uomo alla rivelazione del crocifisso risorto e salito in cielo.

Tre domeniche dopo Pasqua questo racconto ci dice che per la fede è sempre Pasqua, che Pasqua è il centro della fede e il momento in cui la fede nasce e rinasce, il momento in cui non si cerca più Dio come a tentoni, ma lo si incontra perché Cristo è risorto e viene a noi nell’annuncio dell’evangelo e con lui risorge la nostra fede, la nostra speranza, la nostra vita.



domenica 18 aprile 2021

Predicazione di Domenica 18 aprile 2021 su Ezechiele 34 a cura di Marco Gisola

Ezechiele 34

1 La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: 2 «Figlio d’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele; profetizza, e di’ a quei pastori: Così parla il Signore, DIO: “Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere? 3 Voi mangiate il latte, vi vestite della lana, ammazzate ciò che è ingrassato, ma non pascete il gregge. 4 Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza. 5 Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e si sono disperse. 6 Le mie pecore si smarriscono per tutti i monti e per ogni alto colle; le mie pecore si disperdono su tutta la distesa del paese, e non c’è nessuno che se ne prenda cura, nessuno che le cerchi!

7 Perciò, o pastori, ascoltate la parola del SIGNORE! 8 Com’è vero che io vivo”, dice il Signore, DIO, “poiché le mie pecore sono abbandonate alla rapina; poiché le mie pecore, che sono senza pastore, servono di pasto a tutte le bestie dei campi, e i miei pastori non cercano le mie pecore; poiché i pastori pascono se stessi e non pascono le mie pecore, 9 perciò, ascoltate, o pastori, la parola del SIGNORE! 10 Così parla il Signore, DIO: Eccomi contro i pastori; io domanderò le mie pecore alle loro mani; li farò cessare dal pascere le pecore; i pastori non pasceranno più se stessi; io strapperò le mie pecore dalla loro bocca ed esse non serviranno più loro di pasto”.

11 «Infatti così dice il Signore, DIO: “Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. 12 Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre; 13 le farò uscire dai popoli, le radunerò dai diversi paesi e le ricondurrò sul loro suolo; le pascerò sui monti d’Israele, lungo i ruscelli e in tutti i luoghi abitati del paese. 14 Io le pascerò in buoni pascoli e i loro ovili saranno sugli alti monti d’Israele; esse riposeranno là in buoni ovili e pascoleranno in grassi pascoli sui monti d’Israele. 15 Io stesso pascerò le mie pecore, io stesso le farò riposare”, dice il Signore, DIO. 16 “Io cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, rafforzerò la malata, ma distruggerò la grassa e la forte: io le pascerò con giustizia.

17 Quanto a voi, o pecore mie, così dice il Signore, DIO: Ecco, io giudicherò tra pecora e pecora, fra montoni e capri. 18 Vi sembra forse troppo poco il pascolare in questo buon pascolo, al punto che volete calpestare con i piedi ciò che rimane del vostro pascolo? il bere le acque più chiare, al punto che volete intorbidire con i piedi quel che ne resta? 19 Le mie pecore hanno per pascolo quello che i vostri piedi hanno calpestato; devono bere ciò che i vostri piedi hanno intorbidito!”

20 Perciò, così dice loro il Signore, DIO: “Eccomi, io stesso giudicherò fra la pecora grassa e la pecora magra. 21 Siccome voi avete spinto con il fianco e con la spalla e avete cozzato con le corna tutte le pecore deboli finché non le avete disperse e cacciate fuori, 22 io salverò le mie pecore ed esse non saranno più abbandonate alla rapina; giudicherò tra pecora e pecora. 23 Porrò sopra di esse un solo pastore che le pascolerà: il mio servo Davide; egli le pascolerà, egli sarà il loro pastore. 24 Io, il SIGNORE, sarò il loro Dio, e il mio servo Davide sarà principe in mezzo a loro. Io, il SIGNORE, ho parlato. 25 Stabilirò con esse un patto di pace; farò sparire le bestie selvatiche dal paese; le mie pecore abiteranno al sicuro nel deserto e dormiranno nelle foreste. 26 Farò in modo che esse e i luoghi attorno al mio colle saranno una benedizione; farò scendere la pioggia a suo tempo, e saranno piogge di benedizione. 27 L’albero dei campi darà il suo frutto, e la terra darà i suoi prodotti. Esse staranno al sicuro sul loro suolo e conosceranno che io sono il SIGNORE, quando spezzerò le sbarre del loro giogo e le libererò dalla mano di quelli che le tenevano schiave. 28 Non saranno più preda delle nazioni; le bestie dei campi non le divoreranno più, ma se ne staranno al sicuro, senza che nessuno più le spaventi. 29 Farò crescere per loro una vegetazione rinomata; non saranno più consumate dalla fame nel paese e non subiranno più gli oltraggi delle nazioni. 30 Conosceranno che io, il SIGNORE, loro Dio, sono con loro, e che esse, la casa d’Israele, sono il mio popolo”, dice il Signore, DIO. 31 “Voi, pecore mie, pecore del mio pascolo, siete uomini. Io sono il vostro Dio”, dice il Signore, DIO».



1. A chi si rivolge questo brano di Ezechiele? Chi sono i pastori a cui si rivolge Dio attraverso il profeta con queste parole di giudizio?

Se volessimo applicare questo brano alla nostra realtà di oggi dovremmo dire che esso si rivolge al presidente Draghi, a tutti i ministri e alle ministre del suo governo, ai e alle parlamentari, a tutti i governanti della “cosa pubblica”, fino ai sindaci e ai consiglieri comunali delle nostre città.

Ezechiele sta infatti qui parlando ai capi del popolo d’Israele, ai re e ai governanti di Israele; il discorso è dunque prevalentemente politico. E qual’è l’accusa? “Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere se stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere?” (v. 2). L’accusa è quella di usare il posto che occupano, il ruolo che hanno per fare il proprio bene e non quello del gregge, cioè del popolo.

La colpa dei pastori di Israele è vecchia come il mondo, perché è la tentazione e il peccato che cova dentro ciascun essere umano, quella di cercare soltanto il proprio bene anche a discapito del bene degli altri, anzi anche provocando il male degli altri.

Tentazione che è tanto più grande quanto più si ha potere, il che non deve farci dimenticare che questa tentazione è presente anche quando si ha poco potere. Si può abusare del proprio potere anche quando se ne ha poco.

E qui Dio, nelle parole del profeta, dicendo ciò che i pastori del gregge non hanno fatto, descrive in poche parole il suo programma politico: «Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza»

Non hanno fatto ciò che dovevano fare, cioè occuparsi delle pecore più deboli e delle pecore più fragili. Non solo di quelle, ma prima di tutto di quelle, perché se non curi subito la pecora ferita starà sempre più male finché non potrà più camminare, se non vai a cercare quella smarrita, si perderà senz’altro e non tornerà indietro.

E hanno invece fatto ciò che non dovevano fare: «avete dominato su di loro con violenza e con asprezza». Non dovevano dominare sul popolo, dovevano “pascerlo” e «pascerlo con giustizia», come dirà Dio più avanti. E la giustizia, come ci dice tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, inizia dagli ultimi, da quelli che stanno peggio, da quelli che hanno meno possibilità e meno diritti.

Chi governa il popolo di Dio è tenuto a seguire questo programma politico, altrimenti Dio lo destituisce, gli toglie il potere. Un programma politico che ciascun politico cristiano dovrebbe perseguire.



2. Questo è il primo livello di lettura di questo brano profetico. A noi poi viene naturale applicare ciò che leggiamo qui anche alla chiesa e ai pastori della chiesa, cioè a tutti e tutte coloro che hanno una responsabilità nella chiesa, a partire dai pastori e dalle pastore, fino a tutte quelle persone che danno il loro contributo alla vita della chiesa nei vari organismi e in mille modi.

Guai a me se considerassi questa parola rivolta solo ad altri e non a me stesso. Lo stesso criterio vale ovviamente, e anzi a maggior ragione, nella chiesa: gli ultimi saranno i primi, ma non solo saranno, gli ultimi sono (dovrebbero essere) i primi destinatari di quella che chiamiamo - proprio a partire dalle tante immagini del pastore che troviamo nella Bibbia – cura pastorale.

Questa parola di giudizio è rivolta anche a me, quando dimentico, trascuro o peggio non voglio o non riesco a vedere la pecora ferita o smarrita.

Ma poiché la chiesa è una comunità di uguali, e poiché questa parola interpella tutti e tutte noi, proprio nella chiesa dobbiamo riconoscere che siamo tutti e tutte pecore e pastori e pastore al tempo stesso. Al di là del ruolo ufficiale - che senza implica una maggior responsabilità di chi lo ricopre – tutti noi siamo al tempo stesso pecore e pastori/e di qualcun altro.

Siamo tutti e tutte bisognosi di cura e tutti e tutte responsabili di prenderci cura gli altri; ma dire “gli altri” è troppo generico: diciamo allora che siamo tutti e tutte responsabili di prenderci cura di qualcun altro, di quel fratello, di quella sorella con cui veniamo in dialogo e ci parla dei suoi problemi o di cui veniamo a sapere che sta attraversando un momento difficile.

Tra i compiti del pastore secondo Ezechiele cioè secondo Dio, c’è quello di cercare la pecora smarrita, che può essere quella che non viene al culto, non viene in chiesa per qualche motivo, ma non solo; può anche essere quella che c’è sempre ma che nessuno va mai a cercare.

Tutti noi siamo contenti quando veniamo cercati ed è proprio per questo che questa parola chiama noi tutti – e non solo pastori e pastore – ad andare a cercare.

Non solo i pastori, certo sopratutto i pastori e le pastore, ma non solo, perché nessun pastore sarà perfetto, c’è sempre il rischio di dimenticare qualcuno, di trascurare, di non vedere o di non capire tutte le situazioni. Solo la comunità nel suo insieme può ridurre al minimo questo rischio. La comunità diventa così una sorta di “cura pastorale collettiva”, dove ci si prende cura gli uni degli altri.



3. Nel corso del brano però non c’è soltanto la distinzione tra pecore e pastori, ma a un certo punto anche quella tra pecore grasse e forti e pecore magre e deboli: «io stesso giudicherò fra la pecora grassa e la pecora magra. Siccome voi avete spinto con il fianco e con la spalla e avete cozzato con le corna tutte le pecore deboli finché non le avete disperse e cacciate fuori» (vv. 20-21).

La tentazione del dominio non è solo presente nei pastori, ma anche nelle pecore. Come nel libro “La fattoria degli animali” di Orwell, tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è “più uguale degli altri”.

Dunque la colpa non è mai tutta di chi comanda, dei politici, della casta, come dice un certo pensiero populista, che contrappone in modo ideologico popolo buono e governanti cattivi. No, nel gregge, tra la gente comune, ci sono pecore che spingono via altre pecore dai loro pascoli.

Nessun rapporto umano è esente dalla tentazione del dominio o almeno dell’affermazione di sé a scapito degli altri. Ma Dio giudica le pecore che si ingrassano spingendo via le altre dal pascolo di cui avrebbero diritto, perché Dio pasce le sue pecore con giustizia.

Nella società chi spinge via gli altri va fermato; nella chiesa, se succede, anche; ma soprattutto con il costante ascolto della Parola di Dio come quella di oggi, chiediamo a Dio di aiutarci a fare sì che ciò non accada o accada il meno possibile, perché la sua parola crea comunione, che è l’esatto contrario del dominio.



4. Il culmine del brano di Ezechiele non è però nel giudizio, ma nella promessa: Dio giudica i pastori cattivi, giudica anche le pecore cattive, e poi decide di intervenire lui stesso:

“Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. […] “Io cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, rafforzerò la malata, ma distruggerò la grassa e la forte: io le pascerò con giustizia (vv. 11.16). Dio farà lui stesso il pastore, e se avete notato, fa esattamente le cose che aveva rimproverato ai pastori di non aver fatto.

Ma poi più avanti dà questo compito al suo servo Davide: … Porrò sopra di esse un solo pastore che le pascolerà: il mio servo Davide; egli le pascolerà, egli sarà il loro pastore (v. 23)

C’è dunque un aspetto messianico in questo brano, che noi cristiani non possiamo non vedere realizzato in Gesù, il buon pastore di Giovanni 10. Il pastore per eccellenza è lui, e noi siamo tutte pecore.

Forse l’immagine della pecora non ci piace tanto, in genere la pecora ci fa pensare a un animale poco autonomo, quando si dice che qualcuno si comporta come un “pecorone” si vuol dire che segue un capo senza pensare con la propria testa…

Ma nell’immagine biblica credo proprio che prevalga tutta un’altra idea: quella della dipendenza delle pecore dal pastore. E se pensiamo a Gesù è proprio così: noi siamo gregge, perché lui è pastore, e solo se è lui il nostro pastore noi siamo il suo gregge. Altrimenti non siamo nulla.

Lui ci convoca, lui ci raduna, lui ci nutre di fiducia e di speranza, lui ci guida con la sua parola.

Ciò detto verrebbe quasi da proporre di cambiare nome al ministero pastorale…! Il pastore è Uno solo!

Oppure cogliere la sfida e la vocazione che questa parola si porta dietro, sfida e vocazione rivolta non solo ai pastori e alle pastore della chiesa - che sono prima di tutto pecore del gregge dell’unico pastore! - ma rivolta a tutte e tutti noi: il Pastore con la P maiuscola ci affida gli uni/e agli altri/e. Siamo insieme pecore e allo stesso tempo pastori/e gli uni degli altri, pecore affidate alla cura reciproca.

E la promessa è che se l’altra pecora sbaglierà, cadrà, ci trascurerà, il Pastore con la P maiuscola non lo farà. E non smetterà di cercare la perduta, ricondurre la smarrita, fasciare la ferita, rafforzare la malata. E tenere unito il suo gregge, a cui per grazia ha dato anche a noi di fare parte.