lunedì 23 maggio 2022

Predicazione di domenica 22 maggio 2022 su Giovanni 14,23-29 a cura di Daniel Attinger

LA PROMESSA DELLO SPIRITO SANTO

Giovanni 14,23-29


Gesù gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. Avete udito che vi ho detto: "Io me ne vado, e torno da voi"; se voi mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ora ve l'ho detto prima che avvenga, affinché, quando sarà avvenuto, crediate.




Cari fratelli e sorelle,

In questa VIa domenica di Pasqua ci viene ricordato, una volta ancora, il grande annun­cio pasquale: Gesù Cristo, colui che è stato crocifisso, è risorto ed è vivente! È un messaggio così straordinario che occorrono ben otto domeniche, tutto il tempo che passa tra Pasqua e la festa di Pentecoste che celebre­remo fra quindici giorni, per tentare di capire questo mes­sag­gio. Anzi, a dire il vero, sono tutte le domeniche che, in un modo o in un altro, ci offrono delle variazioni su quell’unico tema.

Per renderci conto della nostra difficoltà a comprendere questo messaggio, basti pen­sare che se vi dicessi che ho in­contrato l’altro giorno, per le strade di Biella, la signora Zaldera, che era dei nostri, vi chiedereste, a giusta ragione, se non avessi perso la testa. Il problema, infatti, consiste nel sape­re cosa si intende quando si parla di resurre­zione.

Nella Bibbia, indipendentemente dalla figura di Gesù, sono menzionati alcuni casi di risurrezione: quello molto conosciuto di Lazzaro, fratello di Marta e Maria, quello del ragaz­zo di Nain, che era figlio unico di una donna vedova, o ancora quello della figlia di Giairo. Ma in questi casi si parla di una realtà diversa dall’evento di Pasqua. Infatti, quelle persone tornate in vita per la potenza di Gesù sono poi morte una seconda volta ed aspet­tano an­ch’esse la resurrezione dei morti che professiamo.

Per Gesù si tratta di qualcos’altro: perché Gesù risorto non è identico a ciò che era pri­ma. Da risorto, non lo si riconosce subito; sembra poi che possa essere presente nel con­tempo in diversi luoghi; entra d’improvviso in una stanza dove si trovano i discepoli, le cui porte sono state accuratamente chiuse per paura della gente; ma nello stesso tempo lo si può toccare, e mangia i pezzi di pesce che i suoi discepoli gli offrono; e soprat­tutto, Gesù risorto non muore più.

Per una mente normale tutto ciò sa di inverosimile, per cui non è affatto strano che molta gente pensi che i cristiani sono stati vittime di allucinazioni.

Ecco per il problema. E allora cosa possiamo dire noi che, nonostante tutto, crediamo nella risurrezione di Gesù? L’occa­sione di una predicazione non basta evidentemente per dire la nostra fede. Ma ogni predicazione può costituire un tassello che, aggiunto man mano ad altri, forma alla fine un mosaico che dia una certa immagine della risurrezione in cui crediamo.

Oggi, il tassello è la promessa dello Spirito santo di cui Ge­sù parla ai suoi discepoli durante l’ultimo pasto che condivide con loro, prima della sua passione e morte in croce.

Che rapporto c’è tra questa promessa e la resurrezione? Il rapporto non è immediato, ma vedremo che esiste ed è anche importantissimo.

Ascoltiamo dunque il testo che abbiamo letto. Cosa dice?

In un primo tempo, Gesù parla dell’amore: “Se uno mi ama, mio Padre lo amerà e noi verremo a lui e resteremo stabilmente vicino a lui”. La risurrezione di Gesù non fa parte degli eventi verificabili scientificamente: è un’esperienza che viviamo e dal­la quale nasce in noi l’amore; non l’amore spontaneo come quello che nasce tra due persone che si trovano bene l’una con l’altra, ma un amore che si rivela nell’obbedienza ai comanda­menti del Signore, e particolarmente al comandamento nuovo appena dato ai discepoli: “Amatevi gli uni gli altri, come e poi­ché io ho amato voi”. E Gesù ha appena mostrato cosa significa questo amore quando ha lavato i piedi ai suoi discepoli, anche a Giuda che lo tradiva e a Pietro che lo avrebbe rinnegato: si trat­ta quindi di un amore che pur odiando il peccato, ama il pecca­tore e va fino all’amore per i nemici, come ha insegnato Gesù nel discorso sul monte.

Quest’esperienza non fa parte delle nostre capacità; amare il nemico fino a preferire che egli viva, anche se per questo io debba morire, è al di là di ciò che si può chiedere a un essere umano. Ecco allora il secondo tempo della parola di Gesù: la promessa dello Spirito santo. Ma, perché lo possiamo ricevere, occorre la manifestazione dell’amore totale di Gesù per noi, cioè la sua morte. Essa è la prova che egli ha preferito la nostra vita alla sua, ma nel contempo, avendo vissuto l’amore divino in pienezza, la sua morte è anche ritorno al Padre da dove manda quello Spirito che lo animava quando viveva tra noi. Di fatto, al momento della morte di Gesù, Giovanni scrive: “chinato il capo, effuse lo Spirito”. La sua morte è effusione dello Spirito.

Ma cos’è questo Spirito? Gesù lo chiama “Paraclito”, parola che qualifica un avvocato in tribunale, oppure uno che esorta, incoraggia e consola e dunque qualcuno che costituisce un so­stegno solido per la vita. Appena prima Gesù l’aveva chiamato un “altro Paraclito”. Se è altro, ciò significa che succede a un “primo”, cioè a Gesù stesso che era il primo Paraclito. Questo Spirito, datoci da Dio, esercita dunque in noi lo stesso ruolo di quello che Gesù eser­citava nei confronti dei suoi discepoli: ci insegna ogni cosa, ricordandoci e facendoci capire le parole che Gesù ha proclamato. Ma non solo: questo Spirito è il portatore in noi della pace, pace con se stessi, pace con gli altri e questo perché quando lo Spirito ci è dato, è Dio stesso a fare in noi la sua dimora.

Forse penserete che tutto ciò è un bel discorso, che rischia però di essere vuoto perché nulla di ciò può essere controllato.

Invece, non è così. Per capirlo occorre fermarsi brevemen­te su due pensieri.

Il primo concerne la fede: spesso pensiamo che la fede sia l’adesione ad una credenza, a dei dogmi o a delle affermazioni sulle quali fondiamo il nostro esistere. Ci facciamo cioè un’idea intellettuale della fede, mentre in realtà la fede è fondamental­mente un atto di fidu­cia, un abbandonarsi a Dio con la convin­zione che egli diventa l’attore stesso della nostra vita, colui che la conduce e le dà la sua direzione. Il credere è dunque qualcosa che gli altri possono vedere, e che possono vedere nel compor­tamento e nella vita del credente. Così, non possiamo vedere lo Spirito santo, ma lo possiamo vedere agire in noi. Suscita in noi parole di consolazione, di incoraggiamento, di speranza; fa di noi dei portatori di pace; ci ispira gesti di amore, di tenerezza, di bontà. Fa che in noi qualcosa della vita di Gesù diventi visi­bile agli occhi di quelli con cui viviamo.

Ed ecco il secondo pensiero: in queste condizioni, se cioè è lo Spirito a suscitare in noi un comportamento che rivela la nostra fede, allora occorre chiedere lo Spirito e chiederlo con insistenza, affinché questo dono ci sia sempre rinnovato. Infatti, non possediamo mai lo Spirito, perché è lui che ci possiede, ma il suo dono è certo per chi lo chiede, come ci ha pro­messo Gesù stesso: “Se voi che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vo­stri figli, tanto di più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che lo chiedono” (Lc 11,13). La domanda dello Spirito santo è l’unica preghiera della quale sappiamo con certezza che vie­ne esaudita. Allora, non esitiamo a rinnovare questa richie­sta, e vedremo lo Spirito del Ri­sorto agire in noi e conformare la nostra vita alla sua, e diventeremo, come Lui, testimoni del­l’amore del Padre: questa sarà la risurrezione, anche nostra.

Amen.



lunedì 16 maggio 2022

Predicazione di domenica 15 maggio 2022 su Colossesi 3,12-17 a cura di Marco Gisola

Colossesi 3,12-17

12 Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. 13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. 14 Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. 15 E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti.

16 La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. 17 Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.



1. La parola di Dio di oggi parla di noi e parla a noi. Parla di noi perché ci dice che cosa siamo, chi siamo: per Dio siamo “eletti di Dio, santi e amati”. Questo siamo per Dio. Sono tutti verbi al passivo, il cui soggetto ovviamente è Dio stesso: siamo eletti perché Dio ci ha eletti, cioè scelti; siamo santi non secondo il linguaggio comune per cui si intende persone quasi perfette, ma nel senso letterale biblico che vuol di nuovo dire scelti, messi da parte da Dio; e siamo amati perché Dio ci ha amati in Cristo e ci ama.

Per Dio e grazie a Dio siamo tutto questo: siamo eletti, santi e amati. Questo la parola di Dio dice di noi oggi, questo siamo in Cristo, per pura grazia e libera decisione di Dio. Ora tutto questo è appunto pura grazia, è libera decisione di Dio; non è un premio, non è un diritto, non è un privilegio essere eletti, santi ed amati, ma è un dono di Dio e come tutti i doni di Dio ci è dato affinché lo viviamo con gli altri e per gli altri.

E in questo senso questo brano parla non solo di noi ma anche a noi: è infatti un brano “esortativo”, come si dice, cioè un brano che dà indicazioni e suggerimenti ai cristiani della chiesa di Colosse. E infatti comincia con un verbo all’imperativo: “vestitevi” come eletti di Dio santi e amati di sentimenti di misericordia, di benevolenza, ecc. Potremmo dire: poiché avete avuto la grazia di essere scelti da Dio per amore, ora vivete questo dono e questa vocazione, “vestitevi”. Poco prima aveva scritto “vi siete spogliati dell’uomo vecchio e vi siete rivestiti del nuovo”. L’apostolo si rivolge qui a dei cristiani che erano pagani che hanno vissuto un enorme cambiamento, che viene rappresentato dall’immagine dello spogliarsi e del rivestirsi, cioè di cambiare abito. Potremmo quasi dire, con un’altra metafora, cambiare pelle, cambiare vita.

Di che cosa bisogna rivestirsi, di che cosa devono vestirsi i cristiani di Colosse – e noi con loro - giorno dopo giorno? Come tutte le mattine quando ci alziamo ci mettiamo i vestiti con i quali andiamo incontro al nostro prossimo, così dobbiamo vestirci di sentimenti di misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza, dobbiamo sopportarci gli uni gli altri e perdonarci a vicenda e sopra tutte queste cose “vestirci dell’amore” scrive l’apostolo.

L’apostolo si rivolge a una comunità, non a delle persone singole e sole, ma a “eletti, santi e amati” tutte parole al plurale, persone che sono chiamate a vivere insieme la fede, la gioia e la riconoscenza a Cristo. E vivere insieme la fede, la gioia, la speranza, la riconoscenza verso il Signore significa ogni giorno relazionarsi con il prossimo che Dio ci ha messo accanto. E questo è un impegno, anzi un compito, quello di curare queste relazioni; curare le relazioni con le sorelle e i fratelli è il compito che il Signore ci dà ogni giorno: “vestitevi” di questi sentimenti, ogni giorno, come ogni giorno ci mettiamo i vestiti.

Per stare insieme agli altri e insieme agli altri vivere la fede è necessario che coltiviamo e curiamo benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza ed è anche necessario qualche volta che ci sopportiamo, perché il prossimo che il Signore mi ha messo accanto non è sempre come io vorrei che fosse. E a volte dobbiamo anche perdonarci a vicenda, perché le relazioni umane - anche quelle fraterne e sorerne che ci sono date di vivere nella chiesa - a volte lasciano delle ferite, perché siamo peccatori e se non fossimo peccatori non saremmo qui, perché non saremmo cristiani! Perché i cristiani sono peccatori e peccatrici perdonati.

È un compito che ci viene dato: il compito di curare il nostro essere comunità e dunque curare le relazioni tra noi, tra i membri della comunità. È un compito, perché non è spontaneo. Questi sentimenti di misericordia, benevolenza, umiltà, ecc. non nascono spontaneamente del nostro cuore come potrebbe farci pensare la parola “sentimenti”. Questi sentimenti – che potremmo anche chiamare modi di essere, modi di porsi davanti agli altri e con gli altri, vanno coltivati, curati e fatti crescere.

2. E come può accadere questo? Come nascono, crescono e vengono coltivati i sentimenti di cui parla l’apostolo? Questo ci viene detto più o meno a metà di questo brano quando l’apostolo scrive: “la parola di Cristo abiti in voi abbondantemente”. È la parola di Dio che crea la chiesa ed è la parola di Dio che cura, coltiva e fa crescere le relazioni all’interno della chiesa, che fa nascere e crescere in noi misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine, pazienza… È la Parola di Dio che ci aiuta a sopportarci, perché ci dice che il legame che ci lega non è fatto di simpatia o di somiglianze, ma è fondato nella morte e resurrezione di Cristo. È la parola di Dio che ci insegna a perdonare, perché come scrive qui l’apostolo “come il signore vi ha perdonati così fate anche voi”.

Siamo perdonati, dunque perdoniamo, riconosciamo il dono del perdono che Dio ci ha donato in Cristo come un enorme dono e viviamolo nel nostro perdonare. Solo rimettendoci continuamente in ascolto della Parola di Dio, lasciandoci giudicare e interrogare da lei, lasciandoci consolare ed istruire da lei, possiamo tentare di vivere ciò che l’apostolo descrive in queste righe.

3. E la conclusione del nostro brano mi sembra che menzioni i due ambiti, i due luoghi dove siamo chiamati a vivere sentimenti di misericordia, benevolenza umiltà, ecc.: il culto e la vita quotidiana. “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali”. Il luogo dove ci ammaestriamo ed esortiamo a vicenda è il culto, ed è significativo che l’apostolo dia così tanta importanza al canto. Il canto accompagna ogni momento del nostro culto, è lode, confessione di peccato, confessione di fede, espressione di fiducia, domanda, intercessione… nel canto esprimiamo ogni aspetto della nostra fede, ogni aspetto della nostra vita nella fede. Il canto è comunitario, tutti vi partecipano, ognuno canta al Signore e tutti cantano insieme. È comunitario anche nel modo in cui si canta: nessuno deve prevalere, nessuna voce deve coprire quella degli altri; e tutti devono andare allo stesso tempo, in modo che il canto sia davvero corale. Per cantare insieme è necessario ascoltarsi a vicenda, un esercizio indispensabile per il canto e anche per la vita!

E l’altro ambito è quello della vita quotidiana: “Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù”: un’indicazione che ci appare generica, ma che è generica per comprendere ogni ambito della nostra vita: “qualunque cosa…”, “ogni cosa…” cioè tutto ciò che fate e dite (“parole e opere”) sia guidato da quei sentimenti di misericordia, umiltà, ecc. Non è poco e non è generico, ma è la nostra intera vita, che è così testimonianza in atti e in parole dell’immenso dono di grazia che abbiamo ricevuto in Cristo.

4. E infine – scrive l‘apostolo - fate tutto ciò “ringraziando Dio Padre per mezzo di lui”. Ve l’ho già citato altre volte quello che dice il catechismo di Heidelberg, un catechismo riformato del ‘500 che Paolo Ricca ha ritradotto e commentato alcuni anni fa. Alla domanda “Quante cose è necessario che tu sappia per poter felicemente vivere e morire in questa consolazione [cioè nel sapere che si appartiene a Cristo]?” La risposta è: “tre cose: in primo luogo quanto grandi sono il mio peccato e la mia miseria. In secondo luogo, come vengo redento da tutti i miei peccati e dalla mia miseria. E in terzo luogo come devo esser grato a Dio per questa redenzione”.

Queste parole dell’apostolo fanno parte di questo “terzo luogo”: la nostra vita di cristiani è tutta un esprimere la nostra gratitudine a Dio per la redenzione, cioè per la liberazione, per il perdono, per la salvezza che ci ha donato in Cristo. Tutto ciò che facciamo e diciamo – dice il nostro brano di oggi e il catechismo di Heidelberg con lui – è espressione della nostra gratitudine a Dio. Null’altro che gratitudine. Quel che riusciamo effettivamente a vivere della misericordia, della benevolenza, della umiltà, della mansuetudine, della pazienza, della sopportazione e del perdono di cui si parla qui, è pura e semplice gratitudine. Se e quando riusciamo a vivere qualche briciola di tutto ciò non è altro che riconoscenza a Dio per ciò che ha fatto per noi.

Come “come eletti di Dio, santi e amati” siamo chiamati a vestirci di tutti questi sentimenti, di questo modo di essere non per essere buoni – solo Dio è buono, ha detto Gesù – ma per essere grati al Signore ed esprimere questa gratitudine nell’amore verso il prossimo che lui ci ha dato. E possa la Parola di Dio abitare abbondantemente in tutti noi e continuare a ricordarcelo e ad insegnarcelo.

lunedì 25 aprile 2022

Predicazione di domenica 24 aprile 2022 su Colossesi 2,12-15 a cura di Marco Gisola

Colossesi 2,12-15

12 siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. 13 Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; 14 egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; 15 ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

Al venerdì santo e a Pasqua abbiamo annunciato che Gesù Cristo è morto e risorto per noi. Il testo di oggi ci dice che il venerdì santo e il giorno di Pasqua siamo morti e risorti anche noi: siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. Questo è il significato del battesimo cristiano, scrive l’apostolo, questo è ciò che è stato proclamato il giorno in cui siamo stati battezzati, non importa se molto o poco tempo fa, non importa se da bambini o da adulti, se per aspersione o per immersione.

Il tuo battesimo ha questo significato: Gesù Cristo è morto e risorto anche per te. Gesù Cristo è morto e risorto per tutta l’umanità, ma poiché è morto e risorto per delle persone ben precise, con un nome e una esistenza unici, nell’istante del battesimo si annuncia che Gesù Cristo è morto per Tizio o per Caia, che vengono chiamati per nome mentre vengono battezzati. Il testo dice siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui. Siamo stati sepolti e siamo anche già stati risuscitati con lui: mentre lui, Gesù, veniva sepolto e mentre veniva risuscitato, ci portava con sé. Non ci portava né nella tomba e nemmeno in cielo ovviamente, ma ci portava in una nuova vita. La morte e resurrezione di Cristo ha fatto morire e risorgere anche noi, nel senso che ha fatto iniziare per noi una nuova vita in Cristo, come dice l’apostolo “mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti”.

Che cosa caratterizza questa nuova vita? Questo brano parla di almeno due caratteristiche:

1. La prima è il perdono: Voi, che eravate morti nei peccati […], Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati. Siamo stati risuscitati perché siamo stati perdonati. Il peccato è morte, il perdono è vita. Il peccato uccide, il perdono fa risorgere. E non è un modo di dire: il peccato, anche quando non toglie davvero la vita a qualcuno - come nel caso della guerra, del terrorismo, dei femminicidi, ecc. - è però la morte di una relazione. E il perdono è rinascita di una relazione.

Forse “morte” ci sembra una parola troppo grossa, spesso le relazioni non si interrompono, ma molte volte le relazioni si incrinano; non sono uccise, ma sono spesso vengono ferite e le ferite faticano a guarire. Non ci si parla più, oppure ci si parla malamente o alle spalle. Il perdono in questo senso è guarigione, a volte vera e propria rinascita di una relazione e questa guarigione o rinascita si chiama riconciliazione. È ciò che ha fatto Gesù morendo in croce per noi, come dice l’apostolo Paolo quando scrive che “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione” (2 Cor 5,19).

E il nostro brano di oggi dice che eravamo “morti nei peccati” e che il perdono di Dio ci ha vivificati, ci ha riconciliati con Dio stesso, ci ha fatto capire che mentre il peccato è divisione e rottura, il perdono è riconciliazione, ri-unione e con ciò ci ha resi capaci di cercare la riconciliazione.

Le terribili notizie che ci arrivano ogni giorno dall’Ucraina, oltre a mostrarci tutto il dramma delle vittime, dei profughi e della distruzione, fanno anche riflettere su quanto odio venga seminato ogni giorno che la guerra procede. E anche quando la guerra finirà, l’odio purtroppo rimarrà a lungo. Quando le morti delle persone termineranno, rimarrà la morte dentro le persone, nel cuore di molte persone vive, ma con il cuore pieno di odio. Solo la riconciliazione potrà fare rivivere quelle relazioni interrotte e uccise dal dramma della guerra. Prima bisognerà ovviamente fare giustizia, e poi, per rivivere, dopo la guerra e dopo tutto quell’odio, per risorgere dalle ceneri della guerra, sarà necessario un lungo cammino di riconciliazione.

Non esagera l’apostolo quando dice che è questione di vita e di morte, perché il peccato uccide, il perdono fa rivivere, il peccato separa, il perdono riconcilia. La riconciliazione con Dio l’ha fatta per noi Dio stesso, in Cristo. In lui, nella sua morte e resurrezione, siamo anche noi morti e risorti a nuova vita. Risuscitati perché perdonati.


2. La seconda caratteristica della nuova vita è la libertà. Siamo stati risuscitati perché siamo stati liberati. La parola libertà non c’è nel testo, ma possiamo leggere così l’ultima frase del brano che abbiamo letto, che a prima vista non è così chiara, quando dice che Dio ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

I “principati” e le “potenze” sono parole che non usiamo più, perché non fanno parte del nostro linguaggio e della nostra cultura. Nel linguaggio del primo secolo “principati” e “potenze” erano delle forze che si pensava potessero dominare gli esseri umani, ed erano legate a una visione del mondo di cui facevano parte anche i demoni, che incontriamo così spesso nel NT. I principati e le potenze sono forze che dominano la volontà umana; i demoni sono forze che si impossessano della volontà umana e fanno fare alle loro vittime ciò che vogliono. È ovvio che questo modo di pensare per noi è superato. Ma ciò che questo modo di pensare e questo linguaggio esprimono è invece sempre straordinariamente attuale.

Ci sono tante forze che cercano di dominare la nostra volontà. A partire da quella antichissima che nella Bibbia va sotto il nome di “mammona”: tutto ciò che ha a che fare non solo con la ricchezza – perché è una forza che ha molto potere anche su chi ricco non è – quanto piuttosto con il possesso. E dunque la moda, il mercato, la finanza, gli oggetti che si desidera possedere. E pensiamo a quell’altra potenza che va sotto il nome di “successo”, che una volta era riservato a personaggi dell’arte e dello spettacolo e oggi, nel mondo dei “social” è invece ricercato da tutti coloro che vogliono essere “influencer”, parola che in sé contiene l’idea del successo ma anche del potere, il potere di influenzare gli altri.

E per tornare a ciò che dicevamo prima, quale potenza ha l’odio, una vera e propria potenza demoniaca, che spinge gli esseri umani a individuare un nemico, un diverso, uno che può diventare nostra vittima. A volte purtroppo è odio religioso, quando la religione sfocia nel fanatismo. A volte è odio nazionalistico, quando il nemico è lo straniero. A volte è la persona che ha la pelle di un altro colore, a volte il nemico di turno invece ha lo stesso colore di pelle, ma è omosessuale o disabile. A volte è semplicemente uno che tifa per una squadra di calcio diversa… Non è forse l’odio una fortissima potenza diabolica, nel senso biblico della parola, cioè che divide, che separa gli esseri umani gli uni dagli altri e li mette gli uni contro gli altri…?

Tutte queste potenze che ci mettono gli uni contro gli altri sono state “spogliate” dice il nostro brano, e Dio ha trionfato su di loro per mezzo della croce. Ce ne ha liberato. Ha trionfato perdendo, a viste umane; ma solo a viste umane. In realtà ha vinto, ha sconfitto l’odio, ma non chi odia. Gesù – lo abbiamo detto nel culto del giovedì santo – secondo il vangelo di Luca è morto perdonando, pronunciando un’ultima parola di riconciliazione. La riconciliazione è stato il trionfo che è avvenuto sulla croce.

E dunque la croce ci ha liberati da tutte queste potenze, dal potere che tutte queste forze hanno su di noi, perché è attraente possedere, influenzare, dominare. Persino odiare è molto attraente per alcuni, perché l’odio è il motore che ci spinge a voler dominare sugli altri.

Sulla croce è stato inchiodato “il documento a noi ostile”, scrive l’apostolo, un termine un po’ oscuro, che potrebbe essere una sorta di elenco di debiti o di prescrizioni legalistiche, comunque qualcosa che vincola e che lega. Potremmo dire che sulla croce è stata crocifissa la nostra schiavitù. 

 

Siamo stati risuscitati perché siamo stati perdonati e perché siamo stati liberati. Questo è il meraviglioso dono che ci è stato fatto tra il venerdì santo e la Pasqua e che viene proclamato su ciascuno e ciascuna di noi nel nostro battesimo. Il dono del perdono e della libertà. Perdonati in Cristo e liberati in Cristo, perché morti e risuscitati con lui. Questo è l’evangelo, la bella notizia che riceviamo questa domenica dopo Pasqua e ogni giorno della nostra vita, che possiamo ricominciare nel perdono e nella liberazione che opera in noi la grazia di Dio.

domenica 17 aprile 2022

Predicazione della domenica di Pasqua (17 aprile 2022) su Marco 16,1-8 a cura di Marco Gisola

 Marco 16,1-8

1 Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. 2 La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. 3 E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» 4 Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. 5 Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. 6 Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. 7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». 8 Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.



Gesù è risorto e la sua resurrezione fa paura! Questa è la prima impressione che ci dà questo racconto del vangelo di Marco, che termina - in un modo che ci sembra strano - con la paura delle donne che fuggono dal sepolcro e non dicono nulla a nessuno.

Gesù è risorto, ma non ci crediamo. Gesù è risorto, ma fuggiamo via, come per non avere più davanti agli occhi quella tomba vuota, quell’assenza di una salma che avremmo voluto trovare.

Così finisce questo brano, ma così probabilmente finiva l’intero vangelo di Marco. Molti manoscritti del vangelo di Marco finivano qui e i versetti che noi troviamo dopo sono stati aggiunti in un secondo momento, da qualcuno che probabilmente era scandalizzato dal fatto che un vangelo finisse così.

Questo racconto ci stupisce, ci sconcerta, ma forse… forse è proprio questo il racconto più autentico della nostra reazione davanti alla resurrezione di Gesù. Dico “nostra” appositamente, nostra e non delle donne, che sarebbe troppo facile giudicare col senno di poi. Quelle donne - ma è più corretto dire quelle discepole - siamo noi.

Immaginiamoci la scena: Gesù è morto, le discepole hanno comprato gli aromi e i profumi per sistemare il corpo di Gesù. Hanno aspettato che passasse il sabato, il giorno del riposo, in cui non si deve compiere alcun lavoro.

E poi, la sorpresa: la pietra rotolata, la tomba aperta, il corpo non c’è e invece dentro il sepolcro c’è un giovane seduto – è seduto e dunque evidentemente le aspettava! - è vestito di una veste bianca che indica che viene da Dio, che è un suo messaggero, e dice loro cose incredibili.

Eh sì, le discepole hanno paura, ma non perché sono paurose, ma perché ciò che vedono e ascoltano è incredibile e le sconvolge totalmente. Non solo per ciò che vedono – cioè l’angelo, che già è una scena piuttosto sconvolgente - ma anche per ciò che non vedono, ossia il corpo di Gesù.

Immaginiamoci come reagiremmo noi se dopo la morte di un nostro caro il suo corpo sparisse nel nulla!

E infine, in un crescendo di tensione, sconvolte per ciò che ascoltano, per l’annuncio che ricevono: egli è risuscitato, non è qui. Che non era lì lo avevano capito, ma “risuscitato” è un annuncio troppo grande e troppo bello, così grande e bello che fa paura, è difficile da credere.

Così siamo anche noi, se vogliamo essere sinceri, davanti all’annuncio della resurrezione di Gesù; sconcertati. E se non siamo anche spaventati, è solo perché dopo tanto tempo che lo ascoltiamo ci siamo abituati.

È troppo, è un annuncio troppo grande per la nostra piccola fede. La conclusione del vangelo di Marco ci vuol dunque dire che la resurrezione di Gesù è un messaggio così grande che incontra tutta la nostra umana diffidenza.

Ovviamente, dobbiamo anche dire che se il vangelo di Marco – e anche gli altri tre – sono stati scritti, se questi fatti sono stati raccontati e ri-raccontati, è perché poi l’annuncio della resurrezione è stato creduto. Sennò nemmeno noi saremmo qui.

Ci è voluto un po’ di tempo, ci sono voluti gli incontri con Gesù risorto, c’è voluto – diciamo così – un grosso lavoro dello Spirito Santo, ma poi alla fine l’incredibile è stato creduto. L’incredibile notizia che la vita ha vinto sulla morte è stata creduta.

Questo racconto del vangelo di Marco è particolare proprio perché tiene insieme queste due cose: ci dice contemporaneamente che Gesù è risorto, ovvero ci annuncia il meraviglioso evangelo di Pasqua della vittoria della vita sulla morte, e contemporaneamente ci dice che le prime persone che ricevono questo annuncio non ci credono, hanno paura e fuggono.

Marco non è un ingenuo, piuttosto vuole mostrarci che non è affatto scontato e non è affatto facile credere alla resurrezione. Marco vuole semplicemente dire le cose come stanno: Gesù è risorto, ma non è facile crederci.

Anzi, per essere corretti dobbiamo ribaltare la frase: Marco ci vuole dire che non è scontato crederci, ma Gesù è risorto. Gesù è risorto nonostante le nostre difficoltà e i nostri dubbi. Solo così, solo se ribaltiamo questa prospettiva il racconto è veramente evangelo, buona notizia, altrimenti è solo umano scetticismo.

Facciamo fatica a crederci, ma Gesù è risorto. Gesù è risorto nonostante i nostri umani dubbi e le nostre domande. L’incredibile è vero, è accaduto, Gesù è risorto: questo è l’evangelo.

Il centro del racconto non è la sua conclusione, non è la paura e il silenzio delle discepole, in questa paura e in questo silenzio c’è solo tutta la nostra umanità. Il centro del racconto è nelle parole dell’angelo, nell’annuncio, che va ripetuto, che va annunciato a tutto il mondo: Gesù è risorto, la morte è vinta.

L’angelo aveva detto «non vi spaventate» e le discepole hanno paura lo stesso. L’angelo aveva detto «andate a dire ai suoi discepoli … che egli vi precede in Galilea» e loro stanno zitte.

Ma il loro silenzio e la loro fuga non cancella il fatto che Gesù è risorto e non elimina la necessità di annunciarlo.

È solo che per loro è troppo presto, che la rassegnazione è ancora troppa per essere superata. Ed è per questo che ci sono stati altri incontri e altri annunci ed è per questo che anche noi continuiamo ad annunciarlo: perché è vero, nonostante appaia incredibile.

E che cosa continuiamo ad annunciare, o meglio: quale annuncio continuiamo a ricevere? Oltre all’annuncio del fatto che Gesù è risorto, l’angelo dice due cose alle tre discepole: dice loro “non vi spaventate!” e “andate”. L’annuncio della risurrezione di Gesù consola e invia.

L’annuncio della risurrezione di Gesù consola, perché dona la speranza che vince la paura e la rassegnazione. Gesù è risorto, la morte è vinta, ed è la morte che fa paura.

È tutto ciò che porta morte che fa paura: l’odio, la discriminazione, la sete di dominio, l’istinto violento, e tanti altri sentimenti che stanno dentro di noi e che vediamo tutti insieme nelle immagini che ci arrivano dall’Ucraina, ma non solo dall’Ucraina!

Tutto ciò fa paura, ma l’evangelo di Pasqua ci dice che la morte è vinta e che tutto ciò che porta morte non ha l’ultima parola.

E poi l’annuncio della risurrezione di Gesù invia, perché chi ha ricevuto questo annuncio ne diventa debitore verso gli altri. Chi ha ricevuto questo annuncio è debitore di speranza.

E tra l’altro è interessante che nella continuazione del capitolo, che come dicevo è probabilmente un aggiunta fatta in un secondo momento, chi ha fatto questa aggiunta ha ripreso l’episodio in cui Gesù appare a Maria Maddalena.

Maria Maddalena è una delle tre discepole del nostro testo. Quindi questa aggiunta ci vuole dire che il Signore non si è arreso al silenzio delle discepole che erano andate al sepolcro, ed è andato lui stesso incontro a una di esse a mostrarsi e a farsi riconoscere.

E infatti alle discepole al sepolcro l’angelo aveva detto «Gesù vi precede in Galilea, là lo vedrete». Bisogna partire, andare a incontrare Gesù, che è tornato dove tutto è iniziato e dove tutto ora ricomincia in modo nuovo. Prima si va a incontrare Gesù e poi si va ad annunciarlo agli altri.

La nostra Galilea è la Bibbia, è il culto, è ogni occasione in cui la Parola di Dio viene letta, annunciata e ascoltata, perché è nella sua parola che incontriamo il risorto e riceviamo l’annuncio che consola e che invia.

Ogni volta che veniamo qui, veniamo consolati e inviati dall’evangelo che ci dice che Gesù è risorto e che non c’è motivo di avere paura.

Quel giorno, tre discepole sono andate di mattina presto al sepolcro di Gesù per occuparsi della salma del loro amico e maestro. Lì hanno visto e ascoltato cose straordinarie, la tomba vuota, il messaggero di Dio, l’annuncio che Gesù è risorto.

Tre discepole sono fuggite impaurite e non hanno detto nulla. Ma non è finita lì. Quell’annuncio non poteva essere taciuto, non è stato taciuto. Quelle tre discepole e poi altre e altri, molte altre e molti altri hanno di nuovo ricevuto quell’annuncio, che è passato di voce in voce, fino ad oggi, fino a noi.

Anche a noi oggi l’evangelo dice: non spaventatevi, Gesù è risuscitato, la morte è vinta, Gesù vi precede in Galilea, dove tutto ricomincia e tutto sarà nuovo. Sembra incredibile, ma è vero: Cristo è risorto, tutto ricomincia, in lui tutto è nuovo.

Predicazione del Venerdì Santo (15 aprile 2022) su Luca 23,32-49 a cura di Marco Gisola

 

Luca 23,32-49

32 Ora, altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: QUESTO È IL RE DEI GIUDEI. 39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso». 44 Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; 45 il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio dicendo: «Veramente, quest'uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto. 49 Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.



1. «Questo è il re dei giudei» queste parole scritte e affisse alla croce di Gesù rappresentano l’accusa per cui Gesù viene messo a morte. Ma queste parole di accusa, questa sentenza di condanna diventa paradossalmente l’annuncio dell’evangelo e la risposta alla domanda che accompagna tutto il vangelo di Luca, ovvero chi è Gesù.

Per chi ha messo Gesù in croce è appunto la sentenza di condanna: quest’uomo viene crocifisso perché pretende di essere il re dei giudei, ma non lo è, mente, e dunque è pericoloso e merita la morte. Per noi che leggiamo il vangelo di Luca questa parola scritta è la verità; la verità apparentemente incredibile: un re che non siede su un trono con sudditi intorno pronti ad obbedirgli, ma un uomo crocifisso, circondato da persone che lo prendono in giro; e da un po’ più lontano da persone che lo piangono.

È un paradosso, e nella tragedia c’è anche molta ironia: qualcuno doveva pur dirlo che quell’uomo è il re dei giudei, ovvero il messia, il figlio di Dio venuto nel mondo. E chi lo dice è colui che formalmente lo ha fatto crocifiggere, ovvero Pilato, che ha fatto mettere questa scritta. Nel vangelo di Giovanni viene detto che questa frase è scritta in ebraico, in latino e in greco ovvero nelle tre grandi lingue internazionali del tempo, e anche in questo c’è una grande ironia: tutto il mondo deve sapere che quell’uomo è il re dei giudei. Tutto il mondo deve saperlo, anche se nessuno può crederlo, perché non è un re seduto sul trono, ma un moribondo sulla croce.

Dunque l’evangelo viene proclamato nella e sulla croce di Gesù e viene annunciato mentre intorno a Gesù stesso tutti lo negano con le prese in giro e le provocazioni che gli rivolgono: «se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In questa affermazione provocatoria viene fuori la logica umana: se sei il re dei giudei, se sei il figlio di Dio, fai qualcosa e salvati. Le stesse provocazioni erano state proposte a Gesù sotto forma di tentazioni dal diavolo nel deserto: «se tu sei figlio di Dio dì a questa pietra che diventi pane», «se tu sei figlio di Dio gettati giù dal tempio». Insomma usa il tuo potere per te, per il tuo bene e per la tua salvezza. E invece no: Gesù ha usato la sua potenza per gli altri e mai per se stesso, per salvare altri, non se stesso.

E proprio per questo è il figlio di Dio, il re dei giudei, ma non lo è come lo vorrebbero gli altri o come gli altri si aspetterebbero. Ma è il figlio di Dio come Dio lo vuole, è il Figlio di Dio che muore per salvare gli altri, anziché - come spesso hanno fatto i re e i potenti da che mondo è mondo - mandare gli altri a morire per salvare se stesso.

Ma non dichiariamoci innocenti troppo velocemente: le provocazioni o tentazioni delle persone che stanno intorno alla croce possono essere anche le nostre. Non affrettiamoci a prendere le distanze, perché cadiamo anche noi in questo errore: ci cadiamo ogni volta che vorremmo che Dio fosse a nostra immagine e somiglianza anziché noi alla sua, ogni volta che vorremmo che Dio facesse la nostra volontà, anziché noi fare la sua.

Dunque nella tragedia della croce e nel paradosso della croce viene detta la verità, che non può essere taciuta, anche se nessuno al momento sembra crederla: «questo è il re dei giudei», quest’uomo è il messia che Dio ha mandato in mezzo a noi. Così, inconsapevolmente, in questo modo paradossale, drammatico e ironico al tempo stesso, l’evangelo viene proclamato nella crocifissione di Gesù.

2. Gesù non muore da solo: ci sono due uomini crocifissi accanto a lui. Questo ci dice da un lato che Gesù è solidale con tutti i crocifissi. Gesù è vittima della giustizia/ingiustizia umana che arriva alla pena di morte; si fa dunque solidale con le vittime, con tutti coloro che muoiono uccisi da altri esseri umani, ieri come oggi. Ma non solo: Gesù fa la fine dei malfattori, dei criminali che vengono espulsi, eliminati dalla società perché pericolosi con la pena di morte. Dunque Gesù muore innocente in mezzo a dei colpevoli che anch’essi muoiono.

E dunque Gesù si fa solidale non solo con le vittime innocenti, ma con i colpevoli. Muore con questi due uomini che sono colpevoli, anche se non sappiamo di che cosa. Gesù non muore da solo, perché fino in fondo si immerge e si identifica - lui innocente - con l’umanità colpevole. Noi compresi, che siamo colpevoli davanti a lui.

Il vangelo di Luca è l’unico che ci racconta questo dialogo di Gesù con gli altri due uomini crocifissi. Negli altri vangeli ci viene soltanto detto che anche loro due lo insultano, qui invece solo uno lo fa e l’altro non solo non lo insulta, ma rimprovera il compagno. E poi fa a Gesù una richiesta, quella che in fondo possiamo considerare una preghiera: «ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Dice «nel tuo regno» e dunque ciò significa che, oltre alla scritta preparata da Pilato, anche quest’uomo crocifisso con Gesù lo riconosce come re.

È un messaggio molto forte: quest’uomo - uno dei due crocifissi con lui - confessa la sua fede nel crocifisso: Gesù infatti è già sulla croce. E poco dopo il centurione ai piedi della croce proclamerà che «veramente quest’uomo era giusto». Un delinquente e un soldato pagano, due persone non certo molto religiose… Non possiamo e non dobbiamo indagare quale fede o quanta fede o come sia nata questa fede di quest’uomo crocifisso con Gesù. Di lui non sappiamo nulla. Abbiamo solo le sue parole e soprattutto abbiamo le parole di Gesù che prendono sul serio la richiesta, o meglio: la preghiera di quest’uomo e riconosce la sua fede. E infatti gli risponde: «io ti dico in verità oggi tu sarai con me in paradiso».

Questa, secondo il vangelo di Luca, è l’ultima parola che Gesù rivolge ad un altro essere umano. Poco dopo parlerà ancora, ma parlerà a Dio, dicendogli «Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio» e poi spirerà. L’ultima parola detta ad un essere umano è questa parola di perdono, rivolta al suo “con-crocifisso”. L’ultima parola è per un colpevole al quale annuncia il perdono di Dio. Fino alla fine Gesù ha proclamato e annunciato il perdono di Dio, fino a un attimo prima di morire. Questo ci dice che per qualunque essere umano colpevole c’è sempre la possibilità di cambiare e di chiedere perdono: non è mai troppo tardi. Questa scena ce lo dice chiaramente.

Poco prima Gesù aveva detto quell’altra parola che – anche questa – ci riporta soltanto il vangelo di Luca: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Luca ci tiene in modo del tutto particolare a dire ai suoi lettori che le ultime parole di Gesù sono parole di perdono. Ci tiene a sottolineare fino alla fine che questa è la ragione per cui Gesù è venuto nel mondo e che per questo ha dovuto morire della morte di croce: mostrare al mondo la potenza della grazia di Dio che si rivela nella debolezza.

Gesù perdona l’uomo crocifisso con lui, che a modo suo gli chiede perdono, riconoscendolo re. E perdona – o chiede a Dio di perdonare – anche coloro che lo stanno crocifiggendo, che non gli hanno affatto chiesto perdono, ma anzi lo stanno insultando e facendo soffrire.

Pura grazia. Questo è il Cristo crocifisso e morente che Luca ci dipinge e ci racconta in questa scena memorabile. La croce sembra la sconfitta di Gesù, è invece la sconfitta e il giudizio per chi lo ha crocifisso. Ma è al tempo stesso la grazia per loro, persino per loro. Per questo – con buona pace di Pilato e di chi gli urla contro sotto la croce – egli è davvero il re dei Giudei, il figlio di Dio venuto nel mondo.

Da quella croce, arriva persino per loro l’annuncio della grazia di Dio. Da quella croce quel meraviglioso annuncio arriva a tutti coloro che in ogni luogo e in ogni tempo ricevono l’evangelo che annuncia che il Cristo crocifisso è il Signore della grazia. E arriva stasera anche a noi, che su quella croce siamo giudicati e salvati e accolti da lui nel suo regno.

lunedì 28 marzo 2022

Predicazione di domenica 27 marzo 2022 su 2 Corinzi 1,3-11 a cura di Marco Gisola

2 Corinzi 1,3-11

3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; 5 perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. 6 Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. 7 La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

8 Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. 9 Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora. 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.



Consolati per consolare. Così potremmo sintetizzare in tre parole il nucleo delle parole di Paolo in questo inizio della sua seconda lettera ai Corinzi. Sono parole scritte da un apostolo a cui le afflizioni – per usare la parola che lui stesso usa – non sono state risparmiate, e indirizzate a una comunità che sta vivendo anch’essa delle afflizioni, cioè che – a quanto scrive Paolo - sta anch’essa soffrendo.

A Paolo non sono state risparmiate le afflizioni. Lo sappiamo da ciò che scrive lui, lo sappiamo da ciò che ci raccontano gli Atti degli apostoli. In queste poche righe Paolo dice che è stato così tanto oppresso “tanto da farci disperare perfino della vita”. “Anzi – continua - avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte”.

Insomma Paolo aveva proprio pensato di essere arrivato alla fine della sua esistenza e della sua missione. Non sappiamo che cosa gli fosse successo, Paolo non ce lo dice; ci dice però che ha visto la morte da vicino e ne è scampato. Paolo è stato consolato.

Ma in ogni caso, anche se fosse giunta la sua ora, confidava “in Dio, che risuscita i morti”. Anche questa era la sua consolazione.

È questo Paolo, che ha avuto la vita salva per un soffio, che scrive alla chiesa di Corinto, che anch’essa soffre, non sappiamo esattamente per cosa, ma probabilmente a causa dall’ostilità che viene da fuori della comunità, dal mondo pagano in cui si trova la chiesa di Corinto.

Quando parla di sofferenze, Paolo quasi sempre intende le sofferenze che nascono dal fatto di essere cristiani, di essere discepoli e discepole di Gesù Cristo: ostilità, persecuzioni, discriminazioni.

In questo senso forse ci sentiamo un po’ distanti da queste parole, noi non siamo perseguitati o discriminati; gli evangelici in Italia lo sono stati per secoli ma ora non lo sono più.

Brani come questo allora possono aiutarci a rivolgere il nostro sguardo ai molti cristiani che nel mondo ancora oggi sono perseguitati a causa della loro fede, che non sono pochi. Noi oggi viviamo la nostra fede senza difficoltà, ma per molti cristiani nel mondo non è così.

Le nostre afflizioni e preoccupazioni sono altre, sono il timore di essere irrilevanti nel mondo in cui viviamo, il disinteresse che la stragrande maggioranza delle persone ha nei confronti dell’evangelo, il calo di presenza nelle nostre chiese.

Oppure, guardando oltre la vita delle nostre chiese, in queste settimane sono la paura e angoscia che causa in tutti noi la guerra in Ucraina.

La Parola di Dio di oggi viene innanzitutto a dirci che Dio consola. E che cos’è la consolazione? La consolazione di Dio è almeno due cose: la prima cosa che Paolo sottolinea in questo brano è che la consolazione “opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. Usa il verbo sopportare.

Ci sono delle cose, delle afflizioni, che vanno sopportate. Sopportare non è un verbo solo negativo come può sembraci. Sopportare è il primo passo per poter affrontare, combattere, resistere sofferenze e difficoltà.

Se non si sopporta, si soccombe. Sopportare è invece la condizione necessaria per superare la sofferenza.

Lo sa bene – immagino - chi ha una malattia grave o una disabilità; per poter guarire da una malattia o convivere con una disabilità, il primo passo è sopportare, che vuol anche dire non arrendersi.

Questo “opera efficacemente” la consolazione di Dio in noi. In queste parole: “opera efficacemente” Paolo ci sta dicendo che la Parola di Dio non sono solo parole, ma vuole dirci che Dio opera attraverso la sua Parola, che è efficace.

La consolazione che viene da Dio non è una pacca sulla spalla, è l’opera dell’evangelo che converte e trasforma la nostra mente, cioè il nostro modo di vedere il mondo e le cose intorno a noi.

Da questa conversione del nostro modo di vedere e del nostro stato d’animo nasce il secondo frutto di questa consolazione, che è la speranza. Sopportazione e speranza non sono in contraddizione, ma vanno insieme, sono due frutti della consolazione di Dio.

Paolo non dispera, ma anzi spera: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora”. Persino la morte era pronto ad affrontare senza perdere la speranza in “Dio che risuscita i morti”.

Questa è la consolazione che i cristiani ricevono da Dio nel mezzo delle loro afflizioni, che da un lato Dio aiuta a sopportare e dall’altro aiuta ad affrontare con speranza.

Ma poi c’è la seconda parte di ciò che ho detto all’inizio per riassumere questo brano di Paolo: consolati per consolare.

La consolazione ricevuta non si ferma lì, non si ferma a chi l’ha ricevuta: Dio “ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

Non siamo consolati e basta, che già sarebbe un dono enorme, essere consolati mentre si vive un’afflizione o un momento difficile della nostra vita. Siamo consolati “affinché” – c’è dunque un altro scopo che va oltre noi stessi – affinché “possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

Come ogni dono che riceviamo da Dio, anche il dono della consolazione non lo riceviamo per tenercelo, ma lo riceviamo per darlo ad altri, per condividerlo.

E dunque, appunto: consolati per consolare. La consolazione reciproca è la vocazione rivolta a tutti i cristiani. Già Lutero ha usato proprio questa parola “consolazione” per definire il ministero reciproco che i cristiani hanno gli uni nei confronti degli altri: mutua consolatio, diceva in un latino che possiamo capire tutti, cioè: consolazione reciproca.

Questo è il ministero che abbiamo tutti e tutte gli uni nei confronti degli altri. Non c’è cristiano che non abbia questo ministero, che non sia chiamato a questo servizio, perché non c’è cristiano che non sia consolato da Dio attraverso la parola dell’evangelo, che crea speranza.

Forse l‘unica eccezione è chi sta davvero troppo male, nel fisico e nell’animo, e non riesce a consolare nessuno, ma ha bisogno solo di ricevere consolazione.

Ma altrimenti, tutti e tutte siamo chiamati a questo servizio, che inizia dall’ascolto del fratello o della sorella, che deve potersi sentire di raccontare le sue afflizioni, in una relazione fondata sulla sincerità e sulla fiducia.

Le chiese sono chiamate a essere luoghi di consolazione reciproca, ogni incontro tra cristiani – dentro e fuori le chiese - dovrebbe poter essere opportunità di consolazione reciproca. I cristiani, nell’ascolto della parola di Dio, vengono consolati e imparano a consolare.

Noi, qui riuniti oggi nel culto, veniamo consolati dalla Parola di Dio che ci viene incontro in queste parole dell’apostolo Paolo e impariamo a consolare.

E impariamo – o impariamo di nuovo - che questo servizio è allo stesso tempo offerto e chiesto a noi tutti/e. Non c’è nessuno che non abbia bisogno di essere consolato e non c’è nessuno che non possa consolare.

Questo è la chiesa: sorelle e fratelli bisognosi di consolazione che diventano a loro volta consolatori o consolatrici. La chiesa è composta da donne e uomini consolati per consolare. Nella consolazione che riceviamo in Cristo nell’annuncio dell’evangelo nasce la comunione tra noi che ci permette di consolarci gli uni gli altri.

Tutto ciò nasce dall’evangelo, che riceviamo nella predicazione della Parola di Dio che ci promette che non c’è afflizione senza consolazione da parte di Dio. E che non c’è consolazione ricevuta che non possa diventare consolazione offerta e condivisa.

Davvero dunque, come scrive Paolo, “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo…, il quale ci consola in ogni nostra afflizione” e, mentre ci consola, ci rende consolatori e consolatrici delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, cosicché il suo dono della consolazione non smetta mai di operare efficacemente e tutti possano essere consolati.

 

martedì 15 marzo 2022

Predicazione di domenica 13 marzo 2022 su Matteo 26,36-46 a cura della pastora Joylin Galapon

Domenica scorsa abbiamo avuto in mezzo a noi la pastora Joylon Galapon che prenderà servizio nella nostra chiesa a partire dal mese di luglio. Pubblichiamo la sua predicazione su Matteo 26,36-46

  Matteo 26:36-46

36 Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: «Sedete qui finché io sia andato là e abbia pregato». 37 E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. 38 Allora disse loro: «L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me». 39 E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando, e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi». 40 Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola?

41 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42 Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: «Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».

43 E, tornato, li trovò addormentati, perché i loro occhi erano appesantiti. 44 Allora, lasciatili, andò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le medesime parole.


45 Poi tornò dai discepoli e disse loro: «Dormite pure oramai, e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina, e il Figlio dell'uomo è dato nelle mani dei peccatori. 46 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».


Sermone

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Cosa ricordiamo del luogo del Getsemani?

Quali immagini abbiamo di questo luogo?

La memoria del Getsemani è il luogo più intimo della preghiera rivolta dal figlio al Padre.

Gesù rivolge a suo Padre "Abba", Dio mio, una preghiera di supplica.

Egli lo prega di non lasciarlo soffrire.

A suo Padre, l'unico che può rispondere la sua richiesta. Solamente Lui può esaudirla.

Nel suo momento di angoscia e tristezza Gesù pregò al Padre: Abbà, Padre mio.

Ha rivolto questa parola di supplica al Padre come segno di quel legame profondo, di quell'amore paterno che ognuno di noi comprende: come nostro Padre Dio si prende cura delle sue figlie e dei suoi figli.

Mentre Gesù gli parla, invocando il nome di suo Padre, gli rivolge una preghiera di supplica davanti al rischio della morte. Dobbiamo guardare con chiarezza e meditare su ciò che è stata quella morte.

Queste sono le parole che ci ricordano della richiesta insistente (3 volte) affinché il Padre non permetta che avvenga la sua fine (la sua morte). «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi».

Per ben tre volte vengono espresse le stesse parole al Padre di non permettergli di soffrire. Avrebbe potuto evitarlo? No! La consapevolezza di essere il suo unico figlio non lo esime da ciò che il Padre vuole da lui. Dio è onnipotente. Non può distruggere il male senza fare di suo figlio la sua vittima? Evidentemente, la risposta a questa angosciosa domanda era negativa. Non c'era altro modo.


Gesù disse:<<Se questo è possibile>> -

Egli non parla della possibilità di una fuga fisica verso le aride colline alla richiesta che il messia soffra la periferia della città, ma della possibilità che Dio stabilisca il suo regno senza una onta(infamia) pubblica e una morte atroce.

<<Se è possibile>> ma sarà quel che sarà. Accadrà ciò che doveva accadere.

La richiesta di Gesù e la volontà del Padre saranno prese in considerazione come il compimento (in atto, compiuto) per un fine ultimo. Non c'è altro modo, non c'è altra scelta da fare se non quel puro atto di dono di Dio che dimostra, prima di tutto a se stesso, poi al suo amato, prediletto Figlio: <<Questo è il mio figlio diletto; ascoltatelo>>. Matteo 17,5; Marco 9,7; Luca 9,35


<<Si gettò la faccia a terra>>. Immaginiamo i gesti compiuti da Gesù: Si alzò, cadde a terra, tutto il suo corpo si appoggiò a terra. Il gesto compiuto da Gesù nel pregare con le mani appoggiate per terra, abbracciando la terra, dimostra in tal modo il sentimento di umiltà, di voler accogliere Dio, appoggiandosi sulla terra, laddove l'umanità si riconosce come tale. La richiesta di rinuncia, con l'abbandono della terra, fa capire che l'uomo, fatto di polvere, al contempo si affida al suo Creatore. Giobbe disse: <<Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra>> Giobbe 1,21


Il fatto che Gesù abbia accettato la natura umana, di essere uguale all'uomo, è un segno della sua sottomissione a Dio Padre Divino. Questa differenza di essere divino e allo stesso tempo umano era espressione di accettazione della propria sottomissione al piano di Dio. Ciò è stato riassunto nella lettera di Paolo alla comunità di Filippi al capitolo 2 dal verso 5 al 9: <<5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente[a], 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome[b] che è al di sopra di ogni nome, …>>

La distinzione dei ruoli tra loro(tra Dio e Gesù), di conseguenza, mostra la volontà di compiere entrambe le missioni nei confronti dell'umanità - ruoli pienamente assegnati e assunti come segno della giustizia, della libertà e della promessa pianificata e realizzata di salvezza del mondo intero per tutto il tempo della storia.

A nome della chiamata di Gesù (ministero, servizio) è al servizio del Padre e dell’uomo. Alla volontà assoluta di Dio gli deve tutto. Come disse:: <<Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua>> Gv.4,34.


Gesù prese con sé i suoi tre discepoli. Li esortò a vegliare, a pregare con lui, in modo che non fossero tentati da Satana, (lo spirito maligno). Tuttavia, erano così assonnati e stanchi che non furono in grado di stare in guardia quando lui chiese loro di fare la guardia(vegliare, sorvegliare). Nonostante Gesù fosse in mezzo ai suoi tre discepoli, era solo. Il solo a sentire e a percepire la sofferenza era Gesù. Fu l'unico ad avere questa sensazione travolgente, consapevole di ciò che stava per accadere. Egli espresse la sua amara delusione quando i suoi seguaci più vicini si dimostrarono incapaci di lottare con lui: Allora, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora?


I discepoli di Gesù e i suoi amici più stretti non facevano parte del compimento della missione scelta da Gesù e che Dio voleva che si compisse. Al contrario, sono stati considerati come complici di questo atto di negazione, di violenza, di tortura e poi di morte.

Dio non ha imputato loro la colpa, poiché saranno i testimoni della sua volontà, quindi della testimonianza futura, di quanto leggiamo negli atti degli apostoli, e nelle lettere dell’apostolo Paolo alle prime comunità.

Il nome 'figlio dell'uomo' è confermato.

Gesù è un uomo perfetto, nato figlio dell'uomo, che come tale dimostra la sua sottomissione, l'obbedienza a colui che lo ha creato e che ha predestinato il suo ruolo (missione, vocazione) in questo mondo. Gesù, quindi, come figlio di Dio compirà sua missione come uomo pieno di timore (amore e riverenza) verso Dio.

Qui, in questo passo biblico, in questo brano particolare ci viene ricordato tutto il cammino di Gesù, che sarà il primo discepolo e poi maestro (della vita) dei suoi discepoli.

Come disse a coloro che lo seguirono, ognuno deve lasciare, odiare, rinunciare alla famiglia(alla propria vita) e poi portare la propria croce. Seguire Gesù, seguire le sue orme, i suoi insegnamenti, le sue parole e le sue azioni costituiscono tutta la strada e il cammino del discepolato.

Qual è la regola fondamentale? Chi ascolta la Parola di Dio diventa un credente, uno che è disposto a rinunciare alla propria volontà per il bene di molti, per il bene di una comunità. Quelli di noi che hanno scelto di essere al servizio della Parola di Dio devono fare i conti con questa scelta. La scelta di servire e di mettersi al servizio di Dio per compiere la sua volontà è una scelta ponderata; si rinnova ogni giorno, ponendosi sempre come obiettivo il meglio.

Nella nostra epoca, questa scelta di servire e di essere al servizio della Parola è diventata più difficile da intraprendere, soprattutto da parte dei credenti, proprio perché non è una scelta qualsiasi, è la scelta di Dio. La Facoltà di Teologia è in crisi perché ci sono poche persone iscritte al pastorato, in quanto non si tratta di una volontà immediata da fare, è una scelta che va ambita (va perseguita con perseveranza, costanza) .

Si tratta della volontà di Dio. È una preghiera persistente a Dio che deve concederla. Molti pregano per avere più operai, perché la messe è grande.

L'esempio è la chiamata per rivelazione dell'apostolo Paolo: un convertito; era un persecutore dei seguaci di Gesù ed è diventato un perseguitato a causa della Parola viva cioè l’evangelo della CROCE.

La preghiera di Gesù di supplica di non soffrire, di non portare la croce di quel CALICE, è per noi oggi una consolazione perché il Signore ci ha dato la possibilità di capire con la nostra fede data da lui, il Vangelo della salvezza in Cristo Gesù (puramente compiuta nel nome suo, di CG).

Dobbiamo ricordare tutto, dobbiamo conservare nel nostro cuore il messaggio della croce di Gesù, portando il peso del nostro peccato(le nostre mancanze, le nostre debolezze, le nostre obiezioni).

Dobbiamo inchinarci a Dio, inginocchiarci davanti a Dio per il Figlio che non si è voltato dalla nostra menzogna, dalla nostra viltà. Ha abbracciato la terra, non si è allontanato dalla morte di un uomo peccatore e ha dato la sua vita in cambio di quella morte.

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Gesù è morto per me, per te, per Putin, per molti.

Che cosa sta succedendo? Il mondo geme e a causa di un potente malvagio gli innocenti muoiono. Vorrei condividere con voi una mia riflessione personale sulla guerra di oggi.

Qualche tempo fa ero convinta e l'ho detto ad altri che il coronavirus 19 è un nemico invisibile, è difficile da colpire perché non lo si vede, è subdolo, è nascosto, ma quando si manifesta lo si sa bene, colpisce l'organo respiratorio dell'essere umano mostrando la sua crudeltà e cattiveria, uccidendo senza mezze misure le persone deboli come hanno vissuto molte persone anziane e malate. Agisce direttamente sui polmoni, l'organo fondamentale per la respirazione. Dio creatore ha dato a tutti noi questo organo per poter respirare. Sono più di due anni che lo combattiamo, e abbiamo intravisto in un certo senso una liberazione, che secondo gli scienziati, il momento è finalmente arrivato per superare questa malattia con i vaccini. Finalmente la guerra pandemica può definirsi conclusa.

Col cuore pieno di gioia, mi sono detto che finalmente dopo 4 anni potrò anche programmare il mio viaggio per visitare la mia terra natia. Che grande risultato! Questo è di nuovo un sogno poiché un' altra prova è arrivata, con un altro tipo di guerra.

Dal 24 febbraio la guerra è iniziata ed è visibile a tutti noi, perché è concepita (architettata, pianificata) dal presidente russo Putin. Egli ha invaso, con la sua astuzia, una nazione chiamata Ucraina, che fino a poco tempo fa viveva in pace. Credevo che l'uomo nemico, essendo visibile, fosse facile da colpire. Ebbene, la convinzione che avevo prima, secondo cui il coronavirus sia più difficile da colpire perché invisibile rispetto all' uomo che è visibile, non è più valida. Ma mi sbagliavo allora. In realtà, non è facile catturarlo ora, se è lui il colpevole, perché non è solo. È circondato dalle persone che sono le sue ali: loro e le loro armature. Putin è pieno di armature da battaglia. È un guerriero, potente, come una bestia selvaggia e feroce che non è facile da domare perché lo spirito maligno che lo domina lo circonda, lo protegge.

La lettura continua delle parole di Dio che si è allieto a partire dal popolo di Israele come dice allora a Mosè: << ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti io conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorrono il latte e il miele.>> Esodo 3:7-8. Siamo chiamati a leggere, quindi a dimorare nella parola del Signore cosicché Egli stesso possa trovare la sua dimora in noi. Noi siamo il tempio di Dio. Può essere che anche noi contribuiamo nel presente alla sua volontà di salvare il nostro nemico e il suo nemico, e non solo, dato che ci sono ancora tanti nostri nemici creature di Satana.

Certo, la salvezza del Signore Dio è vicina a quelli che lo temono, perché la gloria abiti nel nostro paese, nel mondo intero. Amen.

Joylin Galapon