lunedì 16 marzo 2015

Predicazione di domenica 8 marzo in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera delle Donne. Il culto è stato tenuto dalle sorelle della nostra chiesa e la predicazione su Giovanni 13,1-17 è a cura di Ludovica Pepe Diaz e Carmela D’Ursi

Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,  Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo». Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!» Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me». E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!» Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti».Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate. (Giovanni 13,1-17)

Gesù ha concluso i suoi discorsi pubblici ora si rivolge, in forma privata ai suoi amici. Così abbiamo un resoconto di quello che succede tra lui e i suoi discepoli.

Questi versetti raccontano ciò che Gesù dice ai suoi discepoli la sera prima di morire, dando loro le istruzioni finali per prepararli alla sua morte e resurrezione, eventi che hanno cambiato la loro vita per sempre. E Gesù sa che sarà tradito da uno di loro, rinnegato da un altro e abbandonato da tutti, tuttavia in quel momento importante mostra loro tutta la portata del suo amore. Dio ci conosce completamente come Gesù conosceva i suoi discepoli.

Possiamo individuare quattro ragioni del comportamento di Gesù in questa circostanza:
primo: mostrare la natura del suo amore incondizionato per i suoi discepoli (vv. 1-2)
secondo: esprimere l'amore incondizionato attraverso il suo modo di farsi servo (vv. 3-5)
terzo: illustrare il suo amore tramite l'umile servizio di lavare i piedi. (vv. 6-11) Si tratta di un importante cambiamento di paradigma, che indica non solo uno scambio padrone-servo, ma anche una trasformazione spirituale.
Quarto: dare un esempio dell'amore incondizionato che dovrebbe caratterizzare tutti i credenti i quali dovrebbero essere “il servo dei servi” (vv. 12-17).

La chiave di questo capitolo è l'amore. L'amore è dare la propria vita, quindi amare fino alla fine. Gesù lo ha dimostrato durante tutto il suo ministero e ha continuato fino alla fine, non ha mai smesso di amare, anche quando c'erano alcune persone che non credevano nel suo ministero. Non ha abbandonato i suoi amici è rimasto accanto a loro. Non ha mai cessato di amare e prendersi cura di loro ed è con la crocifissione che assistiamo all'ultima rivelazione della pienezza di tale amore.
Infatti tutto l'evangelo di Giovanni si concentra sull'amore incondizionato. L'amore di Dio non è statico o egocentrico ma raggiunge e attira gli altri.
Anche noi ci possiamo domandare in cosa e dove vediamo il vero amore di Dio all'opera nel mondo di oggi?

L'amore incondizionato esemplificato nell'essere servo al vv.3-5
“Gesù si alzò da tavola, depose le sue vesti e preso un asciugatoio se lo cinse”
Gesù il servo modello ha mostrato il suo essere servo ai suoi discepoli. Lavare i piedi agli ospiti era un lavoro che svolgeva il servo della famiglia quando arrivavano gli ospiti. Ma Gesù si avvolge un asciugamano intorno alla vita, come avrebbe fatto lo schiavo, e lava e asciuga i piedi dei discepoli.
Siete disposti a seguire l'esempio di Gesù di servire?
In alcune culture lavare i piedi era un atto che le mogli facevano ai mariti, i figli ai loro genitori e i discepoli ai loro insegnanti. Da questo punto di vista Gesù -il maestro- ha condotto i suoi discepoli in una situazione nuova, ha invertito il suo ruolo con quello dei discepoli.
Gesù che lava i piedi dei discepoli è un simbolo di amore incondizionato e un esempio di servizio. Se vogliamo amare Dio, dobbiamo essere umili nel vero senso della parola e con tutto ciò che comporta. Pertanto vediamo che l'umiltà è la forza dell'amore incondizionato.

Si tratta di un importante cambiamento, che non solo indica uno scambio padrone-servo, ma anche una trasformazione spirituale.
Immaginate di essere Pietro mentre guarda Gesù che lava i piedi degli altri, poi lo vede avvicinarsi sempre di più a lui, vedendo il suo maestro comportarsi come uno schiavo, non capisce è confuso, non ha ancora capito l'insegnamento di Gesù, per essere un buon leader bisogna saper servire. Per Pietro sarebbe stato più appropriato fosse stato un discepolo a lavare i piedi a Gesù,
l'orgoglio e la propria volontà che sono al centro di ogni peccato, vengono fuori dalla sua risposta.
E noi come avremmo agito?
Pietro dice: “Signore, tu vuoi lavare i piedi a me?”
Gesù risponde: “Ora tu non capisci quello che faccio lo capirai dopo”
Pietro replica: “No, tu non mi laverai mai i piedi”
Gesù ribatte: “Se io non ti lavo, tu non sarai veramente unito a me”
Pietro risponde: “Signore, non lavarmi soltanto i piedi ma anche le mani e il capo”
Se Pietro vuole condividere Cristo Gesù e la vita eterna che viene attraverso la fede in Cristo, allora deve essere lavato da Gesù. Noi tutti dobbiamo essere lavati da Gesù, se vogliamo vivere e servire con amore.
Dopo che Gesù ebbe finito di lavare i piedi dei discepoli, riprese il suo mantello, tornò al suo posto a tavola e chiese: “Capite quello che ho fatto per voi” v. 12. Gesù non ha lavato i piedi dei suoi discepoli per incoraggiarli ad essere gentili l'un l'altro. Il suo obbiettivo era quello di estendere la sua missione su questa terra dopo la sua morte. I discepoli, come noi oggi, avevano il compito di andare nel mondo a servire e annunziare il messaggio della salvezza.
E Gesù dice ancora “dunque se io il Signore e Mastro, vi ho lavato i piedi anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi” vv, 14-15
Che cosa voleva dire? Alcune confessioni cristiane hanno stabilito una cerimonia di lavanda dei piedi, sia come servizio separato sia come parte del servizio del Giovedì o Venerdì Santo. Alcuni potrebbero obbiettare però che Gesù non ha detto di fare quello che Lui ha fatto ma come Lui l'ha fatto.
Tutti i credenti in Cristo Gesù devono manifestare l'amore incondizionato di Dio che Egli ha rivelato, servendo gli altri senza distinzione di genere, razza, età, etnia, ceto o status sociale. Si può mantenere la posizione di leader ma l'esercizio della leadership deve seguire il modello di servizio di Gesù. Se Gesù ha assunto il ruolo di servo ed Egli è il nostro Signore e Maestro, allora noi che professiamo di essere suoi servi dovremmo fare lo stesso. Gesù aggiunse “Certamente un servo non è più importante del suo padrone e un ambasciatore non è più grande di chi lo ha mandato”. Questo ci ricorda che siamo in missione, Gesù istruì i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo e testimoniare agli uomini di tutte le nazioni.

E PER NOI CHE COSA VUOLE DIRE AMORE INCONDIZIONATO?

Il modello di vita, esemplificato nella lavanda dei piedi, è vero amore incondizionato. In quanto cristiani dobbiamo essere come Cristo. Egli vuole che ci occupiamo degli altri, che cerchiamo di capire i loro bisogni e prendiamo l'iniziativa di eseguire piccoli atti di amore.
Cominciamo la giornata riflettendo sugli altri e sopratutto facciamo in modo che il nostro rapporto con Dio non sia ostacolato da alcuna cosa.

L'amore incondizionato viene dall'umiltà, dalla compassione e dall'impegno. Umiltà non è servilismo, non è sottomissione, non è debolezza, ma è un segno di forza e di libertà. Non può essere confuso con modi e sistemi che producono razzismo, classismo, sessismo, abusi o paura.
Per noi donne oggi questo atto di amore incondizionato non deve essere confuso come un atto di sottomissione, ricordiamo ancora le tante e troppe donne uccise in nome di un amore che amore non è, e oggi vogliamo anche dare voce alle tante donne che non hanno potuto urlare la loro disperazione ma che il loro urlo è stato soffocato.
Voglio ricordare l'incontro che ci sarà domani (9 marzo) al Senato della Repubblica con la presenza della presidente della Camera Laura Boldrini, dove saranno presenti delegazioni della Federazione delle chiese evangeliche italiane, dell'ufficio nazionale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso e la conferenza episcopale, firmeranno un appello congiunto contro la violenza alle donne, iniziative ecumenica che non ha precedenti.

Meditando su questo passo con le sorelle ci è venuto in mente che per noi un esempio di amore incondizionato è proprio quello di una madre verso suo figlio; nel momento stesso del primo vagito dimentichi tutte le fatiche della gravidanza e tutti i dolori del parto, e capisci che quel esserino lo amerai per tutta la vita nel bene e nel male, INCONDIZIONATAMENTE, proprio come Dio fattosi uomo tramite Gesù Cristo che ci ha accolti come suoi figli e amati nonostante tutto.

Pensando all'amore incondizionato ci viene in mente Rebecca, che lasciò la sua famiglia d'origine che era pagana non seguendo nessuna tradizione del suo popolo, ma inaugurando per ciò che riguarda le donne l'utopia del movimento verso l'altro, nell'unica preoccupazione di seguire la sua chiamata, e per Isacco ella fu compagna, madre e sorella come ci dicono le scritture.

Amore incondizionato sono le donne e gli uomini che lungo le nostre coste aspettano i barconi della speranza per dare soccorso, a uomini, donne e bambini che vanno verso la speranza di un futuro migliore.

Amore incondizionato sono anche le migliaia di braccia che si uniscono, arrivando da tutte le parti del paese per liberare dal fango o dalle macerie le nostre città, dopo terremoti o alluvioni.

Amore incondizionato è quando dai tutta te stessa per accudire chi soffre, chi è molto malato;
ho provato vari tipi di sofferenza superate soltanto con grande amore, e la sofferenza più grande è stata per la malattia di mia sorella, malattia che ti distrugge piano, piano, e ti allontana dai tuoi affetti più cari, non a tutti è dato sopportare tale dolore, anche a me molti mi consigliavano di non andare più da lei, intanto per lei non cambiava niente, ma era per me che cambiava molto, perché mi accorgevo che l'amavo sempre di più e volevo in qualche modo farglielo capire e sono convinta che lo ha percepito. È soltanto l'amore incondizionato che mi ha dato la forza di andare avanti anche se devo dire di non essermi mai sentita sola, c'era sempre con me una mano invisibile che mi sosteneva.

Amore incondizionato può esserci anche per il proprio compagno e la propria compagna - perché no? - ma nel rispetto reciproco, scambiandosi anche i ruoli, perché avere paura?
Il cambiamento di ruoli può tradursi in lezioni di amore incondizionato. Lo Spirito Santo ci insegnerà a vedere, sentire e identificare il vero amore nel Corpo di Cristo e nel mondo.
Qualunque sia il nostro ruolo dobbiamo essere in linea con l'esempio di Gesù: servire con entusiasmo non per dovere; essere interessato a quello che puoi dare non a ciò che puoi ricevere.
Gesù pone a tutti noi la domanda: “Capite quello che ho fatto per voi”
Egli era Dio e uomo nello stesso tempo. Aveva un atteggiamento umile e servizievole, ma non dimentichiamo che era e sarà sempre il nostro Maestro. Noi siamo suoi seguaci e dobbiamo fare nostra ogni possibilità di seguire il suo esempio. Ma ricordiamoci che Gesù non ha detto di fare quello che Lui ha fatto ma come Lui l'ha fatto.
Prendiamo tempo per manifestare semplici atti di amore, come per esempio esprimere apprezzamento per le persone senza badare a come sono, ogni giorno incoraggiamo qualcuno, e cerchiamo di ascoltare gli altri, guardiamo ciò che vi è di buono in ciascuna persona. Dio vuole usare il nostro sorriso, il nostro abbraccio il nostro servizio per dare conforto a coloro che sono scoraggiati e piangono di nascosto. Pratichiamo l'amore incondizionato, essendo gentili, amorevoli, umili, genuini e giusti. Queste semplici azioni portano guarigione e pace e saremo sorpresi dalla grazia eterna di Dio.

Gesù conclude dicendo: “Ora sapete queste cose, ma sarete beati quando le metterete in pratica” (v.17). Amen

lunedì 23 febbraio 2015

Predicazione di domenica 22 febbraio su Matteo 4,1-11 a cura di Ludovica Pepe Diaz

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.  E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.  E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani».  Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio,  e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra"».
Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli:  «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori».  Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

Gesù sta per iniziare la sua opera nel mondo. Egli si è fatto battezzare da Giovanni ed al Giordano il Signore ne ha pubblicamente riconosciuto la paternità; tutto sembrerebbe compiuto perché Egli inizi il suo viaggio messianico….Ma Gesù sa di essere vero uomo, oltre che vero Dio,. Egli sa quale destino altissimo, frammisto di morte e di gloria lo attende e, come uomo vuole concedersi un momento di riflessione per meglio comprendere il suo essere Figlio di Dio.
Egli si ritira nel deserto per 40 giorni per purificarsi e meditare, digiunando e pregando, per predisporre corpo e spirito a quanto lo attende.
Nella Sacra Scrittura il deserto ha una sua doppia valenza; è qualcosa che va affrontata per fortificare lo spirito: è quindi una prova di difficoltà materiale e di solitudine spirituale, ma  è anche una via per accedere alle promesse del Signore. Infatti in Esodo, il popolo di Israele deve affrontare il deserto per passare dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa.
Qui Dio sigilla il Patto con il suo popolo e qui ve lo trattiene per 40 anni per punirlo delle sue trasgressioni.
Così Gesù, per condurci come Messia nella nuova terra promessa che è il Regno di Dio, deve passare per il suo deserto. I 40 giorni che Egli vi trascorrerà sono un tempo simbolico. Questi 40 giorni come pure i 40 anni del Popolo d’Israele nel deserto significano un periodo abbastanza lungo ma ben definito. Nel caso di Israele questo tempo servirà perché si estingua la generazione che ha mormorato e si è resa colpevole di idolatria ed un popolo nuovo, fiducioso e obbediente al Signore, veda l’adempimento della promessa.
Per Gesù i 40 giorni sono un tempo abbastanza lungo per riflettere sulla sua missione e trarne forza per affrontarla con completa fiducia e obbedienza al Padre.
Allo scadere di questo  tempo, quando il Cristo è provato da lungo digiuno e dalla lunga solitudine. Appare il secondo protagoniste di questo episodio che Matteo ci presenta tout court come “il Diavolo”. Egli si adopererà in quello per cui è ritenuto un vero maestro: cercherà di indurre in tentazione Gesù. Lo provocherà insinuandosi nelle pieghe più vulnerabili dell’animo umano. Il Diavolo, l’Avversario entra ancora una volta in competizione con il Signore. Egli sa quanto sia importante la posta in gioco e che questo è un momento perfetto per agire. Se il Figlio di Dio, cedendo alla tentazione, facesse prevalere la sua natura umana, quella  divina sarebbe sconfessata e tutto il piano della Salvezza non potrebbe essere portato a termine. Il Diavolo che, alle origini, ha sporcato, con il peccato di superbia e disobbedienza, la perfetta creatura creata da Dio, facendo in modo che l’uomo fosse allontanato dal suo creatore e conoscesse la sofferenza e la morte, esule sulla terra, ora non vuole permettere che l’infinita misericordia  di Dio riacquisti al suo amore l’umanità attraverso il Suo Unigenito Figlio.
Perciò Satana ci prova nel deserto e ci riproverà ai piedi della Croce.
Il Diavolo tenta Gesù in tre assalti che corrispondono alle tre interpretazioni del messianismo secondo la sua visione. Per Satana essere “Figlio di Dio” significa avere un potere sconfinato e quindi poterne  approfittare per compiere ogni specie di miracolo a suo beneficio. Per Gesù invece significa, al contrario, confidare completamente in Dio, essere lo strumento della volontà del Padre anche in situazioni estreme, lasciando a Lui solo il potere di operare.
“Se sei figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane” provoca Satana. La prima tentazione vuole distruggere il volto dell’uomo; l’uomo, secondo Satana, è ciò che mangia. L’uomo è anche molto debole se lo si tocca nei suoi bisogni fondamentali, come il bisogno di cibo…. E l’uomo Gesù non ha forse fame? Ma Gesù ribatte che l’uomo, poiché è anche una creatura spirituale, ha bisogno per vivere della parola del Signore che gli indichi la via e lo faccia partecipe del Suo Amore.
La seconda è la tentazione di in messianismo spettacolare; l’esibizione di un miracolo come quello degli Angeli che sostengano Gesù in caduta libera dal pinnacolo del Tempio, avrebbe dimostrato a tutti la potenza del Cristo. Questa tentazione mira a distruggere  il vero volto di Gesù come Messia. E Gesù risponde che la sua vera missione non è l’esibizione di potenza ma di fiducia ed obbedienza al Padre. E la vera fiducia in Dio si esprime quotidianamente non chiedendo al Signore eventi eccezionali per metterne alla prova la potenza.
Quest’ultimo tipo di tentazione è simile a quella che verrà per bocca dei capi sacerdoti con gli scribi e gli anziani sotto la Croce: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Da che è il Re d’Israele, scenda ora giù di croce e noi crederemo in lui” (Matteo 27,42).
Infine la terza è la più grande tentazione che scopre il volto arrogante del Demonio; egli si dichiara re del mondo, disposto a riconsegnarlo a Cristo in cambio del riconoscimento della propria regalità contro quella di Dio. Questa è la tentazione del potere ed anche dell’idolatria, qui Satana suggerisce che, per ottenere il potere, ci si può abbassare ad ogni compromesso, si può piegare il ginocchio davanti all’essere più immondo.
Gesù con una secca risposta ribadisce la sua fedeltà al Padre ed al primo Comandamento: “Sta scritto adora il Dio tuo ed a lui solo rendi culto”.
La tre tentazioni sono state un crescendo, la materia sopra lo spirito; il messianismo di potenza sopra la Croce; Satana sopra Dio. Un crescendo che Matteo esprime anche attraverso il nome dato a l Demonio: al versetto 3 l’Anti-Cristo è presentato come “il Tentatore”, al versetto 5 come “il Diavolo”, il divisore che si mette in mezzo tra Gesù e Dio; al versetto 10 come Satana, il nemico, l’avversario.
Ma anche la risposta di Gesù è un crescendo vigoroso, colpo su colpo. Egli non discute con il Demonio ed usa l’arma più efficace contro di lui, la parola del Signore. Il perentorio “sta scritto” è ridetto tre volte ad indicare l’assolutezza della Parola di Dio, eterna e immutabile. Parola che crea e dà vita; che tutto riporta al primato assoluto di Dio; guida sicura per il credente, in ogni occasione di paura, di sofferenza, di dubbio o di tentazione.
Il racconto delle tentazioni di Gesù ha un profondo significato nella vita dei credenti. Esso infatti ci fa riflettere sui rischi, sugli inciampi in cui può incorrere chi si inoltra per il difficile cammino della fedeltà al Signore. Abbiamo un bel arduo compito noi che “non siamo del mondo” ma siamo chiamati a vivere nel mondo, perché Satana, il tentatore, l’avversario “va avanti e indietro sulla terra e la percorre su e giù” come si legge in Giobbe 1.7.
Oggi ho colto questo tema di predicazione perché in questo racconto, l’opera del demonio ci è narrata con una tale chiarezza che non permette fraintendimenti.
In questo stesso luogo, tempo addietro, ebbi a contestare vivamente l’inesistenza del Diavolo, proprio, il particolare, parlando di questo episodio narrato nei Vangeli. E’ troppo facile liquidare l’esistenza di questo spirito malvagio ridicolizzando le vecchie iconografie che ce lo mostravano come un capro con il forcone pronto ad infilzare i peccatori o a prendersi svaghi sessuali con le streghe. Sappiamo tutti che queste son cose da medioevo. E’ troppo facile, per dimostrare l’inesistenza del Demonio, appellarsi alle superstizioni, allo spiritismo, all’uomo-nero, spauracchio dei bambini. Sappiamo tutti che queste cose fanno parte della paura antica dei popoli e dell’ignoranza. Vorrei che chi sostiene queste tesi portasse elementi più seri teologicamente parlando.
La Parola del Signore è quello a cui attenersi; penso personalmente che si dovrebbe leggerla né in modo fondamentalista né, all’opposto, in modo storico-scientifico, bensì aprendo il cuore all’illuminazione dello Spirito Santo che è il solo in grado di aiutarci a dipanare qualche passo o qualche simbolismo troppo arduo o controverso, tenendo soprattutto ben presente di esercitare in tutto ciò l’umiltà per poter anche ammettere, a volte, che certe cose della Scrittura appaiano illogiche secondo una logica umana, o strane, o incomprensibili, o contraddittorie. Non tutto ci è dato di conoscere e di capire; ne si può accettare solo ciò che ci piace o ci fa comodo o risponde meglio alla cultura dei nostri tempi.
Nell’Antico Testamento il Satana è menzionato con il suo nome come accusatore dell’uomo in Giobbe 1.6 e a seguire; in Zaccaria 3.1,2 e in 1° Cronache 21.1 come istigatore di Davide. Nel N.T. in Atti e nelle Epistole egli è nominato moltissime volte e sia Gesù che gli Apostoli più volte ci esortano a vigilare per non cadere sotto i suoi assalti. Per il Diavolo, convincere che non esiste è una strategia vincente; se non c’è non si deve neppure stare attenti a difendersi da lui. Anche ironizzare, quando si parla di lui, porta acqua al suo mulino, perché la persona che si sente presa in giro perché ne parla o offre una testimonianza vissuta a suo riguardo, ben presto cesserà di farlo per paura del ridicolo o di essere considerato pazza..
Gesù non ha avuto riguardo di parlare apertamente del “grande accusatore”, lo ha affrontato più volte sconfiggendolo, ed il Signore, attraverso le profezie, ci ha rivelato la sua ultima fine..
C’è un “no” da dire fermamente, necessario, in ogni lotta contro il male; un “no” al non riconoscere falsi dottori, falsi profeti, false dottrine che ci propongono più attraenti o comode risposte ai nostri perché esistenziali.
In questo periodo storico è tutto un fermento di nuove dottrine salvifiche che fanno capo o alla filosofia New-Age o a guru spirituali che sorgono numerosi come funghi, nuove chiese, nuove sette, libri-culto (parlo per esempio delle “Profezie di Celestino”), promettono di estinguere la sete spirituale dell’uomo oggi travolto da una società ed una cultura sempre più lontana dal proporgli modelli vivibili. E poi tutto va bene,, tutto fa brodo, “ma si, poi, in fondo un’energia suprema uguale per tutti ci governa” ecc..ecc..Ma Gesù ha detto “IO sono la la via la verità e la vita”. Se tutte le verità van bene e sono buone perché ci è stato detto di evangelizzare, far conoscere la buona novella del Cristo Risorto? Dovremmo discernere ed essere vigili.
Le grandi chiese storiche cristiane hanno le loro colpe per versi opposti. La cattolica conservando gelosamente le scritture, riservandole ai sacerdoti, e fondando la fede su ciechi dogmi. L’evangelica  portando all’eccesso la libera interpretazione della Parola.
Mi è accaduto, parlando con cattolici per solo battesimo, alla ricerca, in buona fede, di esoteriche vie salvifiche, di dir loro: “Ma scusami, tu il Vangelo lo hai mai letto o, per lo meno lo hai letto con intendimento? C’è già tutto quello che cechi, li dentro; dove stai cercando così lontano?!” Il mio interlocutore, di solito, reste un po’ interdetto, come se a questo non ci avesse mai pensato. Il Vangelo ce l’ha ma non sa più dove lo ha messo e comunque non l’ha letto o poco o male.
Sulla polvere che si è deposta su tutti quei Vangeli non mi è difficile scorgere l’impronta dell’Avversario. Provocatoriamente potrei dirvi che ci vedo proprio l’orma di un piede di capra….sì perché poco mi importa di sovrastrutture, vecchie credenze o altro.
Personalmente non smetterò mai di parlare del Diavolo, né ho paura, se ne vengo richiesta, di additare la sua visibile opera o la sua chiara presenza o di raccontare le mie personali esperienze. A volte ho parlato di questo argomento anche con dottori in teologia in campo evangelico, certamente molto più dotti di me, e mi è parso proprio non dico di essere riuscita a mutare la loro opinione sulla esistenza del Diavolo, ma di aver almeno insinuato pià che nella loro mente, nei loro cuori, un ragionevole dubbio, che è andato ad aggiungersi ai già numerosi dubbi che li affliggono a furia di rivoltare, rigirare, reinterpretare e ridiscutere la Parola del Signore. Un giorno, un  Pastore mi ha detto: “ A furia di mettere in dubbio la reale esistenza di questo e di quello, di scegliere cosa va bene come messaggio per oggi e non per ieri ed altro ancora del Libro della Parola non ci resterà che la copertina!” Io spero proprio che ciò non debba accadere mai perché è proprio quello che Satana si aspetta. Perciò prego e vi esorto a pregare, sorelle e fratelli con le parole che Gesù ci ha insegnato: “Signore, non ci esporre alla tentazione ma liberaci dal Maligno”.                                                                                                                                                        

Predicazione di domenica 15 febbraio 2015 su Galati 5,13-14 in occasione del ricordo della concessione dei diritti civili ai valdesi il 17 febbraio 1848 a cura di Marco Gisola

Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».

Oggi siamo qui per ringraziare il Signore per il dono della libertà. Da più di centosessanta anni, da quel diciassette febbraio 1848 le chiese valdesi e in Italia non solo le chiese valdesi, ma anche le chiese metodiste e battiste, si fermano per ricordare quella data.
Nelle valli valdesi lo si fa il giorno diciassette febbraio stesso; si fa il culto, l’agape fraterna, la sera i gruppi giovanili offrono una rappresentazione teatrale, mentre la sera prima ci si riunisce a cantare intorno ai falò. C’è chi prende un giorno di ferie per partecipare alla giornata, c’è chi chiude il negozio.
Perché tutto questo? Perché tutta questa importanza e tutto questo impegno per una festa che in fondo non è una festa cristiana, nel senso che non ricorda un momento della vita di Gesù come il Natale o la Pasqua, ma è una festa che ricorda un evento civile e politico? Forse perché Carlo Alberto di Savoia, un sovrano di un piccolo stato come il regno di Sardegna, concesse i diritti civili ai valdesi e poche settimane più tardi agli ebrei?
No, care sorelle e cari fratelli, non è il gesto generoso di un re che festeggiamo oggi. Anzi a dire il vero noi non festeggiamo proprio nulla; noi rendiamo grazie e lode a Dio in questo culto di ringraziamento, e solo in questo senso si può parlare di festa del XVII febbraio.
Noi oggi ringraziamo il Signore che ha trasformato quell’evento storico e politico nell’occasione per i valdesi di cogliere e di vivere la loro vocazione di credenti “chiamati a libertà”, come dice l’apostolo Paolo. Noi ringraziamo il Signore che ha illuminato quella generazione di valdesi e ha fatto loro capire che quell’evento poteva, anzi doveva essere l’occasione per iniziare a predicare l’evangelo nell’Italia che stava per diventare uno Stato unito.
E questo non era scontato. Innanzitutto non era previsto dalle stesse lettere patenti di Carlo Alberto: lo avrete già sentito dire molte volte, ma lo ripetiamo ancora, per evitare equivoci: le lettere patenti dicevano questo:
“I valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle università ed a conseguire i gradi accademici. Nulla però è innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette”. Quella concessa da Carlo Alberto fu libertà civile e non libertà di culto.
E il fatto di andare a predicare al di fuori del ghetto delle valli non era scontato nemmeno per tutti i valdesi. C’era chi si sarebbe accontentato di vivere finalmente la libertà all’interno dell’antico ghetto, c’erano coloro per cui la libertà civile era un punto di arrivo e non di partenza, che si sarebbero accontentati di poter praticare il culto riformato finalmente senza problemi all’interno delle loro valli.
A questa situazione possiamo applicare le parole di Paolo: “voi siete stati chiamati a libertà, soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne…”; questo vivere secondo la carne lo possiamo oggi interpretare, alla luce del 1848, come accontentarsi di ciò che si è ottenuto e non cercare più altro. Fare della libertà un’occasione per vivere secondo la carne può voler dire dimenticare che si è ancora sempre chiamati a libertà, vuol dire che dentro e dietro ad una libertà ottenuta, c’è sempre ancora una libertà da ottenere.
Questa fu l’intuizione dei valdesi di allora: quella di capire che non ci si poteva accontentare della libertà civile, ma che dietro la libertà civile si doveva andare a cercare la libertà di culto; per questo partirono verso la pianura e le città dell’Italia, dal nord al sud; per questo, appena fu possibile, entrarono in Roma con i loro carretti di Bibbie e libri. La libertà civile non era un punto di arrivo, era il punto di partenza per vivere la libertà, quella vera, la libertà dei figli di Dio e testimoniarla a tutto il paese.
La generazione dei valdesi del 1848, ha detto una volta il pastore Giorgio Tourn, fu una generazione che osò sognare, una generazione che non si è accontentata di ciò che aveva ottenuto, ma osò sognare per sé e per gli altri. Osò sognare molte cose, fra cui anche quella che si rivelò poi una pia illusione, e cioè che l’Italia non avrebbe aspettato altro che la predicazione del puro evangelo, che gli italiani non avrebbero chiesto altro che di passare dalla chiesa cattolica alle chiese della Riforma.
Non andò così, ma non importa; quello che importa è che molti lasciarono le loro valli con questo sogno, per andare a costruire chiese e scuole, e cioè per andare a fare proprio quello che secondo le Lettere Patenti non avrebbero dovuto fare.
Accontentarsi di ciò che si è ottenuto può essere un’occasione per vivere secondo la carne, per sprecare la libertà di cui si gode: questo è il messaggio che ci giunge da queste parole di Paolo lette alla luce del XVII febbraio 1848.
Ora in questi quasi centosettant’anni, noi abbiamo ottenuto ancora molto di più: come valdesi italiani abbiamo un accordo con lo Stato, le Intese, abbiamo l’otto per mille; e più otteniamo e più è grande il rischio di accontentarsi, di riposare sull’esistente.
Ma siamo ancora sempre chiamati a libertà, e siamo chiamati a tradurre questa libertà in precisi atteggiamenti nella nostra società, a partire da questioni come il pluralismo e la laicità, e oggi forse in modo del tutto particolare, siamo chiamati a usare la nostra libertà per impegnarci a contrastare ogni tipo di fanatismo, soprattutto religioso.
Ma un altro grave errore sarebbe quello di pensare alla libertà solo per noi stessi. “Vivere secondo la carne” significa vivere a partire da se stessi e per se stessi, vivere secondo i propri bisogni o i propri desideri, e dimenticarsi degli altri. Nel centocinquantesimo anniversario delle lettere patenti la Federazione delle chiese evangeliche in Italia intitolò la settimana della libertà – settimana che prende spunto dal XVII febbraio – “la libertà degli altri”. Non accontentarsi della libertà ottenuta non significa solo continuare a lottare per la propria libertà, significa anche non accontentarsi di ottenere qualcosa per sé e basta, di pensare alla propria libertà e basta.
Siamo chiamati a libertà, dice Paolo. Siamo chiamati alla nostra libertà e siamo chiamati anche alla libertà degli altri. La libertà è la nostra vocazione, ma non soltanto la nostra libertà, bensì la libertà di tutti e di ognuno.
Forse oggi come chiese valdesi in Italia abbiamo molti problemi e pochi sogni. Molti problemi soprattutto economici, e pochi sogni in cui tuffarsi/lanciarsi. Troppo schiavi dei nostri problemi, non siamo liberi di sognare, come i cristiani dei primi tempi, come i valdesi del 1848.
Ma Dio continua a chiamarci a libertà, alla nostra libertà e alla libertà degli altri. Che le chiese siano strumenti di questa libertà è un sogno per il quale vale la pena di lottare e lavorare. Che le chiese siano strumenti di unità fra i cristiani e non di divisione è un sogno per il quale vale la pena di impegnarsi e di pregare.
Che le chiese siano uno strumento di riconciliazione tra le religioni, contro ogni fondamentalismo e fanatismo, che siano disponibili al dialogo con chi crede diversamente, per conoscere gli uni la fede gli altri, nel rispetto reciproco, è un sogno per il quale vale la pena di impegnarsi e di pregare.
Che le chiese siano una voce che chiede giustizia per questo mondo così lacerato e ferito e per le vittime dello sfruttamento economico e delle troppe guerre, che chiede giustizia per i migranti che fuggono dai loro paesi in cerca di una vita migliore, rischiando di non arrivarci mai, ma di morire lungo il viaggio, è un sogno per il quale vale la pena di impegnarsi e di pregare.
Tutto ciò è la vocazione che il Signore ci rivolge per mettere a frutto il prezioso dono della libertà e che ci chiede di far diventare il nostro sogno.
Che il Signore continui anche oggi e ogni giorno a chiamarci alla sua libertà e a farci sognare i suoi sogni.

venerdì 13 febbraio 2015

Predicazione di domenica 8 febbraio su Ebrei 4,7.12-13 a cura di Armano Casarella

Dio stabilisce di nuovo un giorno - oggi - dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!».
Infatti la Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto”.


Il testo ci presenta due fondamenti che danno corpo alla predicazione dell’autore della lettera agli ebrei: un giorno nuovo e la Parola di Dio e notate come questi elementi siano presentati al singolare; un giorno ed una parola a differenza dei nostri giorni e delle nostre parole.
Ci sono giorni e giorni nella vita, vita che è fatta di giorni: giorni che si alternano nella loro diversità, felici o tristi, giorni proficui o giorni persi.
Ci sono parole e parole che noi spendiamo nel susseguirsi dei giorni di questa vita: ci sono parole dette e parole che avremmo fatto meglio a non dire, fiumi di parole che non sono servite a nulla e silenzi che sono valsi più di mille parole, parole che hanno salvato e parole che hanno perduto, parole che avremmo dovuto pronunziare ma che sono state strozzate dalla codardia e parole invece pronunziate per ostentare coraggio e fermezza ma che sarebbe stato meglio fossero rimaste soffocate nella gola.
Ci sono giorni che si condensano e che ricordiamo in attimi che imprimono una particolarità memorabile ad una giornata e giorni invece scanditi solamente dal ciclico ed inarrestabile sorgere del sole e della luna. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre (Eccl.1:5-7).
Giorni che passano, giorni che si maledicono, giorni nei quali ringraziamo Dio di esistere.
Ma rimane vera l’amara conclusione dell’Ecclesiaste, si erge solido ed irresistibile il disincanto, e lottarvi è come lottare contro il vento; si ripropone nel corso dei giorni di tutte le vite il triste passaggio dall’illusione della speranza alla disillusione dell’età adulta. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie: come i fiumi i giorni corrono ma non riempiono la vita, destinati ad una foce, ad un termine ma senza osservare realizzata la pienezza, fino a che un ultimo giorno prosciugherà le tue acque e smetterai di correre ed altre acque riempiranno quei solchi ed al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre ed il mare continuerà a non riempirsi e ai tuoi giorni si sostituiranno giorni altrui, la vita come il mare resterà incompresa ed un giorno, lieto o triste, rimarrà alla fine soltanto un giorno.
Questa condizione miserrima è ben conosciuta dalle scritture che addirittura vi dedicano un intero libro: la bibbia è un libro scritto per l’uomo e penetra le profondità dell’uomo, non le nasconde, non le oscura, non finge per garantirci se nondimeno un quieto scorrere dei nostri giorni, i fiumi scorrono verso il mare ma vi debbono scorrere inquieti, tumultuosi, gonfi di domande e di ricerca di senso perché solo Dio li acquieterà e ne garantirà il significato; ed il messaggio su Dio che questo libro contiene è un messaggio indirizzato all’uomo, al suo mal di vivere, all’incompiutezza, all’assenza di valore della sua vita senza Dio.
Tra le tante parole, risuona in queste pagine una Parola che lo Spirito di Dio rende vivente ed efficace per te. Quella parola che supera i confini ed i limiti della parola parlata e scritta, la Parola di Dio rivolta ai più profondi nascondigli del tuo cuore, quella parola non confinabile in nessun discorso ed imprigionata in nessun testo, quella Parola che è rivelazione diretta, parola profetica, voce stessa di Dio affilata più di qualunque spada terrestre, quella spada che squarcia dall’alto in basso la tenda che separa il cielo dalla terra, dove eri solito nasconderti, attardarti dietro le quinte del dramma della storia di Dio con gli uomini. Dietro quella tenda eri intento a scrivere un finale diverso a questo copione pur rendendoti conto che il mare non si riempiva, ma interviene quella parola che giudica i sentimenti ed i pensieri del cuore, svela ogni vita umana e la mette a nudo davanti agli occhi suoi. E non vi è nessuna creatura, di fronte a questa parola che possa nascondersi davanti a lui.
Una spada così affilata da separare il tuo animo dal tuo spirito, a dividere cioè quello che veramente conta, quello che veramente è, da quello che appare. Trasforma l’apparenza in vita, perché è parola vivente, il mare sembra che non si riempia, questo è quello che appare, Dio ti dice con la sua parola che sarai condotto invece verso il suo riposo, quando ti condurrà alle sorgenti delle acque della vita e asciugherà ogni lacrima dagli occhi tuoi. Tutta la creazione e tutto il tempo sono finalizzati ai tempi di Dio, nel contempo ci sono croci da portare ma il figlio ha trionfato e noi trionferemo un dì. Quelli che ascoltano questa Parola pregustano già da ora, in mezzo al dramma della redenzione, la pace ed il riposo di Dio. Questo copione di Dio, devi viverlo ed attuarlo fino in fondo nella tua vita di credente, quando? Ma naturalmente da OGGI! Dio stabilisce di nuovo un giorno - oggi - «Oggi, se udite la sua voce, la sua Parola, non indurite i vostri cuori!
Iddio prende un giorno qualsiasi e ne fa un oggi davanti a Lui, prende un giorno ordinario che scorre come il fiume della quotidianità e ne fa un oggi: un tempo di decisione, un tempo di crisi, un tempo di fede, un tempo dove ammorbidire i nostri cuori e conoscere la realtà del Dio della Vita, un giorno dove incontrarlo proprio lì, sulla via di Emmaus, nel tempo della disillusione e della sconfitta, nel tempo dell’assenza di speranza dove la morte sembra abbia trionfato e riconoscerlo invece proprio lì più risorto e più vivo che mai!
La parola di Dio, vivente ed efficace afferra la routine, il ciclo inarrestabile della vita e ne fa teatro della sua gloria, Cristo si rende evento di una vita risostanziata di senso, riempita di pienezza: i fiumi continueranno a scorrere verso il mare ma il mare si riempie anzi è già pieno in Cristo Gesù!
La parola di Dio vivente ed efficace rinnova e ripristina oggi la fiducia. Prende gente impaurita e ne fa ministri dell’Iddio Altissimo, prende dei peccatori ribelli al piano di Dio, intenti a scrivere una storia diversa e ne fa dei santi. Quando ne fa dei santi? OGGI! L’urgenza dell’oggi, l’oggi che ci interpella per mezzo della Parola di Dio, che è il Cristo il quale per mezzo dello Spirito Santo sa come rendere affilata quella spada e scoprirci definitivamente agli occhi di Dio. Come ne fa dei santi?
Scriveva Karl Barth: “Siamo santi nella misura in cui partecipiamo alla santità di Gesù Cristo”. Maggiore sarà la tua comunione col Cristo, maggiore sarà la santità della tua vita.
Valuta tu dunque la portata della tua comunione col Signore: è piccola? Piccola sarà la tua santità davanti a Dio. È grande? Beato sei tu fratello! Beata te o sorella! Grande è la tua santità agli occhi del Signore! Ed è agli occhi suoi che dovremo rendere conto.
E …voi? Voi siete già puri - dice il Signore - a motivo della parola che vi ho annunziata.
Dimorate in me, e io dimorerò in voi.
Come il Padre mi ha amato, così anch'io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 

lunedì 9 febbraio 2015

Predicazione di domenica 1 febbraio 2015 su Matteo 20,1-16 a cura di Marco Gisola

1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito di nuovo verso l'ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: "Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che è giusto". Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l'undicesima, ne trovò degli altri che se ne stavano là e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?" 7 Essi gli dissero: "Perché nessuno ci ha assunti". Egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disPse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi". 9 Allora vennero quelli dell'undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch'essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 "Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo". 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?" 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

È giusto, care sorelle e fratelli, pagare con lo stesso salario un operaio che ha lavorato dodici ore in un giorno, dall’alba al tramonto, e un altro che invece ha lavorato soltanto un’ora, nel fresco della sera? E non è un po’ strano questo padrone, che stabilisce di pagare una certa somma agli operai ingaggiati al mattino presto, e poi dà la stessa somma anche a chi ha iniziato a lavorare alle cinque del pomeriggio?
Nessun lavoratore riterrebbe equo un trattamento del genere e d’altra parte nessun datore di lavoro si comporterebbe mai così. Non è questa la logica del mondo del lavoro. Ma è questa la logica del regno di Dio: questa parabola di Gesù parla del regno di Dio e vuole mostrare come Dio si comporta con gli esseri umani.
Nel regno di Dio - ma non solo nel senso dell’aldilà, anche qui ed ora, quindi nel regno di Dio nel senso di: davanti a Dio - non vige il principio del tanto mi dà tanto, non vale lo schema secondo il quale a una data prestazione corrisponde una proporzionale ricompensa.
Questa idea della ricompensa o del contraccambio non appartiene a Dio e al suo regno. Appartiene purtroppo invece al nostro mondo e determina molte relazioni umane e sociali.
Appartiene certo al mondo del lavoro, dove però purtroppo vediamo che sempre più è la logica della produttività che si impone e non quella dell’impegno. Dove i meriti che si vogliono misurare non corrispondono all’impegno, ma alla produttività, e così di nuovo i più deboli o i più lenti vengono tagliati fuori.
Ma aldilà del mondo del lavoro, quando la logica del contraccambio determina le relazioni umane e sociali, esse rischiano di essere misurate quantitativamente.
Ricorderete quella parola in cui Gesù dice che se si vuole fare un pranzo e avere degli ospiti, di non invitare parenti e amici, che poi contraccambieranno l’invito, ma di invitare invece i poveri, i ciechi, gli zoppi, cioè le persone che non possono contraccambiare l’invito, perché vivono di elemosina e non hanno nulla con cui contraccambiare.
Siamo di nuovo lì, a quel punto che ci è particolarmente caro e che è Gesù non smette mai di mettere al centro della sue predicazione: la gratuità. Così si comporta Dio e così chiede a noi di comportarci: agire senza calcolare, senza misurare, senza pensare al contraccambio.
Non è quella del contraccambio la logica di Dio. Il testo ci dice innanzitutto che la prima caratteristica dell’agire di Dio è la sua assoluta libertà: “io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio?”, dice il padrone.
Come il padrone è libero di dare quanti soldi vuole agli operai indipendentemente dalle prestazioni compiute, così Dio è libero di donare la sua grazia a chi vuole, indipendentemente dalle prestazioni compiute. Questo è il senso della parabola.
La parabola ci dice altre due cose sulla libertà d Dio e su come egli la usa: intanto il padrone – che era libero, a quei tempi, di dare il salario che voleva ai suoi operai (non c’erano sindacati, ma sappiamo che anche oggi, molti lavoratori sono senza tutela...) - si era vincolato a un patto, stretto prima che i lavoratori della prima ora iniziassero a lavorare.
E il padrone rispetta il patto. Ai lavoratori che hanno iniziato a lavorare alle sei di mattina dà esattamente quello che aveva pattuito. Il padrone, con gli altri, utilizza la sua libertà solo ed esclusivamente per dare a chi ha lavorato meno ore lo stesso salario che riceve chi ha lavorato di più. Utilizza la sua libertà solo per dare di più.
Che poi, ci fanno notare gli esperti, un denaro era ciò che serviva per sfamare una famiglia per un giorno, quindi se volessimo guardare la storia da questo punto di vista, il padrone dà da mangiare per un giorno a tutti, senza guardare quanto hanno lavorato. Con meno di quel denaro, alcune di quelle famiglie non avrebbero mangiato.
Ma al di là di questo – che pure è importante – la parabola vuol dirci che Dio usa la sua libertà solo per dare di più, non per dare di meno. Non dà di meno ai lavoratori della prima ora, dà di più a quelli dell’ultima e della penultima, ecc. in modo di dare a tutti ciò di cui hanno bisogno.
E così tutti gli operai ricevono lo stesso salario, lo stesso trattamento. Questo non corrisponderà alla nostra idea umana matematica di giustizia, ma questa è la giustizia di Dio.
Ed è davvero una bella notizia, se pensiamo che noi cittadini del primo mondo viviamo una vita piena di “ansie da prestazione”. Il comandamento del mercato, che governa la nostra società è: “produrre di più per guadagnare di più”, dunque “lavorare di più per produrre di più”, e rimanere competitivi, restare dentro il mercato.
La logica del “tanto mi dà tanto” crea infatti competizione e la competizione provoca rivalità e invidia. E così il concorrente diventa un nemico e prevale la legge del più forte: il più forte vince, il debole soccombe.
Davanti a Dio non è così, Dio non si lascia pilotare da noi e dalle nostre prestazioni. Non ci possiamo guadagnare la benevolenza di Dio facendo un po’ più degli altri, fornendo prestazioni un po’ più alte o migliori degli altri. Quindi davanti a Dio non vi è concorrenza, non vi è prestazione che si possa accampare per ottenere qualcosa in più degli altri. E davanti a Dio non c’è invidia, non c’è rivalità, non c’è competizione.
Non è questo un evangelo, una buona, anzi meravigliosa notizia, che porta qualcosa di nuovo e luminoso nel buio del nostro mondo pieno di invidie e competizioni? Uscire dalla logica del calcolo e del “tanto mi dà tanto” è l’invito che ci rivolge oggi questa parabola.
Dio non vuole avere con noi una relazione basata sul calcolo, bensì una relazione basata sulla fiducia e sulla responsabilità. E anche sulle reali necessità di ciascuno.
Dio non dà meno di quello che abbiamo bisogno, come il padrone non dà meno di quello che tutti gli operai hanno bisogno – anche quelli che hanno lavorato un’ora sola.
Il padrone della vigna dà tutto ciò di cui hanno bisogno quegli uomini e quelle famiglie per mangiare quel giorno. Dio dà a noi tutto il perdono di cui abbiamo bisogno, perché non avrebbe senso riceverne meno che tutto. Il perdono, l’amore, o è “tutto” oppure non è, un po’ di perdono, un po’ di amore non serve. Serve tutto.
Altrimenti Dio non sarebbe buono, ma sarebbe un burlone, per non dire crudele. “vedi tu di mal occhio che io sia buono?”, chiede il padrone all'operaio della prima ora invidioso di quello dell’ultima ora. E per essere davvero buono non può che dare a tutti da mangiare per quel giorno.
E così – se proprio vogliamo misurare ciò che non è misurabile - chi ha più colpe riceverà più perdono, perché il perdono non può che essere tutto, appunto. Un assassino avrà bisogno di maggior perdono di una persona che cerca sempre di comportarsi bene. Proprio perché il perdono non può che essere tutto.
Ma non sta a noi dire a Dio come deve fare e quanto e chi deve perdonare. Ce lo dice lui con questa parabola. A ciascuno dona ciò di cui ha bisogno, niente di meno.
Quando ci capiterà di essere nei confronti di Dio i lavoratori della prima ora e faticare tutto il giorno per fare la sua volontà, ricordiamo di non essere invidiosi di chi riceve la stessa grazia per aver fatto molto meno.
Se invece qualche volta ci capiterà – e ci capiterà – di essere i lavoratori dell’ultima ora e ci accorgeremo che il Signore dona a noi quello che ha donato agli altri che hanno faticato più di noi, in questo caso sperimenteremo la bontà di Dio e gli saremo grati del fatto che la logica del suo agire non è il calcolo, ma è la grazia.

mercoledì 7 gennaio 2015

Predicazione di domenica 4 gennaio 2015 su Luca 2,41-52, a cura di Massimiliano Zegna

I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa; passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;  e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena».  Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?»  Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini

Soltanto l'Evangelo di Luca ci descrive questo episodio della fanciullezza di Gesù. Ed è molto significativo e apparentemente molto semplice da leggere e lineare nel suo racconto. Pare un episodio della vita di tutti i giorni di molti di noi, anche nella nostra epoca. Mancavano solo i telefonini cellulari che, forse in breve tempo avrebbero risolto l'attesa dei genitori ma, come si sa, i cellulari non sempre hanno campo per essere in comunicazione tra loro!
Questa volta, contrariamente al mio stile che non vuole mai essere troppo analitico dei brani dell'Evangelo, preferisco rileggere frase per frase questo episodio della “sacra Bibbia” nel testo della “Nuova riveduta” della società biblica di Ginevra.
Il brano è intitolato “Gesù dodicenne al tempio”.
E inizia così: “I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua”.
Quindi nel racconto di Luca, al secondo capitolo dell'Evangelo, che si apre con la nascita di Gesù a Betlemme, dopo pochi minuti di lettura, passano velocemente gli anni e si giunge fino alla Pasqua di alcuni anni dopo, non senza sottolineare che i genitori di Gesù erano molto devoti e si recavano ogni anno a celebrare la festa di Pasqua. 
Sembra quasi un film biografico in cui il regista, per esigenze di contenere in un paio d'ore la visione per il pubblico, descrive la fanciullezza di un uomo in poche scene.
“Quando giunse all'età di dodici anni – prosegue il brano - salirono a Gerusalemme secondo l'usanza della festa; passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo”.
Come dicevo prima, i genitori di Gesù erano ebrei osservanti e come tali ogni anno si recano con una comitiva di persone formata da parenti e conoscenti a Gerusalemme  per festeggiare la Pasqua e per la prima volta portano con sé Gesù ormai dodicenne. E' l'età che si avvicina al suo bar-mitzvah che significa figlio del comandamento e tale era considerato l'ebreo maschio che al tredicesimo compleanno diventa responsabile delle proprie azioni religiose e morali. Durante tale cerimonia il giovane è invitato a leggere un brano dei libri profetici di fronte all'assemblea.
Vi è quindi un'azione anticipatrice al momento di questo rito (che per i cristiani cattolici può ricordare la cresima mentre per noi cristiani valdesi protestanti fa pensare alla confermazione).
Ma qui succede il fatto imprevedibile che Gesù rimane a Gerusalemme all'insaputa dei genitori i quali, pensando fosse nella comitiva, camminarono per una giornata senza accorgersi che non era più presente.
Noi che leggiamo oggi questo episodio possiamo stupirci di come sia successa questa dimenticanza e, prima scherzando, dicevo che forse con i cellulari non sarebbe successo però dobbiamo considerare che a quell'epoca si facevano questi lunghi tratti a piedi (da Nazaret a Gerusalemme sono circa 150 chilometri) e i figli non rimanevano sempre, come si suol dire, attaccati alle gonne delle madri, ma potevano intrattenersi con familiari e conoscenti per socializzare ed avere dialoghi e discussioni con loro.
A questo punto che cosa era successo? “Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte”.

Per noi che già conosciamo la storia di Gesù il commento può essere chiaro. Gesù era sicuramente un “giovane speciale” e forse anticipando di un anno il momento del bar-mitzvah rimane nel tempio, ma non solo ascolta le parole dei  maestri ma si mette lui stesso a fare domande ai maestri provocando il loro stupore.
La nostra attenzione si ferma sul periodo in cui i genitori di Gesù impiegano a cercare il figlio: tre giorni! E sono gli stessi giorni in cui i discepoli impiegano a ritrovare il Risorto dopo la morte.
Vorrei a questo punto soffermarmi su quello che è il significato di questo brano al di là di quella che può essere una semplice lettura, parola per parola, frase per frase.
L'insegnamento è quello che certamente Gesù era un bimbo speciale e poteva insegnare ai maestri, ma tutti i bimbi possono essere speciali e possono abbattere o modificare le nostre certezze. Daremmo noi ascolto ad un adolescente quando cerca di spiegarci qualcosa che dopo letture o riflessioni intende trasmetterci? Molto spesso no perché pensiamo che con la nostra età, con le nostre esperienze possiamo essere noi più sapienti di lui e sicuramente possiamo primeggiare.
Invece dovremmo essere capaci ad essere più umili e obiettivi e comprendere che vi sono situazioni che non sempre la nostra età o la nostra conoscenza possono farci ritenere più bravi rispetto a chi ha molti anni meno di noi.
Nella chiesa cattolica questo bravo dell'Evangelo di Luca veniva letto durante quella che viene definita la festa della sacra famiglia o della santa famiglia. Il modello che si indicava era quello di Maria, Giuseppe e il bambino Gesù. Già papa Francesco ha voluto dare indicazioni un po' diverse dal passato di una chiesa cattolica che giudicava le famiglie di fatto, le famiglie divorziate o non sposate o senza figli troppo lontane dal modello della sacra famiglia.
Oggi le sensibilità stanno cambiando e una famiglia può essere composta da due o da dieci persone, da persone con storie diverse, con orientamenti sessuali diversi e quelle che erano certezze del passato si stanno mostrando fortunatamente non così granitiche e così univoche. Anche gli stessi animali possono ormai fare parte di una famiglia. E lo stesso brano di Gesù dodicenne dimostra che possono esserci modi diversi di leggere una stessa situazione.
Gli stessi genitori di Gesù perdono di vista il loro bambino ormai adolescente perché inconsapevolmente si rendono conto che Egli sta lasciando i panni del bimbo e quindi quella che è definita la comitiva diventa un punto di riferimento per chi è adulto. La comitiva intesa come una comunità di persone che si dirigono verso mete comuni: 
un pellegrinaggio, un evento culturale, sportivo, ricreativo.
Sarà comunque Gesù stesso a spiegare il perché si è trattenuto a Gerusalemme nel tempio.
“Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena”. Ed egli disse loro: “Perchè mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio? Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro”.
La risposta di Gesù può sembrare sgarbata nei confronti della madre ma segna un passaggio importante di chi sta per diventare adulto.
Certo nel caso di Gesù il ragionamento può essere di stupore in quanto padre e madre conoscono l'origine di Gesù stesso, ma come dicevo prima può essere adattato a tutti gli adolescenti.
L'adolescente desidera che i genitori si accorgano di quando non si è più bambini. Il taglio del cordone ombelicale spesso però avviene tardi ed è un fenomeno che specialmente in Italia e nei paesi latini succede spesso.
Occorre invece che vi sia più consapevolezza di quando bisogna passare da genitore a persona con pari dignità fra generazioni e soprattutto comprendere quando su certe questioni sarà il figlio o la figlia ad insegnare ai genitori come nel caso dell'utilizzo di nuove tecnologie. E questo vale in ogni caso nel rapporto tra donne e uomini di generazioni diverse, quindi non necessariamente fra madri, padri e figli.
Questa considerazione è importante e vale non solo tra le generazioni, ma anche nel rapporto tra popolazioni diverse.
Ogni Natale così come ogni Pasqua può essere l'occasione della rinascita ed anche per quanto riguarda le comunità e le stesse chiese devono sempre rinascere e quindi riformarsi.
Fa piacere che la locuzione latina “Ecclesia semper reformanda est” (considerata una delle affermazioni fondamentali della Riforma protestante) sia stata utilizzata dallo stesso papa Francesco in una recente omelia.
Questa espressione fu usata per la prima volta dal teologo calvinista olandese Jodocus van Lodenstein nel 1642 nell'ambito della chiesa riformata olandese.
Secondo questo teologo la Riforma aveva riformato la dottrina della chiesa, ma la vita e la pratica del popolo di Dio ha sempre bisogno di un’ulteriore riforma. 
Noi tutti, quindi, dobbiamo rinnovarci e riformarci perché ogni giorno accadono fatti nuovi che cambiano la nostra vita e spesso non ci accorgiamo.
Leggendo i giornali locali di ieri, ad esempio, mi ha colpito il fatto che l'ultima nata del 2014 all'ospedale di Biella si chiama Noemi mentre le prime due nate del 2015 si chiamano Assil e Jasmine.
Come potete capire le prime due nate del 2015 hanno padri marocchini e mentre anche Assil (la prima nata del 2015) ha madre marocchina; Jasmine (il cui nome significa Gelsomino) ha madre italiana.
Qualcuno potrebbe trovare preoccupante questo fatto; io, invece, ritengo bene augurale che la prime due nate di Biella siano due femmine e siano il frutto di unioni di persone provenienti da terre lontane e ormai a noi vicine.
Conosco molte persone provenienti dal Marocco o dalla Tunisia e devo dire la verità che sono persone cordiali e squisite e spero veramente che sia l'occasione di incontro fra nazionalità diverse con in comune un cammino di pace.
Sempre parlando di Rinascita, un altro pensiero che mi sono annotato in questi giorni è il messaggio che ho trovato su Facebook di una mia amica virtuale, Pia Zirpolo, ammalata di fibromialgia, una malattia invalidante non riconosciuta tale in Italia. Dopo una intervista al Tg3 le ha telefontato lo stesso papa Francesco. Ecco il messaggio di Pia che desidero leggervi e condividere con voi.

Cari amici,
quando si avvicina la fine dell’anno è umano per tutti fare un bilancio su quello che si va a concludere e porsi dei buoni propositi per il nuovo che sta per arrivare. Il mio 2014 è stato un anno difficile, sfide difficili, che ho affrontato con grande grinta e determinazione. Con la voglia di trasmettere un messaggio positivo per gli altri senza considerare quanto questo viaggio avrebbe arricchito così tanto me.
In questo viaggio ho incontrato tantissima gente che mi ha regalato amicizia, affetto, sorrisi...  L’augurio che faccio a tutti per l’anno nuovo è di non mollare, di continuare a crederci, sognare e lavorare duramente per raggiungere qualsiasi obiettivo. Guardare al presente come un grande dono. Ricordarsi di ringraziare sempre e di dire “ti voglio bene”. Qualcuno un giorno disse che “l’amore è l’unica cosa al mondo che non si può comprare perché ti viene donato”. Ecco il perché dobbiamo ricordarci tutti di non dare mai nulla per scontato. Questo il mio augurio per voi, che il nuovo anno vi porti tanto amore, perché questo è il vero motore del mondo. Buon 2015 a tutti di vero cuore”.

Ritornando al brano dell'Evangelo di Luca giungo alla frase finale: “Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini”.
In quest'ultima frase Gesù diciamo che ritorna un po' bambino e “stava loro sottomesso”. Qui forse l'insegnamento è che, anche chi è consapevole di essere più preparato di un altro deve anche sapere essere umile e quindi, quando è necessario, anche sottomettersi.
A questo proposito  mi ha colpito la predicazione di Luca Zacchi nella chiesa valdese di Forano in provincia di Rieti: 

Luca ci dice anzitutto che non capirono. Ossia non riuscirono fino in fondo a capire il motivo del comportamento di quel figlio, solitamente probabilmente molto obbediente, come continuerà ad esserlo fino all’inizio pubblico del suo ministero (stava loro sottomesso).
E’ interessante anzitutto vedere cosa la loro reazione non è; non è una reazione irata; non dicono al figlio, tu sei piccolo e non capisci di che parli, devi solo obbedire e stare sottomesso. Non è una reazione superba, non lo azzittiscono con la loro sapienza di persone adulte.
E’ una reazione di persone che amano il loro figlio: Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena e che, per questo, solo per questo, perché lo amano, vogliono capire il suo comportamento.
Giuseppe e Maria sono genitori che amano il loro figlio Gesù; gli dicono che non si è comportato bene, non fanno mistero del loro essersi angosciati, impauriti per la sua scomparsa, e stanno a sentire le sue ragioni.
Facciamo un confronto con le nostre famiglie di oggi; anzitutto quanti parlano con i loro figli? Quanti sono capaci di un dialogo che non sia un urlare sterile, un imporre le proprie convinzioni? In un senso o nell’altro, badate bene. Oggi può capitare che siano i figli a voler imporre la propria sapienza, il proprio stile di vita ai genitori cresciuti secondo altri valori.
Quanti sono capaci di essere in accordo tra loro come appaiono dal Vangelo Maria e Giuseppe; tutti e due lo cercano, tutti e due sono angosciati, ma solo Maria parla, come spesso solo le madri parlano con i figli potremmo pensare noi, ma attenzione, parla ad una sola voce con il marito (tuo padre e io angosciati, stando in pena entrambi, ti cercavamo). 
Quanti infine sono in grado di dare peso alle parole dei propri figli anche piccoli? Di riconoscere che il Signore a volte parla anche attraverso le loro voci? 
Giuseppe e Maria lo sono. 
Ed il Vangelo che abbiamo letto prosegue con un versetto che ci dà la chiave di lettura complessiva del brano. 
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva…
L’atteggiamento di Maria, come ce lo descrive Luca, è, dovrebbe essere, l’atteggiamento del cristiano, di ogni età, di qualunque tipo di umana sapienza sia portatore. Ascoltare la Parola, la Parola fatta carne, e serbarla nel cuore. Serbarla non è semplicemente metterla da una parte, riporla in un armadio come si fa con i regali che si sono ricevuti ma che non hanno trovato il nostro gradimento, o che non sappiamo come usare…
Serbarla è conservarla nel punto più profondo del proprio cuore e del proprio cervello, farne un tesoro da cui attingere come fa lo scriba nel Vangelo, cose antiche e cose nuove, per avere intelligenza del proprio passato e guardare con sapienza al proprio futuro.
Questo il passo di Luca Zacchi. 

Credo sia veramente così, care sorelle, cari fratelli: quando una parola ha ancora qualcosa da dirci significa che questa parola è ancora viva.  Domenica scorsa, ad esempio, mi è stato di incoraggiamento il sermone che il nostro pastore Marco Gisola ha fatto domenica  scorsa su Giacomo cap. 4  vv. 14-15 Che cos'è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. 15 Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest'altro». 
Gisola ha infatti detto che l’affermazione “Se saremo in vita” può anche avere un significato positivo: può anche essere presa non come una minaccia, ma come un’opportunità: se noi, che siamo un vapore che dura un istante, siamo qui a vivere questo istante, non è grazie alla nostra forza, ma grazie a Dio che ci ha dato la vita, e non solo la vita, ma anche molti altri doni per vivere questa vita al suo servizio.
E quindi questo istante che abbiamo da vivere – che poi non è affatto un istante, ma per molti di noi sono molti decenni – il tempo che ci è dato, è un'opportunità, un'occasione, è il tempo della nostra vocazione. Ogni giorno che ci è dato, ogni settimana, ogni mese, sono tutte opportunità di rispondere alla vocazione che Dio ci rivolge.
Non è tanto la durata della nostra vita che è nelle mani di Dio, ma il senso della nostra vita che è nelle mani di Dio. Se saremo in vita - potremmo parafrasare dicendo: se saremo in grado e ne avremo la possibilità - faremo questo e quest’altro.
Sapendo che la vita e le possibilità che essa offre sono un dono di Dio, un opportunità che egli ci offre di rispondere alla sua chiamata. 

Concludo questa mia predicazione augurando a tutti voi e in particolare a tutti coloro che sono ricoverati in ospedale, come l'amico che porta il mio stesso nome Massimiliano, o che stanno soffrendo per malattia, solitudine, per la perdita di una persona cara, per problemi di non lavoro, di affrontare il 2015 come opportunità di rinascita.
Amen

giovedì 1 gennaio 2015

Predicazione di domenica 28 dicembre 2014 su Giacomo 4,13-15, a cura di Marco Gisola

13 E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo»; 14 mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos'è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. 15 Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest'altro».

La fine di un anno e l’inizio di un nuovo anno sono spesso occasioni per fare dei bilanci o per fare dei progetti che riguardano l’anno che sta iniziando. Il brano di oggi è un testo di giudizio sull'orgoglio umano di coloro che si credono forti dimenticando che la propria vita è “un vapore che appare per un istante e poi svanisce”.
Questa parola è rivolta innanzitutto ad affaristi senza scrupoli che progettano di andare in un certo luogo dove stare un anno per trafficare e guadagnare. Una parola molto attuale, se pensiamo ai fatti di cronaca finanziaria e giudiziaria del nostro paese di questi ultimi anni! Quanti affaristi senza scrupoli che fanno progetti pensando esclusivamente ai loro – a volte loschi – affari, e non si curano minimamente non dico di Dio, ma almeno del prossimo.
Il brano condanna innanzitutto i loschi progetti degli esseri umani. Chi fa troppo affidamento sulla propria forza, sulla propria astuzia e sulla propria furbizia – sembra dirci il testo – dimentica la propria fragilità e la propria precarietà. Dimentica – o fa finta di non sapere – di essere un vapore che appare un istante e poi svanisce.
Ma più in generale, il testo prende di mira chi fa qualunque tipo di progetto dimenticandosi non solo della propria fragilità, ma di Dio stesso. Il brano non dice che non bisogna fare progetti, ma che bisogna farli tenendo presente Dio, anzi a partire da Dio: “se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo e quest’altro”, scrive Giacomo.
A prima vista il significato può sembrare un po’ tetro e anche un po’ terribile: “se saremo in vita…”. Vuol forse dire che dovremmo pensare continuamente alla nostra morte e sentirci continuamente minacciati?
Non credo che Giacomo voglia portare i lettori della sua lettera a vivere nella paura della morte. Credo che voglia semplicemente esortare chi legge le sue parole a non sentirsi onnipotente e indistruttibile.
Ma forse l’affermazione “Se saremo in vita” può anche avere un significato positivo: può anche essere presa non come una minaccia, ma come un’opportunità: se noi, che siamo un vapore che dura un istante, siamo qui a vivere questo istante, non è grazie alla nostra forza, ma grazie a Dio che ci ha dato la vita, e non solo la vita, ma anche molti altri doni per vivere questa vita al suo servizio.
E quindi questo istante che abbiamo da vivere – che poi non è affatto un istante, ma per molti di noi sono molti decenni – il tempo che ci è dato, è un'opportunità, un'occasione, è il tempo della nostra vocazione. Ogni giorno che ci è dato, ogni settimana, ogni mese, sono tutte opportunità di rispondere alla vocazione che Dio ci rivolge.
Non è tanto la durata della nostra vita che è nelle mani di Dio, ma il senso della nostra vita che è nelle mani di Dio. Se saremo in vita - potremmo parafrasare dicendo: se saremo in grado e ne avremo la possibilità - faremo questo e quest’altro.
Sapendo che la vita e le possibilità che essa offre sono un dono di Dio, un opportunità che egli ci offre di rispondere alla sua chiamata.
“Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo e quest'altro”. Spesso diciamo o sentiamo pronunciare la frase: “se Dio vuole”, e spesso il significato che si dà a questa affermazione è un po’ fatalistico, a volte anche scaramantico. A volte dire ‘se Dio vuole’ ha lo stesso significato di dire ‘se va tutto bene’, se non capitano disgrazie, se la fortuna ci assiste.
A volte Dio sembra identificarsi semplicemente con ciò che non possiamo prevedere, con l’imprevisto, con il caso, con ciò che sfugge al nostro controllo, quando non con la fortuna.
Ma la frase ‘se Dio vuole’ può avere un significato completamente diverso. Perché non possiamo dire ‘se Dio vuole’ senza chiederci che cosa davvero Dio vuole. Non possiamo, come dicevamo prima, fare i nostri progetti senza tenere conto di Dio e di che cosa egli veramente vuole da noi.
Non possiamo fare i nostri progetti senza tenere conto di Dio e di che cosa egli vuole, e poi semplicemente aggiungere alla fine la frase ‘se Dio vuole’. Dio vuole stare all’inizio dei nostri progetti, non alla fine.
I nostri propositi non dovrebbero concludersi con la frase ‘se Dio vuole’, ma aprirsi con la domanda: “che cosa vuole Dio oggi da me?"; “che cosa vuole Dio  da me in questo prossimo anno, in questo prossimo mese, settimana, giorno?” così dovrebbero iniziare i nostri progetti.
Porsi questa domanda significa andare oltre la quotidianità, significa porsi la domanda del senso della propria vita e cercarlo non in noi stessi, come facevano gli affaristi senza scrupoli a cui si rivolge Giacomo, ma cercarlo nella volontà di Dio.
Chiedersi che cosa Dio vuole da noi, ci costringe ad andare oltre la nostra quotidianità.
Se ci confrontiamo con la Parola di Dio, con ciò che Dio ha fatto con il suo popolo e che cosa ha fatto in Gesù Cristo, non ci si potrà accontentare di fare i propri grandi o piccoli progetti.
Non potremo non confrontarci con i progetti di Dio, con ciò che Dio vuole per l’umanità che ha creata, con i progetti che hanno i nomi grandi di pace, di giustizia, di riconciliazione, progetti grandi che Dio vuole che noi facciamo nostri e concretizziamo nelle nostre piccole azioni quotidiane.
Ecco: fare diventare i nostri progetti i progetti di Dio: così possiamo attualizzare il “se Dio vuole” del nostro testo. Che così da un ammonimento agli affaristi senza scrupoli di ieri e di oggi a non sentirsi padroni del mondo e della propria vita, diventa un’esortazione a tutti noi a progettare la nostra vita e il nostro tempo partendo da ciò che Dio vuole.
Se noi vogliamo, cerchiamo, perseguiamo, ciò che Dio vuole, allora ciò che faremo avrà un senso, anche quelle volte che non avrà successo.  Perché il senso di ciò che facciamo non starà nella sua riuscita, ma nel fatto che ciò che facciamo è la volontà di Dio, anche quando falliamo.
Lasciamo che i progetti di Dio plasmino la nostra vita e le diano un senso, e iniziamo questo anno dicendo: “se Dio vuole, saremo in vita, cioè se saremo in grado e ne avremo la possibilità, faremo questo e quest’altro, perché proprio questo è ciò che Dio vuole, questo è il suo progetto che io faccio diventare anche il mio progetto, perché Dio vuole realizzare i suoi progetti anche attraverso di me.

Predicazione di Domenica 21 Dicembre (quarta di Avvento) su Luca 1,26-38, a cura di Ludovica Pepe Diaz

26 Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. 28 L'angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». 29 Ella fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine». 34 Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L'angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese, per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l'angelo la lasciò.

Maria : una donna. .

E' certo che la festa del Natale che seguirà, a breve, questo tempo dell'Avvento, nella nostra società è oggi vissuta in modo molto pagano, superficiale e consumistico, così tanto che anche un cristiano che voglia attenersi, sopratutto,  all'evento spirituale fa non poca fatica in mezzo al frastuono del mondo. Ecco che ci viene in soccorso il tempo dell' Avvento che, per fortuna, non è stato ancora inflazionato da troppi gadgets, che ci invita a fermarci un momento ed a riflettere al grande, gratuito e misterioso dono Divino di quella lontana nascita così particolare e sconvolgente  per il mondo nelle sue conseguenze. E chi ha vissuto questa attesa con maggiore intensità e seppur più a lungo, non solo spiritualmente, ma nel suo stesso corpo,  se non Miriam di Nazareth ?

Noi protestanti sorvoliamo spesso su questa figura, forse per reazione alla visione teologicamente scorretta e inflazionata di una Miriam-Maria-Madonna, dai mille miracoli e dalle tante apparizioni, raffigurata in statue di diverso colore, rivestite di gioielli, mediatrice, corredentrice, venerata come una dea madre, detentrice di ben tre dogmi, così come la presenta alla devozione dei fedeli la Sacra Romana Chiesa. In effetti, quando un cattolico ci approccia, la prima cosa che dice è: “Voi siete quelli che non credono alla Madonna” E sì, è vero, a quella quarta divinità noi non crediamo, ma non per questo non amiamo Miriam , la dolce Madre di Gesù.

Povera Miriam, che cosa ti hanno combinato! Tu, così umile e schiva, pur nella consapevolezza dell'onore e della responsabilità che Dio  ti dava e ti chiedeva, tu che durante la vita di quel particolare figlio sei rimasta  in ombra pur se  col cuore presente, tu straziata a morte sotto la   croce, vero simbolo del più immenso umano dolore.

Oggi, Miriam, vorrei renderti onore  per la tua vera, magnifica immagine  di adolescente palestinese che attende un figlio, quel figlio, con un'ansia e un tremore che vanno molto al di là di quelli soliti di una madre in attesa.

Quest'anno vorrei provare a condividere con Miriam quell'attesa. Ogni donna che ha avuto in sé il miracoloso dono della vita  sa quanto  il tempo vissuto “con il pancione” sia un tempo particolare e prezioso,  sapendo che col proprio sangue e le proprie ossa  ci si sta formando in seno  quella che sarà una nuova persona. Quanta cura, quanta ansia  perché  quel piccolo essere in nuce nasca sano, quanta dolcezza segreta nei dialoghi con lui  quando s'instaura un primo rapporto d'amore, quanta tenerezza se con una carezza  il piccolo tallone che improvvisamente scalcia, ritorna calmo al suo posto!

Ecco, tutte queste cose le avrà provate anche Miriam per il suo Gesù che portava in sé, ma forse avrà avuto anche momenti di puro panico pensando al dopo: come si fa, come ci si comporta come  mamma di un figlio che è Dio? Come farà a restare serena avendo l'intuizione che le verrà un giorno strappato con una morte crudele?

Pensiamo a questa vergine quindici-sedicenne, allontanata dal Tempio  perché ormai impura a causa  del suo essere diventata donna, e subito destinata ad un marito più anziano, mai prima conosciuto e che, sola, durante un fidanzamento  che ha virtù di patto vincolante, vive già un'attesa fatta di timore e forse anche di un po' di curiosità per la sua futura vita di sposa . Dopo tutti questi avvenimenti  avviene quello decisivo, inimmaginabile che non le cambia la vita, gliela stravolge!

Dio l'ha scelta perché è pia, è umile, è sana e bella? Non lo sappiamo, perché le scelte di Dio sono sempre al di fuori dei nostri canoni di comprensione, ma quello che è certo è che la risposta di Miriam  è esemplare. Lei non fugge lontano nell'ingenua illusione di sfuggire a Dio, come fecero Elia  e Giona, né discute con Dio come fece Mosè, lei non ride, incredula, alla promessa di Dio come fece Sara, lei all'Angelo chiede soltanto in che modo potrà accadere tutto ciò che le viene annunciato e, saputolo, si abbandona completamente e fiduciosamente alla volontà del suo Dio  ed a lui innalza un canto di ringraziamento e di lode. Su quelle esili spalle di fanciulla si è posata la salvezza del mondo e lei non trema, non ha neppure paura dell'accusa di adulterio che le potrà muovere il fidanzato che, se non sarà clemente, potrà esporla alla lapidazione.

Miriam non trema perché,  letteralmente ricolma di Spirito Santo, affida il suo futuro e la sua salvezza nelle mani del suo Signore. Se il Signore è con me di chi avrò paura? Il Signore  fornisce colui o colei che sceglie degli strumenti per far fronte  al compito per cui lo ha destinato.

Pensiamo che questo, anche oggi avviene  per ciascuno di noi, perché come il Signore conosce anche il numero dei capelli che ciascuno ha in capo, così pure sa per quale compito, (seppur a noi sfugge o ci sembra minimo o, al contrario, troppo grande) ci ha messi nel mondo, e così pure sa portarci in braccio nelle avversità  e non darci nulla di cui le nostre forze non possano farsi carico.  Certamente nessuno di noi riceverà l'irripetibile chiamata di Miriam, ma  riceverà ugualmente una chiamata. Certamente sarà meno eclatante della visione di un Angelo, ma sta a noi  tener aperte le orecchie  e gli occhi del cuore  per rendercene conto e poi rispondere, come Miriam, “Sia fatta la Tua volontà” e, soprattutto lodare , lodare sempre il Suo nome Santo, per ogni cosa  e perché Egli ci è Padre e Madre amorevole e misericordioso.

Nel tempo dell'attesa di Natale, ricordiamo l'attesa intrepida di Miriam, dando alla madre di Gesù, il giusto posto del nostro cuore. Ricordiamone le virtù di umiltà, di Fede incondizionata e di obbedienza, ma ricordiamone anche il coraggio e la fierezza, scevra da falso orgoglio, con cui accettò il suo compito, attese per nove mesi e lo portò a compimento.

Avrà tremato Maria,di una grande paura, ma quando avrà sentito  muoversi dentro di lei quella vita miracolosa avrà sorriso di quella gioia che misteriosamente illumina i volti delle donne che aspettano un bambino. Infatti è frequente sentir dire: “ Ha un viso così bello, così diverso! “ di una donna in attesa. E' la pienezza e la vittoria della vita che illumina le donne.

E Maria....che attesa quella di Maria! Come sarà quel figlio speciale? Sarà bellissimo, sì sarà bellissimo comunque  perchè è il suo, come quello di ciascuna madre. Sarà un bambino normale, con tutte le dita delle mani e dei piedi al posto giusto, di questo lei almeno può star certa. Invece, cosa  più sconvolgente, sarà il suo rapporto con lui: come ci si deve comportare con un figlio che è Dio? Questa è una domanda da togliere il sonno.

Quando l'attesa finirà, quando la giovane palestinese partorirà tutta sola in un luogo provvisorio, ( come una migrante senza fissa dimora ), e troverà i gesti giusti e antichi, come tutte le donne prima di lei, perchè nasca il bambino, l'attesa compiuta  toglierà ogni ansia e domanda perché quel bimbo, figlio di Dio, è veramente umano: emetterà un vagito e cercherà il seno della sua mamma.

Ecco, in questa semplicità con cui si è svolto l'evento più misterioso e grandioso del mondo, è    racchiusa tutta la grandezza infinita di Dio, venuto fra noi in modo normale, umile, direi silenzioso, perchè Egli si è posto alla nostra altezza per farsi accogliere con maggior naturalezza, senza incutere timore, e, nello stesso tempo, per condividere con noi ogni cosa, così com'è nella nostra vita reale: gioie, dolori, traumi, lacrime e sorrisi.

Da quel momento, da quella nascita a Betlemme, Dio ha voluto essere realmente con noi e, per questo, possiamo dare una risposta sicura a chi a volte ci interpella come credenti con domande, per esempio del tipo:” Ma il vostro Dio cosa faceva? Era distratto? Dov'era durante gli orrori dei lager?”
Possiamo rispondere: “Era nei lager, aveva fame, veniva battuto, umiliato, impiccato, gasato ogni giorno, con noi, le sue creature, perché la cattiveria  che fa l'uomo feroce non  è da Dio ma fa parte del libero arbitrio, così che Egli, che ha conosciuto ogni male nella sua carne, ha potuto condividerlo con le vittime fino in fondo.” Egli sa che le sue creature, ripiene della sua grazia, possono credere fermamente nella salvezza in un Dio che ha dato il suo Figlio per noi.

Tutto questo è accaduto e accade perché un bambino molto particolare è stato cullato dalle braccia di una giovane palestinese che, più di duemila anni fa, ha creduto ed obbedito al suo Dio.

Ci potrà essere una gioia più grande di questa nei nostri cuori quando, a Natale, sarà terminata l'attesa?