lunedì 23 ottobre 2017

Predicazione di domenica 22 ottobre 2017 su 1 Corinzi 12 a cura di Marco Gisola

1 Corinzi 12
1 Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell'ignoranza. 2 Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva. 3 Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo.
4 Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. 5 Vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. 6 Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti.
7 Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; 11 ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.
12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. 13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.
14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Siccome io non sono mano, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 16 Se l'orecchio dicesse: «Siccome io non sono occhio, non sono del corpo», non per questo non sarebbe del corpo. 17 Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? 18 Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. 19 Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 20 Ci sono dunque molte membra, ma c'è un unico corpo; 21 l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; 23 e quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, 24 mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, 25 perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui.
27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. 28 E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. 29 Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? 30 Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti?
31 Voi, però, desiderate ardentemente i doni maggiori!


Il capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi è molto lungo e denso e vorrei quindi provare a guardare questo brano mettendo in risalto alcuni aspetti generali, senza entrare nei singoli dettagli. Il tema di questo capitolo – anzi dei capitoli che vanno dal 12 al 14 – è: i doni dello Spirito.
1) La prima cosa che incontriamo in questo brano è un’affermazione molto chiara e precisa, in cui Paolo dice che se uno confessa che Gesù è il Signore, lo fa grazie all’azione dello Spirito Santo; e se qualcuno dice “Gesù è anatema”, cioè “Gesù è maledetto” è chiaro che non lo fa per l’azione dello Spirito Santo.
In breve: se c’è confessione della fede – cioè se c’è fede – c’è lo Spirito. Come faccio sapere dove è che lo Spirito agisce? Paolo dice: se c’è fede, c’è lo Spirito.
Ovviamente non basta che la fede sia confessata con le parole, ripetere con la bocca una confessione di fede non implica per forza la fede; lo si può anche fare meccanicamente o peggio ipocritamente, senza credere a ciò che si dice.
Ipocrisie a parte, il criterio che mi dice dove lo Spirito agisce è la confessione della fede in Cristo: “Gesù è il Signore” è probabilmente la più antica confessione di fede cristiana.
Questo testo è dunque ecumenico per eccellenza: è lo Spirito, e non l’appartenenza a questa o a quella chiesa, che fa sì che uno sia cristiano.
Se qualcuno confessa “Gesù è il Signore” lì c’è lo Spirito in azione, non importa a quale confessione cristiana appartenga, riformata, luterana, cattolica, ortodossa, pentecostale… non è l’etichetta confessionale che conta, ma lo Spirito.
Questo ovviamente non risolve tutti i problemi e non elimina le differenze teologiche, ma è il punto di partenza per relazionarci agli altri cristiani e per non correre il rischi di non considerarli cristiani.
Paolo ci dice che non siamo noi a decidere chi sono i cristiani, ma è lo Spirito a deciderlo. Lo Spirito è Spirito di Cristo e porta a confessare Cristo. Questa è la base di partenza, da cui partire per discutere tutto il resto.


2) Paolo entra poi nel vivo della questione dei doni dello Spirito; Paolo scrive queste righe quasi sicuramente perché era stata la chiesa di Corinto stessa che gli aveva chiesto di affrontare questo tema, perché a Corinto c’erano dei problemi: qualcuno riteneva di avere dei doni dello Spirito in quantità o qualità tale che queste persone pensavano di essere speciali, diversi, superiori al resto della comunità.
Si era cioè creata una divisione – non so se anche una discriminazione – tra quelli che si ritenevano spirituali, o più spirituali di altri e il resto della comunità. Paolo reagisce a questa situazione.
E reagisce con questo suo discorso sui doni dello Spirito. Paolo ha appena detto che il primo frutto dell’azione dello Spirito Santo è la fede e quindi la confessione della fede, e che quindi tutti quelli che credono sono spirituali allo stesso modo.
E poi approfondisce il tema dei doni: “Vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”: i doni sono tanti, il donatore è uno, è lo Spirito. Insomma: Dio è uno e i doni di Dio, del suo Spirito, sono tanti.
E a chi lo Spirito dà i suoi doni? Al v. 7 scrive: “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”.
A ciascuno lo Spirito dà i suoi doni. A ciascuno, non a qualcuno soltanto, non a uno o a un gruppo, a una parte della comunità, ma a tutti. Come la fede – primo dono dello Spirito – è data a tutti quelli che credono, i doni particolari dello Spirito sono dati a tutti.
Paolo vuole dire che quando si parla dei doni dello Spirito non si possono giustificare discriminazioni tra i membri della chiesa. Non c’è nessuno che non abbia nessun dono e non c’è nessuno che abbia tutti i doni. Questo tema lo riprende nella parte finale, in cui utilizza l’immagine del corpo.
Ma anche qui è chiaro: il donatore è uno, i doni sono molti, e questa molteplicità crea diversità, non discriminazione. La diversità non è diversità di livello di dono, ma casomai di tipo di dono.
Paolo stabilisce anche il criterio per verificare i doni: “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Per il bene comune, cioè per il bene di tutti, di tutta la comunità. I doni dello Spirito sono al servizio della comunità infatti una delle parole che all’inizio del capitolo usa per indicare i doni è, in greco, “diaconie” cioè servizi, che la nostra Bibbia traduce “ministeri”.
Su questo Paolo tornerà nel cap. 14, quando parlerà del dono delle lingue, cioè del parlare in lingue che spesso nessuno dei presenti comprendeva. Era un fenomeno che evidentemente a Corinto era diffuso e quelli che parlavano in lingue probabilmente si ritenevano superiori agli altri.
Paolo, nel cap. 14 scriverà che:
“chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose”. E quindi tira la conclusione che: “Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa”.
I doni dello Spirito sono dati per edificare la chiesa, non per edificare se stessi. Il dono dello Spirito diventa servizio. Se non diventa servizio, iniziano i problemi, perché se il dono non diventa servizio può diventare orgoglio, può diventare potere, può diventare voglia di primeggiare e complesso di superiorità.
Paolo nei due versetti del cap 14 che vi ho letto usa il verbo edificare, ovvero costruire. Il servizio edifica, cioè costruisce; l'orgoglio, la superiorità, il potere demoliscono le relazioni quindi demoliscono la comunità.
Da questa parte centrale del capitolo, io trarrei due insegnamenti: un ammonimento a non considerare i propri doni migliori o maggiori di quelli di altri, un ammonimento a non cadere nella presunzione di superiorità, un ammonimento a non dimenticare che anche gli altri hanno dei doni dello Spirito.
Ma anche un invito: questo brano ci dice che la chiesa la costruiamo insieme. Anzi, poiché i doni sono di tutti, e di ciascuno, questa parola di oggi ti dice che TU costruisci questa chiesa insieme agli altri, mettendo al servizio i tuoi doni insieme ai doni degli altri e di tutti.
E l’invito è un invito personale e pressante che richiede una risposta: il Signore ci dona i suoi doni e ci chiede di usarli, non solo nella chiesa ovviamente, ma anche nella società in cui viviamo.
Ma rimanendo nel discorso sulla chiesa (che è quello che Paolo fa qui): il Signore ti dona e ti chiede di usare i doni che ti ha dato in questa chiesa e per questa chiesa. Ognuno di noi si chieda: quale è il mio dono, quali sono i miei doni? E come li metto al servizio di questa chiesa, per edificare, costruire questa chiesa, questa comunità di credenti che cammina insieme, domenica dopo domenica e giorno dopo giorno?
E i doni non sono soltanto quello che sappiamo fare. Spesso infatti si parla di doni quando si vuol parlare di capacità: io so cucinare, io so imbiancare, io so di falegnameria, io so fare un impianto elettrico….
Cose preziosissime, che non voglio sminuire, ma i doni dello Spirito sono altri: non solo ciò che sai fare, ma ciò che sai essere per tuo fratello e tua sorella. Che dono sono per mia sorella, per mio fratello? È questa domanda che edifica, che costruisce relazioni, affetti, che fa sì che condividiamo la fede e la vita gli uni degli altri.
Che dono sono io/sei tu per questa comunità? Portiamoci a casa questa domanda...


3) E infine, incontriamo nel testo la bellissima immagine del corpo. Meriterebbe una predicazione solo questa immagine, perché essa vuole dirci tante cose importanti.
L’immagine del corpo esprime la ricchezza dei doni, la diversità dei doni, la pluralità dei doni. Ma non solo: esprime anche il fatto che tutte le membra del corpo, che hanno ognuno un dono diverso, una funzione diversa, sono legate le une alle altre, sono interdipendenti. Non possono stare le une senza le altre.
Le membra hanno bisogno l’una dell’altra: “l'occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né il capo può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi»”. Io ho bisogno di te, questa è una delle ragioni per cui esiste la comunità; io ho bisogno di te, tu hai bisogno di lei/di lui, abbiamo bisogno gli uni degli altri.
La comunità è composta da persone che riconoscono di aver bisogno degli altri, che non sono sufficienti a se stessi perché hanno bisogno di Dio e hanno bisogno del prossimo.
E perché abbiamo bisogno del prossimo? Una risposta la troviamo in un’altra cosa che dice l’apostolo: Paolo dice che “Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre”.
Questa parola “cura” mi sembra molto importante: ciascuno di noi ha bisogno degli altri perché abbiamo bisogno della cura degli altri, abbiamo bisogno che gli altri si prendano cura di noi. Anche per questo Dio ha chiamato discepoli e discepole a far parte di una comunità: per poter aver cura gli uni degli altri.


Per concludere dunque: Ciascuno ha i doni dello Spirito, ciascuno ha doni diversi, nessuno ne è senza e nessuno li ha tutti. Ciascuno ha ricevuto questi doni non per sé, non per prevalere, ma per il bene comune, per metterli al servizio della comunità e ciascuno è dunque dono per gli altri. Questo servizio mette al centro il prossimo, di cui ciascuno ha bisogno e che ha bisogno di te, perché ci prendiamo cura gli uni degli altri.
Dono, servizio, bisogno, cura… tutto ciò nasce dalla fede, che abbiamo detto è il primo dono dello Spirito, e si vive attraverso l’amore, di cui Paolo parlerà nel bellissimo canto del capitolo seguente.
Il Signore ci ha fatto il grande dono della fede e il grande dono del prossimo. Ci aiuti a viverli entrambi, nel suo corpo che è la chiesa, diventando noi stessi dono per il prossimo nell’amore.


domenica 8 ottobre 2017

Predicazione di domenica 8 ottobre 2017 su Ebrei 4,12-13 a cura di Marco Gisola

Ebrei 4,12-13

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.

Oggi iniziamo un ciclo di quattro predicazioni proposto dai pastori del circuito su invito del consiglio del circuito. L’obiettivo era quello di riflettere sulla comunità e sulle relazioni al suo interno, spesso segnate da conflitti. Come tema generale abbiamo quindi pensato alla “edificazione” della Comunità
Iniziamo con questo brano della lettera agli Ebrei, libro biblico non molto conosciuto, anche se il nostro lezionario comprende diversi testi tratti da questa lettera. La lettera agli Ebrei, nonostante il nome, non parla a ebrei, ma probabilmente a cristiani provenienti dall’ebraismo. Viene chiamato “lettera” ma in realtà è più un piccolo trattato che vuole istruire e edificare una comunità, anche se non si sa quale comunità.
La lettera agli Ebrei non inizia come una lettera, non ci sono saluti, ma finisce con dei saluti e l’autore dice: “quelli d’Italia vi salutano” e menziona Timoteo, per cui nell'antichità si è pensato che l’autore fosse Paolo.
Il linguaggio però è molto diverso da quello delle altre lettere di Paolo, cosa che porta molti studiosi moderni a dire che questa lettera non è di Paolo e che quindi non si sa chi l’abbia scritta e nemmeno a chi sia stata scritta e quando.
Già un padre della chiesa – Origene – nel terzo secolo diceva che solo Dio sa chi abbia scritto questa lettera…
La caratteristica di questa lettera è il fatto che Gesù è descritto come il grande sommo sacerdote. Utilizzando il linguaggio del culto sacrificale, Ebrei ci dice che Gesù è allo stesso tempo il sacerdote e la vittima del sacrificio che è stato la sua morte.
“Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d'uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. (9,11-12)
Il sacrificio di Cristo è stato l’ultimo sacrificio. Proprio questo fatto ha spinto i Riformatori a contestare l’idea medievale della messa come ripetizione del sacrificio di Cristo.
Ma veniamo al nostro testo:
I due versetti che abbiamo letto costituiscono una parentesi quasi poetica all’interno di un discorso molto più lungo in cui l'autore porta degli esempi negativi del comportamento di Israele nell’Antico Testamento e invita i cristiani a cui scrive a comportarsi diversamente.
Questi due versetti mettono al centro il tema della Parola di Dio, che è descritta come vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.
È dunque un brano che ci dice che la Parola di Dio giudica. Ma lo dice non in termini giuridici, non parla della condanna comminata dal giudice, ma dell’azione del giudicare. Il giudizio e la condanna non sono la stessa cosa.
Il testo usa l’immagine della spada: la parola di Dio che giudica è paragonata alla spada che entra nel corpo; il giudizio è descritto in modo fisico: in questa immagine in cui la Parola di Dio è spada, noi siamo corpo.
E il nostro corpo viene penetrato dalla spada a doppio taglio che entra e divide. Ma dal corpo si passa subito a ciò che non è fisico: la spada divide sì le giunture dalle midolla ma anche l'anima dallo spirito e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.
La Parola di Dio dice questo brano, quella che ascoltiamo ogni domenica, entra dentro la nostra anima, il nostro spirito, le nostre giunture, le nostre midolla, scruta e giudica i pensieri del nostro cuore. È un’immagine potente, che parla dell’efficacia della Parola.
La Parola di Dio non è una parola che si ascolta soltanto, non raggiunge soltanto le nostre orecchie e la nostra mente, non è soltanto una parola che fa riflettere o emoziona.


Secondo questa immagine, la Parola di Dio è una Parola che entra dentro di noi. Questa immagine della Parola di Dio che entra in noi ci vuole dire che Dio scruta, osserva la nostra vita e osserva anche ciò che non vorremmo fargli vedere, ciò che forse non vorremmo fare vedere a nessuno. Che forse vorremmo nascondere persino a noi stessi.
Come dicevo prima qui il giudizio non è condanna; il giudizio implica piuttosto l’idea che Dio ci vede e ci osserva dal di dentro.
Dio vede e osserva perché, come dice il testo, siamo nudi davanti a lui. Non è facile stare nudi davanti a qualcuno. Stare nudi davanti a qualcuno è segno di grande intimità. Solo i bambini piccoli lo fanno in un modo naturale, perché non conoscono ancora il pudore, ovvero non hanno nulla da nascondere.
Adamo ed Eva erano nudi nel giardino di Eden. Immagine del fatto che potevano stare l’uno davanti all’altra e davanti a Dio così come erano, perché non avevano nulla da nascondere. Dopo la disobbedienza, si copriranno e si nasconderanno alla vista di Dio perché avranno qualcosa da nascondere.
Anche noi abbiamo qualcosa da nascondere davanti a Dio e anche davanti al prossimo, abbiamo qualcosa che vorremmo nascondere, di cui ci vergogniamo, o di cui semplicemente non siamo contenti.
Questa parola ci dice che davanti a Dio non possiamo nascondere nulla, che siamo nudi; potremmo anche dire trasparenti, perché Dio vede dentro di noi, la spada che penetra dentro di noi mette a nudo ciò che Dio vede.
Ecco il giudizio, di cui parlano questi due versetti.
Ma è davvero un giudizio o non è piuttosto una grazia? È da temere o da invocare che Dio guardi dentro di noi, che non possiamo nascondergli nulla? È un giudizio, ma è anche una grazia. La grazia ci porta innanzitutto a accettare e a fare nostro il giudizio che Dio pronuncia su di noi (così spiegava Paolo Ricca commentando La libertà del cristiano di Lutero) e dunque accettare il giudizio di Dio è, in fondo, liberante.
Non possiamo nascondere nulla a Dio e dunque non abbiamo bisogno di nascondere qualcosa a Dio. Questo è liberante. Liberante perché non abbiamo più bisogno di nasconderci e di indossare la maschera del cristiano perfetto, del pastore perfetto, del membro di chiesa perfetto, dell’anziano di chiesa perfetto… Ma anche del padre o della madre perfetta, del marito o della moglie perfetta, del figlio o della figlia perfetta...
È chiaro che ci è chiesto di tendere sempre al meglio, ma poiché il meglio non sempre è alla nostra portata, possiamo essere cristiani, membri di chiesa, pastori, figli, madri e padri, amici, colleghi ecc. imperfetti, così come siamo.
Sapendo bene che quello che siamo ha molti difetti e cercando di correggere questi nostri difetti, ma senza fare finta di non averne, ovvero senza mentire a noi stessi e agli altri. In fondo ciò che spesso crea difficoltà di relazione e porta al conflitto è il pretendere di essere quello che non si è che.
Sapere che davanti a Dio siamo nudi, può invece aiutarci ad andare verso gli altri, se non proprio (metaforicamente) nudi, almeno senza troppi vestiti, ovvero senza troppe maschere, senza recitare la parte di ciò che non siamo, essendo un po’ più autentici.
Nella vita di ogni giorno, anche nella vita della chiesa, portiamo noi stessi così come siamo, ovvero donne e uomini che stanno sotto il giudizio di Dio, che a lui devono render conto, che hanno bisogno della sua grazia per andare avanti in modo autentico.
Se non siamo consapevoli di questo, la nostra vita non sarà autentica, ma sarà falsata dalle nostre illusioni di essere giusti o di essere meglio, dalle nostre maschere che indossiamo prima di tutto davanti a noi stessi, mentendo a Dio, al prossimo e anche a noi stessi.
Le nostre maschere stanno sotto il giudizio di Dio, che vede attraverso e oltre le maschere che portiamo ogni giorno; riuscire a toglierle è l’effetto liberante del giudizio, che è già grazia, effetto della “Parola di Dio vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio...”.
Che questa Parola è davvero vivente ed efficace, che davvero penetra e scruta il nostro cuore e la nostra vita, che davvero quindi può trasformare il nostro cuore e la nostra vita e renderli più autentici, questa è la fede dell’autore della lettera agli Ebrei.
Possa essere questa anche la nostra fede.




lunedì 24 luglio 2017

Predicazione di domenica 23 luglio 2017 su Romani 6,3-11 e Matteo 28,16-20 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

VIVERE IL NOSTRO BATTESIMO !
 
Romani 6,3-11

3 O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. 5 Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. 6 Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; 7 infatti colui che è morto è libero dal peccato. 8 Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. 11 Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù.

Matteo 28,16-20

16 Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. 17 E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. 18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».
 
Cari fratelli e sorelle,
Siamo ancora riuniti per ascoltare la Parola del Signore. E quella di oggi – proposta per questa domenica dal Leziona­rio della Chiesa valdese – è veramente una parola di consola­zione e di conforto perché ci promette la continua presenza di Cristo con noi; ma è anche parola che ci interpella, perché ci invita a guardare alla nostra realtà con un occhio diverso dal solito.
Le due letture che abbiamo ascoltato ci invitano a pro­lungare la nostra riflessione sulle conseguenze, per la nostra vita, della Pentecoste e del dono dello Spirito santo. La Pen­tecoste infatti è stata iscritta in noi, nella nostra carne me­diante il battesimo. Che siamo stati battezzati da bambini o da adulti non ne cambia fondamentalmente la realtà, perché è parere più o meno comune oggi in tutte le Chiese che il bat­tesimo non è solo quell’atto, accompagnato da una parola ispirata dall’evangelo che abbiamo appena ascoltato, in cui siamo stati immersi nell’acqua, o ci è stato versato un po’ di acqua sulla testa. Il battesimo è un processo, sigillato da quell’atto, che dura tutta la vita e non coin­volge solo il bat­tezzato, ma anche la sua famiglia, il padrino e la madrina e l’insieme della comunità cristiana.
La lettera di Paolo ai romani ne esprime il contenuto es­senziale. Paolo, certo, non è mai facile e occorre talvolta ri­leggerlo più volte per comprendere ciò che vuol dire: è segno che Paolo prende sul serio i suoi lettori e vuol dare loro dei contenuti densi e ricchi di significato che li facciano riflettere.
Allora, riflettiamo un momento sul nostro battesimo. Iniziamo col rile­vare che non è frequente sentire un cristiano riflettere sul suo battesimo: per gli uni – particolarmente per quelli più anziani – il battesimo va da sé: trenta, quarant’anni fa, era ovvio che tutti fossero battezzati: “mica siamo pagani!”. Allora, si era battezzati come si era vaccinati, si andava a scuola o – per i ragazzi – si faceva il militare!
Oggi, le cose son cambiate. Da una parte, volendo forse dare maggior peso al battesimo, si tende a pensare che è il battezzato che si deve assumere la responsabilità del battesi­mo, per cui i genitori preferiscono spesso rimandare il batte­simo. D’altra parte però, siccome la dimensione della fede è sempre più limitata alla sfera privata, personale e individu­ale, e non si capisce più bene cosa sia il battesimo, la prospet­tiva della fede cristiana non è più presentata ai giovani ed essi non si trovano più in grado di poter realmente scegliere. Per loro il mondo senza fede cristiana è l’ambiente in cui vi­vono, e le sole cose che sentono sulla fede cristiana e la Chie­sa, sono le beghe ecclesiastiche o gli scandali che i giornali sono troppo felici di poter diffondere, possibilmente in scoop a effetto. Eppure, i giovani sono anch’essi in cerca di una di­mensione “altra” che dia senso alla loro esistenza. E vanno a cercarla in pensieri esoterici o orientali …
È quindi urgente, credo, che le Chiese, vale a dire le sin­gole comunità e le persone che le compongono, cioè noi, riu­sciamo ad esprimere la nostra fede, non più solo con dei con­cetti dottrinali espressi in libri che vengono sempre meno let­ti, ma in uno stile di vita che si possa vedere, anche fuori dalle mura dei luoghi di culto, delle singole chiese o delle cappel­le. E questo stile di vita deve manifestare che in noi, nel bat­tesimo, è avvenuto un passaggio dalla morte alla vita! Ecco ciò che sottolinea Paolo! Mentre tutto nel mondo ci ricorda e ci spinge a pensare che tutto vada inesorabilmente verso la morte, la disin­tegrazione e il disfacimento, il battesimo pro­clama – anzi non solo proclama, ma suscita, effettua – in noi un movi­mento inverso: l’esistenza del cristiano inizia con la morte per andare verso una vita in pienezza di cui la nostra vita terrestre è l’inizio e l’assaggio:
Siamo stati sepolti con Cristo mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come egli è stato risuscitato dai morti me­diante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita.
Se siamo stati “sepolti” con Cristo, ciò implica in un pri­mo tempo che siamo “liberi dal peccato”. Un morto infatti non pecca più! Ma è forse possibile non peccare più? No, cer­to … tuttavia possiamo cercare di non lasciarci ingannare da tutte le sollecitazioni e tentazioni che incontriamo. Dobbiamo sapere che in noi vi è una forza che ci consente di dire di no al peccato. E peccato c’è ovunque vorremmo che Dio non metta il suo occhio! D’altra parte, se siamo stati sepolti con Cristo, non siamo ancora risorti con lui; la nostra propria resurrezione resta futura, ma già percettibile in ciò che Paolo chiama una “novi­tà di vita”. Cosa però significa “camminare in novità di vita”?
In un altro testo dell’evangelo secondo Matteo, Gesù si rivolge ai suoi uditori e dice loro:
Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sa­crificio”, non avreste condan­nato gli innocenti”(Mt 12,7).
Abbiamo qui, credo, un vero elemento di novità di vita. La vita cristiana non consi­ste in sacrifici o in buone azioni da compiere verso gli altri, non si tratta di cercare sem­pre di essere un “modello di vita”. Dio non ci chiede di essere perfetti … Lui solo lo è! Ci chiede fondamentalmente di imparare da Lui a guardare agli altri con occhi di miseri­cordia e di tenerezza. Come abbiamo bisogno di sentirci amati, così pure gli altri – quali che siano – hanno bisogno di sentire che qualcuno li ami. Questo possiamo cercare di vivere.
Se Gesù ci chiede di fare di tutti i popoli dei discepoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro a osservare tutte quante le cose che ci ha comandate, come abbiamo letto nell’evangelo di oggi, ci chiede prima di tutto di far vedere a quelli in mezzo ai quali viviamo e che vivono con noi, che vale la pena vivere da cristiani. Allora, saranno loro stessi a chiedere di poter condividere con noi qualcosa della bontà della vita cristiana. Questa bontà sta nella consapevolezza che il Signore Gesù è con noi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente, non già per giudi­carci, ma per amarci, poiché, nella sua passione di amore per noi, è andato fino a dare la propria vita per noi.
A Lui, come al Padre e allo Spirito santo, Dio uno e santo, ogni lode e gloria per sempre.
Amen.


giovedì 13 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

Predicazione di domenica 9 luglio 2017 su Genesi 50,15-21 a cura di Marco Gisola

Genesi 50,15-21
15 I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» 16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest'ordine: 17 "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. 18 I suoi fratelli vennero anch'essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore 
 
Il libro della Genesi si conclude con la morte dei patriarchi: al cap. 49 viene raccontata la morte di Giacobbe, che chiede di essere sepolto nel paese di Canaan; e al cap 50 è narrata la morte di Giuseppe che chiude il libro della Genesi. Con il libro dell’Esodo inizierà una nuova storia, non più storia di una famiglia, ma storia di un popolo, che Mosè porterà fuori dall’Egitto, ecc.
Il brano che abbiamo letto viene immediatamente prima del racconto della morte di Giuseppe, è dunque il penultimo episodio del libro della Genesi. Prima di raccontare la pagina finale della vicenda dei Patriarchi con la morte dell’ultimo Patriarca, appunto Giuseppe, l’autore sente il bisogna di ribadire ancora una volta il senso di tutta questa vicenda.
Il racconto parte da una questione molto umana: morto il padre Giacobbe, i fratelli di Giuseppe vengono presi da un timore: hanno paura che, ora che il loro padre è morto, a Giuseppe venga voglia di vendicarsi di quello che loro gli avevano fatto quando hanno pensato prima di ucciderlo e poi lo hanno venduto a dei mercanti di schiavi che lo hanno portato in Egitto.
I fratelli pensano: magari Giuseppe è stato buono finora perché c’era nostro padre e non voleva deluderlo, ma ora che Giacobbe non c’è più…. Forse potrebbe venirgli voglia di farci pagare il male che gli abbiamo fatto.
In realtà la loro paura non è fondata, nulla nei capitoli precedenti fa pensare che Giuseppe voglia vendicarsi. Anzi: quando Giuseppe si è fatto conoscere dai fratelli il suo perdono era chiaro; Giuseppe aveva detto: “«Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita” (45,4-5)
Non solo il perdono, ma anche l’idea che era stato Dio a farlo arrivare in Egitto per poter salvare tutta la sua famiglia dalla carestia, c’era già in quell’episodio.
E questa idea – che esprime il senso di tutta la vicenda di Giuseppe e i suoi fratelli – è ribadita qui con forza. l'autore della Genesi vuole finire così: prima della fine, cioè della morte di Giuseppe, vuole riaffermare che il senso di tutto quello che è successo era la salvezza della famiglia di Giacobbe, che si sarebbe riunita di nuovo e sarebbe poi diventata un popolo.
Il senso di tutta la vicenda di Giuseppe è quindi che il piano di Dio ha la meglio su quello dei fratelli. Non trionfa il male fatto dai fratelli di Giuseppe ma trionfa il bene fatto da Dio.
E come fa Dio a fare il bene? A condurre a buon fine il suo progetto? In tutta questa lunga (dura 14 capitoli) e avventurosa storia, piena di suspense e di colpi di scena, l’azione di Dio si mescola all’azione umana. Anzi di più: gli esseri umani, soprattutto i fratelli di Giuseppe, hanno fatto il male (molto male, non solo un po’) e Dio si è addirittura servito della loro cattiveria per fare il bene.
Giuseppe dice: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene”. Gli esperti ci dicono che il verbo qui tradotto con “pensare”, non indica soltanto l’azione di pensare, appunto, con la mente, ma implica già anche l’azione.
E l'autore della Genesi usa lo stesso verbo per i fratelli di Giuseppe e per Dio: voi, fratelli, avete progettato, architettato, il male, Dio ha progettato, architettato il bene a partire dal vostro male.
Nemmeno questo ultimo episodio è così limpido: i fratelli prima mandano degli ambasciatori a Giuseppe, che era pur sempre il vice del faraone, e gli mandano a dire che è Giacobbe che, prima di morire, aveva detto che Giuseppe avrebbe dovuto perdonarli; sarà vero oppure no? Perché Giacobbe non l’aveva detto direttamente a Giuseppe? E perché avrebbe dovuto dirlo, quando Giuseppe aveva già perdonato i fratelli?
E poi vanno a prostrarsi davanti a lui, si inchinano ai suoi piedi, in ebraico si dice “cadono con la faccia a terra”, segno di grande umiliazione, davanti al fratello e davanti all’uomo più potente di Egitto dopo i faraone.
Insomma, i fratelli non sono così trasparenti nemmeno qui, nemmeno dopo la morte del padre. La paura li porta a mettere in atto una serie di comportamenti non proprio limpidi.
Ma non importa. Tutta la storia ci dice che è proprio una caratteristica degli esseri umani – soprattutto i fratelli di Giuseppe, che rappresentano un po’ tutti i fratelli… - quella di non essere limpidi, anzi spesso sono decisamente malvagi.
La storia di Giuseppe e i suoi fratelli ci dice che nonostante la meschinità umana e la miseria umana, Dio fa passare il suo bene.
Il bene di Dio ha due aspetti: quello collettivo, oggi diremmo globale: Dio salva dalla carestia non solo la famiglia di Giacobbe, ma tutto l’Egitto. E quello invece indirizzato alla famiglia di Giacobbe: la salvezza dalla fame prima di tutto, ma poi la riconciliazione.
Una famiglia di Giacobbe viva ma in perenne lotta non sarebbe potuta diventare il popolo di Israele.
La salvezza dalla carestia e la riconciliazione sono gli obiettivi di tutta la storia di Giuseppe e i suoi fratelli.
Un commentatore ha scritto su questo brano che in esso incontriamo da un lato un grande realismo e d’altro lato una grande speranza. Realismo, perché come già abbiamo detto di cattiverie e di odio in questa storia ce n’è in abbondanza.
Tutta la Bibbia è molto realista sulla natura umana: dalla disobbedienza di Adamo ed Eva, al fratricidio di Caino su Abele e poi tutta la storia di Giuseppe emerge chiaramente che l’essere umano non è certo buono ed innocente.
La Bibbia ci insegna che dobbiamo fare i conti con la malvagità o almeno l’egoismo umano, a partire dal nostro.
Ma c’è anche speranza, perché in questo complesso insieme di egoismo e di malvagità, Dio non rinuncia ad agire. Arriva persino a servirsi del male che i fratelli hanno progettato per portare avanti il suo piano di bene e di salvezza.
La storia di Giuseppe, come la storia di ciascuno e ciascuna di noi e la storia umana, non è in bianco e nero, ma è piena di sfumature. Presunzione, invidia che diventa odio, odio che diventa voglia di eliminare, addirittura di uccidere, riempiono questo racconto.
Leggendo tutta questa storia ci verrebbe forse da dire: ma guarda come sono questi patriarchi! Da Giacobbe e Esaù e le loro liti fin dal grembo materno, fino a Giuseppe e i suoi fratelli, sembra proprio che Dio abbia scelto la peggior umanità che c’era!
Sì, Dio ha scelto non la peggiore umanità, ma l’umanità così com’era, esseri umani così come erano per portare avanti i suoi progetti. Ha scelto e sceglie l’umanità così come è per portare avanti i suoi progetti. l’evangelo di questo brano è che nonostante la malvagità e la miseria umana non sono i cattivi progetti umani a trionfare, ma i buoni progetti di Dio.
Dunque c’è speranza; non c’è illusione, non c’è in questa storia e nella Bibbia una illusione infantile sulla bontà dell’umanità, questo no, c’è un sano realismo che tiene conto del peccato umano. Ma c’è speranza e questo è ciò che conta: dietro le quinte della nostra piccolezza, delle nostre invidie, dei nostri rancori, della nostra malvagità, Dio agisce per portare avanti i suoi progetti. Per questo c’è speranza.


Questo è il grande messaggio della storia di Giuseppe.
Ma c’è ancora un dettaglio che vorrei sottolineare: Giuseppe potrebbe sembraci l’eroe di questa vicenda e di certo è il personaggio positivo della storia, a partire dal fatto che lui è la vittima della cattiveria dei fratelli. Ma anche lui non è perfetto: quando faceva i suoi sogni in cui sognava che tutti (fratelli e genitori) si inchinavano ai suoi piedi, Giuseppe era molto orgoglioso e piuttosto presuntuoso.
E anche qui Giuseppe potrebbe apparirci il “buono” che perdona i “cattivi”. La sua bontà non è però tanto una qualità umana, ma è la fiducia di chi riconosce che Dio è all’opera. Giuseppe è così uno strumento del progetto di bene di Dio, che si oppone al progetto di male portato avanti dai fratelli.
Giuseppe non è certo perfetto, ma riconosce che Dio è all’opera. Questa è in qualche modo la sua fede.
Giuseppe perdona i fratelli, nel senso che rinuncia a vendicarsi, cosa che avrebbe potuto fare facilmente visto il potere che aveva nel paese di Egitto. Ma rinuncia a vendicarsi e perdona i fratelli, perché riconosce che questo è il progetto di Dio.
Anzi: perdona perché riconosce che Dio ha perdonato: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio?», dice ai fratelli.
Giuseppe non si mette al posto di Dio, ha capito che il progetto di Dio porta alla riconciliazione e non vi si oppone. Non si oppone perché non può opporsi, non può negare il perdono che Dio stesso ha dato. Se lo facesse, prenderebbe il posto di Dio. Se lo facesse sarebbe una misera vendetta umana, che pesca dentro ai sentimenti più negativi come il rancore e la voglia di vendetta.
Ma Dio ha deciso altrimenti. E allora: «Non temete», dice Giuseppe. «Non temere, non temete» sono parole che nella Bibbia spesso pronuncia Dio stesso;
«Non temere» è un’espressione che ritorna in momenti decisivi della storia biblica, da quando Dio rinnova la sua promessa ad Abramo (Genesi 15), alle molte parole del profeta Isaia quando annuncia il ritorno di Israele dall’esilio in Babilonia; lo dice l’angelo che annuncia la nascita di Gesù a Maria e lo dice Gesù stesso risorto quando incontra le donne al sepolcro.
«Non temere» è parola divina per eccellenza, parola che annuncia grazia e consolazione.
Giuseppe stesso si fa annunciatore di parole di consolazione: “Così li confortò e parlò al loro cuore”.


Questa antica storia ci insegna dunque a essere molto realisti e a tener conto della malvagità umana, ma ancor più ci insegna a nutrire grande speranza nei progetti di Dio, che agisce dietro e dentro le azioni umane, addirittura a volte trasforma il male in bene per portare avanti i suoi progetti di salvezza e riconciliazione.
Che il Signore ci aiuti riconoscere la sua azione nella storia e voglia servirsi anche di noi per portare avanti i suoi progetti.

lunedì 3 luglio 2017

Predicazione di domenica 2 luglio 2017 su Luca 15,1-3.11-32 a cura di Marco Gisola (Tempio di Piedicavallo)

Luca 15,1-3.11-32
1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3 Ed egli disse loro questa parabola:
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».


Questa parabola è un testo molto bello e a cui siamo molto affezionati, è la parabola della misericordia di Dio per eccellenza. Un racconto semplice, ma se guardiamo bene non elementare. Semplice perché la grazia di Dio è descritta e rappresentata in modo davvero eloquente nella figura del padre che corre incontro al figlio, che prima ancora lo vede da lontano - cosa che ci fa quasi sembrare che lo stesse aspettando - che lo abbraccia… Insomma perdono come accoglienza: accoglienza immeritata e incondizionata. Accoglienza del figlio che si sarebbe accontentato di vivere d’ora in poi come un servo, cioè come un salariato, un dipendente dell’azienda (diremmo oggi) del padre e invece viene accolto come figlio a tutti gli effetti, come figlio come era prima.
Accoglienza come reintegrazione nella stessa identica situazione e relazione che aveva lasciato prima di andare a sperperare tutti i suoi averi. Accoglienza senza rimproveri, senza punizione, senza predicozzo del tipo “ora ti riprendo in casa però, d’ora in avanti fai quello che dico io…!”, accoglienza senza se e senza ma, accoglienza gratuita, dunque grazia. In questa immagine il testo è molto semplice, immediato.
Racconto semplice ma non banale e non superficiale. Racconto che tiene conto della complessità della realtà umana e delle complesse conseguenze del perdono. Infatti a “complicare” - nel senso di rendere complesse - le cose c’è l’altro fratello. Il racconto sarebbe più semplice se il figlio fosse soltanto uno, quello che se ne va e poi decide di tornare indietro e viene riaccolto dal padre. Per raccontare la misericordia di Dio, per rappresentare la misericordia di Dio sarebbe bastata la relazione Padre-Figlio. La grazia di Dio è già tutta lì.
Se Gesù aggiunge il personaggio del secondo figlio, significa che sa che la realtà umana e la realtà del perdono è complessa; dico complessa non nel senso di difficile, ma nel senso che riguarda molti aspetti della nostra vita e delle nostre relazioni. C’è anche il fratello di cui tener conto. Il perdono di Dio riguarda Dio e me, ma non riguarda mai soltanto Dio e me. Riguarda anche me e gli altri, e gli altri sono rappresentati dal fratello. E riguarda anche la relazione tra Dio e mio fratello.
La storia dunque non è solo una, ma sono due. Anzi tre. C’è la relazione tra il figlio minore – quello che se ne va di casa - e il padre; quella tra il figlio maggiore, che rimane a casa a lavorare, e il padre; e quella tra i due fratelli, che nel racconto non si parlano mai, anzi sembra che non si incontrino neppure. E infatti la storia non è finita: finisce la parabola, ma non finisce la storia. c’è un pezzo di storia ancora da scrivere.

1. la prima storia, la prima relazione è quella centrale, quella tra il padre e il figlio minore, che va via di casa e poi torna e viene riaccolto. Accoglienza come metafora del perdono. Come accennavo prima, il perdono è rappresentato dal fatto che il figlio che si sarebbe accontentato di essere trattato come un servo pur di avere un tetto e qualcosa da mangiare in cambio del suo lavoro, viene invece riaccolto come figlio. Non viene declassato. Il figlio minore ci sta anche un po’ simpatico: a occhi moderni è uno che vuole cavarsela da solo, che vuole cercare la sua autonomia, che si mette in gioco anche per diventare autosufficiente, per diventare grande. Agli occhi della parabola è invece uno che pecca di presunzione, pensando di vivere senza il padre e la sua protezione.
Ma nonostante il figlio abbia fatto un enorme errore, abbia peccato di orgoglio, abbia pensato di poter fare a meno del padre (ovvero di Dio), viene riaccolto come prima. Nonostante la colpa è trattato come era trattato prima, cioè da figlio e non da servo. Questa è la grazia. La grazia non cancella la colpa o l’errore, cancella le sue conseguenze. “Nonostante tutto” e “come prima”: queste sono le due espressioni che ci raccontano che cosa è la grazia secondo questa parabola.

2. E fin qui la storia corre liscia. Ma c’è il fratello. E il fratello non è contento del fatto che il padre abbia riaccolto il fratello nonostante tutto e lo tratti come prima, anzi che faccia addirittura una festa per lui, anziché fargli una sonora ramanzina. Per noi è forse più facile metterci nei panni del figlio minore. È consolante pensare di poter essere riaccolti dopo che abbiamo fatto qualche sciocchezza, o dopo aver fatto un grosso errore. Pensare che Dio ci riaccolga quando sbagliamo è molto consolante.Ma come la mettiamo quando ci mettiamo nei panni del fratello maggiore e vediamo che Dio riaccoglie nostro fratello che – magari – non sopportiamo tanto volentieri? O che ha fatto un errore che ci sembra molto grave e che noi sicuramente non avremmo fatto…?
La grazia di Dio è anche per mio fratello. Anche per quel fratello che non mi è per nulla simpatico, anche per quello che ha fatto una cosa che a me sembra terribile. Qui c’è la prova del nove della nostra fede nella grazia. È facile credere alla grazia di Dio finché essa è per me, finché sono io a essere riaccolto, perdonato, salvato. Ma la grazia è anche per mio fratello che sbaglia più di me. Anzi è sopratutto per mio fratello o mia sorella che sbaglia più di me. Perché “dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata”. Perché il padre dona il suo perdono a chi ne ha bisogno. E dona più perdono a chi ne ha più bisogno. Il fratello maggiore ha fatto bene a rimanere a casa, ha fatto bene a comportarsi bene, a lavorare sempre insieme al padre senza avere grilli per la testa. Ha fatto la cosa giusta. Ma chi fa la cosa giusta deve accettare che chi fa la cosa sbagliata ritorni a casa e sia ri-accolto e sia di nuovo considerato e trattato come fratello, come prima. Il fratello che ha sempre fatto la cosa giusta deve accettare anche lui suo fratello che ha sbagliato, come lo ha accettato il padre.
Fuor di metafora: Dio ci chiede di accogliere e accettare e amare chi lui accoglie, accetta, ama, spogliandoci dei panni del giudice e indossando quelli del fratello. Il fratello minore aveva capito il suo errore, si era “convertito”, se vogliamo usare questa parola. Il figlio maggiore ha ancora bisogno di essere convertito. Ha bisogno di conversione perché sta rifiutando suo fratello, lo sta disconoscendo come fratello: dato che ha sbagliato, dato che ha fatto una sciocchezza non è più mio fratello, pensa il fratello maggiore.
Il padre lo invita invece a riconoscerlo di nuovo come fratello, ad abbracciare il fratello come ha fatto lui e a partecipare alla festa; questo invito è l'appello alla conversione. La conversione consisterebbe riconoscere che quell’essere umano che ha sbagliato è ancora tuo fratello. La parabola è molto profonda in questo: chi ha toccato il fondo e è arrivato a disperare di se stesso riesce a riconoscere il proprio errore e a tornare indietro, a convertirsi. Chi è sicuro di sé e dall’alto di questa sicurezza giudica l’altro, non riesce a fare il passo che lo porterebbe dentro la festa, dove potrebbe ritrovare suo fratello.

3. E così abbiamo già toccato il terzo punto, la terza storia, la terza relazione. Quella che non troviamo nella parabola, che è quella tra i due fratelli. Non la troviamo proprio perché il maggiore rifiuta di partecipare alla festa, si sente vittima di un’ingiustizia e quindi rifiuta di incontrare il fratello minore.
Questa è la storia che non è ancora scritta. Il lieto fine della storia non è ancora scritto. C’è un primo lieto fine che è il ritorno e il ritrovamento del figlio da parte del padre. Ma non c’è il secondo lieto fine, quello che sarebbe il grande lieto fine e che renderebbe completa la gioia del padre: l’incontro e l'abbraccio tra i fratelli.
Nella nostra esistenza quotidiana siamo a volte il fratello che ha sbagliato, che ha toccato il fondo e si è reso conto del suo errore e torna indietro. Torna indietro perché sa che il padre lo riaccoglierà almeno come servo, ha almeno questa fiducia. E invece la parabola ci dice che, quando ci capita di fare grossi errori, il padre ci riaccoglie come figli e fa festa per noi e con noi. A volte siamo invece come il fratello che è rimasto a casa e si è sempre comportato bene. In tal caso, la parabola ci dice che la festa è anche per noi, che siamo anche noi invitati a festeggiare per il fratello ritrovato. E che faremmo un grosso errore a non volerlo come fratello solo perché ha sbagliato più di noi.
L’invito alla festa del perdono è per tutti, perché ha sbagliato di più e per chi ha sbagliato di meno. Ma è il padre che dà la festa, è il padre che invita. Se pensiamo di poter decidere noi chi sta dentro e chi sta fuori, finirà che rimarremo noi fuori, come il fratello maggiore.
Se invece riconosciamo fratelli e sorelle tutti e tutte coloro che il padre ha invitato, allora sarà una bellissima festa e nessuno rimarrà fuori.