domenica 27 maggio 2018

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 su Esodo 34,4-8 e Giovanni 3,16-18 a cura di Daniel Attinger

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 (festa della Trinità)
DIO MILLE VOLTE MISERICORDIOSO

Esodo 34,4-8
Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il Signore gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il Signore discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a Mosè, e gridò: “Il Signore! il Signore! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!” Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò.

Giovanni 3,16-18
Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo per mezzo di lui. Chi ha fede in lui non è giudicato; chi non ha fede è già giudicato, perché non ha avuto fede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Fratelli e sorelle, carissimi,
Dopo il tempo della quaresima, dopo i giorni della passione e della risurrezione di Cristo e dopo il grande cammino di gioia che ci ha condotti alla Pentecoste che ci ricorda che siamo abitati e plasmati da quello Spirito che dimorava in Cristo e che ora ci conforma a Lui, oggi noi ringraziamo il nostro Dio che misteriosamente conduceva tutti questi eventi e continua a condurli. Celebriamo la santissima Tri­nità, sprofondiamo nel mistero.
Attenzione però: questa festa non celebra un dogma che umanamente non ha senso, perché uno non può essere nel contempo uno e tre. Oggi invece, celebriamo il nostro Dio, il Vivente, Colui che suscita vita: vita che zampilla dalla fonte stessa dell’amore che è il nostro Dio. In lui, infatti, vi è come un movimento a spirale dove il Padre, l’Amante, ama il Figlio, l’Amato, attraverso lo Spirito Santo, l’Amore, e da lì quest’amore si diffonde e abbraccia l’universo intero.
Perciò ho pensato di riflettere oggi con voi sul testo dell’AT che abbiamo appena ascoltato e che dice, in modo diverso, per noi forse meno evidente, ciò che rivela l’evangelo che abbiamo letto. La proclamazione del nome di Dio davanti a Mosè è un testo celebre nell’ebraismo, che lo considera come la sua confessione di fede, un po’ come lo è per noi il credo. Ma se gli Ebrei raccontano il loro Dio con queste parole, dobbiamo poter anche noi raccontarlo con le stesse parole giacché il loro Dio è anche il nostro.
Il testo appartiene agli episodi centrali dell’Esodo, quando Dio dona a Israele, accampato ai piedi del Sinai, la sua Legge. La risposta del popolo, non immediata, ma comunque abbastanza ravvicinata, a questo dono fu la richiesta, fatta ad Aronne, fratello di Mosè: “Fa’ per noi un dio che cammini alla no­stra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto” (Es 32,2). Aronne fece quindi preparare il vitello d’oro che provocò l’ira del Signore. Mo­sè s’interpose con veemenza e ottenne il perdono di Dio, perché, come dice il Signore poco prima del nostro testo: “A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia” (33,19). La proclamazione del nome del Signore che abbiamo ascoltato oggi è la spiegazione o l’illustra­zione di questa dichiarazione paradossale. La dico paradossale, perché Dio non mette in bilancia mise­ricordia e collera, come ci aspetteremmo, ma misericordia da un lato e pietà dall’altro. In Dio quindi c’è spazio solo per la tenerezza e per l’amore nei confronti delle sue creature. Ecco ciò che sot­tolinea anche l’affermazione di Dio come uno in tre persone: in lui non c’è altra unità se non quella dell’amore e della comunione.
Se ora ascoltiamo il Signore che proclama il suo nome davanti a Mosè, vediamo che dice sostan­zialmente la stessa cosa:
Il Signore! il Signore! (da sempre il tetragramma divino è associato alla misericordia di Dio), il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato.
Davvero, poiché Dio è amore, non c’è in lui nulla che non sia riflesso della sua bontà e della sua tenerezza.
Direte però: “Va bene, ma perché non cita la proclamazione di Dio fino alla fine? Ciò che segue, infatti, non va proprio in quella direzione!”. Anzitutto potrei rispondere che ho un precedente illustre: Gesù stesso. Quando fece la sua prima predicazione a Nazareth, ha anch’egli tagliato un pezzo del testo che leggeva. Ricordate! Gesù ha letto: “Lo Spirito del Signore è su di me perché mi ha consacrato per portare ai poveri il lieto annuncio …, per rimettere in libertà gli oppressi e per proclamare l’anno di gra­zia del Signore”, e si è fermato là, mentre il testo continuava dicendo: “e per promulgare il giorno di vendetta del Signore!” (Is 61,2).
Si vede che a Gesù non piaceva parlare della vendetta di Dio e quindi si è fermato prima. Potrei quindi fare anch’io la stessa cosa nella grande proclamazione di Dio a Mosè, e attenermi al Dio che è solo misericordia e perdono. Non lo farò, e quindi continuerò la lettura, fino alla fine della dichiarazio­ne di Dio. Ma siamo attenti a ciò che dice.
Ma [Dio] non terrà il colpevole per innocente; punisce (letteralmente: visita) l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!.
In queste condizioni, dov’è finito l’amore di Dio che sembrava illimitato? Forse il Signore si ri­mangia la sua promessa? No! Di certo! Ma allora, come capire la conclusione della proclamazione del nome di Dio?
In un primo tempo, Dio rivela l’immensità del suo amore; è l’inizio della dichiarazione: Dio è mi­sericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà, pronto a perdonare fino a mille generazioni … È anche ciò che Gesù ricorda nell’evangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unige­nito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Qui Gesù rivela che Dio ci ama tanto che se deve scegliere tra la sua e la nostra vita, preferisce che viviamo noi piuttosto che lui. Nel Figlio, infatti, è Dio che accetta di morire, perché il Figlio non è altro che Dio stesso, ma Dio “mortale” poiché in lui Dio si è fatto pienamente umano.
Questo significa forse che possiamo fare qualunque cosa? Proprio qui interviene la fine della pro­clamazione del nome di Dio: “… non tiene il colpevole per innocente, anzi punisce fino alla terza e alla quarta genera­zione”. Non per cancellare la sua misericordia, ma per precisarla. Dio è misericordia, perdono e amore, ma non è cieco. Vede il peccato, odia il peccato, e quindi punisce il peccatore, ma attenzione: se i pec­catori sono puniti fino alla terza o alla quarta generazione, essi stessi sono in realtà sommersi, nel con­tempo, dall’oceano di misericordia che si estende su mille generazioni. Dio non è farmacista per misu­rare ogni singolo grammo di peccato e dargli il contraccambio in punizione: è tre volte santo e quindi mille volte misericordioso. Paolo direbbe forse a questo punto: ciò che la legge non poteva fare, distin­guere cioè il peccato dal peccatore, Dio l’ha realizzato in Cristo: attraverso di lui, infatti, Dio ha condan­nato il peccato e salvato il peccatore.
Allora, restando attenti alle visite di Dio, cerchiamo di essere sempre testimoni del suo amore. A lui, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, ogni onore e gloria, ora e per i secoli dei secoli.
Amen.




lunedì 23 aprile 2018

Predicazione di domenica 22 aprile 2018 su alcuni Salmi a cura di Marco Gisola - Culto con la scuola domenicale

Biella, 22 aprile 2018
I salmi – culto con scuola domenicale


Con i bambini abbiamo fatto un piccolo percorso sui Salmi, così come ce lo ha proposto la rivista “La scuola domenicale”.
I salmi sono antiche preghiere del popolo di Israele che sono state raccolte e ci sono state tramandate: nell’AT ne abbiamo una raccolta di 150! queste preghiere venivano probabilmente cantate e purtroppo non possiamo sapere come venivano cantate perché ci sono arrivati i testi ma non la musica.
I salmi sono preghiere, quindi parole umane rivolte a Dio. Ma sono nella Bibbia e quindi in qualche modo sono anche parola di Dio. Potremmo dire che sono una specie di scuola di preghiera.
La nostra rivista della scuola domenicale ci ha proposto di leggere alcuni salmi abbinando ogni salmo a una emozione.
Che cosa sono le emozioni? Sembra facile rispondere e invece non è così facile! l’emozione è ciò che si prova in un determinato momento a causa di qualcosa ed è qualcosa di diverso dallo stato d’animo o dal sentimento.
Il sentimento è qualcosa che dura nel tempo, per esempio amo una persona e questo amore dura nel tempo oppure sono amico o amica di qualcuno e anche questo è un sentimento che dura nel tempo.
L’emozione invece è quella che provo a volte in modo improvviso per una causa precisa. Per esempio: non c’è dubbio che i vostri genitori vi vogliano bene e questo è un sentimento che dura per sempre.
Però può capitare che i vostri genitori si arrabbino con voi, per esempio perché la vostra camera è leggermente in disordine…! La rabbia è un’emozione che non elimina il sentimento dell’amore, dell’affetto del genitore o dell’amicizia.
La rabbia accade per qualche ragione in un momento preciso: la rabbia per il disordine della stanza; la gioia perché giocando a calcio o a basket si è fatto un goal o un punto.
I salmi sono pieni di emozioni, perché chi prega nella preghiera ci mette se stesso, ci mette quindi le proprie emozioni. Nei salmi che abbiamo letto abbiamo incontrato gioia, paura, rabbia, tristezza… tutte le emozioni più umane che ci siano, e ovviamente abbiamo anche incontrato sentimento o stati d’animo che invece durano nel tempo, come la fiducia, che è un elemento che torna in quasi tutti i salmi.


Il primo salmo che abbiamo letto è il salmo 30 ed è un salmo di gioia. Leggiamo i salmi in una versione un po’ semplificata che ci ha proposto la nostra rivista.


Salmo 30 – Gioia

Signore Dio ti voglio lodare ti voglio festeggiare
perché quando stavo male mi sono lamentato, gridando e tu mi hai guarito.
stavo così male da sentirmi come morto e tu mi hai dato nuova vita.
Cantate tutti al Signore, voi che lo amate, e fate festa perché lui è Santo.
Talvolta si è arrabbiato con me per un momento, ma la sua bontà dura per tutta la mia vita.
Se la sera piangevo ancora, la mattina la gioia era ritornata.
Stavo bene e pensavo tra me e me «non corro alcun pericolo».
O Signore sei stato tu a rendermi forte,
ma quando ti sei nascosto da me, mi sono sentito abbandonato.
Ho gridato a te, ti ho pregato di ascoltarmi e di venirmi in aiuto.

Tu hai cambiato il mio dolore in danza.
Mi hai tolto il vestito della tristezza e mi hai messo il vestito della festa,
mi hai rivestito di gioia, così che io possa sempre lodarti senza mai tacere.
O Signore, mio Dio, io ti celebrerò per sempre.
Farò sempre festa per te.



Leggendo il salmo abbiamo visto che nelle sue parole vengono espresse molte emozioni, ma che l’emozione prevalente, quella che c’è di più, è la gioia.

La gioia in questo salmo ha una causa: la ragione della gioia è che qualcosa che andava male poi si trasformato in bene: “quando stavo male mi sono lamentato, gridando e tu mi hai guarito”.

Prima della gioia c’era il dolore e il dolore fa gridare. Il salmista grida; non ci viene detto perché, che cos’è che lo fa soffrire. Sappiamo solo che a un certo punto il suo dolore se ne va. Qualche volta nella vita le cose brutte passano e ne arrivano di belle, qualche volta, grazie a Dio, le cose cambiano!

“Ho gridato a te, ti ho pregato di ascoltarmi e di venirmi in aiuto”. Nella preghiera possiamo esprimere il nostro bisogno di aiuto. È una cosa difficile a volte chiedere aiuto, vorremmo farcela da soli, vorremmo non aver bisogno di aiuto e quando ne abbiamo bisogno non sempre lo riconosciamo.

Si può chiedere aiuto ai genitori, ai nonni, agli amici… si può chiedere aiuto anche a Dio. Si può chiedere di ridarci la gioia, di aiutarci a vedere le cose con ottimismo e con fiducia.

Al salmista succede qualcosa di bello e ringrazia Dio:

“Tu hai cambiato il mio dolore in danza. Mi hai tolto il vestito della tristezza e mi hai messo il vestito della festa”.

Usa questa bella immagine del cambiarsi vestito. È solo un’immagine ovviamente, trasformare la tristezza in gioia non è così facile come cambiarsi un vestito.

Ma forse l'immagine del vestito ci vuol dire che è cambiato davvero qualcosa, il salmista non è più lo stesso, non è più uguale a prima, ora ha un vestito che serve per danzare e per fare festa.

Dio gli ha dato la forza, le cose sono cambiate e ora può danzare a fare festa. Il salmista sa bene che le cose nella vita non vanno sempre bene, che a volte vanno anche male e a volte anche molto male. A un certo punto ha anche pensato che Dio lo avesse abbandonato.

Ma ha avuto fiducia e ha saputo attendere, finché Dio gli ha tolto il vestito della tristezza e gli ha messo quello della festa.

Questo salmo ci insegna a chiedere aiuto quando le cose vanno male e a ringraziare il Signore quando le cose brutte passano e ritorna la gioia.




Salmo 13 - paura
Fino a quando, o Dio, ti dimenticherai di me?
Sarà forse per sempre?
Fino a quando ti nasconderai da me?
Fino a quando avrò così tanta paura e sarò triste per tutto il giorno?
Fino a quando i miei nemici combatteranno contro di me?

Guarda, rispondimi, o Signore, mio Dio!
Mostrami come posso andare avanti, perché ho paura
e non succeda che il mio nemico dica: “l’ho vinto!”

Quanto a me, io ho fiducia nella tua bontà:
il mio cuore pieno di gioia perché tu mi salvi dai miei nemici.
A Te canterò, Signore, perché mi hai fatto del bene.



Nel salmo 13 ritorna due volte la parola “paura”. La paura è l’emozione più umana che ci sia; solo nei film e nei cartoni animati ci sono eroi che non hanno mai paura. Tutti gli esseri umani invece hanno paura, anche quando non lo vogliono ammettere.
E allora parlando di questo salmo con i ragazzi/e siamo partiti dalle nostre paure: la paura del buio, la paura di certi animali, la paura di stare da soli, soprattutto se è buio. Stare soli al buio, sapere che non c’è nessuno e che non puoi vedere quello che succede intorno e te … questo fa veramente paura!
Anzi, spesso la paura coincide proprio con il senso dell’abbandono, infatti il salmo inizia proprio con le parole “Fino a quando, o Dio, ti dimenticherai di me?”. Il salmista si sente abbandonato da Dio e si chiede – anzi no: lo chiede direttamente a Dio: ti sei forse dimenticato di me?
Quattro volte nel salmo torna la domanda “fino a quando?” è una serie di domande rivolte a Dio, che sono in fondo riassumibili in una domanda sola: ci sei ancora? Io ho paura, e tu dove sei?
A volte la paura ci porta a chiuderci in noi stessi, tutto ci fa paura e forse ci vergogniamo di avere paura e ce la teniamo per noi. Nel salmo questo non accade:
il salmista esprime tutta la sua paura – e tutte le altre sue emozioni e stati d’animo, come la tristezza – e la dice a Dio.
Si sa che quando si sta male è meglio tirare fuori il proprio dolore, piuttosto che tenerselo dentro. Il salmista lo fa con Dio, tira fuori la sua paura e la confida al Signore.
Questo salmo ci insegna a non vergognarci di avere paura; con un gioco di parole potremmo dire: ci insegna a non avere paura di avere paura, a non avere paura di esprimere la nostra paura.
Di nuovo, lo si può fare con i genitori, con gli amici e anche con Dio. E di nuovo il salmo termina con una parola di fiducia e di gioia. La paura è sconfitta da che cosa? Non dal coraggio, ma dalla fiducia. Potremmo dire che nella Bibbia il coraggio si chiama fiducia.
La Parola di Dio oggi non ci invita a essere coraggiosi, ma a essere fiduciosi. Il coraggioso è chi non ha paura (ma non esiste chi non ha mai paura, può esserci chi ha più o meno paura di una certa cosa, ma non c’è qualcuno che non ha mai paura).
Il salmista ha paura, e alla fine del salmo non trova il coraggio, ma trova la fiducia. Il coraggio – se ce l’ho – è una cosa tutta mia, e nessuno – ripeto – ha così tanto coraggio da non avere paura di nulla.
La fiducia invece è relazione, è fiducia in qualcuno, è fiducia in Dio che non ti lascia solo.
Ecco il messaggio che ci viene da questo salmo: Non avere paura di avere paura, confidala al tuo Signore e cerca in lui la fiducia che scaccia la paura.


Salmo 109 – rabbia

Mio Dio, non tacere,
perché quelli che non credono in te
hanno aperto la bocca disonesta contro di me.
Hanno raccontato tante bugie su di me.
Mi odiano e mi fanno guerra senza motivo.
Come ricompensa della mia amicizia mi accusano
e io non faccio altro che pregare.
Mi rendono male per bene e ricambiano il mio amore con odio.

Chiama contro di loro qualcuno ancora più malvagio.
Vorrei che stessero male, loro e tutta la loro famiglia.
Vorrei che non avessero più una casa, né da mangiare
e che nessuno faccia loro del bene.
Signore, ricordati sempre del male che hanno fatto.
Ma tu Signore vieni ad aiutarmi, salvami, perché sei buono e mi ami.

Io sono piccolo e povero e il mio cuore è in ansia.
Mi sento dissolvere come un ombra della sera.
Mi cacciano via come una cavalletta.
Le mie ginocchia tremano.

Aiutami, o Signore! Loro maledicono, ma Tu benedici.
I miei nemici saranno avvolti di vergogna come in un mantello.
A voce alta festeggerò il Signore e canterò la sua lode in mezzo a tutti.
Perché lui sta accanto ai poveri per salvarli dai loro nemici.


A volte nei salmi troviamo cose che non vorremmo trovare. Troviamo tante parole belle e dolci, ma anche spesso parole dure, che non vorremmo trovare nella Bibbia.
Come per esempio, parole di rabbia. Una preghiera piena di rabbia stupisce. Eppure nei salmi c’è, come il salmo che abbiamo letto, quando il salmista, parlando dei suoi nemici, dice: “Vorrei che stessero male … Vorrei che non avessero più una casa, né da mangiare...”
Perché questa rabbia? Questa rabbia è conseguenza di un’ingiustizia subita, un’ingiustizia che ha fatto molto male.
L’ingiustizia produce molte emozioni, prima di arrivare alla rabbia; Infatti il salmista dice:
Io sono piccolo e povero e il mio cuore è in ansia. Mi sento dissolvere come un ombra della sera.
Mi cacciano via come una cavalletta. Le mie ginocchia tremano.

Ansia, paura, sensazione di essere cacciato via come una cavalletta fastidiosa, come quando una mosca ci gira intorno e noi la mandiamo via con un gesto della mano!
Chi fa questa preghiera prova tutte queste emozioni negative, si sente come una cavalletta cacciata via...
Sono queste sensazioni che fanno nascere la rabbia. La rabbia nasce dentro di noi senza che noi la cerchiamo, come un piccolo vulcano che nasce nella pancia, che comincia a ribollire. In qualche modo il vulcano deve eruttare e allora escono parole dettate dalla rabbia.
E allora forse anche qui abbiamo una piccola lezione da imparare: dire a Dio la nostra rabbia prima che essa si sfoghi contro qualcun altro.
A Dio possiamo anche dire quelle parole che di solito non ci piace leggere nella Bibbia, come le parole vendicative che abbiamo letto qui. Possiamo dirgli la nostra rabbia e chiedergli giustizia.
E in un secondo tempo, sbollita la rabbia, possiamo chiedergli anche di non essere vendicativi come avremmo voluto essere quando la rabbia è stata più forte di ogni altra cosa.
Ma chiedere a Dio aiuto per superare le ingiustizie – quelle che subiamo noi o quelle che vediamo accadere nel mondo – questo nella nostra preghiera lo possiamo senz’altro fare.



Salmo 56 - tristezza
Dio aiutami, perché molti uomini mi combattono e mi perseguitano tutti i giorni.
Quando ho paura, io confido in te.
Confido in Dio e non avrò paura.
Che mi può fare la morte?
Gli altri fraintendono sempre le mie parole;
vogliono solo farmi del male.
Si riuniscono per spiare i miei passi, vogliono togliermi la vita.
Fai tu a loro così male come fanno a me!
Tu conti i passi della mia vita; raccogli le mie lacrime nell'otre tuo,
non le registri forse nel tuo libro?
Io so che Dio è per me.
Loderò la parola di Dio, loderò la parola del Signore.
In Dio ho fiducia. che potranno farmi gli uomini?



Questo salmo è la preghiera di una persona triste, che si sente minacciata dai suoi nemici che vogliono addirittura togliergli la vita. In questa profonda tristezza, però, sa che non è solo: “Io so che Dio è per me”, cioè dalla mia parte; e per parlare di Dio usa un’immagine molto bella:
Tu conti i passi della mia vita; raccogli le mie lacrime nell'otre tuo, non le registri forse nel tuo libro?
Dio conta i nostri passi e raccoglie le nostre lacrime, anzi le registra nel suo libro. Il salmo dice che Dio prende nota di tutte le lacrime che versiamo. un’immagine molto tenera di Dio, direi un’immagine materna di Dio.
Proprio questa fiducia troviamo nelle parole finali del salmo: poiché sa che Dio arriva addirittura a contare e a raccogliere le sue lacrime, il salmista può dire “in Dio ho fiducia. Che potranno farmi gli uomini?”. La fiducia in Dio è più forte di ogni altra cosa.
Da un’immagine di tenerezza di Dio che raccoglie le nostre lacrime, passiamo a un’altra immagine, l’immagine di cura che ci regala uno dei salmi più amati, il salmo 23:


Salmo 23 – speranza, fiducia, lode
Dio è il mio pastore: nulla mi manca.
Mi fa riposare sui prati più verdi e mi guida verso acque tranquille.
Fa bene all'anima mia.
Mi conduce sul giusto sentiero.
Anche se camminassi nella valle scura,
di nulla avrei paura, perché tu sei con me, tu mi dai sicurezza.
Tu prepari per me una tavola apparecchiata festa e mi riempi il bicchiere di gioia.
Certo la tua bontà e il tuo amore mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita
e io abiterò nella casa di Dio per sempre.


Questo salmo esprime in modo molto intenso quello che abbiamo ritrovato un po’ anche negli altri, soprattutto nelle parti finali degli altri e della maggior parte dei salmi: la fiducia.
Tutto il salmo è una confessione di fiducia; la fiducia è espressa in molti modi diversi, e subito con l’espressione “Dio è il mio pastore”: questa frase esprime che Dio è qualcosa di diverso da me, come un pastore è diverso dalle pecore, quindi che può fare per me quello che io non posso fare. Ed esprime che il pastore è lì per me: Dio è il mio pastore.
E se è Dio a guidarmi nulla mi manca. Ho tutto quello che mi serve; non tutto quello che voglio, ma quello che mi serve (che sono cose un po’ diverse…!).
Ho tutto quello che mi serve, ma il salmo non nega e non tace i momenti difficili. Parla della valle scura, attraverso cui il pastore deve condurre il gregge e che è immagine dei momenti difficili della vita.
Ma proprio quando parla della valle scura, il salmista esprime il centro della sua fede: «Anche se camminassi nella valle scura, di nulla avrei paura, perché tu sei con me». Tu sei con me, quindi non ho paura.


Ricordate che l’altro salmo che abbiamo letto diceva “ho paura”. Questo dice: se tu sei con me, non ho paura.
Questa è la fiducia: so che tu, Dio, sei con me e quindi non ho paura della valle scura, perché tu non mi lasci solo ad attraversarla, ma mi accompagni, vieni con me e mi porti fuori dall’oscurità.


Due cose, per riassumere e concludere, possiamo portarci a casa oggi dalla lettura di questi salmi:
- la prima è che quando ci rivolgiamo in preghiera a Dio possiamo dirgli veramente tutto. Possiamo dirgli la nostra gioia, ma anche la nostra paura, la nostra rabbia, la nostra tristezza. Possiamo non avere segreti con Dio, non abbiamo bisogno di nasconderci e di nascondere le nostre emozioni.
- la seconda è che quello che quasi tutti i salmi ci dicono – anche quelli più di lamento - è che anche nella paura, nella rabbia e nella tristezza possiamo avere fiducia in Dio.
Non c’è paura così grande, non c’è rabbia così forte, non c’è tristezza così profonda che possano mettere in questione la nostra fiducia.
Possiamo dire a Dio tutta la nostra paura, senza perdere però la fiducia in lui; possiamo dirgli tutta la nostra rabbia, senza perdere la fiducia in lui; possiamo dirgli tutta la nostra tristezza, senza perdere la fiducia in lui.
In queste due cose – che a Dio possiamo dire tutto e esprimergli tutte le nostre emozioni, e che qualunque cosa stiamo vivendo possiamo mantenere la fiducia in lui – sta la grande lezione della scuola di preghiera che sono i salmi.
Che il Signore ci mantenga in questa libertà di dialogo con Dio e in questa fiducia nell’amore di Dio, che non viene mai meno.

lunedì 19 marzo 2018

Predicazione di domenica 18 marzo 2018 su Numeri 21,4-9 a cura di Marco Gisola

Numeri 21,4-9
4 Poi gli Israeliti partirono dal monte Or, andarono verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; durante il viaggio il popolo si perse d'animo. 5 Il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, e disse: «Perché ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c'è né pane né acqua, e siamo nauseati di questo cibo tanto leggero». 6 Allora il SIGNORE mandò tra il popolo dei serpenti velenosi i quali mordevano la gente, e gran numero d'Israeliti morirono. 7 Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il SIGNORE e contro di te; prega il SIGNORE che allontani da noi questi serpenti». E Mosè pregò per il popolo. 8 Il SIGNORE disse a Mosè: «Fòrgiati un serpente velenoso e mettilo sopra un'asta: chiunque sarà morso, se lo guarderà, resterà in vita». 9 Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra un'asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.


Questo brano del libro dei Numeri è molto particolare ed è inserito nel nostro lezionario in questo tempo che precede la Pasqua perché Gesù stesso riprende questo racconto dell’AT nel vangelo di Giovanni nel dialogo con Nicodemo, al quale dice: «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». (Giovanni 3,14-15)
Nelle parole di Gesù in questo brano di Giovanni, Gesù stesso («Il figlio dell’uomo») si paragona al serpente innalzato da Mosè nel deserto. Il verbo “innalzare” nel vangelo di Giovanni ha un significato particolare e comprende sia la crocifissione (Gesù viene innalzato, cioè appeso, sulla croce), sia la resurrezione e il ritorno al Padre (Gesù sale al Padre, viene innalzato e torna nei cieli, da dove è venuto).
Quindi da un lato è difficile, per noi cristiani, leggere questo brano di Numeri senza pensare a Gesù, ma è anche vero che dobbiamo capire che cosa vuole dire questo racconto nel suo contesto, che si situa nel tempo molti secoli prima di Gesù.
Vediamo che cosa sta succedendo in quello che ci racconta il libro dei Numeri: il popolo di Israele sta facendo il suo lungo cammino nel deserto e, come è accaduto più volte, anche qui perde di nuovo la fiducia: non solo non si fida di Mosè, ma non si fida più nemmeno di Dio.
Il popolo è sfiduciato e scontento, è stufo della manna, che è «cibo troppo leggero»; insomma: quello che ha non gli basta, vuole di più. Il popolo non sta morendo di fame, ma vuole più cibo, o vuole altro cibo. Non chiede il necessario, ma chiede di più.
Inoltre, ha paura di morire - «Perché ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto?» - ma in effetti non sta morendo, sta faticando, questo è vero, per affrontare il lungo cammino verso la terra promessa, ma non è in pericolo.
E ogni volta che è stato in pericolo, che ha avuto fame, sete o che ha trovato sulla sua strada dei nemici, Dio lo ha salvato.
Dunque: Israele non ha tutto, non ha tutto quello che potrebbe desiderare, non ha ancora la terra promessa ma ha il necessario e ha Dio che lo accompagna nel cammino e lo aiuta ad affrontare ogni difficoltà che si presenta. Ma questo non gli basta, non gli basta il necessario e non gli basta l’aiuto di Dio.
Ha il necessario per camminare, ma forse non ha più voglia di camminare.
E allora si ribella a Dio: «ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto?». La morte non c’è, ma Israele la vede, la sente vicina, perché è morta la fiducia, è morta la fiducia in Dio.
Che cosa fa Dio? A Israele che non vede che morte, manda la morte, per mano – anzi per bocca - dei serpenti velenosi. Forse istintivamente ci sembra che Dio esageri: perché mandare uno strumento di morte contro il suo popolo, dopo che lo ha salvato così tante volte? Dio esagera? Dio è ingiusto?
Questa reazione che possiamo avere è naturale, ci dispiace che una parte del popolo muoia, ma in realtà non ha ragion d’essere. Non solo perché così facendo ci ergiamo a giudici di Dio, ma perché Israele stesso riconosce che Dio ha ragione; infatti va da Mosè e gli dice: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il SIGNORE e contro di te; prega il SIGNORE che allontani da noi questi serpenti».
Mosè prega, come gli è stato chiesto e Dio ascolta. Ascolta e esaudisce la preghiera, ma non come forse ci aspetteremmo e come ha fatto altre volte, per esempio quando il popolo aveva sete e gli ha dato immediatamente dell’acqua, facendola scaturire dalla roccia.
Questa volta Dio chiede a Mosè di costruire un serpente di bronzo e di metterlo sopra un bastone. Quando qualcuno sarà morso, se guarda il serpente di bronzo che è in cima al bastone non morirà.
Dietro questo fatto c’è un’idea che a noi sembra un po’ troppo magica, ma che nell’antichità era molto diffusa: se qualcuno soffriva a causa del veleno di una pianta o di un animale – come in questo caso – doveva guardare un’immagine di quella pianta o di quell’animale e questo poteva salvarlo dal pericolo.
Dunque, la preghiera degli Israeliti è esaudita, la salvezza c’è, ma non è automatica: bisogna guardare il serpente che Mosè costruisce su ordine di Dio. Guardare il serpente di bronzo non è un atto magico, ma è un atto di fiducia in Dio, e la fiducia si mostra nell’obbedienza a quello che Dio ha detto di fare.
Questo racconto ci dice quindi due cose: da un lato che la sfiducia porta alla morte e dall’altro che se si torna ad aver fiducia in Dio – fiducia che appunto si dimostra guardando il serpente – Dio sconfigge la morte e ridona la vita.
La sfiducia porta alla morte: nel racconto la morte è molto reale, nella nostra esperienza non ci sono serpenti che vengono a morderci, ma possiamo lo stesso sperimentare che una vita senza fiducia è una non-vita, una vita cui manca qualcosa di importante, una non-vita.
Nessuno basta a se stesso, e Israele nel deserto – benché fosse un popolo numeroso – non bastava a se stesso, non ce l’avrebbe fatta da solo. Israele ha bisogno di Dio, ma è necessario che Israele abbia fiducia in Dio, altrimenti diventa tutto inutile, altrimenti si rovina da solo.
Questo racconto ci dice addirittura che la mancanza di fiducia è morte. E dunque ci dice che la fiducia è vita; e la vita è fiducia. Gli Israeliti che vengono morsi dai serpenti velenosi – cioè quegli Israeliti che avevano perso la fiducia in Dio e si erano – senza accorgersene – cercati la morte da soli, quegli Israeliti che sono già stati morsi dai serpenti e sono in pericolo di vita, possono vivere guardando il serpente di rame, possono vivere cioè rimettendo la loro fiducia in Dio.
L’evangelo di questo strano racconto è che all’israelita morso dal serpente, all’israelita in pericolo di vita è data la possibilità di non morire, è data la possibilità di vivere, di essere salvato.
Questo racconto parla di esseri umani in pericolo e parla a esseri umani in pericolo. Se pensiamo che nella nostra vita sia tutto a posto l’evangelo non è diretto a noi.
L’evangelo è diretto a donne e uomini ribelli, ribelli perché sfiduciati, come gli Israeliti di questo racconto. E questo racconto dice chiaramente che nella sfiducia nei confronti di Dio sta la morte, la non vita, la vita morta, potremmo dire; e che nella fiducia in Dio sta la vita.
Questo racconto ci interpella ogni volta che pensiamo di non avere bisogno di Dio e vogliamo fare a meno di Dio; “era meglio in Egitto” è la frase di chi pensa di bastare a se stesso e di non avere bisogno di Dio. Meglio senza Mosè, senza esodo, senza libertà, senza Dio. È la voce del ribelle sfiduciato.
Al ribelle sfiduciato questo racconto dice: guarda il serpente, che ovviamente vuol dire: Guarda Dio. Volgi il tuo sguardo – ovvero la tua fiducia – verso Dio, e non verso l’Egitto. Ritorna a guardare a Dio e a fidarti e affidarti a lui e sarai salvato, la tua vita ritroverà senso e scopo.
Non è un caso che questo racconto sia ripreso da Gesù nel dialogo con Nicodemo. Siamo all'inizio del vangelo di Giovanni ma viene già chiaramente detto che cosa aspetta Gesù: l’innalzamento. Gesù sarà innalzato come il serpente di Mosè, dove innalzato – come abbiamo detto all’inizio – vuol contemporaneamente dire crocifissione e risurrezione, abbassamento al punto più basso dell’esistenza umana – la croce - e innalzamento alla gloria del Padre.
Questo racconto ci dice di guardare a Dio non quando siamo tristi – questo lo dicono altri testi – ma quando siamo ribelli e quando siamo colpevoli. E la sua rilettura cristiana che troviamo in Giovanni ci dice di guardare a Cristo quando siamo ribelli e quando siamo colpevoli.
E come il cammino di Israele non si è interrotto qui, ma è potuto proseguire fino alla terra promessa, così anche il nostro cammino, nonostante le nostre ribellioni, prosegue se lo rimettiamo ogni giorno nelle mani di Gesù, che per noi è stato innalzato, ovvero per noi è morto e risorto.

martedì 6 marzo 2018

Predicazione di domenica 4 marzo 2018 su Genesi 1,1-2,3 a cura del gruppo donne in occasione della Giornata mondiale di Preghiera delle donne

Genesi 1,1 – 2,3
1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra.
2 La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
3 Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.
6 Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». 7 Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. 8 Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.
9 Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l'asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l'asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.
14 Poi Dio disse: «Vi siano delle luci nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni; 15 facciano luce nella distesa dei cieli per illuminare la terra». E così fu. 16 Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle. 17 Dio le mise nella distesa dei cieli per illuminare la terra, 18 per presiedere al giorno e alla notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che questo era buono. 19 Fu sera, poi fu mattina: quarto giorno.
20 Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l'ampia distesa del cielo». 21 Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo era buono. 22 Dio li benedisse dicendo: «Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e si moltiplichino gli uccelli sulla terra». 23 Fu sera, poi fu mattina: quinto giorno.
24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu. 25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». 29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. 30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu. 31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.
2:1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta.


PREDICAZIONE
L’energia creatrice, l’intelligenza e l’amore di Dio sono al principio di ogni cosa. Egli creò tutto quanto era necessario alla vita con amore e, per questo amore contemplò la Sua opera e disse che era BUONA.
La Kabala ebraica narra che perchè il creato potesse nascere, Dio che di sè riempiva tutto, dovette fare un atto d’amore e ritrarsi per far spazio all’universo. L’uomo e la donna furono creati ad immagine di Dio e perciò noi abbiamo valore solo perchè Dio ci ama.
Un Midrash ebraico narra che Dio non creò la donna dalla testa dell’uomo perchè avrebbe potuto essergli superiore, non la creò dai suoi piedi perchè così avrebbe potuto essergli inferiore, ma la creò da una costola al suo lato perchè gli fosse compagna.
Il Signore ama l’umanità intera dando valore a ciscuna persona nella sua diversità. Egli ci ha donato la creazione che è bella e buona e noi ne siamo responsabili, noi dovremmo esserne i fedeli custodi. Ma fino a che punto siamo veramente coscienti di tutto ciò? Guardandoci attorno possiamo constatare come purtroppo abbiamo spesso fallito questo compito, come abbiamo depauperato e inquinato, sfruttando al massimo le riserve della terra producendo rifiuti e sprecando per avere il massimo profitto a beneficio di pochi e a scapito di molti. In una parte della terra si muore di fame mentre nell’altra si cura l’obesità. La nostra è un’insensata corsa a possedere sempre di più, martellati da una pubblicità che ci alletta con un infinità di prodotti, molti dei quali superflui. Dovremmo prendere coscienza che spesso dietro a molti di questi prodotti si nasconde lo sfruttamento minorile, lo sfruttamento di uomini e donne che per un pezzo di pane sopportano soprusi e violenze. E senza andare troppo lontano, anche da noi oggi si sfrutta chi lavora imponendo orari e ritmi faticosi per retribuzioni inique. Ciascuno di noi dovrebbe fare i propri acquisti in modo consapevole usando il più possibile prodotti equi e solidali, prodotti locali o di sicura provenienza.
Viviamo un tempo in cui non si riconosce più il valore delle cose, il rispetto per tutto ciò che ci circonda, il rispetto per l’altro, il rispetto per la vita. Tutto ciò non accadrebbe se iniziassimo a rispettare noi stessi ricordandoci che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, così come il nostro prossimo e che tutto quanto ci circonda è un suo dono d’amore.
Purtroppo di tutto questo l’umanità troppo spesso si dimentica inseguendo un’insensata e illimitata sete di potere su ogni cosa, tutto ciò può portare a sentimenti di prevaricazione uno sull’altro e alla violenza.
Violenza che quasi ogni giorno si esercita sulle donne, vittime di femminicidio.
Gesù ha innalzato le donne ma il mondo maschile non ha recepito il suo messaggio e per secoli esse sono state tenute in gradi diversi di sudditanza. Oggi finalmente le donne stanno trovando il coraggio di ribellarsi, almeno nell’occidente cristiano. Rivendicando i loro diritti troppo spesso calpestati, le pari opportunità di lavoro e retribuzione e non volendo essere considerate oggetto di possesso degli uomini, denunciando molestie e violenze familiari, prendendo coscienza del loro giusto posto nella società. Non dovremmo mai dimenticare quello che il Signore fece alle donne come loro personale dono, essere coloro che generano e custodiscono la vita. Quindi rispettando noi stessi e tutte le creature, rispetteremo il dono buono che Dio ci ha fatto e lo glorificheremmo.
Il Signore riposò il settimo giorno dalla sua opera, dopo la fatica volle che ogni cosa riposasse, ci donò un giorno per meditare, per coltivare i nostri affetti, per godere a pieno della bellezza della natura, per restare in comunione con Lui ringraziandolo per tutto quello che ci ha donato.
“Tutta la creazione di Dio è buona”. Amen