martedì 14 agosto 2018

Predicazione di domenica 12 agosto 2018 su Galati 2,16-21 a cura di Marco Gisola

Galati 2,16-21

(11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori,)
16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.


1. Eccoci qui al centro di quello che potremmo chiamare l’“evangelo secondo Paolo”: la giustificazione per fede. La seconda metà del capitolo 2 della lettera ai Galati è quella in cui Paolo enuncia la sua interpretazione dell’evangelo, utilizzando appunto l’espressione “giustificazione per fede”.
Paolo prende spunto da un “incidente diplomatico” che era avvenuto tra lui e Pietro e che racconta ai Galati nei versetti che abbiamo ascoltato: Pietro e Paolo erano ad Antiochia, una città fuori dalla Palestina importante per la prima generazione cristiana, perché da lì partivano le missioni in terra pagana.
Pietro era venuto ad Antiochia da Gerusalemme e si era adattato all’uso per cui tutti i cristiani mangiavano insieme, non si faceva più distinzione tra cristiani provenienti dall'ebraismo, come Pietro e Paolo appunto, e cristiani provenienti dal paganesimo.
La legge di Mosè diceva che bisognava evitare la comunione di mensa con i pagani e nei primi anni del cristianesimo a Gerusalemme questa legge valeva anche nei confronti dei pagani convertiti al cristianesimo.
Pietro invece, ad Antiochia, si sente libero di mangiare con loro. Ma quando arriva qualcuno da Gerusalemme, non sappiamo bene se in visita o con lo scopo di controllare come vanno le cose ad Antiochia, Pietro fa un passo indietro, non mangia più con i cristiani provenienti dal paganesimo. Rompe la comunione di mensa con loro.
Paolo davanti a questo atteggiamento si arrabbia moltissimo e lo rimprovera pubblicamente. Il testo indicato per oggi, è quello in cui Paolo spiega perché questo passo indietro di Pietro è stato per lui così grave.
Qui Paolo dice che è una questione di fede: c’è una ragione ben precisa per cui Pietro sbaglia a rompere la comunione di mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo: la ragione è il fatto che siamo giustificati per fede e non per opere e quindi non è più la legge che determina la nostra vita.
Pietro ha fatto il suo passo indietro per timore del giudizio di quelli di Gerusalemme, perché così facendo non aveva osservato la legge. Ma non è l’osservanza della legge che ti salva, dice Paolo, è la fede nella grazia.
Non è il tuo sforzo di essere perfetto che ti salva, ti salva l’amore di Dio che ti ama imperfetto; anzi non solo imperfetto, ma colpevole.
Tutti siamo d’accordo nel dire che non siamo perfetti, ma il discorso biblico è molto più radicale: siamo colpevoli, siamo responsabilmente colpevoli e questa colpa non può essere “espiata” dalla nostra obbedienza, ma può solo essere perdonata dalla grazia di Dio.
L’obbedienza seguirà la grazia, sarà una conseguenza, una reazione alla grazia, non una condizione alla grazia.
Questa è la cosiddetta “dottrina della giustificazione per fede”, che come vediamo per Paolo è tutt’altro che una teoria, ma ha conseguenze molto, molto pratiche: è quella che, per esempio, permette la comunione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo e i cristiani provenienti dal paganesimo. È quella che lo spingerà a dichiarare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo.
La dottrina della giustificazione per fede è stata rimessa al centro della riflessione dalla Riforma. Su questo vorrei solo leggervi una frase di un biblista cattolico, che mi sembra molto importante:
La giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. (Claudio Doglio)

2. Paolo sa che questa sua idea incontra molte obiezioni e allora se ne pone una lui stesso, anticipa una critica che probabilmente gli è stata mossa più volte: «Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato?»
Detto in altre parole: se Cristo giustifica il peccatore, vuol dire che allora peccare va bene e che anzi la dottrina della giustificazione diventa addirittura un incentivo a peccare? È un’obiezione molto comune: se in Cristo il mio peccato è giustificato, allora posso tranquillamente peccare, il peccato non è più un problema!
La risposta di Paolo è netta: «No di certo!». Chi fa questa obiezione fraintende completamente la giustificazione per fede: Dio giustifica – cioè perdona – il peccatore, non il suo peccato. Il peccato è condannato, il peccatore è salvato.
Il peccato rimane un problema, eccome! Rimane un grave problema, rimane condannato. È il peccatore che non è condannato, è giudicato – perché è peccatore e quindi è giudicato peccatore – e la sentenza è: colpevole!
Colpevole, ma graziato: questo è ciascuno e ciascuna di noi. Lo straordinario non è che siamo colpevoli: questa è la norma, quante volte feriamo il nostro prossimo, lo giudichiamo, lo ignoriamo, lo emarginiamo, lo trattiamo diversamente da come Cristo vorrebbe. Questa è l’ordinario.
Lo straordinario è che se ci riconosciamo colpevoli, se ci riconosciamo meritevoli di condanna, la condanna non c’è. C’è la sentenza: colpevole! Ma c’è la grazia: colpevole graziato, dunque libero!
Pietro era libero di mangiare con i cristiani provenienti dal paganesimo e quando ha fatto quel passo indietro per una umanissima paura ha rinunciato alla libertà che Cristo gli aveva dato. Per questo Paolo si arrabbia così tanto.
La colpa di Pietro è umanissima, non dobbiamo certo accanirci contro Pietro perché Pietro siamo noi: quante volte temiamo il giudizio altrui, quante non siamo completamente liberi?
La colpa di Pietro è, per mancanza di libertà, quella di rompere la comunione con altri cristiani. Pietro, rinunciando alla sua libertà, «riedifica» ciò che Cristo ha demolito e questa è la sua colpa.


3. La seconda parte del brano è tutta incentrata sulle parole vita – morte. Sono frasi un po’ ermetiche, su cui gli studiosi dibattono molto … «sono morto alla legge affinché io viva per Dio»: non vivo più per la legge, ovvero non è più l’osservanza della legge che mi dà la vita, la vita me la dà Dio, in Cristo.
La legge non mi dà la vita e non è nemmeno più lo scopo della mia vita. L'origine e il senso della mia vita, delle mie scelte piccole e grandi non è più nella legge, ma in Cristo, cioè nella grazia e dunque nella gratuità. Non nel tornaconto sta la ragione delle mie scelte, ma nella gratuità.
E poi prosegue in modo ancora più paradossale: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». È un’immagine, per dire che la mia vita non è più mia. Non è più mia perché è stata riscattata dalla morte di Cristo, e dunque mi è stata ri-donata, è come se fossi ri-nato, quindi è una nuova vita che non vivo più da solo, ma che vivo con Cristo che vive in me, che con il suo Spirito e la sua Parola vuole entrare in me e trasformare la mia esistenza.
E poi Paolo torna con i piedi per terra: «La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Io vivo la mia vita nella carne, cioè nella mia piena umanità, come tutti gli esseri umani (nel caso che la frase «Cristo vive in me» potesse far pensare a qualcuno che la vita dei credenti fosse diversa da tutte le altre).
Ma questa vita che vivo nella carne, esattamente come tutti gli esseri umani, la vivo nella fede. Per questo è nuova, è nuova ogni volta che riesco a vivere nella fiducia, a vivere di fiducia. È la fiducia che fa la differenza, è la speranza che fa la differenza e rende la vita del credente diversa da una vita senza fiducia e senza speranza.
E che cos’è che dà fiducia e dà speranza? In chi è riposta questa fiducia? «nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Pare sia l’unico passo del NT in cui venga detto che Cristo «ha dato se stesso per me», al singolare.
Cristo è morto e risorto per tutti/e, quindi è morto e risorto per me, e per te, personalmente. Il fatto che sia morto per tutti non sminuisce il fatto che sia morto per me e per te.
In colui che è morto per me ripongo la mia fiducia, dice Paolo. E dicendo questo vuole che anche tu riponga la tua fiducia in colui che è morto per te.

4. Nell’ultima frase Paolo ritorna al punto centrale, quello che sta discutendo con i Galati sulla base dell’esempio di ciò che è accaduto con Pietro ad Antiochia: «Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente».
Cristo è morto per me, ha appena detto Paolo. È questo sufficiente per la mia salvezza? Il fatto che Cristo è morto per te è sufficiente per la tua salvezza?
Se non fosse sufficiente, dice Paolo, se ci volessero ancora le opere della legge, se la morte di Cristo non bastasse, ciò vorrebbe dire che Cristo è morto inutilmente.
Se alla croce io devo ancora aggiungere le mie opere, allora la morte di Cristo non basta. È una delle affermazioni più sintetiche dell’apostolo Paolo riguardo alla conseguenza del rifiuto della “dottrina” della giustificazione per fede: se la croce non basta, la morte di Cristo è stata inutile.
Non ci sono vie di mezzo: o la mia salvezza dipende da me oppure dipende da Cristo. Una terza via non c’è. O Dio ha fatto tutto, oppure, se ciò che Dio ha fatto in Cristo non basta, è come se non avesse fatto nulla, perché, di fatto, non basta.
Paolo ritorna al punto centrale che era appunto la giustificazione per fede e dunque la libertà. Se Dio ha fatto tutto per la mia salvezza, sono libero. Se Dio non ha fatto tutto per la mia salvezza non sono libero, sono prigioniero della necessità di salvarmi con le mie opere.
Se invece Dio ha fatto tutto, sono libero. Libero prima di tutto di riconoscere la mia colpa, di farci i conti e di elaborarla. Se invece devo salvarmi da solo, rischio di rimuovere la mia colpa e di pensare di poterla cancellare con qualche buona opera.
Ma se è la grazia di Dio che mi salva, la mia colpa non mi schiaccia più e posso quindi innanzitutto portarla davanti a Dio senza paura, e poi posso affrontarla e cercare di elaborarla chiedendo perdono non solo a Dio ma anche a chi ho fatto del male.
Ecco qui dunque il centro dell’evangelo così come ce lo presenta l’apostolo Paolo: l’evangelo della grazia, l'evangelo della libertà, l'evangelo della fiducia nel Dio che ha fatto tutto per la nostra salvezza, ovvero per darci una vita nuova, in cui siamo ogni giorno messi davanti alla nostra colpa e al nostro perdono, alla condanna da un lato e alla grazia dall’altro.
Nella certezza che la grazia è più forte della colpa e quindi anche della condanna e che così Dio ci grazia, appunto, e ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita nella libertà e nell’obbedienza.
Il Signore ci dia di ricevere questo evangelo con riconoscenza e con gioia.


lunedì 6 agosto 2018

Predicazione di Domenica 5 agosto 2018 su Isaia 61,1-12 a cura di Marco Gisola

Isaia 62, 1-12

Per amor di Sion io non tacerò, per amor di Gerusalemme io non mi darò posa,
finché la sua giustizia non spunti come l’aurora, la sua salvezza come una fiaccola fiammeggiante.
Allora le nazioni vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore pronunzierà;
sarai una splendida corona in mano al Signore, un turbante regale nel palmo del tuo Dio.
Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione,
ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata;
poiché il Signore si compiacerà in te, la tua terra avrà uno sposo.
Come un giovane sposa una vergine, così i tuoi figli sposeranno te;
come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio.
Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del Signore, non abbiate riposo, non date riposo a lui,
finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra.
Il Signore l’ha giurato per la sua destra e per il suo braccio potente:
«Io non darò mai più il tuo frumento per cibo ai tuoi nemici; i figli dello straniero non berranno più il tuo vino, frutto delle tue fatiche; ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il Signore; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario».
Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo!
Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!
Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.



La Bibbia ci racconta la storia della giustizia e dell’amore di Dio e spesso sono proprio i profeti a raccontarci questa storia nel modo più appassionato. Appassionato e, per noi – almeno per me – complicato; complicato per due ragioni: primo, perché le parole dei profeti si intrecciano strettamente con i fatti storici, con ciò che sta accadendo nel popolo di Israele e al popolo di Israele e che coinvolge anche altre popolazioni vicine.
Secondo, perché il loro linguaggio è spesso poetico, quindi difficile, pieno di immagini che solo gli studiosi del testo ebraico ci sanno sviscerare. Oltre a ciò, ci complica la lettura di questo lungo libro profetico il fatto che probabilmente il libro di Isaia è frutto dell’unione di testi di epoche e autori diversi che qualcuno ha messo insieme.
La prima parte del libro è la più antica, mentre la seconda, quella che ci interessa oggi, è riferita al periodo dell’esilio in babilonia e del ritorno dall'esilio.
Che cosa era successo? Per capire il profeta, dicevamo, bisogna dare un’occhiata ai fatti storici a cui si riferisce. Domenica scorsa avete ascoltato un brano del profeta Geremia, che è il profeta a cui è toccato il difficile compito di annunciare agli Israeliti l’esilio in Babilonia; siamo nel sesto secolo a.C. e l’esilio durerà circa cinquant’anni.
La seconda parte del libro di Isaia – quello che gli studiosi chiamano il secondo Isaia o, chi lo divide in tre parti, il terzo Isaia - è invece quella in cui il profeta annuncia il ritorno dall’esilio.
I babilonesi erano stati sconfitti dai persiani; il re persiano, Ciro, permette agli esiliati di tornare a casa. La parte finale del libro di Isaia è rivolta non più agli esiliati, ma a coloro che erano già tornati. Siamo dunque di nuovo in terra di Israele.
E se l’annuncio del ritorno a casa era stata un gran festa e il viaggio era stato un viaggio carico di speranze, l’arrivo in Palestina aveva provocato grosse delusioni: altre persone abitavano le loro case e coltivavano i loro campi. I babilonesi avevano deportato parte della popolazione ma avevano portato altre persone in Israele che si erano anche mescolati con gli ebrei che erano rimasti.
Insomma, le cose non erano come se le aspettavano, le case erano occupate, le terre erano coltivate da quelli che nei cinquant’anni di esilio avevano abitato la loro terra.
Ecco allora che nascono i dubbi e la rabbia, anche contro Dio: Dio ci ha salvati soltanto a metà, ci ha fatti tornare a casa, ma casa nostra non è più nostra… ci tocca lavorare come servi degli stranieri che occupano le nostre terre….
Il profeta – al cap. 59 – deve rassicurare gli ebrei: «la mano del Signore non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire».
Ed è sempre il profeta a pronunciare quelle parole famose che Gesù riprenderà nella sinagoga di Nazaret:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l'apertura del carcere ai prigionieri. (Isaia 61,1)
Nel capitolo che abbiamo letto oggi riprende l’annuncio di salvezza, in cui emerge tutta la passione di Dio per il suo popolo e non a caso una delle immagini utilizzate è quella del matrimonio: «come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio» (v. 5).
La salvezza è imminente e il profeta è chiamato a annunciarla. Possiamo dividere questo annuncio in tre parti:


1. La promessa
la prima parte la intitolerei: la promessa: «Per amore di Sion, io non tacerò»: il profeta parla, annuncia. E che cosa dice? Che cosa annuncia?
«le nazioni vedranno…. Sarai chiamata con un nome nuovo… sarai una splendida corona… non sarai più chiamata abbandonata… la tua terra avrà uno sposo...» Tutti verbi al futuro.
Il profeta dice e annuncia quello che Dio farà, quello che Dio ha promesso di fare. Non che Dio non abbia fatto ancora nulla: Dio ha già riportato gli esiliati a casa, ma c’è ancora qualcosa da fare e Dio lo farà.
Dio farà ancora cose nuove, lo promette: la novità è espressa dal cambiamento di nome, che non è un mero cambiamento di nome, ma di identità:
«Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione, ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata; (v. 4)
il tema centrale è quello dell’abbandono: gli Israeliti si sentivano abbandonati da un Dio che li aveva riportati in patria dove però non avevano trovato quello che si attendevano. La domanda era naturale: forse che Dio ci ha abbandonati?
Quante volte ci facciamo questa domanda? Quante volte persone che vivono tragedie inenarrabili si fanno o ci fanno questa domanda! Ma Dio ci ha abbandonato?
E questa domanda percorre anche la Bibbia, che non tace questa domanda, non la soffoca, perché è umana e in molte situazioni davvero drammatiche e inspiegabili è più che legittima. La risposta del profeta – o meglio: la risposta di Dio! - però è chiara: No, Dio non ha abbandonato il suo popolo, Dio non ti abbandona.
La sua promessa non viene meno: «non sarai più chiamata abbandonata». Anche se la promessa non è ancora pienamente compiuta, Dio è lì, non abbandona Israele.
Questo vale anche per noi: se anche oggi stai vivendo un dolore o un lutto, stai soffrendo la malattia o la solitudine, oggi non sei abbandonato.
La metafora del matrimonio mi sembra molto efficace: chi di voi è sposato o lo è stato sa che dal momento in cui si è deciso di sposarsi le cose non sono più state le stesse. E non parlo di preparativi, di feste o bomboniere…
Ma tu nel momento in cui hai preso questa decisione non sei più lo stesso, sei già proiettato in quella dimensione che vivi con particolare gioia (e magari anche ansia…)
Lo stesso vale per Israele: le cose vanno ancora male, ma deve sapere che già ora non è abbandonata.
E il compito del profeta è di dirglielo che non è abbandonata, anche se sta tribolando, anche se sta soffrendo, anche se si sente abbandonata, deve sapere che non lo è, non è abbandonata.
Compito del profeta, compito del cristiano è di annunciare a chi si sente abbandonato che non lo è.


2. La preghiera
Il secondo punto è la preghiera. Le sentinelle di cui parlano i vv. 6-7 non hanno il compito di annunciare al popolo la salvezza, ma di rivolgersi a Dio e sollecitarlo affinché venga presto:
«Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo, non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra
».
Non devono dare riposo a Dio finché non abbia ristabilito Gerusalemme! Un modo per noi inconsueto di parlare della preghiera.
Ma anche un modo molto istruttivo: che cosa devono chiedere le sentinelle a Dio nella loro preghiera, nel loro dialogo con lui? Devono chiedergli quello che egli ha promesso. È famosa quella affermazione di Bonhoeffer, che cito a memoria e suona più o meno così: Dio non esaudisce tutte le nostre richieste, ma adempie tutte le sue promesse.
A Dio possiamo chiedere tutto, possiamo affidargli nella preghiera tutte le nostre necessità, confidargli tutte le nostre paure, fargli tutte le nostre domande, possiamo anche condividere con lui la nostra rabbia, persino quella nei suoi confronti.
Ma oltre a ciò che noi desideriamo dirgli o chiedergli, questo brano ci ricorda che cosa non possiamo non chiedergli nel nostro dialogo con lui: di adempiere le sue promesse.
E perché dovremmo chiederglielo se lo ha già promesso? Appunto perché è un dialogo e il dialogo va molto oltre quello di cui c’è bisogno, il dialogo esprime una relazione.
Per questo la Scrittura ci insegna oggi a chiedere a Dio di compiere le sue promesse. Non è un atto di sfiducia, al contrario, è un atto di fiducia nel Dio che può e vuole compiere le sue promesse. E proprio perché Dio può e vuole, noi glielo chiediamo.


3. L‘annuncio
Il terzo punto lo chiamerei l’annuncio: il brano si conclude con l’annuncio vero e proprio, che in fondo ribadisce la promessa:
«Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.»
Finalmente la salvezza arriva, la metafora dello sposo lascia posto a quella del re trionfante. Bisogna fare strada al re che ha liberato il suo popolo e accoglierlo in gloria.
E di nuovo viene ribadito il cambio di nome e quindi di identità: «Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata»
«Popolo santo», esprime l’elezione di Dio: Dio ha scelto Israele e non lo ha ripudiato. L’esilio – lo diceva Geremia – era anche conseguenza dell’infedeltà di Israele, ma l’esilio non è stato il ripudio di Israele. Dio è sempre il Dio di Israele e Israele è sempre il suo popolo, anche in esilio.
«Redenti» esprime l’idea del riscatto, che percorre tutta la Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento: Dio riscatta il suo popolo, in Cristo Dio riscatta l’umanità; Dio riscatta, ovvero libera, spezza le catene. Dio paga un prezzo per riscattare, e questo prezzo esprime il suo amore per i riscattati.
Gerusalemme sarà chiamata «Ricercata, Città non abbandonata»; una bellissima immagine. Per riscattarti Dio ti viene a cercare. Ricercata è il contrario di abbandonata. Essere abbandonati significa che nessuno ci vuole, essere cercati significa che qualcuno ci vuole. Questo qualcuno è Dio, che è venuto a cercarci, che viene a cercarci per liberarci, per riscattarci.
Questo è anche il nostro nome. Anche tu ti chiami “ricercato”. Non nel senso dei western americani, dove il ricercato deve finire in galera. Qui il ricercato deve finire tra le braccia di Dio, di quel Dio
- che ti promette la liberazione, e te lo viene a dire attraverso la sua Parola;
- che ti insegna a chiederla nella tua preghiera, perché ne abbiamo bisogno ed è giusto chiedere a Dio la liberazione di cui abbiamo bisogno e che egli ci ha promesso;
- che viene a cercarti per darti la sua libertà e mostrarti che non sei abbandonato/a ma ricercato/a, e che questo è anche il tuo nome.
Possa questa consapevolezza di essere riscattati e ricercati da Dio nutrire la nostra fede e la nostra preghiera.

domenica 8 luglio 2018

Predicazione di domenica 8 luglio 2018 su Atti 8,26-39 a cura di Marco Gisola

Atti degli Apostoli 8,26-39
26 Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va' verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». 27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia. 29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». 30 Filippo accorse, udì che quell'uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui.
32 Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo:
«
Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa,
così egli non ha aperto la bocca.
33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio.
Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra
».
34 L'eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù.
36 Strada facendo, giunsero a un luogo dove c'era dell'acqua. E l'eunuco disse: «Ecco dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» 37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L'eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco; e Filippo lo battezzò. 39 Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più. 40 Poi Filippo si ritrovò in Azot; e, proseguendo, evangelizzò tutte le città, finché giunse a Cesarea. 
 
Questo racconto degli atti ci narra la prima conversione a Cristo e quindi il primo battesimo di un africano. Chi è questo etiope? Il testo ci dice che è il “sovrintendente a tutti i tesori” della regina di Etiopia, quindi un uomo potente, una specie di ministro del tesoro del regno di Etiopia. Quest’uomo era andato a Gerusalemme “per adorare”, dunque era andato al tempio, e al suo ritorno leggeva le scritture d'Israele, in particolare il profeta Isaia. Egli non era un ebreo, ma era uno di quelli che la Bibbia chiama i “timorati di Dio”, che noi definiremmo simpatizzanti. Non era membro del popolo d'Israele, ma credeva in Dio e, pur non osservando tutta la legge, rispettava una parte dei precetti della torah.
Un credente, dunque, che oggi definiremmo un “uomo in ricerca”, nel senso che per qualche ragione non aveva fatto il passo di diventare ebreo. Una ragione potrebbe essere che egli era un eunuco; questo termine a volte significa “uomo castrato”, cosa che lo avrebbe escluso dal culto ebraico del tempio. Ma c’è anche chi dice che “eunuco” in alcuni casi era più un titolo che non una descrizione fisica. Insomma, non sappiamo con esattezza. Era certamente però un credente che voleva capire e approfondire. Dicevamo un uomo in ricerca, che però … viene lui stesso cercato: l’angelo manda Filippo – che era un diacono, ma che come mostrano questi racconti in realtà era un predicatore, un apostolo – a cercarlo.
In realtà l’angelo manda Filippo su una strada deserta a mezzogiorno. l’angelo – cioè Dio - chiede a Filippo di fare una cosa piuttosto strana e Filippo la fa, obbedisce e parte come aveva obbedito ed era partito Abramo nel racconto di domenica scorsa. Dio manda Filippo incontro all’eunuco. Non è l’etiope a cercare Filippo, ma Filippo a cercare l’etiope; È dunque Dio che gli va incontro, attraverso Filippo, sulla strada di Gaza. Tu puoi cercare Dio, puoi desiderare Dio, ma l’evangelo di oggi è che Dio cerca te. Questo ci dice questo racconto in cui è Dio il regista di ogni singolo atto di ciò che accade. Dio cerca l’etiope e Dio cerca anche noi. Dio cerca l’essere umano: già in questo fatto c’è la novità dell’evangelo. Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre cercato Dio. Lo ha cercato nel sole, nelle stelle, nel tuono, nella montagna, nel mare. L’essere umano ha sempre cercato Dio.
Anche oggi l’essere umano cerca Dio. Chi lo cerca nel denaro e nella gloria, nel potere e nel successo; chi lo cerca nella natura; chi lo cerca in una regola morale; chi lo cerca in un libro o in un maestro; molti lo cercano nell’essere umano stesso, in se stessi, nelle proprie risorse, nella propria energia. E invece la Bibbia ci dice che è Dio che cerca l’essere umano. Attraverso Filippo, Dio va a cercare l’etiope. Questa non è una prerogativa soltanto cristiana: in tutta la Bibbia, dunque anche nell’ebraismo, è Dio che cerca l’uomo. È Dio che chiama Abramo, è Dio che cerca Mosè, come è Dio che sceglie Maria o Paolo. Questo racconto è anche molto interessante perché ci dice come Dio ci cerca. Ci sono tre cose che fanno sì che l’etiope incontri Dio, l’evento dell’incontro dell'etiope con Dio ha tre ingredienti: 
 
1. Il primo ingrediente è Filippo, che viene mandato da Dio all’etiope. Potremmo dire che l’incontro con Dio inizia con l’incontro con Filippo, l’incontro con Dio avviene (anche) attraverso un incontro con l’altro essere umano. A parte casi eclatanti come la conversione di Paolo sulla via di Damasco, spesso Dio ti viene incontro attraverso un essere umano. L’incontro con Dio spesso – e dico spesso non sempre, Dio è libero di fare come vuole e di servirsi di chi e di che cosa vuole – avviene grazie all’incontro con il fratello e la sorella.
Potremmo dire che lo Spirito si serve del corpo di qualcuno – in questo caso delle gambe di Filippo che corre (ci dice il testo) verso l’etiope. Certo non basta che Filippo corra, non basta nemmeno che si sieda accanto a lui sul carro. È necessario che inizi un dialogo. E da dove inizia il dialogo?

2. Il secondo ingrediente è la Scrittura: l’etiope stava leggendo la Bibbia. Questo uomo cerca di approfondire la propria fede leggendo le Scritture. Ciò mostra quanto la fede cristiana dei primi cristiani fosse radicata nella Bibbia ebraica.
La Bibbia ebraica – cioè il nostro Antico Testamento – era il libro della fede, il libro attraverso cui Dio ti parlava e lo era per gli ebrei e per i primi cristiani, i quali solo dopo hanno aggiunto alla Bibbia ebraica gli scritti degli apostoli, cioè il Nuovo Testamento. Ma per lungo tempo il libro della fede è stato ed è rimasto soltanto l’Antico Testamento e quando si è deciso un elenco ufficiale di libri del Nuovo Testamento questo non ha sostituito l’Antico – come qualcuno avrebbe voluto - ma gli si è affiancato. L’incontro con Dio passa attraverso le Scritture. Se cerchi Dio, lo devi cercare lì e possibilmente insieme al tuo fratello e alla tua sorella, come Filippo è diventato fratello dell’uomo etiope. Dico fratello e non diacono, come era Filippo, o apostolo. È chiaro che Filippo ha un ruolo ben preciso, è vero che Filippo spiega all’uomo etiope la Scrittura che sta leggendo. Questo però non lo rende superiore, rimangono fratelli che dialogano su Dio a partire dalla Scrittura.

3. il terzo ingrediente è quello essenziale: è Cristo. l'uomo etiope leggeva Isaia e non capiva fino in fondo. Questo passaggio è molto delicato e un po’ imbarazzante: per Filippo è ovvio che quel brano di Isaia parli di Gesù. È uno dei cosiddetti canti del Servo di Dio, del servo sofferente che i primi cristiani hanno subito identificato con Gesù.
Gli ebrei non sono ovviamente d’accordo con questa interpretazione di questo brano e ovviamente questa loro posizione va da noi accolta e rispettata. Ma qui, l’uomo etiope trova Dio attraverso Gesù e, viceversa, Dio trova l’uomo etiope attraverso Gesù, che gli viene annunciato da Filippo. Senza Cristo l’etiope non capiva la Scrittura.
Dal punto di vista cristiano, senza Cristo non si ha nemmeno Dio. Cristo è il centro della fede e il centro della Scrittura; tutto nella Scrittura porta a Cristo, e tutto ciò che non porta a Cristo è contesto, è periferia e non centro.
Quello che accade qui vale anche per la nostra lettura biblica. Lasciando stare la difficile questione se l’Antico Testamento parli o meno direttamente di Gesù, il criterio che è indicato in questo testo biblico vale anche per noi e per la nostra lettura della Bibbia e del Nuovo Testamento in particolare. Nella Bibbia noi cerchiamo Cristo, e leggiamo tutta la Bibbia in funzione della testimonianza che di Cristo ci vuole dare. La Bibbia vuole testimoniare l’opera di Cristo per noi e se noi vi cerchiamo altro, andiamo fuori strada. Al centro della testimonianza biblica c’è Cristo e la sua opera di liberazione dal peccato, dall’ipocrisia, dalla morte. Se noi mettiamo qualcos’altro al centro della nostra lettura della Bibbia, rischiamo di essere ingannati.
Nella Bibbia non trovo la società perfetta, la famiglia perfetta, l’etica perfetta; nemmeno la chiesa perfetta. Nella Bibbia trovo Cristo che è molto più di tutto questo. E poi tocca a me a vivere la mia fede in Cristo e concretizzarla attraverso la mia etica, nella mia chiesa, la mia famiglia, la mia società. Anche quelli che già sono cristiani e lo sono da molto tempo hanno bisogno di qualcuno che ripeta e ricordi loro questo criterio e dica loro di cercare nella Scrittura Cristo e lui soltanto. Ciascuno di noi ha bisogno di un Filippo che ci dica questo.
Anche e soprattutto duemila anni dopo Cristo abbiamo bisogno di sentirci dire e ridire che nella Bibbia ci viene incontro Cristo e lui dobbiamo cercare quando la apriamo. Perché è sempre grosso il rischio di volerci trovare qualcos’altro di più comodo o di più consono alle proprie idee.

Questi sono i tre ingredienti, i tre mezzi attraverso cui Dio trova l’uomo etiope: Filippo, cioè il fratello, la Scrittura e Cristo, che è l’essenziale, quello verso il quale portano sia il fratello o la sorella, sia la Scrittura.

Il racconto termina con il battesimo: «che cosa impedisce che io sia battezzato?» che cosa lo impedisce? Potrebbe essere una domanda generica, che sottintende il fatto che davvero nulla impedisce il battesimo, oppure, secondo qualcuno, potrebbe esserci un riferimento al fatto che questo uomo sia un eunuco. Se egli è davvero un eunuco in senso fisico, allora gli era impedito di partecipare al culto del tempio di Gerusalemme. Potrebbe allora avere il dubbio che anche il battesimo gli sia impedito per lo stesso motivo. E invece no, nulla impedisce il suo battesimo. Se c’è la fede, se egli ora ha la fiducia che Dio lo abbia trovato, nulla impedisce il battesimo, che sia o no un eunuco, che sia ebreo, pagano o timorato di Dio, che sia bianco o nero (e lui era nero…), che sia uomo o donna, che sia etero o omosessuale nulla impedisce che sia battezzato, che riceva il segno che lega i cristiani alla morte e resurrezione di Cristo.

Questa è la conclusione del racconto: l’uomo che cercava Dio, è stato trovato da Dio. Ma c’è ancora un dettaglio che ci dice come la storia va avanti: «Quando uscirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l'eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più» (8,39).
Filippo ha fatto quello che doveva fare, essere strumento dell’incontro tra l’eunuco e Dio. Ora può andarsene, e in effetti lo Spirito lo porta via. Continuerà a essere strumento di quell’incontro tra Dio e altri esseri umani, altrove. Il messaggero è, appunto, solo un messaggero. Una volta che ha portato il messaggio, può andare via, perché ciò che conta è il messaggio, non il messaggero. L’etiope rimane con la Scrittura in cui ha trovato Cristo, e questo gli basta. Un dettaglio che è un ammonimento a tutti i predicatori e pastori affinché non si ritengano indispensabili…
Ora l’etiope può andare da solo. Il racconto ci dice solo che se ne va tutto allegro, allegro di avere incontrato Cristo, allegro di essere stato trovato da Dio. La tradizione dirà che è diventato un evangelizzatore e ha convertito anche la sua regina. Ma il testo biblico si ferma prima, si ferma alla gioia: la sua vita è cambiata e lui ne è felice. È felice perché è stato trovato da Dio e grazie a Filippo e alla Scrittura ha scoperto Cristo. 
 
Anche noi un giorno siamo stati e siamo trovati e abbiamo scoperto Cristo, anzi e ogni giorno veniamo trovati e scopriamo Cristo. E come questo nostro antico padre nella fede, la gioia possa accompagnare anche il nostro cammino verso le mete che il Signore ci indicherà.

martedì 26 giugno 2018

Predicazione di domenica 24 giugno 2018 su 1 Pietro 3,8-15 a cura di Marco Gisola

1 Pietro 3,8-15

Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione.Infatti: «Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra dal dire il falso;fugga il male e faccia il bene; cerchi la pace e la persegua; perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere; ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il male». (Salmo 34,12-16) 
Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!
Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate;
ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori.
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.


La prima lettera di Pietro – che quasi certamente non è stata scritta dal Pietro dei Vangeli, perché risale alla fine del primo secolo – è scritta a cristiani che vivono in mezzo ai pagani e che vivono in situazione di difficoltà, e a volte di vera e propria persecuzione.
E si preoccupa quindi di cercare di dare loro dei consigli e di dire loro come dovrebbero comportarsi. La prima parte del brano che abbiamo letto è un insieme di indicazioni pratiche, di istruzioni per vivere da cristiani in mezzo ai pagani.
L’indicazione generale è: non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite. Ci potremmo chiedere se la ragione di questo comportamento sia paura, oppure opportunismo, oppure altro.
Quando si rischia la vita si è in genere molto prudenti, si cerca di non mettersi in situazioni pericolose; quando questa lettera viene scritta probabilmente non siamo ancora alle grandi persecuzioni della fine del primo secolo, ma il clima è già abbastanza caldo.
Può anche darsi che l’autore di questa lettera voglia davvero che i cristiani a cui sta scrivendo non abbiano dei guai, è più che legittimo.
Ma la sua preoccupazione va ben oltre la volontà di evitare loro dei pericoli. La sua preoccupazione è che cosa essi testimoniano.
Dobbiamo pensare a un cristianesimo di minoranza, non ancora molto conosciuto, che ai pagani che vivevano intorno ai cristiani degli ultimi decenni del primo secolo, poteva sembrare una religione strana, che veniva da lontano, dalla Palestina, una novità.
Che cosa testimoniano i cristiani di queste chiese ai pagani che vivono intorno a loro? E come lo fanno?
Questo brano della prima lettera di Pietro ci dice che si testimonia in due modi: con il comportamento e con le parole; con ciò che si fa e con ciò che ci dice.
La prima indicazione riguarda ciò che si fa, riguarda l’azione: anche se vivono difficoltà, o addirittura persecuzione, i cristiani sono chiamati a non rendere male per male, a non rendere oltraggio per oltraggio. Potremmo dire che l’autore invita a un comportamento nonviolento.
Che cosa è, davanti a chi è violento, che testimonia meglio di ogni altra cosa il tuo essere cristiano, il tuo essere discepolo di Gesù? Il tuo comportarti come Gesù, il tuo non rendere male per male, dunque il tuo non essere violento.
Ma non solo l’essere nonviolento. Le istruzioni dell’autore della prima lettera di Pietro si spingono ben oltre: “ma al contrario, benedite”, dice. Benedite, ovviamente non perché vi perseguitano, ma nonostante vi perseguitino. Così mostrerete a chi vi perseguita che siete discepoli di un Signore che ha rifiutato la violenza.
“Al contrario”: la nostra testimonianza consiste nel “contrario” di ciò che fanno i violenti e gli oppressori. È una contro-testimonianza; una testimonianza contro la violenza e contro l’oppressione, non solo quelle che subiamo eventualmente noi, ma contro quelle che subiscono gli altri.
Una contro testimonianza nei confronti della violenza, ma una bella testimonianza, molto positiva e propositiva di che cos’è l'evangelo.
Benedire anziché maledire, anzi addirittura benedire chi ti maledice. Perché l’unica arma che può sconfiggere chi ce l’ha con noi, è non avercela con loro; per sconfiggere chi maledice, è necessario benedire. Solo così si disinnesca la spirale della vendetta e dell’odio. È un’attualizzazione della parola di Gesù: «amate i vostri nemici».
E questo modo di agire non è una tattica o una strategia, ma la vocazione dei cristiani: “... al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione”.
Se ci chiediamo quale sia la nostra vocazione, questo brano della prima lettera di Pietro risponde: la tua vocazione di cristiano, di cristiana è quella di benedire, di portare e annunciare la benedizione di Dio a chi ti circonda, persino a chi ti fa del male. Non è una bella vocazione? E soprattutto, non è una bella sfida?
Anche se la nostra situazione è molto diversa da quella dei primi lettori di questa lettera, anche se non siamo più perseguitati, come lo erano loro, la vocazione rimane valida e rimane la stessa: benedire e non maledire, cioè portare nel mondo il bene che Dio dice e fa anziché il male che noi umani spesso diciamo e facciamo. Non rendere male per male, oltraggio per oltraggio, ma benedire.
Non mi sembra una vocazione banale e non mi sembra nemmeno una vocazione a essere semplicemente buonisti. Non si tratta di far buon viso a cattivo gioco, ma si tratta di portare il bene laddove c’è il male.
Noi viviamo in un mondo molto conflittuale, a livello sociale, politico, a livello familiare e a volte anche ecclesiastico. c’è dunque veramente bisogno di mettere in atto questa vocazione alla nonviolenza e al rispondere al male con il bene.
Se fossimo capaci di far calare il tasso di conflittualità che regna intorno a noi, se fossimo cioè – per usare una parola biblica dei portatori di riconciliazione – sarebbe già una gran cosa e una bella testimonianza dell’evangelo.


Questo è, secondo questo brano, il primo modo di testimoniare l’evangelo con i fatti, con le azioni quotidiane: essere portatori di benedizione e di riconciliazione.
Ma c’è una seconda indicazione molto preziosa che questo testo ci dà.
Poco più avanti il brano dice: Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.
L’azione è accompagnata dalla parola, cioè l’azione è accompagnata dalla spiegazione: spiegare, raccontare perché agisco in un certo modo è l’altra parte della testimonianza. La parola deve accompagnare l’azione, altrimenti la testimonianza è monca, manca di qualcosa di fondamentale, manca del nome di Gesù Cristo, che siamo chiamati a seguire ma di cui siamo chiamati anche a parlare.
E quale è qui la parola che spiega la motivazione del mio agire, del mio cercare di essere portatore di riconciliazione? Potrebbero essercene tante di ragioni, l’evangelo ce ne suggerisce più di una, potrebbe essere l’imitazione di ciò che ha fatto Gesù, potrebbe essere l’obbedienza alla Parola di Dio, potrebbe essere l’amore, che sicuramente c’entra con il nostro agire.
In questo brano però si usa un’altra parola, esso dice che dobbiamo essere pronti a rendere conto della speranza che è in noi. L’autore di questa lettera poteva anche usare la parola fede o fiducia, ma preferisce la parola speranza.
Testimoniare la propria fede significa testimoniare la propria speranza, la «speranza che è in voi». Ciò significa che per chi ha scritto questa lettera, essere cristiani significa avere speranza: chi è cristiano spera. Mi sembra una bellissima definizione di chi sia una cristiano: uno che spera.
E se la speranza è in me essa esce fuori, esce nelle mie azioni e nelle mie parole, diventa testimonianza, speranza annunciata e speranza agita.
E a chi siamo debitori per primi della testimonianza della nostra speranza? La dobbiamo a tutti questa testimonianza, ma per primi la dobbiamo a chi è senza speranza, a chi l’ha persa, a chi non la trova.
Siamo dunque innanzitutto grati al Signore per la speranza che Egli ci ha donato. E chiediamo il suo aiuto per cercare di imparare a rendere conto delle speranza che è in noi, nelle nostre parole e nelle nostre azioni.