1
Pietro 3,8-15
Infine, siate tutti concordi, compassionevoli, pieni di amore
fraterno, misericordiosi e umili; non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al
contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché
ereditiate la benedizione.Infatti: «Chi vuole
amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal
male e le sue labbra dal dire il falso;fugga il male e
faccia il bene; cerchi la pace e la persegua; perché gli occhi
del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro
preghiere; ma la faccia del Signore è contro quelli che fanno il
male».
(Salmo
34,12-16)
Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene?
Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!
Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori.
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.
Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori.
Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.
La
prima lettera di Pietro –
che quasi certamente non è stata scritta dal Pietro dei Vangeli,
perché risale alla fine del primo secolo – è
scritta a cristiani che vivono in mezzo ai pagani e che vivono in
situazione di difficoltà, e a volte di vera e propria persecuzione.
E
si preoccupa quindi di cercare di dare loro dei consigli e di dire
loro come dovrebbero comportarsi. La prima parte del brano che
abbiamo letto è un insieme di indicazioni pratiche, di istruzioni
per vivere da cristiani in mezzo ai pagani.
L’indicazione
generale è: non
rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario,
benedite.
Ci potremmo chiedere se la ragione di questo comportamento sia paura,
oppure opportunismo, oppure altro.
Quando
si rischia la vita si è in genere molto prudenti, si cerca di non
mettersi in situazioni pericolose; quando questa lettera viene
scritta probabilmente non siamo ancora alle grandi persecuzioni della
fine del primo secolo, ma il clima è già abbastanza caldo.
Può
anche darsi che l’autore di questa lettera voglia davvero che i
cristiani a cui sta scrivendo non abbiano dei guai, è più che
legittimo.
Ma
la sua preoccupazione va ben oltre la volontà di evitare loro dei
pericoli. La sua preoccupazione è che
cosa essi testimoniano.
Dobbiamo
pensare a un cristianesimo di minoranza, non ancora molto conosciuto,
che ai pagani che vivevano intorno ai cristiani degli ultimi decenni
del primo secolo, poteva sembrare una religione strana, che veniva da
lontano, dalla Palestina, una novità.
Che
cosa testimoniano i cristiani di queste chiese ai pagani che vivono
intorno a loro? E come lo fanno?
Questo
brano della prima lettera di Pietro ci dice che si testimonia in due
modi: con il comportamento e con le parole; con ciò che si fa e con
ciò che ci dice.
La
prima indicazione riguarda ciò che si fa, riguarda l’azione: anche
se vivono difficoltà, o addirittura persecuzione, i cristiani sono
chiamati a non
rendere male per male, a
non rendere oltraggio
per oltraggio. Potremmo
dire che l’autore invita a un comportamento nonviolento.
Che
cosa è, davanti a chi è violento, che testimonia meglio di ogni
altra cosa il tuo essere cristiano, il tuo essere discepolo di Gesù?
Il tuo comportarti come Gesù, il tuo non
rendere male per male,
dunque il tuo non essere violento.
Ma
non solo l’essere nonviolento. Le istruzioni dell’autore della
prima lettera di Pietro si spingono ben oltre: “ma
al contrario, benedite”,
dice. Benedite, ovviamente non perché vi perseguitano, ma nonostante
vi perseguitino. Così mostrerete a chi vi perseguita che siete
discepoli di un Signore che ha rifiutato la violenza.
“Al
contrario”: la nostra testimonianza consiste nel “contrario” di
ciò che fanno i violenti e gli oppressori. È una
contro-testimonianza; una testimonianza contro la violenza e contro
l’oppressione, non solo quelle che subiamo eventualmente noi, ma
contro quelle che subiscono gli altri.
Una
contro testimonianza nei confronti della violenza, ma una bella
testimonianza, molto positiva e propositiva di che cos’è
l'evangelo.
Benedire
anziché maledire, anzi addirittura benedire chi ti maledice. Perché
l’unica arma che può sconfiggere chi ce l’ha con noi, è non
avercela con loro; per sconfiggere chi maledice, è necessario
benedire. Solo così si disinnesca la spirale della vendetta e
dell’odio. È un’attualizzazione della parola di Gesù: «amate i
vostri nemici».
E
questo modo di agire non è una tattica o una strategia, ma la
vocazione dei cristiani: “... al contrario, benedite; poiché a
questo siete stati chiamati
affinché ereditiate la benedizione”.
Se
ci chiediamo quale sia la nostra vocazione, questo brano della prima
lettera di Pietro risponde: la tua vocazione di cristiano, di
cristiana è quella di benedire, di portare e annunciare la
benedizione di Dio a chi ti circonda, persino a chi ti fa del male.
Non è una bella vocazione? E soprattutto, non è una bella sfida?
Anche
se la nostra situazione è molto diversa da quella dei primi lettori
di questa lettera, anche se non siamo più perseguitati, come lo
erano loro, la vocazione rimane valida e rimane la stessa: benedire e
non maledire, cioè portare nel mondo il bene che Dio dice e fa
anziché il male che noi umani spesso diciamo e facciamo. Non rendere
male per male, oltraggio per oltraggio, ma benedire.
Non
mi sembra una vocazione banale e non mi sembra nemmeno una vocazione
a essere semplicemente buonisti. Non si tratta di far buon viso a
cattivo gioco, ma si tratta di portare il bene laddove c’è il
male.
Noi
viviamo in un mondo molto conflittuale, a livello sociale, politico,
a livello familiare e a volte anche ecclesiastico. c’è dunque
veramente bisogno di mettere in atto questa vocazione alla
nonviolenza e al rispondere al male con il bene.
Se
fossimo capaci di far calare il tasso di conflittualità che regna
intorno a noi, se fossimo cioè – per usare una parola biblica dei
portatori di riconciliazione – sarebbe già una gran cosa e una
bella testimonianza dell’evangelo.
Questo
è, secondo questo brano, il primo modo di testimoniare l’evangelo
con i fatti, con le azioni quotidiane: essere portatori di
benedizione e di riconciliazione.
Ma
c’è una seconda indicazione molto preziosa che questo testo ci dà.
Poco
più avanti il brano dice: Siate
sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti
quelli che vi chiedono spiegazioni.
L’azione
è accompagnata dalla parola, cioè l’azione è accompagnata dalla
spiegazione: spiegare, raccontare perché agisco in un certo modo è
l’altra parte della testimonianza. La parola deve accompagnare
l’azione, altrimenti la testimonianza è monca, manca di qualcosa
di fondamentale, manca del nome di Gesù Cristo, che siamo chiamati a
seguire ma di cui siamo chiamati anche a parlare.
E
quale è qui la parola che spiega la motivazione del mio agire, del
mio cercare di essere portatore di riconciliazione? Potrebbero
essercene tante di ragioni, l’evangelo ce ne suggerisce più di
una, potrebbe essere l’imitazione di ciò che ha fatto Gesù,
potrebbe essere l’obbedienza alla Parola di Dio, potrebbe essere
l’amore, che sicuramente c’entra con il nostro agire.
In
questo brano però si usa un’altra parola, esso dice che dobbiamo
essere pronti a rendere conto della speranza
che è in noi. L’autore di questa lettera poteva anche usare la
parola fede o fiducia, ma preferisce la parola speranza.
Testimoniare
la propria fede significa testimoniare la propria speranza, la
«speranza che è in voi». Ciò significa che per chi ha scritto
questa lettera, essere cristiani significa avere speranza: chi è
cristiano spera. Mi sembra una bellissima definizione di chi sia una
cristiano: uno che spera.
E
se la speranza è in me essa esce fuori, esce nelle mie azioni e
nelle mie parole, diventa testimonianza, speranza annunciata e
speranza agita.
E
a chi siamo debitori per
primi della
testimonianza della nostra speranza? La dobbiamo a tutti questa
testimonianza, ma per primi la dobbiamo a chi è senza speranza, a
chi l’ha persa, a chi non la trova.
Siamo
dunque innanzitutto grati al Signore per la speranza che Egli ci ha
donato. E chiediamo il suo aiuto per cercare di imparare a rendere
conto delle speranza che è in noi, nelle nostre parole e nelle
nostre azioni.
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