sabato 9 maggio 2020

Predicazione di domenica 10 maggio 2020 su 2 Cronache 5 a cura di Marco Gisola

Domenica 10 maggio 2020 – quarta dopo Pasqua
2 Cronache 5,1-14
1 Così fu compiuta tutta l’opera che Salomone fece eseguire per la casa del SIGNORE. Salomone fece portare l’argento, l’oro e tutti gli utensili che Davide suo padre aveva consacrati, e li mise nei tesori della casa di Dio.
2 Allora Salomone convocò a Gerusalemme gli anziani d’Israele e tutti i capi delle tribù, cioè i grandi delle famiglie patriarcali dei figli d’Israele, per portare su l’arca del patto del SIGNORE, dalla città di Davide, cioè da Sion.
3 Tutti gli uomini d’Israele si radunarono presso il re per la festa che cadeva il settimo mese.
4 Arrivati che furono tutti gli anziani d’Israele, i Leviti presero l’arca; 5 e portarono su l’arca, la tenda di convegno, e tutti gli utensili sacri che erano nella tenda. I sacerdoti e i Leviti eseguirono il trasporto. 6 Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convocata presso di lui, si raccolsero davanti all’arca, e sacrificarono pecore e buoi in tal quantità da non potersi contare né calcolare. 7 I sacerdoti portarono l’arca del patto del SIGNORE al luogo destinatole, nel santuario della casa, nel luogo santissimo, sotto le ali dei cherubini; 8 poiché i cherubini avevano le ali spiegate sopra il posto dell’arca, e coprivano dall’alto l’arca e le sue stanghe. 9 Le stanghe avevano una tale lunghezza che le loro estremità si vedevano sporgere dall’arca, davanti al santuario, ma non si vedevano dal di fuori. Esse sono rimaste là fino a oggi. 10 Nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il SIGNORE fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto.
11 Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo - poiché tutti i sacerdoti presenti si erano santificati senza osservare l’ordine delle classi, 12 e tutti i Leviti cantori, Asaf, Eman, Iedutun, i loro figli e i loro fratelli, vestiti di bisso, con cembali, saltèri e cetre stavano in piedi a oriente dell’altare, e con loro centoventi sacerdoti che suonavano la tromba - 13 mentre, dico, quelli che suonavano la tromba e quelli che cantavano, come un sol uomo, fecero udire all’unisono la voce per lodare e per celebrare il SIGNORE, e alzarono la voce al suono delle trombe, dei cembali e degli altri strumenti musicali, per lodare il SIGNORE «perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!», avvenne che la casa, la casa del SIGNORE, fu riempita di una nuvola. 14 I sacerdoti non poterono rimanervi per svolgere il loro servizio a causa della nuvola; poiché la gloria del SIGNORE riempiva la casa di Dio.


Il nostro lezionario ci propone un brano tratto dal secondo libro delle Cronache, che racconta la storia di Israele da Adamo fino al ritorno del popolo dall’esilio in Babilonia. È quindi un parallelo dei libri di Samuele e dei Re, con la differenza che nei libri delle Cronache la storia è raccontata dal punto di vista della monarchia di Davide e Salomone e infatti tace tutte le cose negative, come la vicenda di Betsabea e della morte di Uria, ecc.
Il brano che ci è proposto racconta il momento in cui l’Arca del patto viene posta all’interno del Tempio di Gerusalemme che Salomone ha costruito. Come è noto, Davide avrebbe voluto costruire una “casa per il Signore” ma Dio aveva deciso che non sarebbe stato lui, bensì suo figlio Salomone a farlo; e, detto tra parentesi, la ragione di questa scelta è molto interessante: Davide, infatti, dice allo stesso Salomone:
«io stesso avevo in cuore di costruire una casa al nome del SIGNORE, del mio Dio; ma la parola del SIGNORE mi fu rivolta, e mi fu detto: “Tu hai sparso molto sangue, e hai fatto grandi guerre; tu non costruirai una casa al mio nome, poiché hai sparso molto sangue sulla terra, davanti a me. Ma ecco, ti nascerà un figlio, che sarà uomo di pace, e io gli darò tranquillità, liberandolo da tutti i suoi nemici circostanti. Salomone sarà il suo nome; io concederò pace e tranquillità a Israele durante la vita di lui. Egli costruirà una casa al mio nome; egli mi sarà figlio, e io gli sarò padre; e renderò stabile il trono del suo regno sopra Israele per sempre”» (1 Cronache 22,7-10).
Dunque un uomo di pace e non uno che ha versato molto sangue è chiamato a costruire la casa per il Signore.
Il nostro brano racconta l’ingresso dell’arca nel tempio come un momento molto solenne e fastoso: è presente «tutta la comunità di Israele» (tutta per modo di dire, perché ci sono soltanto gli uomini…), vengono fatti tanti sacrifici di animali che non si possono nemmeno contare, i leviti cantori sono vestiti di bisso, c’è un coro e un’orchestra che conta 120 trombe e altri strumenti musicali e tutti cantano la lode che incontriamo anche all’inizio dei Salmi 106 e 107 e troviamo come ritornello nel Salmo 136: «perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!».
Un evento estremamente solenne, in cui tutti gli sforzi sono concentrati per dare gloria a Dio (e forse, ci sia consentito pensare, anche un po’ al regno di Salomone…).

È il momento in cui Dio “prende possesso” della abitazione che Salomone gli ha costruito. Dio ha sempre “abitato” in mezzo al suo popolo, fin da quando lo ha guidato fuori dall’Egitto e nel lungo cammino nel deserto la sua casa era la “tenda del convegno” che fu poi sistemata nel Tabernacolo che Israele costruì a Dio nel deserto (vedi Esodo 33,7ss. e 40,34ss.). Ora va ad abitare nel Tempio.
Ma che cosa vuol dire che Dio va ad abitare nel tempio? Che cosa c’è dentro questa casa? Del resto Salomone stesso lo sa che «i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti; quanto meno questa casa che io ti ho costruita» (2 Cronache 6,18). Nel tempio viene posta l’arca dell’alleanza e «nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il SIGNORE fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto»(v. 10).
Soltanto le tavole del patto. Nell’arca – e quindi nel tempio, nel luogo santissimo, la stanza centrale del tempio - non c’è altro. Chiaramente non ci sono immagini di Dio: il secondo comandamento era chiaro e la vicenda del vitello d’oro era ben impressa nella memoria di Israele. Ci sono i cherubini che con le loro ali proteggono simbolicamente l’arca; al di fuori dell’arca ci sono le cose necessarie per i sacrifici, ma nel centro, dentro l’arca ci sono soltanto le tavole della legge. Dio è rappresentato dalla sua volontà, dai suoi comandamenti, dalla Torah, che è molto di più che “comandamenti” ed è molto di più che “Legge”. Per usare un termine a noi caro, potremmo dire che Dio è rappresentato dalla sua Parola.
«Nell’arca non c’era altro», perché non c’era bisogno di altro. E anche per noi oggi non c’è bisogno di altro se non della sua Parola. Perché Dio si rivela così, attraverso la sua Parola, Parola che per noi cristiani si è incarnata in Gesù di Nazaret. E la testimonianza su Gesù di Nazaret (Nuovo Testamento) e sulla storia del suo popolo, Israele (Antico Testamento), di cui egli è il messia, venuto per tutta l’umanità, costituiscono la nostra “arca del patto”, le nostre tavole della legge.
Le tavole della Legge che si trovano nell’arca rappresentano la volontà del Dio liberatore. Non possiamo infatti separare il dono della Torah dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto, perché questi due momenti sono strettamente legati fra loro. Il Dio che dà i comandamenti è il Dio che ha dato la libertà. Così è per noi: il Dio che nella sua Parola ci chiama ad essere discepoli di Gesù, è il Dio che nel suo figlio Gesù ci ha giustificati, dunque liberati dalle conseguenze del peccato.
Dio è il Dio della Parola, che parla - a Israele attraverso la Torah e attraverso i profeti, a noi anche attraverso la testimonianza apostolica, che ci parla di Gesù – che dialoga con noi e ci interpella attraverso la Scrittura.
(Per questo – detto tra parentesi - per celebrare un culto basta avere la Bibbia, non serve altro. Se sono disponibili pane e vino si può anche celebrare la Cena del Signore. Se si conoscono dei canti a memoria si può cantare anche senza innari, per celebrare un culto completo dall’inizio alla fine basta la Bibbia).

Ma c’è un secondo aspetto molto importante in questo brano: mentre viene celebrata tutta questa solenne liturgia, la casa del Signore si riempie di una nuvola: è la gloria del Signore che riempie la casa; la gloria è la presenza di Dio. E la “riempie” in senso letterale, al punto che i sacerdoti non possono più starci e sono costretti a uscire. È molto interessante (e anche buffo…) questo dettaglio, per cui sembra che la gloria di Dio “spinga fuori” i sacerdoti. Che cosa vuole dirci questa scena? Forse che l’essere umano non può stare accanto a Dio, non può starci troppo vicino. Come non lo può vedere e vivere (Esodo 33,20) non può nemmeno stare troppo vicino a Dio. Divino e umano non si devono toccare, non si devono confondere. Si toccheranno (ma non confonderanno), secondo la fede cristiana soltanto in Gesù Cristo.
Questa scena vuole preservare l’alterità di Dio, il fatto appunto che egli è, come si dice, “totalmente altro” rispetto all’essere umano. Ma preservare l’alterità di Dio vuol dire preservare la sua libertà: Dio abita nella casa che l’essere umano (Salomone) gli ha costruito, solo perché, se e quando lo decide lui. La gloria di Dio scende dall’alto e viene ad abitare in mezzo al suo popolo: segno che Dio non è lontano, ma vicino, che Dio c’è, è lì e il popolo sa dove trovarlo.
Ma non è a disposizione del popolo, non è nelle sue mani, la sua gloria – cioè la sua presenza - potrebbe anche essere ritirata dal tempio. Non c’è nessun automatismo; Dio non deve abitare in mezzo al suo popolo, ma vuole abitare in mezzo al suo popolo, ha deciso di abitare in mezzo al suo popolo; è una sua decisione libera e senza condizioni, segno della sua fedeltà al patto – rappresentato dalle tavole – a cui lui rimane fedele; segno, potremmo dire, della sua pura grazia.

E allora devo correggere leggermente ciò che ho detto poco fa: le tavole della legge bastano, nel senso che non c’è bisogno di altro, di altre cose materiali. Ma in un altro senso non bastano: le tavole della legge senza la gloria-presenza di Dio non bastano, sono solo due tavole di pietra. La Bibbia, senza lo Spirito che dona la fede e ci accompagna nella sua lettura e interpretazione, non basta, è solo un libro di carta, che potrà essere affascinante quanto si vuole, ma rimane sempre solo un libro.
È la libera presenza di Dio (la sua gloria nell’Antico Testamento, il suo Spirito nel Nuovo Testamento) che rende il tempio casa di Dio e la Bibbia Parola di Dio.
L’evangelo di questo antico racconto è che Dio vuole abitare in mezzo a noi come in mezzo al suo popolo. Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi in Gesù Cristo e ora nel suo Spirito, che rende attuale per noi tutto ciò che Gesù ha detto e fatto e dunque rende attuale per noi il dono della sua vita sulla croce e la sua resurrezione.
Il Dio che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere ha deciso di venire ad abitare in mezzo a noi. Questa è la buona notizia, antica (come questo testo) e sempre nuova, perché la presenza di Dio in mezzo a noi è sempre dono, è sempre grazia. Davanti a questa grazia non ci resta che intonare anche noi il canto di gioia e lodarlo «perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!».

sabato 2 maggio 2020

Predicazione di Domenica 3 maggio 2020 su Giovanni 15,1-8 a cura di Marco Gisola

Giovanni 15,1-8
1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.


Quella che ci presenta qui l’evangelista Giovanni è un’immagine stupefacente del legame tra Gesù e i discepoli. Stupefacente per quanto è intensa, perché Gesù si paragona alla vite e paragona i discepoli ai tralci. E i tralci fanno parte della vite, anzi i tralci nascono da essa. La vite e i tralci: segno di un legame molto stretto, di un legame vitale, dunque essenziale. Vitale perché, senza la vite, i tralci non vivono e non fruttificano.
Quando Gesù pronuncia queste parole, la sua passione è all’orizzonte ed egli deve ancora dire molte cose importanti a coloro che lo hanno accompagnato fin qui. Il suo discorso di “addio” è iniziato al capitolo 14 e proseguirà fino al capitolo 16. Il cap. 17 sarà la preghiera che Gesù rivolgerà al Padre per i suoi discepoli e al capitolo 18 inizierà la Passione di Gesù. Il clima in cui si inseriscono i versetti che abbiamo letto è quindi quello della imminente morte e resurrezione (o, come dice Giovanni, glorificazione) di Gesù. Presto Gesù non sarà più presente fisicamente in mezzo ai suoi discepoli. I discepoli riceveranno lo Spirito, che sarà la “presenza del Gesù assente”, come ha felicemente detto qualcuno. Gesù lo ha promesso proprio poco prima (cap. 14). Ma oltre allo Spirito c’è un altro legame con Gesù che non si interrompe con la sua glorificazione: questo legame è dato dalla sua Parola.
L’immagine della vite e dei tralci infatti è molto bella, anche molto poetica. Ma se vogliamo interpretare l’immagine dobbiamo chiederci che cos’è che lega Gesù ai suoi discepoli e alle sue discepole, ieri come oggi. Non si tratta infatti di un legame di vicinanza fisica, perché Gesù tornerà al Padre. Non è un legame puramente sentimentale, anche se è evidente che tra Gesù e i suoi discepoli c’è un legame affettivo: Gesù stesso poco più avanti dirà che ha chiamato “amici” i suoi discepoli. Non è un legame mistico o contemplativo, non è nemmeno un legame fondato sull’esperienza spirituale o sulla conoscenza intellettuale.
È un legame fondato sulla Parola, o sulle parole, di Gesù. La sua Parola è nominata due volte da Gesù in questi versetti: al v. 3 è il mezzo attraverso cui i discepoli sono resi «puri». Al v. 7 è detto che i discepoli devono dimorare (altri traducono “rimanere”) in Gesù e che le parole di Gesù devono dimorare nei discepoli. Al v. 3 la Parola è legata all’immagine della potatura, eseguita dal vignaiolo, cioè da Dio. Mentre nella seconda parte del testo l’immagine della potatura è legata all’idea del giudizio (il fuoco), qui sembra più legata all’idea della cura: il vignaiolo cura la vigna potandola, affinché essa dia più frutto.
C’è un gioco di parole sul verbo utilizzato, che significa sia, in senso agricolo, “potare”, sia in senso religioso, “purificare”. Quando Gesù dice che i discepoli sono già puri non intende dire che sono perfetti, che hanno raggiunto un qualche obiettivo religioso o morale, ma che sono affidati alla cura del Padre, il quale li “pota”, li “purifica”, potremmo dire li “cura” attraverso «la parola che vi ho annunziata», cioè attraverso la Parola che Gesù ha annunziata loro.
In questo dunque consiste il dimorare del tralcio nella vite, e - fuor di metafora - il dimorare del discepolo/della discepola in Gesù: nel ricevere l’annuncio della parola. E ribadisce questo al v. 7: l’affermazione «io dimorerò in voi» del v. 4 è spiegata dall’affermazione «le mie parole dimorano in voi...» del v. 7. Gesù dimora nei suoi discepoli proprio attraverso le sue parole.
Un messaggio bello e liberante: perché davanti alle parole di Gesù “dimorate in me” la domanda che nasce spontanea è: “e come faccio a dimorare in te, Signore? Che cosa devo fare?” La risposta di Gesù è: ascolta la mia Parola, ricevi l’annuncio dell’evangelo, lascia che le mie parole dimorino in te; ascolta e porterai frutto.
E qui ci spaventiamo! Ma come?! Il mio frutto… il mio frutto è così piccolo, così fragile… non è un bel grappolo grande e pieno di sostanza… a volte è come uno di quei grappoli dove magari due o tre acini sono belli ma sono circondati da acini piccoli e avvizziti…
Ma non c’è da temere, siamo sotto la cura del Padre, del vignaiolo che ci pota perché portiamo ancora più frutto… Lui lo sa benissimo che il nostri frutto non è mai quello che dovrebbe essere e spesso nemmeno quello che vorremmo noi… Ma egli si prende cura di noi. L’unica cosa importante è rimanere nella vite, dimorare in Gesù, ovvero nella sua Parola.
Infatti Gesù, dopo aver detto che i discepoli sono già puri, non dice loro “portate frutto”; avremmo potuto aspettarci questo comandamento…! E invece no, Gesù dice loro “dimorate in me”. Davvero la prima cosa è dimorare in lui e nella sua Parola, il resto è conseguenza.
Questo è il centro di questo bellissimo brano, che ha ancora alcuni particolari da evidenziare:
1) Il frutto è frutto (la ripetizione è voluta…) della promessa «Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto». Del resto, se vogliamo rimanere nell’immagine, il frutto non lo “fa” il tralcio, ma la vite, cioè Cristo… Il frutto nasce “sul” tralcio, ma chi rende possibile la sua nascita è la vite con la sua linfa, la quale – se volessimo continuare l’immagine di Gesù – potrebbe essere proprio la sua Parola… È la promessa che è fruttifera, non il discepolo che la riceve. Il tralcio porta frutto perché – e solo perché - «dimora» nella vite che è la fonte della sua vita, ovvero fonte della promessa.
Nelle parole di Gesù troviamo un’altra promessa: «domandate quello che volete e vi sarà fatto»; la relazione tra Gesù e i suoi discepoli e le sue discepole è fondata sull’ascolto della Parola di Gesù, ma questo ascolto diventa preghiera, quindi diventa dialogo. La promessa riguarda l’esaudimento della preghiera, tema misterioso e complesso, perché tutti abbiamo esperienza di preghiere non esaudite. È possibile che nel contesto di queste parole la preghiera riguardi proprio il portare frutto: “dimorare in Gesù” consiste anche nel chiedergli ciò che egli rende possibile, ovvero di portare il frutto gradito a Dio. A chi dimora in Gesù è promesso l’esaudimento di questa preghiera.
2) Le parole che Gesù dice in questo discorso implicano anche un giudizio, rappresentato dal tralcio che non dà frutto, che viene quindi tagliato e gettato nel fuoco; «senza di me non potete far nulla» dice Gesù. Ma prima di trasformare questo discorso di Gesù in un giudizio emesso da noi nei confronti di altri (il che sarebbe un errore gravissimo, perché il giudizio – proprio come la grazia - spetta a Dio soltanto), dobbiamo tenere presente che il discorso di Gesù si rivolge proprio ai suoi discepoli. Gesù sta dicendo a noi che senza di lui non possiamo fare nulla, che senza di lui non possiamo portare frutto. È una parola rivolta ai discepoli, e oggi rivolta a noi, per esortarli a non pensare di poter portare frutto senza di lui.
3) Infine, la conclusione di Gesù: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli». Portare frutto è il modo in cui il discepolo/la discepola glorifica Dio ed è veramente discepolo di Gesù; il quale nella continuazione del suo discorso (vv. 9ss.) invita i discepoli a dimorare nel suo amore e ad amarsi gli uni gli altri. L’amore sarà il frutto del “dimorare” nella Parola (e quindi nell'amore) di Gesù.
L’amore è dunque frutto dell’amore. L’amore che sappiamo vivere noi (sempre limitato e “inquinato” dal nostro egocentrismo) è frutto dell’amore infinito e gratuito di Dio, che ci ha fatti “nascere” come tralci dalla sua vite, il suo figlio Gesù.
E concludiamo tornando all’inizio, alla vite e ai tralci: chi siamo dunque noi, aspiranti discepoli/discepole di Gesù? Che cosa siamo? Siamo un tralcio, ovvero come (aspiranti) discepoli/discepole di Gesù non abbiamo una nostra vita propria, ma viviamo soltanto se rimaniamo ben attaccati alla vite e ci nutriamo della sua linfa, la sua Parola. Non siamo un albero, un cespuglio, nemmeno una pianta, che sarà fragile, ma ha vita propria. No, noi siamo “soltanto” tralci, come discepoli/discepole esistiamo soltanto nella misura in cui rimaniamo nella vite e soltanto rimanendo lì, dimorando nella sua parola, possiamo portare frutto.
Ma quei tralci non sono “soltanto” tralci, perché essere tralci vuol dire essere stati chiamati da Dio, per grazia, a essere discepoli/discepole di Gesù, vuol dire essere stati resi tralci da Dio, essere stati fatti nascere nella vite che è Gesù. E dunque, per il fatto di essere tralci, possiamo ringraziare il Signore che nella sua grazia infinita ci ha fatto questo grande dono.
Questo è ciò che ci è donato, insieme alla promessa che il vignaiolo, il Padre, ha cura di noi, ha cura dei tralci della sua vite. Quello che ci è chiesto è di rimanere nella vite, cioè in Cristo, di dimorare nella sua Parola che Egli ci ha annunziata.
È lei, la sua Parola, la linfa che ci fa vivere e mantiene noi-tralci saldamente attaccati alla vite-Cristo e fa sì che portiamo frutto e così facendo glorifichiamo Dio.

sabato 25 aprile 2020

Predicazione di Domenica 26 aprile su 1 Pietro 2,19-25 a cura di Marco Gisola

1 Pietro 2,(19)21-25
19 […] è una grazia se qualcuno sopporta, per motivo di coscienza dinanzi a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente. 20 Infatti, che vanto c'è se voi sopportate pazientemente quando siete malmenati per le vostre mancanze? Ma se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio. 21 Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme.
22 Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.
23 Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; 24 egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti. 25 Poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.


Il brano di oggi è un invito a sopportare le sofferenze che si subiscono ingiustamente e questo invito viene rivolto sulla base del comportamento che Gesù stesso ha tenuto nella sua passione e davanti alla croce. Cristo ci ha lasciato un esempio, dice il testo, di come comportarci davanti alla sofferenza ingiusta, lui che «soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente», cioè Dio, che è accanto a chi soffre ingiustamente.
Per capire perché Pietro, o chi per esso (è infatti molto discusso che le lettere che vanno sotto il nome di Pietro siano veramente dell’apostolo Pietro) dice queste cose a coloro cui scrive, dobbiamo capire chi sono i destinatari delle sue lettere. I lettori di questa lettera, come è indicato all’inizio della lettera, sono “gli eletti [cioè i cristiani] che vivono come forestieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia” (1,1). Sono dunque cristiani che vivono in mezzo ai pagani e che per questo motivo hanno a volte la vita difficile. Alcuni di loro, è detto nei versetti precedenti, lavorano come servi per padroni “difficili”, probabilmente pagani, e tutti loro hanno a che fare con un’autorità politica pagana. Da diversi accenni che troviamo nella lettera, comprendiamo che essi sperimentano la difficoltà di essere diversi dagli altri.
Questa diversità è fonte probabilmente, se non ancora di vere e proprie persecuzioni, comunque di difficoltà, di critiche, forse di diffidenza e di calunnia. Come fare a vivere la propria fede quando intorno c’è ostilità, o perlomeno la sfiducia di chi ci circonda? Come fare a conciliare la vita comunitaria e la spiritualità e tutto ciò che caratterizza una chiesa cristiana con una vita pubblica in cui ci si trova in mezzo a non credenti che sono a volte anche ostili? Problemi molto distanti dai nostri, che viviamo in una società (almeno teoricamente) a maggioranza cristiana.
Dunque, i credenti della fine del primo secolo a cui si rivolgono queste parole soffrivano a causa della loro fede. Soffrivano ingiustamente. E cosa dice la Parola di Dio a quei cristiani che soffrono ingiustamente a causa della loro fede? E dunque ai cristiani che anche oggi soffrono ingiustamente a causa della loro fede? Dice: Cristo è con voi, Cristo ha patito come voi, lui, il vostro pastore e guardiano delle vostre anime è come voi e con voi. Non siete soli, non siete pecore erranti, abbandonate, ma siete tornati al vostro pastore che ha conosciuto la sofferenza come voi e che vi accompagna nella vostra. La parola tradotta con “guardiano” in greco è episcopo (che in italiano è diventato vescovo) e significa letteralmente “sor-vegliante” cioè colui o colei che osserva e veglia da sopra, dall’alto. Cristo, dall’alto, guarda con amore e veglia su coloro che soffrono ingiustamente a causa sua.
Non fraintendiamo queste parole come se fossero un generale invito a sopportare la sofferenza o a sopportare tutte le sofferenze. No, queste parole non sono rivolte a chi in queste settimane ha perso un parente a causa del coronavirus, non sono rivolte a chi sta lottando contro un tumore. Sono rivolte a chi soffre ingiustamente a causa della propria fede.
Quando l’apostolo dice che «questa è una grazia davanti a Dio» e che «a questo siete stati chiamati» non vuol dire “siete stati chiamati a soffrire” o che la sofferenza in sé sia una grazia, ma vuol dire che la sofferenza ingiusta che si subisce è segno e parte del discepolato. È conseguenza dell’essere discepoli e discepole di Cristo. Niente “dolorismo” quindi, nessuna ricerca della sofferenza e nessun merito nella sofferenza.
La sofferenza è dolore, e il dolore è contrario alla volontà di Dio; Gesù ha sempre liberato le persone che incontrava dalla sofferenza che procurava loro dolore e causava emarginazione. Come è chiaro che l’ingiustizia, che provoca queste sofferenze, è assolutamente contraria alla volontà di Dio e Gesù stesso si è sempre opposto all’ingiustizia.
Ma capita che dei cristiani soffrano a causa della loro fede, capita in molti paesi del mondo, e capita che dei cristiani soffrano a causa del loro tentativo di essere coerenti con l’evangelo. A loro la Parola di Dio dice: Cristo che ha sofferto come voi e prima di voi, è con voi, è dalla vostra parte, veglia sulle vostre anime e vi dà forza di sopportare quello che non potete evitare.
Noi oggi riflettiamo su questi pochi versetti, ma non dobbiamo dimenticare che essi si trovano in un contesto più ampio e i versetti che precedono dicono un’altra cosa importante che ci aiuta anche a capire queste parole. Poco prima del nostro brano l’autore di questa lettera dà diverse istruzioni a questi cristiani che vivono immersi nella società dell’impero, che a è volte ostile. Il problema che si pone è come rapportarsi a questi pagani, che magari sono compagni o datori di lavoro, familiari, amici… sono le persone che hanno l’autorità politica e governano una città.
L’autore dice chiaramente: i pagani devono potere osservare «le vostre opere buone» e quindi dare «gloria a Dio» (v. 12). E la volontà di Dio è espressa in questo modo: la volontà di Dio è «che, facendo il bene, turiate la bocca all'ignoranza degli uomini stolti» (v. 15). Prima di esortare i cristiani dell’Asia minore a sopportare le sofferenze ingiuste, l’autore di questa lettera li esorta a tentare di “prevenire” (diciamo così … ) le ingiustizie. E come? Facendo il bene!
Qual’è l’unica arma che ha una piccola comunità cristiana che vive in mezzo all’ostilità dei pagani? l’unica arma che ha – anzi: l’unica arma che è consentito ai cristiani di usare! – è Il bene, è il fare il bene. Un’arma – beninteso – nonviolenta, che è quel modo di essere e di rapportarsi agli altri che Gesù stesso ci ha insegnato quando ha detto «se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra» (Matteo 5,39), che non significa subire per il gusto di subire, ma significa non rispondere a violenza con violenza, come ha anche detto l’apostolo Paolo quando ha scritto «non rendete male per male» (Romani 12,7).
Opporsi al male facendo il bene, questo è il modo di stare nel mondo e di rapportarsi agli altri dei discepoli e delle discepole di Cristo. Di questo modo di stare nel mondo e di rapportarsi agli altri – anche e sopratutto quelli che non la pensano come noi e ci vogliono male – fa parte anche il sopportare le sofferenze ingiuste, NON allo scopo – ribadiamolo ancora – di soffrire per soffrire, ma allo scopo di non rispondere all’ingiustizia con altra ingiustizia.
I cristiani venivano guardati di malocchio perché erano diversi dagli altri, non praticavano il culto degli dèi, non veneravano l’imperatore… L’autore di questa lettera, in fondo, chiede loro proprio di essere diversi, di essere diversi nel senso di essere discepoli e discepole di Cristo nella loro vita quotidiana, nel loro rapporto con le altre persone, a partire da quelle ostili. Questa diversità è la loro prima testimonianza, questa diversità è il loro essere discepoli e discepole di Cristo nel fare come Cristo ha fatto davanti alla sofferenza ingiusta che lui ha subito. E l’evangelo che oggi riceviamo è che Cristo – pastore e guardiano/sorvegliante delle nostre anime – è dalla parte di chi fa il bene e sopporta le sofferenze ingiuste, che quindi non è da solo, come una pecora errante, ma è vegliato e sostenuto dal suo pastore.
Un’ultima cosa va detta, visto il periodo in cui leggiamo questo brano: fa sicuramente un certo effetto leggere queste parole intorno al 25 aprile, festa della liberazione; liberazione che è avvenuta perché molti giovani l’8 settembre 1943 hanno deciso di non sopportare più la tirannia fascista e nazista ma di iniziare una guerra di liberazione.
Non hanno voluto sopportare la sofferenza ingiusta che avrebbero dovuto subire e hanno fatto una scelta di campo. Tra loro molto cristiani, molti credenti che lo hanno fatto anche per ragioni di fede, che hanno forse dato maggior peso a quell’altra parola biblica (pronunciata, anche questa, dall’apostolo Pietro), che dice che «bisogna obbedire a Dio anziché agli uomini» (Atti 5,29).
Hanno fatto la scelta che in tutt’altro contesto ha fatto Bonhoeffer quando, davanti alla domanda come poteva un cristiano partecipare al complotto per uccidere un uomo (Bonhoeffer collaborò indirettamente al tentativo di uccidere Hitler in un attentato che fallì nel luglio 1944), rispose che se un cristiano vede un pazzo che, alla guida di un’auto, sta facendo una strage, il suo compito non è soltanto quello di curare i feriti e di seppellire i morti, ma anche quello di fermare il pazzo alla guida.
Noi speriamo che la storia non ci metta più davanti a scelte del genere, ma forse “resistenza” è la parola giusta per definire anche l’atteggiamento che suggerisce il Pietro della lettera: una resistenza nonviolenta, portata avanti facendo il bene per dare una buona testimonianza del proprio Signore che è venuto a portare perdono, gioia e pace, ovvero il “bene” per eccellenza e, se necessario, nel sopportare le sofferenze ingiuste che questa testimonianza comporta, come ha fatto Cristo stesso. Che il Signore, che ci ha promesso di vegliare su di noi, ci aiuti e accompagni in questa resistenza quotidiana nonviolenta.

sabato 18 aprile 2020

Predicazione di domenica 19 aprile 2020 su Isaia 40,25-31 a cura di Marco Gisola

Domenica 19 aprile 2020 – prima dopo Pasqua
Isaia 40,25-31

«A chi dunque mi vorreste assomigliare, a chi sarei io uguale?» dice il Santo. Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca una. Perché dici tu, Gia­cobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio?» Non lo sai tu? Non l’hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile. Egli dà forza allo stanco e ac­cresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Sperare è come volare come un’aquila. Questa è l’immagine di questo bellissimo testo del profeta Isaia che ci viene proposto questa domenica dopo Pasqua.
Sperare è volare senza stancarsi; ma non “senza stancarsi” fisicamente, tutti noi ci stanchiamo, è una cosa più che normale…
Sperare, potremmo dire, è non stancarsi di andare avanti, di guardare avanti, anzi di guardare in alto: «Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome…»
Qui il profeta parla al popolo che è in esilio in Babilonia. E al popolo, che vede solo la sua sofferenza e la sua tristezza, Dio chiede di guardare in alto, all’opera di Dio, e gli parla degli astri, delle stelle. Dio le ha create e le conosce una ad una, le chiama addirittura per nome…
Dio invita il popolo a guardare in alto perché non perda la speranza, perché non dubiti che il Dio che ha creato quelle stelle e tutto ciò che esiste è lo stesso Dio che verrà a liberarlo dall’esilio e a ricondurlo a casa. Il Dio creatore è anche il Dio liberatore, che – come è scritto all’inizio di questo stesso capitolo - ha appena detto al popolo in esilio
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamate­le che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato» (40,1-2).
L’esilio sta per finire, questa è la promessa di Dio. Ma il popolo è ancora lì, a Babilonia, e stenta ancora a credere che la liberazione sia vicina. Per questo il profeta torna dal popolo e va a invitarlo a guardare in alto, va a nutrire la speranza del popolo in Dio, che lo libererà.
Perché sperare è anche distogliere lo sguardo da se stessi (e dal proprio dolore) per guardare in alto, per guardare a Dio, per guardare avanti.
I versetti che abbiamo letto sono la conclusione di un discorso che, come dicevamo, è cominciato all’inizio del capitolo, con le parole di consolazione che ho citato sopra e in cui il popolo è invitato a preparare la strada al Signore che viene a liberare Israele dall’esilio in babilonia (brano ripreso dal Giovanni il battista che invita chi lo ascolta ad accogliere Gesù).
Ma subito dopo, e quindi appena prima del brano che esaminiamo oggi, c’è un brano polemico che si po­trebbe definire una disputa, una discussione, che sembra quasi riecheggiare alcune affermazioni del libro di Giobbe. Così si rivolge il profeta al popolo, parlando di Dio:
«Chi ha misurato le acque nel cavo della sua mano o preso le dimensioni del cielo con il palmo?
Chi ha raccolto la polvere della terra in una misura o pesato le montagne con la stadera
e i colli con la bilancia? Chi ha preso le dimensioni dello Spirito del SIGNORE o chi gli è stato consiglie­re per insegnargli qualcosa?
»
Il popolo dubita e Dio, attraverso Isaia, risponde ai dubbi del popolo, vi risponde con decisione e con un pizzico di rimprove­ro, ma li ascolta e quindi li prende sul serio. E la risposta è un invito alla fiducia, alla fiducia nel Dio crea­tore che ha «creato queste cose» e che Israele conosce già: «Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?».
Eh sì, perché Israele lo sa che Dio è il creatore e che è anche il redentore, il liberatore; lo sa perché Dio ha liberato i suoi antenati dall’Egitto e quindi è in grado di liberarlo ora dall’esilio babilonese; lo ha udito, perché glielo hanno detto tutti coloro che Dio stesso ha inviato a annunciare al popolo la sua parola, da Mosè ai profeti. Dio risponde ai dubbi di Israele, Dio risponde ai nostri dubbi, ma non con dimostrazioni, bensì con la pro­clamazione della sua parola. Dopo la disputa, arriva la bellissima parola di grazia e di speranza:
Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stanca­no; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.
La sua parola dà speranza e quindi dà forza. Dà forza allo stanco e vigore a chi è spossato. Dio conosce la nostra stanchezza, conosce anche la stanchezza che stiamo vivendo in questo momento di lutti e di dolore per molti e di quarantena e di limitazioni per tutti.
Conosce la stanchezza di medici, infermieri e operatori sanitari che lavorano ogni giorno per curare perso­ne (non banalmente “malati”, ma persone) e salvare vite; conosce la stanchezza dei nonni che non posso­no vedere i loro nipoti da settimane, quando magari erano abituati a vederli tutti i giorni; conosce la stan­chezza di chi vive solo e non ha che il telefono per sentire voci amiche…
Conosce la stanchezza dei giovani che non possono incontrare i loro amici, degli anziani che non possono vedere i loro figli; conosce la stanchezza di chi non lavora ed è senza stipendio ed è angosciato per il suo futuro…
Perché da soli non vinciamo la nostra stanchezza, non troviamo il riposo che anche Gesù ci ha promesso quando ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo» (Matteo 11,28).
Da soli non ce la facciamo perché, dice Dio, anche «i giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacil­lano e cadono»… se facciamo affidamento sulle nostre sole forze non andiamo lontano, nemmeno i più gio­vani e forti vanno molto lontano, figuriamoci gli altri…! Ma…
«Ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano».
La nuova forza è la forza della speranza, che vince la stanchezza. Non quella fisica (quella ogni tanto tor­na e il nostro corpo ha bisogno di riposo), ma quella dell’animo, quella della fede che non smette mai di guardare in alto e di guardare avanti.
E quindi vola, vola come un aquila, uccello che ha destato ammirazione fin dall’antichità perché vola mol­to in alto e può scendere in picchiata a grande velocità per catturare le sue prede. L’immagine dell’aquila è utilizzata nell’Esodo, nel racconto del patto tra Dio e Israele, per parlare della liberazione dall’Egitto: «Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d’aquila e vi ho condotti a me» (Esodo 19,4)
In questi giorni in cui tra le tante vittime del Coronavirus dobbiamo contare anche lo scrittore Luis Sepùl­veda, potremmo forse usare un’altra immagine e dire che quelli che sperano nel Signore imparano a vola­re come la gabbianella del suo famoso romanzo (diventato poi film di animazione) “la gabbianella e il gat­to che le insegnò a volare”.
Non si impara da soli a volare, ci vuole un gatto che ci aiuti, anzi una comunità di gatti che tutti insieme insegnano a volare alla gabbianella che non sa ancora di poter volare. E nella sto­ria della gabbianella volare equivale a vivere, a essere ciò che si è, ovvero un uccello che può volare.
Anche per noi volare – ovvero sperare – equivale a vivere, a vivere sotto lo sguardo e la misericordia del Si­gnore, ed equivale a essere ciò che si è, o meglio ciò che si è diventati in Cristo: donne e uomini la cui vita è stata riscattata da Gesù Cristo e che per questo vivono sperando. E chi ci insegna a volare (cioè a sperare) non è il gatto o la comunità di gatti di Sepùlveda, ma è l’evangelo, che è donato e affidato alla comunità dei cre­denti, l’evangelo che risuona da Isaia fino all’annuncio gioioso di Pasqua.
L’evangelo della resurrezione è come la parola di Isaia a Israele: «consolate, consolate il mio popolo...». la schiavitù del peccato e della morte è finita, ora si può vivere sperando, si può volare, si può correre per amore e camminare per fede, perché quelli che sperano nel Signore …. corrono e non si stancano, cammi­nano e non si affaticano.
È una promessa quella che ci raggiunge oggi attraverso il profeta Isaia e che percorre tutta la Bibbia, dall’inizio alla fine, e che culmina nell’evangelo di Pasqua che ci dice che Cristo è risorto, la morte è vin­ta e ha vinto Dio, cioè ha vinto la speranza.
Anche a noi, che a volte siamo stanchi giunge l’evangelo, per bocca del profeta Isaia: «Egli dà forza allo stanco». E quindi, abbi fede, affidati al Signore, spera, e sperando volerai, anche quando – come la gab­bianella – non sai di poterci riuscire.
Spera, e sperando correrai senza stancarti incontro al tuo prossimo con amore, sperando camminerai sen­za affaticarti per seguire Gesù con fiducia.
Spera, e sperando volerai come l’aquila, la fiducia in Dio che dà forza allo stanco sarà la tua forza, l’amo­re e la grazia che Dio ci ha manifestato nel Cristo crocifisso e risorto saranno le tue ali.


sabato 11 aprile 2020

Predicazione di domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione su Giovanni 20,11-18 a cura di Pietro Magliola

Domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione
Evangelo secondo Giovanni, 20, 11-18

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.


Il racconto della Pasqua tramandatoci da Giovanni presenta alcune diversità in confronto allo stesso episodio, così come trasmessoci da Matteo, Marco e Luca. Si potrebbe pensare che Giovanni si preoccupi di portare poco a poco i suoi lettori all’incontro con il Risorto, quasi che dare la notizia improvvisamente fosse una cosa talmente inconcepibile da non permetterne la elaborazione da parte di chi la riceve. Sembra lo schema usato da Luca nel racconto dei discepoli di Emmaus, dove i due compagni di viaggio di Gesù vengono da questi portati poco a poco a riconoscerlo.
Ripercorriamo dunque brevemente il racconto di Giovanni.
Quel mattino del primo giorno dopo il sabato era stato sconvolgente per Maria Maddalena.
Recatasi al sepolcro di Gesù, aveva trovato la pietra rotolata via e aveva constatato con sgomento che il corpo del Maestro non c’era più. Subito si era precipitata ad avvertire Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, i quali erano corsi sul posto per verificare quanto riferito loro, ed essa li aveva accompagnati. Poi, dopo che i due discepoli erano tornati a casa loro, era rimasta lì, a piangere accanto al sepolcro vuoto.
Non ci viene detto se cercasse una ragione di quanto accaduto, che cosa pensasse davanti a quella tomba. Sappiamo solo che piangeva.
Ad un certo punto, guardando dentro al sepolcro, vede due angeli. L’angelo è un messaggero di Dio (angelo, in greco, significa proprio messaggero); ma questi angeli, a differenza di quanto raccontato dai sinottici, secondo i quali è proprio l’angelo ad annunziare alle donne la resurrezione, non recano a Maria nessun annuncio, le rivolgono soltanto una domanda: “perché piangi?” . “Perché hanno portato via il corpo di Gesu”, è la sua risposta.
Improvvisamente Maria avverte una presenza alle sue spalle. Si volta, vede un uomo, ma non riconosce in lui Gesù, bensì pensa che sia l’ortolano. Gesù non si rivela subito,anzi, anche lui la interroga: “Perché piangi? Chi cerchi?”
Due domande, invece di una sola. Al già sentito “perché piangi?” si aggiunge “chi cerchi?” Maria (e noi con lei) veniamo portati quasi per mano al momento decisivo. Le domande significano: “Qual è il motivo della tua tristezza? Sei proprio certa che oggi sia il tempo giusto per piangere?” e “Tu cerchi un cadavere su cui piangere. Sei sicura che la morte abbia avuto l’ultima parola? Non è che, per trovare il Signore, devi cercare qualcosa di diverso da un cadavere?” . Maria, ricordiamocelo, era la sorella di Lazzaro. Credeva nella risurrezione dell’ultimo giorno, e aveva assistito all’uscita di suo fratello dalla tomba. Aveva sperimentato la potenza di Dio che vince la morte. Ma tutto questo pare esser stato dimenticato. Gesù, il maestro, era morto, e non c’era più nulla da fare se non piangere sul suo corpo e attendere l’ultimo giorno.
La presenza degli angeli di cui abbiamo parlato prima dovrebbe metterci sull’avviso che Dio è in qualche modo intervenuto in quel sepolcro. Ed è intervenuto risuscitando il Crocifisso. E’ di capitale importanza che il Crocifisso e il Risorto siano la stessa persona. Con la risurrezione, Dio dichiara che la causa di Gesù (per così dire) è la sua causa, che il predicatore sconfitto ed ucciso è il Figlio, che la morte è stata sconfitta e non potrà avere su di Lui alcun potere.
Duemila anni dopo, siamo ancora in grado di cogliere la portata di questo annuncio? Oppure ci siamo assuefatti e la Pasqua è una data come un’altra, un appuntamento del calendario ecclesiastico? Non si tratta di fare o di farsi la morale, ma di riflettere su che cosa la risurrezione vuol dire per noi, e se necessario di ripensare a questo annuncio per porlo, o porlo nuovamente, al centro della nostra vita.
Chi riceve l’annuncio di Pasqua sa che non deve più piangere, che non deve cercare un cadavere o accontentarsi di osservare una tomba vuota. Dio non si manifesta in un cadavere né in una tomba vuota, ma in Gesù risorto.
Riprendiamo il filo del racconto. Maria chiede al presunto ortolano la restituzione del corpo del Signore, se fosse stato proprio lui a portarlo via. Ed ecco che Gesù si rivela, non con un’affermazione (Sono io Gesù), ma con una chiamata, con un nome, con il nome di lei: Maria!
Questa chiamata apre, per così dire, gli occhi a Maria, che comprende finalmente con chi stia parlando. Colui che gli sta davanti è Gesù, il Risorto. Non è più questione di cercare un morto su cui piangere, per trovare Gesù bisogna guardare al Risorto, ad un vivente. Con un avvertimento: è fondamentale la chiamata da parte di Dio. La relazione Dio – uomo è una relazione di fede, non empirica, razionale, dimostrabile scientificamente. Non è neppure un’ascesi, o l’esito di una ricerca, magari appassionata e sincera; non è una cosa a disposizione dell’uomo.
E’ Dio che chiama, e questa chiamata ha un nome: grazia. Questo racconto ci dice che Gesù chiama ciascuno e ciascuna con il suo nome: Maria! Piera! Massimiliano! Anna! Lilia! Stefano! Pietro! Per Dio, l’umanità non è una massa confusa da chiamare all’adunata come dei soldati in una caserma, ma siamo noi, ognuno di noi, nella propria individualità.
Maria ha finalmente ritrovato il suo Maestro e Signore. “Rabbunì! Maestro!” esclama. E’ la gioia della Pasqua che si libera in quel grido. Ma, come nel racconto dei discepoli di Emmaus, Gesù non rimane a lungo con lei. Le affida la missione di annunciare ai suoi fratelli (non li chiama discepoli, ma fratelli) che è risorto e che deve salire al Padre. “Non trattenermi”: il Risorto non è manovrabile a nostro piacimento, non possiamo pensare di disporne, né usarlo come un talismano a nostro favore o, come purtroppo è successo e continua a succedere, contro qualcun altro.
“Non trattenermi” vuol dire anche che Gesù non rimane indefinitamente su questa Terra. Egli deve ascendere al cielo e il suo posto verrà preso dallo Spirito. Sotto la guida dello Spirito, la missione della chiesa nascente non sarà diretta soltanto più a Israele, ma si aprirà al mondo, per portare anche ai pagani la notizia della risurrezione. Dio si rivela come il Dio di tutti gli uomini. Chi ha udito l’annuncio della resurrezione è, come i discepoli, fratello di Gesù e membro della famiglia dei figli di Dio.
Noi cerchiamo un morto su cui piangere, o gridiamo con gioia “Rabbunì, Maestro!” ? Che il Signore ci dia la grazia di ricevere e di ascoltare la sua chiamata!