domenica 10 giugno 2018

Predicazione di domenica 10 giugno 2018 sul tema "Il regno di Dio" - Culto con Scuola Domenicale a cura di Marco Gisola

La Bibbia parla molto del Regno di Dio. Ogni testo che parla del Regno dice cose un po’ diverse, perché il regno ha tanti aspetti e un singolo brano biblico non può raccontarli tutti.
Quindi, per prepararci al culto di oggi, ne abbiamo letti diversi, per la precisione sei: sei testi che parlano del Regno di Dio e per ciascuno di essi, abbiamo cercato una parola o un'espressione che potesse riassumere quello che quel brano dice del regno.
È importante infatti che ciò che leggiamo nella Bibbia ci faccia riflettere, ci faccia pensare. Questo è il modo in cui la Bibbia – nella quale incontriamo la Parola di Dio – agisce dentro di noi, facendoci riflettere su ciò che ascoltiamo e così cambiandoci e cambiando la nostra vita.
Quindi oggi vi proponiamo sei parole, o sei espressioni, che ci aiutino a riflettere nei prossimi giorni.


Marco 1,14-15
Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo».


La prima parola che incontriamo, proprio all’inizio della predicazione di Gesù, è CAMBIAMENTO. Gesù dice “ravvedetevi”, però noi abbiamo detto che nel testo originale c’è una parola greca che significa “cambiare mente”.
La parola “ravvedetevi” oggi noi la intendiamo in senso morale: “sei stato cattivo, devi diventare bravo”. Ovvio che diventare bravi non è mai sbagliato, ma la parola che dice Gesù vuole dire molto di più: vuol dire: cambia vita, cambia modo di pensare, cambia orizzonte.
Questa è la prima parola che Gesù pronuncia pubblicamente. Gesù annuncia un tempo nuovo: “il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino”. È vicino perché è arrivato Gesù, Gesù è vicino e se Gesù è vicino cambia tutto, cambia la vita, cambiano le regole della vita, cambia il modo di vedere Dio e di vedere il prossimo.
Credete al vangelo”: ecco il primo cambiamento: credete al vangelo – dice Gesù – credete cioè alla buona notizia che Dio vi ama e credete che io (Gesù) sono venuto per dirvelo e per dimostrarvelo.
Dio vi ama, Dio vi perdona, Dio guarisce e libera, Gesù è venuto a fare e a dire tutto questo. c’è solo bisogno di crederci, cioè di fidarsi e di affidarsi.
Il primo cambiamento è fidarsi, credere al vangelo. Il secondo è che se Dio ama me, ama anche te e vuole che io – che sono amato da Dio – amo te – che sei amato da Dio come me.
Il secondo grande cambiamento è che l’altro è il mio prossimo e non il mio avversario. Dio mi chiede di guardare l’altra persona non con gli occhi dell'invidia, della gelosia, del rancore, ma con gli occhi del fratello o della sorella.
Cambiamento o cambiate mente. Ecco la prima parola che ci insegna che cosa è il Regno di Dio. Quando il regno è vicino – quando Gesù è vicino – nulla è più come prima, Dio è amore e l’altro è il mio prossimo.


Matteo 5,1-12
Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
B
eati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.


Le beatitudini ci parlano del Regno di Dio e ci dicono per chi è il Regno di Dio. Del regno si parla due volte, ma abbiamo detto che tutte le affermazioni che seguono ogni beatitudine in realtà ci parlano del Regno di Dio: quando Gesù dice «Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati» intende dire: saranno consolati da Dio, nel suo regno.
E quindi una parola che ci hanno suggerito le beatitudini è “CONTRARIO”, perché per chi soffre, per chi piange, per chi sta male, per chi è povero il Regno di Dio è il contrario della situazione che sta vivendo.
Gesù non vuole che le persone piangano, soffrano, ecc. quindi proprio a loro promette di rovesciare la loro situazione.
Chi è afflitto, sarà consolato. Ma poiché chi è afflitto sarà consolato e sa che sarà consolato, perché è Gesù che lo dice, è già beato ora, perché riceve questa promessa. Beato non vuol dire che va tutto bene, ma vuol dire che le cose smetteranno di andare male.
E poi però ci sono altre beatitudini che non parlano del contrario, per esempio: «Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta».
Qui non è il contrario, qui Gesù parla di chi vive in COERENZA con il Regno di Dio, potremmo dire che vive come Dio vuole: poiché il Regno di Dio è il regno della misericordia, del perdono, chi sa perdonare e essere misericordioso vive già ora il regno.
Così è per chi si adopera per la pace, per chi è mansueto… chi si comporta così – e noi ogni volta che riusciamo a vivere così - vive già frammenti del regno e quindi è beato.


Matteo 6,31-33
Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più.


Alla fine del suo discorso sulle preoccupazioni, Gesù pronuncia questa frase: «Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più». Questa frase, detta così, tra molte altre cose ci sorprende quasi. Gesù ci dice che cosa cercare: il Regno e la giustizia di Dio.
La parola “regno” già dice tantissimo, eppure Gesù sente il bisogno di aggiungere un’altra parola, un’altra cosa che dobbiamo cercare nella nostra vita di tutti i giorni: la giustizia, la giustizia di Dio.
La parola che più si avvicina al senso profondo del regno è giustizia.
Se nel mondo vi fosse giustizia – cioè se tutti fossero liberi, se tutti potessero vivere in pace, se tutti avessero gli stessi diritti e nessuno fosse oppresso o discriminato - allora il mondo sarebbe molto diverso e sarebbe quasi come lo vuole Dio.
Ma la giustizia di Dio è ancora di più della migliore giustizia che possiamo immaginarci. La giustizia di Dio è quel “di più” di amore e di perdono di cui ci parlano le beatitudini.
Cercare la giustizia è già molto, cercare la misericordia, la mansuetudine, la pace, ecc è cercare quel di più che è la giustizia di Dio che Gesù ci ha insegnato.


Matteo 13,24-30
Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che aveva seminato buon seme nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò le zizzanie in mezzo al grano e se ne andò. Quando l'erba germogliò ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie. E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?" Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, dirò ai mietitori: 'Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio'"».


Gesù per parlare del Regno di Dio ha raccontato tante parabole. Noi ne leggiamo tre, molto brevi. La parabola delle zizzanie è conosciuta e ci dice una cosa semplice.
Il Regno di Dio nella nostra vita, non è separato da tutto il resto della nostra vita, ma anzi è mescolato con tutto il resto, proprio come in quel campo le erbe buone sono mescolate con le erbacce: per questo abbiamo scelto la parola “MIX”, per dire che il Regno di Dio è mescolato al resto.
Il bene è mescolato al male – anche dentro di noi; il perdono che ogni tanto riusciamo a dare è mescolato all’incapacità di perdonare che spesso invece prevale; la generosità è mescolata all’avarizia, e così via.
Il mondo non è in bianco e nero, buoni di qui e cattivi di là, il mondo è fatto di mescolanze di tanti colori, belli e brutti.
E la parabola di Gesù ci chiede di non voler separare ciò che è mescolato, perché ci penserà Dio a separare. Perché se volessimo fare noi i giudici, sicuramente strapperemmo anche l’erba buona insieme a quella cattiva.
Dobbiamo per il momento accettare che il Regno di Dio sia mescolato a tutto il resto, sia ostacolato da ciò che gli è contrario, sia a volte anche un po’ soffocato dalle erbacce della malvagità umana.
Quel che conta è che il Regno di Dio – cioè Dio - c’è ed è all’opera. Ed è quello che ci racconta la prossima parabola


Matteo 13,31-32
Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand'è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami».

Leggendo questa parabola, ci è subito venuta in mente la parola “piccolo”. È piccolo il seme di senape che l’uomo della parabola mette nel terreno.
Ma poi diventa grande, e allora abbiamo scelto l’espressione: “DA PICCOLO A GRANDE”. Che cosa ci dice questa parabola? Ci dice che il Regno di Dio non si nota, non si vede, è come un piccolo seme, che poi viene messo nella terra e quindi scompare.
Ma poi, ciò a cui quel piccolo seme dà vita è un grande albero, una cosa molto più grande del piccolo semino di partenza. Un piccolo seme produce un frutto così grande.
E la parabola non ci dice soltanto che quell’albero è grande, e magari è anche bello. Ci dice che quell’albero è utile, perché gli uccelli possono andare a ripararsi tra i suoi rami.
Così, l’azione di Dio è invisibile, non si vede, come il seme nesso sotto terra. Ma gli effetti di questa azione sono grandi e sono utili, danno riparo e forza e speranza a tante persone.
Anche Gesù era solo un piccolo uomo, che è stato maltrattato ed è finito anche male.
Ma quante persone hanno avuto e hanno fiducia in lui e quante vite sono state trasformate dall'incontro con lui?
Ancora oggi, Dio agisce attraverso la sua Parola, attraverso queste storie che noi rileggiamo e ascoltiamo. Sono solo storie antiche, ma noi crediamo che queste storie, come un seme seminato dentro di noi, possano cambiare la nostra vita.


Matteo 13,33
Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata».

L’ultima parabola ci dice una cosa simile alla precedente, ma con una sfumatura diversa: qui Gesù mette l’accento sul fatto che il lievito è NASCOSTO.
Il Regno di Dio è come il lievito che fa lievitare la pasta. Quando è mescolato con la pasta il lievito non si vede più, però c’è, e agisce, e la pasta quando è lievitata non è più uguale a com’era prima.
Così è – lo dicevamo prima – l’azione di Dio, della sua Parola, dell’evangelo: è nascosta, non si vede mentre agisce, si vedono gli effetti, i frutti come l’albero della senape, come la pasta lievitata.
Quando dunque a volte ci viene da chiederci: “ma Dio dov’è? Che cosa fa?”, possiamo ripensare a questa parabola: Dio è nascosto, la sua azione non si vede ma c’è e – grazie a Dio! - qualche volta se ne vedono gli effetti:
quando le cose cambiano e quando noi cambiamo; quando c’è giustizia; quando c’è misericordia; quando qualcuno lavora per la pace, quando gli afflitti vengono consolati e gli affamati vengono saziati…
E agisce mescolandosi alla nostra umanità, servendosi della nostra umanità, facendosi strada attraverso e nonostante le nostre colpe e la nostra piccolezza.
Il Regno di Dio è Dio che regna già oggi su di noi attraverso la sua parola che trasforma la nostra vita e il nostro mondo.
Per questo noi lo ringraziamo e gli chiediamo: “venga il tuo regno”, come ci ha insegnato Gesù: venga il tuo regno nelle nostre vite e venga per tutta l’umanità.


martedì 5 giugno 2018

Predicazione di domenica 3 giugno 2018 su 1 Corinzi 14,1-3.20-25 a cura di Massimiliano Zegna

1 Corinzi 14,1-3.20-25

Desiderate ardentemente l’amore, non tralasciando però di ricercare i doni spirituali, principalmente il dono di profezia.
Perchè chi parla in altra lingua non parla agli uomini ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione.
Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti.
E’ scritto nella legge: “Parlerò a questo popolo per mezzo di persone che parlano altre lingue e per mezzo di labbra straniere; e neppure così mi ascolteranno” dice il Signore.
Quindi le lingue servono di segno non per i credenti, ma per i non credenti; la profezia, invece, serve di segno non per i non credenti ma per i credenti.
Quando dunque tutta la chiesa si riunisce, se tutti parlano in altre lingue ed entrano degli estranei o dei non credenti, non diranno che siete pazzi?
Ma se tutti profetizzano ed entra qualche non credente o qualche estraneo, egli è convinto da tutti, è scrutato da tutti, i segreti del suo cuore sono svelati; e così gettandosi giù con la faccia a terra, adorerà Dio, proclamando che Dio è veramente fra voi”.



I capitoli 13 e 14 della prima lettera di Paolo ai Corinzi contengono delle affermazioni per me molto suggestive che mi hanno sempre colpito perché hanno accresciuto sia la mia fede in Dio sia il mio amore nei confronti di Gesù Cristo e nel suo Evangelo.
La prima frase del capitolo 13 di Prima Corinzi mi era stata suggerita anni fa grazie alla lettura in occasione dell’anniversario, nel tempio di Piedicavallo, del mio matrimonio con Anna.

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi l’amore, non sarei nulla.”

Poi vi sono le prima frasi del capitolo 14 oggetto delle mia predicazione di oggi che sono altrettanto suggestive: “Desiderate ardentemente l’amore, non tralasciando però di ricercare i doni spirituali, principalmente il dono di profezia. Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, ma in spirito dice cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione.

Dedicato all’amore è stato il discorso del pastore Michael Curry della chiesa episcopale americana in occasione dello storico matrimonio in Gran Bretagna fra il principe Harry e la sua sposa americana Meghan. Il pastore ha subito citato Martin Luther King nella sua predicazione Dobbiamo scoprire il potere dell’amore, il potere redentore dell’amore”.
Quello che più mi ha colpito di questo matrimonio non sono stati i cappellini variopinti degli invitati ma lo stupore degli organi di informazione nei confronti delle parole del pastore.
Forse ci si aspettava una predicazione più tradizionalista, più legata all’evento di matrimonio regale ma le parole semplici che derivano dall’Evangelo di Gesù Cristo sono ancora quelle che destano stupore in chi, forse, non ha conosciuto fino in fondo il messaggio d’amore che dovrebbe essere tipico di una chiesa protestante e comunque di una chiesa cristiana in generale.

Nel messaggio di Paolo ai Corinzi vi è un richiamo forte all’amore ma anche ai doni spirituali: in primo piano vi è la capacità di profetizzare.
Che cosa significa profetizzare? Chi è un profeta? Certo vi sono i profeti che si leggono nella Bibbia: Geremia od Isaia od altri, però la loro caratteristica non è tanto il prevedere il futuro ma testimoniare la presenza di Dio ieri oggi e domani. E questo lo si può fare in tempi e modi diversi e noi stessi lo possiamo fare anche nella nostra comunità con un linguaggio di esortazione, di edificazione, di consolazione.

Paolo dice che la profetizzazione è più importante del parlare in lingue. Che cosa significa questa frase che tira in ballo quella che si chiama con parola complicata di origine greca, la glossolalia (praticata nella chiesa di Corinto e ripresa anche nelle chiese pentecostali) che significa la capacità di parlare in altre lingue sotto l’influsso dello spirito.
C’è una bella risposta del teologo pastore Paolo Ricca che ho trovato recentemente in un sito della chiesa valdese.
Ecco una parte significativa del commento di Ricca:


Più interessante però della domanda se il «parlare in lingue» sia «segno divino» oppure «solo autosuggestione», mi sembra essere quest’altra domanda: Al di là della natura del fenomeno, quale può essere il suo significato? A me pare che un significato possa essere cercato principalmente in due direzioni. La prima è che questa «lingua degli angeli» (I Corinzi 13, 1), cioè non umana, parlata però occasionalmente da creature umane, segnala in maniera inequivocabile l’alterità di Dio e delle cose divine, che però si manifesta in mezzo alla comunità umana: Dio è in mezzo agli uomini, quindi presente e vicino a loro, ma come radicalmente altro; non è un pezzo di questo mondo. Come sono diversi i suoi pensieri e «più alti» dei nostri (Isaia 55, 9), così è diversa, se così si può dire, la sua lingua, quando, attraverso lo Spirito, parla direttamente, e non attraverso la mediazione di linguaggi umani.
E che cosa vuol dire che Dio è «altro» rispetto a noi? Vuol dire che non è un prodotto umano, creato dall’immaginazione, dal desiderio oppure dalle paure o dalle frustrazioni dell’uomo. Ma la sua divina alterità non significa estraneità, lontananza, e neppure incomunicabilità: Dio è Parola, che posso anche non capire, ma che può essere «interpretata», cioè tradotta nella mia lingua. Dio vuole, sì, manifestare la sua alterità, ma, come Altro, vuole comunicare con noi. Ecco perché Pietro, dopo aver parlato «in lingue», fa un discorso che tutti possono capire. Ma c’è un secondo significato possibile. Chi sono stati i primi cristiani a «parlare in lingue»? Sono stati gli apostoli, asserragliati nella «camera alta», paralizzati dalla paura, che mai avrebbero osato rivolgersi alla folla con un discorso coraggioso (e pericoloso) come quello di Pietro: lo Spirito li ha liberati dalla paura e ha sciolto la loro lingua. E chi erano i membri della chiesa di Corinto che occasionalmente parlavano «in lingue»? Erano per lo più schiavi o ex-schiavi, gente di umilissima condizione, probabilmente analfabeti, che mai e poi mai avrebbero osato parlare in pubblico e forse non sarebbero stati in grado di costruire un discorso razionale: ma ecco che lo Spirito dà loro la parola, come dice il profeta: «La lingua del muto canterà…» (Isaia 35, 6). In questo senso la glossolalia è davvero «segno divino», non per il suo aspetto miracoloso, ma perché fa parlare i «muti», cioè quelli che non osano parlare. Il miracolo è questo”

E’ molto bella questa interpretazione di Ricca di far parlare i “muti” tra virgolette ossia quelli che in genere non osano parlare. Un’altra mia interpretazione mi è stata suggerita da chi ha dimestichezza con i mezzi moderni quali il computer o internet. Ho scoperto che un giovane ha inventato, per comunicare con la propria ragazza giapponese, una app ossia un’applicazione di internet secondo cui è possibile che parlare in lingue diverse attraverso il proprio telefonino. Questo significa che fra due persone in modo simultaneo una conversazione telefonica possa essere tradotta ad esempio dal francese in italiano per essere subito compresa con l’utilizzo dei rispettivi cellulari.
Ecco quindi che le parole di Paolo possano essere meglio comprese nel mondo di oggi per dare della glossolalia ossia della capacità di parlare con lingue diverse non una interpretazione miracolosa o simbolica come ha spiegato Ricca ma una capacità che adesso si può realizzare con tecniche moderne sconosciute in passato.
Per svolgere questa predicazione mi sono avvalso anche del sermone di Luciano Zappella della chiesa valdese di Bergamo che ho trovato molto interessante. Ecco alcuni brani:


Di fronte alla scelta tra glossolalia e profezia, Paolo non ha dubbi: sceglie la profezia. Lo fa non per contrarietà nei confronti della glossolalia, ma sulla base di un criterio molto chiaro: solo ciò che edifica deve essere messo al centro di tutto. La crescita spirituale di una comunità non la si ottiene con effetti speciali o con formule più o meno misteriose, ma usando parole comprensibili, capaci di coinvolgere sia il cuore sia la mente. Paolo è pienamente convinto che una sola frase detta con parole chiare vale molto di più di mille parole pronunciate in una lingua incomprensibile. Questo per il semplice fatto che l’evangelo è un messaggio che può e deve essere trasmesso con parole umane, con parole che si rivolgono sia alla ragione sia al sentimento. Non c’è bisogno di esperienze spettacolari o soprannaturali per ricevere o per comunicare l’evangelo!”

L’amore rende impossibile la gelosia, l’odio, il disprezzo. Al tempo stesso, l’amore rende possibile una autentica vita comunitaria, indipendentemente dalla forma organizzativa di una comunità e dalle forme liturgiche del culto. Ma soprattutto, l’amore rende possibile l’edificazione della comunità.

Noi siamo figli di quella Riforma che, spezzando la separazione tra il clero e i laici, ha sottolineato, Bibbia alla mano, come tutti i credenti, dal primo all’ultimo, siano chiamati a predicare l’evangelo di Cristo, a dire la nostra fede, grande o piccola che sia. Solo così potremo essere una comunità profetica”


domenica 27 maggio 2018

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 su Esodo 34,4-8 e Giovanni 3,16-18 a cura di Daniel Attinger

Predicazione di domenica 27 maggio 2018 (festa della Trinità)
DIO MILLE VOLTE MISERICORDIOSO

Esodo 34,4-8
Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora, salì sul monte Sinai come il Signore gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il Signore discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a Mosè, e gridò: “Il Signore! il Signore! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!” Mosè subito s’inchinò fino a terra e adorò.

Giovanni 3,16-18
Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo per mezzo di lui. Chi ha fede in lui non è giudicato; chi non ha fede è già giudicato, perché non ha avuto fede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Fratelli e sorelle, carissimi,
Dopo il tempo della quaresima, dopo i giorni della passione e della risurrezione di Cristo e dopo il grande cammino di gioia che ci ha condotti alla Pentecoste che ci ricorda che siamo abitati e plasmati da quello Spirito che dimorava in Cristo e che ora ci conforma a Lui, oggi noi ringraziamo il nostro Dio che misteriosamente conduceva tutti questi eventi e continua a condurli. Celebriamo la santissima Tri­nità, sprofondiamo nel mistero.
Attenzione però: questa festa non celebra un dogma che umanamente non ha senso, perché uno non può essere nel contempo uno e tre. Oggi invece, celebriamo il nostro Dio, il Vivente, Colui che suscita vita: vita che zampilla dalla fonte stessa dell’amore che è il nostro Dio. In lui, infatti, vi è come un movimento a spirale dove il Padre, l’Amante, ama il Figlio, l’Amato, attraverso lo Spirito Santo, l’Amore, e da lì quest’amore si diffonde e abbraccia l’universo intero.
Perciò ho pensato di riflettere oggi con voi sul testo dell’AT che abbiamo appena ascoltato e che dice, in modo diverso, per noi forse meno evidente, ciò che rivela l’evangelo che abbiamo letto. La proclamazione del nome di Dio davanti a Mosè è un testo celebre nell’ebraismo, che lo considera come la sua confessione di fede, un po’ come lo è per noi il credo. Ma se gli Ebrei raccontano il loro Dio con queste parole, dobbiamo poter anche noi raccontarlo con le stesse parole giacché il loro Dio è anche il nostro.
Il testo appartiene agli episodi centrali dell’Esodo, quando Dio dona a Israele, accampato ai piedi del Sinai, la sua Legge. La risposta del popolo, non immediata, ma comunque abbastanza ravvicinata, a questo dono fu la richiesta, fatta ad Aronne, fratello di Mosè: “Fa’ per noi un dio che cammini alla no­stra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto” (Es 32,2). Aronne fece quindi preparare il vitello d’oro che provocò l’ira del Signore. Mo­sè s’interpose con veemenza e ottenne il perdono di Dio, perché, come dice il Signore poco prima del nostro testo: “A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia” (33,19). La proclamazione del nome del Signore che abbiamo ascoltato oggi è la spiegazione o l’illustra­zione di questa dichiarazione paradossale. La dico paradossale, perché Dio non mette in bilancia mise­ricordia e collera, come ci aspetteremmo, ma misericordia da un lato e pietà dall’altro. In Dio quindi c’è spazio solo per la tenerezza e per l’amore nei confronti delle sue creature. Ecco ciò che sot­tolinea anche l’affermazione di Dio come uno in tre persone: in lui non c’è altra unità se non quella dell’amore e della comunione.
Se ora ascoltiamo il Signore che proclama il suo nome davanti a Mosè, vediamo che dice sostan­zialmente la stessa cosa:
Il Signore! il Signore! (da sempre il tetragramma divino è associato alla misericordia di Dio), il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato.
Davvero, poiché Dio è amore, non c’è in lui nulla che non sia riflesso della sua bontà e della sua tenerezza.
Direte però: “Va bene, ma perché non cita la proclamazione di Dio fino alla fine? Ciò che segue, infatti, non va proprio in quella direzione!”. Anzitutto potrei rispondere che ho un precedente illustre: Gesù stesso. Quando fece la sua prima predicazione a Nazareth, ha anch’egli tagliato un pezzo del testo che leggeva. Ricordate! Gesù ha letto: “Lo Spirito del Signore è su di me perché mi ha consacrato per portare ai poveri il lieto annuncio …, per rimettere in libertà gli oppressi e per proclamare l’anno di gra­zia del Signore”, e si è fermato là, mentre il testo continuava dicendo: “e per promulgare il giorno di vendetta del Signore!” (Is 61,2).
Si vede che a Gesù non piaceva parlare della vendetta di Dio e quindi si è fermato prima. Potrei quindi fare anch’io la stessa cosa nella grande proclamazione di Dio a Mosè, e attenermi al Dio che è solo misericordia e perdono. Non lo farò, e quindi continuerò la lettura, fino alla fine della dichiarazio­ne di Dio. Ma siamo attenti a ciò che dice.
Ma [Dio] non terrà il colpevole per innocente; punisce (letteralmente: visita) l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!.
In queste condizioni, dov’è finito l’amore di Dio che sembrava illimitato? Forse il Signore si ri­mangia la sua promessa? No! Di certo! Ma allora, come capire la conclusione della proclamazione del nome di Dio?
In un primo tempo, Dio rivela l’immensità del suo amore; è l’inizio della dichiarazione: Dio è mi­sericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà, pronto a perdonare fino a mille generazioni … È anche ciò che Gesù ricorda nell’evangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unige­nito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Qui Gesù rivela che Dio ci ama tanto che se deve scegliere tra la sua e la nostra vita, preferisce che viviamo noi piuttosto che lui. Nel Figlio, infatti, è Dio che accetta di morire, perché il Figlio non è altro che Dio stesso, ma Dio “mortale” poiché in lui Dio si è fatto pienamente umano.
Questo significa forse che possiamo fare qualunque cosa? Proprio qui interviene la fine della pro­clamazione del nome di Dio: “… non tiene il colpevole per innocente, anzi punisce fino alla terza e alla quarta genera­zione”. Non per cancellare la sua misericordia, ma per precisarla. Dio è misericordia, perdono e amore, ma non è cieco. Vede il peccato, odia il peccato, e quindi punisce il peccatore, ma attenzione: se i pec­catori sono puniti fino alla terza o alla quarta generazione, essi stessi sono in realtà sommersi, nel con­tempo, dall’oceano di misericordia che si estende su mille generazioni. Dio non è farmacista per misu­rare ogni singolo grammo di peccato e dargli il contraccambio in punizione: è tre volte santo e quindi mille volte misericordioso. Paolo direbbe forse a questo punto: ciò che la legge non poteva fare, distin­guere cioè il peccato dal peccatore, Dio l’ha realizzato in Cristo: attraverso di lui, infatti, Dio ha condan­nato il peccato e salvato il peccatore.
Allora, restando attenti alle visite di Dio, cerchiamo di essere sempre testimoni del suo amore. A lui, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, ogni onore e gloria, ora e per i secoli dei secoli.
Amen.




lunedì 23 aprile 2018

Predicazione di domenica 22 aprile 2018 su alcuni Salmi a cura di Marco Gisola - Culto con la scuola domenicale

Biella, 22 aprile 2018
I salmi – culto con scuola domenicale


Con i bambini abbiamo fatto un piccolo percorso sui Salmi, così come ce lo ha proposto la rivista “La scuola domenicale”.
I salmi sono antiche preghiere del popolo di Israele che sono state raccolte e ci sono state tramandate: nell’AT ne abbiamo una raccolta di 150! queste preghiere venivano probabilmente cantate e purtroppo non possiamo sapere come venivano cantate perché ci sono arrivati i testi ma non la musica.
I salmi sono preghiere, quindi parole umane rivolte a Dio. Ma sono nella Bibbia e quindi in qualche modo sono anche parola di Dio. Potremmo dire che sono una specie di scuola di preghiera.
La nostra rivista della scuola domenicale ci ha proposto di leggere alcuni salmi abbinando ogni salmo a una emozione.
Che cosa sono le emozioni? Sembra facile rispondere e invece non è così facile! l’emozione è ciò che si prova in un determinato momento a causa di qualcosa ed è qualcosa di diverso dallo stato d’animo o dal sentimento.
Il sentimento è qualcosa che dura nel tempo, per esempio amo una persona e questo amore dura nel tempo oppure sono amico o amica di qualcuno e anche questo è un sentimento che dura nel tempo.
L’emozione invece è quella che provo a volte in modo improvviso per una causa precisa. Per esempio: non c’è dubbio che i vostri genitori vi vogliano bene e questo è un sentimento che dura per sempre.
Però può capitare che i vostri genitori si arrabbino con voi, per esempio perché la vostra camera è leggermente in disordine…! La rabbia è un’emozione che non elimina il sentimento dell’amore, dell’affetto del genitore o dell’amicizia.
La rabbia accade per qualche ragione in un momento preciso: la rabbia per il disordine della stanza; la gioia perché giocando a calcio o a basket si è fatto un goal o un punto.
I salmi sono pieni di emozioni, perché chi prega nella preghiera ci mette se stesso, ci mette quindi le proprie emozioni. Nei salmi che abbiamo letto abbiamo incontrato gioia, paura, rabbia, tristezza… tutte le emozioni più umane che ci siano, e ovviamente abbiamo anche incontrato sentimento o stati d’animo che invece durano nel tempo, come la fiducia, che è un elemento che torna in quasi tutti i salmi.


Il primo salmo che abbiamo letto è il salmo 30 ed è un salmo di gioia. Leggiamo i salmi in una versione un po’ semplificata che ci ha proposto la nostra rivista.


Salmo 30 – Gioia

Signore Dio ti voglio lodare ti voglio festeggiare
perché quando stavo male mi sono lamentato, gridando e tu mi hai guarito.
stavo così male da sentirmi come morto e tu mi hai dato nuova vita.
Cantate tutti al Signore, voi che lo amate, e fate festa perché lui è Santo.
Talvolta si è arrabbiato con me per un momento, ma la sua bontà dura per tutta la mia vita.
Se la sera piangevo ancora, la mattina la gioia era ritornata.
Stavo bene e pensavo tra me e me «non corro alcun pericolo».
O Signore sei stato tu a rendermi forte,
ma quando ti sei nascosto da me, mi sono sentito abbandonato.
Ho gridato a te, ti ho pregato di ascoltarmi e di venirmi in aiuto.

Tu hai cambiato il mio dolore in danza.
Mi hai tolto il vestito della tristezza e mi hai messo il vestito della festa,
mi hai rivestito di gioia, così che io possa sempre lodarti senza mai tacere.
O Signore, mio Dio, io ti celebrerò per sempre.
Farò sempre festa per te.



Leggendo il salmo abbiamo visto che nelle sue parole vengono espresse molte emozioni, ma che l’emozione prevalente, quella che c’è di più, è la gioia.

La gioia in questo salmo ha una causa: la ragione della gioia è che qualcosa che andava male poi si trasformato in bene: “quando stavo male mi sono lamentato, gridando e tu mi hai guarito”.

Prima della gioia c’era il dolore e il dolore fa gridare. Il salmista grida; non ci viene detto perché, che cos’è che lo fa soffrire. Sappiamo solo che a un certo punto il suo dolore se ne va. Qualche volta nella vita le cose brutte passano e ne arrivano di belle, qualche volta, grazie a Dio, le cose cambiano!

Ho gridato a te, ti ho pregato di ascoltarmi e di venirmi in aiuto”. Nella preghiera possiamo esprimere il nostro bisogno di aiuto. È una cosa difficile a volte chiedere aiuto, vorremmo farcela da soli, vorremmo non aver bisogno di aiuto e quando ne abbiamo bisogno non sempre lo riconosciamo.

Si può chiedere aiuto ai genitori, ai nonni, agli amici… si può chiedere aiuto anche a Dio. Si può chiedere di ridarci la gioia, di aiutarci a vedere le cose con ottimismo e con fiducia.

Al salmista succede qualcosa di bello e ringrazia Dio:

Tu hai cambiato il mio dolore in danza. Mi hai tolto il vestito della tristezza e mi hai messo il vestito della festa”.

Usa questa bella immagine del cambiarsi vestito. È solo un’immagine ovviamente, trasformare la tristezza in gioia non è così facile come cambiarsi un vestito.

Ma forse l'immagine del vestito ci vuol dire che è cambiato davvero qualcosa, il salmista non è più lo stesso, non è più uguale a prima, ora ha un vestito che serve per danzare e per fare festa.

Dio gli ha dato la forza, le cose sono cambiate e ora può danzare a fare festa. Il salmista sa bene che le cose nella vita non vanno sempre bene, che a volte vanno anche male e a volte anche molto male. A un certo punto ha anche pensato che Dio lo avesse abbandonato.

Ma ha avuto fiducia e ha saputo attendere, finché Dio gli ha tolto il vestito della tristezza e gli ha messo quello della festa.

Questo salmo ci insegna a chiedere aiuto quando le cose vanno male e a ringraziare il Signore quando le cose brutte passano e ritorna la gioia.




Salmo 13 - paura
Fino a quando, o Dio, ti dimenticherai di me?
Sarà forse per sempre?
Fino a quando ti nasconderai da me?
Fino a quando avrò così tanta paura e sarò triste per tutto il giorno?
Fino a quando i miei nemici combatteranno contro di me?

Guarda, rispondimi, o Signore, mio Dio!
Mostrami come posso andare avanti, perché ho paura
e non succeda che il mio nemico dica: “l’ho vinto!”

Quanto a me, io ho fiducia nella tua bontà:
il mio cuore pieno di gioia perché tu mi salvi dai miei nemici.
A Te canterò, Signore, perché mi hai fatto del bene.



Nel salmo 13 ritorna due volte la parola “paura”. La paura è l’emozione più umana che ci sia; solo nei film e nei cartoni animati ci sono eroi che non hanno mai paura. Tutti gli esseri umani invece hanno paura, anche quando non lo vogliono ammettere.
E allora parlando di questo salmo con i ragazzi/e siamo partiti dalle nostre paure: la paura del buio, la paura di certi animali, la paura di stare da soli, soprattutto se è buio. Stare soli al buio, sapere che non c’è nessuno e che non puoi vedere quello che succede intorno e te … questo fa veramente paura!
Anzi, spesso la paura coincide proprio con il senso dell’abbandono, infatti il salmo inizia proprio con le parole “Fino a quando, o Dio, ti dimenticherai di me?”. Il salmista si sente abbandonato da Dio e si chiede – anzi no: lo chiede direttamente a Dio: ti sei forse dimenticato di me?
Quattro volte nel salmo torna la domanda “fino a quando?” è una serie di domande rivolte a Dio, che sono in fondo riassumibili in una domanda sola: ci sei ancora? Io ho paura, e tu dove sei?
A volte la paura ci porta a chiuderci in noi stessi, tutto ci fa paura e forse ci vergogniamo di avere paura e ce la teniamo per noi. Nel salmo questo non accade:
il salmista esprime tutta la sua paura – e tutte le altre sue emozioni e stati d’animo, come la tristezza – e la dice a Dio.
Si sa che quando si sta male è meglio tirare fuori il proprio dolore, piuttosto che tenerselo dentro. Il salmista lo fa con Dio, tira fuori la sua paura e la confida al Signore.
Questo salmo ci insegna a non vergognarci di avere paura; con un gioco di parole potremmo dire: ci insegna a non avere paura di avere paura, a non avere paura di esprimere la nostra paura.
Di nuovo, lo si può fare con i genitori, con gli amici e anche con Dio. E di nuovo il salmo termina con una parola di fiducia e di gioia. La paura è sconfitta da che cosa? Non dal coraggio, ma dalla fiducia. Potremmo dire che nella Bibbia il coraggio si chiama fiducia.
La Parola di Dio oggi non ci invita a essere coraggiosi, ma a essere fiduciosi. Il coraggioso è chi non ha paura (ma non esiste chi non ha mai paura, può esserci chi ha più o meno paura di una certa cosa, ma non c’è qualcuno che non ha mai paura).
Il salmista ha paura, e alla fine del salmo non trova il coraggio, ma trova la fiducia. Il coraggio – se ce l’ho – è una cosa tutta mia, e nessuno – ripeto – ha così tanto coraggio da non avere paura di nulla.
La fiducia invece è relazione, è fiducia in qualcuno, è fiducia in Dio che non ti lascia solo.
Ecco il messaggio che ci viene da questo salmo: Non avere paura di avere paura, confidala al tuo Signore e cerca in lui la fiducia che scaccia la paura.


Salmo 109 – rabbia

Mio Dio, non tacere,
perché quelli che non credono in te
hanno aperto la bocca disonesta contro di me.
Hanno raccontato tante bugie su di me.
Mi odiano e mi fanno guerra senza motivo.
Come ricompensa della mia amicizia mi accusano
e io non faccio altro che pregare.
Mi rendono male per bene e ricambiano il mio amore con odio.

Chiama contro di loro qualcuno ancora più malvagio.
Vorrei che stessero male, loro e tutta la loro famiglia.
Vorrei che non avessero più una casa, né da mangiare
e che nessuno faccia loro del bene.
Signore, ricordati sempre del male che hanno fatto.
Ma tu Signore vieni ad aiutarmi, salvami, perché sei buono e mi ami.

Io sono piccolo e povero e il mio cuore è in ansia.
Mi sento dissolvere come un ombra della sera.
Mi cacciano via come una cavalletta.
Le mie ginocchia tremano.

Aiutami, o Signore! Loro maledicono, ma Tu benedici.
I miei nemici saranno avvolti di vergogna come in un mantello.
A voce alta festeggerò il Signore e canterò la sua lode in mezzo a tutti.
Perché lui sta accanto ai poveri per salvarli dai loro nemici.


A volte nei salmi troviamo cose che non vorremmo trovare. Troviamo tante parole belle e dolci, ma anche spesso parole dure, che non vorremmo trovare nella Bibbia.
Come per esempio, parole di rabbia. Una preghiera piena di rabbia stupisce. Eppure nei salmi c’è, come il salmo che abbiamo letto, quando il salmista, parlando dei suoi nemici, dice: “Vorrei che stessero male … Vorrei che non avessero più una casa, né da mangiare...”
Perché questa rabbia? Questa rabbia è conseguenza di un’ingiustizia subita, un’ingiustizia che ha fatto molto male.
L’ingiustizia produce molte emozioni, prima di arrivare alla rabbia; Infatti il salmista dice:
Io sono piccolo e povero e il mio cuore è in ansia. Mi sento dissolvere come un ombra della sera.
Mi cacciano via come una cavalletta. Le mie ginocchia tremano.

Ansia, paura, sensazione di essere cacciato via come una cavalletta fastidiosa, come quando una mosca ci gira intorno e noi la mandiamo via con un gesto della mano!
Chi fa questa preghiera prova tutte queste emozioni negative, si sente come una cavalletta cacciata via...
Sono queste sensazioni che fanno nascere la rabbia. La rabbia nasce dentro di noi senza che noi la cerchiamo, come un piccolo vulcano che nasce nella pancia, che comincia a ribollire. In qualche modo il vulcano deve eruttare e allora escono parole dettate dalla rabbia.
E allora forse anche qui abbiamo una piccola lezione da imparare: dire a Dio la nostra rabbia prima che essa si sfoghi contro qualcun altro.
A Dio possiamo anche dire quelle parole che di solito non ci piace leggere nella Bibbia, come le parole vendicative che abbiamo letto qui. Possiamo dirgli la nostra rabbia e chiedergli giustizia.
E in un secondo tempo, sbollita la rabbia, possiamo chiedergli anche di non essere vendicativi come avremmo voluto essere quando la rabbia è stata più forte di ogni altra cosa.
Ma chiedere a Dio aiuto per superare le ingiustizie – quelle che subiamo noi o quelle che vediamo accadere nel mondo – questo nella nostra preghiera lo possiamo senz’altro fare.



Salmo 56 - tristezza
Dio aiutami, perché molti uomini mi combattono e mi perseguitano tutti i giorni.
Quando ho paura, io confido in te.
Confido in Dio e non avrò paura.
Che mi può fare la morte?
Gli altri fraintendono sempre le mie parole;
vogliono solo farmi del male.
Si riuniscono per spiare i miei passi, vogliono togliermi la vita.
Fai tu a loro così male come fanno a me!
Tu conti i passi della mia vita; raccogli le mie lacrime nell'otre tuo,
non le registri forse nel tuo libro?
Io so che Dio è per me.
Loderò la parola di Dio, loderò la parola del Signore.
In Dio ho fiducia. che potranno farmi gli uomini?



Questo salmo è la preghiera di una persona triste, che si sente minacciata dai suoi nemici che vogliono addirittura togliergli la vita. In questa profonda tristezza, però, sa che non è solo: “Io so che Dio è per me”, cioè dalla mia parte; e per parlare di Dio usa un’immagine molto bella:
Tu conti i passi della mia vita; raccogli le mie lacrime nell'otre tuo, non le registri forse nel tuo libro?
Dio conta i nostri passi e raccoglie le nostre lacrime, anzi le registra nel suo libro. Il salmo dice che Dio prende nota di tutte le lacrime che versiamo. un’immagine molto tenera di Dio, direi un’immagine materna di Dio.
Proprio questa fiducia troviamo nelle parole finali del salmo: poiché sa che Dio arriva addirittura a contare e a raccogliere le sue lacrime, il salmista può dire “in Dio ho fiducia. Che potranno farmi gli uomini?”. La fiducia in Dio è più forte di ogni altra cosa.
Da un’immagine di tenerezza di Dio che raccoglie le nostre lacrime, passiamo a un’altra immagine, l’immagine di cura che ci regala uno dei salmi più amati, il salmo 23:


Salmo 23 – speranza, fiducia, lode
Dio è il mio pastore: nulla mi manca.
Mi fa riposare sui prati più verdi e mi guida verso acque tranquille.
Fa bene all'anima mia.
Mi conduce sul giusto sentiero.
Anche se camminassi nella valle scura,
di nulla avrei paura, perché tu sei con me, tu mi dai sicurezza.
Tu prepari per me una tavola apparecchiata festa e mi riempi il bicchiere di gioia.
Certo la tua bontà e il tuo amore mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita
e io abiterò nella casa di Dio per sempre.


Questo salmo esprime in modo molto intenso quello che abbiamo ritrovato un po’ anche negli altri, soprattutto nelle parti finali degli altri e della maggior parte dei salmi: la fiducia.
Tutto il salmo è una confessione di fiducia; la fiducia è espressa in molti modi diversi, e subito con l’espressione “Dio è il mio pastore”: questa frase esprime che Dio è qualcosa di diverso da me, come un pastore è diverso dalle pecore, quindi che può fare per me quello che io non posso fare. Ed esprime che il pastore è lì per me: Dio è il mio pastore.
E se è Dio a guidarmi nulla mi manca. Ho tutto quello che mi serve; non tutto quello che voglio, ma quello che mi serve (che sono cose un po’ diverse…!).
Ho tutto quello che mi serve, ma il salmo non nega e non tace i momenti difficili. Parla della valle scura, attraverso cui il pastore deve condurre il gregge e che è immagine dei momenti difficili della vita.
Ma proprio quando parla della valle scura, il salmista esprime il centro della sua fede: «Anche se camminassi nella valle scura, di nulla avrei paura, perché tu sei con me». Tu sei con me, quindi non ho paura.


Ricordate che l’altro salmo che abbiamo letto diceva “ho paura”. Questo dice: se tu sei con me, non ho paura.
Questa è la fiducia: so che tu, Dio, sei con me e quindi non ho paura della valle scura, perché tu non mi lasci solo ad attraversarla, ma mi accompagni, vieni con me e mi porti fuori dall’oscurità.


Due cose, per riassumere e concludere, possiamo portarci a casa oggi dalla lettura di questi salmi:
- la prima è che quando ci rivolgiamo in preghiera a Dio possiamo dirgli veramente tutto. Possiamo dirgli la nostra gioia, ma anche la nostra paura, la nostra rabbia, la nostra tristezza. Possiamo non avere segreti con Dio, non abbiamo bisogno di nasconderci e di nascondere le nostre emozioni.
- la seconda è che quello che quasi tutti i salmi ci dicono – anche quelli più di lamento - è che anche nella paura, nella rabbia e nella tristezza possiamo avere fiducia in Dio.
Non c’è paura così grande, non c’è rabbia così forte, non c’è tristezza così profonda che possano mettere in questione la nostra fiducia.
Possiamo dire a Dio tutta la nostra paura, senza perdere però la fiducia in lui; possiamo dirgli tutta la nostra rabbia, senza perdere la fiducia in lui; possiamo dirgli tutta la nostra tristezza, senza perdere la fiducia in lui.
In queste due cose – che a Dio possiamo dire tutto e esprimergli tutte le nostre emozioni, e che qualunque cosa stiamo vivendo possiamo mantenere la fiducia in lui – sta la grande lezione della scuola di preghiera che sono i salmi.
Che il Signore ci mantenga in questa libertà di dialogo con Dio e in questa fiducia nell’amore di Dio, che non viene mai meno.