sabato 11 aprile 2020

Predicazione di domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione su Giovanni 20,11-18 a cura di Pietro Magliola

Domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione
Evangelo secondo Giovanni, 20, 11-18

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.


Il racconto della Pasqua tramandatoci da Giovanni presenta alcune diversità in confronto allo stesso episodio, così come trasmessoci da Matteo, Marco e Luca. Si potrebbe pensare che Giovanni si preoccupi di portare poco a poco i suoi lettori all’incontro con il Risorto, quasi che dare la notizia improvvisamente fosse una cosa talmente inconcepibile da non permetterne la elaborazione da parte di chi la riceve. Sembra lo schema usato da Luca nel racconto dei discepoli di Emmaus, dove i due compagni di viaggio di Gesù vengono da questi portati poco a poco a riconoscerlo.
Ripercorriamo dunque brevemente il racconto di Giovanni.
Quel mattino del primo giorno dopo il sabato era stato sconvolgente per Maria Maddalena.
Recatasi al sepolcro di Gesù, aveva trovato la pietra rotolata via e aveva constatato con sgomento che il corpo del Maestro non c’era più. Subito si era precipitata ad avvertire Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, i quali erano corsi sul posto per verificare quanto riferito loro, ed essa li aveva accompagnati. Poi, dopo che i due discepoli erano tornati a casa loro, era rimasta lì, a piangere accanto al sepolcro vuoto.
Non ci viene detto se cercasse una ragione di quanto accaduto, che cosa pensasse davanti a quella tomba. Sappiamo solo che piangeva.
Ad un certo punto, guardando dentro al sepolcro, vede due angeli. L’angelo è un messaggero di Dio (angelo, in greco, significa proprio messaggero); ma questi angeli, a differenza di quanto raccontato dai sinottici, secondo i quali è proprio l’angelo ad annunziare alle donne la resurrezione, non recano a Maria nessun annuncio, le rivolgono soltanto una domanda: “perché piangi?” . “Perché hanno portato via il corpo di Gesu”, è la sua risposta.
Improvvisamente Maria avverte una presenza alle sue spalle. Si volta, vede un uomo, ma non riconosce in lui Gesù, bensì pensa che sia l’ortolano. Gesù non si rivela subito,anzi, anche lui la interroga: “Perché piangi? Chi cerchi?”
Due domande, invece di una sola. Al già sentito “perché piangi?” si aggiunge “chi cerchi?” Maria (e noi con lei) veniamo portati quasi per mano al momento decisivo. Le domande significano: “Qual è il motivo della tua tristezza? Sei proprio certa che oggi sia il tempo giusto per piangere?” e “Tu cerchi un cadavere su cui piangere. Sei sicura che la morte abbia avuto l’ultima parola? Non è che, per trovare il Signore, devi cercare qualcosa di diverso da un cadavere?” . Maria, ricordiamocelo, era la sorella di Lazzaro. Credeva nella risurrezione dell’ultimo giorno, e aveva assistito all’uscita di suo fratello dalla tomba. Aveva sperimentato la potenza di Dio che vince la morte. Ma tutto questo pare esser stato dimenticato. Gesù, il maestro, era morto, e non c’era più nulla da fare se non piangere sul suo corpo e attendere l’ultimo giorno.
La presenza degli angeli di cui abbiamo parlato prima dovrebbe metterci sull’avviso che Dio è in qualche modo intervenuto in quel sepolcro. Ed è intervenuto risuscitando il Crocifisso. E’ di capitale importanza che il Crocifisso e il Risorto siano la stessa persona. Con la risurrezione, Dio dichiara che la causa di Gesù (per così dire) è la sua causa, che il predicatore sconfitto ed ucciso è il Figlio, che la morte è stata sconfitta e non potrà avere su di Lui alcun potere.
Duemila anni dopo, siamo ancora in grado di cogliere la portata di questo annuncio? Oppure ci siamo assuefatti e la Pasqua è una data come un’altra, un appuntamento del calendario ecclesiastico? Non si tratta di fare o di farsi la morale, ma di riflettere su che cosa la risurrezione vuol dire per noi, e se necessario di ripensare a questo annuncio per porlo, o porlo nuovamente, al centro della nostra vita.
Chi riceve l’annuncio di Pasqua sa che non deve più piangere, che non deve cercare un cadavere o accontentarsi di osservare una tomba vuota. Dio non si manifesta in un cadavere né in una tomba vuota, ma in Gesù risorto.
Riprendiamo il filo del racconto. Maria chiede al presunto ortolano la restituzione del corpo del Signore, se fosse stato proprio lui a portarlo via. Ed ecco che Gesù si rivela, non con un’affermazione (Sono io Gesù), ma con una chiamata, con un nome, con il nome di lei: Maria!
Questa chiamata apre, per così dire, gli occhi a Maria, che comprende finalmente con chi stia parlando. Colui che gli sta davanti è Gesù, il Risorto. Non è più questione di cercare un morto su cui piangere, per trovare Gesù bisogna guardare al Risorto, ad un vivente. Con un avvertimento: è fondamentale la chiamata da parte di Dio. La relazione Dio – uomo è una relazione di fede, non empirica, razionale, dimostrabile scientificamente. Non è neppure un’ascesi, o l’esito di una ricerca, magari appassionata e sincera; non è una cosa a disposizione dell’uomo.
E’ Dio che chiama, e questa chiamata ha un nome: grazia. Questo racconto ci dice che Gesù chiama ciascuno e ciascuna con il suo nome: Maria! Piera! Massimiliano! Anna! Lilia! Stefano! Pietro! Per Dio, l’umanità non è una massa confusa da chiamare all’adunata come dei soldati in una caserma, ma siamo noi, ognuno di noi, nella propria individualità.
Maria ha finalmente ritrovato il suo Maestro e Signore. “Rabbunì! Maestro!” esclama. E’ la gioia della Pasqua che si libera in quel grido. Ma, come nel racconto dei discepoli di Emmaus, Gesù non rimane a lungo con lei. Le affida la missione di annunciare ai suoi fratelli (non li chiama discepoli, ma fratelli) che è risorto e che deve salire al Padre. “Non trattenermi”: il Risorto non è manovrabile a nostro piacimento, non possiamo pensare di disporne, né usarlo come un talismano a nostro favore o, come purtroppo è successo e continua a succedere, contro qualcun altro.
“Non trattenermi” vuol dire anche che Gesù non rimane indefinitamente su questa Terra. Egli deve ascendere al cielo e il suo posto verrà preso dallo Spirito. Sotto la guida dello Spirito, la missione della chiesa nascente non sarà diretta soltanto più a Israele, ma si aprirà al mondo, per portare anche ai pagani la notizia della risurrezione. Dio si rivela come il Dio di tutti gli uomini. Chi ha udito l’annuncio della resurrezione è, come i discepoli, fratello di Gesù e membro della famiglia dei figli di Dio.
Noi cerchiamo un morto su cui piangere, o gridiamo con gioia “Rabbunì, Maestro!” ? Che il Signore ci dia la grazia di ricevere e di ascoltare la sua chiamata!

Predicazione di domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione su 1 Corinzi 15,19-28 a cura di Marco Gisola

Domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di resurrezione
1 Corinzi 15,19-28


19 Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; 24 poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. 25 Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. 26 L'ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. 27 Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa, ne è eccettuato. 28 Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.


Sperare in Cristo per questa vita è già un enorme dono. Sapere che la malvagità, l’indifferenza, l’egoismo umani non hanno l’ultima parola, ovvero non hanno ragione, è una cosa meravigliosa. Sapere che anche gli eventi che non capiamo e non governiamo, come le disgrazie e le malattie, per quanto siano terribili (come il virus che sta facendo migliaia di vittime in queste settimane e ci ha sconvolto l’esistenza), non possono farci perdere la fiducia nella misericordia di Dio, è anche questa una grandissima consolazione.
Ma l’evangelo ci promette di più, ci promette più di questo. Non soltanto ci invita a sperare in Cristo per questa vita, per ogni aspetto di questa vita: spirituale, personale, sociale… Ma ci promette che l’amore di Dio va oltre questa vita, potremmo dire che l’amore di Dio ci porta oltre questa vita, ci accompagna anche quando questa nostra vita terrena termina.
Pasqua è questo annuncio meraviglioso, questo evangelo luminoso: non soltanto per questa vita ci è dato di sperare, ma anche oltre questa vita, anche davanti alla morte ci è data una speranza.
Non soltanto per questa vita, ma anche oltre. È essenziale per la nostra fede tenere insieme questa vita e la vita eterna, quelli che ogni tanto vengono chiamati - con termini peraltro non biblici - l’aldiqua e l’aldilà.
Il rischio è di considerare soltanto uno dei due e dimenticare l’altro. C’è chi punta tutto sull’aldiqua e sul (sacrosanto!) impegno sociale per trasformare il mondo e la società, e non si cura dell’aldilà. E c’è chi invece ha una grande fede nella vita eterna ma non si preoccupa e non si occupa della vita terrena e della qualità di questa vita terrena, dei diritti degli ultimi, della giustizia, ecc.
Inoltre, forse tutti noi abbiamo fasi della vita in cui guardiamo di più a questa vita (probabilmente nell’età giovanile) e fasi in cui guardiamo di più alla vita eterna (nella nostra vecchiaia), cosa che è umanamente comprensibile.
Ma dobbiamo davvero sforzarci di tenere insieme la vita terrena e la vita eterna. Questa vita è un dono meraviglioso, che Dio ci ha donato perché la vivessimo in pienezza, nutrendola con l’ascolto della sua parola e vivendola nel servizio, nella fiducia e nella gioia.
In una recente conferenza sul teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer (impiccato 75 anni fa dai nazisti per la sua partecipazione alla resistenza) è stato ricordato che Bonhoeffer ha potuto dire (mentre lo portavano al patibolo) che la sua fine (a 42 anni!) era per lui “l'inizio della vita”, manifestando così una grande fede nella resurrezione dei morti. Ma che pochi anni prima aveva scritto anche queste parole: “Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”.
Il futuro meraviglioso che Dio ci ha preparato nel suo regno e un “futuro migliore” (come dice Bonhoeffer) in questa vita in questo mondo non si contrappongono, ma sono due aspetti della stessa fede. Direi proprio della stessa fede nella resurrezione!
La Resurrezione riguarda tanto la nostra vita dopo la morte quanto la nostra vita qui ed ora. È la stessa speranza nella vittoria del bene sul male, dell’amore sull’odio, della comunione sulla discriminazione… in una parola: di Dio sul peccato umano e su tutte le sue contraddizioni.
La speranza nella vita eterna è speranza che è pura attesa di un puro dono che Dio ci offre per pura grazia. La speranza per questa vita è speranza attiva, sollecita, attenta, che richiede tutto il nostro amore e il nostro impegno.
Se sperassimo in Cristo «per questa vita soltanto», noi saremmo «i più miseri fra tutti gli uomini», perché non avremmo capito la portata dell’evangelo, non avremmo capito fin dove l’amore di Dio arriva, perché, dice Paolo, «l’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte». L’amore di Dio è più forte anche della morte, che è l’ “ultimo nemico”, quello più forte.
E davanti alla scena delle bare una a fianco all’altra che abbiamo visto in questi giorni, davanti alla morte nella solitudine di molte donne e uomini intubati, nei reparti di rianimazione o di terapia intensiva, la crudeltà di quell’ “ultimo nemico” l’abbiamo vista tutta. Ma proprio davanti a questa triste realtà, l’evangelo della risurrezione è l’unica parola che può dare una qualche consolazione.
Consolazione che non toglie il dolore – lo diciamo sempre ai funerali… - il dolore rimane forte, ma l’evangelo vuole portarci a sollevare un po’ lo sguardo oltre il dolore e oltre la morte, offrendoci una speranza più forte della morte.
L’evangelo della resurrezione ci parla della vittoria di Dio: «dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna ch'egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. E l’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte».
Paolo usa il linguaggio del suo tempo per descrivere l’opera di Dio come una vittoria sul male. Principati, potestà e potenze erano ritenute essere forze ostili a Dio e agli esseri umani. Paolo usa un linguaggio mitologico, che ci sembra molto distante.
Noi oggi non ci esprimeremmo così, eppure quante cose ci sono che non capiamo? La brutta esperienza che stiamo facendo di questo terribile virus in fondo ci mostra quante cose non capiamo e non sono sotto il nostro controllo; proprio noi, che pensiamo di poter avere tutto sotto controllo, grazie alla scienza e alla tecnica…!
Questo virus ora viene studiato, analizzato, si capirà (lo si sta capendo) che cosa è, da dove viene… Si troverà la cura e un vaccino…? Probabilmente sì, lo speriamo… ma intanto esso ci ha mostrato tutta la nostra debolezza e tutta la nostra fragilità.
L’evangelo ci dice che l’amore di Dio è più forte anche di quello che non conosciamo, anche di quello che non ci saremmo mai aspettati che potesse accadere. L’amore di Dio è più forte di tutto ciò che porta morte, che sia la malvagità umana che continua a fare una guerra dopo l’altra e a sfruttare il suo prossimo rendendolo schiavo e le risorse del creato senza scrupoli, oppure una pandemia come quella che ha colpito l’umanità in questi mesi.
Perché “l’ultimo nemico” non è soltanto il nostro nemico, ma è il nemico anche e prima di tutto di Dio! E Dio lo ha sconfitto con la potenza dell’amore, dell’amore incarnato e crocifisso, incarnato in Gesù, che è stato crocifisso dall’umanità che vuole solo difendere il proprio potere.
«Se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede» ha scritto Paolo pochi versetti prima del nostro testo (15,14). La nostra fede e la nostra speranza hanno le loro radici in ciò che è accaduto all’alba di quel mattino di Pasqua: la tomba era vuota, non c’era il cadavere, perché Gesù è risorto! Ed è risorto perché noi sperassimo non «per questa vita soltanto» ma anche oltre, perché la nostra speranza non avesse fine.
È risorto perché sperassimo, sì, per questa vita e ogni giorno di questa vita che ci è data, perché vivessimo ogni giorno di questa vita sperando e cercando la volontà di Dio, volontà di giustizia, di pace e di gioia. E – ripeto - se anche ci fosse solo questo sarebbe già moltissimo, sarebbe già un dono enorme.
Ma c’è di più, l’evangelo promette di più, dona di più. Ti fa sperare di più. Non permette che ti sia tolta la speranza nemmeno davanti a una fila di bare messe una accanto all’altra…!
Dio ha vinto, non il male. L’amore ha vinto, non l’odio. La vita ha vinto, non la morte. Ha vinto per te, e ti ha fatto partecipe di questa vittoria sul male, sull’odio, sulla morte, ti ha fatto partecipe della resurrezione. Per questo puoi sperare, per tutta la tua vita e ogni giorno della tua vita, ma non soltanto… puoi sperare oltre… puoi sperare di più! Questo è l’evangelo di Pasqua.


venerdì 10 aprile 2020

Predicazione del Venerdì Santo su 1 Corinzi 5,17-21 a cura di Marco Gisola

Venerdì Santo – 10 aprile 2020
2 Corinzi 5,19-21
17 «Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.
18 E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione» 19 Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. 20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. 21 Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.


1. Paolo utilizza una bellissima parola per descrivere l’evento della croce: riconciliazione. È una bellissima parola che usiamo forse troppo poco per parlare dell’opera di Cristo e anche di ciò a cui Cristo ci chiama: siamo donne e uomini innanzitutto riconciliati da Dio, per grazia, e poi donne e uomini che Dio stesso chiama alla riconciliazione tra di noi e a cercare riconciliazione nel mondo.
Ma in queste parole di Paolo, al centro c’è ciò che Dio ha fatto in Cristo per noi: «Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo». La parola riconciliazione presuppone che vi sia una frattura, qualcosa di rotto che viene ricomposto, qualcuno lontano che viene riportato vicino, qualcuno ostile che viene appunto riconciliato, ri-appacificato.
La parola riconciliazione esprime uno stravolgimento totale della realtà, da negativa a positiva, da lontano a vicino, da contrapposto a unito. È ciò che Paolo esprime nei primi di questi versetti, quando dice che «Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione».
La riconciliazione è la grande novità, la nuova realtà che Dio ci ha offerto in Cristo, anzi potremmo dire che Dio ha creato per noi in Cristo. Lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo, l’evento in cui questa grande novità accade è la morte di Gesù sulla croce nel giorno che noi chiamiamo il venerdì santo.
Noi siamo lontani da Dio e ostili nei suoi confronti, ma in Cristo Dio si avvicina a noi, che siamo lontani, nel suo amore che vince l’ostilità e perdona il peccato che ci allontana e separa da lui.
In queste parole di Paolo il soggetto della riconciliazione è sempre Dio; è sempre Dio che riconcilia e sempre noi coloro che vengono riconciliati. Lui è il soggetto della riconciliazione e noi i destinatari e i beneficiari, coloro che ricevono la riconciliazione; quella riconciliazione, che spesso non cerchiamo, Dio la mette in atto per noi e la mette in atto in Gesù che va da solo verso la croce.
La sua solitudine nell’andare verso la croce è il segno di quanto ci fosse bisogno e ci sia bisogno di riconciliazione ed è segno di quanto quella riconciliazione potesse essere soltanto opera esclusiva di Dio e della sua grazia, e non nostra. Gesù va da solo verso la croce, va da solo, senza di noi a riconciliare Dio con noi.

2. E come Dio ci riconcilia in Cristo con sé? «Non imputando agli uomini le loro colpe», dice Paolo. Il linguaggio della giustificazione si intreccia con quello della riconciliazione, due parole, due modi diversi ed entrambi ricchissimi di significato per dire che cosa Dio ha fatto per noi in Cristo.
Dio non ci ha imputato le nostre colpe. La colpa c’è, è evidente. Basta guardasi intorno per vedere le conseguenze delle colpe umane, del peccato umano, ovvero della situazione di non-amore per Dio e di non-amore per il prossimo e per il creato. Ma basta anche guardarsi dentro, guardare ciascuno e ciascuna dentro di sé per vedere la nostra colpa (e non solo quella degli altri…).
E la vediamo dentro di noi anche quando viviamo ed agiamo con le migliori intenzioni! Senza dubbio Paolo si sforzava di essere un buon cristiano, eppure lui stesso arriva ad ammettere che non riesce a fare il bene che vorrebbe fare e compie invece il male che non vorrebbe fare!: «il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio» (Romani 7,19).
La colpa c’è, ma non viene «imputata»; detto in altre parole: la colpa c’è, ma non c’è la condanna. La grazia di Dio non cancella la colpa, ma cancella la condanna che dovrebbe seguire a quella colpa. La condanna la prende Gesù su di sé andando a morire per noi.

3. Paolo usa poi un’altra espressione molto significativa per esprimere questo fatto: «Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui».
Gesù non ha conosciuto peccato ma, per grazia di Dio, diventa peccato per noi. Paolo non dice che diventa peccatore, ma che diventa peccato, il che è una cosa diversa. Continua a non essere peccatore, ma diventa peccato perché prende il nostro peccato su di sé.
Lutero ha espresso in modo molto chiaro ed efficace questo fatto utilizzando l’espressione “felice scambio”: «così l’anima credente può credere e gloriarsi di tutte le cose che Cristo ha come se fossero sue, e Cristo si attribuisce tutte le cose dell’anima come se fossero sue. […] Cristo è pieno di grazia, vita e salvezza, l’anima è piena di peccato, morte e dannazione. Ora si interpone tra loro la fede e accade che il peccato, la morte e l’inferno sono di Cristo, mentre la grazia, la vita e la salvezza sono dell’anima […]. Qui si compie il felice scambio…» (da La libertà del cristiano, 1520)
Lutero esprime nel suo linguaggio vivace e diretto ciò che Paolo dice quando afferma che Cristo diventa peccato per noi e noi diventiamo giustizia di Dio in lui. Ciò che non è nostro e non può essere nostro, cioè la giustizia di Dio, lo diventa in Cristo; ma lo diventa come dono, non come possesso. E ciò che può solo essere nostro, il peccato, diventa di Cristo, perché egli lo prende su di sé.
Il peccato diventa di Cristo, come dicevamo, non nel senso che egli diventa peccatore, ma nel senso che egli prende la nostra condanna. E noi riceviamo la sua giustizia, siamo giustificati. Il che non significa che non siamo più peccatori, ma che non siamo più condannati.
Forse il linguaggio giuridico della giustificazione a prima vista può apparirci un po’ freddo. Ma immaginatevi un colpevole, processato e condannato a molti anni di prigione, a cui venga detto: la condanna che ti meriti è di tot anni di galera. Te la meriti perché sei colpevole, su questo non c’è dubbio.
E invece no, niente prigione, vai, sei libero, la porta della prigione è aperta, anzi non ci entri nemmeno in prigione. Sei giustificato, ovvero libero.
Ma non sei soltanto giustificato, sei anche – e torniamo all’inizio – riconciliato. La riconciliazione è l’altro lato della medaglia: su un lato la giustificazione, sull’altro la riconciliazione.

4. La riconciliazione è un dono, e come tutti i doni va usato e curato e messo a frutto. Per questo Paolo può dire poco prima «Dio ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo» e subito dopo «vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. La grazia di Dio e la nostra vocazione.
Siamo riconciliati con Dio e questa è opera di Dio soltanto, l’opera che ha compiuta nella morte di suo figlio sulla croce. Ma Dio ci chiede di vivere questa riconciliazione, per questo Paolo chiede, anzi supplica, Siate riconciliati con Dio. Vivete da riconciliati e non vivete come se la riconciliazione non ci fosse stata.
Dio chiama noi – riconciliati da lui – a vivere e ad annunciare la riconciliazione: siamo «ambasciatori per Cristo», cioè inviati a costruire e ad annunciare riconciliazione. Siamo inviati ad annunciare riconciliazione, non condanna; ad annunciare pace, non giudizio; ad annunciare evangelo, non legge.
Ci è stato affidato il «ministero [in greco diaconia, cioè servizio] della riconciliazione». Dio ci ha voluti persone riconciliate annunciatrici di riconciliazione. Riconciliati, ovvero peccatori perdonati, nulla più di questo; e solo e proprio perché riconciliati, annunciatori di riconciliazione; solo e proprio perché perdonati annunciatori di perdono; solo e proprio perché graziati annunciatori di grazia.
La novità di Dio, la novità che la grazia di Dio ci ha portato in Gesù Cristo ha nome (uno dei tanti nomi…) riconciliazione.
Essa è dono di Dio ed è di conseguenza nostra vocazione, spirituale, umana, sociale, politica…
Oggi, venerdì santo, celebriamo il dono di Dio per noi, che si è compiuto sulla croce, che ci parla allo stesso tempo della nostra colpa e del nostro perdono, per cui Cristo è morto.
Su quella croce è avvenuta la nostra riconciliazione con Dio. Essa è opera della grazia di Dio soltanto ed è la grande novità che siamo chiamati a credere, a vivere, ad annunciare e a costruire.

giovedì 9 aprile 2020

Predicazione su Esodo 12,1-14 in occasione del Govedì Santo a cura di Marco Gisola

Giovedì santo – 9 aprile 2020
Esodo 12,1-14
1 Il SIGNORE parlò a Mosè e ad Aaronne nel paese d'Egitto, dicendo: 2 «Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno. 3 Parlate a tutta la comunità d'Israele e dite: "Il decimo giorno di questo mese, ognuno prenda un agnello per famiglia, un agnello per casa; 4 se la casa è troppo poco numerosa per un agnello, se ne prenda uno in comune con il vicino di casa più prossimo, tenendo conto del numero delle persone. Voi conterete ogni persona secondo quello che può mangiare dell'agnello. 5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno; potrete prendere un agnello o un capretto. 6 Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la comunità d'Israele, riunita, lo sacrificherà al tramonto. 7 Poi si prenda del sangue d'agnello e lo si metta sui due stipiti e sull'architrave della porta delle case dove lo si mangerà. 8 Se ne mangi la carne in quella notte; la si mangi arrostita al fuoco, con pane azzimo e con erbe amare. 9 Non mangiatelo poco cotto o lessato nell'acqua, ma sia arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le interiora. 10 Non lasciatene avanzo alcuno fino alla mattina. Quello che sarà rimasto fino alla mattina, bruciatelo con il fuoco. 11 Mangiatelo in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del SIGNORE.
12 Quella notte io passerò per il paese d’Egitto, colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, tanto degli uomini quanto degli animali, e farò giustizia di tutti gli dèi d'Egitto. Io sono il SIGNORE. 13 Il sangue vi servirà di segno sulle case dove sarete; quand’io vedrò il sangue, passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi per distruggervi, quando colpirò il paese d'Egitto. 14 Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione, e lo celebrerete come una festa in onore del SIGNORE; lo celebrerete di età in età come una legge perenne.


1. Quando gli ebrei celebrano la prima Pasqua? Quando sono ancora in Egitto, mentre sono ancora nella terra di schiavitù, nel luogo della sofferenza, prima di uscire dal paese dove sono stati resi schiavi, prima di attraversare il Mar Rosso, prima che l’esercito egiziano venga sommerso dalle acque del mare. Prima della liberazione. Prima che la liberazione avvenga, essa è già celebrata.
Questo fatto non è irrilevante. Dio chiede al suo popolo ancora schiavo di celebrare la liberazione. Anzi, si potrebbe dire di più: la celebrazione diventa parte integrante della liberazione: il sangue dell’agnello mangiato nel corso della celebrazione diventa il segno che identificherà le case che il Signore dovrà evitare quando verrà a uccidere i primogeniti degli egiziani1. Il rito della celebrazione pasquale fornisce questo strumento usato per segnare le abitazioni degli Israeliti.
La richiesta che Dio fa a Israele di celebrare la prima Pasqua in Egitto è molto significativa. Israele celebra Dio prima che Dio lo liberi dalla schiavitù, ringrazia Dio prima che egli agisca. È, da parte di Dio, una richiesta di fiducia; Israele celebra la prima Pasqua sulla fiducia nella Parola di Dio che ha promesso che lo avrebbe liberato.
Tutte le altre Pasque da allora in poi, fino ad oggi, sono celebrazione di lode e ringraziamento per la liberazione avvenuta. E ancora oggi, gli ebrei celebrano la Pasqua per ringraziare Dio non di avere liberato i loro antenati, ma per avere liberato loro stessi - che stanno celebrando la Pasqua oggi – dalla schiavitù.
Quella Pasqua invece, la prima, è stata la celebrazione della libertà nella terra di schiavitù, è stata celebrazione della fiducia nel Dio che aveva promesso di liberarli. È stata la celebrazione del Dio liberatore nella terra della schiavitù, nella terra del (presunto) Dio-schiavista Faraone. Un modo di affermare davanti alla potenza dell’imperatore egiziano che il Dio liberatore è più forte di lui.

2. Il sangue dell’agnello sacrificato, dice Dio, «vi servirà di segno sulle case dove sarete». Dio passerà oltre quelle case. Ma il segno non è per Dio, come se Dio avesse bisogno del segno per riconoscere le case dei membri del suo popolo, bensì per il popolo stesso. È il popolo che ha bisogno di segni per essere aiutato a credere, a fidarsi.
Dio coinvolge il suo popolo nell'evento di liberazione, perché la celebrazione è già l'inizio della liberazione, e facendogli segnare le proprie case gli dona un segno. Il sangue è segno di vita, contrapposta alla morte che colpirà i primogeniti egiziani. Il segno è segno della promessa, segno di promessa di vita e di liberazione per gli Israeliti che stanno celebrando la Pasqua, che è l’inizio della loro liberazione.

3. La Pasqua cristiana, come è noto, ha un significato diverso da quella ebraica, di cui qui è narrata l’origine. Per secoli le due Pasque sono state (dai cristiani) contrapposte, come se quella ebraica non avesse nulla da dire ai cristiani. Questo racconto ci dice invece molto anche sulla nostra Pasqua e sulla nostra celebrazione della Cena del Signore, che ci rimanda all’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, che ricordiamo il Giovedì santo.
Anche l’ultima cena è stata celebrata da Gesù con i suoi discepoli prima della sua morte e della sua resurrezione; anch’essa è stata segno anticipatore come la prima Pasqua degli ebrei in Egitto. Anche i discepoli hanno celebrato (probabilmente senza rendersene conto) la loro liberazione prima che avvenisse, hanno celebrato il segno della morte e della resurrezione del loro maestro prima che accadessero.
Anche quella ultima cena fa già parte della “liberazione” perché fa parte a pieno titolo della storia della passione di Gesù. E quella ultima cena, essendo una celebrazione della Pasqua ebraica, è stata, in modo straordinario, una cerniera tra le due liberazioni, quella del popolo ebraico dalla schiavitù sotto gli egiziani e quella dei discepoli e delle discepole di Gesù dalla schiavitù del peccato e della colpa; ed è stata cerniera tra le due Pasque, quella ebraica e quella cristiana.
La Pasqua ebraica ci aiuta quindi a interpretare e a vivere il segno che ci ha lasciato Gesù. Nella Cena del Signore celebriamo Gesù morto e risorto per noi e celebriamo l’avvento del suo regno di giustizia e di pace che deve venire. In questo secondo aspetto, la Cena è anche per noi segno anticipatore del regno che Gesù ha inaugurato e che attendiamo nella sua pienezza quando egli ritornerà.
Ed è, anch’essa, appunto segno per noi, segno che Gesù ha lasciato per noi, segno di quella comunione che Cristo ha stabilito con noi nella sua vita, morte e resurrezione, segno del dono della sua vita vissuta e offerta per la nostra liberazione e segno della gioia che ci attende nel suo regno.
Celebriamo anche noi – quando potremo tornare a farlo riuniti nel suo nome – la Cena del Signore con “i fianchi cinti, i calzari ai piedi e il bastone in mano”, ovvero pronti a partire per il viaggio del discepolato a cui Gesù ci chiama.
Come gli Israeliti quella notte, nemmeno noi sappiamo esattamente la strada che il Signore ci chiede di percorrere, ma sappiamo che la metà è la terra della libertà e della giustizia – da vivere e da cercare qui ed ora e che ci saranno donate pienamente nel suo regno - e che il cammino è fatto di quel dono e di quella condivisione che viviamo nella Cena a cui ci invita Gesù.




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1) Una breve nota sulla questione della strage dei primogeniti, che tocca profondamente la nostra sensibilità. La domanda che ci facciamo tutti è: non poteva Dio liberare Israele senza dover per forza uccidere dei bambini innocenti? Questa strage era proprio necessaria? Il racconto biblico non risponde a questa domanda, anzi: non si pone nemmeno questa domanda, siamo noi che ce la poniamo perché il comportamento di Dio ci sconcerta. Ma penso che se noi rispondessimo a questa domanda, sia che noi rispondessimo di sì, sia che rispondessimo di no, in entrambi i casi ci metteremmo al di sopra del testo biblico (che appunto non si fa la domanda e non dà una risposta) e anche al di sopra di Dio. Semplicemente dobbiamo riconoscere che non abbiamo la risposta a questa domanda. È più onesto e più evangelico riconoscere che non abbiamo risposta piuttosto che cercarne una a tutti i costi.
Possiamo solo analizzare il racconto e vedere che la questione centrale è qui il conflitto tra Dio e il Faraone (che si credeva egli stesso un Dio), che voleva uccidere tutti i maschi ebrei (Esodo 1,22), mentre Dio uccide “solo” i primogeniti. Del resto, Dio aveva mandato Mosè più volte a chiedere al Faraone di lasciare andare il suo popolo e il Faraone aveva sempre rifiutato (e a ogni rifiuto Dio aveva mandato una delle dieci “piaghe”); se il Faraone non si fosse ostinato, Dio non sarebbe arrivato a tanto. Infine, un versetto di qualche capitolo precedente ci fa capire come il libro dell'Esodo intenda questo conflitto tra Dio e Faraone: fin da quando Dio ha chiamato Mosè, gli ha detto che il suo compito sarebbe stato di andare a portare al Faraone questo messaggio: «Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito, e io ti dico: Lascia andare mio figlio, perché mi serva; se tu rifiuti di lasciarlo andare, ecco, io ucciderò tuo figlio, il tuo primogenito». Dio considera Israele il suo primogenito, ne rivendica la paternità, perché il Faraone se lo è preso e lo ha reso schiavo; l’ostinazione del Faraone gli costerà il suo (e quello di tutti gli egiziani) primogenito; l’idea che c’è dietro è che colpendo i primogeniti Dio vuole dire a Faraone che con la sua ostinazione a voler impedire l’opera di liberazione di Dio il Faraone sta mettendo a rischio il suo futuro e quello del suo popolo: la politica oppressiva e schiavista del Faraone non ha futuro.


sabato 4 aprile 2020

Predicazione di domenica 5 aprile 2020 - domenica delle Palme su Marco 14,3-9 a cura di Marco Gisola

5 aprile 2020 – Domenica delle Palme
Marco 14,3-9


1 Mancavano due giorni alla Pasqua e alla festa degli Azzimi; i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di prendere Gesù con inganno e ucciderlo; 2 infatti dicevano: «Non durante la festa, perché non vi sia qualche tumulto di popolo».
3 Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l'alabastro, gli versò l'olio sul capo. 4 Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d'olio? 5 Si poteva vendere quest'olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. 6 Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un'azione buona verso di me. 7 Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. 8 Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l'unzione del mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».
10 Giuda Iscariot, uno dei dodici, andò dai capi dei sacerdoti con lo scopo di consegnare loro Gesù. 11 Essi, dopo averlo ascoltato, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Perciò egli cercava il modo opportuno per consegnarlo.


Con questo racconto inizia la passione di Gesù. La passione inizia con la decisione da parte dei capi dei sacerdoti di uccidere Gesù, cui segue questo gesto strano e ricco di significato di questa donna, che rimane anonima.
Come avete sentito, il racconto dell’unzione di Gesù è incastrato tra la decisione dei capi sacerdoti di farlo morire e la scena in cui Giuda va dagli stessi capi sacerdoti per mettersi d’accordo per consegnare loro Gesù. In mezzo c’è questo racconto che narra un fatto molto inconsueto, perché questa donna entra in una stanza dove degli uomini stanno mangiando, ma non per servirli - questo sarebbe stato normale - ma per compiere un gesto molto particolare e totalmente inatteso.
È poi anche interessate dove avviene questa scena: il testo ci dice in casa di Simone il lebbroso; di questo Simone non si è parlato prima di ora nel Vangelo di Marco e non se ne parlerà neppure dopo. Difficile che Gesù e i suoi discepoli pranzassero in casa di un malato di lebbra: qualcuno ipotizza che Simone fosse stato malato e fosse stato guarito da Gesù e forse diventato suo discepolo, o forse solo amico.
Se è così, vuol dire la passione di Gesù inizia in casa di una persona che Gesù ha salvato dall’emarginazione. Mentre chi conta vuole ucciderlo, chi non conta nulla, ma ha ricevuto da lui nuova vita, lo ospita all’inizio della sua passione. Uno sconosciuto ospita Gesù e una sconosciuta lo unge.
Mentre chi non è sconosciuto, e anzi conosce bene Gesù ed è ben conosciuto da Gesù, Giuda, uno dei dodici, decide di “vendere” Gesù, di consegnarlo a chi vuole farlo morire. E notiamo che il racconto non ci dice perché Giuda decida di vendere Gesù…
Altri personaggi della storia sono coloro che condividono il pasto con Simone e Gesù; Marco li definisce semplicemente “alcuni”: erano discepoli? C’erano anche altre persone? Non sappiamo: da parte dei presenti – chiunque essi siano - ci arrivano solo parole di critica nei confronti della donna. Questo è dunque il contesto in cui si svolge la scena.


1. La questione centrale è il significato che dobbiamo dare a questo gesto. Che cosa intendeva fare la donna? il testo non ci dice quali fossero le sue intenzioni. Il testo ci dice quali sono le due interpretazioni di questo gesto: quella di Gesù e quella dei presenti.
Quella dei presenti è un’interpretazione di tipo economico e di tipo morale: la donna unge Gesù con un olio molto prezioso; vendendolo si sarebbero potuti aiutare i poveri. Un discorso logico, che regge perfettamente. Quell’olio profumato sembra davvero sprecato…!
Anche noi siamo sensibili davanti agli sprechi e ci arrabbiamo quando qualcosa di prezioso viene sprecato, tanto più se invece può essere utilizzato per aiutare chi ne ha bisogno. Molto probabilmente tra questi presenti che criticano la donna per lo “spreco” che ha fatto, ci saremmo anche noi.
L’altra interpretazione è quella di Gesù, che vede nel gesto della donna l’unzione anticipata per la sepoltura che, quando sarà morto, il suo cadavere non potrà avere, perché quando le donne, la mattina di Pasqua, andranno al sepolcro, lo troveranno vuoto.
Un gesto molto simbolico, che va oltre il gesto di affetto e che rimanda direttamente – ma solo secondo Gesù, non secondo gli altri che non lo capiscono – alla sua morte imminente. Per Gesù non è uno spreco, e del resto se quell’olio fosse stato usato per ungere un cadavere non sarebbe stato ritenuto uno spreco nemmeno dalle altre persone.
E evidentemente non è un spreco nemmeno per la donna; non sappiamo se fosse consapevole del significato del suo gesto, se avesse capito davvero (sarebbe stata l’unica!) che Gesù andava a morire, oppure se è stato uno strumento inconsapevole nelle mani di Dio.
Possiamo comunque pensare che aveva capito che quel momento era unico, che quell’incontro era unico e che quello era il momento di dare tutto, di “sprecare” ciò che aveva di più prezioso. Qualcuno paragona questa donna alla vedova che dona le sue poche monete, che sono tutto ciò che ha, per la cassa del tempio. L’una dona poco, l’altra dona molto, ma entrambe donano tutto.
L’idea dello spreco suggerisce però ancora un’altra cosa: la morte di Gesù sulla croce per noi, non è forse stato uno “spreco”? Perché “sprecare” (tra virgolette) una vita andando a morire sulla croce per chi in fondo non lo ha mai capito veramente?
Perché “sprecare” (sempre tra virgolette) così tanto amore per chi non sapeva veramente amare, anzi anche per chi sapeva solo odiare, visto quello che Gesù dirà nel vangelo di Luca: “perdona loro perché non sanno quello che fanno?”.
L’evangelo di oggi ci dice che quando si parla di amore, di perdono, di speranza, non bisogna usare il metro o la bilancia, non si può quantificare né monetizzare. Per questo la critica dei presenti al gesto della donna – di per sé logica e sensata – davanti all’amore di Dio non regge.
La passione e la morte di Gesù, raffigurata nel gesto di questa donna che “spreca” (di nuovo tra virgolette) il suo olio per lui, ci dice che l’amore è vero amore solo quando è “sprecato”, ovvero solo quando è gratuito, solo quando è donato e vissuto senza guardare al contraccambio. L’amore non va quantificato, misurato, non va nemmeno conservato, ma va “sprecato”, versato, o riversato, sugli altri senza misurarlo.

2. C’è poi un secondo aspetto nel gesto che compie questa donna. Dobbiamo ricordarci che nella tradizione di Israele chi viene unto con l’olio sul capo è il re. E chi versa l’olio sul capo del re è il profeta. Se Gesù è il re, il messia che Israele attende e questo gesto rappresenta la sua unzione, allora questa donna è la profetessa che unge il messia d’Israele.
Una donna unge il re d’Israele. Uno scandalo quasi più grande dello spreco dell’olio profumato! Gesù però dice che questa donna ha anticipato l’unzione del suo corpo per la sua sepoltura, che non potrà avvenire dopo la sua morte.
L’unzione dunque significa due cose: è sia il segno del re e del messia, sia il segno che preannuncia la morte; se la donna è consapevole di tutto questo, allora possiamo dire che questa donna è la prima persona nel Vangelo di Marco che capisce che il ministero del messia Gesù è strettamente legato alla sua sofferenza e alla sua morte.
E anche se non lo ha capito, il suo gesto significa che il regnare di Gesù comporta anche il suo soffrire e che il modo in cui Gesù regna lo porterà alla morte. L’ingresso trionfale in Gerusalemme è anche – con una drammatica ironia – l’inizio del cammino verso la croce.
La sofferenza e la morte sono parte integrante del ministero di Gesù, del suo modo di “regnare”. Sono la conseguenza del suo essere Figlio di Dio.
Tutto ciò questa donna lo ha espresso con un gesto; non ha detto nulla, non conosciamo neppure il suo nome. Ma questo suo gesto ha colto il centro della fede, questo gesto è una confessione di fede, che Gesù riconosce come giusta, che Gesù approva. Per questo il suo gesto è degno di essere ricordato per sempre, dovunque si predica l’evangelo, «in memoria di lei».
Perché questo gesto ci dice che il regnare di Gesù implica il suo soffrire, perché Gesù regna solo con la forza dell’amore disarmato e “sprecato”.
Il gesto di questa donna va ricordato perché in esso è in fondo riassunto tutto l’evangelo. Esso ci dice che Gesù regna sì, ma solo per amore e solo con amore; e che questo amore non lo ha conservato gelosamente ma, morendo per noi sulla croce, lo ha “sprecato” per noi.
Che questo pensiero ci accompagni in questa settimana e ci aiuti a vivere il tempo della passione di Gesù e andare verso la Pasqua, che sarà il trionfo dell’amore “sprecato”, che ci dirà che solo l’amore e la misericordia riversati senza misura sono la nostra salvezza e la nostra speranza.