domenica 25 febbraio 2018

Predicazione di domenica 18 febbraio 2018 (festa del XVII Febbraio) su Giovanni 8,31-36 a cura di Marco Gisola

Giovanni 8,31-36
31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?» 34 Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. 36 Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.


In questo denso dialogo che ci riporta l’evangelista Giovanni, Gesù ci dà una grande lezione sulla libertà, che è sempre il tema al centro delle nostre riflessioni nel culto del XVII febbraio.
C’è una libertà che si pensa di avere, che ci si illude di avere, che è un’illusione, che è quella che spinge gli interlocutori di Gesù a dire: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno». Noi siamo già liberi, lo siamo perché apparteniamo al popolo che Dio stesso si è riscattato liberandolo dalla schiavitù di Egitto.
In sé, non si più certo dire che avessero tutti i torti: la libertà che Dio aveva guadagnato al popolo ebraico, schiavo in Egitto, era una delle caratteristiche principali che ha segnato il rapporto tra Dio e il suo popolo: Dio aveva donato la libertà e aveva donato al popolo anche i mezzi per viverla, ovvero la terra e la Torah, che contiene le istruzioni per vivere e mantenere la libertà una volta che fossero entrati nella terra promessa.
Tutto ciò era sacrosanto, purché questa libertà non diventasse un fatto acquisito, scontato. Purché non diventasse una proprietà e non si cadesse nell’errore di pensare di non avere più bisogno di essere liberati, perché “tanto siamo già liberi e non siamo mai stati schiavi di nessuno...”.
In questo errore cadono gli interlocutori di Gesù e in questo errore spesso rischiamo di cadere anche noi: quello di pensare che la nostra libertà sia un dato acquisito, sia un fatto che nessuno può toglierci, quasi un dato naturale o storico: con la nostra storia di valdesi perseguitati, figurati se non sappiamo che cosa sia la libertà…!
La libertà non è mai scontata. Non lo è quella civile, e i recenti fatti di violenza razzista e di richiami al fascismo lo dimostrano. E non lo è quella spirituale, come dice Gesù, perché «chi commette il peccato è schiavo del peccato». Da questa schiavitù del peccato, che ci separa da Dio e dal prossimo, non ci liberiamo da soli.
Non è una nostra proprietà la libertà, e non è nelle nostre possibilità la liberazione. Non ci liberiamo da soli, abbiamo bisogno di essere liberati, abbiamo bisogno di un liberatore.
E infatti: «la verità vi farà liberi». O ancora: «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi». I verbi sono sempre al futuro: vi farà liberi, sarete veramente liberi… Questa parola di Gesù ci viene a dire oggi, che celebriamo le festa della libertà, che la libertà è sempre e solo un dono, che la possiamo solo e sempre ricevere, mai avere e possedere.
E questo, di nuovo, è vero per la libertà civile, quella che parla dei diritti civili, dei diritti umani; ed è vero a maggior ragione per la libertà spirituale, per la libertà dei figli di Dio.
La verità vi farà liberi”, dice Gesù. Cioè non siete liberi, non siete naturalmente liberi. Naturalmente siete schiavi. Siamo schiavi di noi stessi e della nostra miopia, che ci impedisce di vedere oltre noi stessi.
Ma cadiamo poi facilmente in molte altre schiavitù: possiamo diventare servi di un leader, di un capo, di una ideologia (che è spesso portata avanti da un capo)… E quanti, illudendosi di essere liberi, diventano schiavi di una qualche dipendenza, dal gioco, dall’alcol, da altre sostanze…!
Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi. Perché si può essere falsamente liberi, credere di essere liberi, ma in realtà essere schiavi. Chi passa le sue giornate davanti alle slot machines, giocandosi tutto ciò che ha e riempiendosi di debiti, è convinto di essere libero nelle sue scelte.
Il peccato è subdolo: ci rende schiavi dandoci l’illusione di essere liberi. Ma proprio l'illusione di essere liberi, di “possedere” la libertà, è il primo sintomo della nostra schiavitù. C’è bisogno di qualcuno che ci renda liberi, che ci dia la libertà.
La verità vi farà liberi”, dice Gesù: e la verità è lui stesso, è lui la parola incarnata e vera che Dio pronuncia su di noi. Essa è allo stesso tempo parola di giudizio, che scoperchia la menzogna della nostra finta libertà travestita da egoismo e indifferenza, e parola di grazia che ci dona la vera libertà, perché ci libera da tutti i padroni che possiamo avere.
Potremmo dire: non siamo liberi, ma siamo liberati, e siamo liberi solo nella misura in cui Dio continua a liberarci. Siamo liberi solo nella misura in cui non pensiamo di “avere” la libertà, ma siamo consapevoli di aver bisogno della liberazione del Signore.


E come fa a darci la libertà? Gesù ci dice qual’è la strada: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Perseverare nella sua parola è la prima cosa da fare per ridiventare liberi ogni giorno, per ricevere ogni giorno la libertà dei figli di Dio.
Frequentare la Parola equivale a frequentare una scuola di libertà. Questo la Riforma ce lo ha insegnato chiaramente. Nell’anno di celebrazioni del cinquecentenario della Riforma si è parlato molto della libertà di Lutero, che si è sentito libero di disobbedire al papa e all’imperatore, perché la sua coscienza era prigioniera della Parola di Dio.
L’anno di celebrazioni è finito – ed è giusto che sia finito, è stato un bel momento ma non si può celebrare all’infinito – ma forse il modo migliore per continuare a celebrare la Riforma è ritornare con entusiasmo alla scuola della Parola, da cui tutto ha avuto inizio.
La nostra libertà non la troviamo dentro di noi, non la troviamo nemmeno nella nostra storia, ma la troviamo soltanto in quella parola in cui siamo chiamati a perseverare.
Perseverando in quella Parola troveremo la nostra libertà, perché ci troveremo prima tutte le nostre schiavitù. Specchiandoci in essa e in ciò che essa ci racconta, troveremo le nostre schiavitù. Troveremo la schiavitù del nostro orgoglio nella storia del fariseo che va a pregare ringraziando di non essere come gli altri.
Troveremo la schiavitù della nostra pigrizia nel racconto del figlio che dice di voler andare a lavorare nella vigna ma poi non ci va. Troveremo la schiavitù della nostra invidia nella storia dei lavoratori della prima ora che si lamentano perché quelli dell’ultima ora hanno guadagnato tanto quanto loro.
Troveremo la schiavitù della nostra indifferenza nel comportamento del sacerdote e del levita che passano oltre l’uomo ferito e per evitarlo si spostano sull’altro lato della strada.
Frequentare la Parola di Dio è come frequentare un buon medico, che per prima cosa fa una diagnosi della malattia. Nella Parola troviamo la diagnosi della nostra schiavitù, che è il giudizio sul nostro peccato che ci rende schiavi.
Ma come un buon medico non si limita a fare la diagnosi, ma cura poi anche la malattia, così la Parola di Dio non si limita al giudizio ma pronuncia anche la parola di grazia, cioè di liberazione.
Per poter avere la cura bisogna però accettare la diagnosi, ovvero fare nostro il giudizio che Dio pronuncia su di noi e potere così accogliere la Parola di grazia.
La parola di grazia è che il nostro orgoglio, la nostra pigrizia, la nostra invidia, la nostra indifferenza non hanno l'ultima parola, che c’è una possibilità di riscatto da tutte queste colpe, perché l’amore di Dio ci offre una nuova possibilità, ovvero ci dona la libertà di poter ritentare di essere come Dio ci vuole.
Questo significa frequentare la scuola della Parola: dietro questo invito di Gesù c’è la ferma fiducia che quella parola – che è poi stata raccolta nella testimonianza degli apostoli e dei profeti – può trasformarci: come l’acqua scava la roccia su cui cade goccia dopo goccia, così la Parola di Dio vuole fare con le nostre vite, scavandole e trasformandole.
«Perseverate nella mia parola… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Perseverando nella Parola di Dio conosceremo la verità innanzitutto su di noi, sulle nostre piccolezze e sulle nostre piccole schiavitù, che noi non vorremmo neppure vedere.
Conosceremo quanto è illusorio pensare di liberarci da noi stessi, e quanto siamo illusi se pensiamo di essere naturalmente liberi.
Ma verremo anche a scoprire che la libertà ci è offerta, donata, in Cristo, che ce l’ha guadagnata a caro prezzo, a prezzo della sua vita.
E che da lì, da questo dono immeritato e gratuito, tutto può ricominciare: da lì può ricominciare la nostra fede, la gioia, la nostra speranza e anche la nostra libertà.


domenica 4 febbraio 2018

Predicazione di domenica 4 febbraio 2018 su 2 Corinzi 12,1-10 a cura di Marco Gisola

2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.


Oggi incontriamo un brano che è tra i più densi di quelli dell’apostolo Paolo. Denso sia per quello che Paolo dice su di sé, sia perché in questo brano incontriamo una confessione di fede di Paolo che è incredibilmente esistenziale, che ci dice come la fede segna in profondità l’esistenza dell’apostolo.
Il contesto è polemico, come accade in diversi brani delle sue lettere. Paolo si deve difendere dalle accuse che gli venivano rivolte. Nel capitolo 11 Paolo introduce il tema del “vantarsi” e dice – in un brano in cui afferma di parlare “da pazzo” - che lui avrebbe molto di cui vantarsi. Ha da vantarsi innanzitutto del fatto di essere un ebreo “doc” e poi avrebbe da vantarsi anche di tutto ciò che ha subito per il fatto di essere un servitore di Cristo: «Spesso sono stato in pericolo di morte. … Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli; in fatiche e in pene; spesse volte in veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità...
E non solo: nel brano che abbiamo letto ora, Paolo racconta, unica volta nelle sue lettere, il suo rapimento al terzo cielo. Inutile speculare su quale tipo di esperienza sia stata questa che Paolo ha vissuto. È un riferimento a quella rivelazione che Paolo ha avuto e di cui non sapremo mai come sia veramente andata. Quello che ci interessa qui, e interessa a noi per è quello che interessa a Paolo, è che lui di questa esperienza non si vuole vantare. Anzi, ne parla come se fosse accaduto a un altro: «Di quel tale mi vanterò». Ma è chiaro che quel tale è lui, ma ne parla come fosse un'altra persona: «ma di me stesso – dice - non mi vanterò se non delle mie debolezze».
Ecco qui la parola chiave: debolezza. Paolo non vuole vantarsi se non della sua debolezza. Uno che ha sofferto tutto quello che Paolo ha appena descritto – percosse, prigionia, fame, freddo…. - potrebbe vantarsi di averle superate tutte una per una, potrebbe vantarsi della forza che ha avuto per superare tutte quelle difficoltà. E invece no: delle mie debolezze mi vanterò. Non di altro. Di più: Paolo ha quella “spina nella carne” che non si è mai capito veramente che cosa fosse, forse una malattia, un dolore fisico costante. E ha chiesto a Dio di eliminargliela, ma la sua preghiera è rimasta inascoltata.
Il senso di tutto ciò è nelle parole che Paolo scrive alla fine del brano che abbiamo letto: Egli [Dio] mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
Ecco il culmine teologico ed esistenziale del discorso: sono debole, ho patito molto, ho una spina nella carne, ma di questo mi “vanto”, non per suscitare compassione o tenerezza, ma perché proprio qui, nella mia debolezza, si rivela la potenza di Cristo. La mia debolezza – dice Paolo – è il luogo che Dio sceglie per far riposare la potenza di Cristo.
Non perché io abbia qualche merito perché Dio faccia questo, anzi, Dio ha dovuto convertirmi, rivoltarmi come un calzino perché ero un persecutore dei cristiani. Ma semplicemente perché Dio mi ha scelto, mi ha reso debole – io che mi credevo forte – per far riposare su di me la potenza di Cristo; che è la potenza della croce.
Dove si è rivelata al suo massimo grado la potenza dell’amore di Dio? Sulla croce, nel luogo in cui apparentemente l'unica cosa visibile era la estrema e totale debolezza umana, sconfitta dalla forza della religione e dell’impero romano. La croce ci mostra che Dio si manifesta nella debolezza, non nella forza. «la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza» dice Dio a Paolo, che quindi può dire: «quando sono debole, allora sono forte». Parola di Dio da un lato, parola di Paolo dall’altro.
Parola di Dio: «la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Parola di Paolo: «quando sono debole, allora sono forte». Evangelo e esistenza umana che si incontrano e si incrociano nella potenza di Dio che si rivela nella debolezza umana.
Facciamo fatica a comprendere il discorso di Paolo. Almeno, io faccio fatica ad accettarlo fino in fondo. Faccio fatica perché è un paradosso (un paradosso è un’affermazione che va contro la logica comune): come facciamo a mettere insieme la forza e la debolezza? O c’è l’una o c’è l’altra…! E come faccio a mettere insieme Dio e la croce? Dio e la morte? Dio e la sconfitta di Dio? Sono cose che, secondo la logica umana, non stanno insieme. Eppure da quel giorno in cui Gesù è stato crocifisso, Dio si rivela nel paradosso. Il paradosso della croce, Paolo parlerà della pazzia della croce.
Gesù è morto debole, come è nato debole ed è vissuto debole. Gesù si è fatto debole, ma non perché si divertisse a fare così, si è fatto debole per stare con i deboli e dalla parte dei deboli, per manifestare, nella sua debolezza, la potenza di Dio. Gesù ha preso su di sé tutta la debolezza umana, per affidarsi completamente alla potenza di Dio.
La potenza di Dio non ha zittito chi urlava “crocifiggilo!”; non ha allontanato chi lo scherniva; e non ha fermato chi lo crocifiggeva. La potenza di Dio non ha schiacciato chi voleva la morte di Gesù e non ha eliminato chi voleva ucciderlo. La potenza di Dio non ha annientato l’oppressore, ma ha risuscitato la vittima. Per questo la potenza di Dio si dimostra perfetta nella debolezza. Perché non è la forza che annienta, ma è la forza che riconcilia; non è la forza che sconfigge, ma è la forza che libera. L’evangelo ci dice che Dio chiama dei deboli a essere suoi discepoli e sue discepole. Chiama dei deboli e li riveste della sua forza, che non è la forza del “quanto”, non è la forza del potere, delle armi, del successo, ma è la forza della liberazione e della riconciliazione.
Non è una parola facile da accogliere, perché è troppo rivoluzionaria per la nostra vita. Tutto intorno a noi spinge a essere forti, e a contare sulle proprie forze. Nella nostra società ciò che conta è il “quanto”: Quanta forza si ha, quanti soldi si hanno, quanto successo si ha, quanti amici si hanno su facebook…, e così via. Anche noi, nelle nostre chiese, siamo spesso portati a contare quanti membri di chiesa abbiamo, quante persone vengono al culto, quante persone ci sono alle nostre attività...
Questa parola ci dice che invece Dio ci chiama proprio in quanto deboli e attraverso la nostra debolezza vuole annunciare la sua forza. Non è dunque necessario che tentiamo di essere forti, non è necessario che cerchiamo la nostra forza e contiamo sulla nostra forza. Anzi: cercare la forza ci allontana da Dio, che cerca e sceglie i deboli. Non preoccupiamoci quindi del “quanto abbiamo” o del “quanti siamo”, ma della riconciliazione e della liberazione che Dio ci chiede di annunciare. Preoccupiamoci di quante occasioni abbiamo nella nostra vita di annunciare la liberazione dei deboli dalla forza e dalla prepotenza dei forti. Anche la nostra debolezza può diventare strumento della forza riconciliatrice di Dio.
Quando sono debole, allora sono forte, dice Paolo. La mia vera debolezza diventa vera forza nelle mani di Dio. Non è la forza umana del potere, dei soldi, del successo, ma è la forza di Dio, la forza della fede, la forza del perdono, la forza della speranza, la forza della libertà.
Non temiamo la nostra debolezza, non vergogniamoci della nostra debolezza, piuttosto mettiamola nelle mani di Dio, che anche a noi dice: «la mia grazia ti basta». E ci insegni a rispondergli con fiducia: sì, è vero Signore, la tua grazia mi basta. E la tua grazia, che mi basta, faccia riposare la tua potenza di perdono, di liberazione, di riconciliazione sulla mia debole vita e sulla mia debole chiesa.
Di altro non ho bisogno, perché in Te e soltanto in Te «quando sono debole, allora sono forte».

martedì 16 gennaio 2018

Predicazione di domenica 14 gennaio 2018 su Giovanni 1,35-42 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

ERA CIRCA LA DECIMA ORA

Letture: 1 Samuele 3,1-10; Giovanni 1,35-42
Cari fratelli e sorelle,
La domenica dopo la festa dell’Epifania, si rilegge tradi­zionalmente nelle Chiese d’Occidente l’episodio del battesi­mo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Su ciò che av­venne dopo, gli evangeli non concordano: secondo gli evangeli si­nottici, Gesù fu con­dotto nel deserto e fu tentato dal diavolo. Ma quest’episodio è normalmente riletto all’i­nizio del­la qua­resima, nel tempo che ci prepara alla Pasqua, perciò si legge solitamente, la domeni­ca dopo il battesimo di Gesù, il testo dell’evangelo secondo Giovanni che narra la chiama­ta dei primi discepoli di Gesù. Questa vocazione riceve, come ve­dremo, delle riso­nanze dalla chiamata di Samuele che abbia­mo letto come prima lettura.
Prima però di vedere queste risonanze, vorrei sottoline­are una curiosa annotazione dell’evangelo. Dopo aver narra­to l’incontro di Gesù con i due discepoli di Giovanni Batti­sta che l’hanno seguito per vedere dove abitava, l’evangelista conclude: “Era circa la deci­ma ora”, vale a dire circa le quat­tro del pomeriggio. A cosa serve questa indicazione tem­po­rale? Forse m’incuriosisce questa frase perché sono figlio di orologiaio, ma non è l’unica ragione!
Vi sono nella nostra vita dei momenti – magari insignifi­canti per gli altri – ma per noi decisivi; talmente decisivi che si sono impressi nella nostra mente in modo indelebile. Li ricordiamo dicendo ad esempio: “Me ne ricordo, come se fosse ieri”, oppure, per sottoli­nearne l’importanza, si dice: “Mi ricordo perfettamente: eravamo in quel bosco, o in quel luogo specifico”, o ancora: “Ricordo, il cielo era nitidissimo”. Sono mezzi con i quali cer­chiamo di dire quanto un evento è stato per noi assolutamente unico.
La menzione di questa “decima ora” è di questo tipo. È un segnale dato al lettore dell’evangelo per chiedergli di non passare troppo rapidamente sull’episodio che ha appena let­to, e per dirgli: “Attenzione! C’è del senso da trovare in ciò che ho scritto!” Ma allora, quale senso?
Ricordiamo: Giovanni Battista ha designato Gesù, che era un suo discepolo, come “l’agnello di Dio”. Questo titolo evoca la Pasqua, cioè la liberazione dalla schiavitù d’Egit­to: gli ebrei avevano dovuto spargere il sangue di un agnello sugli stipiti delle loro porte per essere risparmiati dall’ultima piaga. L’agnello era il simbolo, l’immagine della libera­zione. Ecco ciò che Giovanni discerne in Gesù: è colui che viene a portare la liberazione e la salvezza.
Andrea e il suo compagno si mettono quindi a seguire Gesù che, voltatosi, chiede loro: “Che cercate?”. Sorpresi, i due non sanno troppo cosa dire: “Rabbi, dove dimori?” Per il lettore dell’evangelo, questa domanda ha poco significato, sia perché il luogo dove dimorava Gesù non ha per lui gran­de importanza, sia, soprattutto, perché in realtà egli sa, non dove Gesù dimorava, ma dove dimora: il prologo dell’evange­lo lo ha detto: “Nessuno ha mai visto Dio. L’Unigenito che è nel seno del Padre lo ha rivelato”. Ecco la dimora di Gesù: non già una qualche casa della Palestina, ma il seno del Padre: è là che Gesù abita ed è proprio là che ha condotto i due disce­poli quando ha detto loro: “Venite e vedete!”
Ma cosa significa vedere che Gesù dimora nel seno del Padre? Anzitutto ciò dice la vicinanza di Gesù rispetto a Dio; è ciò che esprimiamo con il titolo di Figlio: colui che na­sce dal seno del Padre è suo Figlio, non come lo può essere una creatura di Dio qualunque, ma in un modo specifico, per cui pur essendo pienamente uomo, come noi, egli è anche intera­mente Dio. Gesù è il paradosso per eccellenza della fede cri­stiana; non un Dio trave­stito da uomo o che fa finta di essere uomo, ma un Dio che viene a condividere in tutto la nostra realtà umana fino alla morte – e quale morte! Scandalo e fol­lia per chiunque non crede.
Ma dire di Gesù che dimora nel seno del Padre significa anche che egli esce da lui. Ora cosa esce da Dio, se non la sua Parola? Proprio come dice il Prologo dell’evangelo: il Cristo è la Parola di Dio, Parola rivolta al Padre (vale a dire in dialo­go con lui), ma parola che s’indirizza a noi, esseri umani: non in una tempesta, né con suono di tromba o di tam­buro, ma che parla al nostro cuore, con voce non lontana da noi, non al di là dei mari o dei monti, ma vicinissima: nel cuore, proprio come la voce che chiamò: “Samuele, Samuele”.
Samuele non conosceva il Signore e perciò confonde la voce che lo chiama con quella del vecchio sacerdote col quale viveva nel tempio di Silo. Niente infatti distingueva la voce divina da una voce umana; già in quella voce Dio si era fatto uomo. Ecco perché “la parola di Dio era rara”: non già per scarsità, ma per il suo valore preziosissimo; la Parola di Dio è più preziosa di una gemma, appunto perché è parola di Dio indirizzata a noi, uomini.
Ma se vi è una parola di Dio per noi, occorre ascoltarla: “Parla Signore, il tuo servo ascolta!” Ecco una parola diffi­cile, perché vorremmo sempre dire esattamente il contrario: “Ascolta Signore, perché il tuo servo parla”. Come possiamo ascoltare la parola di Dio, di colui cioè che nessuno ha mai visto ma del quale ci parla Gesù? Forse a due condizioni noi possiamo ascoltare questa parola di Dio.
La prima, assolutamente necessaria, è che occorre fare silenzio. Ora questa è una del­le cose più difficili oggi: siamo costantemente assediati da mille rumori: le macchine, i com­puter, gli apparecchi, tutto nella nostra vita è accompagnato da rumori. Non si sop­porta più il silenzio, perché il silenzio fa paura, perché ci fa credere di essere soli, mentre in realtà è proprio in quel silenzio che non siamo soli. Soli si è in mezzo ai rumori o alle folle: più gridano più dicono la nostra solitu­dine! Nel silenzio invece, stiamo davanti al Dio tre volte mi­sericordioso che ci ribadisce ciò che sempre vuol farci capire: “Io ti amo, ti amo più di me stesso”.
Fratelli e sorelle, questa proprio è la vocazione; non tan­to uno scopo da raggiungere o una missione da compiere, ma prima di tutto essere raggiunti da questa voce che ci dice l’amore infinito di Dio per noi e lasciarsi persuadère che dav­vero questa è la nostra situazione davanti a Dio.
La seconda condizione è data dal fatto che Andrea non è solo: sta con un compagno anonimo, compagno quindi che possiamo essere noi. Se la Parola di Dio si ascolta nel si­len­zio, la si ascolta anche insieme a quelli che sono stati chiama­ti come noi: insieme nella ricerca di Dio, nella vita fraterna e nella comune lettura della Scrittura, luogo per eccellen­za do­ve la Parola di Dio ci vuol raggiungere. Il silenzio non impe­disce, anzi favorisce la comunione: comunione nell’ascolto e nella gioia di scoprirci figli e figlie di Dio in Gesù, colui che è, come lo dirà più avanti nell’evangelo di Giovanni, la via – il nostro cammino – e la nostra vita. A Lui la lode e la gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

domenica 7 gennaio 2018

Predicazione di domenica 7 gennaio 2018 (Epifania) su Efesini 2,2-12 a cura di Marco Gisola

Efesini 3,2-12
2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; 4 leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza. 8 A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo 9 e di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose; 10 affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio, 11 secondo il disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù; 12 nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui.


In questo brano non così semplice della lettera agli Efesini, che non si sa se sia dell’apostolo Paolo oppure di un suo allievo e discepolo, l’autore parla del tema che in genere è al centro del culto dell’Epifania, ovvero il fatto che la venuta di Gesù, che abbiamo celebrato a Natale, è un evento che riguarda tutti gli esseri umani. Questo è il senso della visita che fanno a Gesù i Magi, uomini che non erano ebrei, ma pagani e sono venuti da terre lontane per adorare Gesù.
Qui l’apostolo parla di un mistero che è stato rivelato: il mistero è appunto l’intenzione universale, universalistica di Dio, che ora in Cristo è diventata chiara. Potremmo qui obiettare che al pensiero ebraico questa intenzione non era sconosciuta, nel senso che i profeti parlano più volte del fatto che tutte le nazioni un giorno avrebbero riconosciuto il Dio di Israele e che Dio aveva detto che in Abramo stesso sarebbero state benedette tutte le nazioni e non solo il popolo che sarebbe nato da lui. Ma è vero che per i pagani questa è stata una enorme novità: per Dio non ci sono più distinzioni, come scrive Paolo in Romani 3(22b-24): “non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù”.
L’apostolo usa la parola mistero, ma non facciamoci spaventare da questa parola: Paolo parla di mistero solo per dire che ora non è più un mistero, perché è stato rivelato in Cristo. Rivelato vuol dire che è stato fatto conoscere da Dio attraverso la venuta di Gesù Cristo. Non c’è nulla di misterioso, c’è solo qualcosa di rivelato, non ci sono misteri da scoprire, ma solo un mistero già scoperto, appunto ri-velato, svelato. Il mistero rivelato è quello descritto al v. 6 del nostro brano: “vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo”.
Nella nostra traduzione in questo versetto ritorna tre volte l’espressione “con noi”, intendendo “con noi ebrei”. In greco il testo è più sintetico e usa le parole “coeredi” (eredi con noi), “con-corpo” (che in italiano non esiste, ovviamente, per questo è stato tradotto “membra con noi di un medesimo corpo”), e “compartecipi” della promessa.
Vorrei fermarmi un attimo su queste tre parole:
1. Co-eredi: eredità è il termine che ritorna più volte nell’AT per indicare le benedizioni di Dio per il suo popolo. Immaginiamo un pagano che un bel giorno riceve la comunicazione che ha ricevuto un’eredità. Ma come un’eredità? Il pagano non sa da chi potrebbe ricevere un’eredità. La persona che gli ha lasciato l’eredità non è un parente, nemmeno lontano! Fuori di metafora, i pagani non si attendevano nulla dal Dio di Israele, perché era il Dio di Israele! Loro avevano altri dèi; quella eredità non era loro diritto, per i pagani è stato un puro dono.
E come la mettiamo allora con gli ebrei? Mentre qualcuno diceva ai pagani che avevano ricevuto un’eredità inattesa, doveva anche dire agli ebrei che la loro eredità non era più soltanto loro, ma era anche di qualcun altro. La grossa differenza con le eredità “normali”, ovvero materiali, è che questa eredità, se gli eredi sono due anziché uno, non si divide, ma rimane uguale per tutti, anzi quasi si potrebbe dire che si moltiplica. Se gli eredi sono mille o un milione, l’eredità non viene divisa, perché è la stessa per tutti. Non è che dividi l’eredità con qualcun altro, ma con-dividi l’eredità con qualcun altro, che è co-erede con te, potremmo dire che godi dell’eredità con qualcun altro. E questo è un “di più”, non un “di meno”. Ebrei e pagani, dunque, eredi tutti insieme.

2. la seconda parola, in greco, è con-corpo, che in italiano non esiste ma che rende bene l’idea. Nella nostra Bibbia questa parola è tradotta “membra con noi di un medesimo corpo” e nel nuovo NT della Riforma “parte dello stesso corpo”. “Con-corpo” vuol dire che siamo corpo insieme, che ebrei e pagani sono insieme quello che Paolo in altre lettere chiama “corpo di Cristo”. Dal punto di vista ebraico, l’umanità si divideva in ebrei e pagani; ora le due parti sono unite. Se manca una delle due parti – ebrei e pagani – al corpo manca un pezzo. Solo insieme il corpo è completo. “Con-corpo” è un’espressione molto forte; significa che queste due grandezze – ebrei e pagani – in Cristo non solo sono unite, ma sono inseparabili.
Sappiamo dal Nuovo Testamento che ovviamente non tutti gli ebrei credettero in Cristo e tanto meno tutti i pagani, ma qui non si tratta di avere per forza tutti gli esseri umani inclusi nel corpo di Cristo, ma di non aver nessuno escluso a priori. “Con-corpo” significa che nessuno è escluso, che si è corpo insieme e che nessuno è escluso dall'essere parte di questo corpo.

3. la terza parola è “compartecipi” della promessa. Tutto si fonda sulla promessa che Dio ha fatto in Cristo e prima ancora aveva fatto al suo popolo. Questa promessa ora non è più limitata al popolo ebraico, ma è per tutti. Gesù porta a compimento questa promessa, che ora è per tutti. È la promessa che ti rende partecipe dell’eredità, è la promessa che ti inserisce nel corpo di Cristo. Ma non soltanto tu ebreo, ma anche l’altro, il pagano. E non soltanto tu, pagano, ma anche l’altro antico erede, l’ebreo.

In tutte e tre queste espressioni, in tutte e tre queste parole, la grande novità è che ora c’è l’altro. Per l’ebreo l'altro è il pagano, per il pagano l'altro è l’ebreo. Il risultato è lo stesso per entrambi: ora c’è l’altro. L’altro che non conoscevi, l’altro su cui avevi pregiudizi, l’altro che ti sembrava e forse ti sembra ancora diverso e distante. Ora è qui “con te”, coerede, con-corpo, compartecipe.
Questa è la novità del cristianesimo: l’altro non è più altro, ma è con te, a volte accanto a te, a volte di fronte a te, ma non è più senza di te e tu non sei più senza di lui. Questa è la meraviglia e la difficoltà della vita cristiana: che l’altro non è più a priori fuori dalla mia vita, ma è “con me”, “con noi”. E io non sono più fuori dalla vita dell’altro, ma sono con lui, e lui è con me.

Tutto questo, secondo l'apostolo, avviene “mediante il vangelo, di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza”. Attraverso l’evangelo avviene tutto questo, attraverso l’evangelo predicato, ascoltato, praticato avviene proprio questo miracolo: che l’altro non è più altro, non è più lontano, non è più diviso da te.
L'evangelo è questo cammino che avvicina, che unisce. Come i Magi, che hanno fatto un lungo cammino per arrivare da Gesù, hanno percorso migliaia di chilometri per non essere lontani e divisi da Gesù quando è nato, ma per essergli vicini e uniti.
È un lungo cammino, quello che unisce e avvicina. Un cammino che ci è dato di percorrere e ci è chiesto di percorrere, che a volte è faticoso, perché non è detto che l’altro abbia così tanta voglia di essere vicino e unito a noi, o che voglia essere vicino e unito nel modo in cui noi lo intendiamo. È un cammino lungo e faticoso, ma è il cammino che è tracciato dall’evangelo.
Di questo evangelo, scrive l’autore di questa lettera, “io sono diventato servitore”. Egli “serve” questo evangelo, vive al servizio di questa buona notizia, che nessuno è escluso, che il muro di cui ha parlato nel cap. 2 (14) è crollato, non può più dividere. L’apostolo si chiama “il minimo fra tutti i santi” e noi siamo ancora più minimi di lui. Ma anche a noi è dato non solo il dono di vivere questo evangelo, di vivere la realtà che questa buona notizia ci dà, ma ci è dato anche il compito di annunciarlo, di esserne servitori.
Per questo esiste la chiesa: in primo luogo per essere il corpo (o il “con-corpo”) che Dio ha creato nella fede in Cristo e di cui i credenti sono membra, e in secondo luogo per essere la servitrice di questo evangelo, di questa promessa, di questa Parola.
L’apostolo conclude: “Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui”, cioè in Cristo. Tutti e tutte, nessuno escluso, abbiamo questa libertà, che non va intesa come un diritto, ma come un dono, il dono di essere anche noi coeredi, anche noi con-corpo, anche noi compartecipi della promessa di Dio, rivelataci nell’evangelo.
In Cristo, anche noi, con tutti gli altri e non senza l’altro, abbiamo la libertà e il dono di poterci accostare a Dio con piena fiducia. È questo che oggi celebriamo nella festa dell’Epifania ed è per questo dono che ringraziamo il Signore.

sabato 30 dicembre 2017

Predicazione di Natale 2017 su Isaia 7,10-14 a cura di Marco Gisola

NATALE 2017 

Isaia 7,10-14
(letture: Luca 2,1-21; 2 Corinzi 12,1-10)

Il SIGNORE parlò di nuovo ad Acaz, e gli disse: «Chiedi un segno al SIGNORE, al tuo Dio! Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!» Acaz rispose: «Non chiederò nulla; non tenterò il SIGNORE». Isaia disse:
«Ora ascoltate, o casa di Davide! È forse poca cosa per voi lo stancare gli uomini, che volete stancare anche il mio Dio?
Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. 
 
Un brano non così noto ci è proposto quest’anno come testo della vigilia di Natale. Non così noto, ma molto importante per l’interpretazione della nascita di Gesù, perché è in questo testo di Isaia che il profeta dice che la “giovane” partorirà un figlio cui sarà dato nome Emmanuele. La traduzione greca dell’Antico Testamento tradurrà quel “giovane”, che indicava una giovane ragazza, con “vergine”, in modo che questo brano di Isaia diventò una conferma della nascita di Gesù da Maria vergine per opera dello Spirito Santo.
Il testo inizia con un breve dialogo tra Dio e il re Acaz. Il re Acaz non si fida di Dio, ha paura dei nemici che minacciano di attaccare Israele e si preoccupa. Dio vorrebbe che non si preoccupasse, perché c’è lui a proteggere Israele, ma come ben sappiamo è molto umano ed è più facile contare sulle proprie forze che confidare in Dio. E così Dio invita Acaz a chiedere un segno, per poter recuperare la fiducia in Dio. Ma Acaz rifiuta di chiedere un segno, non vuole tentare il Signore, dice. Questo rifiuto però non piace a Dio, che manda il profeta a dire a tutto il popolo che lui un segno lo darà alla casa di Davide e questo segno sarà che una giovane partorirà un bambino. Gli studiosi dicono che probabilmente si riferiva al re che avrebbe sostituito il re Acaz e che sarebbe stato, questa volta, un re giusto e fedele.
Ma questo brano è stato interpretato dai cristiani in senso messianico e riferito a Gesù. Fin qui il testo in sé, che per i cristiani è diventato una profezia riferita alla nascita di Gesù. La nascita è definita un “segno”. Dio aveva proposto al re di scegliere lui un segno, quello che voleva: “Chiedilo giù nei luoghi sottoterra o nei luoghi eccelsi!”.
Che cosa chiederemmo noi? Un segno cosmico che coinvolga il cielo e la terra? Un segno portentoso come la guarigione di questo o di quell’ammalato, o meglio ancora di tutti gli ammalati? La fine della fame e della guerra? Insomma, potremmo sbizzarrirci e dare sfogo a tutti nostri desideri, ovviamente ai più belli e ai più giusti: pace, giustizia, libertà…. Ma non siamo noi a scegliere il segno, è Dio che lo sceglie per noi. E che cosa sceglie? Un bambino… la nascita di un bambino. Non dobbiamo fermarci all’aspetto romantico del bambino, che fa tanta tenerezza; ogni bambino che nasce fa molta tenerezza…
Ma il profeta non si ferma al neonato, nel bambino lui vede l’uomo che diventerà; anche perché a quei tempi un bambino non faceva probabilmente tanta tenerezza come fa a noi ora. Un bambino era un uomo in formazione, da uomo sarebbe stato prezioso e utile, per lavorare, per fare la guerra, per fare una famiglia…. Da bambino era semplicemente un uomo in divenire, un futuro uomo, era ancora troppo debole troppo fragile, troppo bisognoso per essere prezioso.
Ma proprio per questo è significativo che Dio scelga un bambino come segno, dunque un segno fragile, che non da subito i suoi frutti. La stessa parola "segno" è usata per indicare Gesù ai pastori (Luca 2,12): "questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia". Gesù che nasce a Betlemme è per noi questo segno. Gesù che nasce a Betlemme è per noi questo segno. 
 
1. È un segno fragile. Ce lo dice tutta la storia del Natale; Luca ci racconta la storia del censimento, del viaggio di Giuseppe e Maria, del fatto che non c’è posto per loro nell’albergo, della mangiatoia che si trova in una stalla o in una grotta adibita a stalla… e poi i pastori, uomini impuri a causa del loro mestiere che sono i primi a visitare Gesù e ad adorarlo.
Matteo ci racconta la storia della strage degli innocenti, cioè dei bambini che il re Erode fa uccidere perché è geloso e vuole eliminare colui che pensa possa essere il suo rivale. E poi la storia dei Magi, uomini saggi, astronomi che vengono da lontano ad adorare Gesù… Insomma una storia di persone marginali, che stanno alla periferia della società e della storia. Un segno fragile, che in sé sembra non aver nulla da dire, un bambino che non si distingue da tutti gli altri bambini che nascevano, che nascono e che nasceranno in questo mondo.
Gesù sarà un segno fragile dall’inizio alla fine, e soprattutto alla fine, nella passione e nella croce, verrà fuori tutta la sua fragilità. È un segno volutamente fragile, perché Dio ha voluto con l’incarnazione rivelarsi attraverso la fragilità umana. Ma rivelarsi attraverso la fragilità umana non vuol dire per Dio essere meno Dio. Dio, in Gesù di Nazaret, nel neonato nella mangiatoia, è altrettanto Dio di quando separava le acque del Mar Rosso per portare Israele fuori dall’Egitto, altrettanto Dio di quando faceva trovare la manna nel deserto e faceva scaturire acqua dalla roccia per dissetare il suo popolo.
La fragilità di Gesù è la forza di Dio, è la forza del regno che Gesù porta in prima persona. Perché forza, se Dio qui sembra così debole? Perché a Pasqua Gesù vincerà su quelli che lo hanno crocifisso e vincerà di una vittoria del tutto particolare, vincerà dopo aver perdonato chi lo aveva ucciso. È la forza di chi vuole vincere senza sconfiggere, senza annientare, è la forza dell’amore e del perdono. Lo aveva capito bene l'apostolo Paolo, che ci ha lasciato nelle sue lettere alcune affermazioni che sono delle perle teologiche: nel brano che abbiamo letto afferma “quando sono debole, allora sono forte”.
Sì, perché ciò che Dio ha fatto in Gesù è di esempio anche per noi, o meglio è la nostra realtà: siamo deboli, ma la Parola di Dio ci dice che in questa nostra debolezza sta la nostra forza. Non la forza dei muscoli, ma della fede, non la forza delle armi, che fanno male, ma del perdono, che fa bene a chi lo offre e a chi lo riceve. Questa è la forza della debolezza, questa è la forza di Dio che si incarna nella fragilità umana del neonato di Betlemme e vuole agire attraverso ciascuno e ciascuna di noi, uomini e donne fragili, eppure amati e amate da Dio, che ci ha riscattati in Cristo. 
 
2. Una seconda caratteristica di questo segno è che esso indica il futuro. La giovane concepirà, partorirà, non è ancora successo nulla, tutto deve ancora avvenire. E anche quando il bambino sarà nato, un neonato è un futuro adulto, non può ancor fare nulla. Tutto è ancora di là da venire. Anche per Gesù bisognerà aspettare trenta anni prima che possa iniziare il suo ministero pubblico. Deve prima diventare adulto, il neonato Gesù è ancora soltanto un segno. E anche da adulto, Gesù annuncerà il suo regno che è un regno futuro; che è già presente ogni volta che un essere umano è guarito, perdonato e liberato da Gesù, ma è un regno che attende il suo compimento finale e totale nel futuro. È stato così in tutto il ministero di Gesù ed è così anche dopo Pasqua: Gesù è risorto, ma attendiamo il compimento del suo regno futuro. La fede cristiana è una fede protesa verso il futuro: attende il futuro, prega per il futuro, spera nel futuro e lavora per il futuro.
Se ci pensiamo bene anche i gesti liturgici che celebriamo insieme, che nella storia sono stati chiamati sacramenti ma che chiamiamo appunto anche “segni”, sono segni che condividono queste due caratteristiche: sono segni fragili e guardano al futuro. Sono radicati nel passato, nella storia di Gesù, ma sono come un dito che indica dritto verso il futuro di Dio. Il battesimo è il segno che “significa” la morte e resurrezione di Cristo e che ci dice che Cristo è morto e risorto per tutti e quindi anche proprio per quella persona – bambino o adulto che sia – che viene battezzata. È il segno della nostra redenzione che è già avvenuta in speranza, ma non è ancora evidente; è il segno della nostra vita nuova che siamo chiamati ogni giorno a vivere, ma non è mai ancora realizzata. La Cena è memoria dell’ultima cena, che a sua volta prefigura la morte di Gesù, ma è anche segno del regno che viene, quel regno in cui – come leggiamo nelle parole dell’ultima cena – Gesù berrà il frutto della vigna “nuovo” insieme a noi. Tutto ciò che facciamo e diciamo avviene perché Cristo è venuto e ha promesso di tornare e dunque viviamo, crediamo e speriamo in vista del suo ritorno, in vista del futuro. 
 
Gesù che nasce a Betlemme è segno della promessa di Dio. Il segno non è una prova, ma appunto un segno, un qualcosa che significa qualcos’altro; proprio come il neonato di Betlemme coricato nella mangiatoia non dimostra nulla della sua messianicità e della sua regalità, eppure è messia e re. Il Gesù neonato è un segno al contrario, che mostra debolezza e fragilità, mentre noi vorremmo da Dio forza e potenza; che indica il futuro mente noi vorremmo Dio in azione qui e subito. Il segno del Natale non dimostra nulla, eppure chiede la nostra fiducia.
Solo un segno, eppure un segno; segno della promessa di Dio, segno che contiene in sé tutto ciò che sarà.
L'Emmanuele, “Dio con noi”, è “con noi” in questo modo: come una presenza fragile che ci spinge a guardare al futuro, un segno di pace in un mondo di conflitti; un segno di gioia in un mondo in cui troppi esseri umani sono tristi; un segno di speranza in un mondo in cui troppe persone disperano di se stesse e della loro vita.
Solo un segno, eppure un segno. Gesù nasce, Gesù viene; nel neonato coricato nella mangiatoia abbiamo un segno, un segno delle grandi cose che Dio ha promesso di fare per noi e che ha fatto nella vita, morte e resurrezione di suo figlio. Il Signore è fedele e mantiene le sue promesse. Questo segno ci è dato, la promessa di Dio ci è data. Ciò che è iniziato quella notte a Betlemme non lo ha fermato nemmeno la croce e non può essere fermato.
In questo segno e in questa promessa si fondano tutta la nostra fede, tutta la nostra speranza e tutta la nostra gioia.

venerdì 1 dicembre 2017

Predicazione di domenica 26 Novembre 2017 su Apocalisse 21,1-8 a cura di Daniel Attinger

LA GERUSALEMME CELESTE !
Biella (ultima dom. dell’anno liturgico), 26 novembre 2017

Testi delle letture: Apocalisse 21,1-8 ; Luca 19,41-44

Ap 21 1 Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. 2 E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scen­dere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii una gran voce dal trono, che diceva: “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. 4 Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”.
5 E colui che siede sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere”, e aggiunse: 6 “Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuita­mente della fonte dell’acqua della vita. 7 Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. 8 Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”.

Mc 13 41 Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. 43 Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata».

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Cari fratelli e sorelle,

Con questa domenica giungiamo al termine dell’anno liturgico; domenica prossima, infatti, inizierà il tempo di Av­vento, tempo che ci convoca per un nuovo inizio e ci ricorda che ogni giorno occorre ricominciare – forse non proprio da capo –, e che, soprattutto a una certa età, si deve sempre rimettere in moto la nostra macchina: il nostro corpo e la no­stra mente per essere pronti per la venuta del Signore.
L’ultima domenica dell’anno liturgico insiste forse meno sul da fare; mette invece in evidenza ciò che aspettiamo. Detto in modo sintetico: se il tempo dell’Avvento è tempo di vigilanza, questa domenica conclusiva del periodo liturgico è giorno di speranza. La litur­gia delle Chiese valdesi propone come lettura di meditazione per questa domenica il bel testo che abbiamo letto nell’Apocalisse di Giovanni, testo che annuncia che non aspettia­mo solo la venuta del Signore nella sua gloria, ma anche la manifestazione della città san­ta, la Gerusalemme nuova.

Come voi, non ho visitato, né visto la Gerusalemme celeste; ho invece vissuto a lungo nella Gerusalemme terrestre, dalla quale la città che aspettiamo prende il nome. Ciò signi­fica che esiste un certo legame tra queste due città. Nel lungo tempo vissuto a Gerusalem­me, una cosa mi ha sempre intrigato: perché la città che aspettiamo porta questo nome? Perché non si chiama la Roma eterna, la New York celeste o la Ginevra di lassù?
Una prima risposta, banale, potrebbe essere che queste ultime città, a parte Roma, non esistevano al tempo della prima comunità cristiana, e Roma era la potenza di occupa­zione, perciò nell’Apocalisse è paragonata alla grande Babilonia, la città perfida per eccel­lenza. Ma se la Scrittura non poteva prendere queste città come punto di riferimento, c’era la splendida città di Alessandria, o anche la prestigiosa Antiochia: due capitali orientali dell’Impero romano del tempo. Perché proprio Gerusalemme?
Evidentemente, la risposta sorge immediata dall’Antico Testamento: Gerusalemme è la città per eccellenza del popolo ebraico, perché là Dio aveva deciso di porre il suo nome e là sorgeva il tempio. Era quindi normale che un credente nutrito di Scrittura pensasse a un avvenire centrato su una nuova Gerusalemme. Ma un cristiano potrebbe dire che Gesù ha messo fine a questa visione quando ha spiegato alla donna samaritana che era giunta l’ora in cui non si sarebbe più adorato Dio sul monte Garizim o a Gerusalemme, perché Dio voleva essere adorato in Spirito e Verità (cf. Gv 4,21).
Tutto ciò è vero, ma è dimenticare che Dio non è una macchina o un robot: è un Dio che in un certo modo ci assomiglia, poiché ha fatto di noi la sua immagine. E la Scrittura non cessa di parlare del “cuore di Dio”. Ciò significa che Dio conosce, come noi, le emozio­ni. Anche in Dio c’è una passione: una passione di amore per noi!
Ebbene, Dio prova un amore particolare per Gerusalemme, quella di quaggiù. Lo dice un bel testo del profeta Isaia che riferisce questa parola di Dio per Gerusalemme:

Una donna dimentica forse il suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò.
Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato,
le tue mura sono sempre davanti a me (Is 49,15-16).

Dio è talmente innamorato della Gerusalemme terrestre che ne ha inciso la piantina sulle palme delle sue mani per poter, con questo modello, edificare la Gerusalemme cele­ste. Il che ci può rassicurare su quella città futura, perché se fosse come la descrive l’Apo­calisse allora potremmo essere presi da incubi. Secondo Ap 21, infatti, la Gerusalemme celeste è un gigantesco cubo di 3000 km di lunghezza, di altezza e di larghezza. Per di più è cinta di mura di ben 60 m di altezza e le sue piazze sono lastricate di oro. Chi vorrebbe vivere in una tale città? Questi dati sono evidentemente simbolici … ma preferisco imma­ginare la città del futuro come la città vecchia di Gerusalemme, con le sue viuzze, i suoi rumori, i suoi bambini e i suoi odori di mille spezie mescolate.

Forse direte: cosa c’entra tutto ciò con l’Evangelo? C’entra, eccome! Evidentemente non per dirci come sarà la Gerusalemme nella quale Dio ci farà vivere, ma perché queste riflessioni sulla Gerusalemme di lassù ci dicono qualcosa del nostro Dio. Egli non è il giu­dice tremendo degli ultimi tempi, con il quale si è cercato di spaventare i cristiani per secoli, per metterli in riga e farli camminare dritto.
Vorrei rilevare un tratto del testo che abbiamo letto: vi si dice che “Dio abiterà con gli uomini e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”; vi è qui un aspetto di Dio simile a ciò che dice Isaia quando lo paragona a una madre che non dimentica i propri figli. È un tratto di Dio che ritroviamo in Gesù quando giunge in vista di Gerusalemme.
Ogni ebreo prova un attaccamento viscerale per Gerusalemme, attaccamento inscrit­to sulla sua pelle, perché è la città scelta da Dio dove abita in mezzo al suo popolo. Questo attaccamento è talmente forte, che si va fino a venerare le pietre e la polvere di Gerusalem­me, lo dice il salmista: “I tuoi servi hanno care le sue pietre, per la sua polvere provano amore” (Sal 102,15). Questo non vale solo per l’ebreo praticante, vale anche per l’agno­stico; e vale pure per Gesù! 
 
Ora ecco: Gesù giunge a Gerusalemme – è la prima volta che ci arriva da adulto – ma non esulta come fanno i pellegrini che arrivano a Gerusalemme. No, piange sulla città dicendo:
Se avessi compreso, in questo giorno, ciò che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata (Lc 19,42-44).
È un atteggiamento sconvolgente: Gesù non piange di gioia, le lacrime non gli vengo­no dall’emozione di vedere Gerusalemme. No, è un lamento, un canto funebre; è il pianto dello sposo tradito dalla moglie amata; è il lamento sull’incomprensione di Gerusalemme circa la via della pace, per cui il suo futuro non può essere che futuro di guerra, di assedio, di morte. In questa descrizione Luca si è ispirato alla conquista e alla distruzione di Geru­salemme da parte di Tito, nel 70 d.C. In questo pianto di Gesù sta la nostra speranza: è il segno dell’infinita compassione di Dio per noi, nonostante ciò che siamo e facciamo: come un madre, egli non si può dimenticare di noi, anche quando lo rinneghiamo.
La Gerusalemme di lassù non è altro che la parabola dell’amore sconfinato di Dio per noi … A Lui la gloria per tutti i secoli. Amen.
Daniel Attinger