lunedì 19 marzo 2018

Predicazione di domenica 18 marzo 2018 su Numeri 21,4-9 a cura di Marco Gisola

Numeri 21,4-9
4 Poi gli Israeliti partirono dal monte Or, andarono verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; durante il viaggio il popolo si perse d'animo. 5 Il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, e disse: «Perché ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c'è né pane né acqua, e siamo nauseati di questo cibo tanto leggero». 6 Allora il SIGNORE mandò tra il popolo dei serpenti velenosi i quali mordevano la gente, e gran numero d'Israeliti morirono. 7 Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il SIGNORE e contro di te; prega il SIGNORE che allontani da noi questi serpenti». E Mosè pregò per il popolo. 8 Il SIGNORE disse a Mosè: «Fòrgiati un serpente velenoso e mettilo sopra un'asta: chiunque sarà morso, se lo guarderà, resterà in vita». 9 Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra un'asta; e avveniva che, quando un serpente mordeva qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.


Questo brano del libro dei Numeri è molto particolare ed è inserito nel nostro lezionario in questo tempo che precede la Pasqua perché Gesù stesso riprende questo racconto dell’AT nel vangelo di Giovanni nel dialogo con Nicodemo, al quale dice: «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». (Giovanni 3,14-15)
Nelle parole di Gesù in questo brano di Giovanni, Gesù stesso («Il figlio dell’uomo») si paragona al serpente innalzato da Mosè nel deserto. Il verbo “innalzare” nel vangelo di Giovanni ha un significato particolare e comprende sia la crocifissione (Gesù viene innalzato, cioè appeso, sulla croce), sia la resurrezione e il ritorno al Padre (Gesù sale al Padre, viene innalzato e torna nei cieli, da dove è venuto).
Quindi da un lato è difficile, per noi cristiani, leggere questo brano di Numeri senza pensare a Gesù, ma è anche vero che dobbiamo capire che cosa vuole dire questo racconto nel suo contesto, che si situa nel tempo molti secoli prima di Gesù.
Vediamo che cosa sta succedendo in quello che ci racconta il libro dei Numeri: il popolo di Israele sta facendo il suo lungo cammino nel deserto e, come è accaduto più volte, anche qui perde di nuovo la fiducia: non solo non si fida di Mosè, ma non si fida più nemmeno di Dio.
Il popolo è sfiduciato e scontento, è stufo della manna, che è «cibo troppo leggero»; insomma: quello che ha non gli basta, vuole di più. Il popolo non sta morendo di fame, ma vuole più cibo, o vuole altro cibo. Non chiede il necessario, ma chiede di più.
Inoltre, ha paura di morire - «Perché ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto?» - ma in effetti non sta morendo, sta faticando, questo è vero, per affrontare il lungo cammino verso la terra promessa, ma non è in pericolo.
E ogni volta che è stato in pericolo, che ha avuto fame, sete o che ha trovato sulla sua strada dei nemici, Dio lo ha salvato.
Dunque: Israele non ha tutto, non ha tutto quello che potrebbe desiderare, non ha ancora la terra promessa ma ha il necessario e ha Dio che lo accompagna nel cammino e lo aiuta ad affrontare ogni difficoltà che si presenta. Ma questo non gli basta, non gli basta il necessario e non gli basta l’aiuto di Dio.
Ha il necessario per camminare, ma forse non ha più voglia di camminare.
E allora si ribella a Dio: «ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto?». La morte non c’è, ma Israele la vede, la sente vicina, perché è morta la fiducia, è morta la fiducia in Dio.
Che cosa fa Dio? A Israele che non vede che morte, manda la morte, per mano – anzi per bocca - dei serpenti velenosi. Forse istintivamente ci sembra che Dio esageri: perché mandare uno strumento di morte contro il suo popolo, dopo che lo ha salvato così tante volte? Dio esagera? Dio è ingiusto?
Questa reazione che possiamo avere è naturale, ci dispiace che una parte del popolo muoia, ma in realtà non ha ragion d’essere. Non solo perché così facendo ci ergiamo a giudici di Dio, ma perché Israele stesso riconosce che Dio ha ragione; infatti va da Mosè e gli dice: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il SIGNORE e contro di te; prega il SIGNORE che allontani da noi questi serpenti».
Mosè prega, come gli è stato chiesto e Dio ascolta. Ascolta e esaudisce la preghiera, ma non come forse ci aspetteremmo e come ha fatto altre volte, per esempio quando il popolo aveva sete e gli ha dato immediatamente dell’acqua, facendola scaturire dalla roccia.
Questa volta Dio chiede a Mosè di costruire un serpente di bronzo e di metterlo sopra un bastone. Quando qualcuno sarà morso, se guarda il serpente di bronzo che è in cima al bastone non morirà.
Dietro questo fatto c’è un’idea che a noi sembra un po’ troppo magica, ma che nell’antichità era molto diffusa: se qualcuno soffriva a causa del veleno di una pianta o di un animale – come in questo caso – doveva guardare un’immagine di quella pianta o di quell’animale e questo poteva salvarlo dal pericolo.
Dunque, la preghiera degli Israeliti è esaudita, la salvezza c’è, ma non è automatica: bisogna guardare il serpente che Mosè costruisce su ordine di Dio. Guardare il serpente di bronzo non è un atto magico, ma è un atto di fiducia in Dio, e la fiducia si mostra nell’obbedienza a quello che Dio ha detto di fare.
Questo racconto ci dice quindi due cose: da un lato che la sfiducia porta alla morte e dall’altro che se si torna ad aver fiducia in Dio – fiducia che appunto si dimostra guardando il serpente – Dio sconfigge la morte e ridona la vita.
La sfiducia porta alla morte: nel racconto la morte è molto reale, nella nostra esperienza non ci sono serpenti che vengono a morderci, ma possiamo lo stesso sperimentare che una vita senza fiducia è una non-vita, una vita cui manca qualcosa di importante, una non-vita.
Nessuno basta a se stesso, e Israele nel deserto – benché fosse un popolo numeroso – non bastava a se stesso, non ce l’avrebbe fatta da solo. Israele ha bisogno di Dio, ma è necessario che Israele abbia fiducia in Dio, altrimenti diventa tutto inutile, altrimenti si rovina da solo.
Questo racconto ci dice addirittura che la mancanza di fiducia è morte. E dunque ci dice che la fiducia è vita; e la vita è fiducia. Gli Israeliti che vengono morsi dai serpenti velenosi – cioè quegli Israeliti che avevano perso la fiducia in Dio e si erano – senza accorgersene – cercati la morte da soli, quegli Israeliti che sono già stati morsi dai serpenti e sono in pericolo di vita, possono vivere guardando il serpente di rame, possono vivere cioè rimettendo la loro fiducia in Dio.
L’evangelo di questo strano racconto è che all’israelita morso dal serpente, all’israelita in pericolo di vita è data la possibilità di non morire, è data la possibilità di vivere, di essere salvato.
Questo racconto parla di esseri umani in pericolo e parla a esseri umani in pericolo. Se pensiamo che nella nostra vita sia tutto a posto l’evangelo non è diretto a noi.
L’evangelo è diretto a donne e uomini ribelli, ribelli perché sfiduciati, come gli Israeliti di questo racconto. E questo racconto dice chiaramente che nella sfiducia nei confronti di Dio sta la morte, la non vita, la vita morta, potremmo dire; e che nella fiducia in Dio sta la vita.
Questo racconto ci interpella ogni volta che pensiamo di non avere bisogno di Dio e vogliamo fare a meno di Dio; “era meglio in Egitto” è la frase di chi pensa di bastare a se stesso e di non avere bisogno di Dio. Meglio senza Mosè, senza esodo, senza libertà, senza Dio. È la voce del ribelle sfiduciato.
Al ribelle sfiduciato questo racconto dice: guarda il serpente, che ovviamente vuol dire: Guarda Dio. Volgi il tuo sguardo – ovvero la tua fiducia – verso Dio, e non verso l’Egitto. Ritorna a guardare a Dio e a fidarti e affidarti a lui e sarai salvato, la tua vita ritroverà senso e scopo.
Non è un caso che questo racconto sia ripreso da Gesù nel dialogo con Nicodemo. Siamo all'inizio del vangelo di Giovanni ma viene già chiaramente detto che cosa aspetta Gesù: l’innalzamento. Gesù sarà innalzato come il serpente di Mosè, dove innalzato – come abbiamo detto all’inizio – vuol contemporaneamente dire crocifissione e risurrezione, abbassamento al punto più basso dell’esistenza umana – la croce - e innalzamento alla gloria del Padre.
Questo racconto ci dice di guardare a Dio non quando siamo tristi – questo lo dicono altri testi – ma quando siamo ribelli e quando siamo colpevoli. E la sua rilettura cristiana che troviamo in Giovanni ci dice di guardare a Cristo quando siamo ribelli e quando siamo colpevoli.
E come il cammino di Israele non si è interrotto qui, ma è potuto proseguire fino alla terra promessa, così anche il nostro cammino, nonostante le nostre ribellioni, prosegue se lo rimettiamo ogni giorno nelle mani di Gesù, che per noi è stato innalzato, ovvero per noi è morto e risorto.

martedì 6 marzo 2018

Predicazione di domenica 4 marzo 2018 su Genesi 1,1-2,3 a cura del gruppo donne in occasione della Giornata mondiale di Preghiera delle donne

Genesi 1,1 – 2,3
1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra.
2 La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
3 Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.
6 Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». 7 Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. 8 Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.
9 Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l'asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l'asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.
14 Poi Dio disse: «Vi siano delle luci nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni; 15 facciano luce nella distesa dei cieli per illuminare la terra». E così fu. 16 Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle. 17 Dio le mise nella distesa dei cieli per illuminare la terra, 18 per presiedere al giorno e alla notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che questo era buono. 19 Fu sera, poi fu mattina: quarto giorno.
20 Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l'ampia distesa del cielo». 21 Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo era buono. 22 Dio li benedisse dicendo: «Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e si moltiplichino gli uccelli sulla terra». 23 Fu sera, poi fu mattina: quinto giorno.
24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu. 25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra». 29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento. 30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu. 31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.
2:1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta.


PREDICAZIONE
L’energia creatrice, l’intelligenza e l’amore di Dio sono al principio di ogni cosa. Egli creò tutto quanto era necessario alla vita con amore e, per questo amore contemplò la Sua opera e disse che era BUONA.
La Kabala ebraica narra che perchè il creato potesse nascere, Dio che di sè riempiva tutto, dovette fare un atto d’amore e ritrarsi per far spazio all’universo. L’uomo e la donna furono creati ad immagine di Dio e perciò noi abbiamo valore solo perchè Dio ci ama.
Un Midrash ebraico narra che Dio non creò la donna dalla testa dell’uomo perchè avrebbe potuto essergli superiore, non la creò dai suoi piedi perchè così avrebbe potuto essergli inferiore, ma la creò da una costola al suo lato perchè gli fosse compagna.
Il Signore ama l’umanità intera dando valore a ciscuna persona nella sua diversità. Egli ci ha donato la creazione che è bella e buona e noi ne siamo responsabili, noi dovremmo esserne i fedeli custodi. Ma fino a che punto siamo veramente coscienti di tutto ciò? Guardandoci attorno possiamo constatare come purtroppo abbiamo spesso fallito questo compito, come abbiamo depauperato e inquinato, sfruttando al massimo le riserve della terra producendo rifiuti e sprecando per avere il massimo profitto a beneficio di pochi e a scapito di molti. In una parte della terra si muore di fame mentre nell’altra si cura l’obesità. La nostra è un’insensata corsa a possedere sempre di più, martellati da una pubblicità che ci alletta con un infinità di prodotti, molti dei quali superflui. Dovremmo prendere coscienza che spesso dietro a molti di questi prodotti si nasconde lo sfruttamento minorile, lo sfruttamento di uomini e donne che per un pezzo di pane sopportano soprusi e violenze. E senza andare troppo lontano, anche da noi oggi si sfrutta chi lavora imponendo orari e ritmi faticosi per retribuzioni inique. Ciascuno di noi dovrebbe fare i propri acquisti in modo consapevole usando il più possibile prodotti equi e solidali, prodotti locali o di sicura provenienza.
Viviamo un tempo in cui non si riconosce più il valore delle cose, il rispetto per tutto ciò che ci circonda, il rispetto per l’altro, il rispetto per la vita. Tutto ciò non accadrebbe se iniziassimo a rispettare noi stessi ricordandoci che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, così come il nostro prossimo e che tutto quanto ci circonda è un suo dono d’amore.
Purtroppo di tutto questo l’umanità troppo spesso si dimentica inseguendo un’insensata e illimitata sete di potere su ogni cosa, tutto ciò può portare a sentimenti di prevaricazione uno sull’altro e alla violenza.
Violenza che quasi ogni giorno si esercita sulle donne, vittime di femminicidio.
Gesù ha innalzato le donne ma il mondo maschile non ha recepito il suo messaggio e per secoli esse sono state tenute in gradi diversi di sudditanza. Oggi finalmente le donne stanno trovando il coraggio di ribellarsi, almeno nell’occidente cristiano. Rivendicando i loro diritti troppo spesso calpestati, le pari opportunità di lavoro e retribuzione e non volendo essere considerate oggetto di possesso degli uomini, denunciando molestie e violenze familiari, prendendo coscienza del loro giusto posto nella società. Non dovremmo mai dimenticare quello che il Signore fece alle donne come loro personale dono, essere coloro che generano e custodiscono la vita. Quindi rispettando noi stessi e tutte le creature, rispetteremo il dono buono che Dio ci ha fatto e lo glorificheremmo.
Il Signore riposò il settimo giorno dalla sua opera, dopo la fatica volle che ogni cosa riposasse, ci donò un giorno per meditare, per coltivare i nostri affetti, per godere a pieno della bellezza della natura, per restare in comunione con Lui ringraziandolo per tutto quello che ci ha donato.
“Tutta la creazione di Dio è buona”. Amen

domenica 25 febbraio 2018

Predicazione di domenica 18 febbraio 2018 (festa del XVII Febbraio) su Giovanni 8,31-36 a cura di Marco Gisola

Giovanni 8,31-36
31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33 Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?» 34 Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. 36 Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.


In questo denso dialogo che ci riporta l’evangelista Giovanni, Gesù ci dà una grande lezione sulla libertà, che è sempre il tema al centro delle nostre riflessioni nel culto del XVII febbraio.
C’è una libertà che si pensa di avere, che ci si illude di avere, che è un’illusione, che è quella che spinge gli interlocutori di Gesù a dire: «Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno». Noi siamo già liberi, lo siamo perché apparteniamo al popolo che Dio stesso si è riscattato liberandolo dalla schiavitù di Egitto.
In sé, non si più certo dire che avessero tutti i torti: la libertà che Dio aveva guadagnato al popolo ebraico, schiavo in Egitto, era una delle caratteristiche principali che ha segnato il rapporto tra Dio e il suo popolo: Dio aveva donato la libertà e aveva donato al popolo anche i mezzi per viverla, ovvero la terra e la Torah, che contiene le istruzioni per vivere e mantenere la libertà una volta che fossero entrati nella terra promessa.
Tutto ciò era sacrosanto, purché questa libertà non diventasse un fatto acquisito, scontato. Purché non diventasse una proprietà e non si cadesse nell’errore di pensare di non avere più bisogno di essere liberati, perché “tanto siamo già liberi e non siamo mai stati schiavi di nessuno...”.
In questo errore cadono gli interlocutori di Gesù e in questo errore spesso rischiamo di cadere anche noi: quello di pensare che la nostra libertà sia un dato acquisito, sia un fatto che nessuno può toglierci, quasi un dato naturale o storico: con la nostra storia di valdesi perseguitati, figurati se non sappiamo che cosa sia la libertà…!
La libertà non è mai scontata. Non lo è quella civile, e i recenti fatti di violenza razzista e di richiami al fascismo lo dimostrano. E non lo è quella spirituale, come dice Gesù, perché «chi commette il peccato è schiavo del peccato». Da questa schiavitù del peccato, che ci separa da Dio e dal prossimo, non ci liberiamo da soli.
Non è una nostra proprietà la libertà, e non è nelle nostre possibilità la liberazione. Non ci liberiamo da soli, abbiamo bisogno di essere liberati, abbiamo bisogno di un liberatore.
E infatti: «la verità vi farà liberi». O ancora: «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi». I verbi sono sempre al futuro: vi farà liberi, sarete veramente liberi… Questa parola di Gesù ci viene a dire oggi, che celebriamo le festa della libertà, che la libertà è sempre e solo un dono, che la possiamo solo e sempre ricevere, mai avere e possedere.
E questo, di nuovo, è vero per la libertà civile, quella che parla dei diritti civili, dei diritti umani; ed è vero a maggior ragione per la libertà spirituale, per la libertà dei figli di Dio.
“La verità vi farà liberi”, dice Gesù. Cioè non siete liberi, non siete naturalmente liberi. Naturalmente siete schiavi. Siamo schiavi di noi stessi e della nostra miopia, che ci impedisce di vedere oltre noi stessi.
Ma cadiamo poi facilmente in molte altre schiavitù: possiamo diventare servi di un leader, di un capo, di una ideologia (che è spesso portata avanti da un capo)… E quanti, illudendosi di essere liberi, diventano schiavi di una qualche dipendenza, dal gioco, dall’alcol, da altre sostanze…!
Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi. Perché si può essere falsamente liberi, credere di essere liberi, ma in realtà essere schiavi. Chi passa le sue giornate davanti alle slot machines, giocandosi tutto ciò che ha e riempiendosi di debiti, è convinto di essere libero nelle sue scelte.
Il peccato è subdolo: ci rende schiavi dandoci l’illusione di essere liberi. Ma proprio l'illusione di essere liberi, di “possedere” la libertà, è il primo sintomo della nostra schiavitù. C’è bisogno di qualcuno che ci renda liberi, che ci dia la libertà.
“La verità vi farà liberi”, dice Gesù: e la verità è lui stesso, è lui la parola incarnata e vera che Dio pronuncia su di noi. Essa è allo stesso tempo parola di giudizio, che scoperchia la menzogna della nostra finta libertà travestita da egoismo e indifferenza, e parola di grazia che ci dona la vera libertà, perché ci libera da tutti i padroni che possiamo avere.
Potremmo dire: non siamo liberi, ma siamo liberati, e siamo liberi solo nella misura in cui Dio continua a liberarci. Siamo liberi solo nella misura in cui non pensiamo di “avere” la libertà, ma siamo consapevoli di aver bisogno della liberazione del Signore.


E come fa a darci la libertà? Gesù ci dice qual’è la strada: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Perseverare nella sua parola è la prima cosa da fare per ridiventare liberi ogni giorno, per ricevere ogni giorno la libertà dei figli di Dio.
Frequentare la Parola equivale a frequentare una scuola di libertà. Questo la Riforma ce lo ha insegnato chiaramente. Nell’anno di celebrazioni del cinquecentenario della Riforma si è parlato molto della libertà di Lutero, che si è sentito libero di disobbedire al papa e all’imperatore, perché la sua coscienza era prigioniera della Parola di Dio.
L’anno di celebrazioni è finito – ed è giusto che sia finito, è stato un bel momento ma non si può celebrare all’infinito – ma forse il modo migliore per continuare a celebrare la Riforma è ritornare con entusiasmo alla scuola della Parola, da cui tutto ha avuto inizio.
La nostra libertà non la troviamo dentro di noi, non la troviamo nemmeno nella nostra storia, ma la troviamo soltanto in quella parola in cui siamo chiamati a perseverare.
Perseverando in quella Parola troveremo la nostra libertà, perché ci troveremo prima tutte le nostre schiavitù. Specchiandoci in essa e in ciò che essa ci racconta, troveremo le nostre schiavitù. Troveremo la schiavitù del nostro orgoglio nella storia del fariseo che va a pregare ringraziando di non essere come gli altri.
Troveremo la schiavitù della nostra pigrizia nel racconto del figlio che dice di voler andare a lavorare nella vigna ma poi non ci va. Troveremo la schiavitù della nostra invidia nella storia dei lavoratori della prima ora che si lamentano perché quelli dell’ultima ora hanno guadagnato tanto quanto loro.
Troveremo la schiavitù della nostra indifferenza nel comportamento del sacerdote e del levita che passano oltre l’uomo ferito e per evitarlo si spostano sull’altro lato della strada.
Frequentare la Parola di Dio è come frequentare un buon medico, che per prima cosa fa una diagnosi della malattia. Nella Parola troviamo la diagnosi della nostra schiavitù, che è il giudizio sul nostro peccato che ci rende schiavi.
Ma come un buon medico non si limita a fare la diagnosi, ma cura poi anche la malattia, così la Parola di Dio non si limita al giudizio ma pronuncia anche la parola di grazia, cioè di liberazione.
Per poter avere la cura bisogna però accettare la diagnosi, ovvero fare nostro il giudizio che Dio pronuncia su di noi e potere così accogliere la Parola di grazia.
La parola di grazia è che il nostro orgoglio, la nostra pigrizia, la nostra invidia, la nostra indifferenza non hanno l'ultima parola, che c’è una possibilità di riscatto da tutte queste colpe, perché l’amore di Dio ci offre una nuova possibilità, ovvero ci dona la libertà di poter ritentare di essere come Dio ci vuole.
Questo significa frequentare la scuola della Parola: dietro questo invito di Gesù c’è la ferma fiducia che quella parola – che è poi stata raccolta nella testimonianza degli apostoli e dei profeti – può trasformarci: come l’acqua scava la roccia su cui cade goccia dopo goccia, così la Parola di Dio vuole fare con le nostre vite, scavandole e trasformandole.
«Perseverate nella mia parola… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Perseverando nella Parola di Dio conosceremo la verità innanzitutto su di noi, sulle nostre piccolezze e sulle nostre piccole schiavitù, che noi non vorremmo neppure vedere.
Conosceremo quanto è illusorio pensare di liberarci da noi stessi, e quanto siamo illusi se pensiamo di essere naturalmente liberi.
Ma verremo anche a scoprire che la libertà ci è offerta, donata, in Cristo, che ce l’ha guadagnata a caro prezzo, a prezzo della sua vita.
E che da lì, da questo dono immeritato e gratuito, tutto può ricominciare: da lì può ricominciare la nostra fede, la gioia, la nostra speranza e anche la nostra libertà.


domenica 4 febbraio 2018

Predicazione di domenica 4 febbraio 2018 su 2 Corinzi 12,1-10 a cura di Marco Gisola

2 Corinzi 12,1-10

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.
7 E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.


Oggi incontriamo un brano che è tra i più densi di quelli dell’apostolo Paolo. Denso sia per quello che Paolo dice su di sé, sia perché in questo brano incontriamo una confessione di fede di Paolo che è incredibilmente esistenziale, che ci dice come la fede segna in profondità l’esistenza dell’apostolo.
Il contesto è polemico, come accade in diversi brani delle sue lettere. Paolo si deve difendere dalle accuse che gli venivano rivolte. Nel capitolo 11 Paolo introduce il tema del “vantarsi” e dice – in un brano in cui afferma di parlare “da pazzo” - che lui avrebbe molto di cui vantarsi. Ha da vantarsi innanzitutto del fatto di essere un ebreo “doc” e poi avrebbe da vantarsi anche di tutto ciò che ha subito per il fatto di essere un servitore di Cristo: «Spesso sono stato in pericolo di morte. … Spesso in viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i briganti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in pericolo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo tra falsi fratelli; in fatiche e in pene; spesse volte in veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiuni, nel freddo e nella nudità...
E non solo: nel brano che abbiamo letto ora, Paolo racconta, unica volta nelle sue lettere, il suo rapimento al terzo cielo. Inutile speculare su quale tipo di esperienza sia stata questa che Paolo ha vissuto. È un riferimento a quella rivelazione che Paolo ha avuto e di cui non sapremo mai come sia veramente andata. Quello che ci interessa qui, e interessa a noi per è quello che interessa a Paolo, è che lui di questa esperienza non si vuole vantare. Anzi, ne parla come se fosse accaduto a un altro: «Di quel tale mi vanterò». Ma è chiaro che quel tale è lui, ma ne parla come fosse un'altra persona: «ma di me stesso – dice - non mi vanterò se non delle mie debolezze».
Ecco qui la parola chiave: debolezza. Paolo non vuole vantarsi se non della sua debolezza. Uno che ha sofferto tutto quello che Paolo ha appena descritto – percosse, prigionia, fame, freddo…. - potrebbe vantarsi di averle superate tutte una per una, potrebbe vantarsi della forza che ha avuto per superare tutte quelle difficoltà. E invece no: delle mie debolezze mi vanterò. Non di altro. Di più: Paolo ha quella “spina nella carne” che non si è mai capito veramente che cosa fosse, forse una malattia, un dolore fisico costante. E ha chiesto a Dio di eliminargliela, ma la sua preghiera è rimasta inascoltata.
Il senso di tutto ciò è nelle parole che Paolo scrive alla fine del brano che abbiamo letto: Egli [Dio] mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.
Ecco il culmine teologico ed esistenziale del discorso: sono debole, ho patito molto, ho una spina nella carne, ma di questo mi “vanto”, non per suscitare compassione o tenerezza, ma perché proprio qui, nella mia debolezza, si rivela la potenza di Cristo. La mia debolezza – dice Paolo – è il luogo che Dio sceglie per far riposare la potenza di Cristo.
Non perché io abbia qualche merito perché Dio faccia questo, anzi, Dio ha dovuto convertirmi, rivoltarmi come un calzino perché ero un persecutore dei cristiani. Ma semplicemente perché Dio mi ha scelto, mi ha reso debole – io che mi credevo forte – per far riposare su di me la potenza di Cristo; che è la potenza della croce.
Dove si è rivelata al suo massimo grado la potenza dell’amore di Dio? Sulla croce, nel luogo in cui apparentemente l'unica cosa visibile era la estrema e totale debolezza umana, sconfitta dalla forza della religione e dell’impero romano. La croce ci mostra che Dio si manifesta nella debolezza, non nella forza. «la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza» dice Dio a Paolo, che quindi può dire: «quando sono debole, allora sono forte». Parola di Dio da un lato, parola di Paolo dall’altro.
Parola di Dio: «la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Parola di Paolo: «quando sono debole, allora sono forte». Evangelo e esistenza umana che si incontrano e si incrociano nella potenza di Dio che si rivela nella debolezza umana.
Facciamo fatica a comprendere il discorso di Paolo. Almeno, io faccio fatica ad accettarlo fino in fondo. Faccio fatica perché è un paradosso (un paradosso è un’affermazione che va contro la logica comune): come facciamo a mettere insieme la forza e la debolezza? O c’è l’una o c’è l’altra…! E come faccio a mettere insieme Dio e la croce? Dio e la morte? Dio e la sconfitta di Dio? Sono cose che, secondo la logica umana, non stanno insieme. Eppure da quel giorno in cui Gesù è stato crocifisso, Dio si rivela nel paradosso. Il paradosso della croce, Paolo parlerà della pazzia della croce.
Gesù è morto debole, come è nato debole ed è vissuto debole. Gesù si è fatto debole, ma non perché si divertisse a fare così, si è fatto debole per stare con i deboli e dalla parte dei deboli, per manifestare, nella sua debolezza, la potenza di Dio. Gesù ha preso su di sé tutta la debolezza umana, per affidarsi completamente alla potenza di Dio.
La potenza di Dio non ha zittito chi urlava “crocifiggilo!”; non ha allontanato chi lo scherniva; e non ha fermato chi lo crocifiggeva. La potenza di Dio non ha schiacciato chi voleva la morte di Gesù e non ha eliminato chi voleva ucciderlo. La potenza di Dio non ha annientato l’oppressore, ma ha risuscitato la vittima. Per questo la potenza di Dio si dimostra perfetta nella debolezza. Perché non è la forza che annienta, ma è la forza che riconcilia; non è la forza che sconfigge, ma è la forza che libera. L’evangelo ci dice che Dio chiama dei deboli a essere suoi discepoli e sue discepole. Chiama dei deboli e li riveste della sua forza, che non è la forza del “quanto”, non è la forza del potere, delle armi, del successo, ma è la forza della liberazione e della riconciliazione.
Non è una parola facile da accogliere, perché è troppo rivoluzionaria per la nostra vita. Tutto intorno a noi spinge a essere forti, e a contare sulle proprie forze. Nella nostra società ciò che conta è il “quanto”: Quanta forza si ha, quanti soldi si hanno, quanto successo si ha, quanti amici si hanno su facebook…, e così via. Anche noi, nelle nostre chiese, siamo spesso portati a contare quanti membri di chiesa abbiamo, quante persone vengono al culto, quante persone ci sono alle nostre attività...
Questa parola ci dice che invece Dio ci chiama proprio in quanto deboli e attraverso la nostra debolezza vuole annunciare la sua forza. Non è dunque necessario che tentiamo di essere forti, non è necessario che cerchiamo la nostra forza e contiamo sulla nostra forza. Anzi: cercare la forza ci allontana da Dio, che cerca e sceglie i deboli. Non preoccupiamoci quindi del “quanto abbiamo” o del “quanti siamo”, ma della riconciliazione e della liberazione che Dio ci chiede di annunciare. Preoccupiamoci di quante occasioni abbiamo nella nostra vita di annunciare la liberazione dei deboli dalla forza e dalla prepotenza dei forti. Anche la nostra debolezza può diventare strumento della forza riconciliatrice di Dio.
Quando sono debole, allora sono forte, dice Paolo. La mia vera debolezza diventa vera forza nelle mani di Dio. Non è la forza umana del potere, dei soldi, del successo, ma è la forza di Dio, la forza della fede, la forza del perdono, la forza della speranza, la forza della libertà.
Non temiamo la nostra debolezza, non vergogniamoci della nostra debolezza, piuttosto mettiamola nelle mani di Dio, che anche a noi dice: «la mia grazia ti basta». E ci insegni a rispondergli con fiducia: sì, è vero Signore, la tua grazia mi basta. E la tua grazia, che mi basta, faccia riposare la tua potenza di perdono, di liberazione, di riconciliazione sulla mia debole vita e sulla mia debole chiesa.
Di altro non ho bisogno, perché in Te e soltanto in Te «quando sono debole, allora sono forte».

martedì 16 gennaio 2018

Predicazione di domenica 14 gennaio 2018 su Giovanni 1,35-42 a cura di Daniel Attinger, pastore riformato e monaco di Bose

ERA CIRCA LA DECIMA ORA

Letture: 1 Samuele 3,1-10; Giovanni 1,35-42
Cari fratelli e sorelle,
La domenica dopo la festa dell’Epifania, si rilegge tradi­zionalmente nelle Chiese d’Occidente l’episodio del battesi­mo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Su ciò che av­venne dopo, gli evangeli non concordano: secondo gli evangeli si­nottici, Gesù fu con­dotto nel deserto e fu tentato dal diavolo. Ma quest’episodio è normalmente riletto all’i­nizio del­la qua­resima, nel tempo che ci prepara alla Pasqua, perciò si legge solitamente, la domeni­ca dopo il battesimo di Gesù, il testo dell’evangelo secondo Giovanni che narra la chiama­ta dei primi discepoli di Gesù. Questa vocazione riceve, come ve­dremo, delle riso­nanze dalla chiamata di Samuele che abbia­mo letto come prima lettura.
Prima però di vedere queste risonanze, vorrei sottoline­are una curiosa annotazione dell’evangelo. Dopo aver narra­to l’incontro di Gesù con i due discepoli di Giovanni Batti­sta che l’hanno seguito per vedere dove abitava, l’evangelista conclude: “Era circa la deci­ma ora”, vale a dire circa le quat­tro del pomeriggio. A cosa serve questa indicazione tem­po­rale? Forse m’incuriosisce questa frase perché sono figlio di orologiaio, ma non è l’unica ragione!
Vi sono nella nostra vita dei momenti – magari insignifi­canti per gli altri – ma per noi decisivi; talmente decisivi che si sono impressi nella nostra mente in modo indelebile. Li ricordiamo dicendo ad esempio: “Me ne ricordo, come se fosse ieri”, oppure, per sottoli­nearne l’importanza, si dice: “Mi ricordo perfettamente: eravamo in quel bosco, o in quel luogo specifico”, o ancora: “Ricordo, il cielo era nitidissimo”. Sono mezzi con i quali cer­chiamo di dire quanto un evento è stato per noi assolutamente unico.
La menzione di questa “decima ora” è di questo tipo. È un segnale dato al lettore dell’evangelo per chiedergli di non passare troppo rapidamente sull’episodio che ha appena let­to, e per dirgli: “Attenzione! C’è del senso da trovare in ciò che ho scritto!” Ma allora, quale senso?
Ricordiamo: Giovanni Battista ha designato Gesù, che era un suo discepolo, come “l’agnello di Dio”. Questo titolo evoca la Pasqua, cioè la liberazione dalla schiavitù d’Egit­to: gli ebrei avevano dovuto spargere il sangue di un agnello sugli stipiti delle loro porte per essere risparmiati dall’ultima piaga. L’agnello era il simbolo, l’immagine della libera­zione. Ecco ciò che Giovanni discerne in Gesù: è colui che viene a portare la liberazione e la salvezza.
Andrea e il suo compagno si mettono quindi a seguire Gesù che, voltatosi, chiede loro: “Che cercate?”. Sorpresi, i due non sanno troppo cosa dire: “Rabbi, dove dimori?” Per il lettore dell’evangelo, questa domanda ha poco significato, sia perché il luogo dove dimorava Gesù non ha per lui gran­de importanza, sia, soprattutto, perché in realtà egli sa, non dove Gesù dimorava, ma dove dimora: il prologo dell’evange­lo lo ha detto: “Nessuno ha mai visto Dio. L’Unigenito che è nel seno del Padre lo ha rivelato”. Ecco la dimora di Gesù: non già una qualche casa della Palestina, ma il seno del Padre: è là che Gesù abita ed è proprio là che ha condotto i due disce­poli quando ha detto loro: “Venite e vedete!”
Ma cosa significa vedere che Gesù dimora nel seno del Padre? Anzitutto ciò dice la vicinanza di Gesù rispetto a Dio; è ciò che esprimiamo con il titolo di Figlio: colui che na­sce dal seno del Padre è suo Figlio, non come lo può essere una creatura di Dio qualunque, ma in un modo specifico, per cui pur essendo pienamente uomo, come noi, egli è anche intera­mente Dio. Gesù è il paradosso per eccellenza della fede cri­stiana; non un Dio trave­stito da uomo o che fa finta di essere uomo, ma un Dio che viene a condividere in tutto la nostra realtà umana fino alla morte – e quale morte! Scandalo e fol­lia per chiunque non crede.
Ma dire di Gesù che dimora nel seno del Padre significa anche che egli esce da lui. Ora cosa esce da Dio, se non la sua Parola? Proprio come dice il Prologo dell’evangelo: il Cristo è la Parola di Dio, Parola rivolta al Padre (vale a dire in dialo­go con lui), ma parola che s’indirizza a noi, esseri umani: non in una tempesta, né con suono di tromba o di tam­buro, ma che parla al nostro cuore, con voce non lontana da noi, non al di là dei mari o dei monti, ma vicinissima: nel cuore, proprio come la voce che chiamò: “Samuele, Samuele”.
Samuele non conosceva il Signore e perciò confonde la voce che lo chiama con quella del vecchio sacerdote col quale viveva nel tempio di Silo. Niente infatti distingueva la voce divina da una voce umana; già in quella voce Dio si era fatto uomo. Ecco perché “la parola di Dio era rara”: non già per scarsità, ma per il suo valore preziosissimo; la Parola di Dio è più preziosa di una gemma, appunto perché è parola di Dio indirizzata a noi, uomini.
Ma se vi è una parola di Dio per noi, occorre ascoltarla: “Parla Signore, il tuo servo ascolta!” Ecco una parola diffi­cile, perché vorremmo sempre dire esattamente il contrario: “Ascolta Signore, perché il tuo servo parla”. Come possiamo ascoltare la parola di Dio, di colui cioè che nessuno ha mai visto ma del quale ci parla Gesù? Forse a due condizioni noi possiamo ascoltare questa parola di Dio.
La prima, assolutamente necessaria, è che occorre fare silenzio. Ora questa è una del­le cose più difficili oggi: siamo costantemente assediati da mille rumori: le macchine, i com­puter, gli apparecchi, tutto nella nostra vita è accompagnato da rumori. Non si sop­porta più il silenzio, perché il silenzio fa paura, perché ci fa credere di essere soli, mentre in realtà è proprio in quel silenzio che non siamo soli. Soli si è in mezzo ai rumori o alle folle: più gridano più dicono la nostra solitu­dine! Nel silenzio invece, stiamo davanti al Dio tre volte mi­sericordioso che ci ribadisce ciò che sempre vuol farci capire: “Io ti amo, ti amo più di me stesso”.
Fratelli e sorelle, questa proprio è la vocazione; non tan­to uno scopo da raggiungere o una missione da compiere, ma prima di tutto essere raggiunti da questa voce che ci dice l’amore infinito di Dio per noi e lasciarsi persuadère che dav­vero questa è la nostra situazione davanti a Dio.
La seconda condizione è data dal fatto che Andrea non è solo: sta con un compagno anonimo, compagno quindi che possiamo essere noi. Se la Parola di Dio si ascolta nel si­len­zio, la si ascolta anche insieme a quelli che sono stati chiama­ti come noi: insieme nella ricerca di Dio, nella vita fraterna e nella comune lettura della Scrittura, luogo per eccellen­za do­ve la Parola di Dio ci vuol raggiungere. Il silenzio non impe­disce, anzi favorisce la comunione: comunione nell’ascolto e nella gioia di scoprirci figli e figlie di Dio in Gesù, colui che è, come lo dirà più avanti nell’evangelo di Giovanni, la via – il nostro cammino – e la nostra vita. A Lui la lode e la gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

domenica 7 gennaio 2018

Predicazione di domenica 7 gennaio 2018 (Epifania) su Efesini 2,2-12 a cura di Marco Gisola

Efesini 3,2-12
2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; 4 leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza. 8 A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo 9 e di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose; 10 affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio, 11 secondo il disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù; 12 nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui.


In questo brano non così semplice della lettera agli Efesini, che non si sa se sia dell’apostolo Paolo oppure di un suo allievo e discepolo, l’autore parla del tema che in genere è al centro del culto dell’Epifania, ovvero il fatto che la venuta di Gesù, che abbiamo celebrato a Natale, è un evento che riguarda tutti gli esseri umani. Questo è il senso della visita che fanno a Gesù i Magi, uomini che non erano ebrei, ma pagani e sono venuti da terre lontane per adorare Gesù.
Qui l’apostolo parla di un mistero che è stato rivelato: il mistero è appunto l’intenzione universale, universalistica di Dio, che ora in Cristo è diventata chiara. Potremmo qui obiettare che al pensiero ebraico questa intenzione non era sconosciuta, nel senso che i profeti parlano più volte del fatto che tutte le nazioni un giorno avrebbero riconosciuto il Dio di Israele e che Dio aveva detto che in Abramo stesso sarebbero state benedette tutte le nazioni e non solo il popolo che sarebbe nato da lui. Ma è vero che per i pagani questa è stata una enorme novità: per Dio non ci sono più distinzioni, come scrive Paolo in Romani 3(22b-24): “non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù”.
L’apostolo usa la parola mistero, ma non facciamoci spaventare da questa parola: Paolo parla di mistero solo per dire che ora non è più un mistero, perché è stato rivelato in Cristo. Rivelato vuol dire che è stato fatto conoscere da Dio attraverso la venuta di Gesù Cristo. Non c’è nulla di misterioso, c’è solo qualcosa di rivelato, non ci sono misteri da scoprire, ma solo un mistero già scoperto, appunto ri-velato, svelato. Il mistero rivelato è quello descritto al v. 6 del nostro brano: “vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo”.
Nella nostra traduzione in questo versetto ritorna tre volte l’espressione “con noi”, intendendo “con noi ebrei”. In greco il testo è più sintetico e usa le parole “coeredi” (eredi con noi), “con-corpo” (che in italiano non esiste, ovviamente, per questo è stato tradotto “membra con noi di un medesimo corpo”), e “compartecipi” della promessa.
Vorrei fermarmi un attimo su queste tre parole:
1. Co-eredi: eredità è il termine che ritorna più volte nell’AT per indicare le benedizioni di Dio per il suo popolo. Immaginiamo un pagano che un bel giorno riceve la comunicazione che ha ricevuto un’eredità. Ma come un’eredità? Il pagano non sa da chi potrebbe ricevere un’eredità. La persona che gli ha lasciato l’eredità non è un parente, nemmeno lontano! Fuori di metafora, i pagani non si attendevano nulla dal Dio di Israele, perché era il Dio di Israele! Loro avevano altri dèi; quella eredità non era loro diritto, per i pagani è stato un puro dono.
E come la mettiamo allora con gli ebrei? Mentre qualcuno diceva ai pagani che avevano ricevuto un’eredità inattesa, doveva anche dire agli ebrei che la loro eredità non era più soltanto loro, ma era anche di qualcun altro. La grossa differenza con le eredità “normali”, ovvero materiali, è che questa eredità, se gli eredi sono due anziché uno, non si divide, ma rimane uguale per tutti, anzi quasi si potrebbe dire che si moltiplica. Se gli eredi sono mille o un milione, l’eredità non viene divisa, perché è la stessa per tutti. Non è che dividi l’eredità con qualcun altro, ma con-dividi l’eredità con qualcun altro, che è co-erede con te, potremmo dire che godi dell’eredità con qualcun altro. E questo è un “di più”, non un “di meno”. Ebrei e pagani, dunque, eredi tutti insieme.

2. la seconda parola, in greco, è con-corpo, che in italiano non esiste ma che rende bene l’idea. Nella nostra Bibbia questa parola è tradotta “membra con noi di un medesimo corpo” e nel nuovo NT della Riforma “parte dello stesso corpo”. “Con-corpo” vuol dire che siamo corpo insieme, che ebrei e pagani sono insieme quello che Paolo in altre lettere chiama “corpo di Cristo”. Dal punto di vista ebraico, l’umanità si divideva in ebrei e pagani; ora le due parti sono unite. Se manca una delle due parti – ebrei e pagani – al corpo manca un pezzo. Solo insieme il corpo è completo. “Con-corpo” è un’espressione molto forte; significa che queste due grandezze – ebrei e pagani – in Cristo non solo sono unite, ma sono inseparabili.
Sappiamo dal Nuovo Testamento che ovviamente non tutti gli ebrei credettero in Cristo e tanto meno tutti i pagani, ma qui non si tratta di avere per forza tutti gli esseri umani inclusi nel corpo di Cristo, ma di non aver nessuno escluso a priori. “Con-corpo” significa che nessuno è escluso, che si è corpo insieme e che nessuno è escluso dall'essere parte di questo corpo.

3. la terza parola è “compartecipi” della promessa. Tutto si fonda sulla promessa che Dio ha fatto in Cristo e prima ancora aveva fatto al suo popolo. Questa promessa ora non è più limitata al popolo ebraico, ma è per tutti. Gesù porta a compimento questa promessa, che ora è per tutti. È la promessa che ti rende partecipe dell’eredità, è la promessa che ti inserisce nel corpo di Cristo. Ma non soltanto tu ebreo, ma anche l’altro, il pagano. E non soltanto tu, pagano, ma anche l’altro antico erede, l’ebreo.

In tutte e tre queste espressioni, in tutte e tre queste parole, la grande novità è che ora c’è l’altro. Per l’ebreo l'altro è il pagano, per il pagano l'altro è l’ebreo. Il risultato è lo stesso per entrambi: ora c’è l’altro. L’altro che non conoscevi, l’altro su cui avevi pregiudizi, l’altro che ti sembrava e forse ti sembra ancora diverso e distante. Ora è qui “con te”, coerede, con-corpo, compartecipe.
Questa è la novità del cristianesimo: l’altro non è più altro, ma è con te, a volte accanto a te, a volte di fronte a te, ma non è più senza di te e tu non sei più senza di lui. Questa è la meraviglia e la difficoltà della vita cristiana: che l’altro non è più a priori fuori dalla mia vita, ma è “con me”, “con noi”. E io non sono più fuori dalla vita dell’altro, ma sono con lui, e lui è con me.

Tutto questo, secondo l'apostolo, avviene “mediante il vangelo, di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza”. Attraverso l’evangelo avviene tutto questo, attraverso l’evangelo predicato, ascoltato, praticato avviene proprio questo miracolo: che l’altro non è più altro, non è più lontano, non è più diviso da te.
L'evangelo è questo cammino che avvicina, che unisce. Come i Magi, che hanno fatto un lungo cammino per arrivare da Gesù, hanno percorso migliaia di chilometri per non essere lontani e divisi da Gesù quando è nato, ma per essergli vicini e uniti.
È un lungo cammino, quello che unisce e avvicina. Un cammino che ci è dato di percorrere e ci è chiesto di percorrere, che a volte è faticoso, perché non è detto che l’altro abbia così tanta voglia di essere vicino e unito a noi, o che voglia essere vicino e unito nel modo in cui noi lo intendiamo. È un cammino lungo e faticoso, ma è il cammino che è tracciato dall’evangelo.
Di questo evangelo, scrive l’autore di questa lettera, “io sono diventato servitore”. Egli “serve” questo evangelo, vive al servizio di questa buona notizia, che nessuno è escluso, che il muro di cui ha parlato nel cap. 2 (14) è crollato, non può più dividere. L’apostolo si chiama “il minimo fra tutti i santi” e noi siamo ancora più minimi di lui. Ma anche a noi è dato non solo il dono di vivere questo evangelo, di vivere la realtà che questa buona notizia ci dà, ma ci è dato anche il compito di annunciarlo, di esserne servitori.
Per questo esiste la chiesa: in primo luogo per essere il corpo (o il “con-corpo”) che Dio ha creato nella fede in Cristo e di cui i credenti sono membra, e in secondo luogo per essere la servitrice di questo evangelo, di questa promessa, di questa Parola.
L’apostolo conclude: “Abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui”, cioè in Cristo. Tutti e tutte, nessuno escluso, abbiamo questa libertà, che non va intesa come un diritto, ma come un dono, il dono di essere anche noi coeredi, anche noi con-corpo, anche noi compartecipi della promessa di Dio, rivelataci nell’evangelo.
In Cristo, anche noi, con tutti gli altri e non senza l’altro, abbiamo la libertà e il dono di poterci accostare a Dio con piena fiducia. È questo che oggi celebriamo nella festa dell’Epifania ed è per questo dono che ringraziamo il Signore.