lunedì 24 settembre 2018

Predicazione di domenica 23 settembre 2018 su Isaia 49,1-6 a cura di Marco Gisola

Isaia 49,1-6
1 Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti!
Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre.
2 Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell'ombra della sua mano;
ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra,
3 e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria».
4 Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza;
ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio».
5 Ora parla il SIGNORE che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del SIGNORE, il mio Dio è la mia forza.
6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».


Il brano di oggi è uno dei cosiddetti “canti del Servo del Signore”, che sono quattro brani del libro del profeta Isaia che parlano di un personaggio chiamato “il servo”, al quale – come abbiamo letto in questo brano - viene affidata una missione importante per Israele e tutta l’umanità.
Chi sia questo servo non è chiaro, gli studiosi discutono e hanno opinioni diverse. Non è nemmeno chiaro se sia una persona singola – magari lo stesso Isaia - oppure sia il popolo d’Israele.
Come avete visto, anche nel brano di oggi c’è questa ambiguità: al v. 1 dice «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre» e quindi sembra una persona precisa con un nome preciso, ma al v. 3 dice: «[il Signore] mi ha detto: “Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria”».
Quello che è chiaro è che con queste parole Dio sta dando a qualcuno – singolo o popolo che sia – un incarico, una missione. E poiché non è solo il “servo del Signore” che ha ricevuto questo incarico, non è soltanto il profeta Isaia, non è soltanto Israele che ha ricevuto da Dio una chiamata, ma siamo anche noi, è per noi istruttivo fermarci a vedere che cosa dice Dio in questo brano, perché lo dice anche a noi.
Vorrei ripercorrere questo brano con voi in quattro tappe.
1. La prima tappa è la vocazione. «Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre». Conosciamo affermazioni simili fatte da altri profeti, per esempio Geremia (abbiamo letto il racconto della sua vocazione alcune domeniche fa), ma anche dall’apostolo Paolo.
La chiamata precede addirittura la nascita del chiamato. Dio non agisce come agiamo noi quando cerchiamo una persona per darle un compito, che prima cerchiamo di conoscerla, di vedere come è, come si comporta, se ci ispira fiducia, se è brava a fare quello che deve fare.
Dio non cerca la persona adatta – come si dice: la persona giusta al posto giusto – non fa una selezione tra i tanti per trovare l’uno o l’una che gli serve. Dio sceglie e chiama prima che il prescelto/a e il chiamato/a vengano al mondo.
Il Servo del Signore – chiunque egli sia – non è la persona giusta, è la persona scelta. È Dio che rende il Servo quello che sarà, non è merito suo. Perché nessuno sarebbe degno di questo compito, nessuno ne sarebbe all’altezza. È solo la scelta di Dio che rende all’altezza. Ma all’altezza di cosa?

2. Ed eccoci alla seconda tappa: la Parola: «Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente...». il Servo proclama la Parola di Dio, questo è il suo compito, per questo è stato prescelto prima della sua nascita e per questo è stato chiamato.
La Parola di Dio è paragonata a un’arma, una spada prima e una freccia poi; la spada colpisce vicino, la freccia lontano, la Parola di Dio vuole raggiungere tutti, vicini e lontani, vuole raggiungere Israele che è il suo popolo, ma anche tutti gli altri popoli.
Forse ci crea qualche problema il fatto che la Parola di Dio venga paragonata a un’arma? Proviamo a rovesciare il paragone: non la Parola di Dio è un’arma, ma: l’arma di Dio è la sua Parola.
Dio non ha altre armi, se non la sua parola, il profeta, il servo, il popolo non hanno altre armi se non la Parola. I discepoli e le discepole di Gesù non hanno altre armi se non la sua parola.
E che cosa farà il servo armato soltanto della Parola di Dio? Al v. si dice: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria». Il servo – che sia esso il popolo o una singola persona, manifesterà la gloria di Dio.
Ma manifestare la gloria di Dio non una cosa generica o un’esperienza puramente spirituale. Pochi capitoli prima il profeta aveva detto: «il SIGNORE ha riscattato Giacobbe e manifesta la sua gloria in Israele» (Isaia 44,23).
È l’annuncio della fine dell’esilio in Babilonia. Il Signore ha riscattato, cioè liberato, Giacobbe – ovvero il popolo di Israele (il nome del patriarca sta per tutto il popolo). Così Dio manifesta la sua gloria: liberando, restituendo la libertà e la dignità al suo popolo.
Il Servo manifesterà la gloria di Dio annunciando la sua volontà di liberazione per tutti i popoli.

3. Ma… c’è un ma! «Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza». Al Servo di Dio sembra tutto inutile, gli sembra che la sua predicazione sia destinata al fallimento. Quando nel nostro brano è il suo di parlare, la sua è una parola di lamento.
Evidentemente le cose non vanno come lui vorrebbe, la sua parola non è ascoltata come sarebbe giusto, la reazione alla sua predicazione non è quella che si attende.
Quante volte anche a noi tutto ciò che facciamo sembra un apparente fallimento, sembra inutile, un inutile spreco di tempo e di energia? Quante volte ci sentiamo inadeguati, insufficienti al compito che Dio ci dona? Ma Dio – come ha detto qualcuno - “ha scelto chi non è importante per realizzare cose importanti”.
Grazie a Dio, il lamento dura solo un breve momento e poi il profeta cambia tono: «ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE, la mia ricompensa è presso il mio Dio». Il tono del lamento fa spazio a quello della fiducia.
La fiducia è che, nonostante le apparenti – o reali – sconfitte, nonostante gli umani fallimenti, «il mio diritto è presso il Signore», cioè fare la volontà di Dio è comunque giusto ed ha comunque senso, anche quando i risultati non sono quelli che si vorrebbe.
Questa dialettica o tensione tra lamento e fiducia, è quella che viviamo anche noi. Questo ci dice che il Signore ha scelto un Servo, un profeta oppure un popolo, che ci somiglia, che si lascia scoraggiare come noi, che ha dubbi come noi, che patisce i fallimenti come noi. Che però riesce anche a guardare a Dio anziché a se stesso e ai propri fallimenti e a recuperare la fiducia.

4. Come reagisce Dio al lamento? Rinnovando l'incarico! Anzi estendendolo: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
Il suo servo non dovrà soltanto “rialzare”, ovvero annunciare la liberazione delle tribù di Giacobbe e ricondurre gli scampati di Israele, cioè i superstiti tra gli esiliati e i loro figli.
Non dovrà soltanto annunciare la liberazione. Questo è troppo poco. «voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».
La salvezza rompe i confini, va oltre il popolo e si estende a tutta l'umanità. Troviamo la stessa espressione nelle parole che Gesù dirà ai suoi discepoli poco prima della sua Ascensione al cielo, quando dice loro: «mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra» (Atti 1).
Da cristiani, possiamo dire che questa promessa del profeta si realizza per noi in Cristo e nell’annuncio della sua resurrezione e quindi di una nuova speranza a tutta l'umanità.
Ma la promessa è già qui, e dobbiamo dire che questa vocazione a essere luce delle nazioni appartiene anche al popolo ebraico e che è attraverso di esso che questa vocazione arriva anche noi.
Anche a noi la Parola di Dio dice oggi: «È troppo poco ...». È troppo poco che voi cristiani annunciate l’evangelo a voi stessi. Per essere più concreti: è troppo poco che tu chiesa valdese di Biella ti occupi di annunciare la Parola a te stessa, che tu cerchi la tua consolazione, la tua speranza e la tua gioia nell’evangelo. È troppo poco! Perché la luce dell’evangelo non è solo per te, è per l’umanità.
Se il Signore ci ha chiamati e ci ha rivolto il suo evangelo, non è perché ce lo teniamo per noi, non è perché esso dia luce soltanto alla nostra vita, ma perché questa luce sia portata fuori, per illuminare le vite di molte altre persone.
Per questo ci ha chiamati, per questo siamo chiesa, non per altro.
Il Signore continui a illuminare, con il suo Spirito e la sua Parola, la vita di molti, compresa la nostra, e servendosi anche di noi, fino all'estremità della terra.

lunedì 17 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 1,1-17 a cura di Daniel Attinger

Una parola su Maria

1 Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo.
2 Abraamo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli; 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar; Fares generò Esrom; Esrom generò Aram; 4 Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon; 5 Salmon generò Boos da Raab; Boos generò Obed da Rut; Obed generò Iesse, 6 e Iesse generò Davide, il re.
Davide generò Salomone da quella che era stata moglie di Uria; 7 Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia; Abia generò Asa; 8 Asa generò Giosafat; Giosafat generò Ioram; Ioram generò Uzzia; 9 Uzzia generò Ioatam; Ioatam generò Acaz; Acaz generò Ezechia; 10 Ezechia generò Manasse; Manasse generò Amon; Amon generò Giosia; 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli al tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel; Salatiel generò Zorobabele; 13 Zorobabele generò Abiud; Abiud generò Eliachim; Eliachim generò Azor; 14 Azor generò Sadoc; Sadoc generò Achim; Achim generò Eliud; 15 Eliud generò Eleàzaro; Eleàzaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe; 16 Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.
17 Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.




Cari fratelli e sorelle,

Vi propongo di fermarci oggi su una figura alla quale noi, evan­gelici, non prestiamo molta attenzione. Quindici giorni fa, i nostri fra­telli cattolici hanno fatto memoria della morte di Ma­ria, e fra pochi giorni, ricorderanno la sua nascita. Mi sembra una buona occasione per riflettere anche noi su ciò che diciamo di Maria. Spesso infatti, ab­biamo talmente paura di parlarne che finiamo per non dirne niente, eppure quando incontrò Elisabetta, incinta anche lei, Maria aveva proclamato: “tutte le generazioni mi diranno beata” (Lc 1,48). Noi, in­vece, l’abbiamo rinchiusa in un silenzio che non esprime gratitudine nei suoi confronti, ma solo timore e imbarazzo.


Ora, tra il nostro mutismo su Maria e la sovrabbondanza di pa­role che spesso rimprove­riamo ai cattolici, e che rimprovereremmo anche agli ortodossi, se li conoscessimo meglio, c’è ampio spazio per una parola “evangelica” sulla madre di Gesù.
Certo, la Scrittura dice poche cose di Maria, cose però che sono significative e non giusti­ficano affatto il nostro totale silenzio su di lei. Certo, non sappiamo né quando è nata, né quan­do è morta, tuttavia, queste due date del 15 agosto e dell’8 settembre – che da più di 1500 anni sono celebrate dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica – non sono affatto casuali. Ricor­dano la consacrazione di due chiese di Gerusalemme costruite nei primi secoli dell’era cristiana.
Se queste memorie non sono verificabili storicamente, esse atte­stano almeno l’antichità della venerazione per Maria. Sembra difficile pensare che da più di 1500 anni, milioni di cristiani hanno sbagliato, tanto più che i riformatori non si sono opposti a una tale venerazione, pur de­nunciando le deviazioni esistenti. Erano infatti fedeli al precetto del Signore di “onorare il padre e la madre”. Parlare di Maria, è ricor­dare anzitutto che è madre, per grazia, del Signore Gesù, che confes­siamo come Dio e nel quale troviamo la nostra salvezza. Togliete Maria, e scompare anche il Signore Gesù!
Evidentemente, non posso dire ora tutto ciò che si potrebbe dire di Maria. Altri evangelici l’hanno fatto, anche valdesi, come Giorgio Tourn o Paolo Ricca, senza parlare del documento della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, intitolato “Maria, nostra sorella” (1988)! Vorrei solo dire qualcosa a partire dalla genealogia che abbia­mo appena riletto: una serie di nomi, certamente un po’ noiosa da ascoltare, ma significativa quando ci soffermiamo su alcuni particolari.


Le genealogie che incontriamo spesso nell’AT sono caratteristi­che di un popolo che colti­va la memoria, forse specialmente delle po­polazioni nomadi che, vivendo sotto le tende nei de­serti, non possono la sera divertirsi con eventi o spettacoli, come gli abitanti di città. Pen­siamo: riusciamo normalmente a ricordare i nomi dei genitori e dei nonni, ma chi ricorda quelli dei bi­snonni? Allora, come fa Matteo a ricordare tutti questi nomi? 42 generazioni! Evidentemente, non è questa la domanda da porre; forse infatti Matteo ha anche inventato alcuni no­mi, che ha aggiun­to a quelli che trovava nell’AT; l’intento è altrove.
Vuole da un lato sottolineare che l’intera storia del popolo d’I­sraele, fin da Abramo, suo primo patriarca, confluisce, quasi precipita, come fiume nel mare, nella figura di Gesù, che è la ricapitolazione di tutto il popolo di Dio, che è anch’egli “figlio di Dio” (Es 4,22).
E poi, Matteo gioca, come vedremo, sul numero 42.


Anzitutto notiamo una stranezza: i nomi sono quasi tutti nomi maschili: Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, Ozia, Zoro­babele, ecc. Ma cinque volte appare un nome femmi­nile: Tamar, Ra­cab, Rut, la moglie di Uria e Maria. Si dice spesso che questi nomi se­gnano mo­menti di peccato e servono a dire che Dio si implica nella storia di peccato che è la nostra storia umana. Questa rischia di essere ancora una di quelle interpretazioni maschiliste, che hanno pur­troppo dominato la storia della Chiesa e dell’interpretazione della Scrittura. In realtà, questa let­tura non corrisponde esattamente con la verità. Le menzioni di queste donne segnano piuttosto momenti in cui la genea­logia rischiava di fermarsi ed è riuscita a continuare solo grazie all’azione coraggiosa della donna nominata; sono momenti in cui l’uomo maschio è stato deficiente ed è stato come messo tra parentesi.
Tamar ha quasi violentato il suocero, Giuda, figlio di Giacobbe, per dargli una discenden­za; questi infatti rifiutava di darle il figlio che, secondo la legge, doveva darle come marito, per­ché suscitasse una di­scendenza al fratello morto. Racab è la prostituta di Gerico che ha da­to a Israele la possibilità di entrare in terra promessa. Rut, la moabita, divenne per la sua fedeltà a Naomi, sua suocera, un anello indispen­sabile nelle generazioni: è stata la bisnonna di Davide. Davide, infine, ha gravemente peccato contro un suo soldato, Uria, facendolo uccide­re per po­ter rapirne la moglie; Dio ha avuto pietà della donna di cui Davide si era preso gioco e l’ha fatta ma­dre di Salomone. Quanta storia, quanta manifestazione di Dio in queste donne, nonostante il peccato in cui vive l’umanità!


Tutto ciò si concentra nell’ultima donna menzionata: Maria. Ma allora incontriamo un’altra sorpresa: la genealogia infatti non è quella di Maria, ma di Giuseppe, che poi non è il padre di Gesù! È invece lo sposo – anzi il promesso sposo – di Maria che, senza di lui, partorì il figlio, Gesù, nel quale l’umanità intera trova la salvezza. 


Allora cosa significa questo? Sicuramente l’intento di Matteo non è né storico né medicale: è un’affermazione di fede, cioè non qualcosa che si deve credere senza chiedersi come funziona, ma una proclama­zione su colui che sta al cuore della nostra fede, Gesù. Il “salto” esi­stente tra la genealogia di Giuseppe e Maria sottolinea che Gesù è na­to da Dio ed è dunque figlio di Dio; inoltre giunge al termine di una successione di 42 generazioni: con lui inizia una nuova serie di genera­zioni; prima di lui vi sono 6 volte 7 generazioni, egli apre il settimo ci­clo di sette genera­zioni. Nella tradizione biblica, il numero 7 indica una pienezza: con Gesù giunge la “pienezza del tempo”, come dirà Paolo (Gal 4,4). Eppure è nato, come ogni essere umano, “da donna”, e quindi, come dirà ancora Paolo, “sotto la legge”.

Messe insieme queste affermazioni formano un riassunto sul­l’identità del Cristo: Gesù, ve­ro uomo, porta un tempo nuovo, quello della salvezza (la pienezza del tempo), perché, nono­stante sia “nato da donna”, come noi, è anche figlio di Dio che quindi ci racconta il Padre, per­ché: “tale padre, tale figlio”; ci dice pure la fondamentale caratteristica di Dio: non volere altro che amare i propri figli, come ama il Figlio unigenito, Gesù, che costituisce nostro fratello.


Torniamo a Maria: tutto ciò che diciamo di Gesù lo possiamo di­re solo perché è nato da Maria che Dio, nella sua grazia, ha scelto per darci Gesù! Allora, come essa stessa ci invita, di­ciamo almeno, insie­me a tutte le generazioni: “Beata te, Maria, che hai dato la vita a un tale fi­glio!”. Ancora un’ultima parola: proprio in questo Maria è im­magine nostra, perché anche noi siamo chiamati a “dare vita” a quel Cristo in cui crediamo, di fronte a chi ci chiede conto della speranza che è in noi. Da noi, il mondo non aspetta parole, ma una dimostra­zione, con la no­stra vita, che davvero Cristo è il Vivente che permette ai popoli di conservare la speranza. A lui, lode e gloria per sempre. Amen.

lunedì 10 settembre 2018

Predicazione di domenica 9 settembre 2018 su Galati 5,13-14 in occasione della festa di Fra' Dolcino, a cura di Stanislato Calati

Predicazione tenuta da Stanislato Calati, pastore della Chiesa metodista di Vercelli-Vintebbio, alla Bocchetta di Margosio (Trivero) in occasione della Festa di Fra' Dolcino

Galati 5,13.14

Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».


Care sorelle e cari fratelli in Cristo Gesù, cari amici e care amiche qui convenuti per commemorare fra’ Dolcino,
l’Evangelo di Gesù Cristo, ci dice l’apostolo Paolo, è chiamata a libertà, l’Evangelo è, se preferite, un’autentica vocazione alla libertà, intesa nel senso più ampio possibile.
La libertà dell’Evangelo è affrancamento da tutte le sovrastrutture attraverso le quali, in ogni tempo e luogo, si esercita, come sistema, l’oppressione di alcuni ad opera di altri.
La libertà evangelica è appartenere a Dio e impegnare la libertà stessa, che è dono di Dio, nella relazione d’amore con Dio stesso e, come necessaria, irrinunciabile e incontenibile espansione all’esterno, verso il mondo, nel fraterno, amorevole e vicendevole servizio al prossimo.
E non è esperienza che si limiti al Nuovo Testamento.
Il popolo di Israele, liberato dall’Egitto, è invitato a vivere la libertà ricevuta in dono da Dio nel servizio a Dio e nel servizio al prossimo, questo, infatti, è il senso della Legge che, tramite Mosè, viene donata a Israele; Gesù la riassume in amare Dio con tutto sé stesso e amare il prossimo come sé stesso.
Non meno che la libertà, la Legge è dono, che viene ancora ricordato e festeggiato, nell’ebraismo, nel giorno della “gioia della Legge”, in cui si conclude la lettura del Pentateuco e, immediatamente, la si ricomincia.
Se la libertà è un dono, altrettanto grande è il dono della Legge, un manuale per l’uso corretto di quel dono che, appunto, è la libertà.
Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno, un cristiano è servo volenteroso in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno.
Martin Lutero riassume in questa apparente contrapposizione quella che potremmo considerare l’essenza stessa dell’essere cristiani.
La vocazione a libertà è, nello stesso tempo, vocazione al servizio: in Cristo siamo liberati dal peso del doverci guadagnare la nostra giustizia di fronte a Dio, pronti, così, a metterci al servizio degli altri.
Nella storia bimillenaria del Cristianesimo, questa vocazione alla libertà, quando s’è assopita, s’è risvegliata ogni volta con il ritorno alla Scrittura e alla sua centralità per la fede cristiana, proprio come l’erba dei prati, appassita per il caldo e il secco dell’estate, rinverdisce al cadere delle prime piogge di settembre.
I primi martiri cristiani pagarono con la vita la scelta di testimoniare la propria fede di fronte al mondo, sfidando, in nome di Cristo, la repressione dell’autorità civile.
Purtroppo, impostosi il Cristianesimo come religione civile, ufficiale e obbligatoria, i perseguitati divennero presto persecutori.
Il movimento di Valdo, e quello degli Apostolici di Gherardo prima e Dolcino poi, unirono l’idea del ritorno alla fedeltà al Vangelo alla riscoperta della Scrittura e nella scelta della povertà espressero il rifiuto di un sistema politico e religioso, che opprimeva le persone non meno delle coscienze.
Dolcino in modo particolare incarnò la forza liberante ed eversiva dell’Evangelo, che si contrappone alla religione ufficiale, alleata del potere, e spesso potere essa stessa, che schiaccia e punisce chi si ribella in nome della libertà, della giustizia e di una pace autentica.
Secoli dopo John Wesley propose l’Evangelo come via per l’affrancamento dalle disperate condizioni di vita delle masse nell’Inghilterra del XVIII secolo: un percorso che, passando per la riconquista di una dignità personale ed individuale, si risolveva nella lotta per ottenere condizioni di vita e di lavoro più umane.
Giorgio Gaber, in una sua famosa canzone, cantava: La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione …
La libertà, per un cristiano, non può essere vuoto, ma qualcosa da riempire ed impegnare: non è né dev’essere - ammonisce l’apostolo - occasione per vivere secondo la carne, ma per servire l’uno l’altro, secondo il comandamento dell’amore.
Approfondiamo cosa significhi vivere secondo la carne e quali siano le opere della carne.
Vi inviterei subito, care sorelle e cari fratelli, ad allontanare dalla vostra mente l’idea che la carne sia da identificare con il corpo, e che, quindi, le opere della carne siano quelle che sono il prodotto degli istinti che il corpo ha per sua natura, così la sessualità in primo luogo, o i piaceri legati alla corporeità.
Il cristianesimo, e non solo il cattolicesimo, è stato troppo spesso incapace di superare un rapporto con la corporeità che non fosse di negazione o di condanna, se non di repressione.
Carne rappresenta certo la dimensione corporea, ma quando si pensi il corpo come fosse l’unica realtà umana autentica, come se tutto l’essere dell’uomo cominciasse e finisse lì; carne si contrappone a Spirito, quando carne esprime l’incapacità totale di comprendere le cose di Dio, di andare oltre il ristretto orizzonte della vita materiale.
Opere della carne sono la vita stessa dell’uomo, come se essa finisse con la morte, come se, oltre questo orizzonte terrestre e terreno, non vi fosse altro.
Esse non sono in sé male, purché non soffochino la dimensione spirituale dell’uomo e in particolare quella parte di noi che, aspirando all’eternità, cerca una relazione autentica e profonda con quell’Altro da noi che è Dio.
Tra le opere della carne vanno comprese, sorelle e fratelli, amici e amiche cari, quelle che si realizzano come dominio sugli altri, in un sistema oppressivo per il quale l’altro diviene un mezzo, una cosa da usare e gettar via quando non serva più, da eliminare, addirittura, se ci impedisca di realizzare i nostri scopi.
Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà … ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri…
Una fede fatta di sola devozione e pietà, nella quale non trovi posto, concretamente e coerentemente vissuto, il comandamento dell’amore, non è fede, forse è religione, ma è la caricatura di una fede cristiana autentica.
La libertà del cristiano è sì libertà dalla legge, ma non è una libertà senza legge, perché, se non è la giustizia delle opere, ma quella della fede che salva, non è, per questo, che le opere siano senza valore o senza importanza.
La visione protestante è spesso stata accusata, per ignoranza o colpevole malafede, di predicare, sostenendo la salvezza per grazia mediante la fede, l’inutilità delle opere.
John Wesley ribatteva con queste parole: Così sarebbe davvero, se parlassimo, come certuni fanno, d'una fede che fosse staccata dalle buone opere; ma la fede della quale parliamo noi non è tale, anzi è produttrice di tutte le buone opere e d'ogni santità.
Siamo da subito giusti, per la fede, agli occhi di Dio, ma rendere la nostra vita, il nostro modo di essere e il nostro modo di pensare coerenti con quella fede è un compito impegnativo, da svolgere lungo tutta un’esistenza, quale grata risposta all’amore di Dio per noi, un amore per il prossimo che opera per la giustizia, per la difesa dei valori d’umanità e solidarietà, sempre cercando e trovando nel dettato evangelico la bussola con cui orientarsi.
Particolarmente in questi tempi di buio, chiusura ed egoismo diffusi, la nostra presenza qui ha un significato ed un valore di memoria e testimonianza importante, che vorrei riassumere, citando l’ultima quartina delle “Rime in versetti dolciniani” di Aldo Fappani, presidente del Centro Studi fra’ Dolcino:
Per cui anche noi siamo qui per ricordare, invocare, rivendicare,
in comunione con coloro che quelle gesta hanno voluto imitare
nei precedenti secoli e ai nostri tempi al di qua e al di là del mare:
fratellanza, giustizia, solidarietà, sacri valori sempre da rinnovare.
AMEN

martedì 4 settembre 2018

Predicazione di domenica 2 settembre 2018 su Matteo 5,1-12 tenuta in piemontese da Massimiliano Zegna presso il Tempio di Piedicavallo


Dall’Evangelo di Matteo capitolo 5 versetti 1-12


Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.
Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.




Care amiche, Cari amici, Care sorelle, Cari fratelli

Il sermone sul monte è probabilmente uno dei testi più famosi dell’Evangelo di Matteo. E’ il brano delle beatitudini che può essere commentato in modi diversi e per molto tempo si è data una interpretazione che ha fatto anche pensare che il cristianesimo fosse un pretesto per allontanare masse di persone povere per tenerle buone in quanto la ricompensa futura sarebbe avvenuta dopo la morte terrena per chi è tribolato in questo mondo.
L’altra interpretazione in cui come evangelici valdesi ci riconosciamo davvero è che Gesù Cristo si è rivolto alla folla che lo stava ascoltando in Galilea per stimolarli a vivere in modo diverso la propria vita ed anche oggi si sta rivolgendo a tutti noi anche se sono trascorsi duemila anni dal momento in cui queste parole sono state pronunciate.
Nei confronti del Regno che viene non saranno avvantaggiati i ricchi di cose materiali, i potenti, i soddisfatti, i duri, gli audaci, ma i poveri nell’animo, i mansueti, i misericordiosi, i cuori trasparenti e sinceri, i riconciliatori cioè proprio quelle categorie di persone che sono regolarmente perdenti nella lotta per la vita e nella corsa al successo, alla ricchezza, al potere. Orbene proprio costoro si trovano in una condizione di privilegio nei confronti del Regno, il Regno dei cieli che ha il significato della definizione e della comprensione di Dio stesso. E chi crede in Gesù può essere felice perché la felicità giunge da Dio stesso e da Gesù Cristo.
Nel Sermone del monte le parole di Cristo capovolgono quelli che oggi sono considerati i valori importanti per una persona di successo: il successo individuale, la potenza, il denaro ad esempio. E per ottenere questi successi non si disdegna di passare sopra la testa e il corpo di altri uomini per raggiungerlo.
Innanzitutto dobbiamo comprendere bene il significato del termine “beato”: dire che una persona è beata non significa dire che è fortunata, che le va tutto bene. Significa piuttosto dire che ha impostato la vita nella direzione che Dio ha indicato, che vive in un corretto rapporto con Dio, come l’uomo giusto di cui parla il Salmo numero uno.
E voglio leggerlo questo primo Salmo perché mi pare molto significativo: “beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede in compagnia degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale à il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà”.
Quindi, paradossalmente, Gesù chiama beati proprio coloro che non possono essere soddisfatti della situazione che vivono e quindi aspettano con ansia il Regno, tendono verso il Regno di Dio. Gesù loda i poveri non perché siano più buoni o portatori di una missione storica nel mondo ma in quanto vivono in due mondi, il mondo presente e quello futuro. E minaccia quei ricchi che vivono in un mondo soltanto per se stessi.
Beati dunque ha anche questo significato: state sempre in piedi! non arrendetevi!
Noi siamo chiamati a vivere in due realtà, in due dimensioni: la storia e il Regno, il mondo attuale e quello promesso. E tutte e due queste dimensioni le dobbiamo vivere con intensità.
Se Cristo è risorto, come noi crediamo, la sua “politica” è la sola vera ed è la sola via per la quale il mondo può trovare liberazione non illusoria e salvezza da quella distruzione ch’esso si prepara con le proprie mani. La seconda, se Cristo è risorto è solo Lui, il Signore, che ci può condurre in comportamenti coerenti e muoverci nei suoi piani di azione.
E’ importante a questo punto credere nel momento più significativo della fede in Gesù Cristo ossia la sua Resurrezione e quindi sapere che dopo la fase drammatica del tradimento e della crocifissione vi è stata una ripresa della vita i cui effetti durano anche oggi.
E gli stessi insegnamenti sono ancora attuali e riguardano sempre il presente ed il futuro.
Del resto la prova dell’esistenza di Dio non è fornita da elementi concreti che possano sancire come in un documento anagrafico che una persona è presente nel certificato di famiglia.
Io, ad esempio, sono convinto della esistenza del Signore perché vi sono testimonianze di fede che continuano attraverso i secoli. Proprio in questo tempio non molte settimane fra è stata ricordata la figura di Martin Luther King che è stato un formidabile esempio di trasmissione della fede in Cristo e nelle sue beatitudini.
Martin Luther King ha detto una fase che ben riassume che cosa significa non violenza “Non solo devi rifiutare di uccidere un uomo, ma devi anche rifiutare di odiarlo”.
Un altro personaggio che io ho sempre amato e che bene ha trasmesso la fede in Gesù Cristo è stato un cattolico piemontese di cui ho apprezzato il suo modo di intendere il sermone del monte.
Si tratta di Pier Giorgio Frassati nato nel 1901 e morto giovanissimo nel 1925. Ebbene pur essendo di famiglia ricca Pier Giorgio ha voluto aiutare i poveri che vivevano nella sua città Torino. Ma quello che mi ha sempre colpito oltre alla sua fede cristiana molto forte, era il suo dedicarsi anche ad attività politiche nella sua epoca nobilitando il termine politico che vuol dire dedicarsi agli altri nella propria epoca e nel proprio territorio.
Anche questo aspetto dimostra che gli insegnamenti di Gesù Cristo possono essere adottati in ogni epoca. L’importante è sapere che l’insegnamento di amare il prossimo significa anche evitare ogni forma di integralismo e fanatismo anche nel professare la propria confessione religiosa.
Sarebbe veramente paradossale e purtroppo lo è stato sia in passato che in tempi attuali che il nome di Dio sia stato accomunato ad azioni violente.
Beato è una parola semplice e difficile nello stesso tempo. Anche felicità può sembrare facile e difficile. Il piemontese viene in aiuto perché la parola italiana felicità può essere tradotta in piemontese come boneur che letteralmente significa buona ora, ma che può significare una cosa buona adesso e per sempre.
Ecco il punto più stimolante: la felicità viene da Dio. Alla chiamata all’azione per la pace, per la non violenza, per la giustizia risponde una promessa, la promessa del regno dei cieli e della giustizia di Dio. La felicità è speranza in un mondo rinnovato dalla fede e dall’azione. In un certo senso, i beati sono quelli che non si affaticano in vano. Forse adesso non vedono nessun risultato per il loro impegno, o forse vengono addirittura perseguitati per la ricerca della giustizia, ma viene il tempo, anzi si è incarnato in Gesù, in cui Dio la speranza è il filo rosso di queste otto beatitudini.
Che cosa si intende con il termine non violenza? Ovviamente non una teoria della non violenza e neanche una strategia. La non violenza caratterizza la visione e soprattutto l’azione dei credenti nel mondo. I poveri in spirito, i mansueti, gli assetati di giustizia, coloro che si adoperano per la pace, tutti sono animati da un’idea non violenta della società e dei rapporti umani.
Ed è innanzitutto a loro che viene promesso il regno dei cieli, è a loro che vengono annunciate la salvezza e la liberazione.
Nel discorso di Gesù troviamo sia un riconoscimento dell’impegno e dell’azione, sia una promessa e un orizzonte. Ciò che Gesù sottolinea è l’attualità dell’azione non violenta, la sua rilevanza. Oggi, dice Gesù, il vostro impegno non è più vano, non cade nel nulla. Oggi il vostro impegno per un mondo giusto e non violento viene riconosciuto, anzi è il segno della venuta del regno dei cieli. L’azione non violenta rispecchia la giustizia di Dio, l’azione non violenta fa parte del piano di Dio per l’umanità.
Coloro che si adoperano per la pace o sono mansueti nei rapporti con gli altri non solo sono salvati ma contribuiscono a salvare altri e diventano protagonisti di dove si trova la felicità!
Non nel mio piccolo, non nella ricerca personale del mio benessere, ma nei rapporti sociali, economici, politici, familiari, rapporti pacifici e governati da un senso di rispetto e di amore per il prossimo. La felicità non dipende solo da me e non riguarda solo me. La felicità è un bene comune, un’opera a più voci, un intreccio di forze e di doni vari. La nostra società dice spesso: la tua felicità dipende da te, dal tuo lavoro, dalle tue ricchezze, dalle tue scelte. Gesù dice invece: non puoi essere felice da solo, la felicità va vissuta nella messa in pratica dell’amore per il prossimo.
Beati quelli che sono afflitti perché saranno consolati” Mi colpisce questa beatitudine, mi colpisce che proprio il secondo annuncio sulla via della felicità parli di consolazione. Gesù si rivolge a quelli che soffrono, a quelli che fanno cordoglio, come dicono le traduzioni più antiche, Gesù parla alle persone in lutto. In altre parole Gesù parla all’essere umano in quanto uomo o donna ferito, colpito dalla morte.
La felicità è quindi anche consolazione. E’ una parola molto importante in tutto il Nuovo Testamento ma soprattutto è una parola fondamentale nelle nostre vite. La via della felicità
annunciata da Gesù non è solo fatta di impegno e di azione ma anche del dono ultimo e vitale della consolazione.
La consolazione viene da Dio, è l’unica speranza, l’unico filo
al quale è appesa la nostra vita quando tutto vacilla intorno a noi. O meglio: la consolazione è questa forza misteriosa che ci accompagna in silenzio attraverso il deserto della morte, della perdita, dell’assenza.
Non la vediamo, non la sentiamo. E forse, a volte solo anche anni dopo, ci rendiamo conto che qualcosa ci ha portato in salvo nostro malgrado, a nostra insaputa.
La consolazione ridà un senso alla vita dei sopravvissuti e li spinge a diventare a loro volta consolatori.
Ho citato molte parole della pastora Janique Perrin perché mi hanno stimolato per questa parola consolazione che anche per me personalmente ha significato nuova forza. Quando ormai molti anni fa sono stato colpito, come molti di noi e di voi, dal distacco di persone care a causa della morte non mi sono rassegnato ma ho trovato in Dio nuova forza, una nuova ragione per continuare a vivere.
Prima ho elencato persone che mi hanno colpito per la loro fede e la loro battaglia quotidiana per il cambiamento.
A queste voglio aggiungere il nostro Tavo Burat a cui dobbiamo la valorizzazione del culto in piemontese. Con Tavo non ero sempre d’accordo nella sua irruenza e nelle sue esternazioni però ho sempre apprezzato la sua fede profonda e la sua insistenza nel dire che vi è differenza fra fede e religione. La fede è libertà di credere in Dio mentre la religione spesso è un legame che viene concepito per tenere unite le persone in modo conformistico.
Anche il culto in piemontese voleva esprimere in modo semplice e popolare il sentimento di fede anche ribellandosi ad una prescrizione che negava la possibilità di recitare alcune preghiere nella lingua più vicina al proprio territorio.
Oggi per fortuna i tempi sono cambiati e vi sono più momenti per pregare insieme nelle lingue e nei modi più disparati tra cattolici, valdesi e fedeli di altre confessioni religiose.
E di questo sarebbe contento anche Tavo Burat che ha insegnato a credere nel valore dell’amicizia e nel rispetto delle idee e delle proprie convinzioni politiche e religiose senza astio.
Mi fa anche piacere che oggi grazie alle amiche ed agli amici del gruppo strumentale Morzano che accompagna con strumenti musicali usati per la prima volta in questo nostro culto in piemontese.
La musica è una delle manifestazioni di fede che accompagnano le nostre cerimonie religiose ed è un modo per manifestare il nostro amore in Dio e nel prossimo. Negli anni scorsi la musica veniva eseguita dal fratello cattolico Biagio Picciau che ancora ringrazio e che esprimeva il suo ecumenismo attraverso il suono della pianola; oggi vi sono altri strumenti, sassofoni, tromboni, flauti insieme ad altre sorelle, altri fratelli, tutti per lodare il nome di Dio.
Care sorelle, cari fratelli spero di avervi trasmesso una briciola del mio amore per Gesù che per me e per tutti noi rappresenta la forza per vivere con dignità ed entusiasmo.



martedì 14 agosto 2018

Predicazione di domenica 12 agosto 2018 su Galati 2,16-21 a cura di Marco Gisola

Galati 2,16-21

(11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori,)
16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.


1. Eccoci qui al centro di quello che potremmo chiamare l’“evangelo secondo Paolo”: la giustificazione per fede. La seconda metà del capitolo 2 della lettera ai Galati è quella in cui Paolo enuncia la sua interpretazione dell’evangelo, utilizzando appunto l’espressione “giustificazione per fede”.
Paolo prende spunto da un “incidente diplomatico” che era avvenuto tra lui e Pietro e che racconta ai Galati nei versetti che abbiamo ascoltato: Pietro e Paolo erano ad Antiochia, una città fuori dalla Palestina importante per la prima generazione cristiana, perché da lì partivano le missioni in terra pagana.
Pietro era venuto ad Antiochia da Gerusalemme e si era adattato all’uso per cui tutti i cristiani mangiavano insieme, non si faceva più distinzione tra cristiani provenienti dall'ebraismo, come Pietro e Paolo appunto, e cristiani provenienti dal paganesimo.
La legge di Mosè diceva che bisognava evitare la comunione di mensa con i pagani e nei primi anni del cristianesimo a Gerusalemme questa legge valeva anche nei confronti dei pagani convertiti al cristianesimo.
Pietro invece, ad Antiochia, si sente libero di mangiare con loro. Ma quando arriva qualcuno da Gerusalemme, non sappiamo bene se in visita o con lo scopo di controllare come vanno le cose ad Antiochia, Pietro fa un passo indietro, non mangia più con i cristiani provenienti dal paganesimo. Rompe la comunione di mensa con loro.
Paolo davanti a questo atteggiamento si arrabbia moltissimo e lo rimprovera pubblicamente. Il testo indicato per oggi, è quello in cui Paolo spiega perché questo passo indietro di Pietro è stato per lui così grave.
Qui Paolo dice che è una questione di fede: c’è una ragione ben precisa per cui Pietro sbaglia a rompere la comunione di mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo: la ragione è il fatto che siamo giustificati per fede e non per opere e quindi non è più la legge che determina la nostra vita.
Pietro ha fatto il suo passo indietro per timore del giudizio di quelli di Gerusalemme, perché così facendo non aveva osservato la legge. Ma non è l’osservanza della legge che ti salva, dice Paolo, è la fede nella grazia.
Non è il tuo sforzo di essere perfetto che ti salva, ti salva l’amore di Dio che ti ama imperfetto; anzi non solo imperfetto, ma colpevole.
Tutti siamo d’accordo nel dire che non siamo perfetti, ma il discorso biblico è molto più radicale: siamo colpevoli, siamo responsabilmente colpevoli e questa colpa non può essere “espiata” dalla nostra obbedienza, ma può solo essere perdonata dalla grazia di Dio.
L’obbedienza seguirà la grazia, sarà una conseguenza, una reazione alla grazia, non una condizione alla grazia.
Questa è la cosiddetta “dottrina della giustificazione per fede”, che come vediamo per Paolo è tutt’altro che una teoria, ma ha conseguenze molto, molto pratiche: è quella che, per esempio, permette la comunione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo e i cristiani provenienti dal paganesimo. È quella che lo spingerà a dichiarare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo.
La dottrina della giustificazione per fede è stata rimessa al centro della riflessione dalla Riforma. Su questo vorrei solo leggervi una frase di un biblista cattolico, che mi sembra molto importante:
La giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. (Claudio Doglio)

2. Paolo sa che questa sua idea incontra molte obiezioni e allora se ne pone una lui stesso, anticipa una critica che probabilmente gli è stata mossa più volte: «Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato?»
Detto in altre parole: se Cristo giustifica il peccatore, vuol dire che allora peccare va bene e che anzi la dottrina della giustificazione diventa addirittura un incentivo a peccare? È un’obiezione molto comune: se in Cristo il mio peccato è giustificato, allora posso tranquillamente peccare, il peccato non è più un problema!
La risposta di Paolo è netta: «No di certo!». Chi fa questa obiezione fraintende completamente la giustificazione per fede: Dio giustifica – cioè perdona – il peccatore, non il suo peccato. Il peccato è condannato, il peccatore è salvato.
Il peccato rimane un problema, eccome! Rimane un grave problema, rimane condannato. È il peccatore che non è condannato, è giudicato – perché è peccatore e quindi è giudicato peccatore – e la sentenza è: colpevole!
Colpevole, ma graziato: questo è ciascuno e ciascuna di noi. Lo straordinario non è che siamo colpevoli: questa è la norma, quante volte feriamo il nostro prossimo, lo giudichiamo, lo ignoriamo, lo emarginiamo, lo trattiamo diversamente da come Cristo vorrebbe. Questa è l’ordinario.
Lo straordinario è che se ci riconosciamo colpevoli, se ci riconosciamo meritevoli di condanna, la condanna non c’è. C’è la sentenza: colpevole! Ma c’è la grazia: colpevole graziato, dunque libero!
Pietro era libero di mangiare con i cristiani provenienti dal paganesimo e quando ha fatto quel passo indietro per una umanissima paura ha rinunciato alla libertà che Cristo gli aveva dato. Per questo Paolo si arrabbia così tanto.
La colpa di Pietro è umanissima, non dobbiamo certo accanirci contro Pietro perché Pietro siamo noi: quante volte temiamo il giudizio altrui, quante non siamo completamente liberi?
La colpa di Pietro è, per mancanza di libertà, quella di rompere la comunione con altri cristiani. Pietro, rinunciando alla sua libertà, «riedifica» ciò che Cristo ha demolito e questa è la sua colpa.


3. La seconda parte del brano è tutta incentrata sulle parole vita – morte. Sono frasi un po’ ermetiche, su cui gli studiosi dibattono molto … «sono morto alla legge affinché io viva per Dio»: non vivo più per la legge, ovvero non è più l’osservanza della legge che mi dà la vita, la vita me la dà Dio, in Cristo.
La legge non mi dà la vita e non è nemmeno più lo scopo della mia vita. L'origine e il senso della mia vita, delle mie scelte piccole e grandi non è più nella legge, ma in Cristo, cioè nella grazia e dunque nella gratuità. Non nel tornaconto sta la ragione delle mie scelte, ma nella gratuità.
E poi prosegue in modo ancora più paradossale: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». È un’immagine, per dire che la mia vita non è più mia. Non è più mia perché è stata riscattata dalla morte di Cristo, e dunque mi è stata ri-donata, è come se fossi ri-nato, quindi è una nuova vita che non vivo più da solo, ma che vivo con Cristo che vive in me, che con il suo Spirito e la sua Parola vuole entrare in me e trasformare la mia esistenza.
E poi Paolo torna con i piedi per terra: «La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Io vivo la mia vita nella carne, cioè nella mia piena umanità, come tutti gli esseri umani (nel caso che la frase «Cristo vive in me» potesse far pensare a qualcuno che la vita dei credenti fosse diversa da tutte le altre).
Ma questa vita che vivo nella carne, esattamente come tutti gli esseri umani, la vivo nella fede. Per questo è nuova, è nuova ogni volta che riesco a vivere nella fiducia, a vivere di fiducia. È la fiducia che fa la differenza, è la speranza che fa la differenza e rende la vita del credente diversa da una vita senza fiducia e senza speranza.
E che cos’è che dà fiducia e dà speranza? In chi è riposta questa fiducia? «nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Pare sia l’unico passo del NT in cui venga detto che Cristo «ha dato se stesso per me», al singolare.
Cristo è morto e risorto per tutti/e, quindi è morto e risorto per me, e per te, personalmente. Il fatto che sia morto per tutti non sminuisce il fatto che sia morto per me e per te.
In colui che è morto per me ripongo la mia fiducia, dice Paolo. E dicendo questo vuole che anche tu riponga la tua fiducia in colui che è morto per te.

4. Nell’ultima frase Paolo ritorna al punto centrale, quello che sta discutendo con i Galati sulla base dell’esempio di ciò che è accaduto con Pietro ad Antiochia: «Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente».
Cristo è morto per me, ha appena detto Paolo. È questo sufficiente per la mia salvezza? Il fatto che Cristo è morto per te è sufficiente per la tua salvezza?
Se non fosse sufficiente, dice Paolo, se ci volessero ancora le opere della legge, se la morte di Cristo non bastasse, ciò vorrebbe dire che Cristo è morto inutilmente.
Se alla croce io devo ancora aggiungere le mie opere, allora la morte di Cristo non basta. È una delle affermazioni più sintetiche dell’apostolo Paolo riguardo alla conseguenza del rifiuto della “dottrina” della giustificazione per fede: se la croce non basta, la morte di Cristo è stata inutile.
Non ci sono vie di mezzo: o la mia salvezza dipende da me oppure dipende da Cristo. Una terza via non c’è. O Dio ha fatto tutto, oppure, se ciò che Dio ha fatto in Cristo non basta, è come se non avesse fatto nulla, perché, di fatto, non basta.
Paolo ritorna al punto centrale che era appunto la giustificazione per fede e dunque la libertà. Se Dio ha fatto tutto per la mia salvezza, sono libero. Se Dio non ha fatto tutto per la mia salvezza non sono libero, sono prigioniero della necessità di salvarmi con le mie opere.
Se invece Dio ha fatto tutto, sono libero. Libero prima di tutto di riconoscere la mia colpa, di farci i conti e di elaborarla. Se invece devo salvarmi da solo, rischio di rimuovere la mia colpa e di pensare di poterla cancellare con qualche buona opera.
Ma se è la grazia di Dio che mi salva, la mia colpa non mi schiaccia più e posso quindi innanzitutto portarla davanti a Dio senza paura, e poi posso affrontarla e cercare di elaborarla chiedendo perdono non solo a Dio ma anche a chi ho fatto del male.
Ecco qui dunque il centro dell’evangelo così come ce lo presenta l’apostolo Paolo: l’evangelo della grazia, l'evangelo della libertà, l'evangelo della fiducia nel Dio che ha fatto tutto per la nostra salvezza, ovvero per darci una vita nuova, in cui siamo ogni giorno messi davanti alla nostra colpa e al nostro perdono, alla condanna da un lato e alla grazia dall’altro.
Nella certezza che la grazia è più forte della colpa e quindi anche della condanna e che così Dio ci grazia, appunto, e ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita nella libertà e nell’obbedienza.
Il Signore ci dia di ricevere questo evangelo con riconoscenza e con gioia.


lunedì 6 agosto 2018

Predicazione di Domenica 5 agosto 2018 su Isaia 61,1-12 a cura di Marco Gisola

Isaia 62, 1-12

Per amor di Sion io non tacerò, per amor di Gerusalemme io non mi darò posa,
finché la sua giustizia non spunti come l’aurora, la sua salvezza come una fiaccola fiammeggiante.
Allora le nazioni vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore pronunzierà;
sarai una splendida corona in mano al Signore, un turbante regale nel palmo del tuo Dio.
Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione,
ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata;
poiché il Signore si compiacerà in te, la tua terra avrà uno sposo.
Come un giovane sposa una vergine, così i tuoi figli sposeranno te;
come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio.
Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del Signore, non abbiate riposo, non date riposo a lui,
finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra.
Il Signore l’ha giurato per la sua destra e per il suo braccio potente:
«Io non darò mai più il tuo frumento per cibo ai tuoi nemici; i figli dello straniero non berranno più il tuo vino, frutto delle tue fatiche; ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il Signore; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario».
Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo!
Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!
Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.



La Bibbia ci racconta la storia della giustizia e dell’amore di Dio e spesso sono proprio i profeti a raccontarci questa storia nel modo più appassionato. Appassionato e, per noi – almeno per me – complicato; complicato per due ragioni: primo, perché le parole dei profeti si intrecciano strettamente con i fatti storici, con ciò che sta accadendo nel popolo di Israele e al popolo di Israele e che coinvolge anche altre popolazioni vicine.
Secondo, perché il loro linguaggio è spesso poetico, quindi difficile, pieno di immagini che solo gli studiosi del testo ebraico ci sanno sviscerare. Oltre a ciò, ci complica la lettura di questo lungo libro profetico il fatto che probabilmente il libro di Isaia è frutto dell’unione di testi di epoche e autori diversi che qualcuno ha messo insieme.
La prima parte del libro è la più antica, mentre la seconda, quella che ci interessa oggi, è riferita al periodo dell’esilio in babilonia e del ritorno dall'esilio.
Che cosa era successo? Per capire il profeta, dicevamo, bisogna dare un’occhiata ai fatti storici a cui si riferisce. Domenica scorsa avete ascoltato un brano del profeta Geremia, che è il profeta a cui è toccato il difficile compito di annunciare agli Israeliti l’esilio in Babilonia; siamo nel sesto secolo a.C. e l’esilio durerà circa cinquant’anni.
La seconda parte del libro di Isaia – quello che gli studiosi chiamano il secondo Isaia o, chi lo divide in tre parti, il terzo Isaia - è invece quella in cui il profeta annuncia il ritorno dall’esilio.
I babilonesi erano stati sconfitti dai persiani; il re persiano, Ciro, permette agli esiliati di tornare a casa. La parte finale del libro di Isaia è rivolta non più agli esiliati, ma a coloro che erano già tornati. Siamo dunque di nuovo in terra di Israele.
E se l’annuncio del ritorno a casa era stata un gran festa e il viaggio era stato un viaggio carico di speranze, l’arrivo in Palestina aveva provocato grosse delusioni: altre persone abitavano le loro case e coltivavano i loro campi. I babilonesi avevano deportato parte della popolazione ma avevano portato altre persone in Israele che si erano anche mescolati con gli ebrei che erano rimasti.
Insomma, le cose non erano come se le aspettavano, le case erano occupate, le terre erano coltivate da quelli che nei cinquant’anni di esilio avevano abitato la loro terra.
Ecco allora che nascono i dubbi e la rabbia, anche contro Dio: Dio ci ha salvati soltanto a metà, ci ha fatti tornare a casa, ma casa nostra non è più nostra… ci tocca lavorare come servi degli stranieri che occupano le nostre terre….
Il profeta – al cap. 59 – deve rassicurare gli ebrei: «la mano del Signore non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire».
Ed è sempre il profeta a pronunciare quelle parole famose che Gesù riprenderà nella sinagoga di Nazaret:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l'apertura del carcere ai prigionieri. (Isaia 61,1)
Nel capitolo che abbiamo letto oggi riprende l’annuncio di salvezza, in cui emerge tutta la passione di Dio per il suo popolo e non a caso una delle immagini utilizzate è quella del matrimonio: «come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio» (v. 5).
La salvezza è imminente e il profeta è chiamato a annunciarla. Possiamo dividere questo annuncio in tre parti:


1. La promessa
la prima parte la intitolerei: la promessa: «Per amore di Sion, io non tacerò»: il profeta parla, annuncia. E che cosa dice? Che cosa annuncia?
«le nazioni vedranno…. Sarai chiamata con un nome nuovo… sarai una splendida corona… non sarai più chiamata abbandonata… la tua terra avrà uno sposo...» Tutti verbi al futuro.
Il profeta dice e annuncia quello che Dio farà, quello che Dio ha promesso di fare. Non che Dio non abbia fatto ancora nulla: Dio ha già riportato gli esiliati a casa, ma c’è ancora qualcosa da fare e Dio lo farà.
Dio farà ancora cose nuove, lo promette: la novità è espressa dal cambiamento di nome, che non è un mero cambiamento di nome, ma di identità:
«Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione, ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata; (v. 4)
il tema centrale è quello dell’abbandono: gli Israeliti si sentivano abbandonati da un Dio che li aveva riportati in patria dove però non avevano trovato quello che si attendevano. La domanda era naturale: forse che Dio ci ha abbandonati?
Quante volte ci facciamo questa domanda? Quante volte persone che vivono tragedie inenarrabili si fanno o ci fanno questa domanda! Ma Dio ci ha abbandonato?
E questa domanda percorre anche la Bibbia, che non tace questa domanda, non la soffoca, perché è umana e in molte situazioni davvero drammatiche e inspiegabili è più che legittima. La risposta del profeta – o meglio: la risposta di Dio! - però è chiara: No, Dio non ha abbandonato il suo popolo, Dio non ti abbandona.
La sua promessa non viene meno: «non sarai più chiamata abbandonata». Anche se la promessa non è ancora pienamente compiuta, Dio è lì, non abbandona Israele.
Questo vale anche per noi: se anche oggi stai vivendo un dolore o un lutto, stai soffrendo la malattia o la solitudine, oggi non sei abbandonato.
La metafora del matrimonio mi sembra molto efficace: chi di voi è sposato o lo è stato sa che dal momento in cui si è deciso di sposarsi le cose non sono più state le stesse. E non parlo di preparativi, di feste o bomboniere…
Ma tu nel momento in cui hai preso questa decisione non sei più lo stesso, sei già proiettato in quella dimensione che vivi con particolare gioia (e magari anche ansia…)
Lo stesso vale per Israele: le cose vanno ancora male, ma deve sapere che già ora non è abbandonata.
E il compito del profeta è di dirglielo che non è abbandonata, anche se sta tribolando, anche se sta soffrendo, anche se si sente abbandonata, deve sapere che non lo è, non è abbandonata.
Compito del profeta, compito del cristiano è di annunciare a chi si sente abbandonato che non lo è.


2. La preghiera
Il secondo punto è la preghiera. Le sentinelle di cui parlano i vv. 6-7 non hanno il compito di annunciare al popolo la salvezza, ma di rivolgersi a Dio e sollecitarlo affinché venga presto:
«Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo, non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra
».
Non devono dare riposo a Dio finché non abbia ristabilito Gerusalemme! Un modo per noi inconsueto di parlare della preghiera.
Ma anche un modo molto istruttivo: che cosa devono chiedere le sentinelle a Dio nella loro preghiera, nel loro dialogo con lui? Devono chiedergli quello che egli ha promesso. È famosa quella affermazione di Bonhoeffer, che cito a memoria e suona più o meno così: Dio non esaudisce tutte le nostre richieste, ma adempie tutte le sue promesse.
A Dio possiamo chiedere tutto, possiamo affidargli nella preghiera tutte le nostre necessità, confidargli tutte le nostre paure, fargli tutte le nostre domande, possiamo anche condividere con lui la nostra rabbia, persino quella nei suoi confronti.
Ma oltre a ciò che noi desideriamo dirgli o chiedergli, questo brano ci ricorda che cosa non possiamo non chiedergli nel nostro dialogo con lui: di adempiere le sue promesse.
E perché dovremmo chiederglielo se lo ha già promesso? Appunto perché è un dialogo e il dialogo va molto oltre quello di cui c’è bisogno, il dialogo esprime una relazione.
Per questo la Scrittura ci insegna oggi a chiedere a Dio di compiere le sue promesse. Non è un atto di sfiducia, al contrario, è un atto di fiducia nel Dio che può e vuole compiere le sue promesse. E proprio perché Dio può e vuole, noi glielo chiediamo.


3. L‘annuncio
Il terzo punto lo chiamerei l’annuncio: il brano si conclude con l’annuncio vero e proprio, che in fondo ribadisce la promessa:
«Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.»
Finalmente la salvezza arriva, la metafora dello sposo lascia posto a quella del re trionfante. Bisogna fare strada al re che ha liberato il suo popolo e accoglierlo in gloria.
E di nuovo viene ribadito il cambio di nome e quindi di identità: «Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata»
«Popolo santo», esprime l’elezione di Dio: Dio ha scelto Israele e non lo ha ripudiato. L’esilio – lo diceva Geremia – era anche conseguenza dell’infedeltà di Israele, ma l’esilio non è stato il ripudio di Israele. Dio è sempre il Dio di Israele e Israele è sempre il suo popolo, anche in esilio.
«Redenti» esprime l’idea del riscatto, che percorre tutta la Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento: Dio riscatta il suo popolo, in Cristo Dio riscatta l’umanità; Dio riscatta, ovvero libera, spezza le catene. Dio paga un prezzo per riscattare, e questo prezzo esprime il suo amore per i riscattati.
Gerusalemme sarà chiamata «Ricercata, Città non abbandonata»; una bellissima immagine. Per riscattarti Dio ti viene a cercare. Ricercata è il contrario di abbandonata. Essere abbandonati significa che nessuno ci vuole, essere cercati significa che qualcuno ci vuole. Questo qualcuno è Dio, che è venuto a cercarci, che viene a cercarci per liberarci, per riscattarci.
Questo è anche il nostro nome. Anche tu ti chiami “ricercato”. Non nel senso dei western americani, dove il ricercato deve finire in galera. Qui il ricercato deve finire tra le braccia di Dio, di quel Dio
- che ti promette la liberazione, e te lo viene a dire attraverso la sua Parola;
- che ti insegna a chiederla nella tua preghiera, perché ne abbiamo bisogno ed è giusto chiedere a Dio la liberazione di cui abbiamo bisogno e che egli ci ha promesso;
- che viene a cercarti per darti la sua libertà e mostrarti che non sei abbandonato/a ma ricercato/a, e che questo è anche il tuo nome.
Possa questa consapevolezza di essere riscattati e ricercati da Dio nutrire la nostra fede e la nostra preghiera.