lunedì 25 gennaio 2016

Predicazione di domenica 17 gennaio 2016 su 2 Corinzi 4,5-10 a cura di Massimiliano Zegna

5 Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; 6 perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo.
7 Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. 8 Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; 9 perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo;



Il logo attuale delle chiese valdesi, che risale alla metà del XVII secolo (apparso per la prima volta nel 1640 sul frontespizio di un libro di Valerio Grosso, allora pastore a Bobbio, una trentina di anni più tardi lo si trova nell'opera di Jean Léger, Histoire des Vaudois des Alpes) è un candeliere che regge una fonte di luce (fiamma o candela) circondata da sette stelle e accompagnato da una scritta "in tenebris lux" o "lux lucet in tenebris". Si tratta di riferimenti scritturali evidenti: la scritta è tratta dal passo evangelico dove Gesù (Vangelo di Giovanni 1,5) è definito la luce che risplende nelle tenebre. Le stelle si riferiscono alla visione di Apocalisse 1,16, dove Cristo in gloria tiene nella mano le stelle che rappresentano le sette chiese dell'Asia in crisi e persecuzione. Con questo duplice riferimento biblico i valdesi intesero affermare la loro volontà di fedeltà alla verità evangelica e la certezza di essere custoditi da Cristo nella persecuzione.

Ho voluto partire da questo riferimento storici dello stemma della chiesa valdese perché esso riassume il significato più completo del nostro essere valdesi e della nostra storia.

La partenza è dal primo capitolo della Genesi al versetto 3 dove Dio disse: “Sia luce!” E la luce fu. Dio vide che la luce era buona: e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

E l'Evangelo di Giovanni ha un inizio diverso da quelli di Luca e Matteo che sono stati citati nei racconti del Natale di Gesù: è un inizio che si richiama appunto alla Genesi.

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei: e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta”.

Nella lettera di Paolo ai Corinzi l'Evangelo di Giovanni viene reso esplicito attraverso questa frase: “Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo quale Signore, e in quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; perché il Dio che disse: Splenda la luce fra le tenebre è quello che risplendè nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo”.
Paolo scrisse questa seconda lettera ai Corinzi non molto tempo dopo la prima (si può pensare agli anni 56 e 57). A Corinto erano arrivati in quel periodo dei nuovi apostoli, degli evangelizzatori che avevano non soltanto preso le loro distanze dalla persona di Paolo (anziché riconoscerne l'autorità e il ruolo di privilegio nei confronti dei Corinzi, essendo egli il fondatore di quella comunità); ma addirittura erano giunti a contestare la sua autorità di apostolo e di padre della comunità di Corinto.
E' quindi un momento particolarmente drammatico e difficile per Paolo.
Corinto è una città della Grecia centro meridionale del Peloponneso la cui prima chiesa cristiana fu fondata da Paolo nel 51 dopo Cristo.
Tra la prima e seconda lettera di Paolo ai Corinzi vi sono stati dei fatti drammatici sia per quanto riguarda Paolo che probabilmente finì in carcere, mentre era in Asia, sia per quanto riguarda la chiesa di Corinto che, a causa di “falsi apostoli” come li considera lo stesso Paolo, ebbe discussioni molto accese.
La lettera, come la definiscono alcuni commentatori, è molto emotiva e presenta alcune disorganicità: e così il tono di Paolo passa dall'amaro e sarcastico a quello magnanimo e fiducioso.
C'è da aggiungere, infatti, che la situazione della chiesa di Corinto dopo che il discepolo Tito che, probabilmente era il latore della lettera, si era andata riappacificandosi con Paolo.
Le difficoltà derivavano comunque da quelle che erano le abitudini di una città greca e influenzata dal paganesimo a quelli che erano gli insegnamenti Gesù portati attraverso Paolo.

Ci possiamo gloriare nella debolezza perché sappiamo già che Cristo vince la debolezza. In questo senso possiamo comprendere le beatitudini riecheggiate da Paolo (v. 10): essere poveri, afflitti, affamati, perseguitati non è di per sé bello; ma è motivo di beatitudine nella prospettiva del regno di Dio, poiché ai poveri, agli afflitti, agli affamati e ai perseguitati è rivolta la promessa di vittoria, di giustizia, di consolazione e di pace. Così anche capiamo la scelta dei primi valdesi che attualizzarono le beatitudini nella loro vita concreta.
“Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio”. Così scrive il pastore Marcello Salvaggio. Che così continua:
“Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio, nella provvisorietà e inadeguatezza delle nostre parole e delle nostre azioni. Paolo vuole dirci che l’efficacia della Parola è paradossalmente ancora più forte nella nostra debolezza, se solo sappiamo riconoscerla. Così la forza dei nostri culti, dei nostri catechismi, delle nostre riunioni quartierali, delle nostre corali, della nostra diaconia, della nostra evangelizzazione, non sta principalmente nella partecipazione delle persone o nella capacità persuasiva dei nostri metodi. La nostra forza è unicamente l’Evangelo che riusciamo ad annunciare in qualsiasi contesto ci troviamo, anche se siamo un piccolo gruppo o stiamo vivendo un momento di crisi della vita spirituale. Questa forza non va sprecata perché è la potenza di Dio, ma va ricercata e sostenuta nella preghiera. Nostro compito, nostra vocazione è dunque unicamente di metterci al servizio di Cristo e dell’Evangelo, come Paolo ci insegna”.

Questi versetti del capitolo 4 della seconda Lettera ai Corinzi ricordano bene che l'incontro con Dio, con Cristo può avvenire non solo da parte di chi predica in una grande chiesa, ma anche da pastori di piccole chiese magari frequentate da poche unità di fedeli.

Era quanto mi era successo a Rapallo un bel po' di anni fa: ero entrato per la prima volta nella mia vita in una piccola chiesa battista durante una domenica di pioggia intensa.
Ero un adolescente e stavo cercando un momento in cui meditare sul perché della mia esistenza. Mi trovai così in un locale che probabilmente era stato un garage. Quindi un locale in cui ben lontano era il pensiero di trovarmi in una chiesa almeno così come l'avevo concepita finora. Avendo frequentato finora solo grandi chiese cattoliche la mia idea di luoghi di culto era quella di un vasto locale con tante statue, con un crocefisso, candelabri, candele, dipinti, tanta gente. Tutto questo mi trasmetteva ormai freddezza e non riuscivo più a concentrarmi sulle parole che pronunciava il sacerdote sull'altare.
Nel piccolo e disadorno locale di Rapallo il pastore battista con un vestito normale, in cui l'unico distintivo era una piccola croce sistemata nell'asola sinistra del colletto della sua giacca stava per iniziare il culto (non sapevo ancora che si chiamava così) seguito da un'anziana signora e da un ragazzo dall'aria un po' trasognata. Io ero il terzo partecipante e il pastore ringraziò Dio per avermi condotto in quel luogo che per la prima volta mi fece assistere ad una cerimonia religiosa diversa dal solito.
Mi ricordo soltanto alcune frasi non molto cordiali nei confronti del Vaticano e della chiesa cattolica romana e il tono di carattere colloquiale ben lontano dalla retorica ecclesiastica che avevo sentito nelle chiese fino ad allora frequentate.
Ho raccontato questo episodio della mia prima visita in una chiesa protestante perché leggendo alcuni brani della seconda epistola ai corinzi mi sono ricordato che il significato di quel che voleva dire Paolo era proprio che l'incontro con Dio può avvenire anche da parte di una persona semplice e la sua parola può essere trasmessa anche in un locale altrettanto semplice.
Una parola che può essere contenuta in un fragile vaso di creta ma non per questo non meno importante e significativa: un vero e proprio tesoro.

Questi brani si adattano bene alle vicende delle nostre chiese. Poco fa ho parlato di una chiesa battista in cui vi erano tre persone, ma oggi potrei parlare anche della nostra chiesa valdese in cui diventa sempre più difficile incontrare una decina di persone.
Eppure questa chiesa valdese nata nella seconda metà del 1100 è sempre stata frequentata da una sparuto numero di persone, all'inizio a causa delle persecuzioni che decimavano le sorelle ed i fratelli di allora la cui colpa era quella di leggere la Bibbia o pregare. Oggi il numero ridotto è causa di una sempre più fragile attenzione verso i culti di adorazione, ma la scintilla che ha dato origine al movimento valdese non si spegne.
E proprio nelle settimane scorse abbiamo assistito a culti realizzati insieme al nostro pastore Marco Gisola dai bambini e bambine, dai ragazzi e dalle ragazze della nostra chiesa.
Vi è quindi una trasmissione della fede, delle nostre idee religiose magari in modo discontinuo ma che dura nel tempo.
Sono passati quasi vent'anni da quel 19 giugno 1997 i cui il pastore Jonathan Terino mi regalò a nome della Comunità questa Bibbia che oggi sto leggendo.
Anche in quel caso il brano scelto fu scritto da Paolo della seconda lettera a Timoteo . Con scrittura minuta ma chiara Jonathan trascrisse questi versetti che mi rimasero sempre impressi anche nei momenti in cui la fede mi appariva sempre più difficile da professare.
Voglio leggere questi versetti tratti dal capitolo 2 versetti 11: “Certa è questa affermazione: se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo; se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

giovedì 14 gennaio 2016

Predicazione di domenica 10 gennaio 2016 su Efesini 3,2-6 a cura di Marco Gisola

Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo.

L’Epifania non è una festa tenuta in grande considerazione nelle nostre chiese, anche se gli storici ci dicono che come festa è più antica del Natale stesso. Ma dato che il nostro lezionario prevede anche questo culto, vi propongo il testo che il lezionario suggerisce per la festa dell’Epifania.
L’epifania ricorda la visita dei magi a Gesù. È l’evangelista Matteo (2,1-12) che ci ha tramandato il racconto della visita dei magi di oriente al neonato Gesù; sono loro che scatenano la gelosia del re Erode, dicendogli di essere in cerca del re dei Giudei, gelosia che porterà Erode a decidere la cosiddetta strage degli innocenti.
Come avete sentito, nel racconto di Matteo non ci sono alcuni aspetti della tradizione che ci è stata tramandata sui magi: Matteo non dice che i magi siano tre, numero che probabilmente la tradizione ha tratto dal fatto che i doni che essi portano a Gesù sono tre: oro, incenso e mirra. E non dice che i magi siano re. Essi erano piuttosto dei saggi che si dedicavano all’astronomia, allo studio degli astri, ed infatti arrivano a Betlemme guidati da una stella.
Che significato ha questa strana storia che troviamo nel vangelo di Matteo? Che ruolo hanno questi misteriosi personaggi che vengono da lontano, da regioni pagane, per rendere omaggio a Gesù? Quello che è importante in questo racconto è che persino degli stranieri, persino dei pagani, anzi potremmo dire dei pagani prima degli altri, vengono ad adorare Gesù.
Questo racconto ha un alto valore simbolico: ad adorare Gesù, secondo il vangelo di Matteo, arrivano per primi dei pagani. Già nella stalla di Betlemme si anticipa ciò che accadrà più tardi: non solo i giudei, ma anche i pagani crederanno in Gesù.
L’unione di giudei e pagani in Cristo è uno dei temi principali della lettera agli Efesini, in cui si trova il testo di predicazione di oggi, ed il passo di oggi parla proprio di questo, in particolare il verso 6, in cui si dice che: «gli stranieri sono eredi con noi - dove noi indica i giudei -, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù».
Paolo parla ovviamente da ebreo e gli stranieri indicano i pagani, e quindi “con noi” significa” i pagani insieme con noi ebrei.
Gesù è venuto per tutti. Questo è il senso sia del racconto della visita dei magi a Gesù, sia il senso del brano della lettera agli Efesini.
Accettare l’universalismo, cioè che Gesù è venuto per tutti, è stato la sfida principale del cristianesimo primitivo. Era facile pensare, ed alcuni lo pensavano, che appartenere al popolo di Gesù, al popolo ebraico, potesse costituire un privilegio anche davanti a Gesù; ed era facile pensare che Gesù fosse venuto solo per il popolo ebraico.
Fu però giudicata vera l’altra strada, quella, appunto, dell’universalismo: il messaggio di Gesù Cristo è per tutti; nessuno davanti a lui ha privilegi e nessuno è svantaggiato, tutti sono uguali, perché davanti a Gesù nessuno ha dei meriti, si parte tutti da zero; Cristo rende tutti uguali. Per noi questo è scontato, quasi banale, ma se allora non fosse stata scelta questa strada, probabilmente oggi noi non saremmo cristiani.
Nei versi precedenti a quelli che abbiamo letto, l’apostolo aveva parlato del muro di separazione tra giudei e pagani, muro che Cristo ha abbattuto, facendo dei due popoli un solo popolo. E nel passo che abbiamo letto, l’autore dice di aver ricevuto il compito di annunciare questo evento ai pagani, di predicare loro quello che fino ad allora era un mistero e che Cristo ora ha rivelato: in lui Dio ha deciso di rivelarsi a tutti, compresi i pagani.
Il mistero che è stato rivelato è che ora non c’è più nessuna appartenenza, nessuna legge, nessuna tradizione, non c’è più niente di niente che costituisca né un privilegio, né un ostacolo per la fede. Non è un privilegio, né una garanzia appartenere al popolo di Gesù e non è un ostacolo non appartenervi: davanti a Dio, davanti a Gesù siamo tutti uguali, nel senso che tutti non abbiamo nulla da offrire.
E non è un caso che l’autore di questa lettera insista molto anche su un altro tema, quello della giustificazione per sola grazia di Dio in Cristo. Perché è questo che fonda l’uguaglianza di tutti davanti a Dio; siamo tutti uguali perché siamo tutti poveri e nudi davanti a Dio, perché nessuno di noi ha qualcosa da offrire, ma solo da ricevere.
Da Dio possiamo solo ricevere la sua grazia e non abbiamo nulla da offrire in cambio: è stata questa la rivoluzione che ha reso possibile che Cristo dei due popoli, quello giudeo e quello pagano, ne facesse uno solo; è stato questo che ha reso possibile che stranieri e giudei fossero eredi insieme, membra di un medesimo corpo e partecipi insieme della promessa fatta in Cristo.
Ciò che si era prima non conta più, perché in Cristo non conta ciò che si è, ma conta ciò che si diventa. In Cristo non conta ciò che si ha, conta ciò che si riceve.
Questo è quello che ha fatto diventare il cristianesimo una fede universale, che ha abbattuto non solo il muro di separazione tra giudei e pagani, ma anche tutti gli altri muri di separazione tra tutte le altre categorie umane: Paolo nella lettera ai Galati dice che in Cristo non ci sono giudei e pagani, uomini e donne, nemmeno schiavi e liberi, ma che tutti siamo uno in Cristo.
Questo è l’evangelo, che spesso le chiese non hanno saputo e non sanno vivere fino in fondo, costruendo dei muri là dove Cristo li aveva abbattuti.
Guardiamo in casa nostra e pensiamo a quello che è successo il secolo scorso nella chiesa riformata del Sudafrica con l’apartheid. Chiese di bianchi e chiese di neri, nettamente separate, perché i bianchi si consideravano superiori, nella società e nella chiesa. Pensiamo alla discriminazione razziale che c’era legalmente negli Stati Uniti, piena di chiese protestanti.
Grazie a Dio, in queste situazioni in cui le chiese tradivano la loro vocazione di essere chiese per tutti, credenti come Nelson Mandela in Sudafrica e Martin Luther King negli Stati Uniti hanno saputo vivere questo universalismo, spesso predicato, ma non sempre – o forse raramente – vissuto fino in fondo.
E, per menzionare un altro muro che i credenti hanno eretto laddove Cristo lo aveva abbattuto, pensiamo al ruolo delle donne nelle chiese. In molte chiese esse non possono accedere ai ministeri e anche nella nostra chiesa ci si è arrivati solo cinquant’anni fa.
Oggi è al centro del dibattito di tutte le chiese il diritto delle persone omosessuali di essere accettati come credenti uguali a tutti gli altri. A mio parere, questo è un altro muro che è stato costruito nei secoli e che ha tenuto al di fuori del perimetro delle chiese molti credenti, facendoli anche sentire in colpa per quello che sono.
La storia dei magi non è un bel racconto per bambini e le parole della lettera agli Efesini non sono riflessioni che riguardano la situazione della chiesa antica, ma sono parole bibliche che ci dicono che l’evangelo è per tutti e che tutti sono uguali davanti all’evangelo.
“Con noi” sono le parole chiave di questo brano: gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo.
Altri con noi, uguali a noi; altri credenti con noi, uguali a noi. Non altro conta che non sia la fede in Cristo dono della grazia di Dio, che abbatte tutti i muri e apre le porte a tutti ugualmente, come è accaduto con i magi d’oriente, che rappresentano tutti quelli che prima erano esclusi e ora sono accolti, anzi chiamati, che rappresentano tutti i diversi, che ora sono uguali, tutti i lontani che ora sono vicini.
Questo è il mistero, di cui parla Paolo, che è stato rivelato nell’evangelo e che anche noi siamo chiamati a vivere e testimoniare.

venerdì 25 dicembre 2015

Predicazione del giorno di Natale su Tito 3,4-7 a cura di Marco Gisola

Ma quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.


Nessuno se ne era ancora accorto, ma tutto era già accaduto. Il Salvatore era venuto nel mondo, ma nessuno se ne era reso conto. Gesù Cristo era nato, ma ciò era accaduto in una sconosciuta stalla di Betlemme e nessuno lo aveva notato. “La bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati”, ma tutto ciò è passato inosservato.
Il testo che ci viene proposto oggi per il culto di Natale non è un testo tipicamente natalizio, non è un brano che racconta la nascita di Gesù, ma un testo che riflette sul senso della venuta - e in questo senso della nascita - di Gesù.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano a partire dalla stalla di Betlemme, così ci raccontano i Vangeli. Tutto inizia con un parto, esperienza attraverso la quale tutti noi siamo venuti al mondo, tutto inizia con una coppia costretta ad allontanarsi da casa propria per fare un lungo viaggio, con la difficoltà di trovare un posto dove questa coppia possa alloggiare e dove far nascere questo bambino, che incarna la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano con un evento di cui gli esseri umani non si rendono conto - di cui non potevano rendersi conto - ma che gli angeli celebrano cantando e comunicando la loro gioia ai pastori, e per cui i sapienti dall’oriente fanno un lunghissimo viaggio avvertiti da una stella.
Angeli e astri si muovono per questo evento, ma nessun essere umano si rende conto di nulla se non quelli avvertiti personalmente dagli angeli e dagli astri. Del resto non potevano rendersene conto, perché era un evento assolutamente comune: la nascita di un bambino – seppure in condizioni difficili: lontani da casa, in una stalla… - ma era pur sempre la nascita di un bambino come ne accadono ogni giorno in ogni angolo della terra.
Questo brano dell’epistola a Tito, letto a Natale, non può non portarci a chiederci come “la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si sono manifestati, a Natale e non solo a Natale. Dio si è manifestato in Gesù in modo non eclatante, non spettacolare, non evidente, e questo non solo a Natale, ma lungo tutta la vita di Gesù.
Gesù non ha mai occupato posti di rilievo o di potere, non si è mai legato a gruppi influenti e importanti. È stato una persona senza potere e senza apparire.
Più che quello che faceva, era quello che diceva a donare speranza e gioia a molte persone e a gettarne molte altre nello scompiglio. È stato, sì, un guaritore che ha ridato salute e quindi una vita degna di questo a tante persone, ma è stato sopratutto un predicatore itinerante che ha proclamato la beatitudine ai poveri, ai perseguitati, agli operatori di pace, che ha indicato la via del perdono da un lato e del servizio dall’altro come la volontà di Dio per gli esseri umani.
Questo modo di manifestarsi di Dio ha avuto il suo culmine nella croce, nella morte di Gesù. La morte è stata la logica conseguenza del fatto che Dio ha scelto che il suo figlio conducesse una vita come tutti noi, che non poteva quindi che finire con la morte.
Ma il come, il modo in cui Gesù è morto, al pari del come è venuto nel mondo, è di nuovo testimonianza della volontà di abbassamento di Dio, del suo donarsi totalmente a noi: una morte violenta, conseguenza del rifiuto di alcuni e dell’abbandono di altri.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano così, perché Dio così ha deciso. Ha deciso di manifestarsi attraverso una semplice nascita in una ancor più semplice stalla, attraverso una vita vissuta nella compagnia degli ultimi, e attraverso una agonia e una morte vissute nella solitudine e nell’incomprensione.
In Gesù si è manifestata la volontà libera, gratuita e misericordiosa di Dio, volontà che gli esseri umani hanno respinto, che noi abbiamo respinto. E tutto ciò ha avuto il suo inizio a Natale, in quella stalla di Betlemme, nella nascita di un bambino, certo un evento straordinario per ogni genitore, ma un evento assolutamente comune, che mostra come Gesù volesse essere uno di noi fin dalla sua nascita.
Che cosa ha significato questo evento per noi? “quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia”. Nessuno se ne è accorto e nessuno ha fatto nulla perché accadesse, ma la salvezza era già avvenuta.
L’evento della nascita di Gesù, dell’incarnazione della Parola, la decisione di Dio di venire in mezzo a noi come uno di noi, è una evento di salvezza, una decisione di salvezza. Natale è la decisione di Dio di salvare l’umanità. La venuta di Gesù non è una decisione che Dio prende per metterci alla prova, per vedere come l’umanità avrebbe trattato Gesù, se gli avesse creduto oppure no, se avesse messo in pratica ciò che egli ha detto oppure no.
La venuta di Gesù non è un metterci alla prova da parte di Dio, semplicemente perché se quella fosse stata una prova, dovremmo concludere che l’umanità non ha superato la prova. Gesù infatti è stato respinto, rifiutato, abbandonato, ucciso. Non è stato accolto.
Se la nostra salvezza dipendesse da quanto e da come noi accogliamo Gesù e mettiamo in pratica ciò che egli ha detto, vediamo che sia ciò che narrano i Vangeli, sia ciò che vediamo quotidianamente intorno a noi ci dicono che con le nostre sole forze di certo la salvezza non l’avremmo ottenuta.
La salvezza, invece, viene, come dice la lettera a Tito, viene da fuori di noi, viene da Dio; non per niente il testo parla dell’opera dello Spirito e di Gesù, è lui il “Salvatore”, è lui che ci salva.
La venuta di Gesù è già un evento di salvezza fin dalla stalla di Betlemme. Per questo Natale è una festa gioiosa, che non ha nulla che fare con il fatto che noi siamo buoni o ‘più’ buoni, ma ha a che fare esclusivamente con “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”.
Questo evento di salvezza ha come prospettiva la vita eterna: “affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna”. L’irruzione di Dio nella storia umana ha come conseguenza la speranza. Speranza di vita eterna, ovvero speranza di essere un giorno cittadini del regno di Dio, ma speranza anche che Dio regni e la sua volontà sia fatta già qui ed ora.
La vita eterna non soltanto un’altra vita, in un aldilà e che dura per sempre, ma è una vita altra da vivere qui ed ora. Una vita che qui ed ora riserva a volte dolore ma che è erede, cioè che guarda e si orienta, a quella vita dove dolore non ci sarà più. Una vita che qui ed ora è vissuta in un mondo pieno di ingiustizia, ma che guarda a quella vita dove non ci sarà ingiustizia.
Per questo è una vita di speranza. Come una vita di speranza diventa quella di coloro che hanno incontrato Gesù, che sono venuti a contatto con la bontà ed il suo amore per gli uomini.
In chi incontra Gesù nasce la speranza, a partire dai pastori di Betlemme, passando per i suoi discepoli, per tutte le persone che Gesù ha incontrate e guarite, donando concretamente speranza a chi non ne aveva restituendo loro salute, dignità e libertà, ovvero una vita nuova, una vita altra, e così con coloro che hanno creduto in lui dopo la sua resurrezione, noi compresi.
Quando ci si rende conto che “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati” nasce la speranza nella vita altra che la grazia di Dio rende possibile.


Nessuno se ne era ancora accorto, ma tutto era già accaduto. Gesù Cristo era nato, il Salvatore era venuto nel mondo in una sconosciuta stalla di Betlemme e nessuno lo aveva notato. “La bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati” in questo neonato, in questo modo umile e debole.
Proprio perché non si fa notare e non è evidente che nel neonato di Betlemme si manifestano la bontà e l’amore di Dio, la sua salvezza e la sua giustizia, c’è bisogno di annunciarlo. Noi abbiamo ricevuto questo annuncio di salvezza, come i pastori di Betlemme, come i magi e come Tito a cui l’apostolo rivolge questa lettera.
Ora sta a noi ripetere l’annuncio, perché un dono così grande non passi inosservato, perché l’evangelo di Gesù Cristo non resti inascoltato e continui a dare speranza all’umanità.

martedì 22 dicembre 2015

Predicazione di domenica 20 dicembre su Filippesi 4, 4-7 a cura di Massimiliano Zegna



Se avessi dovuto commentare il testo dell'epistola ai Filippesi anche solo alcuni giorni fa, non avrei avuto lo spirito ottimistico per poter trasmettere la gioia che Paolo stesso infonde agli abitanti di Filippi nel Nord della Grecia.
Avrei pensato a tutto quello che sta succedendo nel mondo a cominciare dal terrorismo che funesta la vita quotidiana di molte nazioni, per giungere ai bimbi affamati che ancora esistono a milioni nel mondo, avrei pensato a quei morti senza perché uccisi a Parigi o nel Kenya, in Siria o nella Nigeria o a quelli che nessun giornale ha riportato perché lontani dai clamori di guerre più conosciute o raccontate giorno per giorno con più dettagli.
Avrei pensato agli omicidi che anche nella nostra Italia continuano a intristire la vita quotidiana o ai mille tragici episodi di malattie, fame, miseria che esistono anche nella società del cosiddetto benessere.
Allora la speranza è morta? No per fortuna non è così e non bisogna dimenticare che accanto ai mille episodi di dolore vi sono altrettanti episodi di gioia e di felicità.
Quando Paolo scriveva questa lettera ai Filippesi si trovava in carcere e quindi non era certamente nelle condizioni di chi si trova a vivere serenamente.
La lettera è scritta da Paolo appunto mentre si trova in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, nel 53-55. Tradizionalmente si era pensato alla prigionia romana, ma in tempi recenti sono stati evidenziati elementi che farebbero preferire, oltre a Efeso, anche Cesarea e, con minore probabilità, Corinto.
La lettera, ispirata da sentimenti di amicizia, si rivolge alla comunità cristiana di Filippi, la prima fondata da Paolo in Europa e con la quale l'apostolo aveva un legame particolarmente armonico e affettuoso.
Filippi è una città nel nord della Grecia, situata a circa 15 chilometri dal mare. I cristiani della comunità erano prevalentemente di origine pagana, come si evince dal fatto che nella lettera Paolo, a parte una breve allusione, non cita mai l'Antico Testamento.
Eppure Paolo nonostante il carcere aveva lo spirito di chi aveva fiducia in Dio e in Gesù Cristo.
Normalmente questo tipo di lettura biblica si fa nel periodo dell'Avvento ed è un momento giusto per respirare lo spirito evangelico, ossia lo spirito del buon annuncio, della buona notizia.
Anche Maria e Giuseppe quando Gesù Cristo nacque a Betlemme non erano certo in condizioni di agiatezza: l'Evangelo di Luca racconta che il bimbo nacque in una mangiatoia perché non c'era posto per loro in albergo.
“In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del signore si presentò a loro e la gloria del signore risplendè attorno a loro e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: “non temete perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà. Oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”
Ho voluto anticipare il racconto che normalmente si legge a Natale sia perché siamo a pochi giorni dal Natale sia perché il motivo conduttore dell'epistola ai Filippesi è proprio quella della gioia.
C'è un bel libro chiamato “la gioia di credere”
Questo libro è di Madeleine Delbrel prima atea convinta e poi credente. Madeleine Delbrêl, nata nel 1904 in una famiglia cattolica ma poco praticante, a 15 anni è “strettamente atea”, a 17 sintetizza il suo ateismo proclamando “ Dio è morto…viva la morte”, a 20 anni è folgorata da Dio e inizia il suo cammino di conversione.
A questa sua radicale inversione di marcia non è certamente estraneo un gruppo di coetanei credenti con i quali si confronta e, in particolare, un certo Jean Maydieu, amico carissimo cui lei da tempo ha messo gli occhi addosso e che un bel giorno preferisce Dio a lei, decidendo di farsi prete. La ribelle, anticonformista ed emancipata ragazza, con la stessa foga con cui ha fatto aperta professione di ateismo, si tuffa in un’appassionata ed instancabile riscoperta del Dio che ha folgorato i suoi 20 anni ed attraversato così impetuosamente la sua vita. Si “tuffa” nella preghiera, coltiva il desiderio di scoprire ed approfondire il messaggio evangelico, diventa un’efficiente caposcout e, insieme all’amore per la natura, ritrova la passione per la vita semplice e la solidarietà verso gli indifesi.
Si diploma assistente sociale e nel 1933 si trasferisce a Ivry-sur-Seine, all’estrema periferia di Parigi, chiamata “la città delle 300 fabbriche” e che è un crogiuolo di tensioni, rivendicazioni salariali, lotte operaie, scontri sociali ed ideologici.
Madeleine Delbrêl morì a 60 anni, il 13 ottobre 1964 a Ivry-sur-Seine; precorritrice di tante altre belle figure di laici, sacerdoti, religiosi, che nel secolo XX, hanno scelto, specie in Italia e Francia, di vivere sulle strade del mondo, cogliendo la sfida del Vangelo e traducendola nella quotidianità a fianco dei più deboli in ogni senso, che nella storia dell’umanità sono sempre stati la maggioranza.

Ed ecco un altro scritto di Madeleine:
Fa' che da essi penetrati come "faville nelle stoppie"
noi corriamo le strade di città accompagnando l'onda delle folle contagiosi di beatitudine, contagiosi di gioia.
Perché ne abbiamo veramente abbastanza
di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie:
essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più.
Fa' esplodere nel loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio.
C'è poi una poesia intitolata “Il filo del vestito” che mi ha colpito per la sua capacità di interpretare lo spirito di gioia della epistola ai filippesi.
Il filo del vestito
Nella mia comunità
Signore aiutami ad amare,
ad essere come il filo
di un vestito.
Esso tiene insieme
i vari pezzi
e nessuno lo vede se non il sarto
che ce l'ha messo.
Tu Signore mio sarto,
sarto della comunità,
rendimi capace di
essere nel mondo
servendo con umiltà,
perché se il filo si vede tutto è
riuscito male.
Rendimi amore in questa
tua Chiesa, perché
è l'amore che tiene
insieme i vari pezzi.
Questa epistola di Paolo ai Filippesi è stata definita il libro dell’esperienza cristiana. Esperienza che si riassume in tre parole: Cristo mi basta. Egli è la mia vita (cap. 1), il mio modello (cap. 2), il mio scopo (cap. 3), la mia forza e la mia gioia (cap. 4). Paolo non parla qui né come apostolo, né come dottore; è solo un «servitore di Cristo Gesù».
«Rallegratevi nel Signore», insiste l’apostolo. Tuttavia i motivi per piangere non gli mancano (vedere 3:18). Una brutta discordia oppone due sorelle: Evodia e Sintiche, e turba l’assemblea. Paolo esorta — o piuttosto supplica — ognuna di loro personalmente. Che noi tutti impariamo la grande lezione del cap. 2:2 (confr. Proverbi 13:10)!
La nostra dolcezza è conosciuta dai nostri fratelli e sorelle, dai nostri compagni? Quante contese cesserebbero se avessimo coscienza del fatto che il ritorno del Signore è imminente. E anche quante preoccupazioni! Mediante la preghiera, solleviamo i nostri cuori da tutto ciò che li tormenta. Per essere immediatamente esauditi? Non necessariamente, ma perché Dio possa infondervi la sua perfetta pace (v. 7). Ma come evitare i cattivi pensieri? Coltivando i buoni. Serviamoci del versetto 8 come d’un setaccio con molte griglie. Ciò che occupa in questo momento il mio spirito, è vero? è giusto? è puro? è amabile? è edificante?...
Dei pensieri purificati non potranno che tradursi in atti della stessa natura (v. 9). E quale ne sarà la conseguenza? Non più soltanto avere la pace di Dio, ma il Dio di pace che sarà «con noi» (Giovanni 14:23).
E' molto bella l'ultima frase che ho letto del brano dell'epistola di Paolo
“E la pace di Dio che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”
Su questo passo ho letto su internet in una predicazione di un pastore credo pentecostale una meditazione che mi ha colpito per la sua efficacia e che vorrei leggervi.
Qualche anno fa, un uomo molto ricco voleva un dipinto sulla pace. Commissionò tre artisti per dipingere scenari pacifici. Dopo un mese gli artisti tornarono con i loro dipinti finiti. Ogni dipinto fu coperto da un velo in attesa del momento della rivelazione.
Il primo artista presentò il suo dipinto: era una bella scena di montagna. Le montagne erano coperte di pioppi verdi e fiori primaverili. Le cime maestose innevate erano alte fino a incontrare un cielo blu senza nuvole. L'uomo ricco disse: "Mi piace. Questa scena di montagna è davvero tranquilla ".
Poi il secondo artista tolse il velo dal suo capolavoro. Il suo dipinto era di una splendida vista sull'oceano. La sabbia era bianca come cristallo. Il mare era azzurro e tranquillo. Il sole stava tramontando lentamente nel cielo, mentre i suoi raggi riflettevano sul mare calmo. Nel centro dell'immagine vi erano due persone rilassate su una sedia a sdraio in riva al mare con i piedi in acqua. L'uomo ricco era molto contento. Egli disse: "Mi piace la spiaggia. Amo questo quadro. Che splendida interpretazione di pace ".
Il terzo artista tirò giù il velo dal suo dipinto e il ricco guardò il quadro con perplessità. Quest’artista aveva dipinto una cascata impetuosa. In questa scena un fiume in piena cadeva per centinaia di metri e s’infrangeva sulle rocce sottostanti. L'uomo ricco disse: "Ma in che cosa consiste la tranquillità? Mi sembra una scena tutt'altro che pacifica! Tutto quello che vedo è turbolenza. Dov’è la pace? ". Il terzo artista disse: "Guardi meglio, signore. Guardi vicino proprio sotto la cascata, dietro l’acqua e vedete una fenditura nella roccia, la vede? Sporgendosi in avanti, il ricco rispose: "Sì, la vedo, e vedo anche un uccello appollaiato in quella fessura. L'artista ha risposto: "Questo è tutto, signore! Questa è la pace! Nel bel mezzo della turbolenza rumorosa, l'uccello ha trovato un posto tranquillo. Amico mio, questa, è una vera pace, avere la pace in mezzo al caos, in mezzo a una vita turbolenta ".
L'insegnamento di Paolo nella lettera ai Filippesi è dunque che in mezzo al nostro mondo turbolento, in mezzo al caos si può avere e trovare la pace! Amen

mercoledì 11 novembre 2015

Predicazione di domenica 8 novembre su Marco 12,38-44 a cura di Massimiliano Zegna



Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ed essere salutati nelle piazze, e avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; essi che divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior condanna».
Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere».


Il brano odierno comprende due parti: la rottura con gli scribi e la presentazione di una povera vedova come modello di generosità.
Scriba era il nome che dai tempi di Esdra veniva dato ai maestri della Legge. Gli scribi ricevevano una formazione appropriata ed erano ritenuti e chiamati Rabbi.
Erano teologi e giuristi e le loro spiegazioni formarono presto una raccolta di norme accanto alla Legge, molti erano anche Farisei. Formavano una classe distinte molto influente e si appoggiavano ai partiti (Farisei, Sadducei, Esseni ); nel Nuovo Testamento li troviamo con i Farisei nei conflitti contro Gesù, ma non tutti gli erano nemici
Non troviamo in Marco le accese requisitorie del capitolo 23 (vv. 1-14) di Matteo contro Farisei e Scribi ma anche l’elenco di difetti elencati in questo brano (orgoglio, rapacità, ipocrisia) li bolla senza pietà ed è un indice della rottura definitiva di Gesù con loro.
Nel suo insegnamento Gesù diceva
L’insegnamento è rivolto alla folla, e al di là della folla, alla comunità dei discepoli ed è una messa in guardia da due atteggiamenti biasimevoli degli scribi: vanità e ipocrisia.
Lunghe vesti
La vanità, si manifesta nello sfoggio dell’ampio mantello del rabbi, il tallit, nella ricerca del saluto o riverenza nei luoghi frequentati dalla gente e nell’accaparrarsi i seggi più onorevoli e ambiti nei conviti e nelle assemblee
Essi che divorano
L’ipocrisia gli scribi la rivelano nell’ostentare una grande devozione, prolungando la preghiera davanti a tutti, mentre di fatto divorano i beni delle vedove.
Le case delle vedove
Le vedove erano difese giuridicamente e religiosamente in Israele, come in nessun altro popolo dell’antichità, anche se le leggi non sempre erano rispettate e il dovere di assistenza era spesso ribadito

Gesù ritiene particolarmente vergognoso il fatto che gli scribi approfittino dello stato di disagio delle vedove, approfittando della loro ospitalità e generosità e ancor più che lo facciano sotto la copertura religiosa.

Una maggior condanna
Con lo stile dei profeti Gesù lancia contro gli scribi il suo terribile giudizio di condanna.
Di fronte alla cassa delle offerte
Il versetto si apre con una rapida annotazione geografica. Il racconto si svolge nell’atrio delle donne del tempio di Gerusalemme, dove erano erette 13 trombe o cassette a forma di imbuto, per le offerte obbligatorie o libere suddivise secondo le intenzioni degli offerenti. Probabilmente lo scopo e l’entità dell’offerta dovevano essere comunicate al sacerdote incaricato.
Molti ricchi ne mettevano assai
L’osservazione delle “tante” monete gettate crea il contrasto con l’offerta della vedova.
La vedova, vi mise due spiccioli
La vedova vi getta due lepton. Il lepton è la più piccola moneta e Marco precisa che corrisponde ad un “quadrante” romano , che è un sessantaquattresimo di un “denaro”, ed era la paga giornaliera di un operaio. Il nostro testo traduce “lepton” con “spicciolo” e un quarto di soldo.

Ai tempi di Gesù non vi erano né i riflettori, né le televisioni, né i fotografi di moda e alla moda ma non mancavano i personaggi che si muovevano come se recitassero. Oggi mi è venuta in mente l'immagine di un noto cardinale che giunto non molto tempo fa all'aeroporto di Cerrione con un aereo privato ha ricevuto un baciamano di un altrettanto noto (a livello locale) parroco di una città vicina a Biella.
Penso proprio che il messaggio evangelico di Gesù non abbia tempo anche se sicuramente anche noi valdesi non siamo più ai tempi di Valdo e spesso anche i nostri atteggiamenti possono essere abbastanza simili a quelli degli scribi descritti nel testo evangelico.
L'importante è che se ci viene la tentazione di metterci in mostra poi ce ne rendiamo conto e cerchiamo di limitare il nostro desiderio di apparire.
E pensiamo anche alla figura della vedova anche se abbiamo bisogno di aumentare le nostre contribuzioni.
Pensiamo ad esempio come è nato il microcredito
Le origini del microcredito, nella sua attuale applicazione, possono essere collegate a diverse organizzazioni fondate in Bangladesh, in particolare alla Grameen Bank. La Grameen Bank, fondata da Muhammad Yunus nel 1983, è considerata il primo istituto di microcredito moderno: Yunus ha iniziato il progetto in una piccola città, chiamata Jobra, utilizzando il proprio denaro per fornire piccoli prestiti a bassi tassi d’interesse per i poveri delle campagne.
E così fu anche la storia della cooperazione in cui anch'io per un certo numero di anni ho lavorato.
La penisola italiana non aveva ancora trovato una sua unità politica quando, nel 1844 in piena Rivoluzione Industriale, un gruppo di tessitori spinti dalla pesante crisi economica decise di costituire nella cittadina inglese di Rochdale il primo spaccio cooperativo con lo scopo di "migliorare la situazione economica dei soci".
Nasceva di fatto la cooperazione e si inaugurava un periodo pionieristico che, alimentato dai primi incoraggianti successi, ben presto fece della struttura cooperativa un modello da imitare in ogni parte d'Europa.
Non rimase avulso a questo panorama di rapide trasformazioni il suolo italiano e fu il Piemonte, dove era stata recepita l'innovazione delle Associations Fraternelles di Louis Blanc e il recentissimo Statuto Albertino aveva alimentato speranze di apertura alle forme di mutuo soccorso, a tenere a battesimo le prime cooperative nostrane. Nel 1854 a Torino fu la volta della Società degli Operai mentre due anni più tardi toccò all'Associazione artistico-vetraia di Altare.
Da quel momento il processo fu inarrestabile, tanto che alla fine dell'anno 1862 si potevano contare nel Regno d'Italia ben 443 società di mutuo soccorso delle quali 209 costituite tra il 1860 ed il 1862.
Ritornando all'Evangelo di Marco e al brano dedicato all'obolo della vedova ho letto una interessante predicazione di Paolo Ribet che voglio riportare in un alcuni brani significativo.


“Ultimamente ho ascoltato un racconto indiano che mi ha molto colpito. Un giorno si incontrano quattro mendicanti. Ognuno di loro ha qualcosa da mangiare: uno ha un po’ di carne, un altro un po’ di pane, il terzo una manciata di fagioli e l’ultimo ha del sale. Decidono di mettere insieme ciò che posseggono, in modo da fare un minestrone e poter stare tutti meglio. Mettono la pentola sul fuoco, fanno bollire l’acqua e, quando pensano che la minestra sia pronta, immergono il mestolo. Ma ciò che tirano su è soltanto acqua, acqua calda ed insipida: ognuno di loro ha pensato che non fosse così necessario dare quel che possedeva, perché tanto poteva bastare quanto mettevano gli altri tre.
Ho trovato molto istruttivo questo racconto, perché succede molto spesso che, quando è necessario mettere insieme le forze per raggiungere un obiettivo comune, ognuno degli interessati pensi di risparmiare sul proprio impegno e di appoggiarsi agli altri.
Illuminante, in questo senso, è allora il racconto noto come “l’obolo della vedova” di Marco 12. Siamo già nel tempo della Pasqua e Gesù, secondo il racconto di Marco, dopo aver fatto il suo ingresso a Gerusalemme, si reca ogni giorno al Tempio. Qui egli insegna, discute con i suoi avversari e compie anche dei gesti eclatanti e provocatori, come quando caccia via i mercanti ed i
cambiavalute.
In un tempo come il nostro, in cui il denaro sembra essere la misura di tutte le cose, ed in cui il fatto di possedere molto denaro pare essere la massima aspirazione di ognuno, questo piccolo ed apparentemente marginale episodio assume un significato molto importante: non è tanto importante quanto si dà, ma come si dà.
Ricordo che, quando qualche anno fa ero pastore a San Germano e si stava costruendo il nuovo Asilo dei Vecchi, venne da me un signore cattolico il quale mi versò un assegno da mezzo milione e mi disse: «Mi sto costruendo la casa e spendo tanti soldi per me: è giusto che ne dia un po’ anche per gli altri». Questo fatto mi colpì perché in molti si scusavano di non poter dare niente per l’Asilo proprio perché avevano tante spese, cioè stavano spendendo troppi soldi per sé (per farsi la casa nuova, per comprare la macchina nuova) ... quest’uomo, invece, con molta semplicità, era capace di guardare anche agli altri e non solo a se stesso”.

Questo episodio che ha raccontato Paolo Ribet mi ha fatto ricordare quanto mi aveva raccontato con semplicità un benefattore biellese che ha donato la sua villa al Fondo Edo Tempia per la lotta contro i tumori. Questo signore mi diceva che lui, se avesse voluto, poteva mangiare anche un intero pollo al giorno, ma a malapena riusciva a mangiarne mezzo e l'altro mezzo pollo riteneva giusto donarlo in beneficenza
La strada della generosità è questa ed è la strada che Dio ha scelto nei nostri confronti, quando si è donato completamente a noi sulla croce. L’apostolo Paolo esprime questa realtà con un’espressione molto plastica. Quando, nella II Corinzi, invita i credenti a fare una generosa colletta a favore dei credenti di Gerusalemme che erano nell’indigenza, egli scrive: «Voi conoscete la generosità del Signore nostro Gesù Cristo: per amor vostro, lui che era ricco, si è fatto povero per farvi diventare ricchi con la sua povertà» (I Cor. 8:9).
E la I Pietro (1:18-19) aggiunge: «Voi sapete che siete stati liberati da quella vita senza senso che avevate ereditato dai vostri padri: il prezzo del vostro riscatto non fu pagato in oro o argento, cose che passano; siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo».
Oggi Gesù non ci chiede di fare come Valdo e spogliarci di tutti i nostri beni, ma di guardare con equilibrio a ciò che abbiamo sulla terra. Se è giusto lottare per una vita più dignitosa per noi è anche giusto lottare per una vita dignitosa per tutti anche sacrificando quel qualcosa in più che abbiamo di superfluo.
Credo che la ricerca della felicità sia un obiettivo molto protestante e, se si riesce, è ancora più cristiano cercare la felicità e la fratellanza.

domenica 1 novembre 2015

Predicazione di domenica 1 novembre in occasione della Domenica della Riforma, a cura di Marco Gisola

La Riforma è nata da una domanda di fede; la domanda era la seguente: che cosa vuol dire che “Dio è giusto”?
Tutti i cristiani hanno sempre creduto che Dio sia giusto. Ma in che cosa consiste la giustizia di Dio? La Riforma, in senso teologico, è nata da questa domanda.
Lutero, un anno prima di morire, scrive che la questione della giustizia di Dio lo angosciava, perché lui aveva sempre pensato – e così gli avevano sempre insegnato – che Dio è giusto e quindi punisce i peccatori ingiusti. E poiché Lutero non si sentiva giusto, era tormentato dall’idea che Dio non poteva che punirlo, perché si rendeva conto che non poteva riuscire a mettere in pratica tutta la volontà di Dio.
La risposta a questa domanda, e dunque la liberazione dall’angoscia che questa domanda gli provocava, Lutero la trova nella lettera ai Romani, al capitolo 1, laddove è detto che “Il giusto vivrà per fede” (Romani 1,17).
Lutero scopre che la giustizia di Dio non è quella per cui Egli premia i giusti e punisce i peccatori, ma è la giustizia che Dio ti dà nella sua misericordia. O con altre parole: la giustizia di Dio è identica alla sua misericordia, alla sua grazia.
C’è un altro brano della lettera ai romani in cui Paolo esprime questo in modo chiaro:


Romani 3,21-24
Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

Due domeniche fa, nel culto che abbiamo fatto con i bambini, abbiamo detto che i primi cristiani hanno deciso che i pagani che credevano in Gesù non dovessero essere circoncisi, perché la fede in Cristo era sufficiente e rendeva tutti uguali.
Qui Paolo dice più o meno la stessa cosa partendo da un altro punto di vista: siamo tutti uguali innanzitutto perché siamo tutti allo stesso modo peccatori e siamo tutti allo stesso modo giustificati.
Tutti peccatori e tutti giustificati. Non ci sono non-peccatori e non ci sono persone che si giustificano – cioè che diventano giuste – da sole. È Dio che ti giustifica, è Dio che ti rende giusto, perché ti regala la giustizia di Gesù, che è l’unico giusto. Per questo Gesù è morto e risorto per noi, perché fossimo giustificati, perdonati, salvati.
Non c’è distinzione, dice Paolo, tutti sono peccatori e tutti sono giustificati. Ci vuole molta umiltà per accettare che non ci sia distinzione, perché tutti noi pensiamo – non dico di essere migliori degli altri (qualcuno lo pensa) – ma come minimo pensiamo di fare il nostro meglio. E sappiamo che c’è gente che invece fa del suo peggio, in questa società...
Questa è una delle sfide poste alla chiesa, che è la comunità dei peccatori giustificati: vivere veramente il fatto che non c’è distinzione, che tutti siamo uguali, nel peccato e nella giustifica-zione.
E in questa uguaglianza davanti a Dio, trovano spazio tutte le diversità e le differenze umane che caratterizzano la nostra umanità. Le differenze convivono perché ognuno, nella sua diversità, è ugualmente peccatore e ugualmente perdonato.
Non c’è distinzione, e fare distinzioni è qualcosa che non dovremmo permetterci di fare.
Vediamo allora una storia, una parabola che racconta Gesù, in cui un uomo credente di distinzioni ne faceva eccome, e pensava di essere molto meglio degli altri:

Luca 18,9-14
Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo". Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

I farisei erano ebrei che volevano mettere in pratica tutta la legge di Mosè, e anche di più; volevano fare tutta la volontà di Dio. I pubblicani erano ebrei che raccoglievano le tasse per i romani, che erano gli invasori e per di più erano pagani; e per guadagnarci chiedevano più di quello che dovevano. Erano quindi molto malvisti.
Non c’è quindi dubbio che il fariseo fosse un credente migliore del pubblicano. Il fariseo era un bravo ebreo e il pubblicano era un pessimo ebreo. Come se nella nostra chiesa ci fosse uno che passa tutto il suo tempo libero a fare volontariato e un mafioso. Il primo sarebbe un buon cristiano, il secondo un pessimo cristiano.
La colpa del fariseo della parabola è che egli disprezza chi non è bravo come lui e pensa di meritarsi il perdono di Dio grazie a tutto quello che fa. E proprio lui, che pensava di meritarsi il perdono di Dio, che pensava anzi di esserselo guadagnato, non andrà a casa giustificato.
Mentre tornerà a casa giustificato il pubblicano, la cui preghiera è semplicemente: “abbi pietà di me peccatore!”. Lui ha capito che non ha nulla da offrire a Dio e che può solo sperare di ricevere da Dio il suo perdono. Si riconosce colpevole, questo è ciò che basta a Dio per perdonarlo. Il fariseo che non si riconosce colpevole non sarà perdonato.
Il fariseo è quasi giusto, ma proprio per questo è presuntuoso e pensa di non avere bisogno del perdono di Dio; il pubblicano invece è molto sbagliato, ma se ne è reso conto e si affida a Dio.
Che cosa vuol dire questa bellissima parabola? Che tutto il bene che ha fatto il fariseo non è un merito per avere la grazia di Dio e che tutto il male che ha fatto il pubblicano non è un impedimento alla grazia di Dio.
Ma vuol anche dire un’altra cosa: che non conta il passato, buono o malvagio che sia, ma conta come ora ti poni davanti a Dio.
Non conta che cosa hai fatto prima, l’importante è che ora vai davanti a Dio non come uno che ha qualcosa di cui vantarsi, ma come uno che non ha nulla né da vantarsi, né da offrire, ma che ha solo tutto da ricevere.

Questa è l’evangelo della grazia: da solo non ce la fai, ma c'è Dio che ti salva. Come una persona che non sa nuotare, se cade in mare, ha bisogno di qualcuno che la tiri fuori. Così è per il peccatore: ha bisogno che Dio lo "tiri su" e lo salvi. Ti puoi agitare finché vuoi, ma se non viene lui a salvarti non c’è nulla da fare.
Il fariseo si affanna cercando di salvarsi da solo, il pubblicano chiede a Dio che venga lui salvarlo.


E le opere allora? Ecco un altro brano, da un’altra lettera di Paolo:

Efesini 2,8-10
Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

È ovvio che Dio vuole le nostre buone opere, anzi ce le prepara, dice Paolo, cioè ci mostra che cosa è buono e che cosa vuole che facciamo. Paolo scrive che Dio ci ha creati in Gesù Cristo per le opere buone. Ma le nostre opere sono la conseguenza del perdono, non la causa.
La Bibbia è piena di indicazioni di cose da fare, anche le lettere di Paolo lo sono, prima fra tutte l’amore per il prossimo: ama il tuo prossimo come te stesso. Dio vuole che amiamo il nostro prossimo, ce lo chiede e molto insistentemente.
Dio ci perdona e ci chiede di fare la sua volontà. Non è che ci perdona se facciamo la sua volontà, se fosse così non ce la faremmo mai... se fosse così non otterremmo mai il suo perdono.
Dio ci perdona e ci chiede di fare la sua volontà. Quando abbiamo sperimentato il suo amore  e il suo perdono, allora possiamo anche noi amare il nostro prossimo e fare tante buone opere...! non per meritarci qualcosa, ma semplicemente perché ciò che Dio ci chiede di fare è giusto.
Una immagine che mi sembra efficace che mi è stata suggerita molti anni fa è la seguente: se facciamo finta che il perdono di Dio siano dei soldi possiamo immaginarci due diversi atteggiamenti di Dio; Dio potrebbe dirci:
1. se fai la mia volontà, ti do dieci euro. Questa è la teologia delle opere, quella che spaventava Lutero, perché lui si sentiva di non farcela, pur con tutto il suo impegno, a guadagnare quei soldi, cioè a guadagnare il perdono. In questo caso le buone opere e tutto quello che fai, lo fai per i dieci euro, non perché credi in quello che fai.
Oppure Dio potrebbe dirci:
2. Eccoti dieci euro, usali secondo la mia volontà. Questa è la teologia della grazia. Ecco dieci Euro, sei libero di usarli come decidi tu. Puoi sprecarli con le slot-machines o con le sigarette, oppure usarli per comprarti un libro, oppure per offrire un panino a chi ha fame: è una tua scelta. E quindi è anche una responsabilità che Dio ti dà: Io ti faccio un dono: usalo bene, come ti ho insegnato io. Così ci dice Dio.
Io ti faccio un dono: tu usalo bene. Questa è la grazia, che libera dal peso di guadagnarsi il favore di Dio con le opere e quindi ti libera per fare tante, tantissime buone opere, che fai perché ci credi e non perché devi, che fai perché è giusto farle e non per obbligo, non per ricevere un premio, non perché temi una punizione.
Le fai perché ci credi e le tue opere – potremmo dire: la tua vita – diventa il segno e la testimonianza del perdono ricevuto, come ringraziamento per il dono che Dio ti ha fatto.
Il dono che Dio mi ha fatto non devo ricambiarlo a Dio, ma al prossimo. Il bene che Dio ha fatto a me non devo ricambiarlo a lui, ma a te, a te, e a te … e dunque ecco qui le opere, o per usare un'altra parola: il discepolato, o se volete usare una parola grossa: l’etica.
Questo è l’evangelo secondo la Riforma protestante.
E la chiesa che ruolo ha in tutto ciò? La chiesa annuncia questo evangelo. Lo proclama, lo diffonde e ovviamente cerca di viverlo, di fare ciò che Dio vuole. La chiesa è una voce che annuncia la grazia ed è mani - le nostre mani – che operano ciò che Dio vuole.
La chiesa non dà il perdono, lo annuncia. Non amministra la grazia, la annuncia. Non impartisce la benedizione, la invoca. Non perché noi “di chiesa” siamo migliori degli altri, ma perché, anzi, essendo peccatori, abbiamo sperimentato il perdono di Dio e diamo agli altri questa bella notizia, che Dio è giusto e quindi misericordioso.
Il Signore ci aiuti a affidarci serenamente alla sua grazia e a mostrargli la nostra gratitudine con le nostre opere e la nostra vita di ogni giorno.
E ci aiuti a testimoniare tutto ciò con la nostra voce e le nostre mani.