lunedì 7 marzo 2016

Predicazione di domenica 6 marzo 2016 su 2 Corinzi 1,3-7 a cura di Marco Gisola

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.


Il brano di Paolo di oggi è l’inizio della sua seconda lettera ai Corinzi. E come inizia Paolo la sua lettera? Ringraziando Dio perché ci consola in ogni afflizione. Dio è chiamato Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione. Misericordia e consolazione vanno insieme.
Paolo inizia così la sua lettera, anche perché lui stesso si trova nella sofferenza. Nei versetti successivi scrive: Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all'afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati molto provati, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita.  Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti.
Paolo ha avuto paura di essere molto vicino alla morte e ha sperimentato lui stesso sulla sua pelle la consolazione di Dio. Le difficoltà di Paolo sono difficoltà legate al suo ministero, all’ostilità e alle persecuzioni che ha incontrato nella sua predicazione.
Noi, che non siamo perseguitati e che non soffriamo per il fatto di essere cristiani, forse pensiamo piuttosto alla consolazione di cui abbiamo bisogno nelle fatiche e nelle sofferenze che incontriamo, nella malattia, nel lutto, nelle difficoltà personali.
Che cos’è la consolazione che Dio ci offre? Un aspetto della consolazione è quello che menziona qui Paolo: Paolo dice che la consolazione opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La forza di sopportare è un primo aspetto della consolazione.
Sopportare non è una parola tanto positiva, ci piacerebbe di più che Dio ci promettesse di modificare le situazioni, di cambiare le cose che non vanno, di trasformare le realtà negative in realtà positive. A volte Dio fa anche questo, ma spesso abbiamo davvero bisogno di ricevere da lui la forza di sopportare ciò che non è modificabile.
Sopportare ha anche un significato positivo: vuol dire non piegarsi, non cedere, non arrendersi. Sopportare vuol dire mantenere la speranza e continuare a vivere e a lottare nonostante le difficoltà e le sofferenze. Sopportare vuol dire non darla vinta al male e ai malvagi, e andare avanti.
La consolazione a volte è invece l’equivalente di salvezza, come è accaduto a Paolo: temeva di morire, ma Dio lo ha salvato dalla morte. Perché, grazie a Dio, a volte le cose cambiano.
Dio consola, per questo va ringraziato e benedetto, perché è accanto a noi nelle nostre difficoltà e nei nostri dolori. Dio non è solo il Dio che salva attraverso le sue grandi azioni - a partire dall’esodo fino alla venuta di Gesù, alla sua morte e resurrezione - ma è il Dio che consola, che sta accanto a noi nella quotidianità, specialmente quando la quotidianità è più faticosa.
Ma c’è un secondo aspetto che Paolo sottolinea riguardo alla consolazione. La consolazione non rimane un’azione di Dio nei miei confronti e basta; la consolazione ricevuta diventa consolazione offerta: Dio – dice Paolo – ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione.
Hai ricevuto la consolazione? Ora puoi offrirla agli altri! Sei stato consolato? Ora puoi consolare! È come se la consolazione ricevuta non si fermasse a chi è stato consolato, ma diventasse “contagiosa”.


In questo caso Paolo parla della consolazione, ma lo stesso discorso vale per tutti i doni di Dio.
Ciò che noi riceviamo da Dio non è per noi, ma ci è dato affinché noi lo diamo a nostra volta agli altri. In questa affermazione di Paolo c’è un principio tanto semplice quanto fondamentale per la vita dei credenti e della chiesa: ciò che riceviamo da Dio, siamo chiamati a darlo a nostra volta agli altri.
La vita cristiana, e quindi anche la vita di una chiesa, è tutta fatta di ricevere e di dare, è un circolo virtuoso, una circolazione continua dei doni che Dio ci ha fatto e che siamo chiamati a ritrasmettere ad altri, a condividere con altri. Può sembrare un’affermazione banale, quasi scontata, ma non lo è.
Perché nella realtà non è affatto scontato essere capaci di ricevere e non affatto scontato essere capaci di dare.
Sul fatto che Dio è colui che dona, su questo siamo tutti d’accordo. Ma non è ovvio che tutti noi siamo disposti a ricevere dalle sorelle e dai fratelli.
Tutti siamo ben disposti a riconoscere di aver soltanto da ricevere da Dio. Ma siamo tutti consapevoli di aver molto da ricevere anche dalle sorelle e dai fratelli? E siamo tutti consapevoli di aver qualcosa da dare alle sorelle e ai fratelli?
Perché questa circolarità e questa reciprocità è essenziale alla vita della chiesa. Nessuno può pretendere di non aver bisogno di ricevere nulla e nessuno può pretendere di non aver nulla da dare. Una vita comunitaria sana è quella in cui tutti/e sanno di aver bisogno di ricevere e tutti/e sanno di aver la possibilità di dare.
Non c’è nessuno che non abbia bisogno degli altri, della loro consolazione, della loro testimonianza, del loro affetto e non c’è nessuno che non possa dare agli altri consolazione, testimonianza, affetto.
Nemmeno Paolo – che pure era un apostolo molto convinto del suo ruolo e del suo compito di apostolo – ha mai pensato di non aver bisogno della consolazione altrui.
Nessuno ha tutto, così da non aver bisogno degli altri e, nessuno non ha nulla così da non poter donare ad altri quello che ha ricevuto. La comunità vive e cresce nello scambio reciproco dei doni tra tutti/e, a partire dalla consolazione.
Dio ci consola affinché noi possiamo consolare, certo non soltanto le sorelle e i fratelli di chiesa.
Ma proprio le chiese, se sono le comunità dei consolati da Dio, allora sono chiamate ad essere luoghi di consolazione, che poi vuol dire luoghi di affetto concretamente vissuto, ricevuto e donato, luoghi di fiducia e di confidenza ricevuta e donata, luoghi di accoglienza ricevuta e donata, in cui si accetta il prossimo che Dio ti manda incontro e si viene accettati da lui.
Luoghi in cui i doni di Dio, a partire dalla consolazione, vengono condivisi nel circolo virtuoso del donare e del ricevere, a tutti e da tutti, poiché nessuno non ha bisogna di ricevere e nessuno non ha nulla da donare.
Il Signore ci ha donato la sua consolazione e ha voluto riunirci in una comunità affinché qui, attraverso la sua Parola e attraverso le sorelle e i fratelli che egli ci ha donato, trovassimo consolazione alle nostre afflizioni e nelle nostre fatiche.
Sia dunque davvero anche da noi benedetto il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Dio di ogni consolazione.




domenica 28 febbraio 2016

Predicazione di Domenica 28 febbraio su 1 Re 19,19-21; Filippesi 3,12-16; Luca 9,57-62 a cura di Daniel Attinger

Seguire Gesù
Cari fratelli e sorelle,
È per me una grande gioia, poter celebrare questo culto insieme con voi oggi. Rinascono in me antichi ricordi, del tempo in cui fui il pastore di questa comunità per un po’ più di due anni, alla fine degli anni 70 del secolo scorso. Quasi tutti i volti sono cambiati, ma la comunità continua a vivere, piccolo gregge che può contare solo sulla forza e sull’amore di Dio per proseguire il suo cammino dietro a Gesù.
In questo tempo di preparazione a Pasqua, è bene ricordare che la vita di Gesù fu come una lunga salita dalla Galilea – dove passò la sua infanzia – a Gerusalemme, dove morì, ucciso dalla coalizione dei poteri politici e religiosi del suo tempo. Ed è quindi bene, in questo tempo, ri­pensare a cosa significhi seguire Gesù. Proprio a questo c’invitano le tre letture che abbiamo ap­pena ascoltato. Nella prima lettura abbiamo ascoltato la chiamata di Eliseo da parte del profeta Elia: unico caso di un invito alla sequela nell’AT. L’epistola ai Filippesi ci ricorda che l’andare die­tro al Cristo non è una passeggiata; assomiglia piuttosto a una corsa verso una meta da conquista­re. Il breve testo dell’evangelo secondo Luca infine ci presenta tre tentativi diversi per seguire Gesù. Avremo così modo di ripensare a ciò che noi facciamo quando ci presentiamo come disce­poli del Signore Gesù.
A proposito di queste letture, vorrei fare con voi tre riflessioni:
La prima riflessione concerne Gesù stesso del quale l’Evangelo sottolinea che è “in cam­mino” e in cammino “verso Gerusalemme”. Sono due note non banali. Seguire Gesù significa forzatamente, anche per noi, metterci in cammino, vale a dire accettare che le cose vadano diver­samente di come le abbiamo progettate. Camminare infatti implica sempre andare incontro a sor­prese, tanto più che, nel caso di Gesù, il cammino porta a Gerusalemme. Gerusalemme, però, non è solo quella città ben reale di cui i giornali parlano spesso… per motivi politici. Certo era il centro politico della terra d’Israele, ne era anche il cuore religioso perché là stava il tempio, ma Gesù camminava verso Gerusalemme perché sapeva che un profeta non poteva morire fuori di Gerusalemme (Lc 13,33). Il suo è un cammino che va verso la morte violenta, e Gesù lo sa. Per questo, appena prima del nostro testo Luca scrive che Gesù “rese duro il suo volto” per incam­minarsi verso Gerusalemme (Lc 9,51). Anche noi, seguendo il Cristo, dobbiamo sapere che la nostra strada incontrerà ostacoli e pericoli. Con un’altra immagine, Gesù ha parlato altrove di due porte: l’una, larga, che però conduce alla perdizione, e una stretta che conduce alla vita (Mt 7,13-14). L’idea è sempre la stessa: seguire Gesù è difficile, richiede sforzi. È pure ciò che lascia inten­dere Paolo nella sua lettera ai Filippesi quando parla della vita cristiana come di una corsa. Paolo immagina i cristiani ingaggiati in una gara olimpica: si tratta di correre per conquistare “la perfe­zione”. Evidentemente: basta parlare di “perfezione” per scoraggiare chiunque a intraprendere il cammino, perché noi intendiamo sempre la perfezione in senso morale: chi è senza difetti e quin­di senza peccato. Ma un tale essere umano non esiste. “Se diciamo di essere senza peccato ingan­niamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8). La perfezione di cui parla Paolo è diversa: è ciò per cui siamo stati creati; la perfezione è di diventare veramente esseri umani e quindi imma­gini di Dio stesso, diventare persone la cui vita racconta Dio. Ora ciò appare alla meglio proprio nel modo con cui si affrontano le difficoltà, i momenti di crisi, le tentazioni, le malattie e il cam­mino verso la morte. Ecco per il cammino da percorrere.
La seconda riflessione deriva direttamente dagli episodi del nostro evangelo. Ecco tre persone che incontrano Gesù: la prima gli chiede di poterlo seguire, ma riceve un rifiuto: “Le volpi e gli uccelli hanno un luogo di riparo; il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. La seconda, chiamata da Gesù, chiede di poter prima seppellire il padre; ma Gesù rifiuta e le ordina di partire ad annunciare il regno. Il terzo uomo dice di voler seguire Gesù, ma vuole prima conge­darsi dai parenti; anch’egli incontra il rifiuto del Signore: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno”. Questo testo mostra che non noi scegliamo di seguire Gesù. Chi si propone di farlo incontra il rifiuto di Gesù. È invece Gesù che sceglie i suoi seguaci e la sua chiamata sconfigge le scuse che potrebbero essere presentate. Lo conferma anche il Gesù dell’evangelo di Giovanni: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Abbiamo qui certamente una particolarità di Gesù. Normalmente infatti i maestri accoglieva dei discepoli che desideravano mettersi alla loro scuola. Gesù invece sceglie quelli che egli stesso vuole come discepoli. Perché mai? Appunto perché Gesù non è solo un maestro dal quale si può imparare una dottrina o una sapienza. È colui che insegna col suo stile di vita, vale a dire: seguirlo implica lasciare tutto e incamminarsi su quella stessa strada che porta a Gerusalemme: camminare co­scientemente verso la morte.
Nell’andare però dietro a lui si scopre che le parole “vita” e “morte” con lui cambiano significato. “Vivere” non è più “campare” magari anche 100 anni, ma: rinnegare se stessi, portare la propria croce, e cioè amare; “morire” non è più solo essere portati in terra ma l’essere così cen­trati e ripiegati su se stessi da non trovare più un senso al proprio essere sulla terra. Vita e morte non sono più questione di anni o di durata, ma di relazioni e di qualità. Ecco perché è Gesù che sceglie i suoi discepoli, e non il contrario, perché egli ci conosce e sa ciò che c’è in noi; sa quindi anche chi può essere suoi testimoni e chi no; il che non significa chi è salvato e chi no!
Con ciò giungiamo alla terza riflessione. Se il camminare dietro a Cristo non è scelta nostra ma chiamata di Cristo, allora la sequela non è iniziativa nostra, ma risposta all’iniziativa di Cristo. Lo sottolinea la prima lettura che abbiamo ascoltato: a Elia che ha gettato il suo mantello su Eliseo in segno di chiamata, Eliseo chiede e ottiene di poter salutare il padre e la madre. Elia allora aggiunge questa parola: “Va e torna, perché sai cosa ho fatto per te” (1Re 19,20). La frase suona un po’ strana soprattutto se letta letteralmente: “Va e torna, perché cosa ho fatto a te?”. Per capire la scena occorre comprendere il gesto compiuto da Elia: ha gettato il suo mantello su Eliseo. Quel mantello è quello che indica il profeta; alla sua sola descrizione, il re Acazia riconob­be immediatamente il profeta Elia (2Re 1,8); quel mantello simboleggia quindi il profeta. Gettan­do il proprio mantello su Eliseo, Elia designa – come gliel’ha ordinato il Signore – Eliseo come suo erede e successore. È ciò che Eliseo capisce e perciò va a congedarsi dalla propria famiglia e si separa totalmente dal proprio mestiere, offrendolo in sacrificio a Dio, non come sacrificio espiatorio, ma come sacrificio di comunione (che dà luogo a un bel pasto popolare). Eliseo ha capito che il gesto di Elia gli trasformava la propria esistenza: non vivere più nella propria fami­glia e dei propri beni, ma seguire e servire Elia per imparare a diventare profeta come lui.
Questa è pure la nostra risposta alla chiamata di Cristo: cercare in tutto di seguire e di ser­vire il Signore per imparare a diventare anche noi portatori di vita e di speranza. Vi è tuttavia un problema maggiore: per Eliseo, seguire Elia era mettere i propri passi in quelli del profeta; per i discepoli di Gesù, seguirlo significa camminare con lui per le strade della terra d’Israele, ma noi, come potremmo seguire uno che è salito nei cieli e vive ormai accanto a Dio?
La risposta a questa domanda è meno complicata di quanto sembra. A condizione però di non riflettere in modo troppo individualista. Se pensiamo solo a noi stessi in relazioni con Gesù, è difficile capire come ci possa essere un camminare dietro al Cristo. Se invece pensiamo a noi appartenenti a una comunità, a un corpo, allora la risposta è più semplice. Tra Gesù che, con l’ascensione è ritornato a Dio, e noi che viviamo nel xxi secolo, vi e il grande corteo dei discepoli di Gesù e di quelli che hanno camminato dietro a loro, i padri delle Chiese e i loro successori, fra i quali si trovano i riformatori e i loro seguaci, e oggi, qui a Biella, un numeroso gruppo di perso­ne che cercano di rispondere, con noi, alla chiamata di Gesù. Non siete soli a Biella a cercare di rispondere alla chiamata di Cristo; vi sono altri cristiani: cattolici, ortodossi, evangelici, che an­ch’essi vogliono rispondere a questa chiamata. Nel cercare di creare fra noi cristiani dei legami di amore e di comunione, diventiamo segno dell’amore che il Cristo stesso è venuto a manifestare nel mondo.
A questo punto vorrei solo aggiungere un pensiero: il lavoro ecumenico non è facile. Tutti lo sappiamo. Ma in questi anni viviamo un tempo che potrebbe davvero essere un tempo di gra­zia per la ricerca dell’unità visibile della Chiesa: non si tratta di pensare che i cattolici diventeran­no protestanti o noi protestanti diventeremo cattolici romani! Si tratta invece di non temere di perdere la nostra identità se riconosciamo nei cattolici e negli ortodossi dei fratelli insieme ai quali possiamo vivere la nostra fede cristiana e con i quali possiamo essere pienamente in comunione. Ogni famiglia è formata da persone diverse che non sono né uguali né identiche, eppure ciò non impedisce loro di partecipare agli stessi pasti. Fra di loro vi sono legami di familiarità e di amore, ma anche momenti di tensione o di crisi, ma ciò non impedisce che si ritrovino la sera attorno alla stessa tavola per la cena. È questo che dobbiamo ora realizzare con i fratelli cattolici e orto­dossi. Non possiamo più trincerarci dietro a pensieri come quelli che hanno dominato le Chiese in questi ultimi cinquant’anni, secondo i quali vi erano fra noi troppe diversità per poter sigillare l’unità. I teologi hanno lavorato e sono giunti alla conclusione che le nostre diversità non giusti­ficavano più le divisioni esistenti. Non dobbiamo neanche permettere che i responsabili delle Chiese temano di avanzare sul cammino ecumenico sotto il pretesto che il popolo cristiano non seguirà. Ora è venuto il momento di manifestare apertamente che non possiamo più sopportare di vivere divisi allorché ciascuno di noi, cristiani di diverse Chiese, cerchiamo di seguire il Cristo, camminando dietro a quelli che ci hanno preceduto sulla strada che il Cristo, come “primo di cor­data”, ha aperto.
Oggi, fratelli e sorelle, la sequela di Cristo ci chiede di manifestare e di esprimere visibil­mente la già reale unità che esiste fra i cristiani, altrimenti saremo del tutto incredibili agli occhi e agli orecchi del mondo, che è fin troppo felice di poter ridere di quei cristiani che predicano la pace e si fanno guerra.
Il Signore ci dia il coraggio e l’audacia di camminare su quella via e di riconoscere negli altri davvero dei fratelli e delle sorelle in Cristo. A lui la gloria e la lode per sempre. Amen.

martedì 23 febbraio 2016

Predicazione di domenica 21 febbraio 2016, in occasione della ricorrenza della concessione dei diritti civili ai valdesi il XVII febbraio 1848, a cura di Marco Gisola

Luca 22,7-20
Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva sacrificare la Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni, dicendo: «Andate a prepararci la cena pasquale, affinché la mangiamo». Essi gli chiesero: «Dove vuoi che la prepariamo?» Ed egli rispose loro: «Quando sarete entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo nella casa dove egli entrerà. E dite al padrone di casa: "Il Maestro ti manda a dire: 'Dov'è la stanza nella quale mangerò la Pasqua con i miei discepoli?'" Ed egli vi mostrerà, al piano di sopra, una grande sala ammobiliata; qui apparecchiate». Essi andarono e trovarono come egli aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Quando giunse l'ora, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui. Egli disse loro: «Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire; poiché io vi dico che non la mangerò più, finché sia compiuta nel regno di Dio». E, preso un calice, rese grazie e disse: «Prendete questo e distribuitelo fra di voi; perché io vi dico che ormai non berrò più del frutto della vigna, finché sia venuto il regno di Dio». Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi.

Giovanni 13,1-17

Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo». Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!» Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me». E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!» Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti».
Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io. In verità, in verità vi dico che il servo non è maggiore del suo signore, né il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate.

Galati 5,12-13

Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso».



Oggi nel nostro culto ricordiamo il XVII febbraio 1848, quando i valdesi ricevettero i diritti civili grazie a un editto del Re Calo Alberto di Savoia. Prima essi dovevano vivere all’interno di un vero e proprio ghetto e se volevano uscirne per lavorare o studiare al di fuori delle loro valli dovevano diventare cattolici.

Leggiamo la parte centrale delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto:

“I valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle università ed a conseguire i gradi accademici. Nulla però è innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette”

Ma oggi è anche il nostro culto mensile con i bambini e ragazze di scuola domenicale e catechismo, con i quali abbiamo iniziato un percorso verso la Pasqua, che cercheremo oggi di intrecciare con la festa del XVII febbraio. Il nostro percorso lascia delle tracce su questo cartellone, su cui abbiamo incollato delle mani, due mani per ogni testo biblico che leggiamo in queste settimana fino a Pasqua.
Le mani (ritagliate) sono quelle dei bambini, ma rappresentano le mani di Gesù. Ci abbiamo scritto sotto che cosa fanno queste mani di Gesù: nell’ultima cena con i suoi discepoli, le mani di Gesù condividono il pane e il vino, che sono il segno della vita che Gesù darà per loro e per tutti morendo sulla croce.
Nell’altro racconto che abbiamo letto, quello della lavanda dei piedi, anch’esso situato in una cena di Gesù con i discepoli, le mani di Gesù servono, nel senso che fanno il lavoro che solo i servi facevano in alcune occasioni.
Mani che condividono, mani che servono: che cosa ha a che fare questo con la libertà? Forse a prima vista sembra che non c’entri nulla, ma in realtà c’entra molto. E che per Gesù il servizio c’entrasse molto con la libertà lo aveva capito molto bene l'apostolo Paolo, che ha scritto alle chiese della Galazia quelle parole chiarissime che abbiamo letto insieme:

“Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri”.

In due frasi Paolo ci offre un sunto del discepolato e dell’etica cristiana: libertà, amore, servizio. L'amore è quello che fa sì che il servizio possa essere libero e non servile, l’amore è quello che fa sì che la libertà sia servizio e non egoismo.
Liberi, sì, ma per servire. Non per altro; non sei libero (dovremmo dire: liberato) per te – o soltanto per te – ma sei libero (liberato) per gli altri. La libertà che Dio dona a te, non te la dona (solo) per te, ma te la dona per gli altri, perché tu la usi per gli altri.
I racconti che abbiamo letto dai vangeli di Luca e di Giovanni, entrambi racconti che fanno parte degli episodi della Passione di Gesù, ce lo dicono chiaramente. Nel vangelo di Luca Gesù celebra con i suoi discepoli la Pasqua ebraica.
Abbiamo letto con i bambini/ragazze questo racconto e ci siamo fermati sui verbi che descrivono ciò che fanno le mani di Gesù. Le mani di Gesù prendono, offrono il calice, poi prendono, spezzano, e danno il pane, infine alla fine della cena, danno un altro calice ai discepoli (Luca è l’unico vangelo che nel racconto dell’ultima cena ci parla di due calici, e in effetti nella pasqua ebraica si usavano e si usano non due ma quattro calici).
Prendere, dare, spezzare, prendere, dare… e in mezzo a tutto ciò non le mani, ma la voce di Gesù rende grazie, ovvero pronuncia (probabilmente) la tradizionale preghiera ebraica di ringraziamento per il cibo che benedice Dio, creatore dei frutti della terra, da cui sono fatti il pane e il vino.
Prendere, dare, spezzare, prendere, dare… ringraziare e benedire Dio; sono gesti molto semplici quelli che compie Gesù nel corso dell’ultima cena, che abbiamo riassunto con il verbo condividere: mani che condividono.
Gesti semplici ma carichi di significato, perché mentre Gesù – anzi le sue mani – fanno queste cose, la sua bocca, le sue parole dicono che cosa significano quei gesti: il pane è “il mio corpo che è dato per voi”, il “calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi”. Le mani di Gesù condividono il pane e il vino, ma Gesù dona la sua vita stessa, rinuncia alla sua vita per coloro ai quali sta donando pane e vino, e per tutti noi. Avremmo anche potuto scrivere “mani che donano”: come Gesù dà pane e vino così darà la sua vita stessa.
Nel racconto della lavanda dei piedi nel vangelo di Giovanni le mani di Gesù in realtà lavano. Ma il lavare i piedi dei discepoli, lavoro molto umile che facevano i servi e nemmeno sempre, perché era considerato un lavoro umiliante, è un esempio, dice Gesù stesso, che egli sta dando ai suoi discepoli: Gesù vuole che essi imparino non tanto a lavare i piedi, ma a “servire”. Abbiamo forse perso il senso di quanto sia rivoluzionaria questa parola; ai tempi di Gesù erano appunto i servi che servivano. Potete capire che cosa possono aver pensato i discepoli che vedevano in Gesù un liberatore – magari dai romani, che occupavano la loro terra – e trovano uno che li invita a diventare servi.
Se questa parola è scomoda oggi, a maggior ragione lo era allora. Gesù ci vuole servi, e Paolo esprime il paradosso dicendo che Gesù ci ha liberati per servire. Ma, allora: siamo liberi o servi? Tutte e due le cose. Un cristiano è libero e servo. Lo ha espresso forse meglio di chiunque altro Martin Lutero con le sue famosissime parole, che stanno proprio all’inizio del suo libro intitolato “la libertà del cristiano”:

un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa e non è sottoposto a nessuno
un cristiano è un servo zelante in ogni cosa, e sottoposto a ognuno

Non puoi essere cristiano se non sei tutte e due queste cose, un libero signore e un servo zelante. Libero, perché liberato da Gesù dalla colpa, dalla paura, da te stesso e dal tuo egoismo, libero perché liberato dalla schiavitù di qualunque altro signore che non sia il Dio liberatore, che libera Israele dall’Egitto, che libera noi dalla nostra colpa. Servo, perché la tua libertà non ti è data perché tu ne goda soltanto per te, tanto meno perché tu rendi altri schiavi, ma perché tu la usi per lavorare per la libertà degli altri e per la libertà di tutti, un lavoro che nel nostro mondo non è mai finito, perché purtroppo ci sono molte persone che non sono libere.
I valdesi del 1848 hanno usato la libertà che avevano ricevuto da Carlo Alberto (ma che loro hanno inteso come un dono di Dio) per predicare l’evangelo in tutta l’Italia, anche se – come abbiamo visto – Carlo Alberto non aveva dato loro la libertà di culto: “Nulla però è innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette”. Non avrebbero potuto andare a predicare in giro per l’Italia, ma lo hanno fatto lo stesso, perché il clima “liberale” li aiutava, nonostante l’opposizione delle gerarchie cattoliche alla costruzione di diversi edifici di culto e scuole, come ad esempio il tempio di Corso Vittorio a Torino inaugurato nel 1853, solo cinque anni dopo, proprio nella capitale del regno.
E soprattutto perché è stato il loro modo di usare la libertà ricevuta e servire, servire l’Italia non solo con la predicazione, ma anche con le scuole che sono sorte quasi ovunque c’era una comunità che si stava formando, dalla valle d’Aosta fino alla Sicilia.
I valdesi erano finalmente liberi? Avevano ricevuto i diritti civili? Non potevano riposare sugli allori, non potevano accontentarsi di avere la libertà, la dovevano usare, usarla per servire, dovevano metterla al servizio di chi ne aveva bisogno, per esempio di tutti quei bambini e bambine che nell’Italia della seconda metà dell’ottocento erano analfabeti.
Le mani di Gesù erano libere quando compì i gesti di cui abbiamo letto oggi nella Bibbia; poche ore dopo, secondo i vangeli, cioè la sera stessa, dopo la cena, Gesù sarà arrestato e le sue mani non saranno più libere. Ma in questo momento le sue mani erano libere e Gesù usò la sua libertà – lui che era maestro e Signore – per condividere e per servire.
E le tue mani sono libere? Se lo sono, allora Gesù ci ha mostrato come usarle, come usare le nostre mani, le nostre gambe, la nostra testa, le nostre idee, il nostro tempo, le nostre energie…: per condividere e per servire.
Solo facendo così rimarremo e testimonieremo di essere davvero liberi, anzi: liberati ogni giorno dalla grazia liberante del Dio e Padre di Gesù Cristo.


lunedì 25 gennaio 2016

Predicazione di domenica 17 gennaio 2016 su 2 Corinzi 4,5-10 a cura di Massimiliano Zegna

5 Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; 6 perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo.
7 Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. 8 Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; 9 perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo;



Il logo attuale delle chiese valdesi, che risale alla metà del XVII secolo (apparso per la prima volta nel 1640 sul frontespizio di un libro di Valerio Grosso, allora pastore a Bobbio, una trentina di anni più tardi lo si trova nell'opera di Jean Léger, Histoire des Vaudois des Alpes) è un candeliere che regge una fonte di luce (fiamma o candela) circondata da sette stelle e accompagnato da una scritta "in tenebris lux" o "lux lucet in tenebris". Si tratta di riferimenti scritturali evidenti: la scritta è tratta dal passo evangelico dove Gesù (Vangelo di Giovanni 1,5) è definito la luce che risplende nelle tenebre. Le stelle si riferiscono alla visione di Apocalisse 1,16, dove Cristo in gloria tiene nella mano le stelle che rappresentano le sette chiese dell'Asia in crisi e persecuzione. Con questo duplice riferimento biblico i valdesi intesero affermare la loro volontà di fedeltà alla verità evangelica e la certezza di essere custoditi da Cristo nella persecuzione.

Ho voluto partire da questo riferimento storici dello stemma della chiesa valdese perché esso riassume il significato più completo del nostro essere valdesi e della nostra storia.

La partenza è dal primo capitolo della Genesi al versetto 3 dove Dio disse: “Sia luce!” E la luce fu. Dio vide che la luce era buona: e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

E l'Evangelo di Giovanni ha un inizio diverso da quelli di Luca e Matteo che sono stati citati nei racconti del Natale di Gesù: è un inizio che si richiama appunto alla Genesi.

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei: e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta”.

Nella lettera di Paolo ai Corinzi l'Evangelo di Giovanni viene reso esplicito attraverso questa frase: “Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo quale Signore, e in quanto a noi ci dichiariamo vostri servi per amore di Gesù; perché il Dio che disse: Splenda la luce fra le tenebre è quello che risplendè nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo”.
Paolo scrisse questa seconda lettera ai Corinzi non molto tempo dopo la prima (si può pensare agli anni 56 e 57). A Corinto erano arrivati in quel periodo dei nuovi apostoli, degli evangelizzatori che avevano non soltanto preso le loro distanze dalla persona di Paolo (anziché riconoscerne l'autorità e il ruolo di privilegio nei confronti dei Corinzi, essendo egli il fondatore di quella comunità); ma addirittura erano giunti a contestare la sua autorità di apostolo e di padre della comunità di Corinto.
E' quindi un momento particolarmente drammatico e difficile per Paolo.
Corinto è una città della Grecia centro meridionale del Peloponneso la cui prima chiesa cristiana fu fondata da Paolo nel 51 dopo Cristo.
Tra la prima e seconda lettera di Paolo ai Corinzi vi sono stati dei fatti drammatici sia per quanto riguarda Paolo che probabilmente finì in carcere, mentre era in Asia, sia per quanto riguarda la chiesa di Corinto che, a causa di “falsi apostoli” come li considera lo stesso Paolo, ebbe discussioni molto accese.
La lettera, come la definiscono alcuni commentatori, è molto emotiva e presenta alcune disorganicità: e così il tono di Paolo passa dall'amaro e sarcastico a quello magnanimo e fiducioso.
C'è da aggiungere, infatti, che la situazione della chiesa di Corinto dopo che il discepolo Tito che, probabilmente era il latore della lettera, si era andata riappacificandosi con Paolo.
Le difficoltà derivavano comunque da quelle che erano le abitudini di una città greca e influenzata dal paganesimo a quelli che erano gli insegnamenti Gesù portati attraverso Paolo.

Ci possiamo gloriare nella debolezza perché sappiamo già che Cristo vince la debolezza. In questo senso possiamo comprendere le beatitudini riecheggiate da Paolo (v. 10): essere poveri, afflitti, affamati, perseguitati non è di per sé bello; ma è motivo di beatitudine nella prospettiva del regno di Dio, poiché ai poveri, agli afflitti, agli affamati e ai perseguitati è rivolta la promessa di vittoria, di giustizia, di consolazione e di pace. Così anche capiamo la scelta dei primi valdesi che attualizzarono le beatitudini nella loro vita concreta.
“Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio”. Così scrive il pastore Marcello Salvaggio. Che così continua:
“Riconoscere la nostra debolezza significa, in ultima istanza, riconoscere l’efficacia della Parola di Dio, nella provvisorietà e inadeguatezza delle nostre parole e delle nostre azioni. Paolo vuole dirci che l’efficacia della Parola è paradossalmente ancora più forte nella nostra debolezza, se solo sappiamo riconoscerla. Così la forza dei nostri culti, dei nostri catechismi, delle nostre riunioni quartierali, delle nostre corali, della nostra diaconia, della nostra evangelizzazione, non sta principalmente nella partecipazione delle persone o nella capacità persuasiva dei nostri metodi. La nostra forza è unicamente l’Evangelo che riusciamo ad annunciare in qualsiasi contesto ci troviamo, anche se siamo un piccolo gruppo o stiamo vivendo un momento di crisi della vita spirituale. Questa forza non va sprecata perché è la potenza di Dio, ma va ricercata e sostenuta nella preghiera. Nostro compito, nostra vocazione è dunque unicamente di metterci al servizio di Cristo e dell’Evangelo, come Paolo ci insegna”.

Questi versetti del capitolo 4 della seconda Lettera ai Corinzi ricordano bene che l'incontro con Dio, con Cristo può avvenire non solo da parte di chi predica in una grande chiesa, ma anche da pastori di piccole chiese magari frequentate da poche unità di fedeli.

Era quanto mi era successo a Rapallo un bel po' di anni fa: ero entrato per la prima volta nella mia vita in una piccola chiesa battista durante una domenica di pioggia intensa.
Ero un adolescente e stavo cercando un momento in cui meditare sul perché della mia esistenza. Mi trovai così in un locale che probabilmente era stato un garage. Quindi un locale in cui ben lontano era il pensiero di trovarmi in una chiesa almeno così come l'avevo concepita finora. Avendo frequentato finora solo grandi chiese cattoliche la mia idea di luoghi di culto era quella di un vasto locale con tante statue, con un crocefisso, candelabri, candele, dipinti, tanta gente. Tutto questo mi trasmetteva ormai freddezza e non riuscivo più a concentrarmi sulle parole che pronunciava il sacerdote sull'altare.
Nel piccolo e disadorno locale di Rapallo il pastore battista con un vestito normale, in cui l'unico distintivo era una piccola croce sistemata nell'asola sinistra del colletto della sua giacca stava per iniziare il culto (non sapevo ancora che si chiamava così) seguito da un'anziana signora e da un ragazzo dall'aria un po' trasognata. Io ero il terzo partecipante e il pastore ringraziò Dio per avermi condotto in quel luogo che per la prima volta mi fece assistere ad una cerimonia religiosa diversa dal solito.
Mi ricordo soltanto alcune frasi non molto cordiali nei confronti del Vaticano e della chiesa cattolica romana e il tono di carattere colloquiale ben lontano dalla retorica ecclesiastica che avevo sentito nelle chiese fino ad allora frequentate.
Ho raccontato questo episodio della mia prima visita in una chiesa protestante perché leggendo alcuni brani della seconda epistola ai corinzi mi sono ricordato che il significato di quel che voleva dire Paolo era proprio che l'incontro con Dio può avvenire anche da parte di una persona semplice e la sua parola può essere trasmessa anche in un locale altrettanto semplice.
Una parola che può essere contenuta in un fragile vaso di creta ma non per questo non meno importante e significativa: un vero e proprio tesoro.

Questi brani si adattano bene alle vicende delle nostre chiese. Poco fa ho parlato di una chiesa battista in cui vi erano tre persone, ma oggi potrei parlare anche della nostra chiesa valdese in cui diventa sempre più difficile incontrare una decina di persone.
Eppure questa chiesa valdese nata nella seconda metà del 1100 è sempre stata frequentata da una sparuto numero di persone, all'inizio a causa delle persecuzioni che decimavano le sorelle ed i fratelli di allora la cui colpa era quella di leggere la Bibbia o pregare. Oggi il numero ridotto è causa di una sempre più fragile attenzione verso i culti di adorazione, ma la scintilla che ha dato origine al movimento valdese non si spegne.
E proprio nelle settimane scorse abbiamo assistito a culti realizzati insieme al nostro pastore Marco Gisola dai bambini e bambine, dai ragazzi e dalle ragazze della nostra chiesa.
Vi è quindi una trasmissione della fede, delle nostre idee religiose magari in modo discontinuo ma che dura nel tempo.
Sono passati quasi vent'anni da quel 19 giugno 1997 i cui il pastore Jonathan Terino mi regalò a nome della Comunità questa Bibbia che oggi sto leggendo.
Anche in quel caso il brano scelto fu scritto da Paolo della seconda lettera a Timoteo . Con scrittura minuta ma chiara Jonathan trascrisse questi versetti che mi rimasero sempre impressi anche nei momenti in cui la fede mi appariva sempre più difficile da professare.
Voglio leggere questi versetti tratti dal capitolo 2 versetti 11: “Certa è questa affermazione: se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo; se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

giovedì 14 gennaio 2016

Predicazione di domenica 10 gennaio 2016 su Efesini 3,2-6 a cura di Marco Gisola

Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo.

L’Epifania non è una festa tenuta in grande considerazione nelle nostre chiese, anche se gli storici ci dicono che come festa è più antica del Natale stesso. Ma dato che il nostro lezionario prevede anche questo culto, vi propongo il testo che il lezionario suggerisce per la festa dell’Epifania.
L’epifania ricorda la visita dei magi a Gesù. È l’evangelista Matteo (2,1-12) che ci ha tramandato il racconto della visita dei magi di oriente al neonato Gesù; sono loro che scatenano la gelosia del re Erode, dicendogli di essere in cerca del re dei Giudei, gelosia che porterà Erode a decidere la cosiddetta strage degli innocenti.
Come avete sentito, nel racconto di Matteo non ci sono alcuni aspetti della tradizione che ci è stata tramandata sui magi: Matteo non dice che i magi siano tre, numero che probabilmente la tradizione ha tratto dal fatto che i doni che essi portano a Gesù sono tre: oro, incenso e mirra. E non dice che i magi siano re. Essi erano piuttosto dei saggi che si dedicavano all’astronomia, allo studio degli astri, ed infatti arrivano a Betlemme guidati da una stella.
Che significato ha questa strana storia che troviamo nel vangelo di Matteo? Che ruolo hanno questi misteriosi personaggi che vengono da lontano, da regioni pagane, per rendere omaggio a Gesù? Quello che è importante in questo racconto è che persino degli stranieri, persino dei pagani, anzi potremmo dire dei pagani prima degli altri, vengono ad adorare Gesù.
Questo racconto ha un alto valore simbolico: ad adorare Gesù, secondo il vangelo di Matteo, arrivano per primi dei pagani. Già nella stalla di Betlemme si anticipa ciò che accadrà più tardi: non solo i giudei, ma anche i pagani crederanno in Gesù.
L’unione di giudei e pagani in Cristo è uno dei temi principali della lettera agli Efesini, in cui si trova il testo di predicazione di oggi, ed il passo di oggi parla proprio di questo, in particolare il verso 6, in cui si dice che: «gli stranieri sono eredi con noi - dove noi indica i giudei -, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù».
Paolo parla ovviamente da ebreo e gli stranieri indicano i pagani, e quindi “con noi” significa” i pagani insieme con noi ebrei.
Gesù è venuto per tutti. Questo è il senso sia del racconto della visita dei magi a Gesù, sia il senso del brano della lettera agli Efesini.
Accettare l’universalismo, cioè che Gesù è venuto per tutti, è stato la sfida principale del cristianesimo primitivo. Era facile pensare, ed alcuni lo pensavano, che appartenere al popolo di Gesù, al popolo ebraico, potesse costituire un privilegio anche davanti a Gesù; ed era facile pensare che Gesù fosse venuto solo per il popolo ebraico.
Fu però giudicata vera l’altra strada, quella, appunto, dell’universalismo: il messaggio di Gesù Cristo è per tutti; nessuno davanti a lui ha privilegi e nessuno è svantaggiato, tutti sono uguali, perché davanti a Gesù nessuno ha dei meriti, si parte tutti da zero; Cristo rende tutti uguali. Per noi questo è scontato, quasi banale, ma se allora non fosse stata scelta questa strada, probabilmente oggi noi non saremmo cristiani.
Nei versi precedenti a quelli che abbiamo letto, l’apostolo aveva parlato del muro di separazione tra giudei e pagani, muro che Cristo ha abbattuto, facendo dei due popoli un solo popolo. E nel passo che abbiamo letto, l’autore dice di aver ricevuto il compito di annunciare questo evento ai pagani, di predicare loro quello che fino ad allora era un mistero e che Cristo ora ha rivelato: in lui Dio ha deciso di rivelarsi a tutti, compresi i pagani.
Il mistero che è stato rivelato è che ora non c’è più nessuna appartenenza, nessuna legge, nessuna tradizione, non c’è più niente di niente che costituisca né un privilegio, né un ostacolo per la fede. Non è un privilegio, né una garanzia appartenere al popolo di Gesù e non è un ostacolo non appartenervi: davanti a Dio, davanti a Gesù siamo tutti uguali, nel senso che tutti non abbiamo nulla da offrire.
E non è un caso che l’autore di questa lettera insista molto anche su un altro tema, quello della giustificazione per sola grazia di Dio in Cristo. Perché è questo che fonda l’uguaglianza di tutti davanti a Dio; siamo tutti uguali perché siamo tutti poveri e nudi davanti a Dio, perché nessuno di noi ha qualcosa da offrire, ma solo da ricevere.
Da Dio possiamo solo ricevere la sua grazia e non abbiamo nulla da offrire in cambio: è stata questa la rivoluzione che ha reso possibile che Cristo dei due popoli, quello giudeo e quello pagano, ne facesse uno solo; è stato questo che ha reso possibile che stranieri e giudei fossero eredi insieme, membra di un medesimo corpo e partecipi insieme della promessa fatta in Cristo.
Ciò che si era prima non conta più, perché in Cristo non conta ciò che si è, ma conta ciò che si diventa. In Cristo non conta ciò che si ha, conta ciò che si riceve.
Questo è quello che ha fatto diventare il cristianesimo una fede universale, che ha abbattuto non solo il muro di separazione tra giudei e pagani, ma anche tutti gli altri muri di separazione tra tutte le altre categorie umane: Paolo nella lettera ai Galati dice che in Cristo non ci sono giudei e pagani, uomini e donne, nemmeno schiavi e liberi, ma che tutti siamo uno in Cristo.
Questo è l’evangelo, che spesso le chiese non hanno saputo e non sanno vivere fino in fondo, costruendo dei muri là dove Cristo li aveva abbattuti.
Guardiamo in casa nostra e pensiamo a quello che è successo il secolo scorso nella chiesa riformata del Sudafrica con l’apartheid. Chiese di bianchi e chiese di neri, nettamente separate, perché i bianchi si consideravano superiori, nella società e nella chiesa. Pensiamo alla discriminazione razziale che c’era legalmente negli Stati Uniti, piena di chiese protestanti.
Grazie a Dio, in queste situazioni in cui le chiese tradivano la loro vocazione di essere chiese per tutti, credenti come Nelson Mandela in Sudafrica e Martin Luther King negli Stati Uniti hanno saputo vivere questo universalismo, spesso predicato, ma non sempre – o forse raramente – vissuto fino in fondo.
E, per menzionare un altro muro che i credenti hanno eretto laddove Cristo lo aveva abbattuto, pensiamo al ruolo delle donne nelle chiese. In molte chiese esse non possono accedere ai ministeri e anche nella nostra chiesa ci si è arrivati solo cinquant’anni fa.
Oggi è al centro del dibattito di tutte le chiese il diritto delle persone omosessuali di essere accettati come credenti uguali a tutti gli altri. A mio parere, questo è un altro muro che è stato costruito nei secoli e che ha tenuto al di fuori del perimetro delle chiese molti credenti, facendoli anche sentire in colpa per quello che sono.
La storia dei magi non è un bel racconto per bambini e le parole della lettera agli Efesini non sono riflessioni che riguardano la situazione della chiesa antica, ma sono parole bibliche che ci dicono che l’evangelo è per tutti e che tutti sono uguali davanti all’evangelo.
“Con noi” sono le parole chiave di questo brano: gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo.
Altri con noi, uguali a noi; altri credenti con noi, uguali a noi. Non altro conta che non sia la fede in Cristo dono della grazia di Dio, che abbatte tutti i muri e apre le porte a tutti ugualmente, come è accaduto con i magi d’oriente, che rappresentano tutti quelli che prima erano esclusi e ora sono accolti, anzi chiamati, che rappresentano tutti i diversi, che ora sono uguali, tutti i lontani che ora sono vicini.
Questo è il mistero, di cui parla Paolo, che è stato rivelato nell’evangelo e che anche noi siamo chiamati a vivere e testimoniare.

venerdì 25 dicembre 2015

Predicazione del giorno di Natale su Tito 3,4-7 a cura di Marco Gisola

Ma quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.


Nessuno se ne era ancora accorto, ma tutto era già accaduto. Il Salvatore era venuto nel mondo, ma nessuno se ne era reso conto. Gesù Cristo era nato, ma ciò era accaduto in una sconosciuta stalla di Betlemme e nessuno lo aveva notato. “La bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati”, ma tutto ciò è passato inosservato.
Il testo che ci viene proposto oggi per il culto di Natale non è un testo tipicamente natalizio, non è un brano che racconta la nascita di Gesù, ma un testo che riflette sul senso della venuta - e in questo senso della nascita - di Gesù.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano a partire dalla stalla di Betlemme, così ci raccontano i Vangeli. Tutto inizia con un parto, esperienza attraverso la quale tutti noi siamo venuti al mondo, tutto inizia con una coppia costretta ad allontanarsi da casa propria per fare un lungo viaggio, con la difficoltà di trovare un posto dove questa coppia possa alloggiare e dove far nascere questo bambino, che incarna la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano con un evento di cui gli esseri umani non si rendono conto - di cui non potevano rendersi conto - ma che gli angeli celebrano cantando e comunicando la loro gioia ai pastori, e per cui i sapienti dall’oriente fanno un lunghissimo viaggio avvertiti da una stella.
Angeli e astri si muovono per questo evento, ma nessun essere umano si rende conto di nulla se non quelli avvertiti personalmente dagli angeli e dagli astri. Del resto non potevano rendersene conto, perché era un evento assolutamente comune: la nascita di un bambino – seppure in condizioni difficili: lontani da casa, in una stalla… - ma era pur sempre la nascita di un bambino come ne accadono ogni giorno in ogni angolo della terra.
Questo brano dell’epistola a Tito, letto a Natale, non può non portarci a chiederci come “la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si sono manifestati, a Natale e non solo a Natale. Dio si è manifestato in Gesù in modo non eclatante, non spettacolare, non evidente, e questo non solo a Natale, ma lungo tutta la vita di Gesù.
Gesù non ha mai occupato posti di rilievo o di potere, non si è mai legato a gruppi influenti e importanti. È stato una persona senza potere e senza apparire.
Più che quello che faceva, era quello che diceva a donare speranza e gioia a molte persone e a gettarne molte altre nello scompiglio. È stato, sì, un guaritore che ha ridato salute e quindi una vita degna di questo a tante persone, ma è stato sopratutto un predicatore itinerante che ha proclamato la beatitudine ai poveri, ai perseguitati, agli operatori di pace, che ha indicato la via del perdono da un lato e del servizio dall’altro come la volontà di Dio per gli esseri umani.
Questo modo di manifestarsi di Dio ha avuto il suo culmine nella croce, nella morte di Gesù. La morte è stata la logica conseguenza del fatto che Dio ha scelto che il suo figlio conducesse una vita come tutti noi, che non poteva quindi che finire con la morte.
Ma il come, il modo in cui Gesù è morto, al pari del come è venuto nel mondo, è di nuovo testimonianza della volontà di abbassamento di Dio, del suo donarsi totalmente a noi: una morte violenta, conseguenza del rifiuto di alcuni e dell’abbandono di altri.
“La bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” si manifestano così, perché Dio così ha deciso. Ha deciso di manifestarsi attraverso una semplice nascita in una ancor più semplice stalla, attraverso una vita vissuta nella compagnia degli ultimi, e attraverso una agonia e una morte vissute nella solitudine e nell’incomprensione.
In Gesù si è manifestata la volontà libera, gratuita e misericordiosa di Dio, volontà che gli esseri umani hanno respinto, che noi abbiamo respinto. E tutto ciò ha avuto il suo inizio a Natale, in quella stalla di Betlemme, nella nascita di un bambino, certo un evento straordinario per ogni genitore, ma un evento assolutamente comune, che mostra come Gesù volesse essere uno di noi fin dalla sua nascita.
Che cosa ha significato questo evento per noi? “quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia”. Nessuno se ne è accorto e nessuno ha fatto nulla perché accadesse, ma la salvezza era già avvenuta.
L’evento della nascita di Gesù, dell’incarnazione della Parola, la decisione di Dio di venire in mezzo a noi come uno di noi, è una evento di salvezza, una decisione di salvezza. Natale è la decisione di Dio di salvare l’umanità. La venuta di Gesù non è una decisione che Dio prende per metterci alla prova, per vedere come l’umanità avrebbe trattato Gesù, se gli avesse creduto oppure no, se avesse messo in pratica ciò che egli ha detto oppure no.
La venuta di Gesù non è un metterci alla prova da parte di Dio, semplicemente perché se quella fosse stata una prova, dovremmo concludere che l’umanità non ha superato la prova. Gesù infatti è stato respinto, rifiutato, abbandonato, ucciso. Non è stato accolto.
Se la nostra salvezza dipendesse da quanto e da come noi accogliamo Gesù e mettiamo in pratica ciò che egli ha detto, vediamo che sia ciò che narrano i Vangeli, sia ciò che vediamo quotidianamente intorno a noi ci dicono che con le nostre sole forze di certo la salvezza non l’avremmo ottenuta.
La salvezza, invece, viene, come dice la lettera a Tito, viene da fuori di noi, viene da Dio; non per niente il testo parla dell’opera dello Spirito e di Gesù, è lui il “Salvatore”, è lui che ci salva.
La venuta di Gesù è già un evento di salvezza fin dalla stalla di Betlemme. Per questo Natale è una festa gioiosa, che non ha nulla che fare con il fatto che noi siamo buoni o ‘più’ buoni, ma ha a che fare esclusivamente con “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”.
Questo evento di salvezza ha come prospettiva la vita eterna: “affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna”. L’irruzione di Dio nella storia umana ha come conseguenza la speranza. Speranza di vita eterna, ovvero speranza di essere un giorno cittadini del regno di Dio, ma speranza anche che Dio regni e la sua volontà sia fatta già qui ed ora.
La vita eterna non soltanto un’altra vita, in un aldilà e che dura per sempre, ma è una vita altra da vivere qui ed ora. Una vita che qui ed ora riserva a volte dolore ma che è erede, cioè che guarda e si orienta, a quella vita dove dolore non ci sarà più. Una vita che qui ed ora è vissuta in un mondo pieno di ingiustizia, ma che guarda a quella vita dove non ci sarà ingiustizia.
Per questo è una vita di speranza. Come una vita di speranza diventa quella di coloro che hanno incontrato Gesù, che sono venuti a contatto con la bontà ed il suo amore per gli uomini.
In chi incontra Gesù nasce la speranza, a partire dai pastori di Betlemme, passando per i suoi discepoli, per tutte le persone che Gesù ha incontrate e guarite, donando concretamente speranza a chi non ne aveva restituendo loro salute, dignità e libertà, ovvero una vita nuova, una vita altra, e così con coloro che hanno creduto in lui dopo la sua resurrezione, noi compresi.
Quando ci si rende conto che “la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati” nasce la speranza nella vita altra che la grazia di Dio rende possibile.


Nessuno se ne era ancora accorto, ma tutto era già accaduto. Gesù Cristo era nato, il Salvatore era venuto nel mondo in una sconosciuta stalla di Betlemme e nessuno lo aveva notato. “La bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati” in questo neonato, in questo modo umile e debole.
Proprio perché non si fa notare e non è evidente che nel neonato di Betlemme si manifestano la bontà e l’amore di Dio, la sua salvezza e la sua giustizia, c’è bisogno di annunciarlo. Noi abbiamo ricevuto questo annuncio di salvezza, come i pastori di Betlemme, come i magi e come Tito a cui l’apostolo rivolge questa lettera.
Ora sta a noi ripetere l’annuncio, perché un dono così grande non passi inosservato, perché l’evangelo di Gesù Cristo non resti inascoltato e continui a dare speranza all’umanità.

martedì 22 dicembre 2015

Predicazione di domenica 20 dicembre su Filippesi 4, 4-7 a cura di Massimiliano Zegna



Se avessi dovuto commentare il testo dell'epistola ai Filippesi anche solo alcuni giorni fa, non avrei avuto lo spirito ottimistico per poter trasmettere la gioia che Paolo stesso infonde agli abitanti di Filippi nel Nord della Grecia.
Avrei pensato a tutto quello che sta succedendo nel mondo a cominciare dal terrorismo che funesta la vita quotidiana di molte nazioni, per giungere ai bimbi affamati che ancora esistono a milioni nel mondo, avrei pensato a quei morti senza perché uccisi a Parigi o nel Kenya, in Siria o nella Nigeria o a quelli che nessun giornale ha riportato perché lontani dai clamori di guerre più conosciute o raccontate giorno per giorno con più dettagli.
Avrei pensato agli omicidi che anche nella nostra Italia continuano a intristire la vita quotidiana o ai mille tragici episodi di malattie, fame, miseria che esistono anche nella società del cosiddetto benessere.
Allora la speranza è morta? No per fortuna non è così e non bisogna dimenticare che accanto ai mille episodi di dolore vi sono altrettanti episodi di gioia e di felicità.
Quando Paolo scriveva questa lettera ai Filippesi si trovava in carcere e quindi non era certamente nelle condizioni di chi si trova a vivere serenamente.
La lettera è scritta da Paolo appunto mentre si trova in carcere, probabilmente durante la sua detenzione a Efeso, nel 53-55. Tradizionalmente si era pensato alla prigionia romana, ma in tempi recenti sono stati evidenziati elementi che farebbero preferire, oltre a Efeso, anche Cesarea e, con minore probabilità, Corinto.
La lettera, ispirata da sentimenti di amicizia, si rivolge alla comunità cristiana di Filippi, la prima fondata da Paolo in Europa e con la quale l'apostolo aveva un legame particolarmente armonico e affettuoso.
Filippi è una città nel nord della Grecia, situata a circa 15 chilometri dal mare. I cristiani della comunità erano prevalentemente di origine pagana, come si evince dal fatto che nella lettera Paolo, a parte una breve allusione, non cita mai l'Antico Testamento.
Eppure Paolo nonostante il carcere aveva lo spirito di chi aveva fiducia in Dio e in Gesù Cristo.
Normalmente questo tipo di lettura biblica si fa nel periodo dell'Avvento ed è un momento giusto per respirare lo spirito evangelico, ossia lo spirito del buon annuncio, della buona notizia.
Anche Maria e Giuseppe quando Gesù Cristo nacque a Betlemme non erano certo in condizioni di agiatezza: l'Evangelo di Luca racconta che il bimbo nacque in una mangiatoia perché non c'era posto per loro in albergo.
“In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del signore si presentò a loro e la gloria del signore risplendè attorno a loro e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: “non temete perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà. Oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”
Ho voluto anticipare il racconto che normalmente si legge a Natale sia perché siamo a pochi giorni dal Natale sia perché il motivo conduttore dell'epistola ai Filippesi è proprio quella della gioia.
C'è un bel libro chiamato “la gioia di credere”
Questo libro è di Madeleine Delbrel prima atea convinta e poi credente. Madeleine Delbrêl, nata nel 1904 in una famiglia cattolica ma poco praticante, a 15 anni è “strettamente atea”, a 17 sintetizza il suo ateismo proclamando “ Dio è morto…viva la morte”, a 20 anni è folgorata da Dio e inizia il suo cammino di conversione.
A questa sua radicale inversione di marcia non è certamente estraneo un gruppo di coetanei credenti con i quali si confronta e, in particolare, un certo Jean Maydieu, amico carissimo cui lei da tempo ha messo gli occhi addosso e che un bel giorno preferisce Dio a lei, decidendo di farsi prete. La ribelle, anticonformista ed emancipata ragazza, con la stessa foga con cui ha fatto aperta professione di ateismo, si tuffa in un’appassionata ed instancabile riscoperta del Dio che ha folgorato i suoi 20 anni ed attraversato così impetuosamente la sua vita. Si “tuffa” nella preghiera, coltiva il desiderio di scoprire ed approfondire il messaggio evangelico, diventa un’efficiente caposcout e, insieme all’amore per la natura, ritrova la passione per la vita semplice e la solidarietà verso gli indifesi.
Si diploma assistente sociale e nel 1933 si trasferisce a Ivry-sur-Seine, all’estrema periferia di Parigi, chiamata “la città delle 300 fabbriche” e che è un crogiuolo di tensioni, rivendicazioni salariali, lotte operaie, scontri sociali ed ideologici.
Madeleine Delbrêl morì a 60 anni, il 13 ottobre 1964 a Ivry-sur-Seine; precorritrice di tante altre belle figure di laici, sacerdoti, religiosi, che nel secolo XX, hanno scelto, specie in Italia e Francia, di vivere sulle strade del mondo, cogliendo la sfida del Vangelo e traducendola nella quotidianità a fianco dei più deboli in ogni senso, che nella storia dell’umanità sono sempre stati la maggioranza.

Ed ecco un altro scritto di Madeleine:
Fa' che da essi penetrati come "faville nelle stoppie"
noi corriamo le strade di città accompagnando l'onda delle folle contagiosi di beatitudine, contagiosi di gioia.
Perché ne abbiamo veramente abbastanza
di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie:
essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più.
Fa' esplodere nel loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio.
C'è poi una poesia intitolata “Il filo del vestito” che mi ha colpito per la sua capacità di interpretare lo spirito di gioia della epistola ai filippesi.
Il filo del vestito
Nella mia comunità
Signore aiutami ad amare,
ad essere come il filo
di un vestito.
Esso tiene insieme
i vari pezzi
e nessuno lo vede se non il sarto
che ce l'ha messo.
Tu Signore mio sarto,
sarto della comunità,
rendimi capace di
essere nel mondo
servendo con umiltà,
perché se il filo si vede tutto è
riuscito male.
Rendimi amore in questa
tua Chiesa, perché
è l'amore che tiene
insieme i vari pezzi.
Questa epistola di Paolo ai Filippesi è stata definita il libro dell’esperienza cristiana. Esperienza che si riassume in tre parole: Cristo mi basta. Egli è la mia vita (cap. 1), il mio modello (cap. 2), il mio scopo (cap. 3), la mia forza e la mia gioia (cap. 4). Paolo non parla qui né come apostolo, né come dottore; è solo un «servitore di Cristo Gesù».
«Rallegratevi nel Signore», insiste l’apostolo. Tuttavia i motivi per piangere non gli mancano (vedere 3:18). Una brutta discordia oppone due sorelle: Evodia e Sintiche, e turba l’assemblea. Paolo esorta — o piuttosto supplica — ognuna di loro personalmente. Che noi tutti impariamo la grande lezione del cap. 2:2 (confr. Proverbi 13:10)!
La nostra dolcezza è conosciuta dai nostri fratelli e sorelle, dai nostri compagni? Quante contese cesserebbero se avessimo coscienza del fatto che il ritorno del Signore è imminente. E anche quante preoccupazioni! Mediante la preghiera, solleviamo i nostri cuori da tutto ciò che li tormenta. Per essere immediatamente esauditi? Non necessariamente, ma perché Dio possa infondervi la sua perfetta pace (v. 7). Ma come evitare i cattivi pensieri? Coltivando i buoni. Serviamoci del versetto 8 come d’un setaccio con molte griglie. Ciò che occupa in questo momento il mio spirito, è vero? è giusto? è puro? è amabile? è edificante?...
Dei pensieri purificati non potranno che tradursi in atti della stessa natura (v. 9). E quale ne sarà la conseguenza? Non più soltanto avere la pace di Dio, ma il Dio di pace che sarà «con noi» (Giovanni 14:23).
E' molto bella l'ultima frase che ho letto del brano dell'epistola di Paolo
“E la pace di Dio che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”
Su questo passo ho letto su internet in una predicazione di un pastore credo pentecostale una meditazione che mi ha colpito per la sua efficacia e che vorrei leggervi.
Qualche anno fa, un uomo molto ricco voleva un dipinto sulla pace. Commissionò tre artisti per dipingere scenari pacifici. Dopo un mese gli artisti tornarono con i loro dipinti finiti. Ogni dipinto fu coperto da un velo in attesa del momento della rivelazione.
Il primo artista presentò il suo dipinto: era una bella scena di montagna. Le montagne erano coperte di pioppi verdi e fiori primaverili. Le cime maestose innevate erano alte fino a incontrare un cielo blu senza nuvole. L'uomo ricco disse: "Mi piace. Questa scena di montagna è davvero tranquilla ".
Poi il secondo artista tolse il velo dal suo capolavoro. Il suo dipinto era di una splendida vista sull'oceano. La sabbia era bianca come cristallo. Il mare era azzurro e tranquillo. Il sole stava tramontando lentamente nel cielo, mentre i suoi raggi riflettevano sul mare calmo. Nel centro dell'immagine vi erano due persone rilassate su una sedia a sdraio in riva al mare con i piedi in acqua. L'uomo ricco era molto contento. Egli disse: "Mi piace la spiaggia. Amo questo quadro. Che splendida interpretazione di pace ".
Il terzo artista tirò giù il velo dal suo dipinto e il ricco guardò il quadro con perplessità. Quest’artista aveva dipinto una cascata impetuosa. In questa scena un fiume in piena cadeva per centinaia di metri e s’infrangeva sulle rocce sottostanti. L'uomo ricco disse: "Ma in che cosa consiste la tranquillità? Mi sembra una scena tutt'altro che pacifica! Tutto quello che vedo è turbolenza. Dov’è la pace? ". Il terzo artista disse: "Guardi meglio, signore. Guardi vicino proprio sotto la cascata, dietro l’acqua e vedete una fenditura nella roccia, la vede? Sporgendosi in avanti, il ricco rispose: "Sì, la vedo, e vedo anche un uccello appollaiato in quella fessura. L'artista ha risposto: "Questo è tutto, signore! Questa è la pace! Nel bel mezzo della turbolenza rumorosa, l'uccello ha trovato un posto tranquillo. Amico mio, questa, è una vera pace, avere la pace in mezzo al caos, in mezzo a una vita turbolenta ".
L'insegnamento di Paolo nella lettera ai Filippesi è dunque che in mezzo al nostro mondo turbolento, in mezzo al caos si può avere e trovare la pace! Amen