martedì 14 agosto 2018

Predicazione di domenica 12 agosto 2018 su Galati 2,16-21 a cura di Marco Gisola

Galati 2,16-21

(11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»
15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori,)
16 sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.


1. Eccoci qui al centro di quello che potremmo chiamare l’“evangelo secondo Paolo”: la giustificazione per fede. La seconda metà del capitolo 2 della lettera ai Galati è quella in cui Paolo enuncia la sua interpretazione dell’evangelo, utilizzando appunto l’espressione “giustificazione per fede”.
Paolo prende spunto da un “incidente diplomatico” che era avvenuto tra lui e Pietro e che racconta ai Galati nei versetti che abbiamo ascoltato: Pietro e Paolo erano ad Antiochia, una città fuori dalla Palestina importante per la prima generazione cristiana, perché da lì partivano le missioni in terra pagana.
Pietro era venuto ad Antiochia da Gerusalemme e si era adattato all’uso per cui tutti i cristiani mangiavano insieme, non si faceva più distinzione tra cristiani provenienti dall'ebraismo, come Pietro e Paolo appunto, e cristiani provenienti dal paganesimo.
La legge di Mosè diceva che bisognava evitare la comunione di mensa con i pagani e nei primi anni del cristianesimo a Gerusalemme questa legge valeva anche nei confronti dei pagani convertiti al cristianesimo.
Pietro invece, ad Antiochia, si sente libero di mangiare con loro. Ma quando arriva qualcuno da Gerusalemme, non sappiamo bene se in visita o con lo scopo di controllare come vanno le cose ad Antiochia, Pietro fa un passo indietro, non mangia più con i cristiani provenienti dal paganesimo. Rompe la comunione di mensa con loro.
Paolo davanti a questo atteggiamento si arrabbia moltissimo e lo rimprovera pubblicamente. Il testo indicato per oggi, è quello in cui Paolo spiega perché questo passo indietro di Pietro è stato per lui così grave.
Qui Paolo dice che è una questione di fede: c’è una ragione ben precisa per cui Pietro sbaglia a rompere la comunione di mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo: la ragione è il fatto che siamo giustificati per fede e non per opere e quindi non è più la legge che determina la nostra vita.
Pietro ha fatto il suo passo indietro per timore del giudizio di quelli di Gerusalemme, perché così facendo non aveva osservato la legge. Ma non è l’osservanza della legge che ti salva, dice Paolo, è la fede nella grazia.
Non è il tuo sforzo di essere perfetto che ti salva, ti salva l’amore di Dio che ti ama imperfetto; anzi non solo imperfetto, ma colpevole.
Tutti siamo d’accordo nel dire che non siamo perfetti, ma il discorso biblico è molto più radicale: siamo colpevoli, siamo responsabilmente colpevoli e questa colpa non può essere “espiata” dalla nostra obbedienza, ma può solo essere perdonata dalla grazia di Dio.
L’obbedienza seguirà la grazia, sarà una conseguenza, una reazione alla grazia, non una condizione alla grazia.
Questa è la cosiddetta “dottrina della giustificazione per fede”, che come vediamo per Paolo è tutt’altro che una teoria, ma ha conseguenze molto, molto pratiche: è quella che, per esempio, permette la comunione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo e i cristiani provenienti dal paganesimo. È quella che lo spingerà a dichiarare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in Cristo.
La dottrina della giustificazione per fede è stata rimessa al centro della riflessione dalla Riforma. Su questo vorrei solo leggervi una frase di un biblista cattolico, che mi sembra molto importante:
La giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. (Claudio Doglio)

2. Paolo sa che questa sua idea incontra molte obiezioni e allora se ne pone una lui stesso, anticipa una critica che probabilmente gli è stata mossa più volte: «Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato?»
Detto in altre parole: se Cristo giustifica il peccatore, vuol dire che allora peccare va bene e che anzi la dottrina della giustificazione diventa addirittura un incentivo a peccare? È un’obiezione molto comune: se in Cristo il mio peccato è giustificato, allora posso tranquillamente peccare, il peccato non è più un problema!
La risposta di Paolo è netta: «No di certo!». Chi fa questa obiezione fraintende completamente la giustificazione per fede: Dio giustifica – cioè perdona – il peccatore, non il suo peccato. Il peccato è condannato, il peccatore è salvato.
Il peccato rimane un problema, eccome! Rimane un grave problema, rimane condannato. È il peccatore che non è condannato, è giudicato – perché è peccatore e quindi è giudicato peccatore – e la sentenza è: colpevole!
Colpevole, ma graziato: questo è ciascuno e ciascuna di noi. Lo straordinario non è che siamo colpevoli: questa è la norma, quante volte feriamo il nostro prossimo, lo giudichiamo, lo ignoriamo, lo emarginiamo, lo trattiamo diversamente da come Cristo vorrebbe. Questa è l’ordinario.
Lo straordinario è che se ci riconosciamo colpevoli, se ci riconosciamo meritevoli di condanna, la condanna non c’è. C’è la sentenza: colpevole! Ma c’è la grazia: colpevole graziato, dunque libero!
Pietro era libero di mangiare con i cristiani provenienti dal paganesimo e quando ha fatto quel passo indietro per una umanissima paura ha rinunciato alla libertà che Cristo gli aveva dato. Per questo Paolo si arrabbia così tanto.
La colpa di Pietro è umanissima, non dobbiamo certo accanirci contro Pietro perché Pietro siamo noi: quante volte temiamo il giudizio altrui, quante non siamo completamente liberi?
La colpa di Pietro è, per mancanza di libertà, quella di rompere la comunione con altri cristiani. Pietro, rinunciando alla sua libertà, «riedifica» ciò che Cristo ha demolito e questa è la sua colpa.


3. La seconda parte del brano è tutta incentrata sulle parole vita – morte. Sono frasi un po’ ermetiche, su cui gli studiosi dibattono molto … «sono morto alla legge affinché io viva per Dio»: non vivo più per la legge, ovvero non è più l’osservanza della legge che mi dà la vita, la vita me la dà Dio, in Cristo.
La legge non mi dà la vita e non è nemmeno più lo scopo della mia vita. L'origine e il senso della mia vita, delle mie scelte piccole e grandi non è più nella legge, ma in Cristo, cioè nella grazia e dunque nella gratuità. Non nel tornaconto sta la ragione delle mie scelte, ma nella gratuità.
E poi prosegue in modo ancora più paradossale: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». È un’immagine, per dire che la mia vita non è più mia. Non è più mia perché è stata riscattata dalla morte di Cristo, e dunque mi è stata ri-donata, è come se fossi ri-nato, quindi è una nuova vita che non vivo più da solo, ma che vivo con Cristo che vive in me, che con il suo Spirito e la sua Parola vuole entrare in me e trasformare la mia esistenza.
E poi Paolo torna con i piedi per terra: «La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Io vivo la mia vita nella carne, cioè nella mia piena umanità, come tutti gli esseri umani (nel caso che la frase «Cristo vive in me» potesse far pensare a qualcuno che la vita dei credenti fosse diversa da tutte le altre).
Ma questa vita che vivo nella carne, esattamente come tutti gli esseri umani, la vivo nella fede. Per questo è nuova, è nuova ogni volta che riesco a vivere nella fiducia, a vivere di fiducia. È la fiducia che fa la differenza, è la speranza che fa la differenza e rende la vita del credente diversa da una vita senza fiducia e senza speranza.
E che cos’è che dà fiducia e dà speranza? In chi è riposta questa fiducia? «nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me». Pare sia l’unico passo del NT in cui venga detto che Cristo «ha dato se stesso per me», al singolare.
Cristo è morto e risorto per tutti/e, quindi è morto e risorto per me, e per te, personalmente. Il fatto che sia morto per tutti non sminuisce il fatto che sia morto per me e per te.
In colui che è morto per me ripongo la mia fiducia, dice Paolo. E dicendo questo vuole che anche tu riponga la tua fiducia in colui che è morto per te.

4. Nell’ultima frase Paolo ritorna al punto centrale, quello che sta discutendo con i Galati sulla base dell’esempio di ciò che è accaduto con Pietro ad Antiochia: «Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente».
Cristo è morto per me, ha appena detto Paolo. È questo sufficiente per la mia salvezza? Il fatto che Cristo è morto per te è sufficiente per la tua salvezza?
Se non fosse sufficiente, dice Paolo, se ci volessero ancora le opere della legge, se la morte di Cristo non bastasse, ciò vorrebbe dire che Cristo è morto inutilmente.
Se alla croce io devo ancora aggiungere le mie opere, allora la morte di Cristo non basta. È una delle affermazioni più sintetiche dell’apostolo Paolo riguardo alla conseguenza del rifiuto della “dottrina” della giustificazione per fede: se la croce non basta, la morte di Cristo è stata inutile.
Non ci sono vie di mezzo: o la mia salvezza dipende da me oppure dipende da Cristo. Una terza via non c’è. O Dio ha fatto tutto, oppure, se ciò che Dio ha fatto in Cristo non basta, è come se non avesse fatto nulla, perché, di fatto, non basta.
Paolo ritorna al punto centrale che era appunto la giustificazione per fede e dunque la libertà. Se Dio ha fatto tutto per la mia salvezza, sono libero. Se Dio non ha fatto tutto per la mia salvezza non sono libero, sono prigioniero della necessità di salvarmi con le mie opere.
Se invece Dio ha fatto tutto, sono libero. Libero prima di tutto di riconoscere la mia colpa, di farci i conti e di elaborarla. Se invece devo salvarmi da solo, rischio di rimuovere la mia colpa e di pensare di poterla cancellare con qualche buona opera.
Ma se è la grazia di Dio che mi salva, la mia colpa non mi schiaccia più e posso quindi innanzitutto portarla davanti a Dio senza paura, e poi posso affrontarla e cercare di elaborarla chiedendo perdono non solo a Dio ma anche a chi ho fatto del male.
Ecco qui dunque il centro dell’evangelo così come ce lo presenta l’apostolo Paolo: l’evangelo della grazia, l'evangelo della libertà, l'evangelo della fiducia nel Dio che ha fatto tutto per la nostra salvezza, ovvero per darci una vita nuova, in cui siamo ogni giorno messi davanti alla nostra colpa e al nostro perdono, alla condanna da un lato e alla grazia dall’altro.
Nella certezza che la grazia è più forte della colpa e quindi anche della condanna e che così Dio ci grazia, appunto, e ci offre ogni giorno una nuova possibilità di vita nella libertà e nell’obbedienza.
Il Signore ci dia di ricevere questo evangelo con riconoscenza e con gioia.


lunedì 6 agosto 2018

Predicazione di Domenica 5 agosto 2018 su Isaia 61,1-12 a cura di Marco Gisola

Isaia 62, 1-12

Per amor di Sion io non tacerò, per amor di Gerusalemme io non mi darò posa,
finché la sua giustizia non spunti come l’aurora, la sua salvezza come una fiaccola fiammeggiante.
Allora le nazioni vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria;
sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore pronunzierà;
sarai una splendida corona in mano al Signore, un turbante regale nel palmo del tuo Dio.
Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione,
ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata;
poiché il Signore si compiacerà in te, la tua terra avrà uno sposo.
Come un giovane sposa una vergine, così i tuoi figli sposeranno te;
come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio.
Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del Signore, non abbiate riposo, non date riposo a lui,
finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra.
Il Signore l’ha giurato per la sua destra e per il suo braccio potente:
«Io non darò mai più il tuo frumento per cibo ai tuoi nemici; i figli dello straniero non berranno più il tuo vino, frutto delle tue fatiche; ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il Signore; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario».
Passate, passate per le porte! Preparate la via per il popolo!
Aggiustate, aggiustate la strada, toglietene le pietre, alzate una bandiera davanti ai popoli!
Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.



La Bibbia ci racconta la storia della giustizia e dell’amore di Dio e spesso sono proprio i profeti a raccontarci questa storia nel modo più appassionato. Appassionato e, per noi – almeno per me – complicato; complicato per due ragioni: primo, perché le parole dei profeti si intrecciano strettamente con i fatti storici, con ciò che sta accadendo nel popolo di Israele e al popolo di Israele e che coinvolge anche altre popolazioni vicine.
Secondo, perché il loro linguaggio è spesso poetico, quindi difficile, pieno di immagini che solo gli studiosi del testo ebraico ci sanno sviscerare. Oltre a ciò, ci complica la lettura di questo lungo libro profetico il fatto che probabilmente il libro di Isaia è frutto dell’unione di testi di epoche e autori diversi che qualcuno ha messo insieme.
La prima parte del libro è la più antica, mentre la seconda, quella che ci interessa oggi, è riferita al periodo dell’esilio in babilonia e del ritorno dall'esilio.
Che cosa era successo? Per capire il profeta, dicevamo, bisogna dare un’occhiata ai fatti storici a cui si riferisce. Domenica scorsa avete ascoltato un brano del profeta Geremia, che è il profeta a cui è toccato il difficile compito di annunciare agli Israeliti l’esilio in Babilonia; siamo nel sesto secolo a.C. e l’esilio durerà circa cinquant’anni.
La seconda parte del libro di Isaia – quello che gli studiosi chiamano il secondo Isaia o, chi lo divide in tre parti, il terzo Isaia - è invece quella in cui il profeta annuncia il ritorno dall’esilio.
I babilonesi erano stati sconfitti dai persiani; il re persiano, Ciro, permette agli esiliati di tornare a casa. La parte finale del libro di Isaia è rivolta non più agli esiliati, ma a coloro che erano già tornati. Siamo dunque di nuovo in terra di Israele.
E se l’annuncio del ritorno a casa era stata un gran festa e il viaggio era stato un viaggio carico di speranze, l’arrivo in Palestina aveva provocato grosse delusioni: altre persone abitavano le loro case e coltivavano i loro campi. I babilonesi avevano deportato parte della popolazione ma avevano portato altre persone in Israele che si erano anche mescolati con gli ebrei che erano rimasti.
Insomma, le cose non erano come se le aspettavano, le case erano occupate, le terre erano coltivate da quelli che nei cinquant’anni di esilio avevano abitato la loro terra.
Ecco allora che nascono i dubbi e la rabbia, anche contro Dio: Dio ci ha salvati soltanto a metà, ci ha fatti tornare a casa, ma casa nostra non è più nostra… ci tocca lavorare come servi degli stranieri che occupano le nostre terre….
Il profeta – al cap. 59 – deve rassicurare gli ebrei: «la mano del Signore non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire».
Ed è sempre il profeta a pronunciare quelle parole famose che Gesù riprenderà nella sinagoga di Nazaret:
Lo Spirito del Signore, di DIO, è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l'apertura del carcere ai prigionieri. (Isaia 61,1)
Nel capitolo che abbiamo letto oggi riprende l’annuncio di salvezza, in cui emerge tutta la passione di Dio per il suo popolo e non a caso una delle immagini utilizzate è quella del matrimonio: «come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio» (v. 5).
La salvezza è imminente e il profeta è chiamato a annunciarla. Possiamo dividere questo annuncio in tre parti:


1. La promessa
la prima parte la intitolerei: la promessa: «Per amore di Sion, io non tacerò»: il profeta parla, annuncia. E che cosa dice? Che cosa annuncia?
«le nazioni vedranno…. Sarai chiamata con un nome nuovo… sarai una splendida corona… non sarai più chiamata abbandonata… la tua terra avrà uno sposo...» Tutti verbi al futuro.
Il profeta dice e annuncia quello che Dio farà, quello che Dio ha promesso di fare. Non che Dio non abbia fatto ancora nulla: Dio ha già riportato gli esiliati a casa, ma c’è ancora qualcosa da fare e Dio lo farà.
Dio farà ancora cose nuove, lo promette: la novità è espressa dal cambiamento di nome, che non è un mero cambiamento di nome, ma di identità:
«Non sarai chiamata più Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione, ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata; (v. 4)
il tema centrale è quello dell’abbandono: gli Israeliti si sentivano abbandonati da un Dio che li aveva riportati in patria dove però non avevano trovato quello che si attendevano. La domanda era naturale: forse che Dio ci ha abbandonati?
Quante volte ci facciamo questa domanda? Quante volte persone che vivono tragedie inenarrabili si fanno o ci fanno questa domanda! Ma Dio ci ha abbandonato?
E questa domanda percorre anche la Bibbia, che non tace questa domanda, non la soffoca, perché è umana e in molte situazioni davvero drammatiche e inspiegabili è più che legittima. La risposta del profeta – o meglio: la risposta di Dio! - però è chiara: No, Dio non ha abbandonato il suo popolo, Dio non ti abbandona.
La sua promessa non viene meno: «non sarai più chiamata abbandonata». Anche se la promessa non è ancora pienamente compiuta, Dio è lì, non abbandona Israele.
Questo vale anche per noi: se anche oggi stai vivendo un dolore o un lutto, stai soffrendo la malattia o la solitudine, oggi non sei abbandonato.
La metafora del matrimonio mi sembra molto efficace: chi di voi è sposato o lo è stato sa che dal momento in cui si è deciso di sposarsi le cose non sono più state le stesse. E non parlo di preparativi, di feste o bomboniere…
Ma tu nel momento in cui hai preso questa decisione non sei più lo stesso, sei già proiettato in quella dimensione che vivi con particolare gioia (e magari anche ansia…)
Lo stesso vale per Israele: le cose vanno ancora male, ma deve sapere che già ora non è abbandonata.
E il compito del profeta è di dirglielo che non è abbandonata, anche se sta tribolando, anche se sta soffrendo, anche se si sente abbandonata, deve sapere che non lo è, non è abbandonata.
Compito del profeta, compito del cristiano è di annunciare a chi si sente abbandonato che non lo è.


2. La preghiera
Il secondo punto è la preghiera. Le sentinelle di cui parlano i vv. 6-7 non hanno il compito di annunciare al popolo la salvezza, ma di rivolgersi a Dio e sollecitarlo affinché venga presto:
«Sulle tue mura, Gerusalemme, io ho posto delle sentinelle; non taceranno mai, né giorno né notte.
Voi che destate il ricordo del SIGNORE, non abbiate riposo, non date riposo a lui, finché egli non abbia ristabilito Gerusalemme, finché non abbia fatto di lei la lode di tutta la terra
».
Non devono dare riposo a Dio finché non abbia ristabilito Gerusalemme! Un modo per noi inconsueto di parlare della preghiera.
Ma anche un modo molto istruttivo: che cosa devono chiedere le sentinelle a Dio nella loro preghiera, nel loro dialogo con lui? Devono chiedergli quello che egli ha promesso. È famosa quella affermazione di Bonhoeffer, che cito a memoria e suona più o meno così: Dio non esaudisce tutte le nostre richieste, ma adempie tutte le sue promesse.
A Dio possiamo chiedere tutto, possiamo affidargli nella preghiera tutte le nostre necessità, confidargli tutte le nostre paure, fargli tutte le nostre domande, possiamo anche condividere con lui la nostra rabbia, persino quella nei suoi confronti.
Ma oltre a ciò che noi desideriamo dirgli o chiedergli, questo brano ci ricorda che cosa non possiamo non chiedergli nel nostro dialogo con lui: di adempiere le sue promesse.
E perché dovremmo chiederglielo se lo ha già promesso? Appunto perché è un dialogo e il dialogo va molto oltre quello di cui c’è bisogno, il dialogo esprime una relazione.
Per questo la Scrittura ci insegna oggi a chiedere a Dio di compiere le sue promesse. Non è un atto di sfiducia, al contrario, è un atto di fiducia nel Dio che può e vuole compiere le sue promesse. E proprio perché Dio può e vuole, noi glielo chiediamo.


3. L‘annuncio
Il terzo punto lo chiamerei l’annuncio: il brano si conclude con l’annuncio vero e proprio, che in fondo ribadisce la promessa:
«Ecco, il Signore proclama fino agli estremi confini della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco la tua salvezza giunge; ecco egli ha con sé il suo salario, la sua retribuzione lo precede”». Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata.»
Finalmente la salvezza arriva, la metafora dello sposo lascia posto a quella del re trionfante. Bisogna fare strada al re che ha liberato il suo popolo e accoglierlo in gloria.
E di nuovo viene ribadito il cambio di nome e quindi di identità: «Quelli saranno chiamati Popolo santo, Redenti del Signore, e tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata»
«Popolo santo», esprime l’elezione di Dio: Dio ha scelto Israele e non lo ha ripudiato. L’esilio – lo diceva Geremia – era anche conseguenza dell’infedeltà di Israele, ma l’esilio non è stato il ripudio di Israele. Dio è sempre il Dio di Israele e Israele è sempre il suo popolo, anche in esilio.
«Redenti» esprime l’idea del riscatto, che percorre tutta la Bibbia, dall’Antico al Nuovo Testamento: Dio riscatta il suo popolo, in Cristo Dio riscatta l’umanità; Dio riscatta, ovvero libera, spezza le catene. Dio paga un prezzo per riscattare, e questo prezzo esprime il suo amore per i riscattati.
Gerusalemme sarà chiamata «Ricercata, Città non abbandonata»; una bellissima immagine. Per riscattarti Dio ti viene a cercare. Ricercata è il contrario di abbandonata. Essere abbandonati significa che nessuno ci vuole, essere cercati significa che qualcuno ci vuole. Questo qualcuno è Dio, che è venuto a cercarci, che viene a cercarci per liberarci, per riscattarci.
Questo è anche il nostro nome. Anche tu ti chiami “ricercato”. Non nel senso dei western americani, dove il ricercato deve finire in galera. Qui il ricercato deve finire tra le braccia di Dio, di quel Dio
- che ti promette la liberazione, e te lo viene a dire attraverso la sua Parola;
- che ti insegna a chiederla nella tua preghiera, perché ne abbiamo bisogno ed è giusto chiedere a Dio la liberazione di cui abbiamo bisogno e che egli ci ha promesso;
- che viene a cercarti per darti la sua libertà e mostrarti che non sei abbandonato/a ma ricercato/a, e che questo è anche il tuo nome.
Possa questa consapevolezza di essere riscattati e ricercati da Dio nutrire la nostra fede e la nostra preghiera.