lunedì 28 ottobre 2019

Predicazione di domenica 27 ottobre 2019 su Matteo 14,22-33 a cura del predicatore locale Giuseppe Sgroi

Matteo 14,22-33
22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo. 24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua». 29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca lo adorarono, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»


Tu sei veramente il Figlio di Dio
Questa è la frase che era alla base del credo della chiesa delle origini…. e chiaramente anche della chiesa di oggi.
Ma proprio nell’oggi che viviamo, questo tipo di confessione di fede non è facilmente comprensibile da tutti e quindi anche la sua accettazione crea, alcune volte dei problemi, per differenti ragioni che però appaiono logicamente valide
Un giorno un uomo si reca dal suo barbiere come tutti i mesi. I due uomini si conoscono da molto tempo. Durante il lavoro del barbiere, l’uomo che aveva con sé una bibbia, leggeva. Il barbiere non gli disse nulla, lo lasciò nella sua lettura e continuò il suo lavoro. Una volta finito, l’uomo pagò come sempre; a quel momento, il barbiere gli disse: “ho visto che mentre io ti tagliavo i capelli, tu leggevi la bibbia; beh volevo dirti che io non credo e non potrò mai credere ad un dio e nemmeno al Dio biblico. Si perché – continuò il barbiere – se Dio esistesse veramente, allora il male che vediamo tutti i giorni nel mondo non esisterebbe, né le malattie, né le guerre, né la cattiveria, né la morte né il dolore.
No! Dio non esiste!
L’uomo non seppe rispondere a questa posizione così chiara, franca, netta; lo salutò e si avviò verso l’uscita. Uscendo però, sul marciapiede davanti la porta d’ingresso al salone del barbiere, c’era un ragazzo, uno di quelli girovaghi e un po’ barboni, con una chitarra e un piattino per raccogliere gli spiccioli; aveva i capelli lunghi, barba lunga e incolta.
L’uomo si fermò un istante e poi chiese al ragazzo di entrare con lui nel salone del barbiere, solo alcuni istanti.
Stranamente il ragazzo accettò e così entrarono. A quel punto l’uomo disse al barbiere: “sai amico mio, i barbieri non esistono!” La risposta del barbiere fu attonita ma anche secca: “Impossibile, i barbieri esistono, io sono un barbiere e sono qui in carne e ossa e tu sei nel mio salone”.
No” – rispose l’uomo – “il fatto che tu sia qui e che questo sia un salone da barbiere, non vuole assolutamente dire che i barbieri esistano. No! I barbieri non esistono, perché se esistessero non ci sarebbero delle persone come questo giovane con i capelli lunghi e la barba incolta”
A quel punto il barbiere rispose: “questo non vuol dire che i barbieri non esistano ma semplicemente, sono le persone come questo ragazzo che non vengono da noi.
Ecco” - rispose l’uomo – “per quanto riguarda Dio è la stessa cosa: non è Lui che non esiste ma sono gli uomini che non si rivolgono a Lui”!
Questa storiella semplifica molto e se si vuole, banalizza certe domande aperte, pensieri, argomenti seri che riguardano Dio e la sfera del divino.
Ma la frase “Tu sei veramente il Figlio di Dio” ritorna indirettamente in questo discorso.
Esattamente come ritorna la questione dell’esistenza di Dio tout court.
È anche vero che molte persone (anche se non si può generalizzare ovviamente), nominano Dio solo nei momenti di difficoltà peggiori. Viene nominato solo quando il fragore della tempesta della vita è veramente forte, quando le avversità sono significative, quando le ondate arrivano ad inondare la vita, ad affondare l’esistenza.
Nella maggior parte dei casi quindi, Dio è il tappabuchi dell’esistenza umana.
Spesso dunque, le persone, uomini e donne, credenti compresi, noi ci si ritrova quasi come il racconto dei discepoli nella loro navicella.
Occorre dire che i vangeli e generalmente tutti gli scritti neotestamentari, erano indirizzati a dei lettori cristiani e quindi la chiesa nel suo complesso, era la destinataria verso la quale anche questo vangelo era inizialmente indirizzato.
Infatti, in questo testo la barca è stata individuata, durante tutta la storia del cristianesimo, alcune volte come il simbolo della chiesa, della sua vita e delle sue difficoltà, altre volte come simbolo della vita spirituale dell’uomo, della donna, dell’umanità insomma.
Leggendo questo racconto che si trova anche nell’evangelo di Marco, anche se con accenti differenti, non è la prima volta che i discepoli si ritrovano in mezzo ad una tempesta; già al capitolo 8 di questo stesso Vangelo è raccontato dei discepoli sulla loro navicella, nella loro piccola barca sballottati dalle onde e dai venti e il Maestro con loro ma dormiente; nel testo odierno invece, il Maestro è assente.
In ambedue i casi, Gesù era inattivo. Non faceva nulla oppure non era con loro.
In questo passaggio, Gesù dice ai suoi discepoli, di passare all’altra riva; Lui personalmente avrebbe congedato le folle, in modo da poter riservare un piccolo spazio tutto per sé, per salire sul monte e pregare in disparte.
Un’immagine molto romantica se si vuole, qualcuno potrebbe dire spirituale, io direi importante in quanto la sua assenza e la sua riapparizione in maniera sbalorditiva, è di fatto l’obiettivo di questo racconto.
È proprio nell’assenza che i discepoli sperimentano il bisogno e nel suo ritorno sulla scena, con la sua voce rassicurante, che possono realizzare le proprie speranze.
Ed è proprio ciò che i discepoli avrebbero dovuto provare, ma il racconto ci dice che non andò esattamente così
Al capitolo 8 la scena è simile: anche in quel caso viene raccontato che c’è una forte tempesta; nel testo greco quando si trova la parola tradotta con “tempesta” è invece “sisma”. Tempesta e sisma, terremoto divengono sinonimi d’avversità. I nostri concittadini del centro Italia ne sanno qualcosa in proposito.
Questo terremoto arriva quando nessuno ci pensa, quando le vite scorrono felicemente o se non vogliamo esagerare, scorrono tranquillamente.
Ed ecco, ad un bel momento, quando non né attesa né prevista, la tempesta arriva, le onde sono forti, un terremoto che distrugge tutto ciò che c’è intorno a noi, e in noi anche. E allora, si cerca di reagire, di resistere alle ondate impetuose, ai venti contrari, ai terremoti dell’anima. Ed è esattamente la stessa cosa che i discepoli stavano cercando di fare in quei momenti dove tutto appariva compromesso.
E quando il Maestro appare, per loro non è che un fantasma, si un fantasma.
Invece di essere contenti di vederlo, al contrario, ebbero paura, un’ulteriore paura, sommata alla paura della tempesta: lo vedevano camminare sulla acque, sulle onde che non lo affondavano…. “non è possibile, è sicuramente un fantasma! Non può essere Lui! No! ”
Non serve a nulla sentire la sua voce familiare che li rassicura: “non abbiate paura, sono io”
Sono io” dice Gesù messo in evidenza come l’“Io Sono” dei testi veterotestamentari, del tetragramma ebraico del nome divino, sinonimo dunque di potenza e di forza.
La risposta di Pietro è altrettanto sbalorditiva: “Signore se sei tu, allora ordinami di camminare sulle acque e di venire verso di te come se niente fosse, come se le onde non esistessero. Perché se tu me lo dici allora vuol dire che ciò è veramente possibile, perché mi ricordo di te, quando hai calmato i venti e le acque quando noi ti abbiamo svegliato durante la tempesta nel mentre che tu dormivi. Quindi se tu me lo dici allora vuol dire che posso farlo!”. Questo è ciò che Pietro richiede.
Quante volte abbiamo sentito e sentiamo richieste dello stesso tenore, non importa se a farle siano dei credenti oppure no.
Quante volte l’evidenza è trasformata in un fantasma dagli occhi e anche dalla volontà di non voler vedere la realtà.
Quante volte questa realtà è dura da guardare in tutto il suo peso.
Quante volte questo peso fa sì che richiediamo delle prove di fede estreme.
Come abbiamo detto, secondo molti commentatori, soprattutto cattolici, la barca è il simbolo della chiesa, una chiesa che è sballottata.
Si, se pensiamo a tutti quei posti del mondo dove i cristiani vivono delle difficoltà reali, delle limitazioni alla propria libertà di celebrare il proprio culto, si! È così. La navicella è la chiesa.
Oppure laddove la chiesa ha una voce molto flebile nella denuncia delle ingiustizie umane, si! Questa piccola barca è la chiesa.
O ancora, laddove nelle situazioni opposte, si ritrova d’accordo con il governo del proprio paese che intende o addirittura costruisce muri di filo spinato, e non importa se ciò blocca il passaggio di disperati, così come accade in Ungheria, dove delle personalità ecclesiastiche di alto rilievo, si dicono d’accordo con la politica di chiusura del proprio governo, si! Anche in questo caso quella navicella è la chiesa!
E allora questa chiesa, come la navicella, è sbattuta dai venti contrari ai quali non è capace d’opporsi e il Maestro non appare che come un fantasma e la sua voce non è più riconosciuta.
Gesù disse: “non abbiate paura sono io”! E ancora oggi questo messaggio è reale, come se Gesù ancora oggi ci dicesse di persona: “state tranquilli, fratelli e sorelle, amici miei, le mie braccia sono aperte, le mie mani sono pronte ad aiutarvi. Stai tranquilla cara chiesa, perché laddove ci sono coloro che lavorano per il proprio prossimo, io sono lì con loro con le mie mani sempre operanti e le mie braccia accoglienti”.
Ma ritornando al nostro racconto, c’è Pietro. È sempre il primo a parlare, esprime spesso ciò che gli altri non sanno esprimere o forse è solo la sua impulsività che lo fa parlare.
Il dubbio di Pietro è chiaramente espresso nella frase “se sei tu”…. Si perché è difficile, nel bel mezzo della tempesta, del terremoto, di riconoscere il Maestro o come abbiamo detto, la sua voce; perché il dubbio è molto forte…. “e se non fosse lui? E se si trattasse veramente di un fantasma”?
E allora questo “se sei tu” diventa l’inizio, l’introduzione ad una relazione, un dubbio che non si risolve ma che prospetta una soluzione nell’invito di Gesù “vieni”!
Vieni perché sono qui, vieni perché sono pronto ad aiutarti, vieni perché stai ascoltando la mia voce rassicurante, vieni perché sono io che te lo dico”.
Non sono quindi le acque calme o agitate che possono fare la differenza. E in effetti, Pietro era illogico nelle sue paure; non è possibile per un essere umano di camminare sulle delle acque calme come sul mare agitato, e quindi questo “se sei tu” può essere compreso solo in un quadro di fede dove l’anima da un lato domanda per risolvere i propri problemi e dall’altro lato, accoglie la soluzione proposta dal Maestro che ritroviamo nell’invito “vieni”!
Pietro individualmente quindi, presenta questa fede che, abbandonando la comodità terrestre della navicella, va all’incontro di Gesù, Pietro cammina sull’acqua – impresa ardita – ma basata sulla parola di Gesù: “vieni”!
Non ci sono appoggi, non c’è alcuna possibilità di camminare, l’uomo in quanto tale affonda per il fatto stesso di trovarsi in una simile situazione e posizione.
D’altronde la tempesta non cambia nulla: chi affonda, affonda sia che l’acqua sia calma, sia che l’acqua sia agitata, sia nella bella giornata come nella tempesta.
Dunque niente lo può sostenere sulle acque, salvo che la parola di Gesù: “vieni”!
E anche se per la forza di questa parola Pietro fa una cosa eccezionale, cammina sull’acqua, le circostanze gli fanno perdere di vista quello che è lo scopo. Allora affonda, la parola “vieni”, diventa nuovamente una parola lontana. Ed ecco il grido: “Signore salvami!”.
Gesù, il Maestro, quello al quale ha chiesto la salvezza, ritorna al centro ma ancora una volta come tappabuchi.
Bonhoeffer in una delle sue lettere scritte dal carcere disse:
mi piacerebbe parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nella debolezza ma nella forza, non in relazione alla morte e al dolore ma nella vita e nel benessere dell’uomo”.
Molte volte si parla di Dio in relazione allo sconforto, alla tristezza, alle difficoltà, come la soluzione di ogni problema; ma altrettanto spesso coloro che ci ascoltano, sono toccati da questi problemi; non è facile per costoro credere esattamente come il barbiere della nostra storiella.
Forse occorrerebbe parlare di Dio non come la soluzione dei problemi ma come la base della gioia; non come l’obbligo di cambiamento ma come la possibilità di un cambiamento, un cambiamento che ci porta una soluzione il cui risultato è una condizione di benessere intimo.
Gesù è là e tende la mano a Pietro, un uomo di poca fede; poca fede non significa senza fede, ma significa avere una fede che non è cresciuta molto o non molto se si vuole, una fede paralizzata. Questa era la condizione dei cristiani della seconda o terza generazione ai quali questo evangelo era inizialmente indirizzato.
Ma forse, questa è la condizione di una parte dei cristiani di oggi.
Gesù è là e ci tende la mano; anche se siamo uomini e donne di poca fede, o chiesa sballottolata, o credenti con poche forze, Lui sale con noi nella nostra navicella, sul piccolo battello della nostra vita, sulla barca della nostra esistenza e, per la gioia e il piacere d’averlo con noi nella nostra vita, la tempesta si calma, il terremoto, i venti e le onde, anche se continuano a creare subbuglio, per noi è come se cessassero.
Allora non abbiamo più paura di andare verso ciò che è sconosciuto, uscendo fuori dalla nostra barca, dal perimetro della nostra esistenza, andando verso l’altro, verso i nostri fratelli e sorelle, il nostro prossimo, perché Gesù è lì, con le mani aperte e braccia accoglienti.
Allora, in questo modo, noi potremo dire ancora una volta: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!” Amen

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