giovedì 21 maggio 2009

ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE

Ascensione

articolo
di Giorgio Tourn

"Voi moriste e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio"
Colossesi 3:2

La festa dell’ascensione è quella che più di ogni altra esprime la fede dei cristiani riformati, o dovrebbe essere tale perché è quella che traduce in forma simbolica la dottrina che ha qualificato la loro identità confessionale: la predestinazione. Che dice infatti questa dottrina così controversa e mal conosciuta della fede cristiana che i cristiani oggi considerano un elemento estraneo alla loro fede stessa? Semplicemente ciò che scrive l’apostolo: siete con Cristo in Dio.
Espressione che egli intende naturalmente in senso non letterale perché fino a nuovo ordine i cristiani a cui scriveva e noi che oggi leggiamo non siamo in Dio ma in terra. In senso figurato egli intendeva dire che la nostra realtà esistenziale, la nostra identità il senso della nostra vita e, volendo usare un linguaggio che e molti cristiani risvegliati usano, la nostra salvezza è già con Cristo senza che abbiamo a farcene carico o problema.
Abitualmente la comunione con Dio, la salvezza è vista come il compimento la realizzazione finale ultima e viene proiettata nel tempo futuro, oltre la morte oltre il giudizio e la risurrezione di cui parla il Credo. Non sembra invece essere questo il punto di vista dell’apostolo, quello da cui prende le mosse per le sue esortazioni, non usa infatti il futuro ma il presente, non "sarete" ma "siete".
Potrebbe trattarsi di un accorgimento retorico di un linguaggio figurato, come si fa abitualmente con l’espressione: "per modo di dire"; vi sono però nel Nuovo Testamento altri passi in cui gli apostoli esprimono pensieri analoghi. Basterà ricordare il drammatico colloquio di Gesù con la sorella di Lazzaro narrato da Giovanni nel suo evangelo al cap. 11. Marta proietta la sua fiducia in Gesù oltre la risurrezione finale ma Gesù le risponde "chi crede in me anche se muore vivrà", il che significa non può morire, è collocato al di fuori, oltre la morte.
Oltre la morte significa oltre il giudizio, per questo egli aggiunge: "chi crede e vive in me non morirà", affermazione insostenibile se presa alla lettera perché noi si muore, credenti e non credenti, ma nel senso in cui l’intende Gesù significa che la tua realtà umana, la tua identità è già ora buttata oltre l’ostacolo della morte.

Se la mia vita è con Cristo questo significa che la mia identità è collocata attualmente in Dio. Come essere umano sono ciò che egli è stato in vita, non ho da cercare una identità, da costruirla, da inventare, non ho da inventare me stesso ma lasciarmi vivere, lasciarmi essere quello che sono in Cristo.

L’avvenimento così come viene narrato nel libro degli Atti è di difficile comprensione e quasi impossibile da accettare per noi nel XXI secolo. Questo salire al cielo era accettabile e comprensibile allora, nel tempo in cui l’idea che ci si faceva del mondo era quella di un grande condominio con i diavoli in cantina e gli angeli ai piani superiori e Dio all’ultimo (al settimo) con attico, noi uomini si stava al piano terra, sul piano della strada. In questa visione della realtà è facile, anzi del tutto normale, salire e scendere ma oggi che siamo in un universo dove non c’è sopra e sotto, dove il centro è ovunque e il confine forse non esiste, dove va Gesù? In un cielo che non esiste, così come lo pensavano allora.

E' dunque evidente che il racconto di Luca va interpretato, bisogna cioè mettere in chiaro il suo messaggio senza lasciarsi bloccare dal modo di esprimersi, cogliere il contenuto senza lasciarsi condizionare dalla forma.
L’Ascensione fornisce spiegazione a due problemi fondamentali della fede cristiana: il mistero di Gesù Cristo e il senso della vita.
Cosa viene detto riguardo a Cristo? Se anche qui, come in tutta la Scrittura, la parola "cielo" non sta ad indicare un luogo fisico ma equivale a dire Dio, dicendo che Gesù è asceso al cielo significa semplicemente dire che è con Dio, si colloca nella realtà e nella dimensione di Dio.
Se si accetta l’idea dell’incarnazione, cioè della presenza dell’assoluto di Dio nella vita dell’uomo Gesù si comprende che nella logica del messaggio evangelico compiuta la sua missione si chiuda la parentesi della rivelazione e tutto torni a Dio da cui tutto ha preso le mosse.
Nulla di eccezionale, stando naturalmente nel quadro della teologia cristiana, fuori di questa il collegare Gesù a Dio o addirittura parlare di Dio è privo di senso.

Ma qui sorge il primo interrogativo. Tutto torna come prima della sua nascita o è accaduto qualcosa di diverso che ha modificato la storia? Strumento della rivelazione divina, della comunicazione di Dio all’uomo, Gesù come il profeta Elia, compiuta la sua missione, viene rapito in cielo. Qualcosa di analogo a ciò che la religione islamica afferma riguardo a Maometto; scritto il Corano, l’insieme della norma della verità divina, il profeta chiude la sua missione.
Non è questo invece l’impianto del discorso cristiano perché nella predicazione apostolica non è in gioco unicamente la parola del maestro Gesù, il suo discorso, ma la sua umanità. Si tratta non solo di un profeta, di un maestro ma della presenza di Dio nell’uomo Gesù; l’ascensione rimanda a Natale, l’uomo che è nato quel giorno da Maria è assunto nel mondo di Dio.
E' il Gesù della storia quello che ha vissuto con i suoi discepoli 40 giorni (il 40 simbolico del tempo compiuto, il tempo di Dio).
Normalmente si pensa che a costituire il punto di maggior difficoltà nel cristianesimo sia la divinità di Gesù: figlio di Dio, Parola preesistente, seconda persona della Trinità, tutti concetti che danno le vertigini, entrare in quell’ordine di idee è come darsi alle scalate di sesto grado superiore, il Cerro Torre in invernale. Mentre invece sull’uomo Gesù non ci può essere problema alcuno: si tratta di un uomo che ha vissuto la sua religione con convinzione che non faceva niente di male, anzi del bene, e che poi in finale è stato eliminato secondo le logiche della storia da coloro che allora detenevano il potere.

In realtà a far problema è l’umanità di Cristo. Se incarnazione del divino è anche incarnazione o piena espressione dell’uomo, l’ascensione, oltre ad essere la realizzazione finale dell’incarnazione, la chiusura del cerchio è anche l’inizio di un altra realtà, segna l’inizio di un nuovo percorso, significa cioè che l’uomo ha raggiunto il divino; che il contingente è stato assunto dall’assoluto e che l’uomo è situato in Dio, anzi è veramente tale nella sua pienezza e nella sua autenticità solo quando, e nella misura in cui, è con Dio, è collocato nel mondo di Dio, realizza il suo cammino di esistenza nella realtà divina.
E qui si potrebbe aprire una parentesi e fare una riflessione non marginale ma strutturale riguardo alla fede cristiana e domandarci perché l’ascensione ha luogo dopo la morte e più ancora dopo una morte come quella della croce? Non avrebbe potuto aver luogo prima? Non potrebbe questa entrata nel mondo di Dio, questa salita al divino, essere il risultato di una purificazione della vita, un affinarsi dell’anima, una ascesi appunto come insegna tanta parte della spiritualità umana? Perché deve essere l’uomo Gesù al termine dell’esistenza storica, ivi compresa la morte, oggetto dell’ascensione?

Se non proprio per esplicitare il fatto che ad essere situata nell’Assoluto è la condizione umana nella sua globalità, cioè l’umano non il divino nell’uomo, ad essere caricato di senso è il reale non il perfettibile, l’esistente non l’immagine.
Letta con l’occhio dell’uomo religioso l’ascensione è o potrebbe essere l’immagine della ascesa dell’uomo all’Assoluto di Dio, come lo era nell’Antico Testamento l’ascensione di Elia nel suo carro di fuoco. Letta in chiave di fede cristiana è invece la negazione di ogni ascesa, salita, mistica; non si va verso Dio, verso l’Alto e tanto meno quando si crede di trovare l’Alto nel profondo della propria anima, scendendo nelle profondità dell’io. Non c’è da andare da nessuna parte, secondo Paolo si deve stare tranquilli dove si è, dove la vita (o Dio se guardi le cose dal punto di vista della fede) ti ha posto.
Giustamente il testo non usa la parola greca bios ma zoè, la vita non la sopravvivenza, dalla sua bios l’uomo non può trarre altro che la biologia, il biologico, ma la vita nel senso pregnante dell’identità piena è altro, è quello che Gesù è stato per noi.


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