domenica 2 giugno 2019

Predicazione di giovedì 30 maggio 2019 - Ascensione di Gesù su 1 Re 8,22-30 a cura di Marco Gisola

22 Poi Salomone si pose davanti all'altare del SIGNORE, in presenza di tutta l'assemblea d'Israele, stese le mani verso il cielo, 23 e disse: «O SIGNORE, Dio d'Israele! Non c'è nessun dio che sia simile a te, né lassù in cielo, né quaggiù in terra! Tu mantieni il patto e la misericordia verso i tuoi servi che camminano in tua presenza con tutto il cuore. 24 Tu hai mantenuto la promessa che facesti al tuo servo Davide, mio padre; e ciò che dichiarasti con la tua bocca, la tua mano oggi adempie. 25 Ora, SIGNORE, Dio d'Israele, mantieni al tuo servo Davide, mio padre, la promessa che gli facesti, dicendo: Non ti mancherà mai qualcuno che sieda davanti a me sul trono d'Israele, purché i tuoi figli veglino sulla loro condotta e camminino in mia presenza, come tu hai camminato. 26 Ora, o Dio d'Israele, si avveri la parola che dicesti al tuo servo Davide, mio padre! 27 Ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; quanto meno questa casa che io ho costruita! 28 Tuttavia, o SIGNORE, Dio mio, abbi riguardo alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, ascolta il grido e la preghiera che oggi il tuo servo ti rivolge. 29 Siano i tuoi occhi aperti notte e giorno su questa casa, sul luogo di cui dicesti: Qui sarà il mio nome! Ascolta la preghiera che il tuo servo farà rivolto a questo luogo! 30 Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele quando pregheranno rivolti a questo luogo; ascoltali dal luogo della tua dimora nei cieli; ascolta e perdona!


Oggi ricordiamo l’ascensione di Gesù, ovvero la salita di Gesù al Padre. Gesù risorto se ne va, torna al Padre, i discepoli, dopo la grande gioia di averlo rivisto risorto dopo la sua morte, ora devono definitivamente salutarlo e imparare a cavarsela da soli. In realtà non proprio da soli, perché Dio a Pentecoste manderà il suo Spirito.
Oggi il lezionario ci propone un brano dell’AT, che quindi leggiamo in parallelo al racconto dell’ascensione. Si tratta di una parte della preghiera che il re Salomone rivolge a Dio dopo aver costruito il tempio di Gerusalemme.
Dio aveva chiesto che gli fosse costruita una casa. La voleva fare Davide, il padre di Salomone, ma Dio gli aveva detto che l’avrebbe costruita suo figlio. Ed ecco dunque che Salomone costruisce il tempio e in questo brano c’è una sorta di dedicazione del tempio a Dio.
Possiamo trovare un punto comune nei due racconti in una domanda: il racconto dell’ascensione vuole rispondere alla domanda: “dove è Gesù?” e il racconto che abbiamo letto nel primo libro dei Re vuole rispondere alla domanda: “dov’è Dio?”.
Partiamo dal racconto del libro dei Re: i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere, dice Salomone nella sua preghiera.
Salomone sa bene che Dio non è nel Tempio, da buon ebreo sa bene che Dio è il creatore che sta al di fuori della sua creazione, che è più grande e più alto di ogni creatura.
I cieli, come sapete, è il luogo per definizione irraggiungibile, lontano dalla vita degli esseri umani e di tutte le creature, ma se tutto l’AT ci dice che Dio è nei cieli, qui Salomone dice che Dio è oltre, è più grande persino dei cieli.
Dio è oltre, ma ha deciso di far abitare la sua gloria nel Tempio. Pochi versi prima, all’inizio di questo capitolo, quando i sacerdoti portano l’arca dell'alleanza dentro il tempio, nel luogo detto santissimo (o santo dei santi), viene raccontato che «la nuvola riempì la casa del Signore» (la nuvola come quella che aveva accompagnato Israele nel deserto) e poi viene detto che «la gloria del Signore riempiva la casa del Signore» (v. 10-11).
E quindi, sono quindi vere entrambe le cose: è vero che Dio è immensamente più grande del tempio e più grande di tutti i cieli, che non lo possono contenere; ed è anche vero che Dio ha scelto il tempio per farvi abitare la sua gloria, un luogo quaggiù sulla terra, dove il suo popolo possa recarsi per adorare e per pregare.
Ma Dio non diventa prigioniero di quel luogo, non è sempre lì, e non per forza. Detto in altre parole: Dio non è lì fermo in un luogo, a disposizione del popolo. Dio non diventa un oggetto chiuso in un luogo dove il popolo sa che può trovarlo, sempre e comunque. Potremmo anche dire: Dio non si lascia usare da Israele, non diventa il servo di Israele, ma rimane il Signore di Israele.
Il tempio, potremmo dire, è il luogo in cui Dio e Israele si incontrano, perché Dio viene verso Israele, Dio viene dal suo popolo e fa abitare la sua presenza - o la sua gloria – nel tempio.
E quando la presenza di Dio – a volte chiamata “nome”, a volte chiamata “gloria” - scende nel tempio? Quando l’arca dell’alleanza è stata messa nel tempio.
E che cosa c’è nell’arca dell’alleanza? Ci sono le tavole della legge di Mosè, ci sono le tavole del patto. Il culto che si farà nel tempio di Gerusalemme sarà un culto celebrato davanti alle tavole dell’alleanza.
Dunque non è tanto il tempio in sé ad essere sacro, luogo sacro, ma è il patto ad essere sacro. Tra l’altro, oggi possiamo dire che è proprio così perché l'ebraismo vive da 19 secoli e mezzo la sua fede senza più avere alcun Tempio; ma il patto rimane valido ed è il patto che tiene gli ebrei legati a Dio e tra di loro.
Il Tempio è uno strumento di cui Dio e il popolo si servono per “incontrarsi”. Lì il popolo si recherà per invocare Dio, il quale ascolterà le sue preghiere “dalla sua dimora nei cieli” (8,30). Dio non è quindi chiuso nel Tempio, ma rimane libero nei cieli. Il Tempio è il luogo dove Dio dà appuntamento al popolo.
Dunque: dov’è Dio? Dio è nei cieli, Dio è libero, non si lascia catturare, Dio è dove vuole essere, e nella sua libertà cerca noi, ci viene incontro, ci dà appuntamento. Al suo popolo ha dato appuntamento nel tempio, ma prima ancora gli ha dato appuntamento nel patto, nelle tavole della Torah.
E veniamo dunque alla seconda domanda: dov’è Gesù? Che cosa ci dice il racconto dell’Ascensione? Ci dice che Gesù sale, torna da dove è venuto, torna a Dio. Potremmo dire che l’ascensione è il compimento della incarnazione: Gesù è venuto da Dio, è nato, ha vissuto guarito e insegnato, è morto ed è risorto, ma la sua opera è completa, è compiuta solo quando torna al Padre.
Il Credo dice che Gesù ora siede alla destra del padre, il che significa che Gesù regna insieme al padre, che il regno di Dio è iniziato con la sua venuta ma non è finito con la sua partenza. Il regno non è compiuto ma è iniziato.
E Gesù regna, dal cielo, dalla destra del Padre, attraverso la sua parola e attraverso lo Spirito, che verrà dato ai discepoli dieci giorni dopo, a Pentecoste.
È un regno apparentemente debole, ma forte per chi confida in lui, perché è il regno della fiducia e della speranza, è il regno della misericordia e dell’amore. È un regno debole, perché si serve dei discepoli per essere annunciato e vissuto. Quei discepoli che se ne stanno lì con il naso per aria a guardare il cielo, stupiti e sconcertati.
Perché i discepoli avrebbero senz’altro preferito che Gesù rimanesse con loro e che risolvesse tutti i loro problemi. Invece no. Gesù se ne va e dice loro: io ho compiuto il mio compito, ora tocca a voi. E il vostro compito è quello di annunciare e vivere quel regno. Perché non è ancora il momento del regno nei cieli, ma è il momenti che il regno dei cieli venga predicato sulla terra.
Non occupatevi troppo del cielo, occupatevi piuttosto della terra, e di tutta la terra fino alle sue estremità. Dunque, finita la missione di Gesù, inizia la missione dei discepoli. La conseguenza pratica dell’ascensione di Gesù è quindi l’inizio dell’annuncio del regno da parte dei discepoli.
Un regno debole, se guardiamo ai discepoli che sono chiamati a annunziarlo e a viverlo, ma forte per chi confida nel fatto che Gesù regna dall’alto dei cieli, attraverso la sua Parola e il suo Spirito.

La preghiera di Salomone termina con la richiesta a Dio di tenere gli occhi aperti sul suo tempio e di ascoltare le preghiere che il popolo gli rivolgerà, rivolti verso quel luogo. Possiamo chiedere anche noi la stessa cosa al Signore:
Tieni gli occhi aperti sul tuo povero mondo e sulla tua povera chiesa, che ti incontra nella tua parola e nel tuo Spirito. E ascolta le preghiere che i tuoi discepoli e le tue discepole ti rivolgono nel nome di quel Gesù che è tornato a te e che regna, nella sua parola e nel suo Spirito.
Ascoltali dal luogo della tua dimora nei cieli, dove accanto a te c’è il tuo figlio, che è il nostro Signore e salvatore; ascolta e perdona!

domenica 5 maggio 2019

Predicazione di domenica 5 maggio 2019 su Giovanni 10 a cura di Marco Gisola

Giovanni 10,1-5.11-16.27-30

1 «In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell'ovile delle pecore, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. 3 A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. 4 Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei».
[…]
11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12 Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13 perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.
[…]
27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; 28 e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo uno».


Apparteniamo a Gesù come le pecore di un gregge appartengono al loro pastore. Questa è l’immagine che oggi ci viene offerta dall’evangelo di Giovanni.
Un’immagine antica, che nell’AT viene usata per parlare di Dio stesso, che è il pastore del Salmo 23 e che nel libro di Ezechiele dice che se i pastori del popolo non fanno bene il loro compito, lo farà lui stesso e lo farà con giustizia. «Io – dice Dio - cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, rafforzerò la malata» (Ez. 34,16)
Ora, dice Gesù, sono io questo pastore, questo buon pastore, ora è attraverso di me che Dio vi conduce a verdi pascoli e ad acque calme.
Nella nostra cultura, che mette l’autonomia individuale al centro, ci sono forse due aspetti di questa immagine che ci stanno un po’ stretti.
La prima è quella di essere pecore, di aver bisogno di essere accuditi, curati e soprattutto guidati. In effetti il messaggio evangelico è, in questo senso, molto poco moderno… L’evangelo ci dice proprio che non siamo così autonomi come ci illudiamo di essere; o meglio che ogni volta che ci affidiamo troppo alle nostre capacità, alla nostra autonomia di giudizio, rischiamo di fare grossi errori.
Un primo aspetto della fede è forse proprio questo: una confessione di umiltà, in cui riconosciamo e affermiamo di avere bisogno di una guida per non correre il rischio di cadere nell’egoismo e nella presunzione, quando ci affidiamo troppo alla nostra presunta autonomia, alle nostre ambizioni, ai nostri desideri.
Il primo passo della fede è proprio il riconoscere che non siamo autosufficienti, che abbiamo bisogno – per tornare alla metafora usata da Gesù – di un pastore, che è Gesù stesso.
Il secondo aspetto che mette in crisi il nostro concetto di autonomia è l’idea di appartenenza: “io sono mio” dice il ritornello dell'affermazione dell’autonomia individuale. L’evangelo invece ti dice: tu non sei tuo, sei di Gesù; non appartieni a te stesso, tu appartieni al tuo pastore.
Vi ho già citato molte volte – ma lo faccio di nuovo! - quella frase del catechismo di Heidelberg che alla sua prima domanda: «Qual’è la tua unica consolazione in vita e in morte?», risponde: «Che col corpo e con l’anima, in vita e in morte, non sono mio, ma appartengo al mio fedele Salvatore Gesù Cristo, che ha pagato pienamente per tutti i miei peccati […]».
Dietro queste parole c’è l’idea biblica del riscatto: non sono mio perché Gesù mi ha riscattato donando la sua vita per me. E qui Gesù dice che il pastore dà la sua vita per le sue pecore, cosa che normalmente un pastore non fa, perché se muore il pastore, le pecore rimangono senza pastore e si perdono…
Ma qui Gesù per un attimo "esagera" nella sua illustrazione dell’immagine del pastore e arriva a dire che l’amore del pastore per le sue pecore giunge fino al dare la propria vita per loro. È chiaro che Gesù qui si riferisce alla croce che lo attende. Sulla croce il buon pastore darà la sua vita per le sue pecore.
E proprio l’amore è l’interpretazione più corretta della metafora dell’appartenenza. Oggi purtroppo in molte relazioni la metafora dell’appartenenza spesso si trasforma in metafora del possesso: tutte le donne che vengono uccise nei cosiddetti femminicidi sono vittime di una relazione possessiva che però non ha più nulla dell’amore e dove rimane soltanto la volontà di possesso.
Ma, tornando al testo, c’è in esso anche una chiave di lettura dell’idea di appartenenza: ed è quella della conoscenza: il pastore conosce le sue pecore, le chiama per nome. Ciò significa che le conosce una ad una.
Un po’ come nei piccoli allevamenti, dove il piccolo allevatore conosce le sue pecore o le sue mucche una ad una, forse le ha viste nascere e ha dato loro un nome, a differenza degli allevamenti industriali dove gli animali non hanno nomi, ma al massimo hanno numeri.
Apparteniamo a Gesù, perché ci ha riscattati e perché ci conosce, ci conosce bene, conosce i nostri pregi e i nostri difetti, le nostre fragilità e le nostre colpe, ci conosce come a volte nemmeno noi stessi ci conosciamo, come dice il salmo 139.
Perché non solo la nostra vita biologica è un dono di Dio, ma anche la nuova vita nella fede è un dono di Dio in Cristo, che ci ha chiamati a far parte del gregge, della comunità dei discepoli e delle discepole.
Ci ha chiamati per nome, come ha fatto con Maria Maddalena, come abbiamo letto nell’evangelo di Pasqua (Giovanni 20,11-18), che ha riconosciuto Gesù risorto quando lui l’ha chiamata per nome.
Gesù chiama per nome anche noi. Questo significa che il gregge non annulla la nostra individualità, apparteniamo al gregge perché apparteniamo a Gesù e il gregge è composto da tutte le pecore che appartengono a Gesù. Apparteniamo prima a Gesù e poi al gregge. Ma apparteniamo anche al gregge, perché è il suo gregge. Ma su questo torniamo ancora tra poco.
La conoscenza – ci dice questo testo – è reciproca. «Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me», dice Gesù. Gesù conosce noi, ma anche noi conosciamo Gesù. Non lo conosciamo così bene come lui conosce noi, anzi, abbiamo sempre molti dubbi e domande su di lui, su Dio…
Ma le nostre umanissime e legittimissime domande non devono offuscare il fatto che noi conosciamo Gesù, perché egli si è fatto conoscere, in ciò che ha detto e in ciò che ha fatto. Si è fatto conoscere come colui che chiama, come colui che guarisce, come colui che libera, come colui che non giudica, ma anzi come colui che salva, e come colui che fa tutto questo perché ama, ci ama, ciascuno e ciascuna di noi, fino a dare la sua vita per noi.
Ci ama di un amore che non è possessivo, ma al contrario è puro dono.
All’inizio Gesù aveva detto che le pecore seguono il pastore, perché conoscono la sua voce e alla fine dice che le pecore ascoltano la sua voce e lo seguono. Come facciamo noi a conoscere Gesù? Ascoltando la sua voce, che conosciamo.
La conosciamo perché ci ha già parlato, ci ha già chiamato, ci ha già salvato e liberato dalla colpa e dalla paura. Molte voci intorno a noi parlano, gridano forse, cercano di emergere; molte voci ci chiamano e ci tentano: come dice il nostro inno “Veglia al mattin” (339.2): “con le lor voci il mondo e il cuore insieme non copran mai la voce del tuo re”.
Molte voci ci chiamano, ci illudono, alcune vengono da fuori di noi (quello che l’inno chiama il mondo), altre vengono dal di dentro, dal cuore. Molte voci chiamano, solo una libera e salva: quella del buon pastore.
Ci è dunque chiesto di ascoltarlo e di seguirlo. Di rinunciare alla nostra presunta autosufficienza (attenzione: non di rinunciare alla nostra libertà, quella anzi ce la dona proprio lui, liberandoci dalla schiavitù di noi stessi); ci chiede di rinunciare alla nostra autosufficienza, o all’illusione di essere autosufficienti, e di metterci in ascolto della sua voce.
E proprio quella voce ci dice anche che ha altre pecore che stanno in altri ovili, che deve radunare anche quelle e che alla fine ci sarà un solo gregge con un solo pastore. È promessa, che viene rivolta da Gesù ad altri rispetto a quelli che lo ascoltano.
Dunque non solo i membri del suo popolo fanno parte del suo gregge, ma anche altri, anche membri di altri popoli. È un anticipazione del fatto che anche i pagani saranno chiamati ad ascoltare e a seguire Gesù.
Ma se ascoltiamo queste parole come rivolte a noi oggi, esse ci relativizzano. E questo è molto salutare, fa bene alla nostra salute spirituale.
Ci fa bene sapere questo, che ci sono altri ovili e altre pecore, che non ci siamo soltanto noi, che l’evangelo è anche per altri. Non solo noi, ma anche altri. Non solo io, ma anche altri. L’evangelo di Gesù è sempre anche per altri, va sempre oltre, non si ferma mai dove è già arrivato.
Non siamo gli unici destinatari dell’evangelo, non siamo gli unici amati, non siamo gli unici chiamati, non siamo gli unici membri del gregge, non siamo gli unici per cui il buon pastore ha dato la sua vita. Se mai cadessimo in questa presunzione, la parola di Gesù ci libera anche da questa presunzione.
Siamo pecore, amate, chiamate, conosciute per nome, per cui Cristo è morto e risorto, membri del suo gregge… Sì, proprio tu sei una pecora amata, chiamata, conosciuta per nome, per cui Cristo è morto e risorto, proprio tu, ma anche altre. Non soltanto tu, non soltanto noi…. Anche altri.
Il Signore conosce proprio il tuo nome, è morto proprio per la tua salvezza, e anche proprio per quella di molti altri, che conosci e che non conosci, che ti assomigliano o che sono molto diversi da te, altre pecore, altri ovili… ma alla fine un solo gregge e un solo pastore.
E infine l’ultima promessa, che vale per te e per tutti gli altri, per questo gregge e per tutti gli altri:
Alle pecore che ascoltano la sua voce e che lo seguono, Gesù dice: «io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. […] e nessuno può rapirle dalla mano del Padre».
Dalle mani di Gesù e dalle mani del Padre nessuno ci può strappare. Gesù sente il bisogno di dirlo due volte, parlando una volta delle sue mani e una volta della mani del padre.
Da quelle mani non ci strappa nessuno, nemmeno la morte, ci dice l’evangelo della resurrezione. Il buon pastore ci guida tutta la vita, e non lascia che nulla e nessuno, come dice Paolo, ci separi dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù.
Ascoltiamo la sua voce che ci chiama per nome e seguiamolo con fiducia dove ci vuole condurre. Siamo nelle sue mani, da cui nulla ci può strappare. 

martedì 30 aprile 2019

Predicazione di domenica 28 aprile su 1 Pietro 1,3-9 a cura di Massimiliano Zegna

1 Pietro 1,3-9


Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi,che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi. Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove,affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non l'abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime”.


In questa lettera Pietro si rivolge ai fedeli dispersi nelle cinque province dell’Asia Minore, attuale Turchia. L’Asia proconsolare, con capitale Efeso, e la Galazia sono state evangelizzate da Paolo; non sappiamo chi sono stati i missionari che hanno portato il vangelo nel Ponto, nella Cappadocia e nella Bitinia.
Si è cercato di fissare la data della prima lettera di Pietro tenendo conto della grave minaccia di persecuzione di cui si parla in un’altra parte della lettera stessa: potrebbe trattarsi della persecuzione di Nerone, scatenata a seguito dell’incendio di Roma (nell’anno 64)? In realtà, quella spietata repressione ha riguardato soltanto la comunità di Roma. Non si è avuto un editto di persecuzione esteso a tutto l’impero. Per la situazione in Asia Minore occorre far riferimento alla lettera che Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, ha inviato all’imperatore Traiano (nell’anno 112) per sapere quale comportamento adottare nei confronti dei cristiani. Questo rapporto ufficiale testimonia l’importanza della comunità della Bitinia e fa riferimento a una persecuzione scatenata una ventina di anni prima, al tempo di Domiziano, cioè l’epoca in cui è stata redatta l’Apocalisse di Giovanni.
Per la datazione della lettera ci si basa soprattutto su criteri interni. L’accostamento fra la teologia della prima lettera di Pietro e quella dei discorsi di Pietro negli Atti farebbe propendere per l’autenticità, ma la forma letteraria dello scritto inducono in questo caso a concedere molto spazio al segretario. Il confronto con le lettere di Paolo e il distacco senza problemi dal giudaismo tendono a far risalire la lettera a dopo la morte di Pietro. Sarà stata redatta da un discepolo dell’apostolo, cioè da Silvano (5,12). In ogni modo la data di redazione è compresa tra 70 e 90 dopo Cristo.
Ma al di là dei fatti storici interessanti per comprendere meglio la situazione di quel periodo a noi interessa che cosa ci ha trasmesso Pietro o Silvano per quanto riguarda la fede oggi.
Gli esegeti, ossia gli studiosi ed interpreti della Bibbia, a distanza di duemila anni della venuta di Gesù Cristo sulla terra rivelano nuove informazioni sugli estensori di brani della Bibbia e tutto questo, secondo me, non può che arricchire il messaggio di Dio contenuto nella Bibbia stessa.
Gli arricchimenti dei messaggi di Dio a noi tutti arrivano anche dalla scienza.
Quando il 10 aprile scorso è stata pubblicata la straordinaria prima foto di un buco nero alcuni scienziati hanno esclamato: “E’ stato fotografato l’invisibile”. Dieci anni di studi di varie équipe di scienziati con telescopi situati in varie parti del mondo sono riusciti a dimostrare che Albert Einstein aveva ragione quando parlava sulla sua teoria della relatività dello spazio e del tempo.
La foto è stata pubblicata qualche giorno fa ma tale avvenimento è avvenuto 55 milioni di anni luce prima della sua pubblicazione.


Un interessante intervista è sta fatta dal quotidiano “La Stampa” al prof. Giulio Giorello, docente di Filosofia della Scienza all’Università di Milano: la scienza si trova di fronte a un successo senza precedenti, ma che cosa significa per l’uomo e il suo inconscio?
«Il concetto di buco nero – risponde Giorello - è inevitabile, porta con sé un senso di instabilità, di troppo pieno o di troppo vuoto, di nulla o di tutto all’ennesima potenza. Può anche darsi che qualcuno veda in questa scoperta il riflesso delle nostre paure o la realizzazione fisica dell’angoscia, ma per me è una nuova, ampia finestra da cui capire la complessità del reale».
Quali potrebbero essere – chiede ancora l’intervistatore - le conseguenze filosofiche di questo risultato?
«Al di là della sua portata scientifica, in quel buco nero, di cui vediamo l’orizzonte degli eventi, là dove spazio e tempo si accartocciano e da cui nemmeno la luce può emergere, non credo possa cambiare il senso del divino che i credenti mettono alla base della creazione. Nelle pieghe dell’Universo, più o meno disvelato, lo spazio per l’interpretazione religiosa resta lo stesso. Si spera solo che, un domani, credenti e non credenti possano confrontarsi senza erigere barricate».


Anche in questo caso, secondo me, non dobbiamo spaventarci di queste novità, anzi dobbiamo essere grati per le nuove scoperte scientifiche in quanto avvalorano quanto noi crediamo ossia l’esistenza di Dio. Sulle date e sulle modalità, così come ho detto prima sulla prima lettera di Pietro, dobbiamo essere grati agli esegeti della Bibbia e agli stessi scienziati che scrutano l’Universo, in quanto come protestanti cristiani abbiamo sempre detto che la nostra fede si basa su una lettura storico critica della Bibbia. Mentre stavo leggendo le parole della prima lettera di Pietro vedevo su internet le terribili immagini della strage nello Sri Lanka che ogni ora diventava più terribile: prima 40 poi 200 morti, di cui molti bambini. Parte uccisi in chiese cristiane, parte in alberghi per turisti. Proprio il giorno di Pasqua!
Le prime impressioni sono naturalmente di rabbia e di sgomento, di lacrime per i morti anche bambini.
E si chiede il perché anche se purtroppo le stragi si fanno sempre più frequenti ed è terribile come si dimentichino in fretta e lascino un segnale di impotenza e di smarrimento. Quello che però preoccupa sempre di più è come tutto ciò faccia allontanare dalla fede in Dio tante persone.
Ma forse è proprio questo che vogliono coloro che stanno seminando odio e violenza: allontanare le persone dalla fede in Dio e in Gesù Cristo e portarli all’esaltazione della propria religione e all’odio verso le altre religioni.
E così chi si professa musulmano odierà i cristiani e i buddisti odieranno gli induisti o viceversa.
Ma le parole di Gesù Cristo non sono mai state di odio neppure quando è stato crocifisso ma ha sempre insegnato ad amare.
Delle lettera di Pietro mi hanno colpito queste parole: “Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove,affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo”.
Il paragone con l’oro è significativo.
La fede è ben più preziosa dell’oro. Il paragone riguarda un metallo come l’oro che non si corrode mai. Però l’oro può perdere di valore oppure può essere rubato oppure può essere perduto. Ma la fede non deve mai corrompersi anche se vi sono momenti terribili come quello dello Sri Lanka o quello che può aver colpito ciascuno di noi con una malattia o con la morte di una persona cara.
Ho visto recentemente una ragazza alla Domus Laetitiae di Sagliano Micca su una sedia a rotelle, affiancata da persone che si prendevano cura di lei anche se non sapeva parlare ed esprimere una ringraziamento. Eppure queste persone stavano cercando di alleviare i gravi problemi di chi si trova in queste situazioni attraverso una costante attenzione.
Stavano cercando di fare in modo che potesse avere una posizione più comoda perché la sua disabilità non le recasse un maggior disturbo per la sua posizione quasi immobile.
Allora ho pensato che a quella persona chiamata Monica e quelle cure della fisioterapista e di un assistente della Domus valessero di più che se le avessero regalato un lingotto d’oro o qualunque pietra preziosa.
Non so quale idee religiose queste persone abbiano ma sicuramente stavano seguendo gli insegnamenti di Gesù Cristo quando invita ad amarsi l’un l’altro.
Questa lettera di Pietro, letta all’inizio, ben si adatta al periodo pasquale che stiamo vivendo poiché ci ricorda il fondamento della nostra fede, la risurrezione di Cristo, e ci suggerisce il modo in cui possiamo vivere la vita nuova che Egli ci ha donato.
Nelle mie ricerche dei commenti che riguardano questo brano della lettera di Pietro ho trovato questa bella predicazione del pastore Franco Tagliero che voglio riproporvi in parte.
Credere benché non si veda. Il testo di oggi tocca questi temi anche quando accenna alla questione del credere benché non si sia visto allora e non si veda oggi. Vedere che cosa? Questo è il problema che i credenti hanno dovuto affrontare fin dal tempo apostolico, tanto è vero che il discepolo di nome Tommaso, di cui parla l’evangelista Giovanni, è passato alla storia del cristianesimo come esempio di chi all’inizio non crede a qualcosa che è successo, la resurrezione di Cristo (Giovanni 20,19-29). Quello del credere e del non vedere è un tema trasversale a tutta la Bibbia: il salmista più volte si chiede: “Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?” E Dio si lascia vedere di spalle da Mosé, e gli dice: ma il mio volto non si può vedere”! La stessa cosa succede ad Elia che si rende conto di essere in presenza di Dio quando ode un suono dolce e lieve, non quando soffia il vento o romba il tuono.
I cristiani hanno scelto diverse forme di spiritualità e diverse prassi per andare oltre il non aver visto e oltre al non vedere qui sulla terra. Ogni forma, ogni prassi deve essere rispettata.
I Protestanti credono che la salvezza, come la fede, è un dono della grazia divina, un dono gratuito, che non ha dunque bisogno di immagini sacre o di opere o di riti o di ostensioni o di pellegrinaggi. Pietro dice che il fine della fede è la salvezza. Questo è il punto!

Il versetto iniziale del nostro brano ricorda che Dio ha fatto rinascere, dunque nascere una seconda volta, ad una speranza viva mediante la resurrezione di Cristo. Parla di speranza, dunque. E’ indubbio che il richiamo alla speranza in Cristo è al centro della fede evangelica. Pietro scriveva ai cristiani in un tempo di persecuzione (afflitti da svariate prove, dice il versetto letto prima) e parlava loro della speranza nel risorto, come Geremia invitava a sperare quando Israele era deportato a Babilonia, o come Mosé incitava a non abbattersi e dunque a sperare quando le difficoltà del deserto rischiavano di essere insopportabili. Ma anche i teologi della liberazione parlano di speranza ad un popolo schiacciato dalla povertà e dalle dittature. Questi esempi evidenziano come il tema della speranza sia trasversale ad ogni epoca del cristianesimo e soprattutto diventi cruciale in tempi di difficoltà e di crisi. Dunque se la fede, è “provata” cioè messa alla prova, ed è la cosa più preziosa da vivere, più dell’oro, allora anche per il nostro tempo vivere la speranza nel risorto contraddistingue i cristiani. E’ evidente però che il mondo occidentale opulento e basato soltanto sulla frenesia di far soldi e di giungere al successo non riesce a capirlo chiaramente e non ha interesse a questa speranza di cui parla Pietro. Ma in che cosa siamo esortati a sperare? I credenti sperano nella salvezza annunciata da Cristo e resa evidente dalla resurrezione: salvezza da tutto ciò che li opprime, dalla malattia, dalla crisi economica, dalle forme di paganesimo e di superstizione che si diffondono nel mondo coperte da pennellate di cristianesimo. La salvezza è annunciata ed è data in Cristo agli eletti, a coloro che con obbedienza e semplicità d’animo si mettono nelle sue mani accettando il suo invito. La salvezza per oggi consiste nel recupero del senso della vita, del mantenimento di una comprensione della vita personale come esperienza gioiosa e profondamente consapevole, al di là delle difficoltà. Il punto d’arrivo di questa “fede provata” secondo Pietro è in modo inequivocabile quello della lode e della gioia vissuta, della riconoscenza collegata alle cose della quotidianità. E questo significa riferimento alla parola e alla preghiera. Nella preghiera e nell’ascolto della Parola i credenti ricevono l’esortazione a sperare, ne sono autorizzati dalla resurrezione. La promessa del Signore segna il passaggio su questa terra ed aiuta a seguire un percorso reso luminoso dall’amore per il prossimo, dall’impegno per la liberazione degli oppressi e per dar loro una speranza via. La speranza è viva, come è vivo Cristo, il risorto. La speranza non si nutre di oggetti inanimati, ma solamente dell’amore di colui che è vivo! Se Cristo è risorto ed è vivente, come crediamo, in noi e per noi, ogni momento diventa occasione di lode e di riconoscenza. Il tempo dell’attesa non è un tempo disperato, segnato soltanto da sciagure da dolori e sofferenze, è un tempo gioioso: per questo vale la pena testimoniare la speranza”.
Amen





domenica 21 aprile 2019

Predicazione di Domenica 21 aprile 2019 - Pasqua di risurrezione - su Giovanni 20,11-18 a cura di Marco Gisola

Pasqua di risurrezione
Giovanni 20,11-18


11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.


Maria Maddalena era già stata una volta al sepolcro di Gesù, poco prima. Aveva visto la pietra rotolata ed era corsa a avvertire Pietro e gli altri discepoli, ma non era entrata. Pietro e l'altro discepolo, quello che Gesù amava, erano corsi alla tomba, Pietro era entrato e aveva visto le fasce in terra e il sudario piegato.
La tomba era vuota. E Maria Maddalena? Il testo non ci dice che cosa abbia fatto dopo aver avvertito Pietro e l’altro discepolo. Ma subito dopo, Giovanni ce la mostra di nuovo lì, sola, davanti alla tomba.
Maria Maddalena piange. È una delle scene più toccanti di ciò che i discepoli e le discepole hanno provato dopo la morte di Gesù. Maria Maddalena sola, in pianto, davanti alla tomba vuota. Come se non fosse bastata la morte di Gesù, la fine di tutti i sogni e di tutte le speranze, non resta loro nemmeno un cadavere su cui piangere.
Qui infatti Maria Maddalena piange non solo perché Gesù è morto, ma perché non c’è più nemmeno il suo corpo. Almeno un corpo su cui poter piangere, almeno una tomba che custodisca le spoglie dell’amato maestro! Invece quella tomba è aperta e vuota.
O meglio: non è proprio vuota. È vuota nel senso che non c’è il cadavere di Gesù, non c’è quello che dovrebbe esserci. Ma qualcosa, anzi, qualcuno c’è: «due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù».
Due angeli, due messaggeri divini, questi strani personaggi della Bibbia che hanno il compito di ambasciatori di Dio, di portare i suoi messaggi. Qui in realtà non annunciano la resurrezione, fanno però a Maria Maddalena una domanda: perché piangi?
Maria Maddalena non lo capisce, ma quella domanda non è una richiesta di una risposta; è già l’annuncio che non c’è motivo di piangere.
Ma fermiamoci un attimo sul fatto che i due angeli sono dentro la tomba, che a quei tempi era in alcuni casi una grande stanza, a volte addirittura con un anticamera, un luogo in cui si poteva entrare, come aveva fatto Pietro poco prima.
La tomba è una tomba, un luogo di morte, un luogo dove il nostro corpo lentamente si decompone. Era quel corpo che Maria Maddalena voleva vedere e toccare finché era possibile. E invece la tomba è diventata un luogo di vita, ci sono esseri che parlano, che domandano, che stabiliscono con lei una relazione.
Ma non solo: nella mentalità ebraica il soggiorno dei morti era il luogo più lontano da Dio, il luogo dove Dio non c’era. E invece qui nella tomba di Gesù, luogo di morte, ci sono i messaggeri di Dio, c’è qualcosa di Dio, potremmo dire che c’è la sua Parola, che viene sotto forma della domanda: “perché piangi?” che è però già annuncio che non c’è ragione di piangere.
Dio fa risuonare la sua Parola nella tomba, benché essa rimanga ancora enigmatica, difficile da comprendere, anzi per Maria Maddalena impossibile da comprendere. Maria Maddalena comprende solo la nuda domanda.
E risponde che sta cercando il suo signore: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto». Maria Maddalena sta cercando il suo Signore, ma il suo Signore morto, sta cercando il corpo morto del suo Signore.
Ma il dialogo con gli angeli si interrompe, qualcosa la fa voltare. Ha visto Gesù, ma non sa che si tratta di lui. Inizia un altro dialogo, altre parole con un altra persona – il giardiniere, pensa lei – ma il tema è sempre lo stesso: Maria Maddalena vuole trovare il cadavere di Gesù.
Se quell’uomo lo sa, se lo ha preso lui, deve dirle dov’è e lei andrà a prenderlo. Maria Maddalena vuole avere quel corpo, almeno per un momento, non sappiamo se per curarsi del cadavere come ci dicono i sinottici, se solo per vederlo ancora una volta, o per poter piangere con il corpo di Gesù tra le braccia.
Maria Maddalena è lì davanti al risorto, sta parlando con lui, ma non lo riconosce. Come spesso i discepoli non riconoscono il Cristo risorto.
È difficile riconoscerlo. È difficile riconoscere la resurrezione, è difficile vivere la resurrezione. Sembra che per la testa di Maria Maddalena non passi neppure l’idea che Gesù sia risorto. Eppure glielo aveva detto. Ma lei continua a cercare soltanto un cadavere…
Finché dipende da lei, la resurrezione è un’assurdità, una realtà inimmaginabile. Ci vuole una iniziativa da parte di Gesù. E qual’è l’iniziativa che Gesù prende? Che cosa fa? Non fa miracoli, non da vita a manifestazioni spettacolari, non gli si illumina il volto come nella trasfigurazione, nessun gesto straordinario.
Gesù parla. La parola è il mezzo attraverso cui il risorto si rivela come risorto. Ma quale parola? Che cosa dice Gesù? Non proclama la sua resurrezione, non grida “sono io, sono risorto, la morte non mi ha trattenuto, sono di nuovo qui!”.
No, Gesù non parla di sé, non ancora. Gesù risorto dice la parola che più di ogni altra può toccare Maria Maddalena nel profondo: il suo nome.
Come dire: io so chi sei. Ma non solo “io so chi sei” nel senso del tuo nome, del tuo volto, dei tuoi pregi e dei tuoi difetti… io so chi sei nel profondo, so che mi stai cercando, che anzi stai cercando il mio cadavere. Ma io sono risorto e quindi tu non sei più una cercatrice di cadavere, non ha senso cercare il mio cadavere. Tu sei qualcos’altro.
E che cosa è Maria Maddalena glielo dirà poco dopo: un’apostola.
Ma prima c’è ancora un passaggio, perché la resurrezione è così difficile da credere che Maria Maddalena crede davvero che Gesù sia di nuovo vivo, ma crede appunto che sia “semplicemente” tornato in vita, che sia vivo come era prima di morire, non che sia risorto.
Il testo non ci dice che cosa Maria Maddalena abbia fatto, ci dice solo che Gesù le dice «non trattenermi», oppure (come traducono altri [Zumstein, p. 929]) «non mi toccare». Probabilmente Maria Maddalena lo abbraccia oppure gli si getta ai piedi e glieli stringe.
Finalmente ha trovato il corpo di Gesù e – notizia meravigliosa – non è morto, non è un cadavere, ma è vivo, le sta parlando! Quel corpo vuole toccarlo, stringerlo, trattenerlo, come si fa con una persona cui si vuole molto bene le si vuole dimostrare che la si vuole accanto.
Ma Gesù non è tornato in vita (come Lazzaro), è risorto. È un’altra cosa. Non starà lì con lei, non starà su questa terra per molto, anzi deve andare, deve tornare al Padre: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre».
Non c’è tempo, non possono stare lì, hanno tutti e due qualcosa di importante da fare: Gesù deve salire al padre, anche se prima si mostrerà ai suoi discepoli che pescano sul lago.
E lei ha un compito importante, una vocazione fondamentale: «va’ dai miei fratelli, e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro».
La parola di Gesù ha cambiato Maria Maddalena, le ha detto chi lei sia veramente, quale sia la sua vocazione. l’ha convertita.
C’è un dettaglio curioso nel racconto: Maria Maddalena si volta quando Gesù la chiama per nome.
Preso alla lettera è un particolare incoerente: infatti secondo il v. 14 Maria Maddalena si era già voltata quando aveva visto Gesù pensando che fosse il giardiniere; si suppone quindi che fosse voltata verso di lui.
Se si volta di nuovo quando Gesù la chiama per nome, dovrebbe voltarsi dall’altra parte, cioè dare le spalle a Gesù, ma questo non ha senso: ha appena riconosciuto Gesù, di certo non si volta per dargli le spalle!
Qualcuno dice quindi che questo nuovo voltarsi di Maria Maddalena esprima quindi un lasciarsi alle spalle la tomba e guardare al Cristo risorto, esprima quindi la sua conversione, il suo con-vertire non solo la sua testa o il suo corpo, ma la sua vita intera verso Gesù.
Ora Maria Maddalena non è più una cercatrice di cadavere, è un’apostola. Non ha più davanti a sé la tomba, la tomba di Gesù e di tutte le speranze, ma il Cristo risorto. Ora è apostola degli apostoli, perché è lei che deve annunciare a quelli che saranno apostoli che Gesù è risorto e sta per salire al padre.
Ma gli apostoli qui non sono chiamati apostoli. Sono chiamati fratelli: «va’ dai miei fratelli». È la prima volta che nel vangelo di Giovanni i discepoli sono chiamati fratelli di Gesù (accade soltanto di nuovo al cap. 21,23).
La resurrezione rende i discepoli fratelli di Gesù. E dunque Maria Maddalena e le altre donne divengono sorelle di Gesù. E quindi sorelle e fratelli tra di loro. La resurrezione crea una nuova comunione: non più soltanto discepoli e discepole di Gesù, ma fratelli e sorelle di Gesù e fratelli e sorelle tra loro.
Da questo incarico dell’annuncio – “vai a dire ...” e dalla fratellanza tra gli annunciatori e le annunciatrici nasce la chiesa, la comunità degli inviati e delle inviate che sono fratelli e sorelle di Gesù e tra loro.
Di questa comunità di inviati/e e fratelli/sorelle facciamo parte anche noi, che riceviamo l’annuncio di Pasqua, come Maria Maddalena.
Come lei, tutti gli esseri umani cercano qualcosa. Alcuni cercano soltanto denaro e potere, successo e gloria. Molti cercano per fortuna anche altro.
Anche noi - come Maria Maddalena – cerchiamo, cerchiamo senso, affetto, una direzione…. Ma anche noi - come Maria Maddalena cercava nella tomba - spesso cerchiamo le cose sbagliate o cerchiamo nel posto sbagliato. Ma grazie a Dio è Lui a trovarci, Gesù morto per la nostra liberazione e risorto per la nostra speranza.
Il risorto viene a cercarci attraverso la sua Parola e chiama per nome anche noi, pronuncia anche il tuo nome e ti dice chi sei, ti dona una nuova identità, un compito: annunciare la meraviglia della vittoria della vita sulla morte, della gioia sulla tristezza, della speranza sulla rassegnazione. E ti dona una comunità di sorelle e fratelli.
Questa è la Pasqua: il Risorto che viene a cercarci in mezzo alle nostre tombe, nella nostra rassegnazione, nelle nostre lacrime e ci chiama per nome.
Voltiamoci verso di lui, che converte il nostro sguardo e la nostra vita, ascoltiamo il suo invito e, come Maria Maddalena, andiamo!




Predicazione di Venerdì Santo 2019 su Giovanni 19,17-30 a cura di Marco Gisola

Giovanni 19,17-30


17 Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, 18 dove lo crocifissero, assieme ad altri due, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo.
19 Pilato fece pure un'iscrizione e la pose sulla croce. V'era scritto: GESÙ IL NAZARENO, IL RE DEI GIUDEI. 20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco. 21 Perciò i capi dei sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: «Non lasciare scritto: "Il re dei Giudei"; ma che egli ha detto: "Io sono il re dei Giudei"». 22 Pilato rispose: «Quello che ho scritto, ho scritto».


Chi è quell’uomo che viene crocifisso quel lontano giorno di quasi duemila anni fa, appena fuori le mura di Gerusalemme, insieme ad altri due condannati a morte? Chi lo sa chi sia quest’uomo? I suoi discepoli forse lo sanno, o forse non lo sanno più, vista la fine che sta facendo… Ma i suoi discepoli non ci sono, solo Pietro e un altro discepolo lo avevano seguito, ma poi Pietro aveva negato di conoscere Gesù.
Non lo sanno coloro che lo hanno mandato a morire sulla croce, anzi pensano che sia un impostore, un trascinatore di folle, un poco di buono che vuole solo mettere il suo popolo nei guai con i romani, la cui occupazione è già abbastanza dura…
Forse le donne che – secondo Giovanni – sono lì davanti alla croce intuiscono qualcosa, ma anche se è così non possono dire nulla, non possono nemmeno protestare…
È solo Pilato che - senza crederci e senza volerlo – proclama al mondo che Gesù è il re dei giudei, ovvero il messia di Israele.
Gesù è il messia e il figlio di Dio, questo ci dice ogni pagina del vangelo di Giovanni e – ironia della sorte… anzi: ironia di Dio! - colui che lo proclama al mondo è il pagano e opportunista governatore romano Ponzio Pilato.
Fa mettere un cartello sopra la croce, come usava per tutti i condannati, con il nome e il motivo della condanna. “Gesù il Nazareno, Re dei Giudei”. Il motivo della condanna diventa però un annuncio, una proclamazione rivolta a tutto il mondo, perché il cartello è scritto in tre lingue: ebraico, greco e latino.
La lingua degli ebrei, la lingua dei romani, cioè dell’impero, e la lingua dei greci, quella del commercio, parlata da chi viaggiava in tutto il mediterraneo.
A morire sulla croce è il re dei Giudei, ci dice Pilato, che diventa profeta, che annuncia quello che è il cuore del vangelo di Giovanni; lo Spirito Santo si serve di questo uomo, di cui altrimenti non conosceremmo nemmeno il nome, che sarebbe rimasto noto soltanto agli studiosi di storia romana. E che invece è entrato nel Credo apostolico: “patì sotto Ponzio Pilato”.
Giovanni nel suo vangelo chiama “innalzamento” la crocifissione, perché per lui, per la sua teologia e per la sua fede, la croce non è luogo di umiliazione e abbassamento, ma luogo di innalzamento, di gloria. Il rifiuto da parte dell’umanità, è allo stesso tempo la glorificazione di Gesù da parte di Dio.
E infatti Giovanni ci racconta che Gesù porta la croce da se stesso, non ci sono altri (Simone di Cirene, come ci dicono i sinottici) a portargli la croce, a significare che egli avanza di propria volontà verso la condanna.
Giovanni non ci racconta le prese in giro nei confronti di Gesù ai piedi della croce, gli scherni e gli insulti. Gesù è padrone delle sue scelte.
Viene crocifisso al centro, in mezzo a altri due crocifissi, di cui Giovanni non ci dice nulla. Anche questo piccolo dettaglio che Gesù è al centro, per molti è segno della sua regalità: è al centro come i re, che hanno ai loro fianchi aiutanti e consiglieri.
La croce è come un trono: Gesù regna dalla croce, non regna dal trono, non regna dal palazzo, non regna con l’esercito, ma regna dalla croce. Dal luogo più improbabile e più paradossale – la croce - Gesù regna. Questo ci vuol dire Giovanni.


23 I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall'alto in basso. 24 Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati.


La crocifissione di Gesù adempie le Scritture. Gesù non viene dal nulla, viene dal suo popolo per il suo popolo, benché la maggior parte del suo popolo lo respinga.
Alcuni dettagli della crocifissione di Gesù sono importanti perché adempiono ciò che dice la Scrittura, in questo caso il salmo 22: «spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica» (v. 18).
si è discusso molto sulla tunica di Gesù, una tunica senza cuciture, cioè tessuta tutta insieme. Anch’essa probabilmente vuole simboleggiare qualcosa e la tesi più diffusa è che simboleggi l’unità della chiesa, come farebbe anche la rete che non si strappa nonostante i 153 pesci di Giovanni 21.
Secondo Agostino, la veste divisa in quattro parti rappresenterebbe la chiesa sparsa ai quattro angoli del mondo, mentre la tunica che non viene strappata, rappresenta l’unità delle quattro parti della chiesa sparsa nel mondo attraverso il vincolo dell’amore.



25 Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. 26 Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» 27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.


Quattro erano probabilmente i soldati che eseguono il triste compito di eseguire la condanna a morte di Gesù, (perché si dividono le vesti in quattro parti) e quattro sono le donne ai piedi della croce. Un’altra particolarità di Giovanni: le donne non guardano da lontano, come nei sinottici, ma sono lì vicino.
Insieme a loro c’è anche un uomo, il discepolo amato, o prediletto, un discepolo di cui non si conosce l’identità e di cui ci parla soltanto il vangelo di Giovanni.
Essi sono abbastanza vicini alla croce perché Gesù possa rivolgere la parola a Maria e al discepolo prediletto.
(Notiamo tra parenesi che il vangelo di Giovanni parla pochissimo di Giuseppe, anzi non ne parla affatto, menziona solo due volte Gesù chiamandolo “figlio di Giuseppe”. Ma Giuseppe non compare mai. La tradizione vuole che a questo punto Maria sia già vedova).
In questa scena, Gesù chiede al discepolo amato di sostituirlo in qualche modo nel ruolo di figlio; la parola “sostituire” non è giusta, ovviamente, perché un figlio non si può sostituire… Ma Maria è affidata a questo discepolo, che dovrà aver cura di lei come se fosse sua madre. Infatti questo discepolo prende Maria in casa sua.
Fin dal medioevo questa scena è stata interpretata nel senso che il discepolo rappresenterebbe tutti i discepoli, cioè la chiesa, la quale sarebbe così stata affidata a Maria. Sembra però più corretto il contrario, ovvero che Maria venga affidata al discepolo amato da Gesù, che infatti la accoglie in casa sua; si tratterebbe di una preoccupazione molto umana di Gesù nei confronti di sua madre.


28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C'era lì un vaso pieno d'aceto; posta dunque una spugna, imbevuta d'aceto, in cima a un ramo d'issopo, l'accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: «È compiuto!» E, chinato il capo, rese lo spirito.


L’ultima scena è il culmine. Per Giovanni la morte di Gesù è il compimento. Gesù “sa” che ogni cosa è compiuta e morendo pronuncia la frase “è compiuto”. “compimento” è la parola chiave di questo brano.
Ma fermiamoci un attimo su due dettagli: il primo è che Gesù chiede da bere, dice “ho sete”. Ma non perché ha davvero sete, bensì affinché si adempisse la Scrittura. Tutto deve accadere come profetizzato dalla Scrittura, come Giovanni aveva già detto a proposito delle vesti di Gesù tirate a sorte tra i suoi aguzzini.
Il secondo dettaglio è il mazzo di issopo: non è molto realistico, perché sembra non potesse sorreggere una spugna imbevuta di aceto. Ma il mazzetto di issopo era stato usato per spennellare le porte delle case degli ebrei la notte della morte dei primogeniti (esodo 12,22). si tratterebbe di un collegamento alla Pasqua ebraica, dove Gesù ha preso il posto dell’agnello.
Ma il culmine è proprio nelle parole “è compiuto”. Che cosa è compiuto?
È compiuta la vita di Gesù, nel senso che è giunta al termine ma anche nel senso che la sua missione è arrivata alla fine. Potremmo dire che è compiuta l’incarnazione, che lo scopo per cui «la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo tra noi» è raggiunto; lo scopo era – per usare le parole dello stesso Giovanni – amare i suoi fino alla fine («avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine», Giovanni 13,1).
È compiuta la vita di Gesù, ed è compiuta l’incarnazione: la Parola fatta carne, Dio fattosi umano, che prende su di sé tutta la fragilità umana, subisce il rifiuto, l’ingiustizia, la morte. È vero che Giovanni è quello che ci presenta un Gesù più “divino”: non c’è la preghiera angosciata del Getsemani, non ci sono gli oltraggi dei passati sotto la croce… Ma è proprio lui, del resto, che parla di carne al cap. 1.
Gesù è carne come noi, e soffre come noi le cose peggiori che un essere umano può soffrire: appunto il rifiuto dei suoi compagni in umanità, l'ingiustizia, la condanna a morte. È compiuta l’incarnazione, nel senso che Gesù compie l’esistenza umana, non l’esistenza umana del re o del potente, bensì l’esistenza dell’essere umano misero e senza potere.
È compiuta la decisione di Dio di venire nel mondo in questo modo e non in altri, a rivelarci la sua volontà di donarsi di essere dono e non un’altra. È compiuta la decisione di Dio di mettersi nelle mani degli esseri umani.
E così è compiuta la rivelazione di Dio in Cristo, la rivelazione del suo volto misericordioso e giusto; giusto, perché la croce mostra tutta l’ingiustizia umana, che respinge e uccide il Dio che gli viene incontro, che respinge e uccide la libertà e la riconciliazione che Gesù ha vissuto e predicato. La croce è il giudizio su questa ingiustizia umana.
Misericordioso perché la croce significa che quel giudizio è pronunciato, ma non attuato. La sentenza è emessa, ma non eseguita. Questa è la grazia: che il giusto giudizio non è attuato, la giusta sentenza non è eseguita.
Solo così la rivelazione è compiuta, solo nella croce arriva a compimento la rivelazione della giustizia e della misericordia di Dio, della giustizia di Dio che è misericordia.
E infine, è compiuto l’amore di Gesù per l’umanità. Non solo per i suoi, ma per l’umanità intera. È compiuto l’amore di Gesù per noi, compiuto nel senso di totale, completo, assoluto. Solo l’amore di Dio – e quindi di Gesù – è completo, assoluto, compiuto appunto.
Il nostro amore è sempre in-compiuto, in-completo, relativo, parziale... Non potrebbe non essere così, perché siamo umani e la compiutezza, la assolutezza non ci appartengono. Gesù fa quello che noi non avremmo potuto e non potremmo fare, arriva dove noi non potremmo arrivare.
Il nostro amore è sempre anche amore per se stessi, solo l’amore di Dio – e quindi di Gesù – è amore totalmente gratuito, totalmente dono di se stesso, fino alla morte, e alla morte di croce, come scrive Paolo.


L’ultima cosa che ci dice questo racconto è che Gesù «chinato il capo, rese lo spirito». Questa affermazione “rese lo Spirito” dicono gli studiosi, ha due significati: il primo è che esso indica la morte di Gesù. Gesù rende lo Spirito nel senso che restituisce lo Spirito vitale, restituisce la vita al Padre e muore. La morte in croce è una morte lenta e dolorosa, per soffocamento, e per Gesù arriva – si potrebbe dire finalmente – l’ultimo respiro. Gesù muore.
Ma c’è un secondo significato: lo Spirito può anche essere inteso non come l’ultimo respiro, ma come lo Spirito Santo: Gesù morendo dona lo Spirito Santo. La Pentecoste ci è raccontata soltanto dal libro degli Atti, scritti dall’evangelista Luca.
Per Giovanni morte, resurrezione, ascensione e dono dello Spirito Santo in pratica coincidono, cronologicamente e teologicamente, sono un evento unico.
Gesù morendo ritorna al Padre (innalzamento) e dona lo Spirito. Lo Spirito che, come lo ha definito qualcuno, è “la presenza di Gesù assente”, cioè è Gesù quando Gesù non c’è più fisicamente, viene donato subito, appena Gesù lascia questo mondo.


La vita di Gesù, l'incarnazione, cioè la decisione di Dio di venire nel mondo, la rivelazione del suo volto giusto e misericordioso sono compiute nella croce e con esse è compiuto, completamente vissuto e rivelato l’amore di Dio per noi.
Perché noi possiamo credere tutto questo, che proprio nella croce raggiunge il suo massimo il compimento dell’amore di Dio, Gesù ci lascia lo Spirito.
Lo Spirito ci aiuti a vivere in questa fede e in questa speranza, che la nostra vita che è sempre incompiuta è nelle mai di colui che nella croce ha compiuto tutto per noi.