domenica 8 settembre 2019

Predicazione di domenica 8 settembre 2019 (in occasione della Giornata Dolciniana) su Atti 3,1-10 a cura di Marco Gisola

Bocchetta di Margosio (Giornata Dolciniana) – 8 settembre 2019
Atti 3,1-10
Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l'elemosina a quelli che entravano nel tempio. Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina. Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell'istante le piante dei piedi e le caviglie gli si rafforzarono. E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio.Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto.


1. Quello che ho te lo do. E che cosa ho? Noi, sorelle e fratelli, spesso tendiamo a pensare di avere poco se non addirittura nulla o quasi. Oro e argento non ne abbiamo, o almeno ne abbiamo poco; e anche se ne avessimo questo racconto ci dice che non si tratta di denaro.
Noi pensiamo di avere poco: poco denaro, pochi fedeli, pochi pastori e pastore, poca visibilità… poco di tutto. Questa storia ci dice invece che una cosa ce l’abbiamo ed è in fondo l’unica che conta: la parola.
Voi direte: ma questo è un racconto di miracolo, non una predicazione. Vero. Ma se in questa storia vediamo solo il miracolo prima di tutto ci deprimiamo e poi andiamo fuori strada.
Ci deprimiamo perché la nostra prima reazione davanti a questo racconto è: Pietro incontra un uomo zoppo dalla nascita e lo guarisce, e invece io non sono in grado. A volte mi sembra di non essere in grado nemmeno di curare o di accudire le persone che mi sono care, figuriamo di guarirle!
E poi, la frustrazione è al quadrato: pazienza i miracoli che compie Gesù, quelli li posso ancora accettare: Gesù è il figlio di Dio! Ma Pietro! Un discepolo che è arrivato a negare di conoscere Gesù, quando poco prima aveva proclamato di voler morire con lui! Proprio lui fa miracoli!
Intanto non è Pietro che compie il miracolo. Cioè non si tratta di una virtù o capacità di Pietro. È la parola che pronuncia che fa guarire lo zoppo.
Vi sembrerà una distinzione di poco conto, ma è sostanziale: non è che Pietro è diventato capace di compiere miracoli, di far guarigioni. È che in quel momento la parola agisce e guarisce. Non c’è automatismo, Pietro non è diventato un guaritore, rimane un apostolo, uno inviato ad annunciare l'evangelo. Certo quell’evangelo guarisce lo zoppo e questo ci fa domandare perché l’evangelo che annunciamo noi non lo fa. Ma non è Pietro, è la Parola dell’evangelo che guarisce.
E poi, anche davanti al miracolo, non dobbiamo fermarci all’aspetto fisico del miracolo: lo zoppo non è più zoppo, prima non camminava o camminava male, ora cammina bene. Il significato è più profondo, perché in quella società uno zoppo, come qualunque persona che oggi noi definiremmo disabile, conduceva una vita che era una non-vita.
Infatti chiede l’elemosina, perché non può lavorare, non può mantenersi e uno che non può lavorare e mantenersi difficilmente in quella società può metter su famiglia e rischia, oltre tutto il resto, di essere condannato alla solitudine. E non c’è nemmeno uno stato sociale, quindi dipende dalla generosità o dalla commiserazione degli altri.
Dopo il miracolo, quell’uomo passa da una non-vita a una vita. La parola dell’evangelo che Pietro pronuncia lo rimette in piedi, potremmo quasi dire lo risuscita. Non che fosse morto, ma conduceva appunto una vita non-vita. Ogni giorno era uguale a se stesso, non aveva che da chiedere l’elemosina per comprare qualcosa da mangiare. Ora invece è in piedi, può vivere e guardare avanti. È rinato alla speranza. La Parola di Dio non guarisce soltanto una gamba, ma la persona intera.
Rimane vero che molte persone intorno a noi hanno bisogno di guarigione fisica da troppi tipi di malattia e noi non riusciamo a darla loro. Ma è anche vero che molte persone che non hanno nessun problema di salute, che stanno benissimo, ciononostante non hanno speranza, non sembrano stare in piedi e non guardano avanti.
A tutte queste persone – malate nel fisico o nell’animo - sappiamo dare quello che abbiamo? Siamo capaci a dire «Quello che ho, te lo do», e a dire loro l’evangelo della speranza? E non ce l’ho perché quella parola, quell’evangelo, sia mia. Ce l’ho perché l’ho ricevuto e lo ricevo continuamente. Non è affatto mio, è l’evangelo di Gesù Cristo. Ma proprio perché è suo io posso darlo e dirlo.


2. Finora ho dato per scontato che noi possiamo identificarci con gli apostoli, con coloro che hanno ricevuto l’evangelo e sono chiamati a annunciare questa parola che trasforma.
E se invece, qualche volta, fossimo noi lo zoppo? Se fossimo noi quelli che chiedono l’elemosina, ovvero che hanno bisogno di qualcosa che ci aiuti a vivere?
Se fossimo noi quelli che chiedono l’elemosina, ovvero che chiedono e dalla vita si aspettano solo un’elemosina, solo briciole, per poter giusto sopravvivere e arrivare alla fine della giornata?
Come credenti siamo sì, tutti e tutte noi inviati/e a portare la parola dell’evangelo che guarisce e trasforma.
Ma siamo prima di tutto i destinatari di questa parola, siamo prima di tutto coloro che sono chiamati a ascoltarla e ad alzarsi in piedi, guariti dalle proprie tristezze e dalle proprie rassegnazioni per trovare in quella parola nuova speranza e nuovo senso alla propria vita.
Del resto non sono stati proprio anche Pietro e Giovanni “zoppi” nel loro discepolato di Gesù? Pietro il rinnegatore, Giovanni che insieme al fratello voleva stare alla destra e alla sinistra di Gesù nel suo regno non hanno “zoppicato” nel loro cammino dietro a Gesù?
È solo l’evangelo della resurrezione che li ha rimessi in piedi, solo dopo la resurrezione di Gesù e il dono dello Spirito a Pentecoste – raccontata nel capitolo precedente – che i discepoli zoppicanti nella loro sequela si sono rimessi in piedi e sono diventati apostoli, cioè annunciatori della Parola e non solo più destinatari.
E, tornando al nostro racconto, forse ora c’è un discepolo in più: una volta guarito, l’uomo che era stato zoppo «entrò con loro nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio».
Quell’uomo entra nel tempio «camminando, saltando e lodando Dio», ovvero cammina senza problemi, vive una nuova vita, salta, cioè fa quello che prima non poteva fare, loda Dio, quindi è grato e gioioso.
Ma non solo: tutto questo lo fa entrando nel tempio «con loro». Non è più solo, è con Pietro e Giovanni, non ha trovato, o meglio: non ha ricevuto soltanto gambe nuove e quindi vita nuova, ma anche comunione nuova, fratellanza nuova. Non è più solo, la parola che lo ha guarito gli ha anche dato dei fratelli e delle sorelle.
Questa è la Parola che ci raggiunge oggi: l’evangelo ti rimette in piedi, ti dona nuova vita e nuova speranza e anche una comunità fatta di sorelle e fratelli con cui gioire, saltare e lodare Dio insieme.
Ma dopo aver gioito lodato, la stessa parola manda quella comunità fuori, a tutti gli zoppi, i tristi, i rassegnati, a tutti gli oppressi e gli emarginati a dire loro: “quello che ho te lo do”, la Parola che libera e guarisce, che ridona speranza e rimette in piedi.
Ci dia il Signore di saper invocare il suo aiuto quando siamo zoppi, stanchi e rassegnati e di saper annunciare il suo evangelo quando quella stessa parola ci rimette in piedi.
Nella ferma fiducia che quella Parola, la Parola di Dio ogni giorno ci viene incontro nel nostro zoppicare, ogni giorno ci rimette in piedi e ogni giorno ci chiama a condividere l’evangelo della rinascita e della speranza.

martedì 3 settembre 2019

Predicazione di domenica 1 settembre su 2 Samuele 12,1-14 a cura di Marco Gisola

Biella, 1 settembre 2019
 
2 Samuele 12,1-14

1 Il SIGNORE mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse:
«C'erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l'altro povero.
2 Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; 3 ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. 4 Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell'uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l'agnellina dell'uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa».
5 Davide si adirò moltissimo contro quell'uomo e disse a Natan: «Com'è vero che il SIGNORE vive, colui che ha fatto questo merita la morte; 6 e pagherà quattro volte il valore dell'agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà».
7 Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell'altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l'Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. 10 Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l'Ittita". 11 Così dice il SIGNORE: "Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall'interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; 12 poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole"».
13 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. 14 Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa sua.


Il racconto di oggi è tratto da una delle pagine più drammatiche e intense dell’AT, in cui la storia di Israele si intreccia con la storia personale del re Davide. Per capire il testo che abbiamo letto dobbiamo raccontare brevemente ciò che appena accaduto prima, al cap 11. La storia inizia con Davide che è a casa tranquillo che passeggia sulla sua terrazza, mentre il suo esercito è in battaglia. Già questo non lo mette in buona luce: anziché essere con il suo esercito e guidarlo, il re se ne è rimasto a casa, dove evidentemente ha altro da fare. Mentre passeggia vede una donna che fa le abluzioni rituali, è Batsceba o Betsabea. Betsabea è bellissima, dice il testo, e Davide fa raccogliere informazioni su di lei e poi la manda a prendere. Il racconto usa propri questo verbo: prendere
Questo verbo rimanda a un racconto di alcuni capitoli prima: quando Israele aveva chiesto a Dio di avere un re, Dio lo aveva avvertito: se vogliono avere un re, egli lo darà loro, ma devono sapere che il re prenderà i loro figli, le loro figlie, i loro campi, i loro raccolti, ecc. per costituire e mantenere il suo esercito e la sua corte. Potete leggere questo in 1 Samuele 8. Ed ecco qui la prova che Dio aveva ragione: Davide manda a prendere Betsabea, semplicemente perché le piace. Manda a prendere, perché raramente i potenti si sporcano le mani, ma in genere fanno fare i lavori sporchi ad altri.
Davide ha con Betsabea un rapporto sessuale, che nei fatti è una violenza sessuale, perché Betsabea è costretta, e poi la rimanda indietro. Ha avuto quello che voleva e ora Betsabea non gli serve più, può tornare a casa. Ma non tutto va come Davide aveva previsto: Betsabea rimane incinta e lo manda a dire a Davide: come potrebbe giustificare il fatto di essere incinta, dato che suo marito, come molti uomini israeliti, è in battaglia, lontano da casa? Davide in un primo tempo cerca una soluzione morbida: manda a chiamare Uria, il marito di Betsabea, dal fronte per fare in modo che vada a letto con sua moglie. Ma Uria, pensando ai suoi compagni che stanno combattendo, dice che non può fare una cosa simile. Davide prova persino a farlo ubriacare, ma nemmeno così Uria cede. Allora Davide passa a una soluzione più drastica: fa uccidere Uria, ordina di mandarlo dove infuria la battaglia nell'assedio alla città nemica. Uria muore e Davide può di nuovo mandare a prendere Betsabea, questa volta per sposarla e avere da lei il figlio che attende.
Così finisce il cap. 11. o meglio, così finisce il racconto, ma l’autore del libro di Samuele aggiunge un commento: “Ma quello che Davide aveva fatto dispiacque al Signore”. Dio non ha fermato Davide, come non ha fermato gli aguzzini e i dittatori di cui è piena la storia umana, ma il suo giudizio è netto: quello che Davide ha fatto non va per nulla bene. Ma questo messaggio deve ora arrivare anche a Davide.
Ed eccoci al nostro testo: il compito è affidato al profeta Natan, che lo svolge in modo molto astuto: non va ad accusare direttamente Davide, ma fa in modo che Davide accusi se stesso, raccontandogli la storia di un uomo che aveva una sola agnellina che amava molto e che gli viene presa per essere uccisa e cucinata da un uomo ricco che possedeva pecore in quantità. Davide a sentire la storia si arrabbia moltissimo: “quell'uomo merita la morte!”, è la sua sentenza. E qui Natan smette di raccontare storie: “quell'uomo sei tu”, gli dice in faccia. Come l'uomo della storiella inventata ha preso la pecora del vicino, tu hai preso la moglie di Uria e lo hai fatto uccidere.
Il peccato di Davide è l'abuso di potere, grande tentazione di chiunque ha un qualche potere, grande o piccolo che sia. l’abuso di potere si è concretizzato nella violenza sessuale nei confronti di Betsabea e nell’omicidio di Uria. Israele aveva voluto un re come hanno gli altri popoli, ora ha un re che si comporta da tiranno come gli altri re del tempo. Questo racconto prende di petto il tema del potere e del suo abuso. I re pensavano a quei tempi di avere un potere assoluto, erano loro a fare le leggi ed erano loro a farle rispettare e quindi erano al di sopra della legge, perché erano loro stessi - i re - la legge.
Ma non in Israele. In Israele sopra il re c’è la legge di Dio. Questo fa la differenza, questo fa sì che un uomo come il profeta Natan possa andare dal re e dirgli: tu hai sbagliato, hai infranto la legge che è al di sopra di te, e non al di sotto, hai infranto la legge di Dio. Natan esprime il giudizio di Dio. Ciò che Davide aveva fatto dispiacque al Signore. La prima cosa dunque che questo testo ci dice è che Davide è colpevole. Ci si potrebbe stupire che questa storia si trovi nella Bibbia. Ci si sarebbe potuti aspettare che qualcuno censurasse questo racconto e lo eliminasse dalla Bibbia, per nascondere e non far conoscere questa enorme macchia che c'è nella vita del grande re Davide. E invece no, questa storia c'è, c'è questa storia fatta di abuso di potere, di violenza, di omicidio; di colpa. Davide è colpevole, ci dice la Bibbia, il grande re Davide è un uomo colpevole.
La colpa di Davide – oltre a tutto ciò che ha fatto – è stata l’abuso di potere, il potere che gli dà il fatto di essere re e il potere che gli dà il fatto di essere un maschio. Questo ci richiama al fatto che tutti e tutte noi siamo tentati dalla colpa dell’abuso del potere, perché quasi tutti abbiamo un potere, magari molto piccolo, su qualcuno che sta intorno a noi.
Ma questo non riguarda soltanto Davide: Davide è colpevole, ma io sono colpevole, tu sei colpevole. La storia umana, la grande e la piccola storia, ci dice oggi la Bibbia, è fatta da gente colpevole, non da gente innocente. E che cosa fa Dio con i colpevoli?

2. Natan – abbiamo detto - va a pronunciare il giudizio su Davide, giudizio che è netto e che Davide non può che riconoscere. Ma così facendo Natan va a salvare Davide. Davide si salva solo perché Natan gli fa riconoscere la sua colpa. Il giudizio di Dio lo mette a nudo, Davide non può mentire. Non può mentire perché non si può mentire a Dio, ma non può mentire nemmeno a se stesso. La grazia inizia con il giudizio. Senza giudizio non c’è grazia. Grazia senza giudizio, sarebbe quella che Bonhoeffer chiama la grazia a buon mercato. Ma la grazia di Dio non è buon mercato e quindi inizia con il giudizio.
Riconoscendo il giudizio di Dio su di lui, Davide smette di essere falso e bugiardo. Davide riconosce la sua colpa perché sente proclamare il giudizio di Dio su di sé. Bisogna passare da lì, lì inizia la grazia. Il giudizio di Dio è anche sempre l’invito al pentimento e l’offerta della possibilità di cambiare. Ma bisogna farlo proprio, bisogna essere sinceri prima di tutto con se stessi davanti a Dio. Davide lo fa e cambia, è trasformato dal giudizio di Natan. Riconosce la sua colpa, passa dalla presunzione al riconoscimento della colpa, passa dalla menzogna alla verità.

3. Il racconto prosegue in modo a noi incomprensibile, perché Dio decide di risparmiare Davide ma comunque di infliggergli una punizione e la punizione che Dio infligge a Davide ci sembra ingiusta e assurda: il bimbo nato da lui e Betsabea si ammala, Davide è abbattuto, digiuna e dorme sdraiato in terra, ma dopo sette giorni il piccolo muore. La domanda che ci sorge naturale (ma che non ha risposta nel testo) è perché debba pagare il bambino innocente per la colpa di Davide. Cosa assurda per noi del ventunesimo secolo, come del resto ci appare assurdo anche che mai una volta Betsabea abbia voce in questo capitolo, mai veniamo a sapere che cosa prova o cosa pensa. Questo racconto risente della (poca o nulla) considerazione che si aveva per le donne e per i bambini. La vita del bambino è vista solo in riferimento a Davide, non al neonato stesso. È Davide a essere punito con la morte del figlio, è lui a pagare.
Se vogliamo andare oltre le nostre domande, possiamo forse dire che il significato, all’interno del racconto, della morte del figlio è che la strada scelta da Davide – la strada dell'abuso di potere, della violenza, dell'inganno, dell'omicidio – non porta da nessuna parte. Quella strada non ha futuro, questo vuol dirci questa morte assurda di un innocente. Il futuro dovrà percorrere una strada diversa e infatti Davide e Betsabea avranno un altro figlio, Salomone, che rappresenterà il futuro e sarà il successore di Davide.
Dopo questi eventi drammatici, dopo il pentimento, Davide continuerà a fare il re e sarà il re più famoso di Israele. Ma la sua storia deve passare attraverso la colpa e il pentimento, Davide deve toccare il fondo, nella sua esistenza viene fuori il peggio di un’umanità che non ha scrupoli e che non guarda in faccia a nessuno.
Da questo fondo risalirà grazie alla parola di giudizio di Natan, parola di giudizio che quindi è allo stesso tempo parola di grazia. Per Davide c’è ora una nuova possibilità. Questo è il senso della storia, anche se, come abbiamo detto, per la nostra mentalità moderna molte parti di questa storia rimangono incomprensibili. Davide commette un peccato, un crimine terribile, ma Dio non lo ripudia e gli concede di andare avanti, gli offre una nuova possibilità. Proprio in questo consiste la grazia, nell'avere una nuova possibilità, anche quando si è toccato il fondo.
Questa non è certo una “bella” storia, e forse - direte – non è nemmeno una storia molto spirituale. Ma è un racconto “vero”, vero nel senso di un racconto molto umano, in cui viene fuori il peggio dell'umanità, che in Davide tocca davvero il fondo. Ed è un racconto vero anche in senso evangelico: l’evangelo di questo racconto è che Dio, proprio quando l’umanità tocca il suo fondo e il suo massimo di egoismo e crudeltà, manda Natan a pronunciare una parola di giudizio che salva Davide e lo riscatta. Perché la grazia comincia con il giudizio, perché è grazie al giudizio pronunciato da Natan che Davide arriva al riconoscimento della propria colpa e al cambiamento. È quando ci riconosciamo colpevoli e non innocenti che la grazia di Dio ci offre la possibilità di ricominciare. Perché questa è la nostra salvezza: che ogni volta che siamo colpevoli, la parola di giudizio e di grazia del Signore ci raggiunge e ci offre una nuova possibilità di ricominciare, anche quando capita di toccare il fondo.
In mezzo ai drammi dell’esistenza, nel profondo del buio della colpa, dell'orgoglio, del desiderio e dell’abuso di potere e in mezzo a tutto il dolore che tutto ciò provoca, la parola di Dio viene a dirci che c’è un’altra strada, un altro modo di vivere il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. E questo non per illuderci di essere innocenti, ma per essere riscattati dalle nostre colpe di colpevoli.
Dio continui a raggiungerci con la sua parola anche nei luoghi più bassi della nostra esistenza, per offrirci ogni volta una nuova possibilità e una nuova speranza.

sabato 17 agosto 2019

Predicazione di domenica 4 agosto 2019 su Luca 9,28-36 a cura di Daniel Attinger

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE
Luca 9,28-36
28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, e salì sul monte a pregare. 29 Mentre pregava, l'aspetto del suo volto fu mutato e la sua veste divenne di un candore sfolgorante. 30 Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 i quali, apparsi in gloria, parlavano della sua dipartita che stava per compiersi in Gerusalemme. 32 Pietro e quelli che erano con lui erano oppressi dal sonno; e, quando si furono svegliati, videro la sua gloria e i due uomini che erano con lui. 33 Come questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bene che stiamo qui; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nuvola che li avvolse; e i discepoli temettero quando quelli entrarono nella nuvola. 35 E una voce venne dalla nuvola, dicendo: «Questi è mio Figlio, colui che io ho scelto: ascoltatelo». 36 Mentre la voce parlava, Gesù si trovò solo. Ed essi tacquero e in quei giorni non riferirono nulla a nessuno di quello che avevano visto.
 
Care sorelle e cari fratelli,
Dopodomani sarà il 6 agosto, data in cui le chiese celebrano, in Oriente dal V secolo, e in Occidente dal XII secolo, la festa della Trasfigurazione. Per l’Oriente cristiano è festa grande, la chiesa cattolica l’ha quasi dimenticata e le chiese della Riforma ancora di più, nono­stante venga ricordata nel calendario liturgico delle chiese luterana e anglicana. Giacché non è abitudine della chiesa valdese celebrare questa festa, vi propongo tuttavia di meditare oggi su questo evento che fu comunque decisivo nella vita di Gesù, tanto da far dire a Luca che, subito dopo averlo vissuto, Gesù “prese la ferma decisione di recarsi a Gerusalemme” (Lc 9,51), lette­ralmente: “rese duro il suo volto per recarsi a Gerusalemme”, consapevole ormai della sorte che là lo attende.
Non si sa con precisione perché questa festa sia stata fissata al 6 di agosto,: c’è chi la mette in relazione con la festa ebraica del 9 di av, che, in questi giorni, ricorda la distruzione del tem­pio di Gerusalemme: sarebbe un modo di dire ai cristiani che hanno un tempio migliore di quello di Gerusalemme: il Cristo glorioso; altri pensano che sia la cristianizzazione di una festa pagana di Afrodite celebrata in Armenia; altri dicono che questa data dipende dalla festa del­l’Esaltazione della croce: la Trasfigurazione sarebbe stata fissata 40 giorni prima del 14 settem­bre, data della grande festa della Croce, in modo da creare una specie di “quaresima della croce” parallela alla quaresima di preparazione a Pasqua; altri ancora ritengono che questa data era quella della dedicazione, nel IV secolo, della prima chiesa costruita sul monte Tabor che tradi­zionalmente fu designato come il monte della trasfigurazione.
Indipendentemente da questo è significativo che, nel cuore del cosiddetto “tempo ordinario”, che unisce il tempo pasquale all’avvento, venga celebrato questo evento che illumina così questo lungo tempo – che poi è figura della nostra vita ordinaria – con la sua luce particolare. Luce che in fin dei conti rivela il senso vero e profondo, anche se nascosto, di tutta la nostra esistenza, e quindi le dà il suo fondamentale orientamento.
Riflettiamo anzitutto su questo evento che appare tanto straordinario, da farci pensare che si tratta di una pia leggenda che troverà magari degli ascoltatori, ma noi … abbiamo meglio da fare! Ma Luca, e gli altri evangelisti, hanno forse raccontato questo episodio per i soli creduloni? Certamente no! Allora cosa vogliono farci capire?
Notiamo un dettaglio proprio a Luca: la trasfigurazione avvenne, dice, mentre Gesù pre­gava. È un dettaglio importante che permette di vedere in questo episodio l’illustrazione della preghiera di Gesù.
Non conosciamo il contenuto di questa preghiera, ma la sua modalità: Gesù è in conver­sazione con Mosè e Elia, cioè con i rappresentanti della Legge e dei Profeti: la preghiera di Ge­sù è dialogo con Dio a partire dalle Scritture! Ma poi, Luca precisa ancora che la conversazione verte sul “suo esodo che doveva compiersi a Gerusalemme” la nostra traduzione ha esplicitato: sulla “sua morte”. Nella sua preghiera Gesù parla dunque della sua morte, cosa non tanto nor­male per un giovane – ricordiamo che in quel tempo Gesù ha poco più di trent’anni! – ma, e questo è molto significativo, questo dialogo, drammatico e lugubre, si svolge nella luce.
La trasfigurazione indica così il paradosso fondamentale della preghiera di Gesù. Nel suo dialogo con Dio, scrutando le Scritture, Gesù comprende che il suo salire a Gerusalemme lo condurrà alla morte, e a una morte violenta, ma morte che in realtà sarà gloriosa e luminosa. Per questo l’evangelista Giovanni non esiterà a parlare di questa morte in termini di “innalzamento” –“come Mosè alzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3,14) – o, addirittura, di “glorificazione” – “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te… Io ti ho glorificato sulla terra, perché ho compiuto l’opera che tu mi hai data da fare. E ora tu, Padre, glorificami alla tua presenza di quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17,1.4-5) –.
Questo episodio, dicevo, illumina la nostra vita ordinaria e le dà senso. Mi sembra che lo faccia almeno in due modi diversi.
La illumina anzitutto, e negativamente, attraverso la reazione di Pietro. Affascinato dallo splendore di Cristo in colloquio con i rappresentanti della Scrittura, si esclama: “Maestro, è bel­lo per noi stare qui. Facciamo tre tende!” L’intervento di Pietro indica il suo rifiuto di prosegui­re per quella via e la sua volontà di rimanere in contemplazione del Cristo luminoso. È la tenta­zione di evadere dall’ordinario. Ma, scrive Luca, “non sapeva quello che diceva”. In realtà, Pietro non rifiuta solo di continuare il cammino, ma vuol addirittura impedire a Gesù di percor­re la sua strada, di vivere quel suo “esodo che stava per compiersi a Gerusalemme”. È il rifiuto che si compia la salvezza del mondo, la quale deve seguire quella logica biblica rivelata dal Ri­sorto: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Allo stesso modo, il nostro ordinario è sì un camminare verso la gloria cui Dio ci chia­ma, ma cammino che attraversa, senza scorciatoie, prove e difficoltà.
La nostra vita quotidiana è poi illuminata, in secondo luogo, dall’“ascoltatelo!” che con­clude l’episodio della trasfigurazione. Per giungere a quella gloria e gioia cui Dio ci chiama, vi è una sola via, quella dell’ascolto: ascolto del Signore – fu già il grande comando che risuonò lun­go tutto il cammino d’Israele nel deserto: “Ascolta Israele, il Signore, il nostro Dio, il Signore è Uno” (Dt 6,4). È questo ascolto che dà il suo senso pieno ad ogni nostro oggi, purché sia ascol­to nel senso forte, quello ricordato da Giacomo nella sua lettera: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non solo ascoltatori altrimenti ingannate voi stessi” (Gc 1,22).
A questo punto si pone una volta ancora la questione di sapere come e dove il Signore ci parla, nonché quella di capire ciò che dice, perché tutto non si risolve, quasi miracolosamente, dicendo che occorre leggere la Bibbia! Certo, questa lettura è essenziale, ma ancora occorre leg­gerla con intelligenza e discernimento, che sono doni dello Spirito che si tratta di chiedere a Dio con insistenza e con la fiducia che questa preghiera sarà esaudita. Ma se tutto ciò è importante, qualcosa è ancora più importante e decisivo: occorre soprattutto desiderare veramente, con tutto il cuore, vivere secondo il volere di Dio. Se questo è davvero il nostro desiderio più intimo e la nostra ferma volontà, possiamo far fiducia a Dio: egli troverà il modo di farci capire ciò che vuole che facciamo; mentre se non è questo che desideriamo in profondità, anche se leggiamo tutta la Bibbia mille volte, ci inganneremo noi stessi nell’interpretarla.
Chiediamo allora al Signore questo grande dono dell’ascolto, e confidiamo nel Signore che non ci lascerà senza risposta. A lui la gloria e la lode, ora e sempre.
Amen


giovedì 15 agosto 2019

Predicazione didomenica 7 luglio su 1 Timoteo 1,12-17 a cura di Giovanni Pistone

1 Timoteo 1, 12-17

12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità; 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l'amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest'affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all'unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.



I nostri maestri ci insegnano che la prima e seconda lettera a Timoteo e
la lettera a Tito, si chiamano *lettere pastorali* perché parlano,
sopratutto, della chiesa e dei suoi pastori. La chiesa e i suoi pastori
sono un'opera dello Spirito che realizza un comando e una promessa del
Risorto. Secondo la testimonianza di Matteo 28, 16-20, il Risorto
incarica i discepoli di una missione. Leggo.

Quanto agli undici discepoli, essi andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro designato. E, vedutolo, l'adorarono; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente».

Come i discepoli mettono in atto questo comando, quando lo spirito della
Pentecoste scende per aiutarli a superare i lodo dubbi, è raccontato
negli Atti degli Apostoli, che i nostri maestri attribuiscono
all'evangelista Luca. Sorgono, con gli apostoli, altri evangelisti, che
si spargono predicando la buona novella, e fondano chiese nelle comunità
che li accolgono. Queste comunità si danno un ordinamento e si danno dei
pastori. Dopo un periodo iniziale, si tiene il primo concilio della
chiesa a Gerusalemme. Perché è successo quello che succede sempre nelle
nostre opere: ci sono opinioni e progetti discordanti, sorgono dei
conflitti, è importante considerare tutto e scegliere la via giusta.
Ascoltiamo la lettura del primo brano.

Atti 15, 22-29 Allora parve bene agli apostoli e agli anziani con
tutta la chiesa, di scegliere tra di loro alcuni uomini da mandare ad
Antiochia con Paolo e Barnaba: Giuda, detto Barsabba, e Sila, uomini
autorevoli tra i fratelli. E consegnarono loro questa lettera: «I
fratelli apostoli e anziani, ai fratelli di Antiochia, di Siria e di
Cilicia che provengono dal paganesimo, salute. Abbiamo saputo che
alcuni fra noi, partiti senza nessun mandato da parte nostra, vi hanno
turbato con i loro discorsi, sconvolgendo le anime vostre. È parso
bene a noi, riuniti di comune accordo, di scegliere degli uomini e di
mandarveli insieme ai nostri cari Barnaba e Paolo, i quali hanno messo
a repentaglio la propria vita per il nome del Signore nostro Gesù
Cristo. Vi abbiamo dunque inviato Giuda e Sila; anch'essi vi
riferiranno a voce le medesime cose. Infatti è parso bene allo Spirito
Santo e a noi di non imporvi altro peso all'infuori di queste cose,
che sono necessarie: di astenervi dalle carni sacrificate agli idoli,
dal sangue, dagli animali soffocati, e dalla fornicazione; da queste
cose farete bene a guardarvi. State sani».

In questo estratto notiamo due cose, per tornarci dopo. Prima di tutto,
si parla di rapporti tra comunità e si parla di persone con il loro
nome: le opere dello spirito le fanno, in pratica, singoli che agiscono
in modo coordinato. Poi notiamo che le norme sono estremamente
importanti per le comunità, forse più di qualunque esigenza pratica: in
questo caso le norme sembrano riguardare l'idolatria, le regole
alimentari, le regole sessuali.

Nella seconda lettura Paolo incontra il nostro personaggio, Timoteo.
Ascoltiamo la lettura.

Atti 16, 1-5 Giunse anche a Derba e a Listra; e là c'era un
discepolo, di nome Timoteo, figlio di una donna ebrea credente, ma di
padre greco. Di lui rendevano buona testimonianza i fratelli che erano
a Listra e a Iconio. Paolo volle che egli partisse con lui; perciò lo
prese e lo circoncise a causa dei Giudei che erano in quei luoghi;
perché tutti sapevano che il padre di lui era greco. Passando da una
città all'altra, trasmisero ai fratelli, perché le osservassero, le
decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani che erano a
Gerusalemme. Le chiese dunque si fortificavano nella fede e crescevano
ogni giorno di numero.

Notiamo ancora che gli evangelisti che operano per conto dello spirito,
oltre ad avere un nome, hanno anche un famiglia, un padre e una madre.

Molto tempo dopo la loro prima missione, Paolo scrive una lettera di
istruzioni a Timoteo che ha lasciato come pastore della comunità metre
lui proseguiva nel suo incessante viaggiare. Timoteo è un credente di
madre ebrea e di padre greco. Nell'ebraismo, l'appartenenza al popolo si
eredita dalla madre, ma è il padre che accompagna il figlio alla
circoncisione. Paolo, per Timoteo, agisce come padre, circoncidendolo e
prendendolo con sè per associarlo alla sua opera.

Timoteo ci appare come una persona sospesa a metà tra due mondi, quello
ebreo e quello greco. In un certo senso, è il prototipo del primo
cristiano. Infatti il primo cristianesimo nasce dalla fusione e dal
contrasto di questi due mondi. Un dibattito che è durato secoli. Il
credo che confessiamo nel culto è una testimonianza di una prima antica
sintesi.

La figura di Timoteo ci aiuta a capire perchè i dibattiti sulla legge
sono così importanti nei vangeli, molto più importanti di quanto noi
possiamo, sulla base della nostra esperienza personale, immaginare.
Possiamo farcene un'idea osservando le lacerazioni che colpiscono le
comunità islamiche a contatto con il mondo europeo. Anche per l'Islam le
tematiche della legge sono molto rilevanti, proprio riguardo a quei temi
di cui parla la lettera degli anziani di Gerusalemme: l'idolatria, le
norme alimentari, le norme sessuali.

La lettera a Timoteo parla ad un Timoteo ormai installato nella sua
chiesa. È una lettera rivolta alla gestione della chiesa, ormai
stabilizzata, alla ricerca di un suo funzionamento che le permetta di
essere quello che deve essere, secondo il mandato del Risorto.

La lettera inizia con i saluti, poi indica a Timoteo la necessità di
resistere a falsi insegnamenti che si diffondono nella chiesa. Poi,
stranamente, Paolo parla di sé.

1 Timoteo 1, 12-17 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo
Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia,
ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un
persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché
agivo per ignoranza nella mia incredulità; e la grazia del Signore
nostro è sovrabbondata con la fede e con l'amore che è in Cristo Gesù.
Certa è quest'affermazione e degna di essere pienamente accettata: che
Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io
sono il primo. Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché
Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io
servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per
avere vita eterna. Al Re eterno, immortale, invisibile, all'unico Dio,
siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Fino ad ora vi ho detto quello che i nostri maestri ci insegnano. Ora
devo addentrarmi in un discorso più personale su temi su di esegesi su
cui non c'è accordo.

Non è veramente strano che Paolo parli di sè in una lettera di
istruzioni a Timoteo. Infatti, ho letto la storia negli Atti come la
storia dell'adozione di Timoteo da parte di Paolo. Timoteo riceve a
Paolo il segno della paternità (la circoncisione) e l'eredità della sua
opera di evangelizzazione dei pagani. Timoteo è ben attrezzato,
esattamente come lo è Paolo stesso, a respingere le pretese eretiche sia
dei giudei che dei greci. Paolo parla di sè in una lettera al figlio
Timoteo a proposito della comune impresa perchè questo è il linguaggio
dei padri: "Io ho fatto questo, tu cerca di andare avanti, e non tornare
indietro". In questo senso, Paolo parla a tutti i pastori della chiesa
di tutti i tempi.

Ascoltiamo ancora:

Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro
Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo
servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un
violento; Paolo attribuisce la propria forza, cioè l'efficacia
della sua missione, a Cristo, che lo ha trovato affidabile, malgrado
all'inizio fossi un nemico di Cristo. La virtù umana che è stata
utilizzata è l'affidabilità, il meritare fiducia.

ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella
mia incredulità; e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con
la fede e con l'amore che è in Cristo Gesù. Il mio peccato era
dovuto a ignoranza e non malizia, dunque è stato facilmente
cancellato dalla grazia.

Certa è quest'affermazione e degna di essere pienamente accettata:
che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei
quali io sono il primo. Questa mia chiamata si appoggia sulla
verità della venuta di Cristo per la salvezza.

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo
dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi
di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere
vita eterna. La ragione per cui mi è stata fatta misericordia è è
che potessi essere di ispirazione per i credenti, specialmente
essendo pastore.

Da questa lettura ricavo questo insegnamento. La chiesa cristiana è
stata voluta da Cristo ed edificata nelle nazioni e nei secoli da
pastori sostenuti dallo spirito. Il suo primo scopo è insegnare a tutte
le persone, in tutti i paesi, e in tutti i tempi che Cristo Gesù è
venuto nel mondo per salvare i peccatori. Questa verità ne contiene
tante altre, tutte buone e sante, ma che sono subordinate a quella e
che, da sole, non possono costituire la chiesa.

Ogni chiesa agisce esclusivamente per mezzo dei suoi membri e dei suoi
pastori, aiutandosi con la legge che la ordina, guidata dalla memoria di
ciò che stato, in particolare la predicazione delle scritture, e guidata
dalla speranza di giò che deve essere. Non ci sono altri contributi
positivi. Per questo deve avere particolare cura per la trasmissione
critica da una generazione all'altra dei contenuti della sua fede, come
da Paolo a Timoteo.

Alla fine, ripetiamo l'invocazione di Paolo a Dio: Al Re eterno,
immortale, invisibile, all'unico Dio, siano onore e gloria nei secoli
dei secoli. Amen