domenica 23 agosto 2020

Predicazione di domenica 23 agosto su 1 Corinzi 3,9-17 a cura di Marco Gisola

 

1 Corinzi 3,9-17

Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra;  poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù.  Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia,  l’opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco.
Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.



Collaboratori di Dio. Così Paolo chiama i predicatori che operano a Corinto, tra cui include anche se stesso, in questa lettera sofferta. Sofferta perché questi predicatori, che dovrebbero istruire la chiesa di Corinto mentre lui è lontano, stanno lavorando male, perché stanno lavorando per loro stessi e non per la comunità. Queste parole di Paolo vengono subito dopo una dura critica alle divisioni che ci sono nella chiesa di Corinto: «… uno dice: «Io sono di Paolo»; e un altro: «Io sono d'Apollo» … Che cos'è dunque Apollo? E che cos'è Paolo? Sono servitori, per mezzo dei quali voi avete creduto». «Io ho piantato [scrive Paolo, infatti era stato lui il fondatore della comunità; il fondatore, ma non il fondamento!], «Io ho piantato Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere!»

Faremmo un grosso errore se leggessimo la parola «collaboratori» con orgoglio, con presunzione, come se fosse un privilegio o un onore; faremmo un grosso errore se leggessimo la parola «collaboratori» dimenticando la parola che Paolo ha scritto poco prima, cioè «servitori». L’immagine che Paolo usa del campo di Dio è eloquente: è essenziale che qualcuno pianti e qualcuno innaffi, ma chi sia a fare questo è assolutamente secondario: è Dio che fa crescere, perché il campo è di Dio, la chiesa, la comunità dei credenti è di Dio, non dei predicatori. Non è nemmeno del fondatore: Paolo ha posto il fondamento, che è Cristo, e non poteva porre un altro fondamento perché da un altro fondamento non sarebbe sorta una chiesa cristiana, sarebbe sorto qualcos’altro, una comunità o un gruppo di tipo diverso, ma non una comunità cristiana. Il fondatore continua ad essere un collaboratore e servitore di Dio, come ogni predicatore. Nulla di più.

Questa affermazione di Paolo non a caso è il versetto del giorno della Riforma; se andate a vedere su “Un giorno una Parola” sotto la data del 31 ottobre c’è proprio questa frase «nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù». La polemica con il cattolicesimo è chiaramente il fatto che sembri che nella fede e nella spiritualità cattolica vi siano altri fondamenti, non al posto ma accanto a Gesù, quali Maria, i santi, ecc. Ma nel contesto della lettera di Paolo ovviamente la polemica non è – come diremmo oggi – confessionale, ma riguarda un tema e una tentazione molto presente anche oggi, nelle chiese e in tutti i raggruppamenti umani. È quello di cui parla all'inizio del capitolo e che ho già citato: «Io sono di Paolo», «Io sono d'Apollo»…

Mi sembra che il rischio che Paolo vede in questo atteggiamento è quello che il fondamento anziché essere solo e soltanto Cristo e il suo evangelo, sia la persona che lo annuncia. A Corinto c’e il gruppetto – passatemi l’espressione - dei “paolini” quello degli “apollini”, cioè chi apprezza e segue Paolo, chi apprezza e segue Apollo, e sono magari in contrasto tra di loro come due partiti opposti.

È quello che con una bruttissima parola si potrebbe definire oggi il “leaderismo”, il bisogno di un leader, di una guida, per non dire di un capo. La nostra chiesa ha molti antidoti per prevenire il leaderismo, ma non possiamo essere sicuri di esserne immuni. Gli antidoti sono il fatto che i pastori e le pastore stanno per un periodo non troppo lungo in una chiesa, il fatto che ogni decisione viene presa non da singoli ma da gruppi di persone che sono elette da un’assemblea, il fatto che qualunque compito si abbia lo si ha per un tempo e non per sempre.

Ma ciononostante, il rischio c’è. C’è il rischio che alcuni membri di chiesa vadano a simpatie (,“se c’è quel pastore/a o predicatore/predicatrice vado al culto se c’è quell’altro o quell’altra non ci vado…”) e c’è il rischio che pastori e pastore coltivino le loro simpatie. Il rischio c’è da entrambe le parti.

Ciò che Paolo è scrive è molto interessante: senza pensare che qualcuno voglia costruire su altri fondamenti, Paolo dice che sul fondamento già posto, che è Cristo, si può costruire bene oppure male. Sullo stesso fondamento, quello “giusto” (diciamo così) si può costruire bene o male. Paolo usa l’immagine del costruire e quando deve parlare dei materiali di costruzione va un po’ oltre la realtà e parla di «oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia», che non sono tutti materiali da costruzione comuni, ma Paolo usa queste materiali perché introduce poi l’immagine del fuoco che mette alla prova le varie materie prime. Alcune materie resistono al fuoco, altre – come chiaramente fieno e paglia – non resistono.

È possibile che, tornando sempre al contesto dell’inizio del discorso di Paolo, costruire male sia un riferimento alle divisioni, ai gruppetti che ci sono nella chiesa di Corinto. Chi costruisce, cioè chi predica Cristo, deve costruire la comunità, non ognuno la sua comunità, cioè il proprio gruppetto. Costruire è un compito di grande responsabilità, perché – dice Paolo alla chiesa di Corinto - «siete il tempio di Dio e … lo Spirito di Dio abita in voi». La chiesa è il tempio di Dio; ma non l’istituzione “Chiesa”, bensì la comunità dei credenti, perché è ai credenti che Dio ha dato il suo Spirito. L’istituzione è necessaria, è una forma organizzativa che cerca di essere coerente con l’evangelo anche nella sua organizzazione, ma sono i credenti raccolti nelle comunità che sono il tempio di Dio. Paolo si rivolge alla comunità locale di Corinto, comunità tutt’altro che perfetta, anzi Paolo è molto critico nei confronti di questa chiesa, non ha parole di lode per questa comunità, eppure, ciononostante essa è il tempio di Dio. E anche nelle sue parole di giudizio, Paolo distingue chiaramente tra il costruttore e la costruzione: «Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi». Chi guasta il tempio di Dio sarà guastato da Dio, ovvero Dio non permetterà che il suo tempio sia guastato, perché il tempio di Dio – i credenti, coloro che Dio ha scelto e chiamato a far parte della sua chiesa - è santo, è cioè appunto scelto da Dio e quindi è di Dio.

Sembra che questo discorso riguardi soltanto coloro che hanno un compito di predicazione o di istruzione all’interno della comunità, perché Paolo si rivolge a chi a Corinto è venuto dopo di lui e sta istruendo la comunità. Penso però che queste parole di Paolo valgano per tutti, perché tutti abbiamo un compito nella comunità, chi più istituzionale e chi meno, chi con un qualche incarico e chi no, ma tutti contribuiamo alla costruzione della chiesa e quindi del tempio di Dio. Tenere ben a mente che la comunità di cui si fa parte è il tempio di Dio è importante anche per chi non ha particolari ruoli dentro la chiesa (ma potrebbe un giorno averli...). La chiesa di Biella non è tua, non è nostra, è di Dio, è sua, è lui che l’ha creata. Qualcuno, circa un secolo e mezzo fa, ha fatto come Paolo a Corinto, è arrivato qui e ha posto il fondamento, Gesù Cristo, che alcuni hanno accolto e così facendo hanno costituito questa chiesa.

Da allora stiamo tutti cercando di continuare questa costruzione, ognuno con il suo compito, e ognuno sapendo che non costruiamo qualcosa di nostro, ma qualcosa che appartiene a Dio. Cerchiamo di costruire bene, con oro, argento e pietre di valore, con la predicazione dell’evangelo, con la catechesi, la cura pastorale, le relazioni con le altre chiese e con la società, nella consapevolezza che il fondamento è già posto, non siamo noi, non è la nostra storia, ma è Cristo Gesù e nient’altro.

Continuare a costruire bene su questo fondamento, con cura, con amore, nell’ascolto reciproco, con sincerità, con la voglia di scoprire ancora molte cose che l’evangelo ha da dirci qui ed ora è la sfida e il compito che Dio dona a tutti e tutte noi. Siamo tutti e tutte collaboratori e collaboratrici di Dio, nel senso di suoi servitori, impegnati a lavorare per costruire il suo tempio, che siamo noi stessi, quindi a costruire passo dopo passo la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore.

Nella responsabilità di costruire bene, con i materiali giusti, e nella certezza che il fondamento è già posto e nessuno lo può togliere, perché è Cristo Gesù.



domenica 16 agosto 2020

Predicazione di domenica 16 agosto 2020 (Domenica di Israele) su Romani 11,25-32 a cura di Marco Gisola

 

Romani 11,25-32

25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto:
«
Il liberatore verrà da Sion.27 Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati».
28 Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; 29 perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30 Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch'essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch'essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti
«
chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?
35 O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio
36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.



Il testo proposto per oggi è la conclusione del capitolo 11 della lettera ai Romani, che è anche la conclusione del lungo discorso che Paolo ha fatto nei capp. 9-11 sul rapporto tra Dio e Israele. Tre capitoli complessi e intensi che qui porta a conclusione.

1. Paolo inizia parlando di un «mistero» che non vuole che i cristiani di Roma ignorino; se quindi il mistero non deve essere ignorato, se cioè bisogna che si sappia in che cosa consiste, non è più un mistero, almeno secondo il nostro linguaggio comune. Una cosa misteriosa è per definizione una cosa che non si conosce e invece qui Paolo dice che vuole che i romani conoscano questo mistero.

Qualcuno ha quindi proposto che “mistero nel linguaggio dell’apostolo Paolo può equivalere a quello che noi chiamiamo paradosso” (Barth, L’epistola ai romani, Roma, Feltrinelli, 1962, p. 395). Il comportamento di Dio non è misterioso nel senso che è nascosto, ma è paradossale, cioè non è secondo logiche umane.

Il mistero, o paradosso, che Dio ha messo in atto è quello che Paolo descrive nella frase seguente: «un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato».

Paolo vuole spiegare perché non tutti gli ebrei hanno riconosciuto Gesù come messia di Israele mandato da Dio e hanno creduto in lui; la ragione è che si è prodotto un indurimento in una parte di Israele. In altri brani di questa lettera Paolo utilizza questa immagine dell’indurimento, che viene dall’Antico Testamento, e spesso dice chiaramente che Dio ha indurito il suo popolo.

Che cosa significa? Che Dio fa sì che qualcuno non creda o non obbedisca alla sua parola? Nel gruppo di studio biblico che stavamo portando avanti su questa lettera abbiamo detto più volte che l’interpretazione più probabile non è che Dio limiti la libertà dell’essere umano e gli faccia fare quello che vuole, ma al contrario, che Dio lascia l’essere umano libero, anche di prendere la strada sbagliata e non lo ferma.

Una parte di Israele non crede in Gesù e Dio lascia che sia così perché ha un obiettivo: questo accade «finché non sia entrata la totalità degli stranieri». Non è ben chiaro perché Paolo usi il verbo “entrare” e dove pensi che gli stranieri, cioè i pagani, debbano entrare, ma è comunque chiaro che il significato è che tutti i pagani prima o poi crederanno in Cristo.

Fino ad allora, e solo fino ad allora, c’è questo indurimento in Israele. Dopo, quando tutti i pagani avranno fede in Cristo, «tutto Israele sarà salvato». Secondo Paolo è questione di tempo, l’indurimento di Israele è temporaneo ed è funzionale a che tutti i pagani trovino la fede e poi tutto Israele sarà salvato.

Notate l’insistenza di Paolo sul “tutti”: la «totalità degli stranieri» e «tutto Israele», ovvero tutti gli esseri umani, perché allora l’umanità nella concezione ebraica si divideva in ebrei e pagani, che erano tutti gli altri.

Questo Paolo lo scrive ai cristiani di Roma che in prevalenza provenivano dal paganesimo, «affinché non siate presuntuosi», cioè in fondo affinché non pensiate – dice Paolo ai cristiani di Roma - che Dio ha scelto voi al posto degli ebrei.

Pensate quanto azzeccate sono state queste parole di Paolo, che ha previsto che cosa poteva accadere ed è accaduto: cioè che i cristiani provenienti dal paganesimo avessero sostituito Israele. Quanto azzeccate e quanto inascoltate sono rimaste queste parole dell’apostolo Paolo! E quanto presuntuosi i cristiani sono stati nei confronti di Israele.

Per dire questo Paolo inserisce due citazioni di due brani del profeta Isaia che hanno come tema il perdono; Paolo presenta quindi qui questo Dio paradossale, o Dio del paradosso, come il Dio che ha l’obiettivo di perdonare tutta l’umanità.

Un brano di Isaia viene un po’ modificato da Paolo, che scrive «Il liberatore verrà da Sion» anziché “per Sion”, ed è un chiaro riferimento a Gesù, che in Sion – cioè Gerusalemme – è morto e risorto.

C’è una interpretazione interessante del nostro fratello pastore Daniel Attinger, secondo cui quando Paolo usa il verbo entrare pensa che i pagani, credendo in Cristo, entrino così in Israele e che l’espressione «tutto Israele sarà salvato» si riferisca al nuovo Israele, composto dagli ebrei e dai pagani che hanno creduto in Cristo. In Cristo tutta l’umanità sarà Israele. Una interpretazione molto interessante che volevo condividere con voi.


2. Una frase di Paolo in questi versetti ha gettato, in questi ultimi settant’anni, una nuova luce sui rapporti tra la chiesa e Israele, quando Paolo dice che «i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili».

Come dicevamo prima, i cristiani hanno spesso pensato che Dio avesse invece revocato i suoi doni che aveva fatto a Israele e avesse rinnegato la vocazione che gli aveva rivolta fin dai tempi di Abramo.

Questo pensiero ha contribuito notevolmente alle persecuzioni di cui gli ebrei sono state vittime lungo i secoli e hanno aiutato a creare il clima che ha reso possibile la Shoah.

Invece no, Dio non revoca, non rinnega. Non ha abbandonato Israele, ma in Cristo ha voluto includere il resto dell’umanità. Anzi, se vogliamo, possiamo dire che in Cristo ha voluto realizzare la promessa che aveva fatto proprio ad Abramo di essere benedizione per tutte le nazioni.

È dunque importante che teniamo a mente questa affermazione riferita a Israele «i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili» ogni volta che pensiamo agli ebrei o parliamo di loro o con loro. Dio non li ha abbandonati perché la vocazione che ha loro rivolta non è venuta meno, e i doni che ha fatti a Israele non glieli ha tolti.



3. Al v. 32 Paolo parla poi della disubbidienza dei pagani ieri e di Israele oggi e della misericordia di Dio e scrive quella affermazione importante: «Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti».


Ecco il mistero e il paradosso del comportamento di Dio. Teniamo presente quello che abbiamo detto prima: Dio «ha rinchiuso tutti nella disubbidienza» non vuol dire che ci fa disobbedire, ma che Dio ci lascia disobbedire, ci lascia liberi e lascia che usiamo male la nostra libertà per disobbedire. Tutti, ebrei e pagani, come ha detto fin dall’inizio della sua lettera.

La disobbedienza è ciò che accomuna tutti gli esseri umani, tutta l’umanità. Ma è fondamentale come prosegue questa frase di Paolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti». l’obiettivo di Dio è la sua misericordia, è fare misericordia a tutti, ebrei e pagani.

Tutti uguali nella disobbedienza ma sopratutto tutti uguali nella misericordia. Anche questo lo aveva già detto all’inizio della lettera quando ha scritto che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù» (3,23-24).



Il «mistero» è dunque la grazia, che è paradossale ed è conseguenza della scelta di Dio di vincere in questo modo, e non in un altro, non con la punizione – la nostra disobbedienza, che invece non è un mistero, perché è sotto gli occhi di tutti. Ma la disobbedienza, dice Paolo, è per un tempo (anche se a noi questo tempo sembra troppo lungo…), mentre la grazia è per sempre.

Per questo Paolo conclude questa parte della sua lettera con un inno di gloria a Dio, i cui giudizi sono inscrutabili e le sue vie ininvestigabili.

Ma è invece rivelato l’obiettivo delle vie di Dio: «far misericordia a tutti». In questo “tutti” ci siamo sia noi, sia il nostro prossimo e non ci siamo noi senza il nostro prossimo. Per questo non c’è ragione di essere presuntuosi ma piuttosto pieni di gioia e gratitudine.

Possiamo dunque davvero anche noi, come Paolo, lodare Dio per tutto questo, e dire: a lui sia la gloria in eterno. Amen.

Predicazione di domenica 9 agosto 2020 su Geremia 1,4-10 a cura di Marco Gisola

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni». Io risposi: «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore. Poi il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il Signore mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».


Geremia
è un profeta fra quelli più importanti dell’Antico Testamento. È un profeta che opera in un momento difficile e che è andato a dire al popolo d’Israele cose scomode. Potremmo quindi immaginarci una grande personalità, un grande oratore, un uomo forte.

I versetti che abbiamo letto sono spesso chiamati la vocazione di Geremia, ma come avete sentito più che una vocazione sembra una semplice “comunicazione”. Geremia racconta qui come Dio gli abbia appunto comunicato che è stato scelto per un compito molto particolare e importante ma anche difficile, ovvero annunciare al popolo d’Israele il suo imminente esilio in Babilonia.

Siamo negli anni che precedono la sconfitta del Regno di Giuda, la parte meridionale di quello che era stato il regno di Davide. La parte settentrionale era già stata conquistata dagli Assiri cento anni prima, ora il regno di Giuda è pizzicato tra gli Egiziani e i Babilonesi, due superpotenze che insidiano la libertà del piccolo regno di Giuda e della sua capitale Gerusalemme. Vinceranno i Babilonesi e conquisteranno il regno di Giuda, deportandone la popolazione.

In questo contesto, Geremia è mandato a dire che non c’è speranza di resistere ai babilonesi, che essi conquisteranno il paese, che non serve a nulla cercare alleanze, per esempio con l’Egitto, nemico storico dei babilonesi.

E anzi Geremia è mandato a dire che questa disfatta sarà la conseguenza della disobbedienza del popolo alla volontà di Dio. Il popolo ha messo la sua fiducia nei popoli stranieri e nei loro dèi e non nel Dio di Israele.

La personalità di Geremia in questi versetti viene fuori solo un attimo nella obiezione che Geremia oppone a Dio:«Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Le uniche parole di Geremia di questi versetti.

Però “Obiezione respinta!” si direbbe nella scena di un processo di un film: a Dio non interessa che Geremia sia un ragazzo e non gli interessa che non sappia parlare; perché in fondo farà tutto lui e Geremia non sarà che uno strumento nelle sue mani. Geremia non può dire di no.

La Parola di Dio si impossessa di lui, anzi, prima ancora che Geremia nascesse, Dio lo aveva già scelto per farlo diventare “profeta delle Nazioni”. Profeta delle Nazioni significa che Geremia non deve rivolgersi soltanto al suo popolo, Israele, ma anche ad altri popoli.

Il soggetto di questo brano infatti non è lui, ma è «la Parola del Signore»; è la Parola del Signore che viene rivolta a Geremia, è la Parola del Signore che determinerà non solo la sua predicazione, ma la sua intera vita, vita appunto di “strumento della Parola”, strumento scomodo che incontrerà molte ostilità e difficoltà (Geremia sarà messo in prigione).

Ostilità e difficoltà perché la parola di cui Geremia è strumento è in questo momento una cattiva notizia: l'esilio, dunque la fine. Ci sarà poi anche il ritorno dall’esilio, dunque la buona notizia, ma intanto Geremia deve annunciare - e il popolo deve ricevere - la cattiva notizia.

Quello che Dio dice accadrà, perché la Parola di Dio è più forte dell'infedeltà di Israele e dei suoi re e delle loro strategie. Quello che Dio dice accadrà, ma non per merito di Geremia, che è solo un ragazzo e non sa parlare.

Dio si serve di chi, di suo, non sarebbe in grado di adempiere il compito che gli viene affidato. Dio stende la mano e tocca la bocca di Geremia e gli dice: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca». La bocca è quella di Geremia, ma le parole sono quelle di Dio.

Dunque, la Parola di Dio è efficace non perché Geremia è bravo, ma – potremmo dire - nonostante Geremia. La parola di Dio è efficace nonostante noi, nonostante chiunque tenti di annunciarla, nonostante la chiesa e le chiese. L’efficacia della Parola non si fonda sulle nostre qualità.

Per questo Dio non accetta l’obiezione di Geremia e non accetta le nostre obiezioni: tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Andrai e dirai. Punto. Senza se e senza ma.

Ma insieme all’ordine, c’è la promessa: «Non li temere, perché io sono con te per liberarti». Geremia non deve avere paura, soprattutto non deve avere paura di coloro ai quali è mandato a dire cose scomode e spiacevoli.

Geremia ha buone ragioni per avere paura, perché le persone che dovranno ascoltare le parole di giudizio che Dio lo manda ad annunciare sono i re, i potenti, quelli che infatti avranno il potere di metterlo in prigione perché egli non dica le cose che essi non vogliono sentire e non vogliono che il popolo senta.

Il profeta dovrà dire cose scomode; è successo a molti profeti, è successo per esempio a Natan con il re Davide; è successo a Giovanni il battista, che è stato anche lui imprigionato e poi decapitato dal re Erode. E successo ovviamente a Gesù.

«Io sono con te» è la promessa che Dio fa a Geremia, il quale avrà un compito scomodo e difficile, ma sarà accompagnato dalla promessa di Dio, che lo libererà. Geremia sarà, grazie a Dio e alla sua promessa, un uomo libero, anche quando sarà in prigione sarà un uomo libero, più libero di chi lo ha imprigionato, ed è a sua volta prigioniero delle sue illusioni presuntuose.

Dio manda e accompagna chi dice le sue parole, chi annuncia la sua Parola. Un messaggio molto incoraggiante per chiunque tenti di testimoniare la Parola di Dio, che è efficace, nonostante noi.


L’ultimo versetto che abbiamo letto contiene il compito vero e proprio che Dio dà a Geremia: «io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».

Sei verbi definiscono il compito di Geremia, quattro di essi negativi e solo due positivi. È una predicazione in tempo di crisi, non in tempi normali e tranquilli. Stanno per accadere cose che cambieranno la storia di Israele e che la sconvolgeranno.

Sradicare, demolire, abbattere e distruggere lo faranno i babilonesi, quando nell’anno 587 a.C. conquisteranno Gerusalemme e deporteranno i suoi abitanti.

Geremia deve dire che questo accadrà a causa dell’infedeltà del suo popolo.

In questi quattro verbi negativi è prefigurata tutta la drammaticità dell’esilio, mentre nei due verbi positivi si intravvede un po’ di luce, la luce del ritorno e del nuovo inizio che seguirà all’esilio. Cinquant’anni Israele sarà esiliato in Babilonia e quando poi i Persiani sconfiggeranno i Babilonesi, il loro re, Ciro, permetterà agli ebrei di tornare a casa.

Sono quindi verbi molto concreti che si riferiscono a eventi molto concreti, che ci dicono però una cosa: la Parola di Dio non è solo una parola che consola, che coccola, che incoraggia; a volte è una parola che sradica e che demolisce.

Sradica le nostre idolatrie, demolisce i falsi dèi in cui a volte ci rifugiamo, abbatte i nostri pregiudizi, distrugge le nostre umane sicurezze. È come una ruspa che demolisce orrendi edifici abusivi per costruire qualcosa di nuovo.

Geremia – a partire dal racconto della sua cosiddetta chiamata – ci viene a dire che non possiamo avere il vecchio e il nuovo contemporaneamente; se il nuovo deve farsi spazio, il vecchio deve sparire. Se lì dove sorge un palazzo abusivo deve nascere un giardino pubblico, il palazzo va prima abbattuto.

La Parola di Dio fa questo con noi: abbatte ciò che ci separa da Dio e non ci rende liberi. La promessa che Dio fa a Geremia è «io sono con te per liberarti» (e pensiamo – appunto - che Geremia starà anni in prigione…!).

Questo brano di oggi ci vuole ricordare che anche questo è compito della Parola di Dio: demolire tutto ciò che è falso, tutto ciò che ci allontana da Dio (e dal prossimo, possiamo aggiungere).

Essa distrugge tutto ciò che ci dà l’illusione di essere liberi ma in realtà ci imprigiona: preconcetti, pregiudizi, a volte persino idee sbagliate che abbiamo su Dio e sul prossimo.

Distrugge per poi ricostruire, per far tornare anche noi dall’esilio delle nostre illusioni alla terra promessa della sua misericordia e della sua libertà.

Che il Signore continui a operare in mezzo a noi con la sua Parola efficace, con la sua promessa di essere con noi, e continui a demolire le nostre illusioni e a ricostruirci secondo la sua volontà.

domenica 2 agosto 2020

Predicazione di domenica 2 agosto 2020 su Giovanni 9,1-7 a cura di Macro Gisola

Giovanni 9,1-7

1 Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. 2 I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» 3 Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. 4 Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. 5 Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».
6 Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, 7 e gli disse: «Va', làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.



Il brano di oggi ci mette davanti un aspetto dell’esistenza umana a cui siamo tutti molto sensibili: la sofferenza. La sofferenza e le ragioni della sofferenza. Il perché sulla sofferenza è senz’altro la domanda che più interroga e spesso tormenta gli esseri umani, anche i credenti, anzi a volte più i credenti che i non credenti, perché la domanda sulla sofferenza diventa immediatamente la domanda su Dio, su che cosa faccia Dio davanti alla sofferenza.

Questo racconto elimina una delle credenze più diffuse ai tempi di Gesù, ma in parte ancora oggi: che la sofferenza sia conseguenza di una colpa e sia dunque mandata da Dio come punizione per la colpa. Se soffri, devi per forza aver commesso qualche colpa grave; questa idea era molto diffusa ed è anche, ricorderete, la tesi degli amici di Giobbe, che tentano di convincere il loro povero amico precipitato nella sofferenza estrema che la colpa di quella sofferenza è sua. Questo libro dell’Antico Testamento, che, è stato scritto apposta per confutare la tesi che la sofferenza sia conseguenza della colpa. Sapete che nel libro di Giobbe Dio darà torto ai suoi amici che insistevano con questa idea.

Se soffri, devi aver commesso qualche colpa e se un bambino nasce con quello che oggi chiameremmo un handicap o una disabilità, allora è possibile che questa sia la punizione per la colpa dei suoi genitori o per una colpa che lui avrebbe commesso! È questa la domanda dei discepoli di Gesù: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» la risposta di Gesù è netta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Ovvero: non c’entra nessuna colpa, la cecità di quest’uomo non è conseguenza di una colpa, di nessuno!

Questa è da un lato una grande liberazione, liberazione dalla paura di soffrire a causa di una colpa di cui si è colpevoli, liberazione da un’idea di Dio che punisce il peccatore, liberazione dal dover vivere il rapporto con Dio fondandolo sulla paura e non sulla fiducia. Il che non significa ovviamente che Dio sia contento delle nostre colpe, ma vuol dire che davanti alla colpa Dio non mette in atto la nostra punizione, ma cerca la nostra conversione.

Se questo è vero ed è davvero liberante, d’altro lato però la domanda dei discepoli (e la nostra domanda) rimane senza risposta: di chi è la colpa della sofferenza? Perché è molto umano voler trovare un colpevole, a volte preferiamo dare la colpa a noi stessi piuttosto che non sapere di chi sia…. almeno ce la si può prendere con qualcuno…!

Invece Gesù non indica un colpevole, non c’è colpa per la cecità di quell’uomo, non c’è colpa per la sofferenza causata da malattie o disgrazie. E mentre la prima parte della risposta di Gesù è chiara (né lui né i suoi genitori sono colpevoli), la seconda non è così chiara: «è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui».

Che cosa vuol dire? A me sembra che si possa interpretare così: Dio non c’entra con la sofferenza – cioè non è lui che la manda, non ne è lui la causa – ma c’entra con la guarigione. Dio non c’entra con il male, ma con il bene, non c’entra con ciò che fa stare male, ma con ciò che fa stare bene.

E la sofferenza allora? Noi vorremmo sapere da dove viene, quale ne è la causa… perché se ne conoscessimo la causa – tipo la colpa di qualcuno – sapremmo chi ne è responsabile. E invece no, non lo sappiamo. Vi sono sofferenze senza responsabilità, e la cecità o un’altra malattia congenita, che ci si porta dietro dalla nascita, è l’esempio più eclatante e più chiaro di quello che possiamo chiamare un mistero. Di molte malattie – anche congenite - conosciamo la causa scientifica e da questo punto di vista non sono un mistero, ma lo sono dal punto di vista della giustizia. È una ingiustizia, un’enorme ingiustizia il fatto che un bambino nasca cieco o con altra disabilità. E questa ingiustizia non ha ragioni.

Forse accettare che è un mistero e che non possiamo trovare un colpevole può, alla fine, essere liberante. È difficile, va contro la nostra voglia di sapere chi è responsabile di tutto, ma può liberarci da questa continua ricerca del colpevole – che non troveremo mai…! - che in fondo ci tormenta l’esistenza.

La parola di Gesù non risolve il mistero, ma ci dice chiaramente da che parte sta Dio: non dalla parte della sofferenza ingiusta, ma dalla parte della guarigione. Detto in altre parole: non solo Dio non ha mandato la cecità a quell’uomo, ma non la vuole; non solo Dio non manda la sofferenza, ma non la vuole. Dio è dalla parte di quell’uomo che soffre, non dalla parte della sofferenza. Lo dimostra la guarigione che Gesù opera, ma Dio è dalla parte anche dei sofferenti che non guariscono. Come ha detto qualcuno, la Bibbia non risponde alla domanda sul perché della sofferenza, sulla origine della sofferenza, ma ci dice quale è la sua fine: essa è sconfitta da Dio, il male è sconfitto dal bene, persino la morte è sconfitta dalla vita, nella resurrezione di Gesù. Il male c’è, per molti versi è un mistero, ma per la fede la sua fine è segnata, perché vince Dio e quindi vince il bene.



Ma c’è poi una seconda cosa da dire su questo brano, che non tratta solo il tema della sofferenza e della “colpa” della sofferenza ingiusta, ma ha come secondo grande tema Gesù stesso. Il racconto di miracolo è l'inizio di un lungo brano che andrebbe letto per intero, cosa che vi invito a fare a casa, che va fino alla fine del capitolo 9. I versetti che abbiamo letto sono il “fatto”, l’evento della guarigione, preceduto da questo breve botta e risposta tra i discepoli e Gesù sulla causa della sofferenza. Ma poi Giovanni ci racconta tutte le reazioni a questo fatto: prima un breve dialogo tra l’uomo che era cieco con la gente che è lì e lo vede guarito; poi egli viene portato dai farisei che criticano Gesù perché ha guarito in giorno di sabato; poi un dialogo tra i farisei e i genitori dell’uomo; poi un altro scambio tra lui e i farisei che lo interrogano di nuovo e alla fine lo cacciano via; infine l’incontro dell’uomo guarito con Gesù, in cui l’uomo confessa la sua fede.

La chiusura del capitolo è un altro breve dialogo tra Gesù e i farisei in cui questi chiedono: «Siamo ciechi anche noi?» Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Questa guarigione del cieco nato è uno dei cosiddetti “segni” del vangelo di Giovanni. Segni è il nome con cui Giovanni chiama i miracoli. Segni perché Giovanni non è solo interessato al miracolo in sé, ma ogni miracolo “segnala”, cioè dice chi Gesù è e ha l’obiettivo di far nascere la fede in lui. E già nel brano che abbiamo letto Gesù dice «Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo», riprendendo quella affermazione «io sono la luce del mondo» che aveva detto nel capitolo precedente. Gesù ridona la vista a un cieco perché è la luce del mondo, questo è il senso del miracolo. Gesù è venuto a portare la luce agli esseri umani, non soltanto la vista ai ciechi, la vista ai ciechi è solo un segno della luce che Gesù porta a tutti e a tutte.

Quindi il cieco siamo noi; questo è il secondo significato del racconto, che dura tutto il capitolo. Siamo ciechi dalla nascita e lo siamo finché non incontriamo Gesù. Perché lui è la luce e vederci è credere in lui e mettere la nostra vita nelle sue mani. Altrimenti non ci vediamo, siamo come ciechi, anche quando – come i farisei – crediamo di vederci.

Perché il peccato dei farisei è proprio quello di pensare di vederci bene, anzi meglio degli altri. l’uomo cieco invece non sa nemmeno che cosa voglia dire vederci, perché è cieco fin dalla nascita, non ha mai visto.

Vorrei concludere sottolineando un piccolo dettaglio di questo brano: l’uomo cieco non chiede nulla a Gesù, nei sette versetti che abbiamo letto non chiede nulla e non dice nulla. È totalmente passivo. L’iniziativa è di Gesù. L’uomo non chiede la guarigione, forse non pensava assolutamente che un giorno avrebbe potuto vederci. Questo siamo noi secondo Giovanni. Esseri umani che non hanno luce e non hanno speranza, rassegnati a vivere nel buio.

Ma passa Gesù, luce del mondo, e ci dona la vista che è la fede. L’uomo guarito infatti alla fine confesserà la sua fede in lui. Ogni incontro con Gesù è luce, ad ogni incontro rinasce la fede e rinasce la vita. Solo chi pensa di vederci già bene non riesce ad incontrarlo. Ma per tutti i ciechi, c’è luce, c’è vita e c’è speranza.

domenica 26 luglio 2020

Predicazione di domenica 26 luglio 2020 su Matteo 13,44-52 a cura di Daniel Attinger

LA GIOIA DEL REGNO

Testi delle letture : Rom 8,18-25 e Mt 13,44-52

Matteo 13. In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 44 “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nascose; e per la sua gioia, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.

45 Ancora: il regno dei cieli è anche simile a un mercante in cerca di belle perle 46 e trovata una perla di gran valore la comprò dopo essere andato a vendere tutto ciò che possedeva.

47 Di nuovo: il regno dei cieli è simile a una rete capiente che è stata gettata in mare e ha raccolto ogni genere di pesce. 48 Una volta piena, la si tira su verso riva, ci si siede a raccogliere il buono in un contenitore e a gettare via ciò che è inutile. 49 Così sarà alla fine del tempo presente: gli angeli usciranno a separare i malvagi dai giusti 50 e li getteranno nella fornace di fuoco; là sarà il pianto e il digrignare dei denti.

51 Avete inteso?” “Sì” gli dicono. 52 Ed egli disse loro: “Perciò ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa: egli tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie”.


Carissimi,

Il testo dell’evangelo che abbiamo appena ascoltato è la conclusione del grande capitolo tredicesimo dell’evangelo secondo Matteo tutto consacrato alle parabole del regno di Dio. È là che si trovano le parabole ben conosciute del seminatore, delle zizzanie tra il grano, del chicco di senape e del lievito. Anche le parabole di oggi, del tesoro nascosto, del mercante in cerca di perle preziose e della rete, sono parabole che vogliono evocare il regno di Dio che sta al centro della predicazione di Gesù, come lo ricorda Matteo fin dai primi capitoli del suo evangelo; quando Gesù comincia il suo ministero, proclama:

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! (Mt 4,17).

Questo capitolo risponde essenzialmente a due domande.

Da una parte c’è la domanda sulle parabole: perché Gesù sceglie di presentare gran parte della sua predicazione attraverso queste storielle che talvolta sembrano indovinelli. È ciò che si vede soprattutto nella prima parte del capitolo: dopo che ha narrato la parabola del seminatore, i discepoli gli chiedono: “perché parli loro in parabole?” (13,10). La risposta di Gesù è difficile e non possiamo esaminarla oggi. Riteniamo però dalla risposta di Gesù un insegnamento impor­tante: il regno di Dio fa parte di un “mistero”; Gesù infatti dichiara: “a voi è stato dato di cono­scere i misteri del regno dei cieli, agli altri invece (cioè alla folla) non è stato dato” (13,11). Atten­zione però a non confondere i misteri con ciò su cui non serve riflettere, perché comunque non si comprenderà! Il mistero non è ciò che non si capisce, ma ciò in cui c’è troppo da capire, o ciò che non si finirà mai di capire; è realtà che ci fa andare da scoperte in scoperte… a condizione però che non si smetta di cercare.

L’altra domanda, più direttamente legata al testo di oggi, concerne invece il regno dei cieli in quanto tale: di che cosa Gesù parla quando annuncia il regno dei cieli, o regno di Dio (sappiamo infatti che Matteo parla sempre del “regno dei cieli”, perché condivide con il mondo ebraico la reticenza nel pronunciare il nome di Dio, per non nominarlo invano). Ogni parabola di questo capitolo narra un aspetto particolare del regno.

Allora cosa queste brevissime parabole ci dicono del regno di Dio che Gesù proclama?

1) Ecco un uomo che lavora un campo non suo – probabilmente un bracciante, un operaio agricolo o uno schiavo che lavora per un padrone –; ora, mentre lavora scopre un tesoro. Geloso della sua scoperta, la nasconde, vende tutto ciò che ha e compra il campo. Qui Gesù sottolinea il prezzo inestimabile del regno: è l’equivalente di tutto ciò che uno ha, di tutto ciò che è; il regno è più prezioso della nostra stessa vita. Ma la parabola dice, nel contempo, che questa rinuncia non è un’azione ascetica, né un’opera penosa o faticosa: è “per la gioia” della sua scoperta che quel bracciante rinuncia a tutto, perché il regno vale più di tutto ciò che si possa immaginare.

2) La parabola del mercante che cerca perle è molto simile. Anche qui si “vende tutto” per comprare quella perla. La diversità sta nel fatto che, mentre il lavoratore ha trovato il tesoro mentre era occupato al suo lavoro quotidiano – il che ci ricorda che il Regno è “nascosto” nel nostro ordinario, nelle relazioni che abbiamo quotidianamente con uomini e donne che incontriamo o con i quali viviamo e lavoriamo –, il mercante, da parte sua, “cerca” perle belle e preziose. Qui Gesù sottolinea che il regno di Dio non si trova “per caso”; va cercato giorno per giorno. Ma cosa significa “cercare il regno di Dio”?

La parabola non ce lo dice, tutt’al più ci rende attenti al fatto che quel mercante deve essere attento alle contraffazioni: nel mercato delle perle si trovano infatti anche tutte quelle che non sono vere perle. Lo stesso vale per il Regno: tante cose si presentano come ciò che ci procura la gioia perfetta, ma sono solo trappole per impadronirsi del denaro dell’ignorante o dell’ingenuo, oppure per ingannarli.

3) È proprio ciò che sottolinea con maggior forza la terza parabola, quella della rete. Qui i pescatori prendono di tutto nella loro rete, ma poi occorre fare una cernita per conservare solo il buono, cioè il commestibile, mentre il resto è buttato via. Occorre però a questo punto fare una precisazione importante: la separazione del buono dal cattivo o dall’inutile avviene “alla fine del tempo”, come Gesù aveva già detto quando spiegava la parabola delle zizzanie tra il grano.

Dunque, alla fine vi sarà il giudizio! Questo è un insegnamento dell’evangelo sul quale per secoli si è molto insistito. Basta visitare qualche chiesa medievale o anche più recente: poche sono quelle che non hanno un affresco o un dipinto del giudizio universale con un’attenzione particolare ai supplizi subiti dai cattivi. Si trattava di incutere paura nel cuore dei fedeli per ottenere più facilmente la loro obbedienza.

Eppure questo non è l’intento della parabola narrata da Gesù, come neanche quello della parabola della zizzania. Esse ci ricordano invece che non dobbiamo scandalizzarci dal fatto che il male sia sempre intrinsecamente mescolato al bene, come l’ingiusto al giusto, il brutto al bello. Anzi, non solo non dobbiamo scandalizzarci, ma non dobbiamo nemmeno pretendere di saper fare noi il discernimento tra l’uno e l’altro. Siamo chiamati invece a cercare il bene anche in mezzo a tanti mali, cercare il giusto nonostante l’ingiustizia che colpisce ovunque, persino i giudici e i santi! Questo miscuglio ci deve condurre alla pazienza gli uni verso gli altri.

Insieme, questi tre insegnamenti formano un bell’annuncio del Regno.

Ci viene detto anzitutto che è una realtà nascosta, ma non fuori dalla nostra portata; anzi sta vicinissimo a noi, è magari nascosta in noi stessi, come il Cristo che vive in noi. In quanto tale può spuntare, o manifestarsi, proprio in mezzo alle nostre attività quotidiane, come avvenne con il tesoro scoperto dall’operaio mentre svolgeva il suo lavoro ordinario.

La seconda parabola ci rende invece attenti al fatto che se lo vogliamo trovare, lo si può anche cercare, come Gesù disse una volta: “Chi cerca trova”. E questa ricerca non è un’attività penosa o affaticante: si tratta fondamentalmente di esercitare l’occhio per vedere che, anche quando tutto sembra senza uscita, quando si ha l’impressione che il male prevalga ovunque, quando si è presi dalla disperazione – e sono cose che ci capitano, come ben sappiamo –, spunta qua e là del bene che ravviva la speranza; come dice l’Apostolo che abbiamo sentito nella prima lettura:

Sappiamo che tutto coopera al bene per quelli che amano Dio (Rm 8,28).

Infine queste parabole ci ricordano che il Regno è una cosa così bella e preziosa che prevale su tutta la nostra esistenza, anzi che possiamo lasciar perdere tutto il resto, perché in questo regno sta tutta la nostra gioia. Comprendiamo allora in fin dei conti che il regno – il tesoro o la perla – non è altro che Gesù Cristo, colui che ha dato la sua vita per noi e che per noi è il volto del Dio nel quale crediamo.

A lui, come al Cristo, suo Figlio e allo Spirito, sia lode e gloria, ora e sempre.

Amen.

lunedì 20 luglio 2020

Predicazione di domenica 19 luglio 2020 su Deuteronomio 7,6-12 a cura di Marco Gisola

Deuteronomio 7,6-12



Infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d'Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica.
Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il SIGNORE, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.


«… Il Signore vi ama». Questo brano è in fondo una dichiarazione di amore verso Israele da parte di Dio. Questa dichiarazione di amore utilizza un linguaggio che non è quello tipico dell’amore umano, ma utilizza il linguaggio, che è tipico della Bibbia, della “elezione”. «Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti … perché il SIGNORE vi ama». Dio ama, quindi sceglie.

È un amore chiaramente impari, squilibrato, Dio ha scelto, non il popolo. Dio ama Israele, Israele chissà… chissà se ama Dio… chissà se ricambia l’amore che riceve…

Dio ha scelto e si è legato a Israele. Perché a Israele? Da che mondo è mondo le nazioni più forti sono anche le più grandi, grandi numericamente, grandi tecnicamente, grandi finanziariamente. Guardate come vanno le cose oggi a livello mondiale: c’è il G7, il G8, il G20… le nazioni più “forti”, ovvero più industrializzate, più ricche, più potenti.

Vi sono invece degli Stati nel mondo di cui non si conosce nemmeno l’esistenza, io a volte sento dei nomi di piccole nazioni che non conosco e me ne vergogno. La dinamica piccolo-grande conta tantissimo, conta nel mondo di ieri e in quello di oggi.

Ma non per Dio! Dio si è «affezionato» a questo piccolo popolo, non a uno grande. Non all’Egitto o all’Assiria, le grandi potenze del tempo, ma a Israele, un piccolo popolo, che non conta nulla davanti alle grandi e forti nazioni del tempo.

Paolo lo esprimerà in modo straordinario quando dirà che Dio «ha scelto le cose pazze del mondo, le cose deboli […], le cose che non sono…» (1 Cor. 1,27.28)

Non c’è merito da parte di Israele – e oggi da parte nostra, dei cristiani - e non c’è virtù o qualità per cui Dio sia portato a scegliere uno piuttosto che l’altro, c’è solo amore, solo grazia. La scelta di Dio che rende Israele il tesoro particolare di Dio.

Non è una scelta contro gli altri popoli, anche se spesso il conflitto tra Israele e gli altri popoli sarà duro, ma una scelta per Israele, per amore di Israele, che – come il padre Abramo – ha la vocazione di essere benedizione per tutti i popoli.

Affermare la grazia di Dio però non è una bella teoria o uno slogan teologico. L’idea della elezione, cioè della scelta di Dio, ci salva in fondo dal rischio di essere troppo teorici, di essere astratti: quello che siamo – credenti tiepidi, discepoli e discepole pieni di contraddizioni, ma soprattutto peccatori e peccatrici perdonati – lo siamo perché Dio lo ha voluto e lo ha scelto per noi.

La nostra tiepidezza (o a volte all’opposto l’entusiasmo presuntuoso, che è peggio) e le nostre contraddizioni (mescolate con l’illusione di essere coerenti, che è ancora peggio) sono la nostra “piccolezza” di cui parla Dio nel brano di oggi. Dio dice a Israele: non ti ho scelto per quello che sei, ma per quello che non sei, non sei un grande popolo, non sei una nazione potente, non sei un popolo forte.

Per questo ti ho scelto. Perché tu non devi essere grande, potente, forte, tu devi essere il mio «tesoro», dice Dio: «il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».

Prima del “dover essere” - devo essere fedele, devo essere coerente, devo essere così e cosà – c’è l’essere, c’è ciò che sei già per decisione e grazia di Dio, grazie alla sua elezione: il suo tesoro particolare. Il dover essere viene dopo.

Devi essere tante cose, ma non “devi essere” o diventare il suo tesoro, perché lo sei già, lo ha già deciso lui, la tua piccolezza, la tua tiepidezza, le tue contraddizioni non ti tolgono questo fatto, che è un fatto perché Dio lo ha deciso: sei il suo tesoro.

E l’amore di Dio si vede nei fatti: «il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù». Il gesto, l’atto d’amore principale di Dio verso il suo popolo è stata la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Dio ama Israele e lo vuole libero.

Il suo tesoro non deve essere schiavo, ma libero. E Dio darà a Israele la sua Torah perché Israele usi bene la sua libertà e nessun membro del popolo debba perderla a causa dell’ingiustizia di qualcun altro. Dio non si limita a proclamare il suo amore, ma ne dà un esempio molto concreto, che Israele non può e non deve dimenticare.


2. Dopo l’essere – sei il tesoro particolare di Dio - c’è poi anche il dover essere, c’è la richiesta di Dio, perché la grazia interpella, chiama e trasforma: innanzitutto «Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti».

E poi «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica». Riconosci che Dio è Dio e osserva i suoi comandamenti.

Riconosci che Dio è quel Dio che ti ha scelto, che ti ama, che ti ha eletto e fatto diventare il suo tesoro particolare e che ti ha liberato dalla schiavitù. Non hai a che fare con un Dio sconosciuto, che non sai chi è e che cosa fa.

La liberazione dalla schiavitù è l’evento centrale che rende il popolo un popolo, mentre prima era una grande massa di schiavi. Lì Dio si è presentato come il Dio dei padri Abramo, Isacco e Giacobbe (dunque un Dio che conoscevano già) e si è rivelato come Dio liberatore.

E anche noi cristiani conosciamo Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo, nella sua morte e resurrezione e nei suoi insegnamenti, anche per noi Dio è il Dio liberatore e misericordioso che ci è venuto incontro in Gesù e che incontriamo nella sua Parola.

Riconosci che Dio è Dio e che in Gesù ti viene incontro per annunciarti il suo perdono e il suo regno di giustizia e di pace.

E che ti viene incontro anche con la sua parola esigente: «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica».

Dio osserva il suo patto e chiede al suo popolo di osservarlo anche lui. Perché quella con Dio è una relazione, una relazione impari, squilibrata, ma sempre una relazione tra lui e noi, tra lui e te.

La relazione è fatta di fedeltà e di misericordia da un lato (Dio) e di fiducia e obbedienza dall’altro (noi). La fedeltà e la misericordia di Dio sono certe, la fiducia e l’obbedienza nostre sono molto incerte, sono anzi molto vacillanti e sempre bisognose del suo perdono.

Questo brano contiene anche parole minacciose: «a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge», parole da far tremare i polsi. Parole che vogliono dire che non si può prendere in giro Dio, non si può ascoltare la sua parola e poi ignorarla, non si può fare finta di stare nel patto, non si può volere la misericordia di Dio, ma non l’obbedienza che ci chiede.

Le parole di questo brano esprimono la grande misericordia di Dio «che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano» e poi, con le parole che ho definito “minacciose” esprime la richiesta di obbedienza, di risposta alla sua misericordia.

I comandamenti, come sappiamo, toccavano e riempivano tutta la vita del popolo, allo scopo di costituire e mantenere Israele quale comunità libera, fedele e giusta. La disobbedienza, il non rispettare il patto con Dio significa mettere in crisi o in pericolo la libertà, la fedeltà e la giustizia del popolo.

Il Dio del patto dona libertà e chiede fedeltà e giustizia; se fedeltà e giustizia vengono meno, il patto stesso è in pericolo.

Essere il tesoro di Dio non è soltanto un dono, è anche un compito. Questo compito è la nostra vita, che è fondata sulla fedeltà di Dio, che ci ha liberarti in Cristo e ci chiede fedeltà e giustizia.

Siamo il tesoro di Dio e in quanto “tesoro” ci è chiesta fedeltà al patto con Dio e giustizia nei confronti degli altri esseri umani.

Che Dio ci aiuti ad essere giusti e fedeli al suo patto e ci ricordi sempre che siamo il suo tesoro, che lui ha scelto semplicemente perché ci ama.




domenica 12 luglio 2020

Predicazione di domenica 12 luglio 2020 su Luca 5,1-11 a cura di Marco Gisola

Luca 5,1-11

1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare». 5 Simone gli rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca, di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui, e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11
Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.



1. Il testo di oggi è un mix, un intreccio, tra un racconto di miracolo e un racconto di chiamata. E forse proprio questo intreccio ci aiuta a capire sia il racconto di miracolo – la pesca miracolosa – sia la chiamata dei primi discepoli da parte di Gesù. Già, perché dobbiamo notare che siamo al cap. 5 del vangelo di Luca e Gesù non ha ancora dei discepoli! Secondo Luca, Gesù dopo le tentazioni nel deserto (cap. 4) se ne va in giro da solo a predicare, partendo dalle sinagoghe e in particolare dalla sinagoga di Nazaret, il villaggio in cui è cresciuto e da cui viene subito cacciato via! Poi inizia a compiere alcune guarigioni e qui compare Pietro – che il vangelo all’inizio chiama però Simone – che lo fa entrare in casa sua dove Gesù guarisce sua suocera. Dunque a questo punto del racconto Pietro e Gesù si conoscono già, Gesù frequenta casa di Pietro, ma Pietro non è ancora suo discepolo; forse fa parte di quella folla che accorre ad ascoltarlo ed è interessato a ciò che Gesù insegna, ma non è ancora un discepolo.

In questa scena Gesù sta parlando alla folla in riva al lago ma Pietro questa volta non è lì ad ascoltarlo, perché ha dovuto andare a lavorare: ha passato tutta la notte sul lago a pescare insieme ai suoi colleghi pescatori – perché è di notte che si va a pescare - e non hanno preso nemmeno un pesce. Venuto giorno sono tornati a riva e stanno lavando le reti per metterle via; sono stanchi e probabilmente pensano: “speriamo che la prossima notte vada meglio…” Gesù li vede, è circondato dalla folla e in un primo momento usa la barca di Pietro come “pulpito”: sale sulla barca mentre la gente continua ad ascoltarlo da riva. Quando finisce di parlare, dice a Pietro di prendere il largo e gettare di nuovo le reti.

Gesù insegna a tutti, alla folla indistinta, perché il suo messaggio è per tutti. Ma a un certo punto si rivolge a una persona ben precisa, a Pietro, e gli dà questo strano ordine, strano perché è assurdo, la pesca si fa di notte, non di giorno… e ci hanno già provato tutta la notte senza successo! Gesù si rivolge a una persona ben precisa, perché il suo evangelo è per tutti, ma questo “tutti” deve diventare “qualcuno” e deve cambiare la vita di “qualcuno”.

Questo “qualcuno” qui è Pietro. Notiamo la umanissima e bellissima risposta di Pietro: prima il lamento: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». È comprensibile che un pescatore che abbia pescato tutta la notte sia stanco e non abbia nessuna voglia di tornare al largo…! Stanco e pure deluso per non aver preso nulla. Ma il lamento, o almeno l’obiezione, è una tipica risposta umana davanti al comandamento di Dio (ricordate Mosè, quante obiezioni quando Dio va a dirgli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo…!). Ma dopo il lamento c’è la fiducia: «però, secondo la tua parola, getterò le reti». È molto umano questo Pietro, che sembra dire a Gesù: “guarda, non ne ho proprio voglia, sono stanco morto, probabilmente non servirà a nulla, ma lo faccio lo stesso perché sei tu a dirmelo!”

In Pietro c’è dubbio mescolato a fiducia, perché Pietro è come tutti e tutte noi; conosce Gesù, Gesù è entrato in casa sua e ha guarito la suocera, Pietro sa che Gesù è una persona speciale. Per un attimo il realismo prevale – pescare di giorno non serve a nulla, se nemmeno di notte abbiamo preso niente – ma poi vince la fiducia: «secondo la tua parola». Il miracolo avviene, la rete è piena di pesci, devono chiamare rinforzi. Una barca non basta, una squadra di pescatori non basta, bisogna collaborare, da soli non si riesce. Gesù parla a Pietro, ma Pietro non va da solo, e poi nemmeno il gruppo di Pietro basta a tirare su le reti, ci vuole una altra squadra. Da soli non si va da nessun parte, ci vuole la comunità, e la barca è stata da sempre una delle immagini della chiesa, perché la barca viaggia, cammina e perché per farla andare c’è bisogno di più persone che collaborino.

Il miracolo avviene e c’è la sorpresa, e per l’evangelista Luca è chiaro che tutto dipende da quella parola che Gesù ha detta; il racconto di miracolo è sopratutto un racconto simbolico: la pesca – cioè l’annuncio dell’evangelo – dà frutto solo se avviene in obbedienza alla parola di Gesù; tutti gli sforzi umani – la pesca fatta tutta la notte – sono inutili se non sono una risposta alla parola di Gesù, mentre l’obbedienza alla parola dà frutti inaspettati e insperati.


2. Qual’è la reazione di Pietro? «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Pietro, meravigliato dalla enorme pesca, capisce che è un miracolo e che dietro questo miracolo c’è Gesù, viene confermato che Gesù è davvero una persona straordinaria, anzi capisce che in qualche modo ha a che fare con Dio e quindi, secondo la sua opinione deve stare distante da Dio: «allontànati da me perché sono un peccatore». E invece no, Gesù non si allontana, ma gli dice «non temere». Sei un peccatore? Eh sì, lo sei, e proprio per questo non mi allontano, ma anzi mi avvicino! Proprio per questo sono venuto, venuto molto vicino, per mostrare che Dio viene a cercare proprio i peccatori, per mostrare che quando i peccatori ascoltano e si fidano della mia parola i risultati sono sorprendenti. Qui Pietro riconosce di essere un peccatore e dalla sua storia successiva sappiamo che il suo essere peccatore verrà fuori in modo eclatante da un lato quando penserà di poter morire con Gesù e poco dopo quando invece addirittura negherà di conoscerlo! Ma l’evangelo di questo brano è che l’essere peccatori non è una ragione per allontanarsi da Dio (o per allontanare Dio da noi), ma al contrario che è proprio per venire vicino ai peccatori che Gesù è venuto nel mondo, perché Dio vuole avvicinarsi ai peccatori, non allontanarsi da loro.

Ma non solo: proprio un peccatore come Pietro è chiamato a diventare suo discepolo, e insieme con lui gli altri pescatori che lo hanno aiutato nella pesca miracolosa: Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù sa bene che non può che avere dei peccatori e delle peccatrici come discepoli e discepole, non vuole dei non-peccatori, dei perfetti o dei puri – che non esistono – ma vuole dei peccatori che si fidino della sua parola, come ha fatto Pietro. È la fiducia nella parola di Gesù che “fa” il discepolo, non altro.


3. E così Pietro, Giacomo e Giovanni lasciano le reti e seguono Gesù, diventano pescatori di uomini, ovvero discepoli e poi apostoli, cioè inviati da Gesù a annunciare il suo evangelo, l’evangelo che dice che Dio è venuto vicino ai peccatori, che quindi non devono allontanarsi da lui. E allora ecco l’intreccio tra miracolo e chiamata che arriva al suo esito: il miracolo è la pesca miracolosa o è il discepolato che segue l’incontro con Gesù e la sua chiamata? Il miracolo – come tutti i miracoli di Gesù – ha più significati: da un lato dice chi Gesù è, dice che Gesù viene da Dio, ma questo ha come altro esito il discepolato, il fatto che degli esseri umani cambiano vita e si mettono a seguire Gesù.

La domanda che spesso ci facciamo è se i discepoli abbiano abbandonato il lavoro per seguire Gesù. A volte dai racconti evangelici sembra di sì, anche qui si dice che lasciano le reti per seguire Gesù. Ma forse possiamo anche pensare che magari Pietro e gli altri abbiano ancora pescato qualche volta per procurarsi del cibo, perché dovevano pur mangiare… La questione centrale è che ora al centro della loro vita non c’è più il lavoro, non si limitano a lavorare per vivere, perché la loro vita è cambiata, è diversa, lo scopo della loro vita non sono più i pesci – cioè il cibo, il sostentamento – ma gli esseri umani.

Pietro diventa «pescatore di uomini», dice il nostro testo; ma la parola tradotta con “pescatore” non è la stessa che troviamo nei vangeli di Marco e di Matteo quando ci viene narrata la chiamata dei discepoli. La parola che c’è qui viene da un verbo che letteralmente vuol dire “prendere vivi” o “catturare per la vita” (D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Bose, Qiqajon, p. 156). Pietro e i suoi compagni sono chiamati da ora in poi ad occuparsi della vita degli altri esseri umani, sono chiamati a portare l’evangelo del Dio vicino nella vita degli altri esseri umani.

Oggi questa parola è rivolta a noi: nei momenti di scoramento e di rassegnazione Gesù ci dice “gettate le reti”, nei momenti in cui ci riteniamo indegni di stare davanti a lui ci dice “Non temere” e ci chiama a seguirlo.

Che il Signore ci aiuti ad ascoltare ciò che egli vuole dirci, ad ascoltare la sua Parola e insegni anche a noi a rispondere con fiducia: «secondo la tua parola, getterò le reti»